Crisi in QATAR: Notizie da Doha #2

Un mese di crisi.

La crisi del Qatar è aperta da quasi un mese, l’embargo è iniziato tra il 4 e il 5 di Giugno, da allora i paesi del Golfo e l’Egitto non hanno compiuto passi indietro. Il Qatar ha chiesto per giorni che fosse fornita una lista di condizioni ragionevoli da adempiere per avere in cambio  la revoca dell’embargo, punto di partenza  per iniziare una negoziazione. I Sauditi hanno risposto con un nuovo ultimatum, stavolta di dieci giorni, senza l’apertura di un tavolo negoziale ma con 13 condizioni da adempiere per mettere fine alle sanzioni.

Nel frattempo, in Arabia Saudita  il 20 Giugno Mohammed Bin Salman è diventato anche ufficialmente l’erede ufficiale al trono Saudita, a scapito del precedente erede Mohammed Bin Nayef, 25 anni più anziano e adesso messo disparte nella linea di successione. Mohammed Bin Salman è il Ministro della Difesa responsabile dell’attuale guerra allo Yemen, nella quale decine di migliaia di persone muoiono per le bombe e per le epidemie di colera. Il nuovo erede è  visto con ostilità dai qatarioti ed è considerato un  falco anche in questa crisi.

La nostra amicizia che lavora a Doha a metà giugno ci raccontava di come nell’emirato fosse stata annunciata una campagna di nazionalizzazione imposta dall’Emiro, in realtà più propriamente un piano di localizzazione delle produzioni, approvvigionamento, diversificazione e messa in sicurezza delle filiere. I prodotti  iniziano ad arrivare dalla Turchia, dall’India e dall’Europa, che sostituiscono in parte il commercio coi paesi limitrofi. Gli sceicchi proprietari delle catene di distribuzione dichiarano di voler comprare aziende agricole in Europa (anche in Italia), mentre 4000 vacche sono state importate dall’Australia per garantire la produzione locale di latte. Il Qatar fa in sostanza leva sulle proprie enormi risorse finanziarie,  sovrane e private, per limitare o annullare gli effetti del protrarsi dell’embargo.

Le vere ragioni della crisi.

170102ogjxsh-z02E’ fondamentale per comprendere le cause della crisi leggere le parole di un altro giovane di famiglia regnante, questa volta dell’emirato del Qatar, Sultan Al-Thani, in un’intervista riportata il 20 Giugno da Repubblica.

L’intervista è un capolavoro di arte diplomatica araba, in cui le risposte apparentemente distensive e aperte al dialogo, nascondono tutte un’allusione, una punta di veleno o una velata minaccia. Vista la situazione, un fondo di verità, se non altro sulla posizione qatariota in questa crisi (nella quale il Qatar è, ad oggi, paese aggredito). Riguardo alla vera ragione della crisi Al-Thani non ha dubbi, neppure esplora ipoteticamente altre opzioni: si tratta dei rapporti non ostili e in certi casi le partnership,  che il Qatar intrattiene con l’Iran, a causa dei pozzi di petrolio in comune e dei naturali rapporti diplomatici e commerciali tra le due sponde antistanti della stessa insenatura.

In sostanza, Al-Thani dice:

  • che riguardo al finanziamento dei terroristi (camuffati da ONG o meno) il Qatar si è attenuto ai vincoli imposti dal Ministero del Tesoro USA in materia, lasciando intendere che sono passati i fondi che gli USA, comune alleato e protagonista dello schieramento anti-sciita, volevano far passare.
  • riguardo alla chiusura di Al-Jazeera pretesa dai sauditi (richiesta effettivamente poi presente nell’ultimatum),  Al-Thani ha alluso al fatto che “quando i politici americani sono nell’area,  spesso guardano Al-Jazeera invece della CNN”. La frase non avrebbe senso di essere proferita se non per rimarcare che anche dal punto di vista della propaganda e dell’orientamento dei media, il Qatar e la sua TV internazionale sono fedeli alleati apprezzati dagli USA.
  •  Si rallegra di come il Segretario di Stato statunitense Tillerson abbia preso una posizione equidistante, stemperando l’escalation, e insieme ricorda ai sauditi (non ci vorrete mica invadere?) e agli stessi USA che ci sono 10000 soldati dello US Army sul territorio qatariota nella più grande base americana in Medio Oriente (Al Udeid).
  • Si lamenta della politica ondivaga statunitense, in particolare di Trump, e afferma che gli USA “parlano con molte voci”, affermazione interessante ma che aprirebbe un intero capitolo sui rapporti tra Pentagono, Casa Bianca e soprattutto le agenzie di intelligence.
  • Non evita infine di ricordare agli USA che il Qatar fu molto generoso durante l’uragano Kathrina (alludendo forse anche ai flussi di capitali tra i due paesi), e agli Emirati Arabi Uniti che un terzo del loro petrolio proviene da Doha e  una contro-sanzione potrebbe colpirli duramente.

La crisi del Qatar si inquadra adesso chiaramente in quel quadrante dell’attuale instabile Guerra Fredda che in Medio Oriente  vede gli Stati Uniti e i loro alleati regionali impegnati a spezzare l’alleanza tra Siria, Iran e Russia. Gli obbiettivi intermedi sono lo smembramento della Siria e l’annientamento dell’Iran cui non deve essere concesso lo status, che è già nei fatti, di potenza regionale. In questo scenario l’Isis e tutto il salafismo jihadista non sono che uno strumento coltivato in chiave principalmente anti-sciita, nel quadro più ampio della pressione globale della NATO sui suoi avversari strategici.

Teheran deve essere isolata, così come Mosca, meglio ancora che brucino come Damasco. Questa è la linea in Medio oriente e non può essere messa in discussione, neppure davanti all’interesse nazionale. O si va per le vie di fatto anche con gli alleati.

Il Qatar stavolta è finito nel mezzo, un alleato fedele del fronte sunnita che non può, a causa di interessi economici vitali, permettersi una rottura totale dei rapporti col paese col quale spartisce i pozzi del Golfo Persico: bevono con due cannucce dalla stessa coppa.

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Crisi in QATAR: Notizie da DOHA

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Due giorni fa sei paesi arabo-sunniti, guidati dai sauditi e dall’Egitto, hanno messo sotto embargo e ritirato le ambasciate dalla penisola qatariota. Il ritiro degli ambasciatori non è un fatto nuovo e i motivi di frizione tra stati sunniti vanno dal supporto del Qatar al deposto presidente egiziano Morsi, più in generale ai legami con la Fratellanza Mussulmana (in Egitto, ma anche in Palestina con Hamas), fino agli interessi in comune con lo Stato Iraniano antistante, inclusi gli accordi per il mutuo sfruttamento di alcuni pozzi importanti. L’embargo e il ritiro delle compagnie aeree segue a stretto giro la visita di Trump in Arabia e sembra esserne una conseguenza all’interno della strategia di destabilizzazione del Medio Oriente in chiave anti russo-iraniana. Stamattina il regime saudita ha dato un ultimatum al Qatar secondo il quale al mancato adempimento di 10 richieste entro 24 ore, l’Arabia non esclude l’intervento militare nella penisola del Golfo.

Abbiamo una vecchia amicizia che vive da anni a Doha, e ha sviluppato contatti e conoscenze istituzionali. Riporto qui il suo punto di vista e alcune informazioni che ci ha dato:

  • I qatarioti sono piuttosto seccati con la stampa occidentale, a cominciare dalla BBC, che ha descritto la situazione a Doha come drammatica, disperata, inclusa la chiusura dei cantieri e la fuga dei lavoratori stranieri (i lavoratori locali sono una minoranza a Doha).
  • La situazione ci viene descritta come tranquilla e le autorità locali non stanno in nessun modo creando allarme tra la popolazione. Le uniche scene di panico un po’ scomposte sono state per un assalto ai supermercati avvenuto tra ieri e l’altro ieri, dove i locali hanno inizialmente tentato di fare scorta di provviste. Scorte un po’ sconclusionate pare, visto che nei market c’è chi si approvvigionava di cibi deperibili come le verdure lasciando pieni gli scaffali del riso, alimento ben più utile e conservabile in caso di guerra. Non c’è al momento alcun problema di approvvigionamenti, neppure riguardo all’acqua per la quale il Qatar è autosufficiente.
  • I principali disagi sono aeroportuali, legati ai biglietti aerei delle compagnie del golfo (spesso più economiche di quelle qatariote) che stanno già effettuando i rimborsi, alla cancellazione dei voli internazionali e alla scarsità di quelli operati da compagnie locali.
  • L’emiro del Kuwait si è proposto come mediatore ed è stato accettato dal Qatar, respinte invece le proposte di mediazione di Erdogan.
  • Non ci sono al momento movimenti militari di una qualche rilevanza. Dalla base americana di Al Udeid, a pochi km da Doha e una delle postazioni US più grandi del Medio Oriente non si è alzato in volo un solo aereo o un solo elicottero, quando grandi movimenti sono stati notati in passato anche soltanto in prossimità della visita di un capo di Stato. Né si registrano pare altri movimenti insoliti in questo senso.
  • Dalla famiglia dell’Emiro Al-Thani trapela convinzione che l’attuale re Saudita Salman non andrà fino in fondo, ben diverso è il discorso se il potere dovesse passare anzitempo al figlio, erede al trono e attuale Ministro della Difesa, Mohammed Bin Salman , verso il quale non c’è alcuna fiducia.

In particolare, gli ultimi due punti potrebbero non comparire sulla stampa ufficiale, ma sono stati raccolti da fonti affidabili e locali, in un certo senso “dirette”, nel senso che hanno potuto riscontrare personalmente quanto riportato.

Aleppo: liberazione o genocidio?

Ieri in un intervento video registrato trasmesso su LA7 durante la puntata di Piazzapulita, la giornalista Rula Jebreal ha denunciato gli eventi di questi giorni ad Aleppo, sui quali si richiedeva in studio l’opinione di Alessandro Di Battista, figura di spicco del M5S, spesso avvicinato a posizioni terzomondiste e considerato tra i più ferrati del suo movimento sui temi di politica estera.
La Jebreal nel suo messaggio accorato e apparentemente umanitario ha espresso diverse affermazioni molto forti rispetto ai fatti di Aleppo:

[clicca qui per vedere il video]

Prendiamo ora in considerazione alcune di queste affermazioni:

  • Il regime di Assad sta compiendo un moderno Olocausto, inclusa la pratica degli stupri e stermini su base etnica.
  • Il regime ha impiegato anche armi chimiche
  • Assad sta compiendo un genocidio e vuole sterminare tutta la popolazione civile di Aleppo

Queste, se espressi in questi termini,  sono semplicemente false. Cerchiamo adesso di affrontarle una per una.

Moderno olocausto su base etnica.

L’accusa di olocausto e stupri etnici ha senso (ammesso che ve ne siano le prove) in una guerra etnica mentre la Guerra Civile Siriana è, tra le altre cose, anche uno scenario di battaglia della nuova guerra fredda, è anche una guerra tra il mondo sciita e quello sunnita radicale, ma non è, ne è mai stata, una guerra etnica, di certo non dal punto di vista delle forze governative.

Nell’esercito del regime, le SAA entrate vittoriose ad Aleppo Est in questi giorni, militano soldati sunniti, bahatisti laici, alawiti (la stesse fede vicina allo sciitismo professata da Assad stesso) e cristiani, mentre ad Aleppo est ci sono prevalentemente formazioni salafite (sunnite radicali). L’altra grande etnia siriana, i curdi, repressa in passato dal regime e frustrata nelle sue aspirazioni autonomiste si è schierata radicalmente contro i salafiti, che del resto combatte eroicamente ai confini del Rojawa sotto forma di ISIS. Oggi i curdi sono in posizione di sostanziale non belligeranza con Damasco, prova ne è la situazione della stessa Aleppo, dove i curdi hanno liberato e poi difeso alcuni quartieri dai “ribelli” tanto cari alla Jebreal, mentre le forze delle SAA col supporto dell’aviazione russa riconquistavano la parte orientale della città. Lo YPG, la principale formazione curdo-siriana, è politicamente schierata a sinistra (come il PKK di cui incarna l’ala siriana), laica, avanzatissima sotto il profilo dei diritti delle donne, ideologicamente orientata verso un socialismo autonomista di stampo anarchico (nel senso più alto e democratico del termine). Perché una forza del genere non s’è schierato coi “ribelli” d’Aleppo, è anzi giunta a una tregua collaborativa col regime pur di combatterli, se questi erano tuttora democratici e moderati come lo furono in parte fino al 2011? Il ragionamento della Jebreal non affronta questo nodo.

Come non affronta il nodo della minoranza cristiana siriana, più volte e senza esitazioni schierata col Governo Siriano contro i salafiti, posizione ribadita per bocca dell’arcivescovo di Aleppo  ancora non più di due mesi fa davanti alla Commissione Affari Esteri del Senato Italiano.

Quale “etnia” si trova dunque ad Aleppo Est che debba temere gli “stupri etnici” e la “pulizia etnica” dei governativi e dei loro alleati? Nessuna.

Ad Aleppo Est ci sono i salafiti/wahabiti, cioè jihadisti molti dei quali provenienti dai paesi confinanti, e la popolazione civile intrappolata. Nella popolazione civile di Aleppo Est troveremo esattamente le stesse etnie che supportano il regime ad Aleppo Ovest, anzi troveremo i parenti di quest’ultimi e degli stessi soldati dell’esercito siriano, come è normale in una città un tempo unita e oggi divisa da un durissimo fronte di guerra. Se ad Aleppo Est non dovessero più esserci alawiti, cristiani maroniti o curdi, dovemmo quindi prendercela con coloro che hanno tenuto in pugno quei quartieri dal 2012, cioè gli stessi salafiti. I mortai dell’esercito e i bombardamenti aerei russi hanno incontestabilmente provocato morte e distruzione anche tra i civili, ma certo non l’hanno fatto e non potevano farlo su “base etnica”.

Tentativi di genocidio in Siria sono invece documentati ai danni di alcune minoranze come gli Yazidi, ma per mano dell’ISIS, non-belligerante e sostanzialmente alleato in chiave anti-Assad coi “ribelli” di Aleppo Est.

Il regime ha impiegato anche armi chimiche.

Quella dell’utilizzo di armi chimiche da parte del regime è semplicemente una bufala, del tutto analoga a quella sventolata da Colin Powel e dall’amministrazione Bush per giustificare l’invasione dell’Iraq. Per un quadro delle accuse iniziate nel 2012 e sempre smentite dalle autorità internazionali che hanno indagato in loco oltre che alle dichiarazioni di ex agenti della CIA come Raymond McGovern, vi rimando a questo articolo:

http://www.lineadiretta24.it/esteri/prove-false-sulle-armi-chimiche-obama-come-bush.html

Al contrario, le stesse organizzazioni internazionali hanno appurato l’uso di gas mostarda e altri agenti chimici da parte dell’ISIS e di altre formazioni salafite. Perfino l’amministrazione Obama, dopo averci provato per anni, ha mollato l’accusa contro il regime sull’uso di armi chimiche. La Jebreal, invece, ancora no.

Lo sterminio della popolazione di Aleppo.

Qui di sicuro la Jebreal non si riferisce ad Aleppo Ovest, sotto il controllo dello Stato Siriano, dove la popolazione è scesa in piazza per festeggiare quella che, dal loro punto di vista, è la liberazione di Aleppo Est ad opera del governo legittimo. Ad Aleppo Ovest si è vissuto fino a pochi giorni fa sotto i cannoneggiamenti e i lanci di razzi dei ribelli dalla parte orientale, ma certo nessun genocidio è in atto ad opera governativa.

Dunque la Jebreal si riferisce ad Aleppo Est, pesantemente bombardata dai russi a partire dall’ottobre 2015 e riconquistata dalle forze di terra negli ultimi giorni. Aleppo Est è distrutta, esistono immagini della città sorvolata da droni ridotta ad un cumulo di macerie, non c’è dubbio. Eppure ad Aleppo Est si combatte ininterrottamente con armi pesanti dal 2012, da quando cioè le milizie salafite vi hanno fatto ingresso prendendo con la forza prima la leadership poi il monopolio della guerra contro Assad. Tra queste ricordiamo: Jabhat Al-Nusra (aka al-Quaeda in Siria), il Fronte Islamico, Ahrar al-Sham, Harakat Noureddin al-Zenki. Quattro anni di guerra, quattro anni di morti e scontri durissimi, si trasformano in genocidio e sterminio totale soltanto oggi, quando grazie a sviluppi relativamente recenti i salafiti vengono sconfitti.

Questo è strano.

E’ strano anche che la popolazione civile rimasta intrappolata debba temere oggi più di ieri la minaccia dei bombardamenti indiscriminati, visto che questi sono cessati nell’area urbana col pieno conseguimento dell’obbiettivo militare. Quindi, necessariamente, i civili rimasti intrappolati (molti sono già fuggiti e spesso verso la parte Ovest) temono l’arrivo via terra delle SAA e dei loro alleati, inclusi gli specialisti russi.

Ma perché i civili sono rimasti intrappolati nella parte orientale? Una parte di essi non ha abbandonato Aleppo Est perché i salafiti hanno sparato sui civili in fuga, quindi perché sono stati letteralmente usati come scudi umani dai ribelli. Questa non è una illazione, non è un videomessaggio apparentemente umanitario, questo è un fatto riconosciuto dall’Alto Commissariato dell’ONU nelle scorse settimane come ha riportato il grande cronista ed esperto di Medio Oriente Robert Fisk sull’Independent, come hanno confermato fonti curde e come avevano già testimoniato diversi civili fuggiti ad Ovest già nei mesi scorsi intervistati dalla BBC (non certo un organo di stampa vicino ad Assad e ai Russi, anzi possiamo dire ferocemente ostile).

Quindi esattamente di chi erano ostaggio i civili di Aleppo Est?

Ma non esistono soltanto i civili “neutrali” esistono anche le famiglie dei jihadisti locali o comunque si vogliano chiamare i “ribelli”. Sono civili anche loro e non meritano di morire ammazzati in un’esecuzione sommaria. Ebbene, tramite la mediazione di Erdogan (il moderato massacratore di curdi e di oppositori interni che ha sempre un filo diretto coi jihadisti, del resto li ha a lungo finanziati…), nei giorni scorsi è stato creato un corridoio per evacuare perfino i ribelli belligeranti, i quali sono saliti ancora con le armi in pugno sugli autobus che li hanno portati a Idlib, capitale della regione a sud di Aleppo tuttora in mano ai Quaedisti e dalla quale partono i jihadisti che attaccano i curdi al confine occidentale con la Turchia.

Dunque quale genocidio, quale sterminio della popolazione e quale olocausto sta denunciando oggi (e non ieri né nei sanguinosi quattro anni precedenti… ) Rula Jebreal?

E’ presto detto: Rula si riferisce alla notizia di 82 civili, inclusi donne e bambini, uccisi in strada all’ingresso dell’esercito siriano quattro giorni fa. Di questo eccidio non esiste una foto, non esiste un filmato, non esiste una conferma proveniente da una organizzazione internazionale che sia presente in loco. La notizia è inoltre non circostanziata, si è saputo fin da subito il numero delle vittime (82, non 80, non quasi 100, proprio 82), ma non l’orario dell’eccidio, la piazza o la via in cui è stato perpetrato, i mezzi usati per uccidere i civili, il battaglione o la brigata che l’ha effettuato. Tutte queste informazioni che non abbiamo sono molto facili da riscontrare per un testimone oculare mentre il numero di morti, esattamente 82, è decisamente più problematico se non si ha il tempo successivo per contare i cadaveri.

La notizia è stata lanciata da Al-Jazeera (emittente del Qatar, stato finanziatore dei salafiti) e ripresa da tutti i media mondiali, commentata con preoccupazione perfino dall’ONU i cui esponenti hanno però ammesso di non poterla verificare direttamente (eh no, non c’è nemmeno l’ONU ad Aleppo Est, strano che una zona tenuta da “ribelli moderati” sia stata per anni così inaccessibile a chiunque). Ma ad oggi questa notizia ha subito infiniti rilanci e nessuna conferma, se si eccettuano i video messaggi di quattro ben noti attivisti, i quali hanno postato su internet (all’unisono) il loro ultimo messaggio da Aleppo Est prima di morire mentre l’esercito siriano faceva il suo ingresso nei quartieri. Gli stessi “attivisti” la sera stessa erano fortunatamente in salvo e rilasciavano interviste sui massacri di Aleppo in prime-time alle maggiori tv occidentali. Attivisti che hanno goduto di una connessione Internet eccellente finché sono rimasti ad Aleppo Est, una zona di guerra dove non c’era elettricità, acqua e viveri.

Attivisti nei cui profili online compare ogni sorta di contiguità coi salafiti, ogni sorta di denuncia contro il regime e nessuna menzione su quanto ho scritto sopra. Attivisti che non hanno detto nulla quando i ribelli sparavano sui civili in fuga, usavano gli ospedali e le scuole come magazzini per le armi e che mai hanno menzionato le esecuzioni sommarie, ben documentate, avvenute contro l’esercito siriano all’ingresso dei salafiti nel 2012.

Esistono inoltre innumerevoli filmati online rilasciati dalle TV siriane, libanesi-sciite e russe, su l’accoglienza tutt’altro che ostile che i civili hanno ricevuto dalle truppe siriane e russe. E’ propaganda anche quella? Certo è possibile, ma almeno ci sono i filmati. Tuttavia se i lunghi servizi in cui i soldati russi sfamano con pasti caldi i civili di Aleppo Est, sono in realtà montature fatte da decine di attori e comparse, è bene che li si denunci e li si smascheri, invece di ignorarli. Sarebbe un bel complotto da parte dei russi, un grande scoop un po’ complottista. E il  complottismo, si sa, è un virus strano, che spesso si impadronisce di coloro che lo denunciano, appena scoprono di aver torto.

In Siria ed in particolare ad Aleppo c’è una crisi umanitaria.

In Royava, al confine libanese, al confine turco e in almeno 16 città siriane si combatte una guerra terribile.

I bombardamenti russi non sono più umanitari né chirurgici nelle modalità di quanto lo siano quelli statunitensi.

Nessuno può escludere, conoscendo la brutalità di Assad e le distruzioni compiute dai suoi nemici, che vi saranno o vi siano in corso rappresaglie, carcerazioni o esecuzioni somarie.

Ma parlare oggi di genocidio, di olocausto e di sterminio totale dei civili, ad opera di una sola parte, quando la battaglia cessa dopo 4 anni di devastazione di Aleppo, è un’altra cosa.

E anche il giornalismo, cara Rula, è un’altra cosa: in assenza di ben altre prove questa è disinformazione o, nel peggiore dei casi,  propaganda.

 


#Appendice-1:
la notizia citata da Rula Jebreal, anche questa priva di prove documentali per ora e discutibile sul piano delle responsabilità, del suicidio di 20 donne per non cadere in mano alle forze governative, viene da alcune interviste rilasciate ai media occidentali da Abdullah Othman, leader del gruppo salafita Fronte del Levante, una formazione perfettamente organica alla jihad siriana, sconfitta più volte a nord di Aleppo dalle SDF curde e alleata con Al-Nusra/Al-Quaeda. Una fonte “imparziale” e “moderata”.

THE BREXIT HORROR PICTURE SHOW

Great-Britain-Flag

Esiste di certo un universo parallelo in cui il Remain ha vinto il referendum per uno 0,1%, la Gran Bretagna è rimasta ormeggiata al continente e le migliori menti della penisola italiana trillano entusiaste a proposito della “saggezza del popolo britannico”, “alla grande prova di democrazia proveniente da UK”, al “voto che sconfigge il populismo” e alla “voglia di Europa contro gli istinti autarchici”, ma quell’universo, che qualcuno vorrebbe migliore, non è questo universo. In questo universo un referendum popolare perfettamente legittimo ha decretato il Brexit senza riguardo per i sentimenti e le aspirazioni delle migliori menti della nostra penisola le quali, leggermente innervosite, si sono abbandonate a dichiarazioni quantomeno sconcertanti e, dice qualcuno, meno democratiche di quel che ci si aspettasse.

Le elenchiamo di seguito a futura memoria, giudicate voi.

#1 Mario Monti, Senatore a vita nominato, ex-premier nominato, membro della trilateral commission e già international advisor di Goldamn Sachs. Si è interrogato su come mai una democrazia  (etimologicamente potere del popolo) debba affidare le decisioni importanti, addirittura al popolo (senza specificare a chi queste invece spetterebbero).

Monti

poi Monti rincara appellandosi ai padri costituenti (dimenticando che la Costituzione tutela anche tutta una serie di diritti sociali che il suo governo ha bellamente ridotto quando non cancellato, ma va beh):

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#2 Giorgio Napolitano, ex-Presidente della repubblia. Prescrive il referendum soltanto per quesiti molto semplici, come se giudicare una struttura sovranazionale dopo averla messa alla prova per oltre 20 anni sia uno sforzo intelletuale fuori dalla portata del comune cittadino che ci vive dentro.

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#3 Giovanna Melandri, ex-Ministro ai beni culturali, ritwitta il marito: la coppia si domanda se sia giusto che le persone anziane abbiano diritto di voto e non si possano al loro posto arruolare alle urne gli infanti fin dalla culla.

Melandri

(tra l’altro per vietare il voto negli ultimi 18 anni bisognerebbe che la data di morte fosse certa quanto quella di nascita, il che temo ponga problemi insormontabili di attuabilità a meno di sgradevoli pratiche di eutanasia di massa)

#4 Il Professor Alessandro Rosina li prende in parola ed essendo un tecnico propone la strada maestra per implementare un sistema elettorale che impedisca ai vecchi di rompere i coglioni:

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qui i dettagli per cui il peso del voto dovrebbe essere direttamente proporzioanale all’aspettativa di vita (ricorda il “voto plurale” di Stuart Mill, il noto liberale teorizzava in quel caso che i voti dei ricchi contassero per 3):

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#5 Beppe Severgnini, giornalista, scrittore, conduttore televisivo e  opinionista se la prende anche lui con i vecchi che rubano il futuro ai giovani, ma anche coi provincialotti e le classi ignoranti che non comprendono le ragioni disperate della City di Londra e dei suoi broker finanziari cosmopoliti:

Severgnini

Qualcuno ha provato a spiegare loro che i giovani tra 18 e i 24 non sono andati a votare (affluenza del 36% contro l’81% degli over 65) e che si sono rivelati complessivamente la fascia d’età meno europeista visto che il 75% di loro o se ne è rimasto a casa o ha votato Leave, ma tant’è. I numeri sono del resto freddi, mentre la UE è un sogno e una passione dell’anima.

Contro le masse subalterne e ignoranti  si è scagliato anche Giorgio Gori, consulente alla comunicazione di Matteo Renzi, già imprenditore e giornalista, bisognerebbe forse togliere il voto a coloro che han studiato meno in modo che i ceti colti possano guidarli verso un futuro luminoso:

Italcementi, studio per Bergamo 'smart city' del futuro

Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, durante il convegno ‘Verso il futuro. Bergamo 2035, smarter citizens’, promosso dalla Fondazione Italcementi, Bergamo, 30 settembre 2014. ANSA/GIAMPAOLO MAGNI

#6 Francesca Barracciu, ex-sottosegretario ai beni culturali del governo Renzi, evoca il fascismo, un regime che come noto portò l’Italia al disastro, alle leggi razziali e all’orrore della guerra  a suon di referendum e consultazioni popolari:

Barracciu

#7 Sullo stesso tono Roberto Saviano, scrittore, giornalista e militante anti-mafia il quale ci mette  in guardia contro le derive plebiscitarie in democrazia (dalle quali dovrebbero in realtà già tutelarci le carte costituzionali riconoscendo gli inalienabili  diritti alle minoranze), viene il dubbio che in Uk si sia votata l’annessione dell’Irlanda e lo sterminio dei suoi inermi abitanti e non la semplice Brexit:

saviano

#8 Nathani Zevi, giornalista RAI, ci invita da par suo a riflettere sulla vera natura della democrazia, siamo sicuri che le decisioni debbano essere prese a maggioranza?  Non sarebbe meglio che a decidere sia una minoranza con le carte in regola e tutti i timbri? C’è da pensarci.

Nathania Zevi

#9 Gianni Riotta, giornalista e scrittore, va sul macabro e si rammarica che la Cox sia morta per nulla, invece che per una buona causa come si augurava evidentemente lui. Parafrasando, è forse cinico pensare che una così bella e tempestiva occasione per ribaltare gli umori popolari in favore del Remain sia andata sprecata? Forse sì, è cinico e anche un po’ di cattivo gusto.

Riotta cox

Che dire? Perfino chi si augurava un’Europa senza frontiere, fondata sul lavoro, sulla solidarietà tra popoli e sulla cooperazione tra gli Stati, un’Europa autenticamente democratica costruita col consenso delle masse che la compongono, per quanto ageé e ignoranti (ma tuttora le più istruite del mondo), che difendesse innanzitutto le conquiste sociali che ne avevano caratterizzato la crescita post-bellica, prima fra tutte lo Stato Sociale, rischia di sentirsi un po’ spiazzato. Soprattutto quando pochi giorni prima del voto è uno dei padri fondatori nostrani della UE a confessare, en passant, l’incoffessabile:

Senza titolo

Tutti democratici, tutti eredi, chi più chi meno, di quegli ideali di partecipazione e giustizia sociale che la sinistra ha cercato faticosamente per secoli di interpretare. Nessuno di loro si è domandato se mentre le istituzioni europee massacravano la Grecia nel contempo qualche cittadino europeo si stesse a sua volta  chiedendo e se domani toccasse a me?

Forse la verità è che quando l’elite della sinistra italiana ha svenduto gli ideali sociali, in cambio le è stato offerto l’europeismo come ideale fantoccio per sentirsi ancora una volta dalla parte giusta della storia. Chi glielo abbia fornito è facilmente identificabile ed è l’ ex-nemico di sempre, il capitale transanzionale.

Forse la verità è che l’europeismo, patria dei moderati, presenta in realtà connotati ideologici che facilmente scavallano nell’estremismo più miope.

Il loro ego ora non può sopportare che crolli tutto un’altra volta.
Diventa un problema psicologico e identitario (oltre che la minaccia a delle rendite di posizione).
La Brexit è soltanto un passaggio e, a giudicare da quanto sopra, direi che non l’hanno presa bene.
Proprio per niente.

Io non guardo le serie TV (VI)

The Knick è un meraviglioso romanzo positivista, tutta la narrazione innalza un inno alla “ragione”  il dio moderno che nel  finale, proprio come il protagonista in ogni grande romanzo, mostra  il volto sfigurato della propria nemesi.

Il plot di Penny Dreadful non prometteva nulla di buono: una medium, un esploratore, un Lupo Mannaro, il Dottor Frankestein e Dorian Gray tutti insieme a vivere avventure nella Londra vittoriana. Un minestrone già sentito, tra raduni di Avengers e Leghe si straordinari gentiluomini, per non scomodare il cartone cult Superamici (chi li ricorda?), un’accozzaglia da mettere in fuga anche gli appassionati del genere. E invece no…

Il fatto che una serie come The Ridiculous 6 sia stata finanziata, prodotta, esportata e che qualcuno possa trovarla divertente, non fa ben sperare per il futuro del senso dell’umorismo e della comicità tutta su questo pianeta.

The Knick

Il livello, e probabilmente il budget, della terza stagione di Black Sails crescono ancora dopo la partenza in sordina della prima stagione e i netti miglioramenti della seconda, facendone uno dei migliori esempi di serialità per il genere d’avventura.

Sempre in The Knick un neo pacchiano negli ultimi secondi del finale della seconda stagione ne rovina l’accuratezza storica pagando un pegno troppo caro alla ricerca della perfetta cesura letteraria. Inspiegabilmente gli autori, fin lì più attenti, collocano la nascita della psicoanalisi in un ambito come quello della cura delle tossicodipendenze dove ha forse dato meno frutti che altrove, a New York, dal genio di qualcuno che non è Freud né alcuno dei suoi illustri successori europei. Un errore stupido e sciocco che appaga forse l’autoreferenzialità del pubblico americano, ma rompe l’incanto dello spettatore che abbia  anche la minima nozione in merito.

Le prime due stagioni Penny Dreadful sono fantastiche, affascinanti, intense e sufficientemente spaventevoli. Dai costumi alle atmosfere, dai dialoghi all’uso sapiente dei flashback, dalle trovate che svecchiano il genere alla performance collettiva dello splendido cast, tutto funziona come un orologio meccanico opportunamente caricato. Quando infine scocca l’ora del colpo di scena si resta sorpresi dall’efficacia dell’ennesima rielaborazione di cliché tanto familiari, per un’ora scarsa il paranormale e il magico ci paiono presenti e plausibili, torna la letteratura dell’infanzia, seppure un po’ rimescolata, e con essa la partecipazione e il divertimento più autentici .

Penny Dreadful

Nella terza stagione di Black Sails perfino Luke Arnold, nei panni di John Silver, abbandona definitivamente le smorfie farsesche e la piatta inespressività della prima stagione, sfoderando un’interpretazione intensa che non sfigura più davanti al talento di Toby Stephens, il capitano Flint. E’ sempre bello osservare la crescita di un attore e il modo in cui l’opera se ne giova nel suo insieme.

Difficile andare oltre la prima puntata di Sense 8 o Leftovers, la bulimia del pubblico occidentale verso la serialità televisiva conduce ad aumentare l’offerta a dismisura esplorando plot improbabili, complessi e dagli esiti labirintici e prevedibilmente improduttivi. Per affrontare la seconda puntata servono motivazioni e uno sforzo sulla fiducia che, al momento, trovano ragion d’essere. Ci si ferma al primo assaggio.

The Knick è una serie d’autore, consigliatissima, che conclude il proprio arco narrativo e non necessita di una terza stagione. Speriamo non prevalgano altre logiche.

La strana bomba di Manchester.

Paura allo stadio.
Domenica 15 maggio lo Stadio Old Trafford di Manchester è stato evacuato 20 minuti prima della partita tra Manchester United e Bournemouth e prevista per 14GMT, a causa di un allarme bomba. L’ordigno è stato effettivamente trovato dai cani anti-esplosivo della polizia di Machester (GMP) nel bagno dello stadio, si trattava di una bomba finta, non in grado di fare danni reali ma a detta della polizia “estremamente realistica”, costruita in tutto e per tutto come una vera “pipe-bomb” artigianale. Per circa 5 ore si è cercato di capire come e chi avesse lasciato lì l’esplosivo. In serata è stata la stessa polizia di Manchester a spiegare che l’ordigno era stato lasciato lì durante un’esercitazione antiterrorismo avvenuta qualche giorno prima. La polizia ha declinato la responsabilità dell’errore, sostenendo che l’errore è attribuibile ad una società privata responsabile dell’esercitazione.

Effettivamente una grossa esercitazione si era tenuta a Manchester il 10 Maggio, nel distretto di Trafford, aveva coinvolto 800 tra attori e volontari, e vedeva la collaborazione congiunta della polizia (GMP), dei vigili del fuoco e degli operatori ospedalieri locali.  Quelle che seguono sono le immagine del training inclusa l’esplosione di una finta-bomba che ipotizziamo molto simile a quella trovata nei bagni dello Stadio:

Il filmato e l’esercitazione erano disponibili su Internet dal giorno stesso ed avevano ricevuto una grossa attenzione mediatica a causa delle proteste delle associazioni mussulmane inglesi indignate perché l’attore che interpretava il terrorista suicida aveva nel copione come unica battuta “Allah Akhbar”, l’accostamento era stato giudicato superfluo, blasfemo e offensivo, tanto che la polizia di Manchester si era subito scusata per l’accaduto.

L’incidente, increscioso di suo per le conseguenze del falso allarme, 50k tifosi evacuati, presenta però alcune ulteriori anomalie.

Anomalia #1 – L’esercitazione documentata non era allo stadio.

E’ facile reperire sul web articoli e immagini sull’esercitazione del 10 Maggio, sia dovute alle proteste delle associazioni islamiche sia per semplici articoli collegati al realismo e all’utilità di queste esercitazioni impostate come veri e propri giochi di ruolo. Non esistono tracce in rete, o almeno non ne abbiamo trovate, di esercitazioni allo stadio Old Trafford, dove il finto-ordigno è stato di fatto rinvenuto. L’esercitazione documentata si è infatti svolta al Trafford Center, un centro commerciale che a dispetto del nome dista 5,5Km, circa 10 minuti in auto senza traffico e oltre 25 minuti a piedi dallo stadio:

Old Trafford

Quindi se si trattava della stessa esercitazione questa si svolgeva in due luoghi distinti, molto lontani tra loro per una logistica complessa di 800 figuranti, uno dei quali (appunto lo stadio) non è mai stato menzionato  prima del ritrovamento dell’ordigno di domenica.

Anomalia #2 – Il ruolo della polizia locale (Greater Manchester Police, GMP).

Mentre la polizia locale è stata pienamente coinvolta nell’esercitazione del Trafford Centre, come documentano le immagini e gli articoli collegati, le autorità sono sembrate inspiegabilmente “smarrite” rispetto alla bomba allo stadio. Per quasi 5 ore nessun collegamento con eventuali esercitazioni è stato ipotizzato, il che è strano se la polizia stessa fosse stata coinvolta in quello stesso luogo solo pochi giorni prima. Durante le prime ore la polizia si è anzi detta stupita per l’incredibile realismo dell’ordigno, come se non avessero mai visto (o comunque non si aspettassero di trovare lì) nulla del genere. La polizia ha infatti declinato ogni responsabilità per l’ordigno abbandonato, indicando una società privata come autrice unica dell’errore. Il club calcistico Manchester United ha ugualmente scaricato ogni responsabilità specificando in una nota dell’addetto stampa che la società privata in questione  “Non è la stessa società cui ci rivolgiamo per garantire la sicurezza dello stadio” e ha aggiunto “chiaramente la Polizia non ha alcuna responsabilità nell’errore”. Da queste dichiarazioni incrociate sembra emergere che questa fantomatica società privata, mai nominata nelle prime ore, abbia potuto muoversi dentro lo stadio, conducendo esercitazioni, maneggiando esplosivi depotenziati e lasciandoli poi lì, senza che né la polizia locale né il club calcistico che gestisce lo stadio abbiano potuto avere voce in capitolo.

Anomalia #3 – La  società privata.

La società privata autrice dello sventurato incidente si è rivelata essere la Security Search Management & Solutions, il cui proprietario Chris Reid è un ex-consulente anti-terrorismo già legato alla G4S, un nome sconosciuto ai più ma un vero e proprio gigante economico e… militare. La G4S vanta infatti diversi record essendo contemporaneamente la più grande agenzia di sicurezza del mondo, il secondo maggior datore di lavoro al mondo dopo Wall-Mart  con oltre 620000 dipendenti e, per conseguenza, il più grande esercito privato di contractors al mondo.  La GS4 è impegnata in Iraq con compiti di scorta dei convogli non militari almeno dal 2008, da quando ha cioè acquisito la ArmorGroup (9000 dipendenti), ed è nota per i suoi stretti rapporti coi Signori della Guerra  afghani.  La G4S è implicata in una vasta lista di accuse in giro per il mondo, incluso l’uso della tortura nella gestione delle prigioni sudafricane. La GS4 ha anche gestito la sicurezza durante le olimpiadi di Londra nel 2012, al tempo in cui ci lavorava Reid, tra l’altro fallendo e costringendo il governo britannico a schierare l’esercito pur di ottenere il livello di presidio del territorio atteso. Reid, a parte definire l’incidente sfortunato, non ha voluto rilasciare dichiarazioni in attesa di parlare col Manchester United.

La minaccia era reale?

Lo sfortunato incidente si colloca in una settimana molto calda per gli allarmi anti-terrorismo in UK in generale e a Manchester in particolare.  Ad esempio, avevano con sé foto di Londra (oltre che di alcuni siti storici italiani) i presunti quaedisti afghani arrestati  il 10 Maggio a Bari, e proprio domenica pomeriggio un volo Ryan Air da Oslo a Manchester è stato cancellato a causa di un altro allarme bomba, con la polizia norvegese  che aveva posto in stato di fermo due cittadini dello Sri-Lanka per poi scoprire anche in questo caso un falso allarme. Sempre la settimana tra il 10 e il 15 maggio l’MI5, il servizio segreto britannico, aveva elevato l’allerta anti-terrorismo per eventuali attacchi dell’IRA dall’Irlanda del Nord, dal livello 2-Moderate al livello 3-Substancial, quello in cui: “an attack is a strong possibility“.

Ognuna delle anomalie menzionate può essere spiegata con coincidenze ed errori, ne teniamo conto in attesa di maggiori informazioni e report ufficiali. Allo stesso modo teniamo conto, per un vezzo statistico, di come negli ultimi 16 anni grandi esercitazioni anti-terrorismo abbiano mostrato una forse casuale ma di certo  inquietante capacità predittiva nei confronti di eventi terroristici poi realmente accaduti. C’erano state esercitazioni del genere nei paraggi territoriali e nei giorni più prossimi (qualche volta addirittura in contemporanea), su obbiettivi simili o identici a quelli poi effettivamente colpiti subito prima (tra gli altri) degli attentati di New York 9/11, Londra 2002, Boston 2012, Parigi 2015 e Bruxelles 2016.

Turchia-Russia: ricompaiono i Lupi Grigi

Avevamo raccontato già a settembre come la situazione in Siria stesse creando una polveriera perfettamente adatta a favorire “incidenti” che potessero rapidamente condurre a un’escalation mentre, in novembre, avevamo analizzato come la “guerra all’ISIS” sbandierata dopo gli attacchi di Parigi rischiasse di coinvolgere i Paesi europei in un gioco ben più ampio dove gli schieramenti non erano affatto Stato Islamico contro tutti, ma NATO contro Russia e i suoi alleati, col Califfato usato come elemento di destabilizzazione in una complessa e sporchissima guerra per procura.

I fatti

Coerentemente con lo schema descritto questa settimana, un caccia turco (NATO) ha abbattuto un caccia russo sul confine siriano a causa di un possibile sconfinamento nello spazio aereo turco. Questi i fatti accertati: uno dei piloti del SU-24 russo si è gettato col paracadute mente il suo aereo precipitava nel nord ovest della Siria per essere freddato da una raffica sparata dai ribelli turcomanni, un crimine di guerra, mentre un secondo pilota riusciva a salvarsi e a raggiungere le linee amiche. Un altro militare russo alla guida di un elicottero CSAR (unità di recupero) è stato ucciso sempre in territorio siriano mentre cercava di soccorrere i piloti abbattuti. L’elicottero militare è stato colpito da un cannone anticarro TOW di fabbricazione statunitense in mano anch’esso dei ribelli turcomanni, protetti dalla Turchia e in guerra contro Assad.

Le due versioni
Secondo la versione turca, il cui ministro degli esteri non si è scusato avendo la Turchia agito a suo dire nel pieno diritto, il SU-24 russo avrebbe ricevuto una decina di avvertimenti prima dell’abbattimento (a questo proposito è stato rilasciato anche un nastro), l’ordine di colpirlo sarebbe arrivato direttamente dal premier Davutoğlu e lo sconfinamento sarebbe comunque durato pochi secondi. La versione russa nega lo sconfinamento, il pilota russo nega di aver ricevuto alcun avvertimento e il ministro russo Lavrov ha parlato apertamente di atto premeditato, un’imboscata. Fonti russe hanno anche fatto notare come un eventuale sconfinamento di poche miglia non dovrebbe comportare un abbattimento tra due Paesi amici impegnati nella stessa campagna antiterrorismo, portando l’esempio delle centinaia di sconfinamenti annuali dei caccia turchi nello spazio aereo greco, di cui il governo di Atene (NATO) si lamenta, inascoltato, da anni. Putin ha apertamente accusato la Turchia di combattere al fianco dell’ISIS, stessa accusa già lanciata la settimana precedente al G20, al tempo senza far nomi, ma indicando chiaramente Ryad e Ankara come mandanti e finanziatori del Califfato.

L’ipotesi dell’imboscata, i Lupi grigi e i ribelli turcomanni
Premesso che lo sconfinamento, seppur breve, può di certo essere avvenuto, va ricordato che i caccia russi sono gli unici che, secondo il diritto internazionale, volano sul cielo siriano legalmente in quanto invitati dal governo in carica, al contrario non agiscono nella legalità quelli USA, inglesi, francesi e turchi (che a loro volta sconfinano in Siria). L’ammissione da parte di Ankara che lo sconfinamento sia stato brevissimo stride con la ricostruzione secondo cui l’ordine sarebbe risalito dal caccia intercettore turco per tutta la catena di comando fino al Presidente del Consiglio, il cui assenso sarebbe tornato indietro fino al pilota pronto a sparare, il tutto in un tempo così breve, all’interno del quale andrebbero anche conteggiati i numerosi avvertimenti inviati al SU-24. Più probabile, vista la dinamica raccontata, che il pilota avesse già l’ordine approvato ai più alti livelli di tirar giù qualunque caccia russo si fosse avvicinato in quei giorni al confine con la Siria. A supportare questa ipotesi è emerso un video in cui i ribelli turcomanni vengono intervistati da CNN e da FOX poco dopo l’abbattimento: a parlare davanti ai microfoni sembrerebbe essere Alpaslan Celik, cittadino turco, figlio di un ex-maggiore dell’esercito di Ankara e vicino al partito turco MHP, braccio politico del gruppo terrorista di estrema destra nazionalista Lupi Grigi, nelle cui file militava Alì Agca, attentatore che sparò a Giovanni Paolo Secondo nel 1981. C’erano dunque turchi su entrambi i lati del confine, i primi pronti a sparare e secondi a giustiziare piloti e soccorritori.

Reazioni
Di nuovo coerenti col quadro di uno scontro tra NATO e Russia più che con quello di una guerra comune contro l’ISIS, sono le reazioni internazionali seguite all’abbattimento. Obama (NATO) ha espresso solidarietà a Erdogan ribadendo il diritto della Turchia di proteggere il proprio spazio aereo, l’UE ha deciso di proseguire nella prossima tappa d’ingresso di Ankara in Europa mentre gli altri leader della NATO hanno per lo più taciuto (addirittura tombale il premier Renzi), inoltre le sanzioni contro la Russia restano in vigore e si minaccia da più parti di inasprirle. Al contempo la Russia ha portato in Siria i sistemi missilistici S-400, sistemi sofisticati in grado di abbattere qualunque aereo da guerra, anche di ultima generazione, in un raggio di oltre 200KM intorno alla propria base di Latakia sulla costa nord della Siria, e ha portato di stanza negli stessi mari la propria nave ammiraglia, l’incrociatore missilistico Moskva. Il Cremlino ha inoltre intensificato i bombardamenti sui ribelli turcomanni nei quali, pare, sia rimasto ucciso il generale Rashid Bagdash, leader dei ribelli nell’area dell’abbattimento.

Conseguenze
Campane a morto per il gasdotto Turkish Stream, la costruzione del quale avrebbe dovuto sostituire il South-stream, progetto abbandonato in seguito alle tensioni dello scorso anno. A rischio anche le altre numerose cooperazioni economiche tra Turchia e Russia, incluso l’enorme afflusso annuale di turisti russi verso il Bosforo e l’Anatolia, oltre alle forniture di gas russo che coprono attualmente oltre il 50% del fabbisogno di Ankara.
Il gas verso i paesi mediterranei (inclusa l’Italia) continua e continuerà a passare prevalentemente per il gasdotto ucraino, dove Kiev ha smesso di pagare e, avendo i russi tagliato le forniture, gli ucraini saranno costretti a rubarlo (come già avvenuto in passato) per non gelare quest’inverno. La stessa Kiev a seguito della vicenda dell’abbattimento ha chiuso lo spazio aereo ai voli russi, anche civili, e, se è vero quanto denunciato dalle autorità della Repubblica di Doenetsk, ha riaperto questa settimana le ostilità in alcuni punti del fronte orientale. In un rapido precipitare degli eventi, quasi di concerto, si moltiplicano i fronti per la Russia di Putin, proprio quando dopo gli attentati di Parigi (quasi) tutti gli osservatori  si aspettavano finalmente l’avvento di una coalizione più ampia in grado di sferrare un’azione decisa, vasta e concertata contro il feudo del “califfo” Al-Baghdadi.

È la guerra all’ISIS, bellezza.

erdogan scalinata