L’Italia ai tempi del Governaccio (I)

E’ sempre meritevole di biasimo indulgere nella sgradevole pratica dell’autocitazione ma, a dirla tutta, regala anche una certa soddisfazione. Scrivevamo il 13 Novembre all’alba del Governaccio Monti:

“Monti limerà gli stipendi degli onorevoli, taglierà qualche auto blu e butterà giù una bozza per l’abolizione delle province, il taglio del numero dei parlamentari, varerà una patrimoniale sugli yacht e qualche misura antievasione. Poi, forte di una popolarità anticasta inaudita, raderà al suolo il poco rimasto del welfare, le pensioni di anzianità, l’articolo 18 e ultime tutele del solito parco buoi.”

Vista la pochezza dell’azione anti-casta possiamo senz’altro dire che è andata anche peggio. Era comunque chiaro che si trattasse di un altro governo di destra, una destra per gli aspetti economici perfino più radicale, gravata da nuovi conflitti d’interessi meno eclatanti ma che, per necessità di sostegno parlamentare, avrebbe portato con se anche il peso dei vecchi  conflitti precedenti.

Fatta salva la credibilità internazionale, effettivamente stratosferica se comparata allo zero assoluto  berlusconiano, ci si aspettava qualche innovazione nei provvedimenti segno certo della scienza infusa bocconiana (come alzare la tassa sulla benzina, roba da Nobel per l’Economia…) e, dopo la monarchia berlusconiana e il circo dei freak che ne costituiva il codazzo, qualche servilismo in meno e un po’ di rispetto della forma in più. Se i leccapiedi non dormono mai e cambiano in fretta bandiera, lascia perplessi lo strambo modo di comunicare dei nuovi ministri che sembra in continuità tutta politica con le più ridicole scenate della seconda Repubblica.

Si resta allibiti, ai limiti di una grottesca legge del contrappasso,  dopo vent’anni di ilare paresi nei sorrisi fuori luogo del Joker Berlusconi vedendo piangere la Fornero per la sorte dei  pensionati che proprio lei sta martoriando.    Possibile che mentre i governanti italiani ti vessano, l’uno rida ottimista, l’altra pianga contrita come in un’esagerata e teatrale rappresentazione di sentimenti che nulla hanno a che fare con l’esercizio del potere?

La stessa Fornero, che dopo le lacrime si pensava tutta impegnata a difendere i deboli nella sede del Consiglio dei Ministri, non trova di meglio da fare che lanciare dichiarazioni improvvide sull’Articolo 18, per poi smentirle il giorno dopo (altra inquietante continuità), per poi farle ricomparire dopo un mese in bocca allo stesso Monti sempre sotto lo slogan  “Si discute di tutto, non esistono tabù”.

Certo che non esistono tabù Presidente, siamo liberi pensatori e detestiamo i dogmatismi, ma converrà che alcuni argomenti rischiano soltanto di far perdere tempo in sede istituzionale, o forzando il suo slogan perché non discutere di una modifica costituzionale che trasformi l’Italia da Repubblica Parlamentare ad una Monarchia assoluta retta da un Faraone, una casta di sacerdoti e qualche milione di schiavi intenta a erigere Piramidi? Qui ogni idea ha diritto di cittadinanza, o no?

Oppure, per essere meno eccessivi e restare in tema di legislazione sul Lavoro, accettiamo pure il suo invito a  discutere sull’articolo art.18 senza preclusioni ideologiche, faccia altrettanto lei ed apra un tavolo sull’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione (troppo comunista?), sulla detassazione del lavoro dipendente fino a renderlo meno tassato delle rendite finanziarie (troppo anti-capitalista?) o almeno un piano Keynesiano  su banda larga, trasporti e ricerca sui settori ad alto valore aggiunto per il rilancio dell’occupazione finanziato da una patrimoniale strutturale (troppo… che?).

Non avrà mica una preclusione  ideologica? Non mi dica che questi argomenti sono Tabù?