THE BREXIT HORROR PICTURE SHOW

Great-Britain-Flag

Esiste di certo un universo parallelo in cui il Remain ha vinto il referendum per uno 0,1%, la Gran Bretagna è rimasta ormeggiata al continente e le migliori menti della penisola italiana trillano entusiaste a proposito della “saggezza del popolo britannico”, “alla grande prova di democrazia proveniente da UK”, al “voto che sconfigge il populismo” e alla “voglia di Europa contro gli istinti autarchici”, ma quell’universo, che qualcuno vorrebbe migliore, non è questo universo. In questo universo un referendum popolare perfettamente legittimo ha decretato il Brexit senza riguardo per i sentimenti e le aspirazioni delle migliori menti della nostra penisola le quali, leggermente innervosite, si sono abbandonate a dichiarazioni quantomeno sconcertanti e, dice qualcuno, meno democratiche di quel che ci si aspettasse.

Le elenchiamo di seguito a futura memoria, giudicate voi.

#1 Mario Monti, Senatore a vita nominato, ex-premier nominato, membro della trilateral commission e già international advisor di Goldamn Sachs. Si è interrogato su come mai una democrazia  (etimologicamente potere del popolo) debba affidare le decisioni importanti, addirittura al popolo (senza specificare a chi queste invece spetterebbero).

Monti

poi Monti rincara appellandosi ai padri costituenti (dimenticando che la Costituzione tutela anche tutta una serie di diritti sociali che il suo governo ha bellamente ridotto quando non cancellato, ma va beh):

Monti 2

#2 Giorgio Napolitano, ex-Presidente della repubblia. Prescrive il referendum soltanto per quesiti molto semplici, come se giudicare una struttura sovranazionale dopo averla messa alla prova per oltre 20 anni sia uno sforzo intelletuale fuori dalla portata del comune cittadino che ci vive dentro.

napolitano

o-NAPOLITANO-facebook.jpg

#3 Giovanna Melandri, ex-Ministro ai beni culturali, ritwitta il marito: la coppia si domanda se sia giusto che le persone anziane abbiano diritto di voto e non si possano al loro posto arruolare alle urne gli infanti fin dalla culla.

Melandri

(tra l’altro per vietare il voto negli ultimi 18 anni bisognerebbe che la data di morte fosse certa quanto quella di nascita, il che temo ponga problemi insormontabili di attuabilità a meno di sgradevoli pratiche di eutanasia di massa)

#4 Il Professor Alessandro Rosina li prende in parola ed essendo un tecnico propone la strada maestra per implementare un sistema elettorale che impedisca ai vecchi di rompere i coglioni:

Rosina.png

qui i dettagli per cui il peso del voto dovrebbe essere direttamente proporzioanale all’aspettativa di vita (ricorda il “voto plurale” di Stuart Mill, il noto liberale teorizzava in quel caso che i voti dei ricchi contassero per 3):

rosina.jpg

#5 Beppe Severgnini, giornalista, scrittore, conduttore televisivo e  opinionista se la prende anche lui con i vecchi che rubano il futuro ai giovani, ma anche coi provincialotti e le classi ignoranti che non comprendono le ragioni disperate della City di Londra e dei suoi broker finanziari cosmopoliti:

Severgnini

Qualcuno ha provato a spiegare loro che i giovani tra 18 e i 24 non sono andati a votare (affluenza del 36% contro l’81% degli over 65) e che si sono rivelati complessivamente la fascia d’età meno europeista visto che il 75% di loro o se ne è rimasto a casa o ha votato Leave, ma tant’è. I numeri sono del resto freddi, mentre la UE è un sogno e una passione dell’anima.

Contro le masse subalterne e ignoranti  si è scagliato anche Giorgio Gori, consulente alla comunicazione di Matteo Renzi, già imprenditore e giornalista, bisognerebbe forse togliere il voto a coloro che han studiato meno in modo che i ceti colti possano guidarli verso un futuro luminoso:

Italcementi, studio per Bergamo 'smart city' del futuro

Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, durante il convegno ‘Verso il futuro. Bergamo 2035, smarter citizens’, promosso dalla Fondazione Italcementi, Bergamo, 30 settembre 2014. ANSA/GIAMPAOLO MAGNI

#6 Francesca Barracciu, ex-sottosegretario ai beni culturali del governo Renzi, evoca il fascismo, un regime che come noto portò l’Italia al disastro, alle leggi razziali e all’orrore della guerra  a suon di referendum e consultazioni popolari:

Barracciu

#7 Sullo stesso tono Roberto Saviano, scrittore, giornalista e militante anti-mafia il quale ci mette  in guardia contro le derive plebiscitarie in democrazia (dalle quali dovrebbero in realtà già tutelarci le carte costituzionali riconoscendo gli inalienabili  diritti alle minoranze), viene il dubbio che in Uk si sia votata l’annessione dell’Irlanda e lo sterminio dei suoi inermi abitanti e non la semplice Brexit:

saviano

#8 Nathani Zevi, giornalista RAI, ci invita da par suo a riflettere sulla vera natura della democrazia, siamo sicuri che le decisioni debbano essere prese a maggioranza?  Non sarebbe meglio che a decidere sia una minoranza con le carte in regola e tutti i timbri? C’è da pensarci.

Nathania Zevi

#9 Gianni Riotta, giornalista e scrittore, va sul macabro e si rammarica che la Cox sia morta per nulla, invece che per una buona causa come si augurava evidentemente lui. Parafrasando, è forse cinico pensare che una così bella e tempestiva occasione per ribaltare gli umori popolari in favore del Remain sia andata sprecata? Forse sì, è cinico e anche un po’ di cattivo gusto.

Riotta cox

Che dire? Perfino chi si augurava un’Europa senza frontiere, fondata sul lavoro, sulla solidarietà tra popoli e sulla cooperazione tra gli Stati, un’Europa autenticamente democratica costruita col consenso delle masse che la compongono, per quanto ageé e ignoranti (ma tuttora le più istruite del mondo), che difendesse innanzitutto le conquiste sociali che ne avevano caratterizzato la crescita post-bellica, prima fra tutte lo Stato Sociale, rischia di sentirsi un po’ spiazzato. Soprattutto quando pochi giorni prima del voto è uno dei padri fondatori nostrani della UE a confessare, en passant, l’incoffessabile:

Senza titolo

Tutti democratici, tutti eredi, chi più chi meno, di quegli ideali di partecipazione e giustizia sociale che la sinistra ha cercato faticosamente per secoli di interpretare. Nessuno di loro si è domandato se mentre le istituzioni europee massacravano la Grecia nel contempo qualche cittadino europeo si stesse a sua volta  chiedendo e se domani toccasse a me?

Forse la verità è che quando l’elite della sinistra italiana ha svenduto gli ideali sociali, in cambio le è stato offerto l’europeismo come ideale fantoccio per sentirsi ancora una volta dalla parte giusta della storia. Chi glielo abbia fornito è facilmente identificabile ed è l’ ex-nemico di sempre, il capitale transanzionale.

Forse la verità è che l’europeismo, patria dei moderati, presenta in realtà connotati ideologici che facilmente scavallano nell’estremismo più miope.

Il loro ego ora non può sopportare che crolli tutto un’altra volta.
Diventa un problema psicologico e identitario (oltre che la minaccia a delle rendite di posizione).
La Brexit è soltanto un passaggio e, a giudicare da quanto sopra, direi che non l’hanno presa bene.
Proprio per niente.

Io non guardo le serie TV (VI)

The Knick è un meraviglioso romanzo positivista, tutta la narrazione innalza un inno alla “ragione”  il dio moderno che nel  finale, proprio come il protagonista in ogni grande romanzo, mostra  il volto sfigurato della propria nemesi.

Il plot di Penny Dreadful non prometteva nulla di buono: una medium, un esploratore, un Lupo Mannaro, il Dottor Frankestein e Dorian Gray tutti insieme a vivere avventure nella Londra vittoriana. Un minestrone già sentito, tra raduni di Avengers e Leghe si straordinari gentiluomini, per non scomodare il cartone cult Superamici (chi li ricorda?), un’accozzaglia da mettere in fuga anche gli appassionati del genere. E invece no…

Il fatto che una serie come The Ridiculous 6 sia stata finanziata, prodotta, esportata e che qualcuno possa trovarla divertente, non fa ben sperare per il futuro del senso dell’umorismo e della comicità tutta su questo pianeta.

The Knick

Il livello, e probabilmente il budget, della terza stagione di Black Sails crescono ancora dopo la partenza in sordina della prima stagione e i netti miglioramenti della seconda, facendone uno dei migliori esempi di serialità per il genere d’avventura.

Sempre in The Knick un neo pacchiano negli ultimi secondi del finale della seconda stagione ne rovina l’accuratezza storica pagando un pegno troppo caro alla ricerca della perfetta cesura letteraria. Inspiegabilmente gli autori, fin lì più attenti, collocano la nascita della psicoanalisi in un ambito come quello della cura delle tossicodipendenze dove ha forse dato meno frutti che altrove, a New York, dal genio di qualcuno che non è Freud né alcuno dei suoi illustri successori europei. Un errore stupido e sciocco che appaga forse l’autoreferenzialità del pubblico americano, ma rompe l’incanto dello spettatore che abbia  anche la minima nozione in merito.

Le prime due stagioni Penny Dreadful sono fantastiche, affascinanti, intense e sufficientemente spaventevoli. Dai costumi alle atmosfere, dai dialoghi all’uso sapiente dei flashback, dalle trovate che svecchiano il genere alla performance collettiva dello splendido cast, tutto funziona come un orologio meccanico opportunamente caricato. Quando infine scocca l’ora del colpo di scena si resta sorpresi dall’efficacia dell’ennesima rielaborazione di cliché tanto familiari, per un’ora scarsa il paranormale e il magico ci paiono presenti e plausibili, torna la letteratura dell’infanzia, seppure un po’ rimescolata, e con essa la partecipazione e il divertimento più autentici .

Penny Dreadful

Nella terza stagione di Black Sails perfino Luke Arnold, nei panni di John Silver, abbandona definitivamente le smorfie farsesche e la piatta inespressività della prima stagione, sfoderando un’interpretazione intensa che non sfigura più davanti al talento di Toby Stephens, il capitano Flint. E’ sempre bello osservare la crescita di un attore e il modo in cui l’opera se ne giova nel suo insieme.

Difficile andare oltre la prima puntata di Sense 8 o Leftovers, la bulimia del pubblico occidentale verso la serialità televisiva conduce ad aumentare l’offerta a dismisura esplorando plot improbabili, complessi e dagli esiti labirintici e prevedibilmente improduttivi. Per affrontare la seconda puntata servono motivazioni e uno sforzo sulla fiducia che, al momento, trovano ragion d’essere. Ci si ferma al primo assaggio.

The Knick è una serie d’autore, consigliatissima, che conclude il proprio arco narrativo e non necessita di una terza stagione. Speriamo non prevalgano altre logiche.

La strana bomba di Manchester.

Paura allo stadio.
Domenica 15 maggio lo Stadio Old Trafford di Manchester è stato evacuato 20 minuti prima della partita tra Manchester United e Bournemouth e prevista per 14GMT, a causa di un allarme bomba. L’ordigno è stato effettivamente trovato dai cani anti-esplosivo della polizia di Machester (GMP) nel bagno dello stadio, si trattava di una bomba finta, non in grado di fare danni reali ma a detta della polizia “estremamente realistica”, costruita in tutto e per tutto come una vera “pipe-bomb” artigianale. Per circa 5 ore si è cercato di capire come e chi avesse lasciato lì l’esplosivo. In serata è stata la stessa polizia di Manchester a spiegare che l’ordigno era stato lasciato lì durante un’esercitazione antiterrorismo avvenuta qualche giorno prima. La polizia ha declinato la responsabilità dell’errore, sostenendo che l’errore è attribuibile ad una società privata responsabile dell’esercitazione.

Effettivamente una grossa esercitazione si era tenuta a Manchester il 10 Maggio, nel distretto di Trafford, aveva coinvolto 800 tra attori e volontari, e vedeva la collaborazione congiunta della polizia (GMP), dei vigili del fuoco e degli operatori ospedalieri locali.  Quelle che seguono sono le immagine del training inclusa l’esplosione di una finta-bomba che ipotizziamo molto simile a quella trovata nei bagni dello Stadio:

Il filmato e l’esercitazione erano disponibili su Internet dal giorno stesso ed avevano ricevuto una grossa attenzione mediatica a causa delle proteste delle associazioni mussulmane inglesi indignate perché l’attore che interpretava il terrorista suicida aveva nel copione come unica battuta “Allah Akhbar”, l’accostamento era stato giudicato superfluo, blasfemo e offensivo, tanto che la polizia di Manchester si era subito scusata per l’accaduto.

L’incidente, increscioso di suo per le conseguenze del falso allarme, 50k tifosi evacuati, presenta però alcune ulteriori anomalie.

Anomalia #1 – L’esercitazione documentata non era allo stadio.

E’ facile reperire sul web articoli e immagini sull’esercitazione del 10 Maggio, sia dovute alle proteste delle associazioni islamiche sia per semplici articoli collegati al realismo e all’utilità di queste esercitazioni impostate come veri e propri giochi di ruolo. Non esistono tracce in rete, o almeno non ne abbiamo trovate, di esercitazioni allo stadio Old Trafford, dove il finto-ordigno è stato di fatto rinvenuto. L’esercitazione documentata si è infatti svolta al Trafford Center, un centro commerciale che a dispetto del nome dista 5,5Km, circa 10 minuti in auto senza traffico e oltre 25 minuti a piedi dallo stadio:

Old Trafford

Quindi se si trattava della stessa esercitazione questa si svolgeva in due luoghi distinti, molto lontani tra loro per una logistica complessa di 800 figuranti, uno dei quali (appunto lo stadio) non è mai stato menzionato  prima del ritrovamento dell’ordigno di domenica.

Anomalia #2 – Il ruolo della polizia locale (Greater Manchester Police, GMP).

Mentre la polizia locale è stata pienamente coinvolta nell’esercitazione del Trafford Centre, come documentano le immagini e gli articoli collegati, le autorità sono sembrate inspiegabilmente “smarrite” rispetto alla bomba allo stadio. Per quasi 5 ore nessun collegamento con eventuali esercitazioni è stato ipotizzato, il che è strano se la polizia stessa fosse stata coinvolta in quello stesso luogo solo pochi giorni prima. Durante le prime ore la polizia si è anzi detta stupita per l’incredibile realismo dell’ordigno, come se non avessero mai visto (o comunque non si aspettassero di trovare lì) nulla del genere. La polizia ha infatti declinato ogni responsabilità per l’ordigno abbandonato, indicando una società privata come autrice unica dell’errore. Il club calcistico Manchester United ha ugualmente scaricato ogni responsabilità specificando in una nota dell’addetto stampa che la società privata in questione  “Non è la stessa società cui ci rivolgiamo per garantire la sicurezza dello stadio” e ha aggiunto “chiaramente la Polizia non ha alcuna responsabilità nell’errore”. Da queste dichiarazioni incrociate sembra emergere che questa fantomatica società privata, mai nominata nelle prime ore, abbia potuto muoversi dentro lo stadio, conducendo esercitazioni, maneggiando esplosivi depotenziati e lasciandoli poi lì, senza che né la polizia locale né il club calcistico che gestisce lo stadio abbiano potuto avere voce in capitolo.

Anomalia #3 – La  società privata.

La società privata autrice dello sventurato incidente si è rivelata essere la Security Search Management & Solutions, il cui proprietario Chris Reid è un ex-consulente anti-terrorismo già legato alla G4S, un nome sconosciuto ai più ma un vero e proprio gigante economico e… militare. La G4S vanta infatti diversi record essendo contemporaneamente la più grande agenzia di sicurezza del mondo, il secondo maggior datore di lavoro al mondo dopo Wall-Mart  con oltre 620000 dipendenti e, per conseguenza, il più grande esercito privato di contractors al mondo.  La GS4 è impegnata in Iraq con compiti di scorta dei convogli non militari almeno dal 2008, da quando ha cioè acquisito la ArmorGroup (9000 dipendenti), ed è nota per i suoi stretti rapporti coi Signori della Guerra  afghani.  La G4S è implicata in una vasta lista di accuse in giro per il mondo, incluso l’uso della tortura nella gestione delle prigioni sudafricane. La GS4 ha anche gestito la sicurezza durante le olimpiadi di Londra nel 2012, al tempo in cui ci lavorava Reid, tra l’altro fallendo e costringendo il governo britannico a schierare l’esercito pur di ottenere il livello di presidio del territorio atteso. Reid, a parte definire l’incidente sfortunato, non ha voluto rilasciare dichiarazioni in attesa di parlare col Manchester United.

La minaccia era reale?

Lo sfortunato incidente si colloca in una settimana molto calda per gli allarmi anti-terrorismo in UK in generale e a Manchester in particolare.  Ad esempio, avevano con sé foto di Londra (oltre che di alcuni siti storici italiani) i presunti quaedisti afghani arrestati  il 10 Maggio a Bari, e proprio domenica pomeriggio un volo Ryan Air da Oslo a Manchester è stato cancellato a causa di un altro allarme bomba, con la polizia norvegese  che aveva posto in stato di fermo due cittadini dello Sri-Lanka per poi scoprire anche in questo caso un falso allarme. Sempre la settimana tra il 10 e il 15 maggio l’MI5, il servizio segreto britannico, aveva elevato l’allerta anti-terrorismo per eventuali attacchi dell’IRA dall’Irlanda del Nord, dal livello 2-Moderate al livello 3-Substancial, quello in cui: “an attack is a strong possibility“.

Ognuna delle anomalie menzionate può essere spiegata con coincidenze ed errori, ne teniamo conto in attesa di maggiori informazioni e report ufficiali. Allo stesso modo teniamo conto, per un vezzo statistico, di come negli ultimi 16 anni grandi esercitazioni anti-terrorismo abbiano mostrato una forse casuale ma di certo  inquietante capacità predittiva nei confronti di eventi terroristici poi realmente accaduti. C’erano state esercitazioni del genere nei paraggi territoriali e nei giorni più prossimi (qualche volta addirittura in contemporanea), su obbiettivi simili o identici a quelli poi effettivamente colpiti subito prima (tra gli altri) degli attentati di New York 9/11, Londra 2002, Boston 2012, Parigi 2015 e Bruxelles 2016.

Turchia-Russia: ricompaiono i Lupi Grigi

Avevamo raccontato già a settembre come la situazione in Siria stesse creando una polveriera perfettamente adatta a favorire “incidenti” che potessero rapidamente condurre a un’escalation mentre, in novembre, avevamo analizzato come la “guerra all’ISIS” sbandierata dopo gli attacchi di Parigi rischiasse di coinvolgere i Paesi europei in un gioco ben più ampio dove gli schieramenti non erano affatto Stato Islamico contro tutti, ma NATO contro Russia e i suoi alleati, col Califfato usato come elemento di destabilizzazione in una complessa e sporchissima guerra per procura.

I fatti

Coerentemente con lo schema descritto questa settimana, un caccia turco (NATO) ha abbattuto un caccia russo sul confine siriano a causa di un possibile sconfinamento nello spazio aereo turco. Questi i fatti accertati: uno dei piloti del SU-24 russo si è gettato col paracadute mente il suo aereo precipitava nel nord ovest della Siria per essere freddato da una raffica sparata dai ribelli turcomanni, un crimine di guerra, mentre un secondo pilota riusciva a salvarsi e a raggiungere le linee amiche. Un altro militare russo alla guida di un elicottero CSAR (unità di recupero) è stato ucciso sempre in territorio siriano mentre cercava di soccorrere i piloti abbattuti. L’elicottero militare è stato colpito da un cannone anticarro TOW di fabbricazione statunitense in mano anch’esso dei ribelli turcomanni, protetti dalla Turchia e in guerra contro Assad.

Le due versioni
Secondo la versione turca, il cui ministro degli esteri non si è scusato avendo la Turchia agito a suo dire nel pieno diritto, il SU-24 russo avrebbe ricevuto una decina di avvertimenti prima dell’abbattimento (a questo proposito è stato rilasciato anche un nastro), l’ordine di colpirlo sarebbe arrivato direttamente dal premier Davutoğlu e lo sconfinamento sarebbe comunque durato pochi secondi. La versione russa nega lo sconfinamento, il pilota russo nega di aver ricevuto alcun avvertimento e il ministro russo Lavrov ha parlato apertamente di atto premeditato, un’imboscata. Fonti russe hanno anche fatto notare come un eventuale sconfinamento di poche miglia non dovrebbe comportare un abbattimento tra due Paesi amici impegnati nella stessa campagna antiterrorismo, portando l’esempio delle centinaia di sconfinamenti annuali dei caccia turchi nello spazio aereo greco, di cui il governo di Atene (NATO) si lamenta, inascoltato, da anni. Putin ha apertamente accusato la Turchia di combattere al fianco dell’ISIS, stessa accusa già lanciata la settimana precedente al G20, al tempo senza far nomi, ma indicando chiaramente Ryad e Ankara come mandanti e finanziatori del Califfato.

L’ipotesi dell’imboscata, i Lupi grigi e i ribelli turcomanni
Premesso che lo sconfinamento, seppur breve, può di certo essere avvenuto, va ricordato che i caccia russi sono gli unici che, secondo il diritto internazionale, volano sul cielo siriano legalmente in quanto invitati dal governo in carica, al contrario non agiscono nella legalità quelli USA, inglesi, francesi e turchi (che a loro volta sconfinano in Siria). L’ammissione da parte di Ankara che lo sconfinamento sia stato brevissimo stride con la ricostruzione secondo cui l’ordine sarebbe risalito dal caccia intercettore turco per tutta la catena di comando fino al Presidente del Consiglio, il cui assenso sarebbe tornato indietro fino al pilota pronto a sparare, il tutto in un tempo così breve, all’interno del quale andrebbero anche conteggiati i numerosi avvertimenti inviati al SU-24. Più probabile, vista la dinamica raccontata, che il pilota avesse già l’ordine approvato ai più alti livelli di tirar giù qualunque caccia russo si fosse avvicinato in quei giorni al confine con la Siria. A supportare questa ipotesi è emerso un video in cui i ribelli turcomanni vengono intervistati da CNN e da FOX poco dopo l’abbattimento: a parlare davanti ai microfoni sembrerebbe essere Alpaslan Celik, cittadino turco, figlio di un ex-maggiore dell’esercito di Ankara e vicino al partito turco MHP, braccio politico del gruppo terrorista di estrema destra nazionalista Lupi Grigi, nelle cui file militava Alì Agca, attentatore che sparò a Giovanni Paolo Secondo nel 1981. C’erano dunque turchi su entrambi i lati del confine, i primi pronti a sparare e secondi a giustiziare piloti e soccorritori.

Reazioni
Di nuovo coerenti col quadro di uno scontro tra NATO e Russia più che con quello di una guerra comune contro l’ISIS, sono le reazioni internazionali seguite all’abbattimento. Obama (NATO) ha espresso solidarietà a Erdogan ribadendo il diritto della Turchia di proteggere il proprio spazio aereo, l’UE ha deciso di proseguire nella prossima tappa d’ingresso di Ankara in Europa mentre gli altri leader della NATO hanno per lo più taciuto (addirittura tombale il premier Renzi), inoltre le sanzioni contro la Russia restano in vigore e si minaccia da più parti di inasprirle. Al contempo la Russia ha portato in Siria i sistemi missilistici S-400, sistemi sofisticati in grado di abbattere qualunque aereo da guerra, anche di ultima generazione, in un raggio di oltre 200KM intorno alla propria base di Latakia sulla costa nord della Siria, e ha portato di stanza negli stessi mari la propria nave ammiraglia, l’incrociatore missilistico Moskva. Il Cremlino ha inoltre intensificato i bombardamenti sui ribelli turcomanni nei quali, pare, sia rimasto ucciso il generale Rashid Bagdash, leader dei ribelli nell’area dell’abbattimento.

Conseguenze
Campane a morto per il gasdotto Turkish Stream, la costruzione del quale avrebbe dovuto sostituire il South-stream, progetto abbandonato in seguito alle tensioni dello scorso anno. A rischio anche le altre numerose cooperazioni economiche tra Turchia e Russia, incluso l’enorme afflusso annuale di turisti russi verso il Bosforo e l’Anatolia, oltre alle forniture di gas russo che coprono attualmente oltre il 50% del fabbisogno di Ankara.
Il gas verso i paesi mediterranei (inclusa l’Italia) continua e continuerà a passare prevalentemente per il gasdotto ucraino, dove Kiev ha smesso di pagare e, avendo i russi tagliato le forniture, gli ucraini saranno costretti a rubarlo (come già avvenuto in passato) per non gelare quest’inverno. La stessa Kiev a seguito della vicenda dell’abbattimento ha chiuso lo spazio aereo ai voli russi, anche civili, e, se è vero quanto denunciato dalle autorità della Repubblica di Doenetsk, ha riaperto questa settimana le ostilità in alcuni punti del fronte orientale. In un rapido precipitare degli eventi, quasi di concerto, si moltiplicano i fronti per la Russia di Putin, proprio quando dopo gli attentati di Parigi (quasi) tutti gli osservatori  si aspettavano finalmente l’avvento di una coalizione più ampia in grado di sferrare un’azione decisa, vasta e concertata contro il feudo del “califfo” Al-Baghdadi.

È la guerra all’ISIS, bellezza.

erdogan scalinata

D’accordo, andiamo in guerra contro l’ISIS

Accettiamo questa ipotesi e prepariamoci a trarre da essa le logiche conseguenze, la prima cosa da fare è capire chi è il nemico, dove è nato, quali sono i suoi nemici, quali i suoi alleati e chi lo finanzia. Un tentacolo del mostro raggiunge Parigi, per ben due volte, questo ci ferisce e un altro tentacolo temiamo un giorno possa giungere fino a noi. Bene, studiamo la piovra laddove giace la sua testa: in Medio Oriente.

isiswar

Dove nasce e come avanza lo Stato Islamico in Medio Oriente.

L’IS, Stato Islamico o Daesh, il Califfato di Al-Baghdadi, già ISIL e ISIS, nasce nel nord dell’Iraq da una costola di Al-Qaueda e si estende rapidamente fino tutto l’est della Siria, dove avviene una fusione parziale con Al-Nusra, Al-Quaeda in Siria. L’Iraq è un paese conquistato nel 2003 e occupato per dieci anni dagli Stati Uniti, paese a maggioranza sciita e con forte presenza di Al-Quaeda (sunnita) al nord. In questi dieci anni gli Stati Uniti hanno addestrato l’esercito, costruito basi e mantenuto i propri soldati, quindi si può assumere che vi fosse una forte presenza dell’intelligence US e un certo livello di controllo e presenza nel territorio. Al momento dell’arrivo dello Stato Islamico in Siria si combatteva una guerra civile con da una parte Assad e dall’altra l’ELS, Esercito di Liberazione Siriano finanziato e supportato per loro stessa ammissione dagli Stati Uniti, la nota Al-Nusra e una costellazione di altre milizie islamiste quali Ahrar al Sham, che ad esempio si prefigge di applicare la Sharia in Siria.  Tutti costoro, Stato Islamico e Al-Quaeda inclusi sono stati considerati pubblicamente dagli Stati Uniti preferibili o comunque a meno pericolosi di Assad, un dittatore che a oggi non ha mai scatenato una guerra e la cui eliminazione è stata posta come precondizione a ogni futura stabilizzazione della Siria. La guerra civile era nata dal tentativo di Assad di reprimere una Primavera, ordita dai democratici di cui sopra e finanziata, sostenuta e pubblicamente elogiata anch’essa, tra gli altri, dagli USA. Lo Stato Islamico in Medio Oriente è presente anche in Yemen dove combatte le milizie sciite.

Chi sono i nemici dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Tra di essi c’è naturalmente la fazione di Assad (alawita, sciita), Hezbollah (sciita) che combatte efficacemente l’IS al confine col Libano, l’Iran (sciita) che supporta Assad e Hezbollah (sciita) oltre alle milizie (sciite) yemenite. Tra i nemici dell’IS compaiono anche i curdi in Iraq e in Siria e Iraq, in particolare l’YPG. Fa discorso a parte il governo iracheno (che non ha escluso di chiedere aiuto alla Russia) il cui Primo Ministro è dal 2014 Haydar al-‘Abadi, sciita, importato tra le élite del paese dagli USA dopo la caduta di Saddam, ma che si era distinto già da ministro per le posizioni critiche verso il governatore Bremen e la ferma opposizione ai programmi di privatizzazione delle imprese nazionali irachene imposte dagli USA.   E desta comunque sconcerto come un esercito regolare come quello iracheno, dotato di armi statunitensi, dotato di aviazione, addestrato dagli occidentali per un decennio si sia fatto occupare gran parte del paese da trentamila miliziani armati di mitra e jeep, e senza mai più riuscire a riconquistare terreno.

Assad e il governo iraniano, sciiti, sono alleati e amici della Russia. Tutti i nemici dello Stato Islamico sono nemici degli Stati Uniti o di uno dei loro alleati nell’area (Israele-Hezbollah, Turchia-YPG).

Chi sono gli amici (e i neutrali) dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Gli amici sono innanzitutto i ribelli siriani al fianco dei quali, seppur non manchino scontri e dispute, combattono contro l’esercito di Assad.   L’Arabia Saudita e il Qatar coi quali condivide il programma politico wahabita della Sharia come legge fondamentale dello Stato e contro i quali lo Stato Islamico non ha mai mosso un dito. Dall’ Arabia Saudita e dal Qatar proviene come è noto il grosso dei finanziamenti privati allo Stato Islamico, delle forniture di armi e perfino dei tweet di sostegno inneggianti all’ISIS. Giusto a Ottobre un appartenente alla famiglia reale Al-Saud (Abdel Mohsen bin Ualid bin Abdulaziz al Saud) è stato arrestato in Libano perché il suo jet privato trasportava due tonnellate di Captagon, 15 milioni di pillole, un’anfetamina utilizzata massicciamente dallo Stato Islamico per infondere coraggio e furore ai mujaheddin. L’Arabia Saudita e l’IS combattono inoltre sullo stesso fronte in Yemen. Ambiguo alleato dell’IS è il governo turco, in guerra con i curdi e accusato più volte da questi di appoggiare il Califfato. Dalla Turchia, membro della NATO, provengono altri ingenti finanziamenti per i fondamentalisti e l’alleanza de facto tra Ankara e Daesh è stata denunciata tra gli altri dalla stampa turca, dalla chiesa ortodossa siriana e perfino dai fuoriusciti dello Stato Islamico. A parte il ruggito del leone volante Abdallah II, smorzatosi in fretta, la Giordania non può essere considerata un nemico impegnato in una guerra senza quartiere all’ISIS, quanto piuttosto un vicino di casa preoccupato. Lo stesso comportamento dello Stato Islamico verso la Giordania asseconda questa interpretazione, tanto che non ha mai tentato di violare il suolo giordano pur confinandovi. Israele è nominalmente un nemico naturale dello Stato Islamico, ma per osservare i fatti e restando al presente conflitto, a parte le minacce, possiamo considerarli militarmente neutrali. Non si segnalano a oggi attacchi diretti dell’IS verso Israele, né Israele si è spinta oltre un rafforzamento della presenza sul Golan, ed è coerente con questa analisi come davanti ad una tale minaccia alle porte di Tel Aviv il governo di Netanyau abbia mantenuto inalterate le proprie priorità standard in politica estera: Hamas, l’Iran e Assad.

Nessuno degli alleati, ambigui o meno, e nessuno dei paesi militarmente neutrali verso l’ISIS è sciita e tutti sono amici e alleati degli Stato Uniti.

isis-2

Conclusioni.
A questo punto esistono due possibili tesi sul ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati mediorientali in tutto questo.

Interpretazione I

La prima tesi è quella di una guerra mondiale, momentaneamente fredda, ma non a bassa intensità, tra gli Stati Uniti, i quali cercano di coinvolgere i propri alleati occidentali, e la Russia, che cerca di aiutare i propri alleati già coinvolti. La tesi copre dal Donbass, al Medio Oriente e, se è corretta, potrebbe un giorno estendersi al Venezuela, al Caucaso, all’Iran, alla Transnistria. In questa ipotesi il Medio Oriente è soltanto uno degli teatri, cruciale per le risorse e il loro transito, dove la rivalità tra sunniti e sciiti, culturale, religiosa e soprattutto geopolitica, descrive storicamente gli schieramenti locali in modo piuttosto nitido. Secondo questa tesi lo Stato Islamico è un utile strumento di questa guerra per procura, come lo furono gli afghani in chiave anti-sovietica, Saddam in chiave anti-iraniana, la presunta opposizione democratica libica, di cui non s’è mai vista traccia, in chiave anti-Gheddafi, e le milizie naziste del battaglione Azov in Ucraina.

Se vi convince questa seconda interpretazione, prima di appoggiare la guerra contro lo Stato Islamico dovremmo essere  sicuri di non porre il piede in una guerra globale da combattersi contro, tra gli altri, la Russia. Da questa roba qui, se amiamo i nostri figli e auspichiamo una pace stabile in cui possano crescere, noi italiani (e possibilmente noi europei) dovremmo assolutamente starne fuori.

Interpretazione II

L’altra interpretazione dipienge la prima potenza mondiale come una specie di idealista imbecille col grilletto facile che, nel tentativo di eliminare sanguinari dittatori e pericolosi terroristi, dagli anni ottanta (ma in realtà da molto prima) crea puntualmente disastri peggiori di quelli che andava a sanare, covando ogni volta in seno le serpi che immancabilmente sgozzeranno i suoi cittadini vent’anni dopo (e sgozzeranno noi europei). Questo bambinone sciocco, tanto potente quanto irruento, nel combinare i suoi pasticci si lascia dietro milioni di morti e un elenco interminabile di destabilizzazioni e guerre civili. Nella favola di Rambo-Pinocchio, un po’ per convenienza e un po’ per ingenuità il nostro eroe non si accorge che il gatto e la volpe, turco-saudita, lo manipolano per i propri scopi. Questo tipo di interpretazioni andrebbero lasciate a intellettuali della caratura di Severgnini, ma per quanto poco probabili e calzanti, sono da considerarsi comunque legittime e chi vuol crederci merita rispetto.

Se dunque vi persuade  la favola di Rambo-Pinocchio e avete buon senso, dovreste comunque temere con orrore l’idea di essere coinvolti nella prossima avventura del nostro alleato americano. Se, valutato anche questo, volete comunque appoggiare l’entrata in guerra contro lo Stato Islamico al fianco degli Stati Uniti, allora auguri. Come pare recitasse un proverbio Navajo: non puoi svegliare chi finge di dormire.

Morte di Pier Paolo Pasolini

pasolini_streetart

Il ristorante al Biondo Tevere è proprio sotto casa mia ma non ci sono mai andato. Pasolini ne era un cliente assiduo, spesso sedeva da solo e osservava gli altri avventori, leggeva o prendeva appunti. Certe sere invece si presentava con Moravia, Elsa Morante, altri scrittori o registi, oppure pagava la cena a intere tavolate formate da ragazzi di strada, gruppi di amici, l’intero cast di un film. Al ristorante lo conoscevano da anni, da quando veniva in Lambretta e si era appena trasferito con la madre da Casarsa, in Friuli. Si erano stabiliti in affitto a Cinecittà, lui non aveva nemmeno trent’anni, per sbarcare il lunario correggeva bozze, pubblicava qualche articolo, cercava comparsate al cinema e offriva lezioni private senza trovare allievi. Era il 1950 e nei venticinque anni successivi la sua opera si affermerà nella poesia, nella letteratura, nel cinema, nella cultura, scriverà inoltre critiche, articoli, opere teatrali, sceneggiature e canzoni, gireràdiversi documentari. La sera del 1 Novembre 1975, l’ultima, Pasolini torna nello stesso ristorante, è sabato, sono le undici e la cucina ha già chiuso. E’ accompagnato daun ragazzo magro e riccioluto rimasto a stomaco vuoto, per cortesia verso il regista il cuoco riaccende i fornelli e gli prepara un piatto di spaghetti.   Quella settimana Pasolini si era recato prima a Stoccolma con Ninetto Davoli, poi in Francia dove a Parigi il 31 ottobre aveva rilasciato la sua ultima intervista rispondendo a lungo su Salò e le 100 giornate di Sodoma. Il film sta per uscire, la lunga lavorazione e le indiscrezioni sulle scene di sesso, sadismo e violenza, hanno reso la pellicola misteriosa agli occhi dei francesi. Anni dopo Sergio Citti dirà che le pizze del film erano state rubate la settimana precedente, dirà anche che quella notte Pasolini aveva un appuntamento ad Acilia dove sperava di riscattare le pellicole dai ladri per trovare invece i suoi assassini,  che soltanto in un secondo momento lo trasportarono esanime all’idroscalo. Pochi i riscontri specifici su questa versione, forse soltanto una leggenda. A Parigi in quella sera di fine ottobre il film desta interesse, Pasolini ribadisce l’abiura della Trilogia della Vita, i suoi ultimi tre film sono un’ode al sesso, alla sensualità e all’estetica dei corpi, Salò è il gesto artistico che li rinnega e richiama la trasformazione dei giovani italiani di cui Pasolini denunciava ormai la deriva violenta e criminaloide che il nuovo potere consumistico stava causando. Pino Pelosi, detto La Rana, è uno di quei giovani, ha soltanto 17 anni, dopo cena lui e Pasolini vanno con l’Alfa GT fino all’idroscalo di Ostia. Ho abitato nei paraggi, correvo la sera in una spiaggia non distante, sapevo dove era il luogo in cui avvenne l’omicidio e il monumento che gli hanno dedicato, eppure non sono mai andato nemmeno lì. Non sono incline ai pellegrinaggi e commemoro gli scrittori leggendone le opere. All’idroscalo i due si appartano, hanno un approccio, poi il ragazzo si tira indietro, Pasolini va su tutte le furie e lo colpisce. Pino la Rana si difende, ha la meglio, scappa con l’auto e forse, mentre se ne va, passa sul corpo del poeta uccidendolo. La racconta così Pino a un compagno di cella nel carcere minorile di Casal Dei Marmi, dove l’hanno portato perché guidava l’Alfa GT senza patente. La storia però non funziona e lascia dubbi a tutti: Pino è alto appena 1.67m e pesa 59Kg, Pasolini è un uomo considerato forte, atletico, in vita sua ha fatto spesso a cazzotti. E poi nel bagagliaio dell’auto c’è roba d’altri, i particolari della colluttazione non tornano,la scena del crimine è abbandonata ase stessa e subito inquinata, c’è poco sangue su Pelosi e tropposul corpo massacrato di Pasolini. I legali d’ufficio lo dichiarano innocente e vengono subito sostituiti da Mangia, difensore dei mostri del Circeo,  e con lui il perito Semeraro, ordinovista implicato con la Banda della Magliana. Antonio Pinna, un altro vicino alla Banda, la mattina dopo gira per Monteverde cercando un carrozziere che gli ripari un’auto ammaccata e sporca di sangue, lo trova e qualche tempo dopo sparisce nel nulla. Pelosi nel 2005 dichiarerà che erano in cinque con lui, tra di essi i fratelli Borsellino, due criminali confluiti nell’estrema destra. Facevano un favore a qualcuno viene da pensare, perché il processo al potere che Pasolini aveva lanciato dalle pagine dei giornali, parlando apertamente di stragi, era oltre il consentito. Oppure era Petrolio, il romanzo indagine che Pasolini stava scrivendo sul ruolo di Cefis e dell’ENI nelle stragi, compreso l’omicidio Mattei, a non dover essere terminato e pubblicato. Ne verrà rubato un intero capitolo, Lampi sull’ENI. Erano le ultime parole di una voce sublime e morbosa, sensibile e tagliente, la cui scomparsa stiamo ancora pagando caro.

idroscalo

Io non guardo le serie TV (IV)

Dopo aver interrotto la visione di Empire al primo accenno di pseudo-musical, si può ripiegare senza rimpianti su Power. Altrettanto afro, altrettanto crime ma, con minor pretese, si rivela decisamente migliore. In Power sopravvivono tutti i cliché delle serie popolari, cinque minuti di soft porno ad episodio e antagonista esageratamente cattivo inclusi (Kenan, il rappper e produttore 50cent), ma la trama è curata, alcuni personaggi azzeccati (Tommy su tutti) e complessivamente quello del boss (Ghost) che vuole uscire dal giro senza riuscirci, Carlito Brigante docet, è un  plot che tira ancora. Il livello discreto della serie si mantiene inalterato fino alla seconda stagione.

Wyward Pines conclude in un crescendo di ritmo, smontando un po’ le belle atmosfere delle prime puntate ma confermandosi un prodotto discreto.

I primi dieci minuti di Texas Rising sono sufficienti ad abbandonarne la visione. Per sempre.

Il  plot della mancata redenzione del Boss è talmente vivo, e abusato, che vi fa ricorso anche Pizzolato nella seconda stagione di True Detective. Il personaggio di Frank, di cui Vince Vaughn ci restituisce un’interpretazione fastidiosamente statica, è piatto, si rivela inaspettatamente meglio Farrell nei panni di Ray, il poliziotto nevrotico e tossicodipendente.   In generale, la seconda stagione non vale neppure un’unghia della prima. In assenza di idee e di una sceneggiatura anche lontanamente paragonabile, Pizzolato aumenta il numero dei protagonisti e, più che l’interesse,  crescono noia e confusione.

Con Texas Rising il genere western torna indietro di 50 anni, al confronto i film razzisti di John Wayne rendevano giustizia ai popoli pellirossa.  Gli indiani, tornano ad essere bruti, barbari, subumani, interpretati da caucasici ma truccati e imparruccati. Nel 2015 Sky potrebbe risparmiarsi di importare in Italia questa propaganda nazional-popolare buona per  nazionalisti texani ignoranti.

Mi dicono che la critica abbia massacrato Marco Polo, sconsigliamo di leggere le critiche prima  della visione, noi non lo abbiamo fatto e la serie ci piace. Scenografie e fotografia fantastiche, ritmi compassati adatti all’ambientazione dell’Asia medievale, personaggi italiani interpretati da attori italiani, splendide scene d’azione più simili alla Tigre e il Dragone che a un kung-fu movie holliwoodiano. Vi pare poco?

kublai

Oltre a molte buone cose, Power, ci regala anche un doppiaggio discutibile in cui le volgarità dello slang newyorkese vengono sostituite da quelle del romanesco di strada. Ecco dunque che i protagonisti del crime multietnico cominciano a sformare perle come “Sto cazzo!”, “Adesso me lo inculo io”, “Sono stato al gabbio”. L’effetto è quantomeno spiazzante.

Va bene, Marco Polo è ampiamente romanzato, c’è  un maestro di kung-fu ispirato direttamente alla figura di Sirio il Dragone ma, tra qualche caduta, la sceneggiatura raggiunge anche picchi di grande bellezza e l’affresco complessivo è ricco  di personaggi imponenti e ben disegnati. Uno su tutti il bravissimo  Benedict Wong nel ruolo di Kublai Khan.

Texas Rising è terribile anche dal punto di vista tecnico: i costumi sembrano presi al mercatino di carnevale e la fotografia accecante sembra affidata a Biascica e Duccio di Boris. Aprituttoooo!