Turchia-Russia: ricompaiono i Lupi Grigi

Avevamo raccontato già a settembre come la situazione in Siria stesse creando una polveriera perfettamente adatta a favorire “incidenti” che potessero rapidamente condurre a un’escalation mentre, in novembre, avevamo analizzato come la “guerra all’ISIS” sbandierata dopo gli attacchi di Parigi rischiasse di coinvolgere i Paesi europei in un gioco ben più ampio dove gli schieramenti non erano affatto Stato Islamico contro tutti, ma NATO contro Russia e i suoi alleati, col Califfato usato come elemento di destabilizzazione in una complessa e sporchissima guerra per procura.

I fatti

Coerentemente con lo schema descritto questa settimana, un caccia turco (NATO) ha abbattuto un caccia russo sul confine siriano a causa di un possibile sconfinamento nello spazio aereo turco. Questi i fatti accertati: uno dei piloti del SU-24 russo si è gettato col paracadute mente il suo aereo precipitava nel nord ovest della Siria per essere freddato da una raffica sparata dai ribelli turcomanni, un crimine di guerra, mentre un secondo pilota riusciva a salvarsi e a raggiungere le linee amiche. Un altro militare russo alla guida di un elicottero CSAR (unità di recupero) è stato ucciso sempre in territorio siriano mentre cercava di soccorrere i piloti abbattuti. L’elicottero militare è stato colpito da un cannone anticarro TOW di fabbricazione statunitense in mano anch’esso dei ribelli turcomanni, protetti dalla Turchia e in guerra contro Assad.

Le due versioni
Secondo la versione turca, il cui ministro degli esteri non si è scusato avendo la Turchia agito a suo dire nel pieno diritto, il SU-24 russo avrebbe ricevuto una decina di avvertimenti prima dell’abbattimento (a questo proposito è stato rilasciato anche un nastro), l’ordine di colpirlo sarebbe arrivato direttamente dal premier Davutoğlu e lo sconfinamento sarebbe comunque durato pochi secondi. La versione russa nega lo sconfinamento, il pilota russo nega di aver ricevuto alcun avvertimento e il ministro russo Lavrov ha parlato apertamente di atto premeditato, un’imboscata. Fonti russe hanno anche fatto notare come un eventuale sconfinamento di poche miglia non dovrebbe comportare un abbattimento tra due Paesi amici impegnati nella stessa campagna antiterrorismo, portando l’esempio delle centinaia di sconfinamenti annuali dei caccia turchi nello spazio aereo greco, di cui il governo di Atene (NATO) si lamenta, inascoltato, da anni. Putin ha apertamente accusato la Turchia di combattere al fianco dell’ISIS, stessa accusa già lanciata la settimana precedente al G20, al tempo senza far nomi, ma indicando chiaramente Ryad e Ankara come mandanti e finanziatori del Califfato.

L’ipotesi dell’imboscata, i Lupi grigi e i ribelli turcomanni
Premesso che lo sconfinamento, seppur breve, può di certo essere avvenuto, va ricordato che i caccia russi sono gli unici che, secondo il diritto internazionale, volano sul cielo siriano legalmente in quanto invitati dal governo in carica, al contrario non agiscono nella legalità quelli USA, inglesi, francesi e turchi (che a loro volta sconfinano in Siria). L’ammissione da parte di Ankara che lo sconfinamento sia stato brevissimo stride con la ricostruzione secondo cui l’ordine sarebbe risalito dal caccia intercettore turco per tutta la catena di comando fino al Presidente del Consiglio, il cui assenso sarebbe tornato indietro fino al pilota pronto a sparare, il tutto in un tempo così breve, all’interno del quale andrebbero anche conteggiati i numerosi avvertimenti inviati al SU-24. Più probabile, vista la dinamica raccontata, che il pilota avesse già l’ordine approvato ai più alti livelli di tirar giù qualunque caccia russo si fosse avvicinato in quei giorni al confine con la Siria. A supportare questa ipotesi è emerso un video in cui i ribelli turcomanni vengono intervistati da CNN e da FOX poco dopo l’abbattimento: a parlare davanti ai microfoni sembrerebbe essere Alpaslan Celik, cittadino turco, figlio di un ex-maggiore dell’esercito di Ankara e vicino al partito turco MHP, braccio politico del gruppo terrorista di estrema destra nazionalista Lupi Grigi, nelle cui file militava Alì Agca, attentatore che sparò a Giovanni Paolo Secondo nel 1981. C’erano dunque turchi su entrambi i lati del confine, i primi pronti a sparare e secondi a giustiziare piloti e soccorritori.

Reazioni
Di nuovo coerenti col quadro di uno scontro tra NATO e Russia più che con quello di una guerra comune contro l’ISIS, sono le reazioni internazionali seguite all’abbattimento. Obama (NATO) ha espresso solidarietà a Erdogan ribadendo il diritto della Turchia di proteggere il proprio spazio aereo, l’UE ha deciso di proseguire nella prossima tappa d’ingresso di Ankara in Europa mentre gli altri leader della NATO hanno per lo più taciuto (addirittura tombale il premier Renzi), inoltre le sanzioni contro la Russia restano in vigore e si minaccia da più parti di inasprirle. Al contempo la Russia ha portato in Siria i sistemi missilistici S-400, sistemi sofisticati in grado di abbattere qualunque aereo da guerra, anche di ultima generazione, in un raggio di oltre 200KM intorno alla propria base di Latakia sulla costa nord della Siria, e ha portato di stanza negli stessi mari la propria nave ammiraglia, l’incrociatore missilistico Moskva. Il Cremlino ha inoltre intensificato i bombardamenti sui ribelli turcomanni nei quali, pare, sia rimasto ucciso il generale Rashid Bagdash, leader dei ribelli nell’area dell’abbattimento.

Conseguenze
Campane a morto per il gasdotto Turkish Stream, la costruzione del quale avrebbe dovuto sostituire il South-stream, progetto abbandonato in seguito alle tensioni dello scorso anno. A rischio anche le altre numerose cooperazioni economiche tra Turchia e Russia, incluso l’enorme afflusso annuale di turisti russi verso il Bosforo e l’Anatolia, oltre alle forniture di gas russo che coprono attualmente oltre il 50% del fabbisogno di Ankara.
Il gas verso i paesi mediterranei (inclusa l’Italia) continua e continuerà a passare prevalentemente per il gasdotto ucraino, dove Kiev ha smesso di pagare e, avendo i russi tagliato le forniture, gli ucraini saranno costretti a rubarlo (come già avvenuto in passato) per non gelare quest’inverno. La stessa Kiev a seguito della vicenda dell’abbattimento ha chiuso lo spazio aereo ai voli russi, anche civili, e, se è vero quanto denunciato dalle autorità della Repubblica di Doenetsk, ha riaperto questa settimana le ostilità in alcuni punti del fronte orientale. In un rapido precipitare degli eventi, quasi di concerto, si moltiplicano i fronti per la Russia di Putin, proprio quando dopo gli attentati di Parigi (quasi) tutti gli osservatori  si aspettavano finalmente l’avvento di una coalizione più ampia in grado di sferrare un’azione decisa, vasta e concertata contro il feudo del “califfo” Al-Baghdadi.

È la guerra all’ISIS, bellezza.

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D’accordo, andiamo in guerra contro l’ISIS

Accettiamo questa ipotesi e prepariamoci a trarre da essa le logiche conseguenze, la prima cosa da fare è capire chi è il nemico, dove è nato, quali sono i suoi nemici, quali i suoi alleati e chi lo finanzia. Un tentacolo del mostro raggiunge Parigi, per ben due volte, questo ci ferisce e un altro tentacolo temiamo un giorno possa giungere fino a noi. Bene, studiamo la piovra laddove giace la sua testa: in Medio Oriente.

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Dove nasce e come avanza lo Stato Islamico in Medio Oriente.

L’IS, Stato Islamico o Daesh, il Califfato di Al-Baghdadi, già ISIL e ISIS, nasce nel nord dell’Iraq da una costola di Al-Qaueda e si estende rapidamente fino tutto l’est della Siria, dove avviene una fusione parziale con Al-Nusra, Al-Quaeda in Siria. L’Iraq è un paese conquistato nel 2003 e occupato per dieci anni dagli Stati Uniti, paese a maggioranza sciita e con forte presenza di Al-Quaeda (sunnita) al nord. In questi dieci anni gli Stati Uniti hanno addestrato l’esercito, costruito basi e mantenuto i propri soldati, quindi si può assumere che vi fosse una forte presenza dell’intelligence US e un certo livello di controllo e presenza nel territorio. Al momento dell’arrivo dello Stato Islamico in Siria si combatteva una guerra civile con da una parte Assad e dall’altra l’ELS, Esercito di Liberazione Siriano finanziato e supportato per loro stessa ammissione dagli Stati Uniti, la nota Al-Nusra e una costellazione di altre milizie islamiste quali Ahrar al Sham, che ad esempio si prefigge di applicare la Sharia in Siria.  Tutti costoro, Stato Islamico e Al-Quaeda inclusi sono stati considerati pubblicamente dagli Stati Uniti preferibili o comunque a meno pericolosi di Assad, un dittatore che a oggi non ha mai scatenato una guerra e la cui eliminazione è stata posta come precondizione a ogni futura stabilizzazione della Siria. La guerra civile era nata dal tentativo di Assad di reprimere una Primavera, ordita dai democratici di cui sopra e finanziata, sostenuta e pubblicamente elogiata anch’essa, tra gli altri, dagli USA. Lo Stato Islamico in Medio Oriente è presente anche in Yemen dove combatte le milizie sciite.

Chi sono i nemici dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Tra di essi c’è naturalmente la fazione di Assad (alawita, sciita), Hezbollah (sciita) che combatte efficacemente l’IS al confine col Libano, l’Iran (sciita) che supporta Assad e Hezbollah (sciita) oltre alle milizie (sciite) yemenite. Tra i nemici dell’IS compaiono anche i curdi in Iraq e in Siria e Iraq, in particolare l’YPG. Fa discorso a parte il governo iracheno (che non ha escluso di chiedere aiuto alla Russia) il cui Primo Ministro è dal 2014 Haydar al-‘Abadi, sciita, importato tra le élite del paese dagli USA dopo la caduta di Saddam, ma che si era distinto già da ministro per le posizioni critiche verso il governatore Bremen e la ferma opposizione ai programmi di privatizzazione delle imprese nazionali irachene imposte dagli USA.   E desta comunque sconcerto come un esercito regolare come quello iracheno, dotato di armi statunitensi, dotato di aviazione, addestrato dagli occidentali per un decennio si sia fatto occupare gran parte del paese da trentamila miliziani armati di mitra e jeep, e senza mai più riuscire a riconquistare terreno.

Assad e il governo iraniano, sciiti, sono alleati e amici della Russia. Tutti i nemici dello Stato Islamico sono nemici degli Stati Uniti o di uno dei loro alleati nell’area (Israele-Hezbollah, Turchia-YPG).

Chi sono gli amici (e i neutrali) dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Gli amici sono innanzitutto i ribelli siriani al fianco dei quali, seppur non manchino scontri e dispute, combattono contro l’esercito di Assad.   L’Arabia Saudita e il Qatar coi quali condivide il programma politico wahabita della Sharia come legge fondamentale dello Stato e contro i quali lo Stato Islamico non ha mai mosso un dito. Dall’ Arabia Saudita e dal Qatar proviene come è noto il grosso dei finanziamenti privati allo Stato Islamico, delle forniture di armi e perfino dei tweet di sostegno inneggianti all’ISIS. Giusto a Ottobre un appartenente alla famiglia reale Al-Saud (Abdel Mohsen bin Ualid bin Abdulaziz al Saud) è stato arrestato in Libano perché il suo jet privato trasportava due tonnellate di Captagon, 15 milioni di pillole, un’anfetamina utilizzata massicciamente dallo Stato Islamico per infondere coraggio e furore ai mujaheddin. L’Arabia Saudita e l’IS combattono inoltre sullo stesso fronte in Yemen. Ambiguo alleato dell’IS è il governo turco, in guerra con i curdi e accusato più volte da questi di appoggiare il Califfato. Dalla Turchia, membro della NATO, provengono altri ingenti finanziamenti per i fondamentalisti e l’alleanza de facto tra Ankara e Daesh è stata denunciata tra gli altri dalla stampa turca, dalla chiesa ortodossa siriana e perfino dai fuoriusciti dello Stato Islamico. A parte il ruggito del leone volante Abdallah II, smorzatosi in fretta, la Giordania non può essere considerata un nemico impegnato in una guerra senza quartiere all’ISIS, quanto piuttosto un vicino di casa preoccupato. Lo stesso comportamento dello Stato Islamico verso la Giordania asseconda questa interpretazione, tanto che non ha mai tentato di violare il suolo giordano pur confinandovi. Israele è nominalmente un nemico naturale dello Stato Islamico, ma per osservare i fatti e restando al presente conflitto, a parte le minacce, possiamo considerarli militarmente neutrali. Non si segnalano a oggi attacchi diretti dell’IS verso Israele, né Israele si è spinta oltre un rafforzamento della presenza sul Golan, ed è coerente con questa analisi come davanti ad una tale minaccia alle porte di Tel Aviv il governo di Netanyau abbia mantenuto inalterate le proprie priorità standard in politica estera: Hamas, l’Iran e Assad.

Nessuno degli alleati, ambigui o meno, e nessuno dei paesi militarmente neutrali verso l’ISIS è sciita e tutti sono amici e alleati degli Stato Uniti.

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Conclusioni.
A questo punto esistono due possibili tesi sul ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati mediorientali in tutto questo.

Interpretazione I

La prima tesi è quella di una guerra mondiale, momentaneamente fredda, ma non a bassa intensità, tra gli Stati Uniti, i quali cercano di coinvolgere i propri alleati occidentali, e la Russia, che cerca di aiutare i propri alleati già coinvolti. La tesi copre dal Donbass, al Medio Oriente e, se è corretta, potrebbe un giorno estendersi al Venezuela, al Caucaso, all’Iran, alla Transnistria. In questa ipotesi il Medio Oriente è soltanto uno degli teatri, cruciale per le risorse e il loro transito, dove la rivalità tra sunniti e sciiti, culturale, religiosa e soprattutto geopolitica, descrive storicamente gli schieramenti locali in modo piuttosto nitido. Secondo questa tesi lo Stato Islamico è un utile strumento di questa guerra per procura, come lo furono gli afghani in chiave anti-sovietica, Saddam in chiave anti-iraniana, la presunta opposizione democratica libica, di cui non s’è mai vista traccia, in chiave anti-Gheddafi, e le milizie naziste del battaglione Azov in Ucraina.

Se vi convince questa seconda interpretazione, prima di appoggiare la guerra contro lo Stato Islamico dovremmo essere  sicuri di non porre il piede in una guerra globale da combattersi contro, tra gli altri, la Russia. Da questa roba qui, se amiamo i nostri figli e auspichiamo una pace stabile in cui possano crescere, noi italiani (e possibilmente noi europei) dovremmo assolutamente starne fuori.

Interpretazione II

L’altra interpretazione dipienge la prima potenza mondiale come una specie di idealista imbecille col grilletto facile che, nel tentativo di eliminare sanguinari dittatori e pericolosi terroristi, dagli anni ottanta (ma in realtà da molto prima) crea puntualmente disastri peggiori di quelli che andava a sanare, covando ogni volta in seno le serpi che immancabilmente sgozzeranno i suoi cittadini vent’anni dopo (e sgozzeranno noi europei). Questo bambinone sciocco, tanto potente quanto irruento, nel combinare i suoi pasticci si lascia dietro milioni di morti e un elenco interminabile di destabilizzazioni e guerre civili. Nella favola di Rambo-Pinocchio, un po’ per convenienza e un po’ per ingenuità il nostro eroe non si accorge che il gatto e la volpe, turco-saudita, lo manipolano per i propri scopi. Questo tipo di interpretazioni andrebbero lasciate a intellettuali della caratura di Severgnini, ma per quanto poco probabili e calzanti, sono da considerarsi comunque legittime e chi vuol crederci merita rispetto.

Se dunque vi persuade  la favola di Rambo-Pinocchio e avete buon senso, dovreste comunque temere con orrore l’idea di essere coinvolti nella prossima avventura del nostro alleato americano. Se, valutato anche questo, volete comunque appoggiare l’entrata in guerra contro lo Stato Islamico al fianco degli Stati Uniti, allora auguri. Come pare recitasse un proverbio Navajo: non puoi svegliare chi finge di dormire.

Morte di Pier Paolo Pasolini

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Il ristorante al Biondo Tevere è proprio sotto casa mia ma non ci sono mai andato. Pasolini ne era un cliente assiduo, spesso sedeva da solo e osservava gli altri avventori, leggeva o prendeva appunti. Certe sere invece si presentava con Moravia, Elsa Morante, altri scrittori o registi, oppure pagava la cena a intere tavolate formate da ragazzi di strada, gruppi di amici, l’intero cast di un film. Al ristorante lo conoscevano da anni, da quando veniva in Lambretta e si era appena trasferito con la madre da Casarsa, in Friuli. Si erano stabiliti in affitto a Cinecittà, lui non aveva nemmeno trent’anni, per sbarcare il lunario correggeva bozze, pubblicava qualche articolo, cercava comparsate al cinema e offriva lezioni private senza trovare allievi. Era il 1950 e nei venticinque anni successivi la sua opera si affermerà nella poesia, nella letteratura, nel cinema, nella cultura, scriverà inoltre critiche, articoli, opere teatrali, sceneggiature e canzoni, gireràdiversi documentari. La sera del 1 Novembre 1975, l’ultima, Pasolini torna nello stesso ristorante, è sabato, sono le undici e la cucina ha già chiuso. E’ accompagnato daun ragazzo magro e riccioluto rimasto a stomaco vuoto, per cortesia verso il regista il cuoco riaccende i fornelli e gli prepara un piatto di spaghetti.   Quella settimana Pasolini si era recato prima a Stoccolma con Ninetto Davoli, poi in Francia dove a Parigi il 31 ottobre aveva rilasciato la sua ultima intervista rispondendo a lungo su Salò e le 100 giornate di Sodoma. Il film sta per uscire, la lunga lavorazione e le indiscrezioni sulle scene di sesso, sadismo e violenza, hanno reso la pellicola misteriosa agli occhi dei francesi. Anni dopo Sergio Citti dirà che le pizze del film erano state rubate la settimana precedente, dirà anche che quella notte Pasolini aveva un appuntamento ad Acilia dove sperava di riscattare le pellicole dai ladri per trovare invece i suoi assassini,  che soltanto in un secondo momento lo trasportarono esanime all’idroscalo. Pochi i riscontri specifici su questa versione, forse soltanto una leggenda. A Parigi in quella sera di fine ottobre il film desta interesse, Pasolini ribadisce l’abiura della Trilogia della Vita, i suoi ultimi tre film sono un’ode al sesso, alla sensualità e all’estetica dei corpi, Salò è il gesto artistico che li rinnega e richiama la trasformazione dei giovani italiani di cui Pasolini denunciava ormai la deriva violenta e criminaloide che il nuovo potere consumistico stava causando. Pino Pelosi, detto La Rana, è uno di quei giovani, ha soltanto 17 anni, dopo cena lui e Pasolini vanno con l’Alfa GT fino all’idroscalo di Ostia. Ho abitato nei paraggi, correvo la sera in una spiaggia non distante, sapevo dove era il luogo in cui avvenne l’omicidio e il monumento che gli hanno dedicato, eppure non sono mai andato nemmeno lì. Non sono incline ai pellegrinaggi e commemoro gli scrittori leggendone le opere. All’idroscalo i due si appartano, hanno un approccio, poi il ragazzo si tira indietro, Pasolini va su tutte le furie e lo colpisce. Pino la Rana si difende, ha la meglio, scappa con l’auto e forse, mentre se ne va, passa sul corpo del poeta uccidendolo. La racconta così Pino a un compagno di cella nel carcere minorile di Casal Dei Marmi, dove l’hanno portato perché guidava l’Alfa GT senza patente. La storia però non funziona e lascia dubbi a tutti: Pino è alto appena 1.67m e pesa 59Kg, Pasolini è un uomo considerato forte, atletico, in vita sua ha fatto spesso a cazzotti. E poi nel bagagliaio dell’auto c’è roba d’altri, i particolari della colluttazione non tornano,la scena del crimine è abbandonata ase stessa e subito inquinata, c’è poco sangue su Pelosi e tropposul corpo massacrato di Pasolini. I legali d’ufficio lo dichiarano innocente e vengono subito sostituiti da Mangia, difensore dei mostri del Circeo,  e con lui il perito Semeraro, ordinovista implicato con la Banda della Magliana. Antonio Pinna, un altro vicino alla Banda, la mattina dopo gira per Monteverde cercando un carrozziere che gli ripari un’auto ammaccata e sporca di sangue, lo trova e qualche tempo dopo sparisce nel nulla. Pelosi nel 2005 dichiarerà che erano in cinque con lui, tra di essi i fratelli Borsellino, due criminali confluiti nell’estrema destra. Facevano un favore a qualcuno viene da pensare, perché il processo al potere che Pasolini aveva lanciato dalle pagine dei giornali, parlando apertamente di stragi, era oltre il consentito. Oppure era Petrolio, il romanzo indagine che Pasolini stava scrivendo sul ruolo di Cefis e dell’ENI nelle stragi, compreso l’omicidio Mattei, a non dover essere terminato e pubblicato. Ne verrà rubato un intero capitolo, Lampi sull’ENI. Erano le ultime parole di una voce sublime e morbosa, sensibile e tagliente, la cui scomparsa stiamo ancora pagando caro.

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