L’apocalisse secondo Colin Campbell.

L’altro problema serio, propriamente apocalittico,  oltre al Global Warming che si sta facendo largo sulla rete, sulle riviste specializzate e presso gli studiosi del settore (ovunque cioè tranne che sui nostri mass-media e nel nostro mondo politico) è quello del raggiungimento del picco di produzione petrolifera. Ricordo che sul mio libro di educazione tecnica delle medie, datato 1975 anche se io lo studiavo ben quindic’anni dopo, c’erano previsioni per l’esaurimento dell’oro nero stimate in trentasette anni. Questa stima, col senno di poi, era evidentemente sballata e derivata probabilmente dal fatto che gli autori non potevano considerare i giacimenti che sarebbero stati scoperti alla fine degli anni 70 e all’inizio degli anni 80 e le nuove tecniche di estrazione utilizzate.  Pare però che qualcosa di simile stia in realtà per accadere in un orizzonte temporale estremamente breve. L’orizzonte temporale per il picco petrolifero è di circa cinque anni (cio’ significa che sta per accorgersene anche la politica seppur col solito catastrofico ritardo), un tempo insufficiente per prepararsi agli sconvolgimenti che potrebbe portare. Il “picco” non è l’esaurimento del petrolio in sè ma l’incapacità, causa la scarsità di di tali giacimenti e le conseguenti difficoltà di estrazione, di far coincidere la domanda in forte espansione con l’offerta, prima stabile e poi lentamente quanto inesoarabilmente decrescente.  Agire sulla domanda sembra impossibile senza scardinare l’assioma capitalistico della crescita, infatti al crescere del PIL (consumi, investimenti, spesa pubblica, importazioni/esportazioni e relativo spostamento di merci etc…) inevitabilmente cresce anche il consumo di energia che oggi è sostanzialmente basato sugli idrocarburi. Se l’offerta dovesse davvero diventare inferiore alla domanda non ci sarà abbastanza petrolio per un miliardo di cinesi il cui PIL cresce a circa il 10% l’anno, né per trecento milioni di statunitensi il cui stile di vita rimane “non negoziabile” (non ce ne sarà neppure per l’Europa, ma tanto al momento non conta un cazzo). Economicamente tutto ciò vuol dire paralisi, socialmente vuol dire scontro e povertà, geopoliticamnete vuol dire guerra. Guerra quella vera. L’argomento è complesso, le implicazioni molteplici e  difficili persino da immaginare. Giusto per fare qualche esempio coi derivati del petrolio si fa la plastica e l’olio per ingranaggi. Sul piano politico ed economico  un’asta sconsiderata per quel poco oro nero rimasto finirebbe per arricchire, almeno sul breve-medio periodo, i paesi OPEC in modo fin’ora impensabile. La televisione svizzera, che evidentemente fa il suo mestiere, ha prodotto il servizio che trovate su questo post (dal blog Petrolio già linkato di fianco) estremamente interessante e che consiglio a tutti di vedere.

Notate che nel filmato nessuno degli intervistati sostiene che la cosa non accadrà, le opinioni si dividono soltanto sul quando accadrà. Se quanto dice l’esperto in materia  (citato nel servizio) Colin Campbel è vero, quello che ci aspetta è una riconversione del nostro stile di vita rapidissima e impensabile nel giro di pochissimi anni. Sempre se  Campbel ha ragione, speriamo di no, seppur in modo meno irreparabile (un’altra economia è senz’altro possibile se non altro perchè ve ne furono in passato, mentre un altro pianeta su cui migrare direi di no) questo problema ci travolgerà prima e non meno duramente del riscaldamento globale: e i due problemi hanno nel petrolio una radice comune. Quindi se proprio volete votare, votate per qualcuno che prenda in considerazione queste due eventualità  e che proponga soluzioni, o almeno tavoli di ricerca dove elelaborarne, per liberarsi della dipendenza dagli idrocarburi prima possibile e col minor danno possibile. Visto che in parlamento non ne troverete neppure uno, stappatevi una birra, sprofondate sul divano  e  godetevi l’apocalisse in diretta. Volendo trovare un lato positivo, che in realtà non c’è, pensate che tra le tante cose che verranno spazzate via ce ne sono anche parecchie che magari vi stanno sui coglioni. E verranno spazzate via in modo piuttosto spettacolare.

A ben guardare 1975 + 37 fa proprio 2012, l’anno della suddetta catastrofe e il mio libro delle medie, anche se per sbaglio, alla fine ci ha azzeccato: quando si dice la fortuna.

                       Oil crisis, 1979.

Luttwak, Fassino e Rahmatullah.


      VS
Rai Tre, Ballarò, prima serata. Mastrogiacomo è appena stato liberato, Strada esulta, il governo gongola, Repubblica brinda. In studio la solita schiera di politici e qualche altro invitato tra cui spicca Edward Luttwak. Si scatena un alterco tra quest’ultimo e Fassino. Quello che potrebbe sembrare ad uno osservatore disattento come un scambio di battute tra un adorabile vecchietto, magari un po’ conservatore, e un politicante provato nel corpo e nello spirito da una forma cronica di anemia, è in realtà qualcosa di più.  Infatti Luttwak è stato (e credo sia ancora) il portavoce in Italia del Pentagono, cioè un tizio autorizzato a parlare per bocca dei vertici militari della prima potenza mondiale in un importante (almeno sulla carta) paese alleato, possibilmente in prima serata.
Io trovo che sia sempre istruttivo ascoltare Luttwak perchè è uno che parla chiaro(*).  Dal canto suo Fassino, malgrado la cosa possa comprensibilmente non piacere, pur non facendone parte in modo diretto è, di fatto, un rappresentante autorevole del governo italiano.

Se Luttwak è incazzato, vuol dire che il Pentagono è incazzato. Bene, Luttwak è MOLTO incazzato con Fassino, il quale sbatte le palpebre  e boccheggia, tra sussurrati distinguo e afone precisazioni.

Luttwak attacca il governo per aver fatto forti ed indebite pressioni su Karzai. Luttwak sostiene che i governi italiani sono inaffidabili perché pagano i riscatti arricchendo i terroristi e inducendoli a rapire ancora. In questo caso poi, i terroristi a loro volta liberati per colpa del governo italiano semineranno morte e combatteranno gli alleati. Il fatto che si congelino per legge i beni dei famigliari dei rapiti sul proprio territorio nazionale e si paghino riscatti nel terzo mondo, non riconoscendo le proprie stesse leggi all’estero, secondo Luttwak fa dell’Italia un paese COLONIALISTA.

Quest’ultima affermazione detta da un rappresentante del Pentagono è un colpo di genio, un paradosso acrobatico, un virtuosismo della contraffazione semantica talmente plateale che, se Luttwak non fosse così incazzato, si penserebbe che egli abbia appena toccato vette della satira ancora inesplorate. La cosa strappa perfino un sussurro di protesta a Fassino, che poi sorride ironico e batte le palpebre.

In generale però, almeno dal suo punto di vista, Luttwak ha ragione. Su questa vicenda gli interessi militari e politici del governo USA e quelli umanitari (per la sola vita di Mastrogiacomo s’intende) ed elettorali del governo Prodi hanno finito per confliggere. Questo non soltanto non è gradito dagli USA ma non è neppure previsto, è infatti il frutto dell’ambiguità della missione. Pretendere di voler fare una missione umanitaria mentre chi ti comanda sta combattendo una guerra di occupazione (senza riuscire a vincerla pare), è un pastrocchio cerchiobottista, tipicamente italiano, che per i comandi americani non ha senso.

Anche per questo non dovevamo andarci e adesso dovremmo ritirare le truppe. Se i Talebani dovessero arrivare ad Herat l’insostenibilità di questa posizione diventerà ancora più plateale.

In mezzo a questo conflitto si è trovato Karzai che come in uno spaghetti western ha preso prima un ceffone dall’Italia (Terence Hill) e poi uno dagli Stati Uniti (Bud Spencer), il che da un’idea dell’autonomia del suo governo e spiega il repentino cambio di atteggiamento sulla vicenda da parte sua.

Il resto è storia recente: un altro ostaggio muore e il mediatore di Emergency, che faceva gli interessi del governo italiano, viene arrestato per favoreggiamento del terrorismo. Ad arrestarlo e a diffondere note che lo infangano sono i servizi segreti afgani, nati da pochi anni e addestrati dalla CIA della quale rappresentano inevitabilmente un’appendice.

Credete che Karzai possa farci davvero qualcosa(**)?

Nel frattempo, davanti al cadavere dell’interprete di Mastrogiacomo, la stampa di Kabul improvvisamente si domanda indignata: “Ma allora la vita di un occidentale vale di più di quella di un afghano?”.

Evidentemente la stampa di Kabul non brilla per acume.


(*)“Ci sono due tipi di dittatori: quelli che ostacolano il business, e quelli che non lo ostacolano. Noi ci occupiamo dei primi, e lasciamo stare i secondi.” Luttwak, 2003.

(**)Dichiarazione di Massimo D’Alema che fino a ieri fingeva fosse utile  insistere su Karzai: “Abbiamo fatto tutto il possibile, non possiamo fare niente di più se non chiedere al governo afgano di assicurare a Rahmatullah Hanefi un processo rapido.” Pilatesco e in malafede. Del resto ubi maior