L’ascesa di Mohammad bin Salman (mbs)

Discendenza della casa Saud.

Il primo regnante e fondatore della monarchia assoluta saudita, il cui regno iniziò nel 1932, fu Abdullaziz ibn Saud. Abdullaziz ebbe oltre venti mogli e quarantacinque figli maschi. Dalla sua morte nel 1953 la dinastia ereditaria ha visto svilupparsi la successione al trono per linee orizzontali, ben sei dei suoi figli hanno già regnato e alla morte o deposizione di ognuno il potere è sempre passato a uno dei fratelli. Essendo la famiglia saudita composta da migliaia di individui, molti dei quali estremamente ricchi, influenti e attivi nella vita politica del paese, esigenze di coesione interna del clan hanno impedito che venisse a consolidarsi una successione di tipo verticale, che portasse cioè al trono uno dei figli maschi del sovrano in carica di seconda generazione. Questo aveva consentito finora che ogni ramo della famiglia attendesse l’ascesa al trono di uno dei propri esponenti.

Alla morte del sesto re saudita ‘Abd Allah il 23 gennaio del 2015 secondo questa consuetudine è salito al potere suo fratello Re Salman e l’altro  fratello Muqrin (di madre yemenita) è stato designato come principe ereditario. La nomina di Muqrin confermava la consuetudine ma nel giro di pochi mesi il fratello di Salman è  sollevato dalla successione  e dal ruolo di Vice Primo Ministro, decadendo nell’aprile del 2015.  Il ruolo di principe ereditario passa nello stesso mese a Mohammed Bin Nayef, figlio di uno dei figli di re Abdullaziz morto prima di poter ascendere al trono, preparandosi dunque a inaugurare la terza generazione di regnanti, nipoti del fondatore, di nuovo su una linea di successione orizzontale rispetto al ramo regnante di re Salman.

Il 21 Giugno del 2017 Nayef, in quel momento anche Ministro dell’interno, perde però a sua volta la candidatura al trono in favore di  Mohammad Bin Salman, figlio di re Salman, una successione verticale che rompe la consuetudine, sposta l’equilibrio di potere in seno a casa Saud e ufficializza la finalità della rapida e spregiudicata ascesa del giovane principe ereditario che ricopriva e ricopre la carica di Ministro della Difesa.

Il principe “guerriero”.

Mohammad Bin Salman, MBS per la stampa occidentale, 32 anni, viene nominato Ministro della Difesa il giorno dell’ascesa al trono del padre (gennaio 2015), mbs è anche genero di  Mashhur, altro fratello di Re Salman, di cui ha sposato la figlia Sara.  Al momento della nomina a Ministro di Salman nello Yemen la capitale Sanaa è da pochi mesi in mano ai sostenitori dell’ex Presidente Saleh, unificatore del paese deposto tre anni prima in seguito alla rivolta yemenita del 2011-2012 e fino al 4 dicembre 2017, data della sua morte, recente alleato delle milizie Houti a prevalenza sciita spalleggiate dal grande rivale geopolitico dei sauditi nel golfo, l’Iran.  Il ritorno di Saleh aveva deposto il maresciallo Hadi, sostenuto a sua volta dai sauditi  e salito al potere nel 2012 succedendo allo stesso Saleh. Hadi dopo una breve prigionia nell’aprile del 2015 ripara ad Aden, la seconda città del paese e viene riconosciuto presidente dalle maggiori potenze sunnite del Golfo, dagli Usa e dalla UE.

Nel marzo 2015 il nuovo Ministro della Difesa Salman, a due mesi dalla propria nomina, guidava già la vasta coalizione che si apprestava ad attaccare lo Yemen, composta in realtà prevalentemente dalle forze dell’esercito Saudita, con un notevole contributo degli Emirati Arabi Uniti e la partecipazione minore dell’aviazione di Qatar, Kuwait, Bahrain, Egitto, Giordania, Marocco  e perfino del Sudan. Sul piano militare la campagna sembrava destinata al successo, l’Arabia Saudita era dotata dei più moderni armamenti occidentali, le forze armate tutt’ora in corso di potenziamento vantavano già tra il 2013 e il 2015 il primo budget militare al mondo  in percentuale sul PIL (superiore al 10%), circa raddoppiato dal 2006. In valore assoluto la spesa militare saudita aveva superato di gran lunga quella di ogni paese europeo, incluse Francia e UK, restando inferiore soltanto ai grandi budget di USA, Cina e Russia, pur sempre paesi rispettivamente 10, 50 e 5 volte più popolosi dell’Arabia e che ricoprono già un ruolo almeno di potenza regionale, quando non di super-potenza mondiale.

Secondo alcuni analisti è stata la scarsa esperienza di combattimento dei sauditi rispetto agli avversari yemeniti, a rendere la campagna aerea (ma non soltanto) ben più ardua del previsto e tuttora non decisiva ai fini della risoluzione del conflitto in favore delle forze di Hadi. Ampiamente oscurata e minimizzata, quando non deliberatamente ignorata, dai media occidentali (i cui governi incassano i proventi della campagna di armamento oggi gestita da MBS) la guerra e l’embargo contro lo Yemen dopo oltre due anni  e mezzo hanno ridotto il paese allo stremo lasciando sul campo oltre 10000 vittime, 40000 feriti, 3 milioni di sfollati e la più grande epidemia  di colera al mondo con circa 800mila infettati di cui 2000 deceduti soltanto nei primi mesi del 2017. E’ tuttora difficile stimare il numero delle vittime dirette e indirette del conflitto, basti pensare che secondo le Nazioni Unite 18 milioni di yemeniti (2/3 del paese) sono considerati a rischio e hanno oggi bisogno urgente di aiuti medici e alimentari.

Ad oggi, fine dicembre 2017, l’aggressione dei sauditi e dei loro alleati alla popolazione dello Yemen si sta rivelando un disastro umanitario e un fallimento militare e il conflitto sembra lontano dal vedere la propria fine. Tutto questo, naturalmente, mentre qui da noi il ministro Alfano si preoccupa per alcuni missili di scarsa efficacia lanciati dallo Yemen contro Riyadh  e il PM Gentiloni appena a Novembre lodava la funzione stabilizzatrice dei sauditi nell’area.

Il principe “statista”: Qatar, Libano.

La tragedia yemenita non è l’unica azione “stabilizzatrice” intrapresa dall’Arabia nell’area mentre il ruolo politico del figlio di Re Salman cresceva fino a mettere in dubbio che fosse ancora il sovrano in carica a prendere le decisioni più rilevanti.  Già da prima del 2015 i capitali sauditi avevano finanziato buona parte delle forze jihadiste impegnate nel tentativo di rovesciare Assad, la cui permanenza a Damasco  dovuta all’intervento russo, al supporto degli iraniani, di  Hezbollah e naturalmente alle vittorie sul campo delle SAA, segna sostanzialmente un altro fallimento dei piani di Riyadh sull’assetto mediorientale.

Eppure è dal giugno di quest’anno, quando viene nominato erede al trono, che Salman intraprende alcune delle azioni “diplomatiche” a dir poco brutali addirittura verso governi alleati o non ostili. All’inizio di giugno sei paesi arabo-sunniti, guidati dai sauditi e dall’Egitto, hanno messo sotto embargo e ritirato le ambasciate dalla penisola qatariota. Al Qatar viene in seguito sottoposto un bizzarro ultimatum in cui si chiede all’Emiro  di ottemperare a una serie di richieste che spaziano dalla chiusura della nota emittente qatariota Al-Jazeera alla fine del sostegno ai terroristi, dal pagamento di un generico risarcimento fino alla rottura completa delle relazioni commerciali e diplomatiche con Teheran. E’ in realtà quest’ultima richiesta, come conferma un’intervista al principe qatariota Al-Thani, quella che ha generato l’aggressione. Il Qatar, pur essendo storicamente legato alla politica estera saudita e filo atlantica, si trova in una posizione del tutto particolare nei riguardi  della potenza iraniana essendo di fatto un piccolo stato dirimpettaio, che con Teheran condivide uno dei più importanti giacimenti del Golfo Persico, le compagnie petrolifere dei rispettivi paesi si abbeverano di petrolio con due cannucce dallo stesso bicchiere.  E’ chiaro che dal punto di vista qatariota una politica di contenimento verso l’Iran può aver senso, ma lo scontro diplomatico aperto o peggio un confronto militare tra i sauditi e l’Iran  metterebbe a rischio la ricca economia basata sul petrolio.

Anche in questo caso Salman ha ottenuto il risultato contrario a quello auspicato. Alla fine di Agosto il Qatar aveva ristabilito pieni rapporti diplomatici  con l’Iran, dopo che l’ambasciatore era già stato ritirato nel 2016 in seguito a degli attacchi contro l’ambasciata saudita a Teheran, e l’Iran in questi sei mesi di embargo ha sostenuto attivamente i rifornimenti verso il Qatar stringendo ulteriormente i rapporti tra i due paesi.   I sauditi non hanno neppure potuto tirare per la giacchetta gli USA in questo caso, visto che a Doha c’è pur sempre una delle più grandi basi americane di tutto il Medio Oriente. All’inizio di questo mese, mentre in occidente con l’eccezione della stampa inglese la questione è caduta anch’essa miracolosamente nel dimenticatoio, Salman interpellato al riguardo definiva il Qatar “questione di poco conto”.

Se la questione qatariota appare decisamente sconcertante, la vicenda che vede Salman protagonista del rapimento del premier libanese Hariri ha quasi dell’incredibile. Ad inizio di novembre il Primo Ministro libanese Saad Hariri si reca inaspettatamente in Arabia Saudita a colloquio con Salman, porta con sé due guardie del corpo ma non l’entourage che lo accompagna di solito durante le  visite ufficiali. Hariri è un leader sunnita e filo-saudita, eletto alle ultime elezioni a capo di una coalizione opposta a quella di Hezbollah, tuttavia alla formazione del governo corrente, avvenuta alla fine del 2016, gli assetti politici avevano richiesto l’ingresso di Hezbollah in un esecutivo di larghe intese.  Il 4 novembre 2017 Hariri ricompare alla TV nazionale saudita Al-Arabya dove senza alcun preavviso annuncia dimissioni dalla carica di  Primo Ministro del Libano. Hariri davanti alle telecamere legge un testo, probabilmente scritto dalle autorità saudite, nel quale denuncia l’impossibilità di portare a compimento il proprio programma a causa delle ingerenze nel paese di Hezbollah e dell’Iran, i quali starebbero per mettere in atto un piano per assassinarlo. L’Iran smentisce immediatamente ogni addebito, Hezbollah denuncia la detenzione di Hariri come un atto di guerra verso il  Libano, l’intelligence militare libanese smentisce l’esistenza di piani per l’uccisione del Primo Ministro finché, l’11 di novembre, anche il Presidente libanese Michel Aoun chiede ufficialmente conto del mancato rimpatrio di Hariri confermando il rapimento da parte dei sauditi.  Per giorni si susseguono le ipotesi sull’accaduto, tra le smentite dei sauditi e le voci, avvalorate anche da Le Figaro, che Riyadh  voglia in realtà sostituire Hariri con uno dei suoi fratelli, per punirlo della politica morbida verso il nemico sciita iraniano e libanese.

Dopo un blitz di appena due ore a colloquio con Salman la situazione viene sbloccata da Macron, il 18 novembre Hariri (che ha passaporto francese) arriva a Parigi e di lì rientrerà in Libano, dove il maronita Aoun ed Hezbollah, tra gli altri, gli chiederanno di riprendere le redini del governo. Dopo alcuni giorni di consultazione Hariri ritira le dimissioni, rifiuta di menzionare ancora quanto accaduto a Riyadh e riprende il governo del paese. Siamo al 5 Dicembre è passato un mese dall’apertura della crisi e dalle dimissioni pubbliche pronunciate dagli schermi di una TV estera. Venti giorni più tardi un articolo del New York Times facendo riferimento a fonti saudite, libanesi e occidentali, racconta di un Hariri convocato d’urgenza da Salman dopo aver incontrato cordialmente il 3 Novembre il rappresentante iraniano Velayati, costretto a prendere un auto privata, prelevato di forza dagli ufficiali sauditi e forzato ad accettare le dimissioni a scatola chiusa.

Oggi, ovviamente, Salman non è molto popolare in Libano e questa inaudita e plateale ingerenza nella politica dei cedri ha di fatto allontanato i sunniti libanesi dall’influenza di Riyadh.

Un solo grande nemico e un “nuovo” amico.

Tutti gli interventi in politica estera nel breve lasso di tempo descritto per quanto brutali, avventuristici e spesso inconcludenti, hanno avuto come comune denominatore una pressione anti-iraniana che lascia preludere una guerra regionale.  Lo stesso Salman ha tolto ogni dubbio riguardo le proprie intenzioni il 24 novembre 2017 quando in una intervista al solito NYT ha dichiarato che “dall’Europa abbiamo imparato che ogni politica di appeasment (accordo/accomodamento) verso l’Iran non può funzionare” definendo poi la guida suprema iraniana l’Ayatollah Ali Khamenei “il nuovo Hitler del Medio Oriente”. La “reductio ad hitlerum” è un artificio polemico tarato per la sensibilità occidentale che implica la guerra senza quartiere al “nuovo Hitler” di turno, a questa sensibilità si è spesso rivolta la strategia comunicativa di Salman il quale accredita se stesso presso il mainstream occidentale come leader riformatore e modernizzatore. Per questo l’era dell’ascesa politica di MBS è spesso associata alla concessione della patente di guida alle donne (in un paese in cui ad esse mancano ancora tutti gli altri diritti) e al piano Saudi Vision 2030 che prevede investimenti per 2 mila miliardi dollari (più dell’intero PIL italiano) nei prossimi 12 anni, allo scopo di affrancare l’economia saudita dal petrolio e sviluppare contestualmente settori come la finanza, il turismo e le energie rinnovabili. Sulla stessa linea l’affermazione di Salman secondo cui il Wahabismo nello stato saudita, di cui la sua stessa dinastia si è sempre fatta custode, si sarebbe affermato soltanto in reazione all’estremismo sciita degli Ayatollah, dichiarazione tanto coraggiosa quanto falsa, visto che l’adozione del wahabismo da parte dei Saud risale alla metà del settecento,  ben prima della Rivoluzione Iraniana del 1979.

E’ in questa dialettica multiforme con l’occidente e i suoi alleati, tutta orientata ad ottenere una leadership regionale in diretta linea di conflitto con Teheran che bisogna leggere il recente accordo tra Riyadh e Israele per condividere notizie di intelligence militare in chiave anti-iraniana. Quest’ultimo passo rende pubblico un avvicinamento di fatto già subodorato  durante lo sviluppo dello scenario di guerra siriano, un accordo che riguardando l’intelligence non può non contemplare un’alleanza, o almeno un coordinamento, anche sul piano militare. Durante la crisi libanese dovuta al rapimento di Hariri, il governo saudita aveva invitato i propri cittadini al lasciare il Libano e molti analisti avevano temuto una nuova invasione israeliana nel sud del paese.

Le purghe di Salman.

A questa storica e per certi versi rocambolesca successione di eventi scatenata dalle mosse del principe MBS si sovrappone il regolamento di conti interno attuato nell’ambito della sedicente “lotta alla corruzione” attuata in autunno. Tra ottobre e novembre Salman faceva arrestare 11 principi di casa Saud, quattro ministri e diversi altri ex-ministri e dignitari, tra questi spiccavano tra le conoscenze degli occidentali i nomi del principe Al-Walid Bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo nonché azionista di alcune delle maggiori corporation occidentali, e quello di almeno un esponente della famiglia Bin Laden, un ricco e rispettato fratello di Osama. Salman ha  colpito le frange ostili della famiglia Saud e altri suoi veri o presunti oppositori, tramutando dopo qualche settimana l’imputazione generica di corruzione in una richiesta di riscatto milionario per rendere loro la libertà. Una manovra molto simile a un gigantesco atto di concussione che regolarizza la posizione subordinata davanti al nuovo governo di chi è stato appena rovesciato da un golpe o più propriamente da una “purga” di regime. E’ sotto questa forma di estorsione che il principe Mutaib II, deposto Ministro della Guardia Nazionale, avrebbe ad esempio ricomprato la libertà per la modica cifra di un miliardo di dollari.  Alla fine di dicembre sono stati rilasciati i principi Meshaal e Faysal, mentre un altro membro della famiglia saudita il principe Turki risulta ancora detenuto. Tutti gli arrestati sono stati rinchiusi al Carlton Ritz, il lussuosissimo cinque stelle di Rijadh, una prigione dorata come hanno scritto in molti, qualcosa di molto diverso secondo un articolo pubblicato dal Daily Mail il 22 Novembre 2017. Secondo il quotidiano infatti alcuni prigionieri  sarebbero stati prima appesi a testa in giù, poi picchiati e insultati da mercenari statunitensi assunti dai sauditi. L’agenzia di sicurezza in questione è l’Academi (ex-Blackwater, nome col quale è maggiormente nota) già presente in diversi scenari bellici in supporto (e qualche volta in sostituzione “coperta”) delle forze USA/NATO o dei loro alleati. Academi/Blackwater  tra gli altri teatriè già stata attiva in Iraq, Ucraina, Afghanistan, Pakistan ed è spesso stata spesso accusata di muoversi completamente al di fuori della legge locale e delle regole  di guerra internazionali, caratteristica che la rende probabilmente un elemento prezioso e apparentemente “non-governativo”, per le operazioni che non possono essere rese pubbliche.

Conclusioni.

Ascesa al trono contestata e irrituale, epurazione degli avversari politici, embargo verso un paese amico, aggressione militare contro una nazione confinante, riarmo e politica di potenza, demonizzazione del nemico geopolitico, rapimento del Primo Ministro di un paese sovrano con conseguente tentativo di destabilizzazione: queste sono le credenziali che il futuro Re saudita porta sulla scena mediorientale, eppure, ancora a novembre il NYT, in altre occasioni critico, ospitava un editoriale apologetico a firma Thomas L. Friedman in cui il principe veniva descritto come il portabandiera del cambiamento, fautore di una primavera araba “calata dall’alto” e dunque finalmente efficace.

L’informazione incompleta e frammentaria che è stato possibile captare dai media occidentali in generale e da quelli italiani in particolare andava integrata e raccolta, soprattutto andava messa in relazione all’arco temporale estremamente breve in cui le drastiche mosse di Salman sono state decise e attuate, a volte con esiti tanto drammatici quanto infruttuosi.

A fronte delle cisterne d’inchiostro spese per stigmatizzare sui nostri media la pericolosità della Russia, dell’Iran oppure della Corea del Nord, ci pareva doveroso fornire un quadro coerente e cronologicamente chiaro delle provocazioni e delle violazioni del diritto internazionale di cui il circolo di potere raccolto intorno a Salman si è già reso protagonista nel silenzio generale nel giro di appena 3 anni, con una evidente accelerazione targata 2017, anno della nomina  ad erede al trono. Nella speranza che questo sforzo di ricomposizione possa aiutare a mettere nella giusta prospettiva gli eventi che di qui ai prossimi mesi potrebbero scatenarsi, con ripercussioni gravi per tutto il Medio Oriente.

Crisi in QATAR: Notizie da DOHA

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Due giorni fa sei paesi arabo-sunniti, guidati dai sauditi e dall’Egitto, hanno messo sotto embargo e ritirato le ambasciate dalla penisola qatariota. Il ritiro degli ambasciatori non è un fatto nuovo e i motivi di frizione tra stati sunniti vanno dal supporto del Qatar al deposto presidente egiziano Morsi, più in generale ai legami con la Fratellanza Mussulmana (in Egitto, ma anche in Palestina con Hamas), fino agli interessi in comune con lo Stato Iraniano antistante, inclusi gli accordi per il mutuo sfruttamento di alcuni pozzi importanti. L’embargo e il ritiro delle compagnie aeree segue a stretto giro la visita di Trump in Arabia e sembra esserne una conseguenza all’interno della strategia di destabilizzazione del Medio Oriente in chiave anti russo-iraniana. Stamattina il regime saudita ha dato un ultimatum al Qatar secondo il quale al mancato adempimento di 10 richieste entro 24 ore, l’Arabia non esclude l’intervento militare nella penisola del Golfo.

Abbiamo una vecchia amicizia che vive da anni a Doha, e ha sviluppato contatti e conoscenze istituzionali. Riporto qui il suo punto di vista e alcune informazioni che ci ha dato:

  • I qatarioti sono piuttosto seccati con la stampa occidentale, a cominciare dalla BBC, che ha descritto la situazione a Doha come drammatica, disperata, inclusa la chiusura dei cantieri e la fuga dei lavoratori stranieri (i lavoratori locali sono una minoranza a Doha).
  • La situazione ci viene descritta come tranquilla e le autorità locali non stanno in nessun modo creando allarme tra la popolazione. Le uniche scene di panico un po’ scomposte sono state per un assalto ai supermercati avvenuto tra ieri e l’altro ieri, dove i locali hanno inizialmente tentato di fare scorta di provviste. Scorte un po’ sconclusionate pare, visto che nei market c’è chi si approvvigionava di cibi deperibili come le verdure lasciando pieni gli scaffali del riso, alimento ben più utile e conservabile in caso di guerra. Non c’è al momento alcun problema di approvvigionamenti, neppure riguardo all’acqua per la quale il Qatar è autosufficiente.
  • I principali disagi sono aeroportuali, legati ai biglietti aerei delle compagnie del golfo (spesso più economiche di quelle qatariote) che stanno già effettuando i rimborsi, alla cancellazione dei voli internazionali e alla scarsità di quelli operati da compagnie locali.
  • L’emiro del Kuwait si è proposto come mediatore ed è stato accettato dal Qatar, respinte invece le proposte di mediazione di Erdogan.
  • Non ci sono al momento movimenti militari di una qualche rilevanza. Dalla base americana di Al Udeid, a pochi km da Doha e una delle postazioni US più grandi del Medio Oriente non si è alzato in volo un solo aereo o un solo elicottero, quando grandi movimenti sono stati notati in passato anche soltanto in prossimità della visita di un capo di Stato. Né si registrano pare altri movimenti insoliti in questo senso.
  • Dalla famiglia dell’Emiro Al-Thani trapela convinzione che l’attuale re Saudita Salman non andrà fino in fondo, ben diverso è il discorso se il potere dovesse passare anzitempo al figlio, erede al trono e attuale Ministro della Difesa, Mohammed Bin Salman , verso il quale non c’è alcuna fiducia.

In particolare, gli ultimi due punti potrebbero non comparire sulla stampa ufficiale, ma sono stati raccolti da fonti affidabili e locali, in un certo senso “dirette”, nel senso che hanno potuto riscontrare personalmente quanto riportato.

La strana bomba di Manchester.

Paura allo stadio.
Domenica 15 maggio lo Stadio Old Trafford di Manchester è stato evacuato 20 minuti prima della partita tra Manchester United e Bournemouth e prevista per 14GMT, a causa di un allarme bomba. L’ordigno è stato effettivamente trovato dai cani anti-esplosivo della polizia di Machester (GMP) nel bagno dello stadio, si trattava di una bomba finta, non in grado di fare danni reali ma a detta della polizia “estremamente realistica”, costruita in tutto e per tutto come una vera “pipe-bomb” artigianale. Per circa 5 ore si è cercato di capire come e chi avesse lasciato lì l’esplosivo. In serata è stata la stessa polizia di Manchester a spiegare che l’ordigno era stato lasciato lì durante un’esercitazione antiterrorismo avvenuta qualche giorno prima. La polizia ha declinato la responsabilità dell’errore, sostenendo che l’errore è attribuibile ad una società privata responsabile dell’esercitazione.

Effettivamente una grossa esercitazione si era tenuta a Manchester il 10 Maggio, nel distretto di Trafford, aveva coinvolto 800 tra attori e volontari, e vedeva la collaborazione congiunta della polizia (GMP), dei vigili del fuoco e degli operatori ospedalieri locali.  Quelle che seguono sono le immagine del training inclusa l’esplosione di una finta-bomba che ipotizziamo molto simile a quella trovata nei bagni dello Stadio:

Il filmato e l’esercitazione erano disponibili su Internet dal giorno stesso ed avevano ricevuto una grossa attenzione mediatica a causa delle proteste delle associazioni mussulmane inglesi indignate perché l’attore che interpretava il terrorista suicida aveva nel copione come unica battuta “Allah Akhbar”, l’accostamento era stato giudicato superfluo, blasfemo e offensivo, tanto che la polizia di Manchester si era subito scusata per l’accaduto.

L’incidente, increscioso di suo per le conseguenze del falso allarme, 50k tifosi evacuati, presenta però alcune ulteriori anomalie.

Anomalia #1 – L’esercitazione documentata non era allo stadio.

E’ facile reperire sul web articoli e immagini sull’esercitazione del 10 Maggio, sia dovute alle proteste delle associazioni islamiche sia per semplici articoli collegati al realismo e all’utilità di queste esercitazioni impostate come veri e propri giochi di ruolo. Non esistono tracce in rete, o almeno non ne abbiamo trovate, di esercitazioni allo stadio Old Trafford, dove il finto-ordigno è stato di fatto rinvenuto. L’esercitazione documentata si è infatti svolta al Trafford Center, un centro commerciale che a dispetto del nome dista 5,5Km, circa 10 minuti in auto senza traffico e oltre 25 minuti a piedi dallo stadio:

Old Trafford

Quindi se si trattava della stessa esercitazione questa si svolgeva in due luoghi distinti, molto lontani tra loro per una logistica complessa di 800 figuranti, uno dei quali (appunto lo stadio) non è mai stato menzionato  prima del ritrovamento dell’ordigno di domenica.

Anomalia #2 – Il ruolo della polizia locale (Greater Manchester Police, GMP).

Mentre la polizia locale è stata pienamente coinvolta nell’esercitazione del Trafford Centre, come documentano le immagini e gli articoli collegati, le autorità sono sembrate inspiegabilmente “smarrite” rispetto alla bomba allo stadio. Per quasi 5 ore nessun collegamento con eventuali esercitazioni è stato ipotizzato, il che è strano se la polizia stessa fosse stata coinvolta in quello stesso luogo solo pochi giorni prima. Durante le prime ore la polizia si è anzi detta stupita per l’incredibile realismo dell’ordigno, come se non avessero mai visto (o comunque non si aspettassero di trovare lì) nulla del genere. La polizia ha infatti declinato ogni responsabilità per l’ordigno abbandonato, indicando una società privata come autrice unica dell’errore. Il club calcistico Manchester United ha ugualmente scaricato ogni responsabilità specificando in una nota dell’addetto stampa che la società privata in questione  “Non è la stessa società cui ci rivolgiamo per garantire la sicurezza dello stadio” e ha aggiunto “chiaramente la Polizia non ha alcuna responsabilità nell’errore”. Da queste dichiarazioni incrociate sembra emergere che questa fantomatica società privata, mai nominata nelle prime ore, abbia potuto muoversi dentro lo stadio, conducendo esercitazioni, maneggiando esplosivi depotenziati e lasciandoli poi lì, senza che né la polizia locale né il club calcistico che gestisce lo stadio abbiano potuto avere voce in capitolo.

Anomalia #3 – La  società privata.

La società privata autrice dello sventurato incidente si è rivelata essere la Security Search Management & Solutions, il cui proprietario Chris Reid è un ex-consulente anti-terrorismo già legato alla G4S, un nome sconosciuto ai più ma un vero e proprio gigante economico e… militare. La G4S vanta infatti diversi record essendo contemporaneamente la più grande agenzia di sicurezza del mondo, il secondo maggior datore di lavoro al mondo dopo Wall-Mart  con oltre 620000 dipendenti e, per conseguenza, il più grande esercito privato di contractors al mondo.  La GS4 è impegnata in Iraq con compiti di scorta dei convogli non militari almeno dal 2008, da quando ha cioè acquisito la ArmorGroup (9000 dipendenti), ed è nota per i suoi stretti rapporti coi Signori della Guerra  afghani.  La G4S è implicata in una vasta lista di accuse in giro per il mondo, incluso l’uso della tortura nella gestione delle prigioni sudafricane. La GS4 ha anche gestito la sicurezza durante le olimpiadi di Londra nel 2012, al tempo in cui ci lavorava Reid, tra l’altro fallendo e costringendo il governo britannico a schierare l’esercito pur di ottenere il livello di presidio del territorio atteso. Reid, a parte definire l’incidente sfortunato, non ha voluto rilasciare dichiarazioni in attesa di parlare col Manchester United.

La minaccia era reale?

Lo sfortunato incidente si colloca in una settimana molto calda per gli allarmi anti-terrorismo in UK in generale e a Manchester in particolare.  Ad esempio, avevano con sé foto di Londra (oltre che di alcuni siti storici italiani) i presunti quaedisti afghani arrestati  il 10 Maggio a Bari, e proprio domenica pomeriggio un volo Ryan Air da Oslo a Manchester è stato cancellato a causa di un altro allarme bomba, con la polizia norvegese  che aveva posto in stato di fermo due cittadini dello Sri-Lanka per poi scoprire anche in questo caso un falso allarme. Sempre la settimana tra il 10 e il 15 maggio l’MI5, il servizio segreto britannico, aveva elevato l’allerta anti-terrorismo per eventuali attacchi dell’IRA dall’Irlanda del Nord, dal livello 2-Moderate al livello 3-Substancial, quello in cui: “an attack is a strong possibility“.

Ognuna delle anomalie menzionate può essere spiegata con coincidenze ed errori, ne teniamo conto in attesa di maggiori informazioni e report ufficiali. Allo stesso modo teniamo conto, per un vezzo statistico, di come negli ultimi 16 anni grandi esercitazioni anti-terrorismo abbiano mostrato una forse casuale ma di certo  inquietante capacità predittiva nei confronti di eventi terroristici poi realmente accaduti. C’erano state esercitazioni del genere nei paraggi territoriali e nei giorni più prossimi (qualche volta addirittura in contemporanea), su obbiettivi simili o identici a quelli poi effettivamente colpiti subito prima (tra gli altri) degli attentati di New York 9/11, Londra 2002, Boston 2012, Parigi 2015 e Bruxelles 2016.

Turchia-Russia: ricompaiono i Lupi Grigi

Avevamo raccontato già a settembre come la situazione in Siria stesse creando una polveriera perfettamente adatta a favorire “incidenti” che potessero rapidamente condurre a un’escalation mentre, in novembre, avevamo analizzato come la “guerra all’ISIS” sbandierata dopo gli attacchi di Parigi rischiasse di coinvolgere i Paesi europei in un gioco ben più ampio dove gli schieramenti non erano affatto Stato Islamico contro tutti, ma NATO contro Russia e i suoi alleati, col Califfato usato come elemento di destabilizzazione in una complessa e sporchissima guerra per procura.

I fatti

Coerentemente con lo schema descritto questa settimana, un caccia turco (NATO) ha abbattuto un caccia russo sul confine siriano a causa di un possibile sconfinamento nello spazio aereo turco. Questi i fatti accertati: uno dei piloti del SU-24 russo si è gettato col paracadute mente il suo aereo precipitava nel nord ovest della Siria per essere freddato da una raffica sparata dai ribelli turcomanni, un crimine di guerra, mentre un secondo pilota riusciva a salvarsi e a raggiungere le linee amiche. Un altro militare russo alla guida di un elicottero CSAR (unità di recupero) è stato ucciso sempre in territorio siriano mentre cercava di soccorrere i piloti abbattuti. L’elicottero militare è stato colpito da un cannone anticarro TOW di fabbricazione statunitense in mano anch’esso dei ribelli turcomanni, protetti dalla Turchia e in guerra contro Assad.

Le due versioni
Secondo la versione turca, il cui ministro degli esteri non si è scusato avendo la Turchia agito a suo dire nel pieno diritto, il SU-24 russo avrebbe ricevuto una decina di avvertimenti prima dell’abbattimento (a questo proposito è stato rilasciato anche un nastro), l’ordine di colpirlo sarebbe arrivato direttamente dal premier Davutoğlu e lo sconfinamento sarebbe comunque durato pochi secondi. La versione russa nega lo sconfinamento, il pilota russo nega di aver ricevuto alcun avvertimento e il ministro russo Lavrov ha parlato apertamente di atto premeditato, un’imboscata. Fonti russe hanno anche fatto notare come un eventuale sconfinamento di poche miglia non dovrebbe comportare un abbattimento tra due Paesi amici impegnati nella stessa campagna antiterrorismo, portando l’esempio delle centinaia di sconfinamenti annuali dei caccia turchi nello spazio aereo greco, di cui il governo di Atene (NATO) si lamenta, inascoltato, da anni. Putin ha apertamente accusato la Turchia di combattere al fianco dell’ISIS, stessa accusa già lanciata la settimana precedente al G20, al tempo senza far nomi, ma indicando chiaramente Ryad e Ankara come mandanti e finanziatori del Califfato.

L’ipotesi dell’imboscata, i Lupi grigi e i ribelli turcomanni
Premesso che lo sconfinamento, seppur breve, può di certo essere avvenuto, va ricordato che i caccia russi sono gli unici che, secondo il diritto internazionale, volano sul cielo siriano legalmente in quanto invitati dal governo in carica, al contrario non agiscono nella legalità quelli USA, inglesi, francesi e turchi (che a loro volta sconfinano in Siria). L’ammissione da parte di Ankara che lo sconfinamento sia stato brevissimo stride con la ricostruzione secondo cui l’ordine sarebbe risalito dal caccia intercettore turco per tutta la catena di comando fino al Presidente del Consiglio, il cui assenso sarebbe tornato indietro fino al pilota pronto a sparare, il tutto in un tempo così breve, all’interno del quale andrebbero anche conteggiati i numerosi avvertimenti inviati al SU-24. Più probabile, vista la dinamica raccontata, che il pilota avesse già l’ordine approvato ai più alti livelli di tirar giù qualunque caccia russo si fosse avvicinato in quei giorni al confine con la Siria. A supportare questa ipotesi è emerso un video in cui i ribelli turcomanni vengono intervistati da CNN e da FOX poco dopo l’abbattimento: a parlare davanti ai microfoni sembrerebbe essere Alpaslan Celik, cittadino turco, figlio di un ex-maggiore dell’esercito di Ankara e vicino al partito turco MHP, braccio politico del gruppo terrorista di estrema destra nazionalista Lupi Grigi, nelle cui file militava Alì Agca, attentatore che sparò a Giovanni Paolo Secondo nel 1981. C’erano dunque turchi su entrambi i lati del confine, i primi pronti a sparare e secondi a giustiziare piloti e soccorritori.

Reazioni
Di nuovo coerenti col quadro di uno scontro tra NATO e Russia più che con quello di una guerra comune contro l’ISIS, sono le reazioni internazionali seguite all’abbattimento. Obama (NATO) ha espresso solidarietà a Erdogan ribadendo il diritto della Turchia di proteggere il proprio spazio aereo, l’UE ha deciso di proseguire nella prossima tappa d’ingresso di Ankara in Europa mentre gli altri leader della NATO hanno per lo più taciuto (addirittura tombale il premier Renzi), inoltre le sanzioni contro la Russia restano in vigore e si minaccia da più parti di inasprirle. Al contempo la Russia ha portato in Siria i sistemi missilistici S-400, sistemi sofisticati in grado di abbattere qualunque aereo da guerra, anche di ultima generazione, in un raggio di oltre 200KM intorno alla propria base di Latakia sulla costa nord della Siria, e ha portato di stanza negli stessi mari la propria nave ammiraglia, l’incrociatore missilistico Moskva. Il Cremlino ha inoltre intensificato i bombardamenti sui ribelli turcomanni nei quali, pare, sia rimasto ucciso il generale Rashid Bagdash, leader dei ribelli nell’area dell’abbattimento.

Conseguenze
Campane a morto per il gasdotto Turkish Stream, la costruzione del quale avrebbe dovuto sostituire il South-stream, progetto abbandonato in seguito alle tensioni dello scorso anno. A rischio anche le altre numerose cooperazioni economiche tra Turchia e Russia, incluso l’enorme afflusso annuale di turisti russi verso il Bosforo e l’Anatolia, oltre alle forniture di gas russo che coprono attualmente oltre il 50% del fabbisogno di Ankara.
Il gas verso i paesi mediterranei (inclusa l’Italia) continua e continuerà a passare prevalentemente per il gasdotto ucraino, dove Kiev ha smesso di pagare e, avendo i russi tagliato le forniture, gli ucraini saranno costretti a rubarlo (come già avvenuto in passato) per non gelare quest’inverno. La stessa Kiev a seguito della vicenda dell’abbattimento ha chiuso lo spazio aereo ai voli russi, anche civili, e, se è vero quanto denunciato dalle autorità della Repubblica di Doenetsk, ha riaperto questa settimana le ostilità in alcuni punti del fronte orientale. In un rapido precipitare degli eventi, quasi di concerto, si moltiplicano i fronti per la Russia di Putin, proprio quando dopo gli attentati di Parigi (quasi) tutti gli osservatori  si aspettavano finalmente l’avvento di una coalizione più ampia in grado di sferrare un’azione decisa, vasta e concertata contro il feudo del “califfo” Al-Baghdadi.

È la guerra all’ISIS, bellezza.

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Morte di Pier Paolo Pasolini

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Il ristorante al Biondo Tevere è proprio sotto casa mia ma non ci sono mai andato. Pasolini ne era un cliente assiduo, spesso sedeva da solo e osservava gli altri avventori, leggeva o prendeva appunti. Certe sere invece si presentava con Moravia, Elsa Morante, altri scrittori o registi, oppure pagava la cena a intere tavolate formate da ragazzi di strada, gruppi di amici, l’intero cast di un film. Al ristorante lo conoscevano da anni, da quando veniva in Lambretta e si era appena trasferito con la madre da Casarsa, in Friuli. Si erano stabiliti in affitto a Cinecittà, lui non aveva nemmeno trent’anni, per sbarcare il lunario correggeva bozze, pubblicava qualche articolo, cercava comparsate al cinema e offriva lezioni private senza trovare allievi. Era il 1950 e nei venticinque anni successivi la sua opera si affermerà nella poesia, nella letteratura, nel cinema, nella cultura, scriverà inoltre critiche, articoli, opere teatrali, sceneggiature e canzoni, gireràdiversi documentari. La sera del 1 Novembre 1975, l’ultima, Pasolini torna nello stesso ristorante, è sabato, sono le undici e la cucina ha già chiuso. E’ accompagnato daun ragazzo magro e riccioluto rimasto a stomaco vuoto, per cortesia verso il regista il cuoco riaccende i fornelli e gli prepara un piatto di spaghetti.   Quella settimana Pasolini si era recato prima a Stoccolma con Ninetto Davoli, poi in Francia dove a Parigi il 31 ottobre aveva rilasciato la sua ultima intervista rispondendo a lungo su Salò e le 100 giornate di Sodoma. Il film sta per uscire, la lunga lavorazione e le indiscrezioni sulle scene di sesso, sadismo e violenza, hanno reso la pellicola misteriosa agli occhi dei francesi. Anni dopo Sergio Citti dirà che le pizze del film erano state rubate la settimana precedente, dirà anche che quella notte Pasolini aveva un appuntamento ad Acilia dove sperava di riscattare le pellicole dai ladri per trovare invece i suoi assassini,  che soltanto in un secondo momento lo trasportarono esanime all’idroscalo. Pochi i riscontri specifici su questa versione, forse soltanto una leggenda. A Parigi in quella sera di fine ottobre il film desta interesse, Pasolini ribadisce l’abiura della Trilogia della Vita, i suoi ultimi tre film sono un’ode al sesso, alla sensualità e all’estetica dei corpi, Salò è il gesto artistico che li rinnega e richiama la trasformazione dei giovani italiani di cui Pasolini denunciava ormai la deriva violenta e criminaloide che il nuovo potere consumistico stava causando. Pino Pelosi, detto La Rana, è uno di quei giovani, ha soltanto 17 anni, dopo cena lui e Pasolini vanno con l’Alfa GT fino all’idroscalo di Ostia. Ho abitato nei paraggi, correvo la sera in una spiaggia non distante, sapevo dove era il luogo in cui avvenne l’omicidio e il monumento che gli hanno dedicato, eppure non sono mai andato nemmeno lì. Non sono incline ai pellegrinaggi e commemoro gli scrittori leggendone le opere. All’idroscalo i due si appartano, hanno un approccio, poi il ragazzo si tira indietro, Pasolini va su tutte le furie e lo colpisce. Pino la Rana si difende, ha la meglio, scappa con l’auto e forse, mentre se ne va, passa sul corpo del poeta uccidendolo. La racconta così Pino a un compagno di cella nel carcere minorile di Casal Dei Marmi, dove l’hanno portato perché guidava l’Alfa GT senza patente. La storia però non funziona e lascia dubbi a tutti: Pino è alto appena 1.67m e pesa 59Kg, Pasolini è un uomo considerato forte, atletico, in vita sua ha fatto spesso a cazzotti. E poi nel bagagliaio dell’auto c’è roba d’altri, i particolari della colluttazione non tornano,la scena del crimine è abbandonata ase stessa e subito inquinata, c’è poco sangue su Pelosi e tropposul corpo massacrato di Pasolini. I legali d’ufficio lo dichiarano innocente e vengono subito sostituiti da Mangia, difensore dei mostri del Circeo,  e con lui il perito Semeraro, ordinovista implicato con la Banda della Magliana. Antonio Pinna, un altro vicino alla Banda, la mattina dopo gira per Monteverde cercando un carrozziere che gli ripari un’auto ammaccata e sporca di sangue, lo trova e qualche tempo dopo sparisce nel nulla. Pelosi nel 2005 dichiarerà che erano in cinque con lui, tra di essi i fratelli Borsellino, due criminali confluiti nell’estrema destra. Facevano un favore a qualcuno viene da pensare, perché il processo al potere che Pasolini aveva lanciato dalle pagine dei giornali, parlando apertamente di stragi, era oltre il consentito. Oppure era Petrolio, il romanzo indagine che Pasolini stava scrivendo sul ruolo di Cefis e dell’ENI nelle stragi, compreso l’omicidio Mattei, a non dover essere terminato e pubblicato. Ne verrà rubato un intero capitolo, Lampi sull’ENI. Erano le ultime parole di una voce sublime e morbosa, sensibile e tagliente, la cui scomparsa stiamo ancora pagando caro.

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Economicidio: tre libri per un crimine

I libri, scrisse qualcuno, sono amici che ti presentano altri amici, creano percorsi di conoscenza, reti di relazioni tra idee, fatti e passaggi, ci si ritrova, leggendo, ad aver imparato dalla somma delle letture più di quanto si cercasse in ognuna di esse.

In questo caso ci riferiamo a tre saggi divulgativi di taglio (socio)economico scritti e pubblicati in anni diversi e facenti riferimento a vicende apparentemente distanti nello spazio e nel tempo: Shock Economy di Naomi Klein, Il tramonto dell’Euro di Alberto Bagnai e Anschluss di Vladimiro Giacché. Soltanto quando se ne è ultimata la lettura (in questo caso a distanza di anni tra il primo e gli ultimi due) e si è avuto il giusto tempo per ragionarla, improvvisamente i pezzi del puzzle sembrano prendere il loro posto, svelando in questo caso una strategia, un metodo e la sua applicazione sistematica nella storia del capitalismo degli ultimi quarant’anni.

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Shock Economy (Rizzoli, 2008) è un testo notissimo, apprezzato dalla sinistra no-global di cui la stessa Klein è stata una delle icone mondiali,  ma la cui influenza e rilevanza va ben oltre la parabola  di quel movimento, collocandolo nella più vasta biblioteca della critica al capitalismo e all’imperialismo. La Klein riallacciava, attraverso una carrellata di paesi e regimi diversissimi, le vicende ispirate all’intervento degli ideologi neo-liberisti della Scuola di Chicago di Milton Friedman, quelli che l’autrice stessa definisce i principali artefici dell’ ascesa del capitalismo dei disastri. Il termine “ideologi”, non è fuori luogo, in quanto uno dei maggiori pregi del libro fu quellodi sfatare definitivamente il mito secondo cui il (neo)liberismo economico sia post-ideologico, sottraendolo alla sua aurea scientifico-pragmatica e restituendogli la sua dimensione eminentemente ideologica: con tutti i dogmi, le ottusità, la doppiezza e l’autoritarismo delle ideologie più feroci. Il totalitarismo del libero mercato realizzato, che non disdegna la democrazia formale finché gli agnelli si impegnano ad eleggere i leoni, ma è pronta a schiacciarla, con lo shock e col terrore (shock and awe) non appena questa, o qualunque altro tipo di regime, vi oppongano una qualche forma di resistenza.

Il “Tramonto dell’Euro”  (Imprimatur, 2012) racconta la crisi europea di questi anni con un linguaggio divulgativo ma anche con estremo rigore scientifico, spiegando come il fallimento dell’Euro sia stato dal punto di vista economico un errore tecnico troppo macroscopico per essere involontario. Nella sua coerente e approfondita dissertazione, Bagnai, mostra come la letteratura economica internazionale avesse ampiamente previsto l’inevitabile crisi della moneta unica e come le sue devastanti conseguenze per i paesi periferici (o PIIGS, fate voi) fossero in realtà auspicate  dalle tecnocrazie europee,  dal capitale finanziario, dalla volontà egemonica dei paesi più forti e dai politici conniventi dei paesi più deboli.  Una vera e propria Shock Therapy per forzare l’unione politica (a guida tecnocratica) saltando ogni passaggio democratico, favorire le grandi imprese e la grande finanza e comprimere salari e diritti dei lavoratori in tutto il continente.

I legame con la Shock Economy descritta da Naomi Klein  sono molteplici. Entrambi i libri trattano di relazioni asimmetriche tra Stati, dove quello più forte economicamente forza, attraverso la corruzione e la cooptazione delle élite politiche di quello più debole, un metodico processo di spoliazione e impoverimento a proprio vantaggio. I legami più evidenti tra i due testi avvengono proprio nella descrizione del metodo che, nel caso dell’Europa come e nei molteplici casi dei paesi del terzo mondo descritti dalla Klein, ripercorre gli stessi identici passi: piena circolazione di merci e capitali tra i due paesi, imposizione di una moneta unica o del cambio fisso sulla moneta del paese più forte (l’Euro in un caso, il dollaro nell’altro),  indebitamento privato finanziato dal paese più forte il cui sistema creditizio non sconta più il rischio di cambio, invasione dei prodotti dell’economia più avanzata nel mercato più debole (finanziata a debito), distruzione delle tutele sociali, annientamento delle funzioni regolatrici dello stato sull’economia e, infine, privatizzazioni selvagge a buon mercato per il paese più forte e definitiva spoliazione dei beni pubblici. Oltre al metodo, l’ideologia neo-liberista (o ordoliberista per citare Barra Caracciolo) è la base culturale comune, gli interessi della grande finanza internazionale e del grande capitale che può delocalizzare varcando a piacimento frontiere che non esistono più sono gli stessi; gli attori, come l’FMI e gli ideologi neoliberisti, sono spesso gli stessi.

L’ultimo pezzo del puzzle ce lo fornisce infine Vladimiro Giacché nel suo illuminante Anschluss, letteralmente “annessione”, che ci racconta come sia avvenuta in realtà la celebrata riunificazione tedesca, una storia apparentemente di successo che mantiene a distanza di 25 anni squilibri gravissimi di cui nessuno parla. Un’annessione in piena regola, dove nulla dell’esperienza dell’Est venne mantenuto: imposizione del Marco occidentale,  il patrimonio pubblico  e un’intera economia industriale (seppure in parte arretrata), svenduta a prezzi simbolici al capitale dell’Ovest nel migliore dei casi,  più frequentemente distrutta e rasa al suolo per far spazio ai capitalisti d’oltrecortina. Stesso metodo, stesso risultato. Creazione da un mese all’altro di livelli di disoccupazione che oggi  vediamo in Grecia (all’Est non c’erano disoccupati), svendita del patrimonio (industriale come già detto, ma anche immobiliare, perfino i terreni), deindustrializzazione e gigantesca distruzione di valore,  reddito medio nei nuovi Lander che ancora oggi dopo un quarto di secolo è lontano dall’essersi equiparato a quello dell’Ovest. Ancora la Germania, ancora lo Shock neoliberista, perfino le stesse facce, che vedevano nella Merkel, nata all’Est, l’alunna più diligente  degli esegeti della nuova economia e dei suoi disastri.

Ogni volta, e qui la Storia si fa davvero “maestra”,   l’aggressione economica non viene dichiarata ma imposta ammantandola di un grande ideale: la modernizzazione del terzo mondo, la riunificazione del popolo tedesco, la pace in Europa. La Storia da una parte, dicevamo,  e noi dall’altra, i poveri scemi che non l’hanno capita e sono condannati a riviverla.

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Sindrome Suina.

Un porco si aggira per l’Italia, il suo nome di battesimo è Legge n.270 del 21 dicembre 2005, Legge Calderoli per gli amici, Legge Porcata per Calderoli, Porcellum nella latinizzazione sartoriana.

Il porco fa schifo a tutti. Reietto ai suoi cari, a soli otto anni già sembra non sia più figlio di nessuno, tanto che alla sua abolizione e riscrittura sembra imprescindibile far partecipare coloro che a suo tempo lo introdussero nel corpo legislativo a maggioranza per mero interesse di parte, sfasciando il sistema elettorale nazionale per pareggiare le elezioni e far al contempo eleggere inquisiti e probabili trombati. Quelli del PD non vogliono cambiare la legge elettorale a larga maggioranza come affermano (altrimenti la si poteva riscrivere col cinque stelle), vogliono proprio farla con quelli che l’hanno scritta, approvata e poi disconosciuta.

Il porco è inviso al Presidente. Napolitano, nel discorso d’insediamento per il secondo mandato ha letteralmente svergognato la partitocrazia per non aver abolito il porcellum durante il Governo Monti, quando dovevano fare soltanto quello. A quelle parole che li accusavano, in un grottesco gioco di doppi sensi, i rappresentati dei partiti applaudirono con trasporto. Il porco, ufficialmente, è odiato dal PD costretto per sua colpa a imbarazzanti pareggi e vittorie effimere, anche quando affronta le elezioni col vento in poppa. La Corte costituzionale ha criticato la legge, la Suprema Corte di Cassazione l’ha delegittimata. Gli italiani la detestano, perché li condanna a governicchi e governi di ammucchiata e perché il Parlamento non è più eletto ma nominato in proporzione alle indicazioni di lista. Il premio di maggioranza abnorme, la machiavellica e sistematica ingovernabilità del sistema al Senato, l’impossibilità di indicare preferenze, le soglie di sbarramento altissime e l’ambiguità della figura del “leader di coalizione” ne fanno una delle peggiori leggi possibili. Per questo l’ipotesi di riforma parziale proposta dal PdL è inaccettabile ed è necessario cambiarne l’impianto generale: il porco va abolito,  è irriformabile. La maggioranza dichiara adesso di  voler legare la nuova legge alle riforme costituzionali che richiedono anni anche in caso di sostanziale accordo del parlamento, sicuri come sono che il Governo Letta si riveli insospettabilmente robusto e di sana costituzione (con la minuscola). Tutti concordano che bisogna metterci le mani, Letta sostiene che il superamento del maiale elettorale sia una priorità del Governo fino a convocare schiere di saggi e scriba da tutte le contrade per partorire le agognate riforme. Non si sa esattamente quali: alcune riforme, forse presidenzialiste, forse solo a metà, forse a doppio turno, forse no.

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