Siria: la guerra sui media e la guerra sul campo.

USSDonaldCook
Siria, la battaglia del Goutha orientale è stata vinta dalle forze filo-governative all’inizio di Aprile dopo aver attraversato tre differenti fasi: accerchiamento della sacca ribelle, pesanti bombardamenti, rottura della sacca in aree minori (Harasta, Douma, Saqba-Zamalka) per interrompere le comunicazioni e la logistica tra gruppi ribelli eterogenei e trattare separatamente la resa o l’evacuazione. Il 7 Aprile la maggior parte del territorio dell’Est Goutha era già sotto controlo dell SAA o in fase di negoziazione, l’ultimo baluardo (anch’esso in trattativa) dei ribelli jihadisti era il territorio completamente accerchiato di Douma sotto il controllo di Jaysh Al-Islam le cui possibilità di resistere erano pari a zero, a detta di tutti gli osservatori. Quello stesso giorno l’esercito siriano avrebbe scatenato un attacco chimico proprio a Douma causando centinaia tra morti e intossicati, tutti civili stando alle immagini circolate sui media occidentali. Un atto del tutto irrazionale da parte del Governo di Damasco e apparentemente inatteso. Ebbene, irrazionale sì (almeno dal punto di vista dei governativi), inatteso no, anzi, ampiamente preannunciato ma in una chiave del tutto diversa da quella che si potrebbe pensare.

sacche

Da mesi infatti, almeno dal febbraio 2018, i media russi “bene informati” dagli ambienti militari del Cremlino avvertivano che i ribelli stavano preparando un falso attacco chimico per poter incolpare il governo di Damasco e giustificare una rappresaglia US-NATO. Alla metà di Marzo l’avvertimento dei media russi veniva confermato dall’inteligence e dai militari, diventando così versione ufficiale del governo russo. Fonti dell’attacco del 7 aprile sono stati i soliti, screditati, megafoni delle FSA: il SOHR, di base a Londra (che oggi non conferma la natura “chimica” degli attacchi), e i White Helmets, la “protezione civile mediatica”, sedicente imparziale, glorificata e finanziata dall’occidente, in realtà ampiamente collusa coi jihadisti e già sorpresa in evidenti manipolazioni nell’ information-war siriana. Nessuna fonte terza per stessa ammissione US, nessuna fonte ONU, nessuna indagine OPCW: soltanto le immagini penose di morti ammassati irrigiditi e schiumanti. Oggi, siriani e russi presenti nel Goutha conquistato dichiarano come non ci sia nessuna evidenza di attacchi chimici: portano come prova le interviste ai civili che fanno ritorno a Damasco e quelle ai medici della Mezzaluna Rossa che negano la presenza di agenti chimici. I russi hanno portato con durezza queste contro-accuse all’ONU, chiedendo un’indagine imparziale dell’ OPCW e respingendo ogni addebito contro il governo di Assad e i suoi alleati.

E’ una guerra che ha un fronte rilevante sui media e presso l’opinione pubblica mondiale, ci troviamo quasi sempre a dover soppesare, al lume della ragione e della logica, le notizie fornite da due più organi di propaganda contrapposti e spesso (ma non sempre) piuttosto sofisticati.
E tuttavia non possiamo ignorare che l’attacco di Douma si sia svolto esattamente nei tempi e nelle modalità preannunciate dai russi, in una fase in cui questo costituisce un boomerang per la fazione governativa vittoriosa sul campo e un vero e proprio colpo sotto la cintola per un Cremlino appena messo all’angolo (senza uno straccio di prova) per un caso Skripal che si sta clamorosamente sgonfiando di settimana in settimana. Tutto si è svolto secondo un copione e stavolta ne siamo venuti in possesso prima.

Lo hanno scritto, divulgato artatamente e poi fatto attuare i russi per puro autolesionismo? Lo hanno scritto i ribelli e qualche manina occidentale loro alleata per scatenare la rappresaglia NATO e ribaltare le sorti dell’inesorabile sconfitta jihadista nei sobborghi di Damasco e in quasi tutta la Siria? Ci fidiamo della capacità di discernimento del lettore.

Tutto questo però non è privo di conseguenze e quel che avviene sui media si rispecchia sul campo.
La notte dell’8 aprile due caccia-bombardieri Israeliani hanno violato lo spazio aereo libanese e da qui hanno lanciato una decina di missili (in parte abbattuti dagli S-400 russi) sulla base siro-iraniana T4, a 60km da Palmyra, uccidendo almeno 4 soldati iraniani. Due azioni illegali contro tre nazioni sovrane in una sola operazione militare.
Il 9 Aprile il cacciatorpediniere USS Donald Cook armato con 60 missili Tomahawk è uscito a largo delle coste siriane, portandosi a poco meno di 100km dalle basi russe sul Mediterraneo, è stato inoltre mobilitato nelle stesse acque il sottomarino USS Georgia. La stessa sera è circolata la notizia da fonte turca, smentita dal pentagono, di caccia russi in volo radente intorno al cacciatorpediniere (possibile fake news dovuta ad un evento simile avvenuto l’anno scorso alla Donald Cook nel Mar Nero e famoso su Youtube).
Oggi, 10 Aprile circolano notizie di almeno 5 battaglioni russi in stato di ready-to-combat e dell’ordine di allerta delle forze armate su tutti i fronti (inclusi i confini russi). La flotta russa nel Mar nero è in stato di allerta al combattimento in caso di attacco contro la Siria, atteso nelle prossime 24 ore.

Dopo aver prospettato un’uscita rapida dallo scenario siriano poco più di una settimana fa, magari con supporto e passaggio di consegne ai francesi, Donald Trump a seguito dei fatti di Douma ha rilasciato dichiarazioni bellicose dando diplomaticamente dell’animale cui far pagare un caro prezzo ad Assad.
Stando alle ultime pare che l’attacco avverrà, questo sembra sicuro, la Casa Bianca ha preso ora giorno per vagliare gli obbiettivi: siriani, iraniani o entrambi. I russi hanno detto che reagiranno e anche questo sembra fuor di dubbio.

L’opinione pubblica occidentale intontita da narrazioni volutamente frammentarie e confuse, da urla isteriche o preoccupanti silenzi dei propri leader politici, resterebbe forse l’unica forza in grado di favorire una de-escalation. Tuttavia questa forza, disinformata e distratta, non è neppure scesa in campo, troppo impegnata a farsi selfie con le mani sulle narici rincorrendo i “beau geste” gratuiti e ipocriti di qualche intellettuale che abusa della propria popolarità conquistata su tutt’altri temi.

E’ in questo mare che oggi si muovono le flotte e nel quale, domani, rischiamo tutti di affogare.

Turchia-Russia: ricompaiono i Lupi Grigi

Avevamo raccontato già a settembre come la situazione in Siria stesse creando una polveriera perfettamente adatta a favorire “incidenti” che potessero rapidamente condurre a un’escalation mentre, in novembre, avevamo analizzato come la “guerra all’ISIS” sbandierata dopo gli attacchi di Parigi rischiasse di coinvolgere i Paesi europei in un gioco ben più ampio dove gli schieramenti non erano affatto Stato Islamico contro tutti, ma NATO contro Russia e i suoi alleati, col Califfato usato come elemento di destabilizzazione in una complessa e sporchissima guerra per procura.

I fatti

Coerentemente con lo schema descritto questa settimana, un caccia turco (NATO) ha abbattuto un caccia russo sul confine siriano a causa di un possibile sconfinamento nello spazio aereo turco. Questi i fatti accertati: uno dei piloti del SU-24 russo si è gettato col paracadute mente il suo aereo precipitava nel nord ovest della Siria per essere freddato da una raffica sparata dai ribelli turcomanni, un crimine di guerra, mentre un secondo pilota riusciva a salvarsi e a raggiungere le linee amiche. Un altro militare russo alla guida di un elicottero CSAR (unità di recupero) è stato ucciso sempre in territorio siriano mentre cercava di soccorrere i piloti abbattuti. L’elicottero militare è stato colpito da un cannone anticarro TOW di fabbricazione statunitense in mano anch’esso dei ribelli turcomanni, protetti dalla Turchia e in guerra contro Assad.

Le due versioni
Secondo la versione turca, il cui ministro degli esteri non si è scusato avendo la Turchia agito a suo dire nel pieno diritto, il SU-24 russo avrebbe ricevuto una decina di avvertimenti prima dell’abbattimento (a questo proposito è stato rilasciato anche un nastro), l’ordine di colpirlo sarebbe arrivato direttamente dal premier Davutoğlu e lo sconfinamento sarebbe comunque durato pochi secondi. La versione russa nega lo sconfinamento, il pilota russo nega di aver ricevuto alcun avvertimento e il ministro russo Lavrov ha parlato apertamente di atto premeditato, un’imboscata. Fonti russe hanno anche fatto notare come un eventuale sconfinamento di poche miglia non dovrebbe comportare un abbattimento tra due Paesi amici impegnati nella stessa campagna antiterrorismo, portando l’esempio delle centinaia di sconfinamenti annuali dei caccia turchi nello spazio aereo greco, di cui il governo di Atene (NATO) si lamenta, inascoltato, da anni. Putin ha apertamente accusato la Turchia di combattere al fianco dell’ISIS, stessa accusa già lanciata la settimana precedente al G20, al tempo senza far nomi, ma indicando chiaramente Ryad e Ankara come mandanti e finanziatori del Califfato.

L’ipotesi dell’imboscata, i Lupi grigi e i ribelli turcomanni
Premesso che lo sconfinamento, seppur breve, può di certo essere avvenuto, va ricordato che i caccia russi sono gli unici che, secondo il diritto internazionale, volano sul cielo siriano legalmente in quanto invitati dal governo in carica, al contrario non agiscono nella legalità quelli USA, inglesi, francesi e turchi (che a loro volta sconfinano in Siria). L’ammissione da parte di Ankara che lo sconfinamento sia stato brevissimo stride con la ricostruzione secondo cui l’ordine sarebbe risalito dal caccia intercettore turco per tutta la catena di comando fino al Presidente del Consiglio, il cui assenso sarebbe tornato indietro fino al pilota pronto a sparare, il tutto in un tempo così breve, all’interno del quale andrebbero anche conteggiati i numerosi avvertimenti inviati al SU-24. Più probabile, vista la dinamica raccontata, che il pilota avesse già l’ordine approvato ai più alti livelli di tirar giù qualunque caccia russo si fosse avvicinato in quei giorni al confine con la Siria. A supportare questa ipotesi è emerso un video in cui i ribelli turcomanni vengono intervistati da CNN e da FOX poco dopo l’abbattimento: a parlare davanti ai microfoni sembrerebbe essere Alpaslan Celik, cittadino turco, figlio di un ex-maggiore dell’esercito di Ankara e vicino al partito turco MHP, braccio politico del gruppo terrorista di estrema destra nazionalista Lupi Grigi, nelle cui file militava Alì Agca, attentatore che sparò a Giovanni Paolo Secondo nel 1981. C’erano dunque turchi su entrambi i lati del confine, i primi pronti a sparare e secondi a giustiziare piloti e soccorritori.

Reazioni
Di nuovo coerenti col quadro di uno scontro tra NATO e Russia più che con quello di una guerra comune contro l’ISIS, sono le reazioni internazionali seguite all’abbattimento. Obama (NATO) ha espresso solidarietà a Erdogan ribadendo il diritto della Turchia di proteggere il proprio spazio aereo, l’UE ha deciso di proseguire nella prossima tappa d’ingresso di Ankara in Europa mentre gli altri leader della NATO hanno per lo più taciuto (addirittura tombale il premier Renzi), inoltre le sanzioni contro la Russia restano in vigore e si minaccia da più parti di inasprirle. Al contempo la Russia ha portato in Siria i sistemi missilistici S-400, sistemi sofisticati in grado di abbattere qualunque aereo da guerra, anche di ultima generazione, in un raggio di oltre 200KM intorno alla propria base di Latakia sulla costa nord della Siria, e ha portato di stanza negli stessi mari la propria nave ammiraglia, l’incrociatore missilistico Moskva. Il Cremlino ha inoltre intensificato i bombardamenti sui ribelli turcomanni nei quali, pare, sia rimasto ucciso il generale Rashid Bagdash, leader dei ribelli nell’area dell’abbattimento.

Conseguenze
Campane a morto per il gasdotto Turkish Stream, la costruzione del quale avrebbe dovuto sostituire il South-stream, progetto abbandonato in seguito alle tensioni dello scorso anno. A rischio anche le altre numerose cooperazioni economiche tra Turchia e Russia, incluso l’enorme afflusso annuale di turisti russi verso il Bosforo e l’Anatolia, oltre alle forniture di gas russo che coprono attualmente oltre il 50% del fabbisogno di Ankara.
Il gas verso i paesi mediterranei (inclusa l’Italia) continua e continuerà a passare prevalentemente per il gasdotto ucraino, dove Kiev ha smesso di pagare e, avendo i russi tagliato le forniture, gli ucraini saranno costretti a rubarlo (come già avvenuto in passato) per non gelare quest’inverno. La stessa Kiev a seguito della vicenda dell’abbattimento ha chiuso lo spazio aereo ai voli russi, anche civili, e, se è vero quanto denunciato dalle autorità della Repubblica di Doenetsk, ha riaperto questa settimana le ostilità in alcuni punti del fronte orientale. In un rapido precipitare degli eventi, quasi di concerto, si moltiplicano i fronti per la Russia di Putin, proprio quando dopo gli attentati di Parigi (quasi) tutti gli osservatori  si aspettavano finalmente l’avvento di una coalizione più ampia in grado di sferrare un’azione decisa, vasta e concertata contro il feudo del “califfo” Al-Baghdadi.

È la guerra all’ISIS, bellezza.

erdogan scalinata