L’apocalisse secondo Alemanno.

Dopo il fiasco della scorsa settimana dove una normale, seppur inconsueta,  nevicata è stata talmente sottovalutata da paralizzare un’intera metropoli per tre giorni innescando la ben nota gara olimpionica (altro che 2020…) romana di scarica barile, tra il sindaco spalatore -metereologo e la Protezione Civile, questa settimana siamo passati, con un ribaltamento di eccessi che sfiora il ridicolo,  all’allarmismo mediatico più isterico. Sono tre giorni che ascoltando, anche distrattamente, Radio e TV si viene bombardati mane e sera da allarmi catastrofistici sul “freddo mai visto”, sulla  “nevicata epocale” e gli “eventi metereologici eccezionali” previsti a partire da oggi. A causa del blocco totale del traffico per chi non possiede le catene o non ha fatto in tempo a procursele a prezzi esorbitanti la settimana scorsa (cioè il 95% dei romani) il mio quartiere sembra, almeno per il momento, più una silenziosa ghost town del Far West che un villaggio della Kamchatka battuto da una bufera di neve e ghiaccio come ci si sarebbe dovuto aspettare.   Scuole serrate, uffici pubblici chiusi, ma dipendenti ugualmente retribuiti in un paese dove il  telelavoro è pura fantascienza, pochi autobus fin da stamattina (perché? non nevica…), il sindaco che fa gettare sale in strada fin da ieri (per scaramanzia?) e un nome cattivissimo per la perturbazione su cui le aperture dei  TG vanno a nozze: Blizzard.

E’ dai tempi dei cupi profeti del millenarismo medievale che i sonni degli italiani non erano turbati da tanti e tali inquietanti demoni dai nomi esotici e  incomprensibili: ieri Spread, oggi Blizzard, domani… Chtulhu (speriamo).

Ora, Alemanno non è il primo sindaco impreparato che pretende di amministrare (si fa per dire) la città da uno studio televisivo anziché dal Campidoglio, abbiamo in realtà una lunga tradizione in materia, tuttavia la reazione dei miei concittadini è sembrata un poco eccessiva e vagamente influenzata dal suddetto bombardamento mediatico. Ieri sera uscendo dal lavoro sono passato a prendere la cena per la sera al supermercato sotto casa, piuttosto grande e di norma relativamente poco frequentato in quell’orario, per accorgermi che i tre interi banchi della carne, ognuno diviso in quatttro lunghi scaffali, erano stati letteralmente saccheggiati, il latte ed ogni altro bene deperibile era esaurito e c’erano sette casse aperte anziché le solite due, con file lunghe più di trenta metri.

Forse sono io che non ho ben capito: aspettiamo altri venti centimetri di neve o la Cina sta per scaraventarci addosso un centinaio di bombe termonucleari? Le persone in fila alla cassa si aspettano che domani ci sarà talmente tanta neve da non permettere loro di raggiungere uno dei cinque supermercati di quartiere? Temono che le strade saranno talmenbte bloccate da impedire per giorni e giorni che i viveri raggiungano Roma? Ci prepariamo a sopravvivere a  un po’ di neve o un assedio dei Lanzichenecchi?

Nel frattempo mentre scrivo, ore 15.42, dalla finestra di casa mia si vede scendere soltanto una normalissima pioggerellina insulsa.

La noia del posto fisso e il pregiudizio classista.

L’articolo 18  torna come elemento di rottura e di presunta innovazione nel mondo del lavoro, tra smentite e riprese per tener buone le parti sociali in attesa delllo scontro finale le cui tempistiche, si presume, saranno dettate dalla popolarità del governo nei sondaggi.
La flessibilità in uscita, peloso eufemismo per la libertà di licenziamento, secondo i Think Tank economici italiani sempre più simili ad un partito unico ideologicamente ortodosso,  dovrebbe incentivare le aziende ad assumere. L’affermazione,  già ampiamente discutibile in una fase economica fortemente espansiva, diventa addirittura incomprensibile mentre il paese nel 2012 entra di nuovo in recessione (double deep, signori CVD), la disoccupazione ISTAT è al record dell’8,9% e quella reale, che include inattivi scoraggiati e cassaintegrati che non rientreranno, sfonda ambiamente il tetto dell’11% (la fonte bolscevica di tale stima è la  Banca di Italia).
La disoccupazione giovanile è al 31%, le aziende chiudono, le banche non prestano soldi ma il Governo Monti è convinto che cambiando l’articolo 18 per magia si comincerà ad assumere per supportare non si sa quali investimenti.
Inutile che se la prendano con la CGIL, la battaglia ideologica la stanno facendo loro, perché di razionali per fare adesso questa riforma semplicemente non ce ne sono.
Parte di questi incomprensibili  colpi di mano dipende dal tentativo di restituire agli investitori e agli speculatori esteri l’immagine di un paese che si modernizza assecondando un’idea di modernità figlia del modello economico che è appena fallito alla luce della corrente crisi economica e sociale.
Parte è rappresentata dalla volontà di realizzare i sogni Confindustriali oggi che queste forzature sono quanto mai inutili, sfruttando lo stato d’emergenza del paese.
Parte dipende dal fatto che il governo Monti ed il commissariamento BCE hanno determinato l’avvicendamento de Facto tra due Elite, la vincente delle quali ha estrazione e cultura diverse dalla precedente.
La destra uscente e  amplissimi settori del centro e della sinistra hanno rappresentato una classe dirigente  oclocratica, caratterizzata da forti componenti populiste, clientelari, incompetenti, banditesche, familistiche e parassitarie. Burini  rifatti e pidocchi arricchiti, come si dice dalle mie parti, dal basso senso istituzionale e dalla struttura ideologica  spesso molto sbandierata, ma in realtà debolissima, caratterizzata da un legame con gli umori del paese del tutto propagandistico e spesso soltanto ostentato. Nella loro incompetenza ed inadeguatezza soprattutto, si consumava il distacco dal paese reale e dalla popolazione, con la quale comunque per ragioni elettorali e di censo  mantenevano o avevano avuto una qualche frequentazione di facciata.
La classe dirigente alto borghese internazionalista cui appartiene il Govcerno Monti è tutt’altra cricca, competente ed educata, che si vorrebbe attuatrice, per salvaguardare equilibri di consenso dentro e fuori dal parlamento, di una strategia comunicativa accorta e che, incredibilmente, scivola su dichiarazioni improvvide come:  “che noia il posto fisso“. Scivola perchè non può non scivolare per ragioni di classe. Quel che dice Monti è vero il posto fisso è noioso, ma è sempre preferibile alla dicoccupazione e al precariato.
Il posto fisso è effettivamente noioso per Monti, per i suoi figli e per le persone che la famiglia Monti frequenta in Italia ed in Europa, professionisti stimati e ricercatissimi che saltando da un posto di lavoro all’altro , come certi calciatori, incrementano il proprio stipendio e trovano nuovi stimoli.  A Monti non viene in mente che per chi ha qualifiche  medio-basse o semplicemente opera in settori colpiti più duramente dalla crisi, perdere il lavoro è perdere tutto e l’unica possibilità è elemosinarne, in concorrenza con altre centinaia di migliaia, un altro demansionato e sottopagato dopo mesi di restrizioni e angosce. A Monti non viene in mente che senza un posto fisso la banca non ti concede un mutuo, perché le persone che Monti frequenta hanno abbastanza soldi e immobili da non aver mai chiesto un mutuo in vita loro.
Per questa stessa ragione Martone scivola sugli sfigati, termine odiosamente classista, che sono ancora all’Università a 28 anni. E’ chiaro che Martone, nato nella famiglia giusta col cognome giusto e laureato in 4 anni in giurisprudenza,  non può immaginare un figlio di nessuno che iscritto ad una facoltà dura e lunga come Ingegneria o Medicina, facendo il cameriere per pagarsi le spese, provenga da una famiglia dove nessuno ha studiato e, magari, parta anche con l’handicap di non aver frequentato il liceo ma un  ITIS qualsiasi.
Sì, chiaro, costoro non sono la maggioranza dei 28enni all’Università, ma ce ne fosse anche soltanto uno Martone chiamandolo sfigato, lo ha prima fregato col proprio privilegio e poi giunto agli alti  scranni governativi gli ha pure sputato in faccia.
Quella di Martone e di Monti è un’ignoranza di classe: loro non immaginano perché vivono in un mondo avulso da tali problemi.
Eppure la loro ignoranza è colpevole, in quanto i dati parlano chiaro: la fludità sociale in Italia (scuola pubblica e stato sociale) è inferiore a quella USA (scuola privata elitaria e niente stato sociale) , quindi la classe e la famiglia di provenienza contano eccome e se nasci povero muori povero. A meno che, s’intende, non vogliano sostenre che i meno abbienti facciano figli più cretini…
Quindi un consiglio al nuovo Governo, prima si preoccupi di applicare il seguente articolo della Costituzione Italiana:
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Poi, tra vent’anni, i nostri rispettivi figli se la giocheranno alla pari in un libero mercato del sapere e del lavoro.

L’Italia ai tempi del Governaccio (I)

E’ sempre meritevole di biasimo indulgere nella sgradevole pratica dell’autocitazione ma, a dirla tutta, regala anche una certa soddisfazione. Scrivevamo il 13 Novembre all’alba del Governaccio Monti:

“Monti limerà gli stipendi degli onorevoli, taglierà qualche auto blu e butterà giù una bozza per l’abolizione delle province, il taglio del numero dei parlamentari, varerà una patrimoniale sugli yacht e qualche misura antievasione. Poi, forte di una popolarità anticasta inaudita, raderà al suolo il poco rimasto del welfare, le pensioni di anzianità, l’articolo 18 e ultime tutele del solito parco buoi.”

Vista la pochezza dell’azione anti-casta possiamo senz’altro dire che è andata anche peggio. Era comunque chiaro che si trattasse di un altro governo di destra, una destra per gli aspetti economici perfino più radicale, gravata da nuovi conflitti d’interessi meno eclatanti ma che, per necessità di sostegno parlamentare, avrebbe portato con se anche il peso dei vecchi  conflitti precedenti.

Fatta salva la credibilità internazionale, effettivamente stratosferica se comparata allo zero assoluto  berlusconiano, ci si aspettava qualche innovazione nei provvedimenti segno certo della scienza infusa bocconiana (come alzare la tassa sulla benzina, roba da Nobel per l’Economia…) e, dopo la monarchia berlusconiana e il circo dei freak che ne costituiva il codazzo, qualche servilismo in meno e un po’ di rispetto della forma in più. Se i leccapiedi non dormono mai e cambiano in fretta bandiera, lascia perplessi lo strambo modo di comunicare dei nuovi ministri che sembra in continuità tutta politica con le più ridicole scenate della seconda Repubblica.

Si resta allibiti, ai limiti di una grottesca legge del contrappasso,  dopo vent’anni di ilare paresi nei sorrisi fuori luogo del Joker Berlusconi vedendo piangere la Fornero per la sorte dei  pensionati che proprio lei sta martoriando.    Possibile che mentre i governanti italiani ti vessano, l’uno rida ottimista, l’altra pianga contrita come in un’esagerata e teatrale rappresentazione di sentimenti che nulla hanno a che fare con l’esercizio del potere?

La stessa Fornero, che dopo le lacrime si pensava tutta impegnata a difendere i deboli nella sede del Consiglio dei Ministri, non trova di meglio da fare che lanciare dichiarazioni improvvide sull’Articolo 18, per poi smentirle il giorno dopo (altra inquietante continuità), per poi farle ricomparire dopo un mese in bocca allo stesso Monti sempre sotto lo slogan  “Si discute di tutto, non esistono tabù”.

Certo che non esistono tabù Presidente, siamo liberi pensatori e detestiamo i dogmatismi, ma converrà che alcuni argomenti rischiano soltanto di far perdere tempo in sede istituzionale, o forzando il suo slogan perché non discutere di una modifica costituzionale che trasformi l’Italia da Repubblica Parlamentare ad una Monarchia assoluta retta da un Faraone, una casta di sacerdoti e qualche milione di schiavi intenta a erigere Piramidi? Qui ogni idea ha diritto di cittadinanza, o no?

Oppure, per essere meno eccessivi e restare in tema di legislazione sul Lavoro, accettiamo pure il suo invito a  discutere sull’articolo art.18 senza preclusioni ideologiche, faccia altrettanto lei ed apra un tavolo sull’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione (troppo comunista?), sulla detassazione del lavoro dipendente fino a renderlo meno tassato delle rendite finanziarie (troppo anti-capitalista?) o almeno un piano Keynesiano  su banda larga, trasporti e ricerca sui settori ad alto valore aggiunto per il rilancio dell’occupazione finanziato da una patrimoniale strutturale (troppo… che?).

Non avrà mica una preclusione  ideologica? Non mi dica che questi argomenti sono Tabù?

Buon compleanno Aramcheck

Il 20 Dicembre del 2004, esattamente 7 anni fa, stimolato da una discussione avuta commentando un altro blog e incuriosito dalle potenzialità del nuovo strumento, all’epoca si parlava di web 2.0 e il termine Social Network non era ancora stato coniato, comparve il primo post su Aramcheck. Il post presentava questo non-luogo, spiegandone il nome e il legame con l’immaginario proposto dal romanzo Radio Libera Albelmuth di P.K.Dick, prologo e quarto elemento della trilogia di Valis.
Oggi che come nel caso di Splinder le piattaforme di blog hosting chiudono o vedono ridursi il numero dei blogger e degli accessi in parte fagocitati da FB e Tweet vari, questo strumento è in bilico tra la ri-mediazione  all’interno di piattaforme più immediate e social, appunto, e meno all’approfondimento, e già si sente introno ad esso l’aspro odore dell’obsoloescenza. Se la nicchia non spaventa affatto, in quanto di nicchia si è sempre stati, è romantico stupirsi dello stupore più banale, quello che riguarda il tempo e il suo scorrere veloce, tanto prevedibile  da coglierci puntualemnte di sorpresa.

In 7 anni  è cambiato chi scrive, è cambiato chi legge, e ci va bene così, è cambiato anche il mondo là fuori, anche se forse non abbastanta.

Noi da qui continueremo, saltuariamente come sempre, a trasmettere. Auguri al Blog e auguri a chi lo segue o lo ha seguito.

“Ali e Corazza”, Un romanzo scritto da Aramcheck

L’immagine che vedete di fianco è la copertina del mio primo romanzo edito presso Autodafé Edizioni. Autodafé è un editore indipendente milanese fondato un paio di anni fa da professionisti che dopo aver  lavorato nell’editoria per diversi anni hanno deciso coltivare un progetto comune. Tale progetto, la casa editrice appunto, è basato sull’idea piuttosto lodevole di scoprire e lanciare autori esordienti pubblicando testi di narrativa attenti alla realtà dell’Italia contemporanea. Altro tratto attribuito dell’editore è quello di pubblicare romanzi e raccolte di racconti di qualità, impostazione che condivido per quanto il mio evidente conflitto di interessi lasci ai lettori l’ultima parola su quanto Autodafé si stia mantenendo in linea con le proprie aspirazioni.

Non vi parlerò molto del libro in quanto faccio una certa fatica a scrivere su quanto ho scritto, in particolare se si fa riferimento ad un testo di narrativa, molto più facile farlo a proposito di un post sul blog, dove le scelte personali, seppur presenti, sono filtrate da uno sforzo analitico diverso da quello letterario. Mi limito ad alcune informazioni logistiche sul fatto che chi fosse interessato a leggerlo può ordinarlo in teoria in qualunque libreria e in pratica meglio se in una libreria che ha già contatti con  cui l’editore ha già un rapporto di collaborazione, qui l’elenco. Sempre per la logistica, lo trovate sui maggiori bookstore online tra cui ibs, Amazon, Bol e Libreria Universitaria, è inoltre disponibile in versione e-Book. Sì lo so è  comunque pubblicità o promozione, ma in 7 anni di blog non vi siete mai beccati nemmeno un Google ad-Sense o mezza menzione di prodotti commerciali, ci può stare sù.

Riguardo al romanzo trovo sia diffcile attribuirgli un genere, qualcuno lo ha definito un noir contemporaneo e come approssimazione ci può stare. Piuttosto chi segue il Blog da qualche anno potrà ricordare un’intera serie di post passati ad auspicare e cercare le forme artistiche nascenti utili a raccontare lo strano periodo in cui abbiamo vissuto e viviamo, segnato dal berlusconismo ma non solo, piuttosto da un perenne  stato di affanno e crisi del paese, di volta in volta declinato come crisi politica, crisi sociale,  crisi economica e crisi culturale. Da questa crisi mi aspettavo, come avvenuto in passato molte volte nella storia,  un’arte (nel senso più ampio e meno snob del termine) in grado di dare un contributo modesto al riempimento del vuoto di senso che in certi momenti sembra aleggiare, come un fantasma impotente, sulla realtà italiana. Vuoto di senso inteso come apparente assenza di futuro,  rassegnata sensazione di incurabilità per i nostri malanni, percezione della crisi come status permanente e non come fase transitoria di mutamento.  Oggi che tutti questi stati di crisi sembrano prendere improvvisamente coscienza di sé collassando tutti insieme in un aleph temporale in cui tutti, dai grandi media ai singoli cittadini, non sembrano parlare d’altro, “Ali e Corazza”è nel migliore dei casi il mio tardivo e modesto tentativo di dare un contributo a tale atteso e sempre più presente tentativo di imbrigliare il nostro strambo Zeitgeist. E’ anche naturalmente il mio personale tentativo di coronare un’aspirazione personale e una passione antica per la scrittura, ma questo lo darei per scontato dal momento in cui ci si confronta con un foglio bianco per cercare di raccontare una storia. Ho iniziato a scrivere all’inizio 2009, aspetto importante per leggerne nella chiave corretta alcuni aspetti più direttamente cronacistici e che invece, seppur maliziosamente influenzati dalla cronaca, sono in realtà la costatazione di qualcosa che era nell’aria (soprattutto per chi vive nella capitale) ben prima che ne parlassero i giornali.

Potete cliccare sulla foto e legegre la quarta di copertina (ma anche no) oppure sfogliare il primo capitolo (perché no?) e farvi un’idea. Fintanto ché il testo non avrà un blog tutto suo, cosa che probabilmente  non avverrà mai, se qualcuno di voi dovesse leggerlo può anche venire a commentarlo qui o su Ozia.

Todo cambia ovvero la fine di Splinder e dell’anonimato di Aramcheck.

Strano a dirsi ma questo Blog è aperto da quasi 7 anni, il 20 Dicembre 2004 ci fu la prima delle trasmissioni dal satellite che aperiodicamente hanno riempito di un’altra poco utile voce anonima quella italica sezione della blogosfera che era la piattaforma Splinder. Scrivo era perché Splinder chiuderà per sempre, soppressa suppongo dal falimento di un business case che non ha saputo sostenere l’avvento di Facebook e altri recenti social network, più completi e pervasivi ma anche, questo ci dispiace, molto meno adatti all’approfondimento. Chiuderà tra circa due mesi Splinder, ma è già morto e dimissionario da qualche mese, coi server rallentati fino allo stremo e il supporto tecnico che risponde a malapena. Quindi todo cambia perché Aramcheck migra su WordPress e anche se inserirete il vecchio indirizzo nella barra di navigazione vi ritroverete ben presto in realtà qui, udite udite, già su WordPress dove sono stati salvati e importati 7 anni di contenuti e commenti. Mancano le date e qualche link, se avrò tempo il blog risulterà indistinguibile dal precedente altruimenti sarà soltanto un po’ più difficile (innanzitutto per me), ravanare negli archivi.

Il secondo cambiamento riguarda l’anonimato, dal prossimo post (ma alcune avvisaglie non sfuggiranno già da ora ad un occhio attento) la mia identità, mai celata  a chi nella vita reale o altrove ha voluto in qualche modo approfondire la mia conoscenza, sarà un po’ meno anonima. Lo scorso anno il blog è stato aggiornato con minor frequenza e il motivo è, almeno in parte, che mi sono dedicato prevalentemente ad interessi tra cui, il più antico e al quale tengo di più, la scrittura narrativa. Da questo sforzo è nato un romanzo, un oggetto cartaceo acquistabile, trasportabile, incendiabile e non virtuale, del quale vorrei almeno in parte darvi conto anche qui, sul quale però ahimé compaiono il mio nome e cognome reali. Quindi, todo cambia perché Aramcheck non sarà più orgogliosamente anonimo  seppure, è sempre bene precisarlo, l’identità reale di Aramcheck è in realtà un vuoto simulacro che scrive  sotto dettatura di un’entità superiore identificabile, o per lo meno connessa, a qualcosa di molto simile al sistema VALIS. Se non sapete cos’è il sistema VALIS, avete perso alcune delle più incomprensibili, tardive, paranoiche e geniali opere di Philip K. Dick: questo non vi fa onore, affrettatevi dunque a rimediare.
Provo a prevenire una domanda che io stesso mi sono posto. E tu, pseudo satellite, getti alle ortiche 7 anni di anonimato pervicacemente mantenuto tale, per fare una squallida marketta al tuo primo romanzo?

La risposta, che me ne rendo conto potrebbe essere più articolata, è: .

E adesso sputatemi addosso.

Aramcheck durante gli anni oscuri dell’anonimato

Monti e la questione della legittimità democratica.

Nel post precedente facevo riferimento alle preoccupazioni per il nascente governo Monti e per i gruppi di interesse di cui è espressione o coi quali, perlomeno, condivide i punti di riferimento ideologici. Oggi che si conoscono i nomi dei ministri  tali preoccupazioni trovano conferme a partire dalla nomina di un banchiere al ministero dello sviluppo economico, scelta che sembra fatta apposta per perpetrare il grande equivoco degli ultimi decenni sencondo il quale debba essere la finanza, reperimento e gestione dei capitali, a dover dirigere l’economia ,cioè la produzione di beni e servizi attraverso l’impiego delle risorse produttive. Un banchiere gestisce prestiti e fondi, non sa quali prodotti sia necessario produrre, né come li si produca, né tantomeno di cosa abbiano bisogno imprese e lavoratori per dispiegare al meglio il proprio potenziale produttivo, quello sviluppo economico di cui Passera è Ministro, a parte, s’intende, per quell’unica risorsa che il banchiere stesso gli fornisce, cioè il denaro. Quest’ultimo, se non proprio lo sterco del demonio, è quantomeno una risorsa neutra, grigia, polivalente, necessaria al presente sistema, ma che da sola non sviluppa un bel niente né beni, né servizi, né tantomeno, e di questi ci preoccupiamo di più, posti di lavoro.
Per questa ed altre ragioni la preoccupazione, per parlare di opposizione aspettiamo   i primi provvedimenti,  è massima davanti a questo governo, eppure si tratta di una opposizione sostanzialmente politica. Ben altra cosa sono gli strepiti contro la fine della democrazia che provengono da Ferrara e da tutti i Berluscones più accaniti,  ma non solo da loro, sorvolando sulle patetiche pagliacciate del miracolato Scilipoti. Stando al presente stato della democrazia in Itaia questo governo è più che legittimo. Ricordiamo infatti, ma dovrebbe essere pleonastico farlo, che secondo la Costituzione la rappresentatività democratica è garantita dall’assemble, cioè dal Parlamento, non dal Governo. Se l’assemblea ha ridotto tale rappresentatività ai minimi termini lo dobbiamo al Porcellum, non al Governo Monti, che conta sull’appoggio di quegli stessi Deputati e Senatori “liberamente” eletti. Porcellum il cui unico “pregio” doveva essere la semplificazione, in realtà “truffa” che butta al cesso milioni di voti degli italiani, tramite la riduzione del numero dei partiti e dei gruppi parlamentari, oggi saliti addirittura a 30 (sic!).
Il Governo non è eletto dal popolo, ma dai suoi rapresentanti e proprio per questo siamo una Repubblica parlamentare e non presidenziale come vorrebbe qualcuno. Inoltre, la natura tecnica ed extraparlamentare del Governo non ha nulla di antidemocratico stando alla nostra Costituzione, in quanto non sono i partiti di maggioranza a esprimere l’esecutivo, come la prassi partitocratica ha consolidato negli anni, ma è il Parlamento a nominarlo a maggioranza che è cosa ben diversa. Nel nostro ordinamento il Parlamento, dignitario della rappresentanza popolare (non del volere popolare o i deputati non avrebbero libertà di mandato e delibererebbero in base al mutare dell’opinione pubblica, della quale , almeno si spera devono limitarsi a tener conto), pone la fiducia in un Governo e gliela conferma o gliela revoca in base ai provvedimenti attuati e proposti. Di partiti che esprimerebbero il governo, nella Costituzione tra l’altro non c’è traccia.
Tra l’altro un limite riconosciuto, o comunque una materia di discussione, a proposito delle democrazie parlamentari sta proprio nella scarsa separazione dei poteri tra maggioranze politiche e governi da loro sostenuti (probelma superato o comunque meglio gestito nel Presidenzialismo ad elezioni differite), in questo senso un governo tecnico dovrebbe perfino esprimere qualche garanzia in più.

Unico argomento realmente a favore della fazione che dopo aver sostenuto il governo precedente e che realmente attaccava la Costituzione ad ogni passo tentando di svuotarla di ogni concretezza che non fosse meramente formale, è l’inidicazione sulla scheda del presidente del Consiglio, che è effettivamente cambiato rispetto a quanto votato dagli elettori. Tuttavia questa norma è successiva e posticcia rispetto all’impianto di base dell’ordinamento democratico italiano, malscritta (indovinate da chi) e per nulla organica ad un contesto generale che non si è mai deciso di riformare (e meglio così vista l’incompetanza dei riformatori), in ultimo non vincolante rispetto al proseguo della legislatura una volta caduto il Presidente indicato nella scheda.

Legittima dunque l’opposizione al governo Monti calato dall’alto (si opponessero dunque invece di regalargli una maggioranza aprioristica dell’80%), corretta l’analisi del commissariamento politico da parte della BCE, ma non si mettessero a sproloquiare di fine della democrazia, visto che tutto quello che è accaduto rispetta i crismi Costituzionali in vigore da sessant’anni.

Come tante volte nel ventennio Berlusconiano si può strillare (se lo si pensa) allo svuotamento de facto del patto democratico, ma de jure è tutto più regolare che mai.

Brucia eh?

Genesi del Governaccio ovvero nessuno sconto a Mario Monti.

Ieri sera in birreria al tavolo con  amici è arriva  l’atteso SMS definitivo, quello che sancivsce l’ufficialità della fine di un’epoca: “Si è dimesso”. Mi alzo in piedi e alzando i calici , pur dichiarandomi consapevole che non tutti in sala saranno d’accordo,  invito al brindisi  gli altri sconosciuti avventori. Tutti nessuno escluso, ne rimango statisticamente stupito, si alzano in piedi e brindano entusiasti. Così ho festeggiato anch’io, fine della storia, andiamo avanti. Abitando ad un tiro di schioppo dal centro di Roma potrei unirmi ai sit-in fuori dai palazzi del potere ma, pur ritenendolo liberatorio e legittimo, il dileggio dell’avversario a caduta avvenuta mi respinge un po’ per quel gusto plebeo, più che popolare, che immancabilmente porta con sé. Bello l’Alleluja, bella la festa, bella la gente in piazza ma, sinceramente, avrei voluto vederne di più prima e non dopo.
Del resto la reale fine politica di Berlusconi non si è consumata certo l’altra sera quando un  manipolo di parlamentari l’hanno abbandonato, ma almeno un mese fa, quando i poteri “esterni” cui molti parlamnetari del PDL professano una doppia fedeltà hanno deciso definitivamente di abbandonare il cialtrone di Arcore: nell’ordine Confindustria, le banche, Merkel & Sarkozy, gli USA e buon ultima la Chiesa Cattolica. Quando lo decide il potere, la rivoluzione è cosa semplice.  
Archiviamo, dicevo, il mediocre Caligola che finalmente passa la mano e preoccupiamoci del prossimo problema.
Usciti dal provincialismo forzoso della doverosa indignazione contro il governo Berlusconi, inizia l’epoca dell’indignazione greca, sistemica e cruciale, contro il modello economico finanziario internazionale. Finito Berlusconi sulle macerie da lui lasciate, le cose non andranno necessariamente meglio, ma almeno forse andranno diversamente. Andiamo con ordine.

“Siamo tutti più liberi” titola il Fatto e ha ragione se si riferisce ai giornalisti, Monti non ha certo il piglio del censore, ma quel tutti è ottimista se non ingannevole.

“Grazie Napolitano” esponeva uno striscione alla festa di ieri sera, ma grazie di che in fin dei conti? L’intervento è tardivo, eterodiretto, quasi disperato che apre ad un futuro quantomai incerto.

Su questo blog in diverse occasioni avete sentito definire Napolitano come il peggior Presidente degli ultimi trent’anni (Cossiga  a parte, naturalmente), la mia opinione in merito non è cambiata di una virgola.
La nomina preventiva di Mario Monti a Senatore a vita,  de facto una designazione del Presidente del Consiglio in pectore, giusta o sbagliata che la si giudichi, è stata una mossa politica efficace da parte di Napolitano e, in quanto tale, probabilmente non farina del suo sacco ma imbeccata da qualche intelligenza di più alto profilo. Il governo Monti, semmai vedrà la luce e sopravviverà all’incopatibilità politica delle forze parlamentari, è soltanto apparentemente un governo del Presidente e in realtà un governo di commissariamento internazionale. Mai come oggi rischiamo la sovranità limitata ad opera di forze più opache di quelle NATO che tirarono spesso i fili della prima Repubblica.
Ricapitolando Mario Draghi (BCE, Goldman Sachs) d’accordo con Napolitano, favorisce Mario Monti (BCE, Goldman Sachs, Commissione Trilaterale) affinché rimetta in ordine i conti italiani falcidiati dalla speculazione sui titoli di Stato operata in buona parte dalla stessa Goldman Sachs.

Draghi e Monti figli ideologici del defunto Milton Friedman (bruci nell’inferno dei nemici del popolo, se esiste un Dio comunista che ne ha mai previsto uno), pongono la loro irreprensibile tutela sui disastri che la crisi finanziaria che l’ideologia disastrosa dello stesso Friedman  ha innanzitutto provocato.

Il boia, in buona sostanza, ci tende una mano affinché gli si possa porgere meglio il collo. Rifiutare questa mano oggi significa accettare i tempi tecnici elettorali esponendoci ad almeno tre mesi di Spread impazzito, dunque il default e uscita dall’Europa, ipotesi percorribile ma la cui responsabilità nessuno, neppure Berlusconi, ha la temerarietà di assumersi.

Mario Monti come male minore prima del Default o dell’abbraccio mefitico del Fondo Monetario Internazionale (ancora i Chicago Boys e il fantasma di Milton Friedman), ma minore quanto?

La mia previsione, spero di sbagliare, è la seguente:

Monti limerà gli stipendi degli onorevoli, taglierà qualche auto blu e butterà giù una bozza per l’abolizione delle province, il taglio del numero dei parlamentari, varerà una patrimoniale sugli yacht e  qualche misura antievasione. Poi, forte di una popolarità anticasta inaudita, raderà al suolo il poco rimasto del welfare, le pensioni di anzianità, l’articolo 18 e ultime tutele del solito parco buoi.

Ci aspetta temo un governaccio, che sull’onda della popolarità e della necessità avrà mano libera nel dare il colpo di grazia ai ceti meno abbienti del paese.  Eppure, l’abolizione di qualche indecente privilegio, la stretta su qualche evasore già in torto marcio e una tassa sui pomelli d’oro delle barche per miliardari, non valgono i diritti di un lavoratore a 1200 euro al mese. Nessuna santificazione a busta chiusa dell’uomo dei miracoli, prego, ogni cedimento in questo senso è ancora,  in senso lato, berlusconismo.

Se lo metta bene in testa il PD, prima di dare carta bianca a questo nuovo governo, se non vuole perdere l’ultima occasione per stare dalla parte giusta.

Nessuna nostalgia per Berlusconi figuriamoci, un nemico pagliaccesco che ha paralizzato e imbarbarito il paese, la cui incompetenza inoltre ci ha esposto all’avvento di predatori più grossi e scaltri.

Per dirla due volte col pessimo Tremonti è come un videogame: ucciso un mostro ne compare sempre un altro e, grossa differenza, il prossimo che si profila all’orizzonte parla bene l’inglese.


 

Grazie Presidente.

Grazie per i Bondi, per le Gelmini, per i La Russa. Grazie per le Minetti e i Lele Mora, i Fede e i Cicchitto. Grazie per i Gasparri e i Ghedini, per le Zanicchi e i Barbareschi. Grazie per i Minzolini e i Liguori, grazie soprattutto per i Ferrara.

Grazie mille volte per i Previti e i Dell’Utri. Grazie per le Carlucci e i Frattini grazie, non sa nemmeno quanto, per le Brambilla. Grazie per la Carfagna e per Schifani, grazie per Alfano. Grazie per Scajola e per Bertolaso.

Ha ottenuto la nostra riconoscenza imperitura fino all’ultimo istante quando, in un meraviglioso Coupe de Teatre ci ha resi suoi debitori perfino per gli Scilipoti.

Grazie sopra ogni altra cosa per lei, la sua persona.

Per le sue ombre, le sue corruttele, le sue losche frequentazioni, la capziosità dei suoi avvocaticchi, il fanatismo dei suoi lacchè, la sistematica commistione tra i suoi affari di famiglia ei suoi doveri pubblici, le sue retromarce e le sue smentite, le sue gaffes, le sue volgarità. Grazie per le sue offese gratuite quando si dichiarava insultato, i piagnistei sulla sua demonizzazione quando ricorreva a categorie apocalittiche per additare l’avversario, alle censure che applicava dicendosi perseguitato, all’oscena ostentazione della sua vita privata quando si diceva spiato. Grazie per la politica internazionale indecente e per le infinite ridicolaggini. Grazie per le barzellette fuori luogo, per quelle tristi e scontate, per quelle razziste e omofobe.

Guardando lei e la sua corte, per quasi vent’anni, ci siamo sentiti tutti un po’ migliori di quanto eravamo.

Siete stati il nostro specchio rotto.

Adesso privi della vostra consolatoria impresentabilità ci riscopriamo improvvisamente peggiori di quanto credevamo.

E tutto quello che ci resta è un’occasione per darci da fare.

Le leggi speciali e la macchina del tempo (I).

Il Ministro Maroni, quello bravo che da solo arresta i mafiosi mentre i poliziotti (rossi?) lo accusano di aver tagliato i fondi per mezzi, uomini e straordinari aumentando la loro insicurezza e diminuendo la loro efficacia, e l’onorevole Di Pietro, quello che che sta a sinistra per l’abbaglio di qualcuno e mira da sempre a raccogliere i voti della destra legalitaria lasciata politicamente orfana dall’ascesa di questa  destraccia affaristica che colleziona reati neanche fossero francobolli, intrattengono una corrispondenza di amorosi sensi sul tema delle leggi speciali contro la violenza di piazza. Rispolverare la legge Reale, fidejussioni per organizzare cortei, varare una legge Reale 2 e via ipotizzando, è evidente che l’analisi vuole accomunare quanto accaduto sabato per dinamiche e gravità a quello spinse il Governo nel 1975 a varare le leggi speciali. A uguale contesto uguali misure, sembrano volerci dire, la storia si ripete e da essa dobbiamo imparare, cortocircuitando la percezione del reale attraverso l’uso di una curiosa macchina del tempo che ci riporti indietro di 36 anni.

Giochino interessante questo a cui non vogliamo sottrarci, purché se ne mettano in chiaro le regole e si decida di rispettarle. Ammesso e non concesso che quelle misure nel 1975 furono efficaci e legittime, tali da non alterare e restringere goltre il lecito gli spazi democratici, saliamo su questa macchina del tempo e analizziamo la premessa, ioè che ci si trovi oggi in un contesto non dissimile per gravità e dinamiche.

Risucchiati da uno scenografico vortice temporale,  attraverso tunnel di nutrini e deformazioni dello spazio-tempo spiegati da criptiche formule di fantafisica, ci troviamo ora nel 1975. E’ il 2 Novembre, autunno come prima della nostra partenza, in una data scelta non per caso, oggi è morto Pasolini il poeta che negli scontri piazza si schierò dalla parte dei poliziotti, veri proletari nella sua iperbole, e che contestualemnte profetizzava l’avvento della terza fase del fascismo, quella che depone il manganello e sfodera i mass media, rinuncia al tradizionalismo per incrementare l’isteria consumistica e i modelli economico finanziari che su essa si basano.

Siamo i n piena guerra fredda e l’Italia è già immersa fino al collo nella violenza politica da ben sette. Nel marzo 1968 c’è stata la battaglia di Valle Giulia e da lì in poi la violenza della protesta non si è più fermata. Non ci sono soltanto gli scontri tra manifestanti e polizia, ci sono le aggressioni tra rossi e neri, dentro e fuori dai cortei. In questi sette anni ci sono già stati 2541 aggressioni tra gruppi politici rivali più di 300 l’anno, quasi uno al giorno. La violenza in questa fase è prevalentemente agita dai neofascisti contro i rossi, 1671 aggressioni, dopo il 1975 la proporzione si invertirà in chiave antifascista. A queste aggressioni chiaramente connotate politicamente, si devono aggiungere nello stesso periodo altre 1708 azioni, tra aggressioni e attentati non rivendicati, ma ascrivibili comunque alla violenza politica. In questo periodo ricade il rogo di Prima Valle, l’insurrezione di Reggio Calabria, sono già morti agenti di polizia, studenti e militanti di tutte le fazioni. Un anarchico, Pinelli, volò giù da una finestra della questura. Nel Giovedì nero del 1973 a Milano volano le BOMBE A MANO e un agente (Antonio Marino) resta ucciso.  D’ora in poi, varate le leggi, esploderà la violenza politica di sinistra con eccidi come quello di Acca Larentia e la formazione di bande terrostiche paramilitari, omicidi e gambizzazioni di altri poliziotti, sindacalisti, politici e giudici. In piazza c’erano le pistole.

Complessivamente fino alla fine degli anni settanta si conteranno 69 morti, più di mille feriti gravissimi, 7866 attentati, 4290 episodi di violenza politica.

Inoltre, qui nel 1975, la violenza si respira nell’aria e ha il sapore del tritolo perché ormai dal 1969 è iniziato il periodo delle stragi. Alla violenza tra attivisti di colore diverso e tra manifestanti e polizia, si è aggiunta quella dei bombaroli. Dell’elenco di stragi che segue di molte fu provata la matrice nera, di quasi tutte la presenza o la connivenza di apparati deviati dei servizi, alcune sono tutt’ora irrisolte, spesso furono attribuite inizialmente agli anarchici, poi puntualmente scagionati:

12 dicembre 1969: Strage di piazza Fontana a Milano
22 luglio 1970: Strage di Gioia Tauro 31 maggio
1972: Strage di Peteano a Gorizia 17 maggio
1973: Strage della Questura di Milano 28 maggio
1974: Strage di Piazza della Loggia a Brescia 4 agosto
1974: Strage sull’espresso Roma-Brennero (italicus)

Questo è quello che ci aspetta fuori dalla macchina del tempo atterrata all’idroscalo di Ostia, questa è l’Italia tutta intorno al cadavere massacrato di Pier Paolo Pasolini.

Torniamo alla domanda iniziale, attraversiamo di nuovo il fiume temporale stavolta in senso inverso, torniamo agli scontri di sabato alle proporzioni, al contesto e alle leggi speciali, allle modalità e all’estensione della violenza.

Al Ministro e all’onorevole dovremmo domandare con serietà, siamo davvero nello stesso contesto del 1975?

La legge entrata in vigore in quell’anno non fermò le violenze, tanto che negli anni successivi partì l’escalation peggiore del terrorismo di sinistra, il livello dello scontro venne alzato e le stragi non si fermarono fino agli 80 inoltrati. Ragionando, ancora in uno sforzo di serietà, sui dati e sulle date, mettendo da parte i proclami interventisti: siamo sicuri sia desiderabile, necessario ed efficace applicare nel presente contesto uguali misure?

A me il passato piace studiarlo non riviverlo, in particolare non ho nessuna nostalgia degli anni di piombo. Spero di non essere l’unico.

Muore sempre il miliardario sbagliato.

Anche chi avversa un’idea nel modo più radicale si trova talvolta in condizione di riconoscere il giuto merito a chi l’ha saputa rappresentare meglio di altri. Io che nel  sogno americano non ho mai creduto, ritenedolo una delle più grandi truffe che il marketing politico di tutti i tempi abbia mai inventato a difesa del privilegio di pochi, riconosco che raramente più che in Steve Jobs esso abbia trovato un testimonial significativo. Significativo forse proprio perché autore di un percorso in questo senso eretico e non ideologico, in Jobs l’idea del “self-made-man” ha trovato una  nuova dimensione strettamente intrecciata con la testimonianza che l’uomo ha saputo dare di sé. Nato da una madre che lo diede in adozione, capace di cadere e di rialzarsi diverse volte, con un percorso di studi elitario ma altalenante ed incompleto, Jobs ha vissuto da protagonista assoluto un’era pionieristica che, seppur proiettata nel futuro, come tale non poteva non ammantarsi di un suo romanticismo. Jobs è stato, consapevolmente ma forse non strumentalmente, l’icona di un capitalismo che grazie alle nuove tecnologie voleva mostrarsi diverso, lontano dall’alienazione della società industriale che lo aveva preceduto e generato, più attento alla creatività dei dipendenti, all’importanza della collaboratione,  alla qualità della loro vita, del loro posto di lavoro e della dgestione del loro tempo. Chi di noi ha vissuto quest’epoca dal di dentro e ne riconosce oggi gli aspetti retorici e illusori, quando non propriamente fuorvianti nell’ottica più ampia del processo di globalizzazione, e ricorda come tali traballanti aspettative non ressero di fatto alla prima crisi del settore e a certi eccessi di invasiva propaganda aziendale sull’essere “imprenditori di se stessi”, non può oggi non salvare comunque molto di questo tentativo e delle trasformazioni complessive che ha prodotto. Le doverose valutazioni disincantate che oggi possiamo dare a posteriori  non diminuiscono la portata storica  della straordianria avventura economica e culturale rappresentata da quel milieu di innovazione che ha saputo essere la Silicon Valley dalla metà degli anni 80 fino ad oggi. Il luogo dove, per dirla con Castells, si realizzava nella sostanza il cambio di era dall’età industriale a quella Informazionale che intendeva sostituirla e a cui in realtà, più propriamente, essa si è sovrapposta. Di questo passaggio, Steve Jobs fu uno dei protagonisti indiscussi, ponendosi in questo senso al centro del proprio tempo.

Romantica, per molti versi, fu anche l’epopea personale di Jobs, dall’adozione,  al successo, al licenziamento  da Apple, alla Pixtar, al ritorno alla Apple fino alla malattia, che egli seppe raccontare da esperto narratore di storie in alcuni dei suoi celebri discorsi che in questi giorni imperversano su Internet, in cui è difficile non riconoscere la capacità di infondere alla giovane platea fiducia ed entusiasmo nei propri mezzi. Da questa epopea  e dalla sua mitopoietica è nata anche l’immagine di un capitalista, e quindi a mio avviso fallacemente per induzione di  un capitalismo tout court, animato realmente dalla passione personale e dal sogno di un leader visionario più che dalla consueta logica imposta delle ferree, in realtà mai abdicate, leggi del profitto.

La creazione del mito segue poi percorsi impredicibili, contraddittori e addirittura grotteschi, quando per il suo antagonismo col  Gates, dipinto per sorte inversa come un antilibertario  fin quasi diabolico da parte della comunità degli utenti, qualcuno scambiò Jobs per quel paladino dell’eterodossia informatica antimonopolistica, addirittura dell’open software (sic!), che egli non fu mai. Nessuna azienda ha mai prodotto software più chiuso, meno interoperabile e blindato dal copyright di quanto abbia fatto Apple. Jobs e Gates, commercialmente parlando, furono sempre le due facce della stessa medaglia, tutto il resto è marketing e mistificazione a proposito di un modello alternativo che tra i due non è mai esistito.

Di Jobs ricorderemo forse alcuni dei prodotti migliori delle sue aziende, gli spot anti-orwelliani  degli esordi di Apple che costituirono una vera rivoluzione nella comunicazione pubblicitaria, i film della sua casa di produzione, ma soprattutto io credo quella frase “stay angry, stay foolish” che usò per raccontare se stesso. La  personale esperienza di un uomo che diede l’impressione di vivere con pienezza il successo, la sconfitta, la rivalsa e il  prematuro tragico esito che alla fine ci accomunerà tutti.

Il sogno americano ci dice che questo possa accadere a chiunque sia dotato di entusiasmo, competena ed intuito: noi miscredenti ci accontentiamo nel constatare che è avvenuto almeno per uno e, comunque la si pensi, di questo oggi gli rendiamo merito. Riposa in pace.

Apologia del Referendum.

Personalmente ritengo che l’istituto referendario andrebbe riformato in senso estensivo. Per prima cosa bisognerebbe abolire il quorum al momento della votazione, l’appropriazione coatta dell’astensionismo fisiologico da parte di chi vuole boicottare il referendum è un assurdo democratico per diverse ragioni. Il quorum è iniquo in quanto favorisce la fazione contraria al quesito proposto proprio tramite l’approproazione dell’astensionismo, è intrinsecamente reazionario perché tale fazione è sempre quella che non vorrebbe che il quesito fosse discusso e dunque votato conservando lo status quo, è diseducativo in senso civico dal momento  che ad ogni chiamata refendaria si vedono ovunque leader politici democratici che chiamano le masse al non-voto,  è maggioritario in senso autoritario e quindi antidemocratico  in quanto un quesito fosse anche giusto e importantissimo che riguardi però 3 o 4 milioni di italiani, cioè una minoranza cospicua, rischia di naufragare non per ragioni politiche ma per semplice disinteresse: antidemocratico in quanto la democrazia ha la sua essenza nella tutela dei diritti delle minoranze. Inoltre il quorum genera sprechi in quanto la decisività di un referendum nella cui organizzazione si sono già impegnate le risorse dello Stato è tecnicamente uno spreco. In ultimo, il quorum è manipolabile in quanto si possono usare i media per rendere noto e urgente un quesito gradito e boicottare l’informazione elettorale su un quesito sgradito, dando a l’establishment un ulteriore strumento per rendere la democrazia meno partecipativa. Come sappiamo bene la par condicio non funziona quando in gioco si scontrano le invadenti corazzate partitiche, figuaratevi quando un gruppo di cittadini motivati cerca di far sentire la propria voce.

In generale poi trovo assurdo che chi si disinteressa, attività legittima che non giudico moralmente, debba comunque partecipare facendo pendere l’ago della bilancia da un lato o dall’altro esercitando paradossalmente la non-azione dell’assenza.

Vuoi partecipare? Vota. Vuoi andare al mare? Rinunci a partecipare.

Chiaramente il quorum ha una sua funzione, che è quella di impedire la proliferazione referendaria in particolare su quesiti minori o di scarsa importanza . Per indire, come diceva Gaber dei radicali, che si faccia un referendum anche per sapere dove i cani devono pisciare. Questa controindicazione è aggirabile aumentando il numero di firme che devono essere raccolte oppure riducendo il quorum dal 50% al 10%.

Figlio del suprematismo politico Dalemiano  e nipote del dirigismo politico sovietico e dell’immobilismo democristiano, il centro-sinistra italiano, a dispetto del nome che s’è dato di recente,  ha un pessimo rapporto con questo istituto profondamente democratico. Il maggiore partito del centro-sinistra vi fa sempre il minore ricorso possibile, appoggiando forze più radicali che lo hanno promosso soltanto quando i sondaggi cominciano ad essere ottimistici. Saltano sul carro dei vincitori i paraculi. Senza rendersi conto che le grandi vittorie della sinistra in questo paese, i grandi momenti di partecipazione civile e i momenti di vera emancipazione e progresso, sono sempre venuti dai referendum, a comnciare dal 1946 quando dal quel voto nacque la Repubblica.  Mai come nei referendum la sinistra politica italiana è stata decisiva nel miglioramento complessivo del paese visto che alle politiche di solito perdono, e anche quando vincono, il loro governo ondeggia pericolosamente tra il timido e il disastroso. Poi ci si stupisce che ci si abitui alla catastrofe fissa, monolitica e costante di questa destra porcina. Il referendum è uno strumento inclusivo e libertario, esattamente come ci si aspettava sarebbe stato il partito erede del PCI dopo lo sfacelo  sovietico. Fu forse a causa di  un’incomprensione lessicale che incapparono in uno dei più tragici fraintendimenti della storia, diventando invece liberisti.

Il Referendum potrebbe essere esteso anche in senso propositivo o alternativamente potrebbe essere combinato con le proposte di legge popolare nel seguente modo: la proposta deve essere esaminata e votata dal parlamento entro un periodo di tempo congruo di uno o due anni, altrimenti si va automaticamente a referendum propositivo/confermativo sulla proposta di legge popolare in oggetto. Io non trovo che le leggi proposte da Grillo e dal Movimento a 5 stelle siano geniali e ne voterei forse una su tre, tuttavia il fatto che restino in un cassetto è inaccettabile e su questo Grillo ha ragione a sbraitare. I parlamentari italiani stanno limitando in modo diretto la partecipazione dei cittadini alla vita politica, quando la Costituzione al contrario impone loro di favorirla. In due parole rubano sovranità e la rubano alla luce del sole. In questo caso specifico Grillo suda e sbava per le sue leggi purificatrici, ma in gioco c’è la sovranità di tutti noi.

Non si chiede alla classe politica di ragionare in termini talmente attuali da immaginare e regolamentare una forma di voto telematico limitato ad alcune questioni, da effettuarsi da qualunque connessione ad Internet, sebbene nel 2011 non si capisce esattamente perché l’argomento non debba essere discusso seriamente da un punto di vista tecnico e filosofico come possibilità per il prossimo futuro.  A meno che non se ne discuta perché nel democratico occidente la democrazia è il sistema perfetto, ma senza esagerare. Si chiede in realtà soltanto di  rispettare, promuovere ed estendere dove possibile strumenti di partecipazione previsti dalla Costituzione.

In quanto a furti di sovranità l’attuale legge elettorale ne è un esempio fulgido e cristillano che illumina, fiera con la fiaccola della truffa nella mano sinistra e un suino nell’altra, l’orbe terracqueo. Il Mattarellum, con tutti i suoi difetti, era di gran lunga più democratica e rappresentativa, e senza il Referendum che la reintroduce si andrà di nuovo a votare con la legge Calderoli perché il parlamento e il governo non hanno né il tempo né l’intenzione di cambiarla. Inoltre la legge Calderoli è soltanto apparentemente affidabile in termini di governabilità: non appena il centro sinistra dovesse calare nei sondaggi dalle immeritate vette attuali, si tornerebbe con tutta probabilità ad una situazione di stallo in senato.

Pur amando la canzone del Signor G. non ho mai creduto che libertà e partecipazione siano sinonimi, il referendum però ci da la sensazione di esercitarle entrambe. Manca poco al 30 settembre, troviamo un gazebo e andiamo a firmare.

Miracolo a Lampedusa.

Tacciano i corvi rossi, migrino altrove le cornacchie disfattiste, spariscano una volta per tutte dal suolo patrio i gufi mediatici. Se ne vadano proditoriamente  in un altro paese con le valigie di cartone rigonfie di maldicenza e calunnie, tutti costoro, visto che di questo paese sanno vedere soltanto gli inevitabili difetti e mai le grandi risorse, energie e capacità. A smentirli per l’ennesima volta c’è l’ennesimo miracolo della buona politica di cui, sarebbe un delitto non farlo, ci gloriamo di poter tessere le meritate lodi: la nuova rinata Lampedusa.

E’ancora piena estate nell’isola, verrebbe da dire, il vento capriccioso di Settembre non ha messo in fuga i bagnanti che anzi si accapigliano l’un l’altro, in vere e proprie risse per contendersi le spiagge dorate e, soprattutto, l’accesso ai campi da Golf costruiti dal premier. Non soltanto l’isola non si è svuotata dai turisti ma anzi, pare, si siano accesi degli inaspettati attriti tra gli isolani, ansiosi di risposarsi  dai bagordi estivi scaldati dal tiepido sole autunnale, coi nuovi arrivati, i rumorosi  turisti e i nuovi residenti nordafricani attirati dalla No-Tax Zone, dallo splendore dei casinò di recente costruzione e, soprattutto, dalla lussureggiante opera di riforestazione. Tutto secondo programma, tutto come promesso.

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Foto sx- Ressa davanti al Casinò- Foto a dx- giocatori di Golf che attendono che si liberi il campo

La proverbiale accoglienza e generosità italiane hanno di certo, come mille volte in passato, contribuito a trasformare quella che fino a pochi mesi fa era una una terra abbandonata dallo Stato e ferita dai flussi migratori, in una piccola Cuba (prerivoluzionaria naturalemente) del Mediterraneo, eppure stavolta c’è di più. Stavolta non si può non rendere onore alla lungimiranza della politica e dello Statista in particolare che, oltre a risolvere l’emergenza, ha saputo guardare oltre il corto orizzonte del cittadino comune presagendo, quando ancora chiunque vedeva conflitti, miseria e caos, la futura candidatura dell’isola a Premio Nobel per la Pace, riconoscimento che oggi nessuno all’Accademia di Svezia si sognerebbe di negare al piccolo, pacifico, paradiso del Canale di Sicilia, anche soltanto dando una rapida occhiata alle immagini di queste ore:

Nelle foto i fuochi d’artificio per la festa patronale, accolti tra lo giubilo di turisti e residenti.

Informatismi.


Quando vedo questi utenti novizi, folgorati dalla tecnologia sulla via di Cupertino, giocare con i loro IPhone, tablet, IPad, pontificare ingenuamente sulla rivoluzione tecnologica e sulla nuova App della quale non possono più fare a meno, provo un sentimento di mestizia. Nel loro rispettabile entusiasmo c’è un vizio di fondo, una piccola crepa di cui sono inconsapevoli, una mancanza originaria, di cui non posso renderli partecipi. In realtà, per apprezzare davvero un’interfaccia grafica, con i suoi colori saturi, le forme stondate e tridimensionali e la sua straordinaria facilità di utilizzo, bisogna almeno una volta nella vita aver dovuto affrontare la ruvida durezza dell’Assembler, la spartana inflessibilità della linea di comando, il sintetico ermetismo dell’IOS o le utopiche perversioni del Prolog. Dietro ogni icona che vi sorride amichevole, senza che ve ne accorgiate, resiste invisibile ed essenziale l’Assembler, primordiale astrazione del linguaggio macchina oltre il quale si cela l’elegante semplicità della logica booleana. Oltre di essa soltanto l’onda irregolare dei livelli di tensione, il clivo scosceso dei fronti in discesa, l’abisso della fisica degli elettroni. Elementari funzioni implementate con un codice scritto trenta, forse quarant’anni prima si celano, insieme al lavoro necessario a costruirle, sotto le vostre piccole icone. Soltanto nella scatola cinese delle routine, nei sostrati decennali di semplici algoritmi, strutture iterative e variabili dimenticate, sta l’essenza profonda di un click.

Breve storia della Lega Nord.

In principio, erano i terroni. Emigrati fancazzisti, mafiosi, impiegati annoiati, soprattutto  insegnanti indegni di educare la gioventù padana.

Poi di nuovo africani e magrebini, immigrati baluba e clandestini.

Ci fu spazio per i transessuali, viados brasiliani. Le strade padane in cui battevano andavano liberate, i treni coi quali tornavano a casa andavano sterilizzati. Qualche sindaco di ricca provincia sporadicamente includeva froci e culattoni.

Negli anni all’opposizione era Roma e i romani, burocrati ministeriali pigri e indolenti. Una capitale stanca e improduttiva, impiegatizia e magnacciona, Roma ladrona. Di nuovo al Governo, come spesso accade, a Roma ci si trovarono bene, qualcuno acquistò casa, qualcuno se la fece trovare dall’Ente.

Venne l’11 settembre e il problema divennero gli islamici: bombaroli, terroristi, talebani, oscurantisti. Maomettani determinati alla distruzione di culture e tradizioni altrui, costruendo moschee o pregando per strada. Al contrario degli occidentali che sganciavano e sganciano bombe chirurgiche cariche di democrazia, loro erano colonizzatori infidi diabolici ideatori della sottile strategia della bomba demografica: ci avrebbero rimpiazzato partorendo più bimbi.

Quando l’europa si estese ad Est anche su spinta dei 14000 imprenditori italiani che avevano ivi delocalizzato, il problema divennero i rumeni assassini e stupratori.

Sempre, a più riprese e per tutto il tempo, ci furono gli zingari ladri, maleducati, miliardari occulti e rapitori di bambini.

Di nuovo erano  gli sbarchi e le bagnarole degli scafisti piene di clandestini, ontologicamente criminali per legge redatta da loro. Gli accordi con i dittatori amici del maghreb riducevano i flussi, permettevano di respingere in mare aperto tonnellate di esseri umani alla deriva e lasciavano cadaveri provenienti dall’africa nera morti ammazzati da Gheddafi nel Sahara. In un macabro baratto, si compravano morti e petrolio in cambio di soldi e promesse di autostrade.

Ora che quei popoli si ribellano, esplodono in rivoluzioni e guerre civili, i dittatori amici sono diventati nemici da abbattere impiegano basi, aerei e, pare, bombe a tale scopo. La colpa però è dei guerrafondai francesi, gli italiani (e ancor di piu’ i padani pare) passano sempre di lì per caso. Al ripartire degli sbarchi minacciano affondamenti, rimpatri forzati, cannonate: tutti fuori dalle palle.

I tunisini che sbarcano? Hanno le scarpe firmate, spiega Zaia.</>

Adesso, infine, permessi di sei mesi per tutti con un biglietto di sola andata verso paesi più nordici, ricchi e possibilmente francofoni dove, su spinta dei loro camerati xenofobi e neofascisti alla Le Pen glieli rimandano indietro.

Fuori dalle diciarazioni ad alta risonanza mediatica, dalle provocazioni, dal celodurismo, dai padanismi beceri e dal cattivismo imperante, c’è il mondo reale in cui succede che in trecento non sbarcano, perché muiono in mare.

E di che marca siano le scarpe dei cadaveri gonfi che la corrente trascina sul bagnoasciuga, quando ce le hanno ancora,  non interessa più un cazzo a nessuno.

Adesso,  mentre bevono a Pontida quel piscio sacro che è l’acqua del Po, il dio minore di cui sono figli, non ci venissero più a  parlare di difesa della cristianità e di radici cristiane dell’Europa.

Un’Europa delle cui radici, classiche, moderne o cristiane che siano, sono indegni.

Un Cristo che, glielo scrive un agnostico, li avrebbe sbattuti fuori  a calci in culo da ogni tempio, da farisei straccioni quali sono sempre stati.

Comunicazione politica

Costruito in rete a costo zero, con qualche foto e poche date scelte intelligentemente. Eppure più efficace di qualunque cartellonistica elettorale prodotta dal PD da quando esiste, avvalendosi magari della costosa collaborazione di chissà quale genio del marketing. Particolarmente funerea  e incomprensibile nella sua apparente semplicità , ad esempio è l’ultima campagna  di Bersani oltre che, come sempre, troppo facile da rivolgere in beffa.

mano tesa

Fukushima: news dal fronte orientale.


Qualche settimana fa, circa con l’inizio dei bombardamenti dei volenterosi sponsorizzati dall’ONU, poi guidati ad interim Nato, Fukushima e il terremoto Giapponese sembravano scomparsi nel nulla mediatico. La notizia è rapidamente passata dalla prima pagina alle pagine interne, dall’apertura dei TG alla lunga coda dei servizi minori. La stessa Repubblica on-line che nella prima settimana aveva seguito la vicenda con un’ottima pagina di aggiornamenti in diretta, l’ha subito chiusa. 

L’equivoco senbra essere nato, o fatto nascere appositamente quando il Governo Giapponese e la Tepco hanno cominciato a parlare di situazione stabile. In realtà leggendo con maggiore attenzione si scopriva che la stato dei reattori restava gravissima, ben oltre Three Miles Island e sempre meno lontana da Chernobyl, ma per qualche giorno aveva semplicemente smesso di peggiorare. La situazione era dunque momentaneamente stabile, ma non stabilizzata, cioè riportata sotto controllo da parte della Tepco e delle autorità con un livello di rischio destinato a decrescere col decadimento degli agenti radioattivi e con le operazioni di bonifica.

La verità invece è che Fukushima era e resta fuori controllo.

E non è nemmeno più stabile, ma in continuo peggioramento.

Le ultime notizie riportate insieme al video di seguito dalla sempre ottima Debora Billi di Petrolio, è che anche i reattori 5 e 6 si stanno surriscaldando e che la solita tecnica ipertecnologica è quella di gettarci sopra acqua di mare (roba che uno si aspetta che in una centrale ci siano tecniche di raffreddamento fantascientifiche a base di azoto o elio liquido o chissà cos’altro). La stessa acqua di mare che ieri è stata fatta defluire nell’ambiente dopo che l’uso nei reattori 1,2,3 e 4 l’avevano resa radioattiva. La stessa acqua di mare in cui è stato trovato del Plutonio, proveniente non si sa ancora bene grazie a quale falla dal reattore 3. Il Plutonio è un elemento vagamente dannoso per la salute che decade in 24000 anni e che viene utilizzato nella costruzione delle bombe atomiche.

Parlando dei reattori 5 e 6 e della nuova emergenza, l’ingegnere del video di seguito PIANGE. Ora, io ci lavoro con gli ingegneri da almeno 11 anni e ne ho frequentati tanti: garantisco che sul lavoro non sono gente incline a lasciarsi prendere reazioni irrazionali. Io quando vedo un ingegnere che piange sul lavoro mi avvio verso le uscite di sicurezza.

La battaglia di Fukushima non è stata affatto vinta e si sta trasformando in guerra. Forse per quanto devastante e distruttivo per tempi che in scala umana possono apparire praticamente eterni, il fenomeno potrebbe limitarsi in buona parte alla prefettura locale e non raggiunge mai Tokio ne le altre nazioni vicine. Tuttavia se così non fosse con tutta probabilità non lo sapremo, o comunque non lo sapremo per tempo, poiché le dirette conseguenze di un tale evento non possono semplicemente essere tratte né tantomeno gestite.

La provincia di Tokio, il suo agglomerato urbano esteso, contano 35 milioni di persone:

se l’Europa e l’Italia faticano  a gestire 20000 migranti, l’idea stessa di evacuare 35 milioni di persone è semplicemente impensabile e la verità (e la salute umana e ambientale in questo caso) sarebbe, al solito, la prima vittima della guerra.

Per seguire Fukushima oltre i soliti gli umori dei media nostrani consiglio i seguenti link, altri potrete segnalarmeli voi nei commenti e li aggiornerò prontamente.

Livello delle radiazioni rilevato nelle principali prefetture:

Blog e media Internazionali:

  • Stati Uniti: ZeroHedge
  • Giappione: NHK in diretta e con buona qualità video
  • Blogger Giapponese:

Tra i blogger italiani di mia conoscenza che stanno seguendo con maggiore assiduità la vicenda:

Sui siti dei media tradizionali, orfani della diretta di repubblica, c’è quella molto meno aggiornata del Fatto Quotidiano:

Terrò l’elenco dei link aggiornato, aiutatemi ad arricchirlo.

Tutti al mare.


Arriveranno i golfisti con i loro completini bianchi, le mazze e i caddy. Manager, imprenditori e trader in cerca di riposo dopo un anno duramente  passato ad inseguire il business globalizzato. Passeggeranno spensierati tra i green e i bunker di sabbia, esaltandosi per un Birdie e mostrando disappunto per un PAR 4 terminato in 6 colpi.

Arriveranno i rappresentanti di import/export che sognano una zona franca, un grande Duty Free, dove scambiare e vendere merci. Arriveranno gli italiani da ogni dove a comprar le sigarette sottocosto.

Arriveranno i giocatori d’azzardo, infoiati nella febbre del nuovo Casinò. Turisti di passaggio da Roma, Firenze e la Sicilia, faranno una sosta cercando una botta d’adrenalina al Baccarà o una sobria  puntatina alla roulette. Petrolieri arabi, oligarchi russi, ricchissimi cinesi patiti del Black Jack.

Arriveranno illustri italiani che da buoni liberali non amano le tassazioni gravose: come Rossi e Capirossi, Marchionne,  torme di stilisti, perfino Pavarotti se ahinoi non fosse morto.

Arriveranno i premi Nobel per la Pace, liberi finalmente di alloggiare in un’isola degna di loro, anch’essa insignita del grande onore dall’accademia e dal Re di Svezia. Arriverà Obama, arriverà Kissinger, Shimon Peres e sarebbero venuti perfino Rabin e Arafat se, ahiloro, non fossero morti.

Arriveranno telefonini e palmari, anche 5 o 6 per persona, a cinguettar tra i nuovi boschi della riforestazione. Arriveranno le lunghe barche a vela  e gli yacht, ormeggeranno nelle calette a un passo dalle nuove casette tutte colorate. 

Soprattutto arriverà lui, il Presidente, a soggiornare nella sua nuova villa. E con lui il suo entourage, ministri, portaborse, segretari di partito e sottosegretari di Governo. Arriverà Apicella per cantare canzoni o accompagnare alla chitarra il re cantore. Arriveranno Fede, Mora  e la Minetti e tante belle ragazze per sobrie cene in allegria. Arriveranno con loro i paparazzi per raccontarne le gesta e gli amori e poi le scorte con le auto blu, a grantirne la sicurezza e la privacy.    

Arriverà Briatore per aprire una filiale del Bilionaire in modo che tutti costoro possano rifocillarsi la sera a suon di musica, ostriche e champagne.

Ora, detto tra noi, ma non era meglio tenersi i negri?
         

Rivolte e nuove guerre puniche.

Ieri si è messa  ufficialmente in moto la macchina della propaganda occidentale, me ne sono accorto quando ho sentito al TG dare la seguente notizia:

“anche Al-Quaeda prende le distanze da Gheddafi”.

Come dire “anche Hitler avrebbe disapprovato Gheddafi”. Tra l’altro non è noto sapere come sono venuti in possesso i media italiani di questa informazione, glielo lo ha detto l’ambasciatore del fu Osama Bin-Laden? Al-Quaeda ha fatto una conferenza stampa? Come mi faceva notare The Prez, Al-Quaeda torna sempre utile: la puoi riciclare quando ti serve e va bene per tutte le stagioni. La usa perfino Gheddafi che un giorno la fa coincidere con i ribelli che gli si oppongono in Cirenaica (due giorni fa), il giorno dopo minaccia di di allearsi con Al-Quaeda contro gli occidentali (l’altro ieri) e infine torna a spiegare al buon Obama, al quale ribadisce la stima, che lui sta lottando contro dei fondamentalisti quaedisti che hanno occupato le sue città.

Al-Quaeda, primo brand in copyleft geo-politico, a disposizione di chiunque cerchi un pretesto per bombardare qualcheduno.

Comunque la si pensi sulla No-Fly Zone e su gli altri eventuali interventi a sostegno dei ribelli (speriamo…), infarcire i TG di sciocchezze inverificabili e palesemente paradossali sul nuovo nemico, sarà un inquinamento che dovremo dolorosamente sopportare. A maggior ragione che tale bombardamento di veline, pilotate o autogenerate per servilismo, è del tutto inutile, in quanto gli italiani sapevano benissimo chi fosse Gheddafi. Soltanto uno lo  aveva scambiato per goliardico compagno di Puttan Tour, un eccentrico paraculo pieno di petrolio col quale spassarsela facendo  possibilmente un po’ di scena, una vera sagoma con cui scambiarsi segreti esclusivi  per una miglior tenuta di botulino e lifting.

Per l’ennesima volta, fateci caso, l’occidente sarà in guerra con qualcuno che gli spara con armi che esso stesso gli ha venduto.

L’Italia prima presta tre basi, poi ne presta sette ora, infine, parla di metterci gli aerei alla prima violazione della no-fly zone, già violata di fatto visto che risultano bombardamenti in corso. Gheddafi nel frattempo blandisce Obama, ma minaccia la Francia, l’Inghilterra e soprattutto l’Italia neanche se la fosse presa per la rottura di un’amicizia tanto speciale. Il Presidente del Consiglio non si fa sentire in quanto la situazione non è tanto drammatica quanto il golpe strisciante dei magistrati che fruttava fino a tre interessanti video-messaggi al giorno. Mentre gli esperti di marketing decidono se il sia meglio il basso profilo o la figura maschia del Presidente di Guerra per far risalire  B. nei sondaggi, il Governo manda avanti La Russa. Il ministro ha dalla sua sia il contaggioso entusiasmo di chi finalmente corona i propri sogni di bambino (una bella campagna d’Africa, nuovi Negus cui spezzar le reni,  popoli barbari da civilizzare e belle abissine adescatrici da sedurre), sia una faccia adatta a terrorizzare qualunque avversario.   

Non so se l’intervento militare sia la cosa giusta, ci si augura la caduta di Gheddafi e la vittoria dei ribelli certo, ma l’esperienza insegna l’Occidente non fa nulla in modo disinteressato e la tendenza dell’ultimo decennio ad elaborare strategie di intervento demenziali e criminali pagate dai civili, mi preoccupa. Il fatto che questa operazione sia di matrice europea non migliora la situazione, basta ricordare il disastro balcanico.

Nel frattempo il paradosso diplomatico USA emerge nella sua assurdità, con le truppe Saudite schierate in Barhein contro altri manifestanti che avrebberio diritto alla medesima libertà, oppressi da quegli stati golfo che supportano la guerra contro Gheddafi.  Intanto l’Irano, dove c’è un feroce dittatore cattivo, ritira l’ambasciatore e tuona contro la repressione dei fratelli sciiti. Ma i sauditi sono i feroci dittatori buoni.

Non come Assad, feroce dittatore cattivo, alle prese anche lui ieri con la protesta di Damasco dove è stato costretto, suo malgrado, a dover ammazzare tre contestatori. Al fianco di questi gli USA  si schiererebbero volentieri a favore, se soltanto non rischiassero di finire i carroarmatini.

Nello Yemen vanno avanti le proteste iniziate, ricordiamolo, con quelle di Tunisia ed Egitto. Soltanto ieri il Presidente Yemenita ha prima lasciato che i suoi sgherri trucidassero quarantuno manifestanti, poi li ha definiti martiri della democrazia, come se non ce l’avessero con lui, scaricando la colpa su uno dei suoi ministri.

Intanto il petrolio ricomincia a volare oltre i 103$ e il Nightmare Scenario economico, aggravato anche dalla tragedia Giapponese (195% del PIL di debito pubblico prima dello Tsunami), non è più una semplice ipotesi.

Solidarieà ai popoli in rivolta del nord Africa e del Medio Oriente , ai coraggiosi cittadini giapponesi e, soprattutto, agli eroici tecnici che si stanno ammalando per arginare il disastro di Fukushima.

Arabia follow-up.

Dando seguito al post della scorsa settimana segnalo che le proteste in Arabia si sono svolte giovedì sera ad Al-Quatif dove la polizia ha sparato sulla folla ferendo tre manifestanti:

 

Venerdì invece duecento persone circa si sarebbero raccolte per protestare a Riad sotto il Ministero dell’Interno. Un appello firmato da 100 intellettuali Sauditi chiede riforme che vadanno verso la separazione dei poteri e la creazione di una monarchia costituzionale. La famiglia reale saudita, per placaregli animi, promette invece soldi per interventi sociali.

Nel complesso le proteste sembrano essere state decisamente più contenute di quanto temuto dagli stessi Al Saud, almeno a giudicare dall’imponente apparato di sicurezza di stampo militare messo in campo. Quanto la mobilitazione di truppe abbia influito sull’adesione alle manifestazioni non siamo in grado di valutarlo.

Intanto in Barheim le proteste proseguono e il governo sta dando via libera agli eserciti stranieri degli altri stati del Golfo per posizionarsi sull’isola, con lo scopo dichiarato di aiutare l’establishment a contenere le proteste.

Intanto in Libia, Gheddafi avanza e minaccia tramite i figli anche l’Italia, dandoci dei traditori. Nella malaugurata ipotesi  dovesse vincere sarà interessante vedere come verrà gestito stavolta il processo di riabilitazione del nemico/amico/terrorista/partner/socio libico.

Perfino sui media arabi da venerdì è tuttavia più difficile seguire la situazione, in quanto l’attenzione si è inevitabilmente spostata su qualcosa di ancora più preoccupante e drammatico.


“A.A.A. Cercasi” e sterili divagazioni difficili da seguire (ovvero Arte della Crisi)


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Foto Do Ho-Su

Conosco le regole. So che nei blog fichi(*) non sta bene condividere i video di cantanti italiani, specie se popolari e specie se abbastanza Pop. Un video musicale, se proprio lo vuoi postare, meglio se sia straniero. Anche molto straniero, puoi essere esotico a piacimento. Soprattutto però deve essere underground, di genere irriconoscibile e ricercato. Se è molto underground può perfino permettersi di essere italiano. Può essere inascoltabile o non entrarci nulla con quello che hai appena scritto nel post, ma se è underground è ok. Si aprono parziali eccezioni per i brani ricercatamente vintage, ma bisogna stare attenti: il virus del mainstream può sopravvivere in stato di ibernazione per decenni.

So che funziona così, credo la cosa abbia anche un senso, e fino a qualche anno fa me ne sarei astenuto. Ma viviamo in tempi strani, io e il blog ci sentiamo sempre meno fichi, e nulla è mai quel che sembra

DIVAGAZIONE: Quest’ultima frase “in cui nulla è mai come sembra” di recente è abusatissima nei trailer dei film e soprattutto nelle presentazioni dei libri. DIVAGAZIONE DI 2°LIVELLO: Sono quei virus lessicali, malanni stagionali della Lingua, che appestano i discorsi  e gli scritti per qualche doloroso periodo. Tutti voi ricorderete con orrore  l’epidemia di “quant’altro” che colpì la penisola soltanto pochi anni fa e dalla quale la lingua italiana non s’è mai ripresa del tutto. FINE DIVAGAZIONE DI 2° LIVELLO Tornando al “in cui nulla è come sembra”, vorrei far notare ai copywriter che se me lo dici prima ti bruci l’effetto sorpresa. Inoltre, questo continuo ricorso al colpo di scena disvelatorio radicale multiplo, in cui tutto è necessariamente doppio, non può risolvere sempre ogni scelta narrativa. Il colpo di scena ormai è che non ci sia nessun colpo di scena, al punto che anche questo espediente sta cominciando ad annoiare. Il ribaltamento di senso funziona soltanto quando è significativo, altrimenti  si precipita nella sindrome di Dan Brown. Se l’arte morisse di overdose da thriller, ecco, quello sarebbe un colpo di scena. Qui giace la Musa, stroncata a colpì di suspence.  Non puoi, in breve, vendere qualcosa di complesso come il cinema o la letteratura facendo leva sempre su un unico aspetto, il quale tra l’altro è soltanto un potente strumento narrativo: non ha valore qualitativo in sé. E’ ora di cambiare frase per i promo oppure sono a corto di idee anche all’ufficio marketing? FINE DIVAGAZIONE.

Il brano non abbastanza underground è questo:

Sì lo so, in un blog ferocemente intellettuale non si posta Carmen Consoli. Lo so e me ne faccio una ragione. Però questo video mi dava la misura precisa di come un’artista ispirata possa veicolare un messaggio più esatto, efficace e puntuale, di centomila manifestanti armate di slogan contro i pericoli di una certa cultura maschile mediaticamente e politicamente dominante. Una manifestazione quella delle donne di cui, pur condividendo pienamente i contenuti generali, molte cose tra cui tempistica, bersaglio e messaggio esatto non sono riuscito inizialmente a capire bene. Bisogna stare attenti, in questi tempi (in cui nulla è  mai com…) ci vuol poco infatti a trovarsi nella condizione, di per sé assolutamente surreale, in cui uno Giuliano Ferrara smutandato ti accusa pubblicamente di essere un bigotto.

Vedendo il video invece comprendo immediatamente: perché questo è in parte il ruolo dell’artista e perché la Consoli è brava.

E bellissima anche, ma me ne accorgo perché è brava.

(*) Dalle mie parti si dice così, quella G di figo non l’abbiamo mai digerita.

Il grande vecchio, la crisi del petrolio, la Dissezione Geopolitica Globale e le nutrie di Villa Pamphili.

Ricordo con chiarezza l’epoca in cui gran parte degli italiani temevano che da un giorno all’altro i cosacchi sarebbero giunti ad abbeverare i propri cavalli a Fontana di Trevi. Ricordo anche l’epoca successiva, quella in cui Saddam Hussein era considerato il più cattivo del mondo per aver gasato il proprio stesso popolo. Oggi, ironia della dottrina Luttwack (ma più correttamente dovremmo forse dire dottrina Kissinger), il tizio che pochi mesi fa abbeverava i propri purosangue berberi nel laghetto di Villa Doria Pamphili, oggi bombarda il suo stesso popolo, paga mercenari stranieri provenienti dal Ciad per organizzarli in squadroni della morte contro gli oppositori e ci regala dichiarazioni che sopravviveranno indelebili  nell’albo storico delle farneticazioni dittatoriali, quali: “Chi non mi ama, non  merita di vivere”. Stando ai testi sacri, nemmeno le più terribili e vendicative divinità pre-cristiane proclamarono mai anatema più assoluto.

Questo è stato anche l’anno in cui Internet, forse lo strumento più anti-totalitario nella storia dell’umanità, ha dimostrato di poter influire sulla politica, sulla diplomazia e perfino sugli equilibri geopolitici. Non è un caso se Mubarak come prima misura durante gli scontri si fosse preoccupato di bloccare l’accesso al web e di spegnere la rete GSM, e che Gheddafi stia facendo (con alterni risultati) praticamente lo stesso. Le immagini della rivolta mai come oggi viaggiano sul Web, ed è lì che tira parte del vento che sta spazzando i paesi arabi uno ad uno. Grazie a i link periodicamente forniti da JoeCHIP si riesce in parte perfino a seguire lo sviluppo dei preparativi alla cyber-guerra, il reclutamento di eserciti e lo sviluppo delle prime armi. Per non menzionare, naturalmente, Wikileaks.

Gli USA

La nuova triangolazione diplomatica tra USA, Israele ed Egitto, resta ancora piuttosto oscura, ed in generale la sensazione è che nessuno si aspettasse un tale esito in tempi così rapidi e nessuno, di conseguenza, abbia un piano bello pronto per gestire questa eventualità. Mi limito a registrare un articolo del Ilsole24ore, in cui si individua il grande vecchio delle rivoluzioni colorate di pochi anni fa  e l’attuale vento rivoluzionario che batte il deserto, in un vero vecchio di 83 anni, tale Gene Sharp. Pare che gli scritti di questo signore di Boston (Prion forse può andarci a prendere il thè alla University of Massachusset dove è professore emerito), soltanto in piccola  irreperibile parte  tradotti in italiano, siano stati opportunamente veicolati (accompagnati da lauti finanziamenti) a tutte le opposizioni ai regimi dittatoriali dalla Serbia (2000) in poi. In particolare il suo From Dictatorship to Democracy, un manuale pratico per la rivoluzione democratica non violenta, sembra essere alla base di tutte le rivoluzioni (arancioni, verdi, delle rose e ora color sabbia), con il fiancheggiamento di strutture finanziate e addestrate e perfino il coinvolgimento del cash-Flow di George Soros. Non so quanto questo corrisponda al vero e quanto anche i media ufficiali si stiano facendo prendere la mano se non dalla teoria del complotto, per lo meno da quella della regia unica, ma se così fosse il professor Gene Sharp meriterebbe di certo il titolo di pensatore più influente degli ultimi cinquant’anni, con buona pace di Leo Strauss, Brzezinski, Chomsky o chi volete voi. Se questo è vero, ed è vero fin dal 2000, gli Stati Uniti hanno dunque lavorato su un doppio binario in cui lo scontro di civiltà era affiancato da una strategia più sottile, lenta, incruenta e alla lunga efficace. Talmente lenta ed efficace che, veicolata dalla rete, potrebbe perfino essere scappata (positivamente) di mano, sbaragliando dittatori amici o comunque cconsiderati comodi per ragioni di business e di stabilità.

In generale, reale o esagerato il ruolo che si vuole riferire a Sharp,  a me non sembra comunque che le rivolte arabe di oggi abbiano molto a che fare con quelle che fino a ieri infiammavano l’Europa dell’Est e l’Iran. Almeno sui fatti recenti, non credo alla regia USA, né proveniente dagli ambienti politico-militari né da quelli economico-finanziari.

Il medio oriente e il petrolio

Resto convinto che il tappo sia saltato definitivamente in Egitto, se può succedere sulle sponde del Nilo può succedere ovunque, e che le conseguenze e la portata storica di quanto sta succedendo sia paragonabile soltanto ai moti rivoluzionari europei del 1848, più ancora che al 1989 che ha invece caratteristiche per molti versi irripetibili, sperando che non facciano la stessa fine. Parliamo di una estensione geografica che va dall’Atlantico al Golfo Persico, più di mezzo miliardo  di persone potenzialmente interessate (volendo escludere paesi islamici ma non arabi come l’Indonesia e il Pakistan), decine di paesi che con  intensità diverse fronteggiano il dissenso. Dal blog di Stefano Bassi, ilGrandeBluff , prendiamo invece il seguente filmato e l’analisi presentata su quello che potrebbe aspettarci da qui a poco tempo. Le immagini, agghiaccianti, provengono dal Bahrain:

Secondo gli analisti, scrive e traduce per noi Bassi, il Bahrain, isola-Stato di appena 1.2 milioni di persone, rischia di essere la miccia per il Nightmare Scenario. Secondo questa ipotesi le proteste prevalentemente sciite nel piccolo Stato orfano del GP di Formula uno e, cosa ben più grave, di alcuni manifestanti già massacrati in mezzo alla strada, potrebbe risvegliare le minoranze sciite dell’Arabia Saudita, situate in alcune delle zone più ricche di petrolio, del paese in assoluto più ricco al mondo di oro nero: percentuali a due zeri della produzione mondiale. Se il 2% di produzione Libica è già stato rimpiazzato (almeno stando alle dichiarzioni) proprio dai Sauditi e ciò nonostante il greggio viaggia spedito oltre i cento dollari, un ammanco significativo nella produzione della penisola arabica (di cui fa parte anche lo Yemen già interessato dalle rivolte), non potrebbe essere rimpiazzato da nessuno. Lo scenario prevede, sempre stando agli analisti, l’oro nero a 200 dollari e l’incubo di una ripresa occidentale schiantata di colpo, una nuova recessione e la rpossibile esa dei conti finale nei nuovi assetti mondiali.

L’Europa.

Sempre per tentare di capirne qualcosa, consiglio di leggere i siti che traducono mensilmente il rapporto GEAB, del centro studi geo-politico indipendente Europe2020. Dopo aver previsto la crisi finanziaria, il suo perdurare ben oltre il 2010, la pressione sul debito sovrano e la nuova recessione britannica (-0,5 del PIL nel Q4 2010),  parlano ormai da quasi due anni di Dissezione Geopolitica Globale, un modo che suona tecnico e competente per descrivere ciò che sta accadendo. L’Europa dicevamo, che ha un piede nella Germania della crescita al 3,5% e della piena occupazione e uno nel potenziale default dei PIIGS. A questo proposito la scorsa settimana 16 miliardi di prestiti straordinari, ad interessi doppi rispetto al solito, sono stati chiesti alla BCE da banche europee tenute anonime: non succedeva dal 2009. Dopo alcune panzane sul Fat Finger (errore umano di digitazione) questa settimana  si è scoperto che a richiede i prestiti per non fallire erano state alcune banche irlandesi già nazionalizzate, mentre ora l’Irlanda chiede all’Europa di ristrutturare il debito (non pagarlo cioè interamente), pena un nuovo rischio di fallimento per lo Stato. Europa che, per quei pochi marziani che non l’avessero capito, è un cadavere politico cui nessun dottor Frankestein sembra in grado di dare una scossa.

Mentre dal televisore alle mie spalle il Presidente del consigkio tuona contro il comunismo (è anziano poveretto, vive nel passato), naturalmente il blog ne approfitta per solidarizzare anche con i coraggiosi resistenti Libici. A me intorno al laghetto di Villa Doria Pamphili, piace vedere accampate soltanto le nutrie.

Rivoluzioni d’Egitto.

A vedere cio’ che accade in Tunisia, parzialmente in Albania e soprattutto in Egitto, viene quasi da pensare che la voglia di libertà sia contagiosa. L’idea è rafforzata dal fatto che dopo le manifestazioni di giovedì nello Yemen sia stata convocata una “giornata della collera” contro l’attuale governo e che re Abd-Allah II di Giordania, con un atto previdente se non furbo, abbia  dato mandato al Primo Ministro di attuare immediatamente riforme liberali per il suo popolo. Viene anche da pensare che, per dirla con Fini (il giornalista non il politico), i popoli debbano filarsi da soli la propria storia e, forse, possono ottenere più con le proprie forze e la sana pratica della lotta popolare di emancipazione, che tramite i generosi bombardamenti del grande piano occidentale di  “democracy export”.

L’idea dei popoli che si sollevano per abbattere i tiranni è affascinante e senza tempo, ma volendo fornire un’ipotesi più realistica è senz’altro probabile che le ragioni del progresso sociale si stiano in realtà intrecciando con quelle della crisi, del pane e della pancia. La miscela è esplosiva e costituisce uno dei maggiori motori della storia e, personalmente, resto convinto che le rivoluzioni siano mosse praticamente sempre dalla necessità quasi mai da ideali, usati al più per offrire agli insorti una prospettiva politica, un fattore di mobilitazione e una nuova classe dirigente bella e pronta. Il cambiamento in corso, se non interverrà una prematura e brutale restaurazione, è di portata storica e potrebbe estendersi per i deserti orientali più velocemente di quanto pensiamo, basta ricordare le tensioni politiche interne all’Iran dello scorso anno.

Inoltre, la potenza mediatica delle immagini provenienti dal bacino del mediterraneo sta squarciando i drappi di quella che potremmo definire la dottrina Luttwak: “Ci sono dittatori che ostacolano il business e dittatori che non lo ostacolano, noi ci occupiamo dei primi e lasciamo perdere i secondi”. Si scopre così che Mubarak non è uno stinco di santo ma un autocrate e un despota, e Ben-Alì non soltanto è un dittatore, ma ce lo abbiamo anche messo noi italiani (il prezzo della stabilità…). Di questo passo perfino i Teocons di casa nostra notoriamente duri di comprendonio, già  orfani di Bush  e probabilemnte delusi dalla breve fiammata del Tea-Party, potrebbero accorgersi che la libia di Gheddafi è l’unico paese sovrano che abbia aperto il fuoco verso il territorio italiano dal 1945 e di come nell’Arabia Saudita degli amici Al-Saud la condizione della donna sia in realtà peggiore che in Afghanistan.

Ci sono tuttavia alcuni pericoli che vanno valutati e si inseriscono nel triangolo di relazioni tra USA, Israele e il mondo arabo. Dal Foglio  di Ferrara, giornale marcatamente filo atlantico e simpatizzante della causa israelana come il suo direttore, ci fanno sapere che il rischio in Egitto è che vadano al potere i Fratelli Mussulmani in un tardivo remake in salsa sunnita della rivoluzione islamica khomeinista. Tuttavia, se il leader dell’opposizione sarà davvero El-Baradei che,  malgrado il premio sia inflazionato da almeno trent’anni è pur sempre un Nobel per la pace ed un politico laico, il pericolo francamente non sembra all’orizzonte.

Però l’Egitto resta cruciale nella triangolazione di interessi.

Egitto significa una nazione di 80 milioni di persone a due passi dall’Europa terrorizzata dalle ondate migratorie, significa il miglior alleato tra i confinanti di Israele con la metà dei quali è formalmente in guerra o comunque non ha contatti diplomatici (quando ci sono stato è la prima cosa che ha spiegato la guida uscendo dal perimetro di Tel Aviv, almeno per quelli di noi che non lo sapevano). Egitto significa Gaza e la volontà o meno di finanziarne e armarne la resistenza, significa Canale di Suez, container e petroliere che vi transitano. Egitto significa un contagio ancora più esteso, perché un conto è dire che il grande cambiamento è possibile in una nazione di 8 milioni di abitanti come la Tunisia, un altro conto  è cio’ che sta succedendo al Cairo. Per i parametri del mondo arabo, se è possibile in Egitto è possibile ovunque, anche dove si produce più petrolio il cui prezzo sta schizzando di nuovo verso i 100 dollari.

Se la posizione pro-Mubarak è da darsi per scontata , dalla quale provengono probabilmente i malumori del Foglio, da parte di un Israelenon certo propenso a scambiare un alleato stabile e tutto sommato  accomodante in cambio di un terno al Lotto,  quella degli Stati Uniti mi lascia al momento abbastanza perplesso. I normali rapporti nella triangolazione vorrebbero gli USA allineati con gli alleati israeliani, preoccupati di non destabilizzare un’area in cui hanno qualche centinaia di migliaia di soldati variamente dislocati e di non perdere, in nome della real-politik, un buon alleato come il presidente egiziano. Eppure, sorprendentemente, non soltanto Obama sta effettuando una forte pressione mediatica a favore dei manifestanti e del cambiamento, ma addirittura Wikileaks racconta come gli USA finanziassero e supportassero da tempo gli oppositori del Raiss.

Delle due l’una: o con Obama (guerre ereditate a parte) davvero la politica estera degli USA sta cambiando a cominciare dai rapporti delicati con Israele o, il che è piuttosto probabile, c’è ancora qualcosa di importante che mi sfugge.

Nel frattempo mentre il vecchissimo (quella mummia Gheddafi potrebbe  quasi essergli figlio) volpone Mubarak, schiera in campo i propri sostenitori che subito vengono allo scontro con gli altri manifestanti, dividi et impera, questo blog ne approfitta per solidarizzare con la protesta degli egiziani. Non soltanto perchè sono convinto che un regime democratico sia comunque meglio del dittatorello di turno, ma piuttosto perché democrazia e libertà, come tutte le cose importanti, se conquistate con le proprie forze, valgono e doppio.

Immagini. Elogio di un finanziere e sfogo di un manifestante.

E’ difficile mettere in ordine  pensieri in un momento in cui la situazione politica, economica e sociale, rischiano di deflagrare da un momento all’altro. Sono pessimista e credo che dopo anni di stallo alcuni nodi stiano  velocemente venendo al pettine: non sarà di certo una rivoluzione ma, temo, non potrà essere neppure un pranzo di gala. Riguardo alla rivolta studentesca, a come questa si inserisca all’interno della più vasta crisi sociale, ai miei timori sul fatto che difficilmente le cose possano migliorare (per ragioni prevalentemente economiche) in tempi che si possano definire brevi, cercherò di fare un’analisi più avanti. In questo post e forse nel prossimo vorrei raccontarvi di alcune immagini che mi hanno colpito il 14 Dicembre 2010, giorno della fiducia a B. e della guerriglia di piazza del Popolo.

La prima immagine.

Nroma-finanziere-pistolael 2001 non rimandando neppure a processo Placanica lo Stato stabilì, de facto, che un agente delle forze dell’ordine durante una manifestazione, se coinvolto in  una situazione di pericolo grave e imminente  può estrarre una pistola e sparare, fino alle estreme conseguenze, senza subire sanzioni. Possiamo discutere se questo sia giusto o meno, valutare la reale entità del pericolo imminente caso per caso, ma ciò che avvenne a Genova è un chiaro precedente ben scolpito nell’immaginario del paese. Adesso guardate la foto di fianco,l’agente della Guardia di Finanza aveva perso il casco, le manette ed il manganello tutti ormai in mano ai manifestanti e stava subendo una chiara aggressione a mio avviso ben più concreta di quella che un estintore, a cinque o sei metri di distanza dall’esterno di un Defender, potessero rappresentare in quell’estate del 2001. Il finanziere poteva sparare sicuro di raccogliere la solidarietà dei colleghi, del governo, del ministero, vedendosi riconosciuta la legittima difesa in sede giuridica, gli applausi da buona parte dell’opinione pubblica ostile ai manifestanti violenti e, come avvenne allora, con tutta probabilità perfino una colletta milionaria da parte di qualche giornale di destra. Poteva sparare storpiando nel migliore dei casi o addirittura stroncando  per sempre, una giovane vita.

Il finanziere ha difeso la pistola, rinunciando ad usarla.

Il finanziere ha mantenuto la freddezza, la professionalità e, voglio pensare, l’umanità, in una situazione di  pericolo reale, confusione e animi surriscaldati.

Senza la sua professionalità oggi saremmo tutti in un paese peggiore, con un possibile morto in piazza ed un clima, se possibile, ancora più violento, radicalizzato e senza sbocchi.

Io voglio ringraziare quel finanziere anonimo, sperando che venga premiato, perché ha reso un servigio a tutti noi. Lo ha reso  a quei suoi colleghi che non hanno perso occasione per infierire su manifestanti già immobilizzati, calpestandoli o manganellandoli a terra. Lo ha reso a quel ragazzo cui non ha sparato e al movimento stesso che, nell’istante dopo il colpo di pistola, avrebbe potuto scoprire d’esser già diventato qualcos’altro.

Lo voglio ringraziare proprio perché non ringraziai Placanica, non riuscii a solidarizzare con lui e ritenni quella “legittima difesa” discutibile, sproporzionata o comunque degna di essere valutata senza frettolose archiviazioni.

Io nella foto vedo un anonimo eroe, un servitore dello Stato, un agente che merita per il proprio coraggio e sangue freddo d’essere portato come esempio.

La seconda immagine.

La seconda immagine proveniva in presa diretta dall’operatore del Corriere TV, subito dopo gli scontri di mercoledì. In una Piazza del Popolo ormai semideserta ma con i roghi ancora fumanti, con le camionette sullo sfondo e i Vigili del Fuoco ancora intenti a valutare i danni, l’operatore intervista due ragazzi. La prima è una ragazza con in testa un grosso ematoma dovuto ad una manganellata, lei che non era lì per la manifestazione ed è finita di mezzo agli scontri per sbaglio, preoccupata se tornare andare in ospedale o tornare a casa, fuori Roma, da dove era venuta presumibilmente per lo shopping natalizio. Il secondo era un ragazzo, un manifestante che tentava di spiegare al giornalista del corriere come si erano svolti i fatti. Ad un certo punto una signora sui cinquanta, ben vestita, scesa per portare a spasso il cane appena finiti gli scontri, prende la parola a proposito delle violenze rivolgendosi al ragazzo:

<<Questo ragazzi non è il modo giusto per farsi ascoltare, questi comportamventi vi si rivolgono contro>>

Il tono era amabile e un po’ paternalistico, intriso di quel politically correct e di quella solidarietà superiore e distaccata che non entra mai nel merito delle cose, marchio di fabbrica del PD. Mi aspettavo una risposta del ragazzo secondo copione: un accorato appello a comprendere l’esasperazione degli studenti, qualche concessione sull’inutilità e la pericolosità di quel genere di guerriglia, perfino una completa abiura di quanto accaduto. Nulla di tutto questo, il ragazzo l’ha guardata e le ha puntato contro il dito indice, accusandola personalmente:

<< Io non ho soldi di famiglia e se tagliano le borse di studio devo lasciare l’università, in ogni caso poi non avrò lavoro e quindi non ho nulla da perdere. Protestiamo da tre anni e non ci ascolta nessuno. E poi, la sa una cosa signò, E’ COLPA VOSTRA>>

Non voi del governo, non voi politici, non voi di destra,  la signora con tutta evidenza non era nessuna di queste cose. Non voi borghesi,  non siamo nel ’77. Voi delle generazioni precedenti. Voi padri e voi madri.

Voi che avete i diritti e qualche volta i privilegi,  voi che avete lasciato che a noi non rimanesse nulla. Articolo 18, pensioni decenti, una casa o la possibilità di acquistarla, fluidità sociale, stabilità e sicurezza. La signora  non era delegittimata politicamente a dare giudizi, ma anagraficamente. Per questo nessun partito di sinistra potrà mettere il cappello su queste manifestazioni. Per questo difficilmente  sarà la caduta di Berlusconi a frenare il malcontento. Almeno per loro, come scrissi due anni fa, la questione è soprattutto generazionale e chi ha più di 50 anni è ora che ne prenda definitivamente atto, politico o no,  se vuole sperare di essere minimamente ascoltato da questi ragazzi.

Grazie Eric, ultimo rivoluzionario.


Quando ero ragazzino mi piaceva da morire Eric Cantona, il suo modo di giocare, il suo genio atipico, il suo stile. Mi piaceva quel suo colletto alzato della vecchie bellissime maglie della Umbro, cento volte meglio all’epoca di qualunque maglia producessero le ben più pubblicizzate Nike ed Adidas. Giocando (male) a pallone ai giardinetti con gli altri ragazzini tiravo su il colletto anch’io, prendevo la stessa postura impettita di Eric, entravo nel personaggio. Giocava nella squadra giusta Eric un Manchester United già forte con gente al fianco come il gallese Ryan Giggs e il gladiatore nero Paul Ince che una volta dopo uno scontro di gioco venne ripreso dall’arbitro perché era rientrato in campo con la maglia imbrattata di sangue, orgoglioso. Cantona era un personaggio unico, in una fase di passaggio tra il calcio lento e tecnico anni ottanta e il calcio muscolare e tattico degli anni novanta. Uno dei primi giocatori a mettere insieme piedi da fantasista e fisico imponente, prima di Zizou, prima di Ibra, prima di Ronaldo eppure legato al calcio che fu, con tutti i limiti e le intemperanze  nella tradizione dei grandi folli degli anni ’70. Per chi non segue il calcio è difficile spiegare quanto uno come Cantona  possa essere una salvezza per questo sport. Le interviste a giocatori, allenatori e presidenti sono quanto di più banale, scontato e pilotato esista in natura, una vera tortura. Si può prendere un giocatore qualsiasi fargli una domanda, poi togliere l’audio e ridoppiarlo azzeccando esattamente le parole che ha detto.Sempre uguali in un rito inceppato che assorbe gran parte della vita degli appassionati e del palinsesto televisivo. La noia ti stritola a tal punto che capisci subito che devi liberarti del calcio se non vuoi diventare come loro o, per lo meno, ignorare le chiacchiere e limitarti a gustare il momento della partita escudendo il resto. Eric invece diceva cose del genere:
“Io non sono un uomo,io sono Cantona”

“Credo che Raymond Domenech sia il peggior allenatore del calcio francese da Luigi XVI”

“Ho un modo infallibile per calciare i rigori: li metto dentro.”

“Mi ha sconvolto vedere Henry confortare un avversario a fine gara, quando lo aveva appena fregato! Fossi stato un giocatore irlandese, non sarei rimasto lì nemmeno tre secondi: lo avrei menato.”

La parte del pazzo e del duro lo portò ad essere, lui francese, osannato dai tifosi inglesi, cosa all’epoca niente affatto scontata nemmeno per un campione, mentre veniva ignorato dalla nazionale e dal pubblico di Francia. Al punto che i tifosi dei Red Devils lo elessero giocatore del secolo dello United.  No, non era stato assolutamente il più forte, né il migliore, né quello che aveva vinto più trofei  o segnato più gol:  era stato il più grande in una dimesione che va oltre il talento, del quale era comunque grandemente dotato. Quel ruolo da cattivo di cui s’innamorò e seppe interpretare così bene gli costò anche caro come quando indossando l’originale seconda maglia numero 7, nera e bellissima, diede un calcio volante ad un tifoso degno di Chuck Norris (anzi, detto per inciso, Eric gli fa il culo a quel fesso di Chuck).

Cantona rappresentava la liberazione dalla schiavitù del politicamente corretto pallonaro: potevi amarlo senza necessariamente condividerlo e senza necessariamente domandarti se fosse un esempio per i giovani calciatori. Eric in ogni gesto sembrava affermare di voler far parte di un mondo più grande dell’acquario calcistico per pesci da doppiaggio. Come Best, come Maradona, quasi come Vendrame (che nessuno conosce ma li batte tutti) e dopo di loro poco altro,  i giocatori ribelli di oggi sembrano ragazzini viziati apparentemente vittima di se stessi e di una fama prematura.

Oggi Eric Cantona fa l’attore e questo è il giorno in cui mette la sua faccia per la rivolta contro le banche.Una petizione per convincere la gente a togliere i propri risparmi dagli istituti di credito francesi facendo crollare il sistema.

Raccoglie migliaia di adesioni il vecchio Eric, che non basteranno.

Una rivoluzione rischiosissima e destinata a fallire, persino controproducente per i rivoluzionari visto che paradossalmente a causa della riserva frazionaria le banche i nostri soldi NON CE LI HANNO, quindi se tutti andassimo a ritirare i primi prenderebbero il dovuto, poi la banca fallirebbe e gli altri resterebbero a bocca asciutta: perché quei soldi non esistono più dal momento in cui li avete depositati.

Eppure vivaddio questa sarebbe l’unica vera Rivoluzione, forse non desiderabile, ma di certo un colpo mortale al cuore del sistema. Pensateci, ritirare i propri soldi da una banca non è illegale, non è immorale, non è violento ed è perfino un vostro diritto.
Forse è da irresponsabili, ma a noi Cantona piaceva così.

Grazie Eric, talento anarchico, per questa ennesima suggestione.     

La protesta.


Questa mattina facendo colazione ho sentito un gran baccano sotto casa, mi sono affacciato in balcone e ho visto uno dei tanti cortei di studenti che stanno bloccando Roma passare sotto le mie finestre.In molti stanno scrivendo che le proteste studentesche sono inutili, non otterranno niente e avvengono uguali a se stesse da vent’anni, velleitarie, minoritarie, politiche, addirittura eterodirette.

Il fatto è che è vero, ogni generazione di studenti protesta finendo ogni volta per somigliare per qualche settimana alla precedente, negli slogan, nelle facce, perfino nei percorsi cittadini. Chi fa notare questa verità in genere lo fa per screditare la protesta, e difendere una riforma a sua volta velleitaria, inutile, politica ed eterodiretta.

I peggiori sono quelli che criticano per il miserando revanschismo di quelli che “io quando studiavo, non avevo tempo per protestare”. Che strano, penso tutte le volte, tutti studenti modello questi che non protestavano, che erano maggioranza naturalemnte contro la solita minoranza rumorosa dei protestatari.
Che strano, mi dico, dove stanno adesso tutti questi zelanti, produttivi e lodevoli studenti, se tanto mi da tanto saranno l’attuale classe dirigente, mica cazzi. Ah no, perché loro sono i migliori ma non c’è meritocrazia e questa riforma, come le precedenti, porterà finalmente il merito nella scuola e nell’università. Come sempre, come le altre riforme uguali a se stesse contro le quali non bisognava protestare.

Che strano in fine penso tutte le volte, se questi non avevano tempo per passare due ore ad un corteo non avevavno tempo proprio per nulla allora. Incatenati alla sedia della biblioteca in uno studio matto e disperatissimo, senza uscire la sera, andare al cinema, senza giocare a pallone, senza fare l’amore e senza andare mai al mare. Però questo non lo raccontano mai, anzi la loro gioventù la ricordano sì diligente, ma vitale, briosa e spensierata.  “Noi sì che ci sapevamo divertire” ripetono ogni volta come tanti dischi rotti. Strano no?

Hanno ragione, le proteste sono uguali a se stesse e si somigliano anche i protestatari, è vero.

Io penso che la protesta scolastica e universitaria a livello umano, non politico, sia una forma rituale in particolare un rito di iniziazione. Gli studenti, come dicono i loro detrattori, “sprecano tempo” perché “hanno tempo” impiegandolo a farsi le unghie come cittadini che lottano per un’esigenza collettiva. Alcuni di loro prenderanno il vizio della protesta o, peggio, della politica. La maggior parte non protesterà mai più e scenderà in strada soltanto a orari fissi, per andare a lavorare.

Passando sotto casa cantavano “noi la crisi non la paghiamo” e, velleitario o no, è difficle non essere d’accordo. Non è un ragazzo di vent’anni, non sono i giovani che devono pagare una crisi che non hanno provocato, ma le generazioni precedenti che gli hanno lasciato un paese  indebitato e coi servizi ridotti all’osso. Torto per torto, velleitarismo per velleitarismo, meglio stare con chi, destinato a perdere quanto volete, è troppo giovane per avere responsabilità e così m’è venuto naturale applaudire. Se ne sono accorti, si sono girati verso il mio balcone e mi hanno rivolto un boato di approvazione, parevo Mussolini. Mi sono rintanato in casa,  per l’osceno paragone e soprattutto per pudore. Dall’interno delle comode mura domestiche ho sentiro lo slogan cantato verso di me e verso tutti quelli che magari simpatizzano ma restano in casa: “vieni giù, vieni giù, manifesta pure tu!”.

No grazie, ho detto tra me, devo andare a lavorare.
Ho orari fissi, ormai.