Berlusconi e Tartaglia, la feroce stupidità della violenza.

Scrivo tardi sull’argomento e dirò cose probabilmente già dette. Personalmente sono uno di quelli cui le immagini dell’aggressione a Berlusconi hanno dato parecchio fastidio. La figura ingombrante di B. che sembra esaurire nel bene e nel male l’orizzonte politico italiano, richiama istintivamente letture politiche su ogni evento che lo riguarda, anche laddove non dovrebbero essercene come ad esempio alcuni, non tutti, gli aspetti della sua vita privata. Tuttavia la politica è sempre sovrastruttura, prima bisognerebbe cercare di guardare ai fatti crudi e soltanto in seguito, qualora abbia senso, inserirli in un contesto politico che ha contorni diversi e successivi; infine, ancora successivo, giunge il quadro storico.

Il fatto crudo è una vile aggressione a tradimento ai danni di un anziano di settantaquattro anni. Ed è un fatto negativo per tutti.

E’ negativo innanzitutto per la vittima, colpita, sfigurata, e comprensibilmente scioccata. Indipendentemente per l’antipatia e il disprezzo che si possano provare per il politico in questione, l’empatia nei confronti di chi subisce una violenza a tradimento è nel mio caso più forte. Se si giustifica, per qualunque ragione politica, un atto di violenza gratuita si oltrepassa il limite dello stato di diritto, si entra nell’ordine di idee della guerra civile, reale o potenziale, nel quale io mi auguro l’Italia non debba mai ricadere. Faccio i miei auguri a B. affinché si rimetta, affinché non debba mai più subire violenza fisica alcuna e, se continuo ad augurarmi come sempre la sua sconfitta, che ciò avvenga nella piena legalità costituzionale (urne o quel che è). L’augurio va a lui, ma va soprattutto al paese.

Un fatto brutto e negativo per l’aggressore, che non era un brigatista o un terrorista, ma uno psicolabile incensurato che pare in passato non avesse mai torto un capello a nessuno, sfuggito per una notte al controllo della sua famiglia e di se stesso. Tartaglia (carcere o clinica psichiatrica) verrà giustamente messo in condizione di non nuocere,  già pentito, passerà la vita a maledirsi per la feroce stronzata che ha fatto.

Un fatto brutto per l’opposizione, se così la si vuol chiamare, che in seguito a questo episodio vede risalire i sondaggi di B. e della maggioranza, la pseudosinistra è ricondotta ad un politically correct persino eccessivo vista la situazione e il risalto che ha avuto nel (turpe) dibattito politico (surreale più che sovrastrutturale) che ne è seguito. Se il tuo nemico ha giustamente e circoscrittamente ad un evento di cronaca nera la solidarietà di tutti (compresa, ripeto, la mia), diventa difficile e scivoloso attaccarlo politicamente, cosa sempre legittima in democrazia e addirittura doverosa dagli scranni di minoranza. Tra l’altro

, nel caso del PD, l’attacco politico già prima non aveva mai sortito effetti elettoralemnte fruttuosi. Qualcuno (a destra) dice perché troppo violento, qualcuno (dalle parti di Di Pietro&co) perchè, si sostiene, troppo blando. Mi spiace, ma la corsa all’accordo dei Dalemiani, è sembrata come al solito precipitosa, prontissima, quasi che non si aspettasse che un qualunque pretesto per poterla riproporre.Un fatto negativo per noi che probabilmente verremo criminalizzati in piazza, sui blog o su facebook per ogni imbecille che frequenta gli stessi luoghi reali e virtuali e per ogni eventuale, sacrosanta o meno, critica e invettiva contro una classe dirigente che magari non ci piace.

Un fatto negativo perfino per l’Onorevole Cicchitto e per qualche altro esponente di maggioranza che ha colto la palla al balzo per mescolare tutto, accusare tutti, criminalizzando parimenti tutto ciò che non rema a favore. Travaglio accostato agli anarchici bombaroli (sic!), Facebook ai gruppi extraparlamentari degli anni settanta, giornalisti di varie sfumature a fomentatori d’odio professionisti, magistrati ad eversori, accostando una tizia che placca il Papa  e rompe il femore ad  un cardinale ottuagenario  ad un clima d’odio che ieri era tutto contro B. e oggi anche contro il Vescovo di Roma  e via delirando. Negativo, in sostanza, perché ha dato loro modo di toccare il fondo della propaganda politica, sguazzando in quella palude demagogica in cui non c’è analisi, non c’è differenza, non c’è contesto, non c’è discernimento, c’è soltanto l’orizzonte miope del prossimo sondaggio.

C’è poi la questione del clima d’odio e del partito dell’Amore.


Spiegavo ad un mio amico, convinto sostenitore di Forza Italia, che secondo questo principio la Lega sarebbe responsabile di ogni aggressione ad immigrato avvenuta in Italia negli ultimi anni e lo sarebbe avendo usato un linguaggio molto più esplicitamente  diretto e violento di quello utilizzato da qualunque oppositore istituzionale o giornalistico di B.
E’ una logica che possiamo accettare, ma deve valere per ogni violenza e per ogni vittima.
Mi è stato risposto che nel caso di B. l’odio è tutto rivolto verso una sola persona. Appunto, non ho fatto in tempo a rispondere, un’ unica persona che svolge un ruolo storicamente a rischio di forti contestazioni e azioni criminali (lui come i suoi predecessori), una persona che è obbligatorio e doveroso scortare, proteggere, con tutti i mezzi dello Stato  disponibili a tale scopo e, nel peggiore dei casi come in Piazza Duomo, soccorrore per tempo nel migliore dei modi. Un immigrato invece viene picchiato in silenzio,  nell’indifferenza generale, laggiù nel limbo dei senza voce, dove degli strali di Maroni contro il clima d’odio non s’è mai sentita l’eco.

Il colore viola.

Sabato a Roma, per un giorno soltanto pare e non per l’intera stagione autunno-inverno, sembrava andar di moda il viola. La marea s’è mossa da Piazza della repubblica fino a Piazza San Giovanni, invadendola, debordandola. Sembravano tanti, ottocentomila secondo gli organizzatori diciannove persone secondo la questura, tanti quanto quelli presenti il primo maggio al concertone rock che dovrebbe celebrare il lavoro più che i cantanti e fa concorrenza alla fin fine all’Heiniken Jammin Festival, più di quanto faccia tremare Confindustria.

Dominava il viola sgorgato da Facebook su esortazione di San Precario ma non c’era soltanto quello, comparivano a folti gruppi bandiere rosse di tutti i cinquantadue partiti comunisti rimasti, unico caso al mondo in cui le sigle proliferano più degli elettori, qualche bandiera IdV e perfino quattro bandiere quattro del PD, in barba al dettato del neosegretario della  cui trasparente assenza, guarda un pò, s’è parlato più che delle centinaia di migliaia di presenze indaco. Io e il tassista leninista, armati di macchina fotografica e sprovvisti di indumento a tono (prometto in futuro di comprare una cravatta), scorriamo il corteo, leggiamo striscioni, ascoltiamo slogan. Notiamo perfino un momento di tensione, in cui un viola purissimo uscito dal web, litiga e inveisce contro dei manifestanti con bandiere rosse usciti da qualche sede di partito inquinando, a suo avviso, la volontà dei pervenuti nel prendere le distanze dalla politica tradizionale. Io e il tassista ci domandiamo quando, restando nel solco delle opposizioni a Berlusconi, il movimento viola si dividerà anch’esso in litigiosi correnti. Lealisti Magenta contro dissidenti Lilla. Separatisti Fucsia contro ortodossi Melanzana. Miglioristi orchidea in polemica contro centristi presumibilmente Malva, quest’ultimi in odor di tradimento e collaborazionismo col nemico.
Oh, già… il nemico. Quello è onnipresente e fin troppo chiaro a tutti, rappresentato in  effige sui muri e sui cartelli,  evocato tramite feticci, maschere e pupazzi, il suo nome ingombrante urlato come uno sfogo.
Mentre gironzoliamo per il corteo e intorno a noi sciamano i manifestanti (dei quali a modo mio, sia ben inteso, faccio parte), vediamo comparire qualche vecchio leone che mescola la condizione malridotta della democrazia italiana col golpe in Honduras, individuando una comune matrice a stelle e strisce… Fulvio Grimaldi, bontà sua, è sempre quattro decenni indietro rispetto alla storia e qualche annoluce avanti rispetto alla mia fantasia. Vediamo anche Franceschini,  non quello che ha perso le primarie ma quello che ha fondato le BR, e uno striscione di Lotta Continua (1969-2009  c’è scritto, come se Lotta continua vantasse l’esperienza artigiana e la continuità di gestione di una panetteria o di un ristorante tipico) come se a sinistra nulla si rinnovasse mai, ma tutto procedesse per stratificazioni successive in cui convivono guardandosi in cagnesco il nuovo, il vecchio, il più vecchio, l’antesignano, il relitto e l’archeologia politica. Per la prima volta il PMLI non l’ho visto, ma a ben ripensarci il giorno dopo ricordo alcuni manifestanti esibire orgogliosi “Il Bolscevico”, organo del Partito Comunista più anacronistico tra i molti d’Italia.

Si lo so, un detrattore filoberlusconiano con sta roba c’andrebbe a nozze, ma io non lo dico per denigrare, è proprio che l’occhio nel mio caso tende sempre a fermarsi sui particolari demodè, sulle intrusioni e sui segnali fuori dal contesto storico. Il vintage politico-icononografico se preferite.

Controcorrente nel fiume umano si districano operatori televisivi e intervistatori che a tutti domandano, già consci che la manifestazione è perfettamente riuscita, da domani che cosa cambierà?
Niente.
Lo sanno loro, lo sanno gli intervistati (almeno quelli che hanno abbastanza primavere per averne viste ormai parecchie di manifestazioni ben riuscite) e lo so pure io, però  ce lo domandiamo comunque. Probabilmente, per puro esercizio onanistico.
Si arriva alla fine sotto il palco, arriviamo tardi, c’è già stato Celestini, c’è Salvatore Borsellino, Malerba, Gallo, Dario Fo e Franca Rame, col loro ottuagenario ottimismo da orticaria per un futuro migliore che non arriva mai. C’è Bocca registrato, Tabucchi dalla Francia e qualcuno mormora “beato lui”, c’è Monicelli. Monicelli,
il maestro, alla cui veneranda età rimane più spirito che fiato,  dice cose intelligenti.  Parole che dovrò riascoltare il giorno dopo su Youtube in quanto un camioncino corazzato d’altoparlanti mi spara nelle orecchie le canzoni dei cartoon, così che l’autore di Amici Miei e Il Marchese del Grillo, muove le labbra per esortare i giovani a non mollare, ma sembra cantare UFO Robot in un maldestro involontario doppiaggio. Poi, sul palco, arriva Ulderico Pesce monologhista, attore, cameriere, emigrante pugliese o quel che è.
Ulderico parla del caporalato diffuso in tutta Italia nelle aziende agricole, lo chiama col nome che dovrebbe avere, schiavitù.
La ripete più volte quella parola, schiavitù, schiavitù ai danni degli immigrati che poi criminalizziamo. Chiama l’Italia per quel che è o sta diventando, razzista.  Spiega che basterebbe una semplice legge ( c’è una raccolta firme sul suo sito) di congruità fiscale tra manovalanza  a libro paga e prodotti agricoli che finiscono nei supermercati per colpire questa piaga. E s’incazza, forse per enfasi da guitto forse per temperamento, domandandosi davanti alla schiavitù e alla criminalizzazione degli schiavi dov’è la sinistra, dov’è la chiesa, dov’è il sindacato, dov’è il governo, dov’è la solidarietà.
E  il senso che ha per me questa giornata è in quelle parole e nella volontà residua e ostinata nell’affermare la non complicità con quel che accade. Poi io e il tassista si va a casa, che fa un po’ freddino, la metro scoppia e le bandiere, nella mia esperienza recente, per sgargiante che sia il loro colore hanno appena il tempo di sventolare che sembrano già vecchie e lise.
Foto by Aramcheck