Elezioni: Vittoria della Lega? Lunga vita a Berlusconi!

Abitando in quel di Roma avrei forse dovuto seguire con attenzione lo scontro Polverini-Bonino, invece ho passato l’ultimo mese preoccupandomi dei risultati della Lega e del nord in generale. Ho detto a tutti che l’unico dato davvero interessante per il quadro politico sarebbe stato il voto leghista. Mi sono accorto con macroscopico ritardo che, a meno che le sigarette e  le pessime abitudini alimentari non facciano scempio prematuro del mio corpo, avendo Berlusconi 75 anni e io circa la metà, il cavaliere non potrà influire sul mio futuro più di quanto non abbia già fatto negli ultimi quindici anni. La cosa più interessante di questa fase dell’epopea di Berlusconi, dei suoi sodali e dei suoi oppositori è dunque capire il terreno che questi ci avranno preparato per il futuro. Una terra brulla e oscura forse, ma a mio avviso sufficientemente fertile perché vi cresca rigogliosa la pianta verdissima, rude e nerboruta della Lega Nord. Aspettavo con interesse, dicevo, i risultati dalla mitica terra di Padania, una specie di nuova Iperborea dalle cui fontane sgorga la linfa dell’Italia che verrà, eccoli:

 
Regione Europee 2009  Regionali 2010
Veneto  28,38%  35%
Lombardia  22,72%  26,2%
 Piemonte  15,6%  16,7%
 Emilia-Romagna  11,8%  13,6%
 Liguria  9,8%  10,2%
 Toscana  4,3%  6,4%
Aggiungete che alle europee 2009 la Lega in Friuli era al 17,4%, in crescita di 5 punti sulle Regionali di appena un anno prima , in più alle stesse elezioni era oltre il 14% nella Provincia autonoma di Trento. Considerate inoltre che le sole regioni Lombardia, Piemonte e Veneto, oltre a portare la maggior parte del PIL, rappresentano un terzo della popolazione italiana. Quella che ci mostra la tabella è una vittoria straripante, un’affermazione   su tutta la linea, in crescita anche nelle regioni in cui il candidato del PDL ha perso. L’unico partito di governo che cresce  in tempo di crisi e di scandali,  quando la disaffezione e la protesta hanno lasciato a casa il 33% degli italiani. Adesso in uno sforzo di fantasia neanche troppo spregiudicato, immaginate il seguente scenario nei prossimi tre anni:– La crisi economica e sociale persiste o si aggrava.
– Il 75enne al governo sparisce dalla scena nazionale per ragioni politiche, giudiziarie o dettate dall’incedere degli anni.

Problema: Come cambia il quadro politico?

La  mia opinione, su cui sono pronto a scommettere,  è che in assenza di Berlusconi il PDL si dissolverebbe come neve al sole. Un partito verticistico e incentrato su una singola personalità carismatica e politicamente vincente. Un partito scarsamente radicato sul territorio e debolmente organizzato. Un partito privo di una successione. Un partito -azienda, dove è principalmente l’amministratore delegato a produrre utili, cioè consenso. Cosa c’è oltre a Fini nel PDL dopo Berlusconi? Le uniche due figure di spicco sono Tremonti (filoleghista) e Formigoni (ciellino filocentrista) il resto sono mezze figure e lacchè: niente mischiato con nulla, come dicono in Sicilia. Nessuno che abbia la presa sulla gente, il potere economico-mediatico e la metà del carisma, negativo e populista quanto volete ma efficace a fini eletttorali,  di Berlusconi.


Dal canto suo Fini in questo momento è visto dai forzaitalioti del PDL come un nemico più infido e pericoloso di qualunque esponente del centrosinistra. Fini è già politicamente fuori dal PDL, già  coinvolto in qualcosa di nuovo e altamente confindustriale che sta fondando insieme a Montezemolo. Per completare la transizione verso un modello europeo di destra conservatrice e liberale, quale costoro sembrano voler costruire, hanno però bisogno di tempo. Di molto tempo.
Se la questione della successione si ponesse prima delle prossime politiche resta soltanto la Lega.

– La Lega di Bossi, l’alleato leale di B.
– La Lega radicata nel territorio
– La Lega che è di lotta e di governo
– La Lega che sa cavalcare di tutto, dalla crisi ai bassi istinti
– La Lega che farebbe il pieno dei voti del PDL
La stessa Lega che a quel punto avrebbe numeri da Secessione.

Attenzione non sto dicendo che attuerebbe la secessione, sto dicendo che la minaccerebbe ogni volta che la minaccia potrebbe portarle un  vantaggio politico, cioè una settimana sì e l’altra pure, come del resto ha sempre fatto quando le cose non andavano per il verso sperato.  Se isolata dal quadro politico una forza con quei numeri e quelle pulsioni, potrebbe trovare appoggio da volontà destabilizzatrici provenienti da fuori, magari dai fautori dell’Europa a due o tre velocità o forse da forze d’altro tipo.

Ho sentito esponenti del centrodestra e del centrosinistra dire che  le responsabilità di governo e il consenso,  renderanno la Lega più moderata e meno estremista.

Da quando in qua il potere in quanto tale rende le forze politiche più moderate?

Storicamente non avviene questo, avviene che forze estremiste si diano un profilo più moderato per accedere al potere, ma questo avviene prima dell’entrata nella stanza dei bottoni non dopo. Dopo non ce ne è più bisogno. Si pensi all’esperienza del Movimento Sociale italiano:

– Negli anni ottanta si riducono gradualmente le frange paraterroristiche
–  Negli anni novanta prima esce Pino Rauti e poi nasce AN, che rinnega il fascismo.
– Successivamente usciranno Storace, Buontempo detto er Pecora  e qualche altro i quali comunque, a parte qualche raro istinto nostalgico, avevano da tempo abbandonato le rivendicazioni proprie del MSI.
– Dal 2000 c’è il primo vero governo con AN ( sette mesi nel ’94 contano poco) e oggi il partito, ridotto a corrente PDL,  ha nel suo leader storico Fini un uomo che sembra rappresentare l’anima più democratica del PDL.

Quando è avvenuto questo processo nel caso della Lega? Quando è stato allontanato Borghezio? Da quando Gentilini e Prosperini  avrebbero smesso di sventolare l’omofobia, il razzismo e le Crociate? Sbaglio o l’ultima marcia di Tosi al fianco di Forza Nuova risale a meno di due anni fa? Sbaglio o l’ultima volta che non è stato al governo, cioè appena nel 2007, Bossi aveva ricominciato a parlare di “tirar fuori i fucili”? Quali contrasti aperti e quale lacerante dialettica interna al partito è nata tra costoro e l’ala cosidetta presentabile formata da i vari Maroni, Castelli e Zaia? Quando i vertici del partito avrebbero stigmatizzato le varie assurde delibere dei Comuni del bresciano? Il White Christmas era appena tre mesi fa: in cosa esattamente la Lega è più moderata di Le Pen e degli xenofobi olandesi?

Lunga vita Presidente Berlusconi (sic!), l’Italia purtroppo non è  ancora pronta ad una sua prematura, seppur allettante, scomparsa politica.  So bene che il tempo avrà ragione su di lei Presidente, ma tremo letteralmente all’idea delle truppe che verranno ad occupare la landa devastatata che  si lascerà alle spalle.

Ops… dimenticavo! Se Fini non ha probabilmente tempo di mettere in piedi una forza di centrodestra non irresponsabile, per chi come me coltivi ancora sentimenti di sinistra resta sempre  la possibilità che nel campo dell’opposizione emerga  finalmente

una forza in grado di invertire la cronica tendenza destrorsa e populista dell’elettorato.Ah! Ah! Scherzavo naturalmente, non è il caso vi illudiate ancora: ci siete già caduti troppe volte.

…e infatti i Pigs erano loro: USA e UK.

Adesso anche il Ilsole24ore avanza  dubbi fondati sull’ipotesi epocale che i veri debiti sovrani a rischio default siano quelli di USA e UK, come già accennato nei post precedenti usando come fonti il GEAB e i siti che lo traducono in italiano. Come abbiamo visto i primi ad accorgersene sono stati i burocrati del Partito Comunista Cinese riducendo la propria quota di debito USA, mentre adesso la cosa comincia ad emergere sui mercati finanziari mondiali.

Sempre dal GEAB, guardiamo adesso questo grafico, che sintetizza il rischio legato ai debiti sovrani nelle diverse nazioni:
Il grafico usa due parametri per determinare il rischio default: debito pubblico e deficit pubblico. Più una nazione è in basso nel grafico, più il suo deficit è elevato. Più una nazione è a destra nel grafico, più il suo debito è alto. La lettura ci dice dunque che rispetto al debito le nazioni che stanno peggio sono Giappone, Italia e Grecia, tutti oltre il  100% del PIL. (GDP). Rispetto al deficit USA, UK, Irlanda e ancora la Grecia, hanno invece i conti peggiori. Dunque effettivamente la Grecia sembra essere il paese più a rischio, con gli USA a dover gestire un deficit pesantissimo ma un debito tutto sommato gestibile, all’87% del PIL… ma adesso leggiamo questo estratto dall’articolo del Sole24:

“Ma aggiungendo i 6.264 miliardi di debiti in carico alle agenzie (Fannie Mae, Freddie Mac che sono interamente controllate dallo stato) si arriva a un rosso complessivo di 18.870 miliardi: ossia al 130,6% del Pil. Le finanze Usa sarebbero in condizioni peggiori di quelle dei paesi identificati dal gentile acronimo di piigs.

Quindi ridisegnando il grafico alla luce del debito accumulato dagli enti statali che cartolarizzavano i mutui, il pallino rosso degli USA finisce secondo soltanto al Giappone in quanto a debito, restando il peggiore in assoluto per deficit. Gli USA sono più in basso e più a destra… e abbiamo trovato il maiale più grosso nel recinto dei PIGS: un suino di pura razza Yankee.

Adesso sarà chiaro e non più solo sospetto, perché  la stampa economica anglosassone abbia alzato recentemente il polverone su Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. La prima gallina che canta… vabè, non amo i proverbi, ma in questo caso è quanto mai calzante.

Forse è anche più chiaro l’attacco speculativo contro l’Euro da parte degli Hedge Funds, che a questo punto è lecito sospettare siano il braccio armato di Washinghton.

Anche se il tono potrebbe farlo suppore, non c’è alcun compiacimento da parte mia nell’immaginare un rischio default negli USA, lo scenario economico e geopolitico avrebbe infatti conseguenze impredicibili e catastrofiche: da una crisi che dura decenni e ci restituisce un mondo con equilibri ribaltati, a tensioni belliche che oggi sembrano ancora follia pura. I

Nota: vedo dai commenti e dagli accessi che i post in cui cerco di collezionare un po’ di informazioni sullo scenario economico riscuotono meno interesse rispetto chessò, all’ultimo aggiornamento sugli sproloqui della politica italiana. Se questa roba mi interessa di più è perché avrà conseguenze sulle nostre vite ben superiori a quanto le scelte di Berlusconi, Fini o Bersani, possano sperare di avere nei loro sogni più bagnati.
Vi invito anzi a seguire le evoluzioni dello scenario economico su blog e siti più autorevoli e competenti di questo, a cominciare da quelli linkati in questo post e nei precedenti.

L’intellettuale in televisione (II)

[…continua]In quanto filosofo, letterato o artista, l’intellettuale nasce millenni prima della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa, ma ad essi rischia di non sopravvivere in quanto “ruolo sociale”.

Oggi, il 70% degli italiani si informa soltanto tramite la TV, Internet è un coacervo spesso inestricabile di ogni tipo di informazione  e disinformazione in mezzo ai quali non tutti sanno districarsi. Oggi si è un “grande lettore” leggendo sei romanzetti l’anno, mentre le tirature dei giornali sono irrisorie. In questo contesto il ruolo dell’intellettuale rischia di sparire insieme alla sua autorevolezza.

Non annuncio la scomparsa degli uomini di cultura o dei grandissimi artisti, ma quella della loro capacità di agire sulla società al di fuori delle Università o delle nicchie editoriali, davanti ad una popolazione che si cotruisce della loro funzione un’immagine distorta e grottesca.

Non teorizzo il governo dei filosofi, mi limito a dire che essi devono avere un ruolo nella dialettica sociale e nelle sue trasformazioni.

Tutto il resto, anche l’uscita più provocatoria, rientrerà per lo più nello stanco balletto della reprimenda e del perdono, dell’ostracismo e della riammissione tra gli applausi del figliol prodigo redento.

Tutto organico, tutto già visto.

Sulla sinistra non so più che dire, questo è soltanto un altro punto su cui lo spaesamento è totale. Ha cercato di sfruttare gli ambienti  culturali che la fiancheggiano, prendendo le distanze non appena essi si mostravano autonomi. Utili per criticare l’avversario, ma in fase propositiva si è preferito guardare ai profeti delle privatizzazioni, della precarizzazione e dello smantellamento dello stato sociale.

La cultura è per il centrosinistra  attuale un orpello da mostrare ai festival del cinema. Non ci si stupisca se poi gli avversari hanno gioco facile gettando tutto nel calderone del radical chic.

Su questo la destra sta commettendo un suicidio. Stanchi della predominanza, vera o presunta, della cultura di sinistra nella seconda metà del novecento, invece che proporre una propria generazione di intellettuali oggi che ne hanno tutti i mezzi, hanno banalizzato e ridicolarizzato la figura dell’intellettuale in quanto tale.

Il leghismo si è privato fin dagli albori del proprio unico intellettuale, passando in fretta dal federalismo al nazionalismo para-etnico, mescolando le radici Cristiane ai riti celtici,  inventando una storia e una nazione inesistenti, parlando solo e soltanto alla pancia del suo popolo. Il Berlusconismo si avvale prevalentemente di  yesman(*)  e mette ai beni culturali Bondi , mentre certi servizievoli giornalisti di destra hanno fatto passare l’equazione “intellettuale = radical chic”.

Una falsificazione il quanto il radical chic è la negazione stessa dell’intellettuale. Esso rappresenta quanto di più conformista, modaiolo e distante dalla realtà, colui cioè meno adatto ad interpretarla anche qualora ne avesse gli strumenti culturali o i titoli accademici.

Tra l’altro questa è una situazione che ha portato molti intellettuali non di sinistra (liberali, cattolici, reazionari) a schierarsi contro questa destra, che non accetta il pensiero critico e decreta l’inutilità dell’arricchimento culturale a vantaggio di quello materiale.

Aspettarsi ricchezza economica per tutti, almeno secondo gli attuali parametri e modelli di consumo, è utopia. Conoscenza, arte e cultura a disposizione di tutti sarebbero un traguardo oggi più raggiungibile che mai prima d’ora nella storia, se esse non fossero uscite completamente dall’orizzonte del desiderio popolare. Purtroppo il prossimo bene di consumo è immediatamente desiderabile, all’arte e alla letteratura è spesso difficile e faticoso abituare il gusto. Questo sarebbe uno dei ruoli degli educatori e degli intellettuali, due categorie quanto mai disprezzate in questa Italia.

Peccato. Della voce di qualche pensatore vero, che parla per ciò che pensa e per ciò che sa e non per essere invitato alla prossima puntata dello show, ce ne sarebbe quanto mai bisogno.


PS: Tra coloro che mantengono o hanno mantenuto una certa visibilità mediatica (intellettuali, artisti o presunti tali) nel post non ho citato esplicitamente Alberoni, Ferrara, Cardini, Travaglio, Sartori, Eco, Galli della Loggia, Pera, Morgan, Fini ed altri. C’è almeno una frase che si riferisce ad uno o più di loro, le associazioni tra nomi e personaggi mettetecele voi se ne avete voglia.

(*) In questo senso la battaglia interna di farefuturo, probabilemnte non è soltanto opportunismo politico.

L’intellettuale in televisione (I)

Partiamo da un bel post di I&I, sulle vicende legate, da ultimo, ad Aldo Busi. I&I finisce il suo post rammaricandosi del fatto che si finisca per associare la cultura (senza discriminare, giustamente, tra alta e bassa cultura) a figure come quella di Busi.

Il punto non è chiaramente Busi in sé, del quale personalmente non ho alcuna intenzione di parlare, ma la percezione diffusa dell’intellettuale come fenomeno da circo televisivo, della sua presenza come di una tra le tante maschere che può indossare il “personaggio TV”: al pari della bonazza, del travestito, del moderato, del tuttologo, del tronista e via discorrendo.

Il fatto che gli Sgarbi o i Busi possano essere davvero degli studiosii di grande prestigio nei rispettivi campi è del tutto irrilevante, il punto è che costoro non vanno in TV quasi mai in veste di uomini di cultura quanto in quella di “provocatori” , “polemisti” e rissaioli, invitati a parlare di qualunque argomento in qualunque contesto.

La prima falsificazione è quella di far passare Sgarbi o Busi come personaggi “scomodi” per la TV. Nella loro esternazione più forsennata, al più risultano scomodi quanto un ospite d’onore unbriaco che ti piscia in salotto sul tappeto buono.

Scomodo in TV è soltanto colui che ne svela i meccanismi, quelli dei poteri che essa serve o di cui essa ha paura, dei valori che essa da per scontati. Mezzo nudo su un’isola l’uno o arrampicato su uno sgabello alto due metri da giudice del tennis l’altro, il sistema televisivo li incensa come intellettuali ma li utilizza, col loro beneplacido, come artisti dello pseudo-spettacolo, nel sottogenere specializzato nella provocazione fine a se stessa e nella rissa.

Dal canto loro Sgarbi e Busi fanno anche bene, non sono loro il problema.

Dal canto suo la TV facesse il cazzo che le pare, basta non guardare Buona Domenica o l’ultimo reality.

Il punto è che l’intellettuale è una figura centrale della storia dell’occidente da tempo immemore, protagonista collaterale e talvolta promotore dello spirito dei tempi e, per la parte che gli compete, custode del patrimonio culturale di un popolo in grado di attualizzarlo ai temi in cui vive, nonché spesso antesignano e osservatore delle sue evoluzioni future.

L’intellettuale non è un “tuttologo”, l’ultimo individuo a potersi ritenere depositario di tutto il sapere del suo tempo fu forse Aristotele. Una qualche consapevolezza del proprio ruolo e un sacro rispetto della vastità del sapere moderno e delle difficoltà che si incontrano nell’acquisirlo e nel decifrarlo, dovrebbero far rifuggire dalla sola idea di poter sproloquiare su ogni campo dello scibile.

L’intellettuale non è super partes alla dialettica  sociale e politica, qualora di essa si occupi, non è un terzista e non è equidistante per definizione. Può essere naturalmente un moderato, un conservatore o perfino un reazionario, ma deve stare da una parte ben precisa: quella delle sue idee. O queste idee hanno una qualche forza ben riconoscibile o esse non sono tali, né valgono più del fiato sprecato per enunciarle. In caso contrario sarà al più un mediatore tra idee altrui, abile nel barcamenarsi tra correnti diverse.

L’intellettuale deve essere dunque schierato, ciò che non può e non deve fare è essere organico o conformista. Non può essere conformista in quanto le sue idee non sono degne di tale nome se oscillano al variare della vulgata corrente. Non organico, perché anche se le sue idee possono dettare i tempi ad un partito e una corrente o perfino essere alla base della sua fondazione, non possono essere sottoposte ad altro padrone che non sia la coscienza che le ha generate. Tutto il resto è propaganda infarinata di cultura. In questo senso Gentile e Gramsci, furono degli intellettuali nella misura in cui le loro idee influenzarono il potere o la rivolta contro di esso e non il contrario.

Gli intellettuali degni di questo nome in televisione del resto ci sono sempre andati poco, per diversi motivi. I tempi televisivi non permettono in genere i ragionamenti lunghi e complessi, le necessità della spettacolarizzazione (per l’auditel è doveroso che l’ascoltatore non si addormenti) cozzano con quelle del dibattito approfondito e, infine, la fruizione di massa  appiattisce inevitabilmente le aspettative del pubblico, quindi certi temi spesso non riscontrano interesse. C’è pure magari un certo snobismo che alla luce di quanto detto prima “proteggeva” e “accresceva la purezza” dell’intellettuale stesso, che si rifiutava ( per ragioni piu’ o meno condivisibili) di trasformarsi in prodotto televisivo.

Fin qui, nulla di male. Una volta ogni morte di Papa magari vedevi un’intervista a Pasolini, Sciascia, Eduardo, Fellini o Ungaretti in TV, dicevano piu’ o meno il cazzo che gli pareva e pace fatta, se ti interessava andavi a leggerti o guardarti le opere. L’intervista però era un momento di grande lustro per chi la faceva, proprio per l’eccezionalità dell’evento e non si teneva certo nell’ambito di un’isola di finti naufraghi. Li si chiamava “maestri” e li si riconosceva come tali.[…segue]

Domani 11 Marzo: il D-Day dell’Arabia Saudita?


Un paio di post fa su segnalazione del Grande Bluff di Bassi, vi raccontavo del timore diffuso tra gli analisti riguardo al Nightmare Scenario, quello in cui le masse sciite dell’Arabia sunnita (masse sedute su un mare di petrolio), si potrebbero sollevere sull’onda delle proteste anch’esse sciite in Barheim. Lo stesso tema è stato ripreso anche da Petrolio come plausibile ragione delle tensioni sul prezzo del greggio.

Ebbene c’è anche una data precisa in cui lo scenario si potrebbe chiarire, domani 11 Marzo 2011, giorno in cui è prevista la prima protesta in Arabia, il giorno della rabbia. Robert Fisk, esperto del mondo arabo dell’Indipendent, ci informa che la famiglia reale Saud ha spostato qualcosa come 20000 uomini per militarizzare le aree sciite e reprimere la protesta. Sempre da Fisk scopriamo che i Saud avrebbero minacciato la famiglia reale del Barheim di reprimere le proteste sull’isola con un intervento diretto qualora i monarchi vicini non si rivelassero sufficientemente risoluti. In realtà nel video malfunzionante dell’altro post si vedeva le forze della repressione sparare sui cittadini disarmati del Barheim, lasciandoli massacrati in terra con una certa sanguinaria “risolutezza”. 

Se dovesse incendiarsi l’Arabia Saudita a cosa andremmo incontro?

Dal punto di vista economico la’ipotesi più probabile è il petrolio a 200 dollari o giù di lì, con danni enormi sulla ripresa economica occidentale e una nuova probabile recessione.

In secondo luogo l’innalzamento dei prezzi delle materie prime, con una probabile ondata inflattiva. Il contenimento dell’inflazione è lo scopo principale della BCE che per scongiurare il pericolo ha un solo strumento: alzare i tassi di interesse, cosa che già ha iniziato a fare questa settimana. L’innalzamento dei tassi porterebbe sotto pressione i debiti dei PIIGS, facendo plausibilmente saltare il banco proprio nella settimana in cui la Grecia ha raggiunto un nuovo  record degli spread (differenza di rendimento sui titoli sulla Germania): più sei a rischio fallimento più per prestarti i soldi chiedono tassi remunerativi, più ti avviti nella spirale del debito e rischi di non rientrare mai tornando allo scenario della bancarotta statale. Intanto, il Portogallo viene dato per spacciato (chiederà aiuti come Grecia e Irlanda prima di lui), l’Irlanda ha le banche nazionalizzate di fresco paregià costrette poche settimane fa a chiedere 15 miliardi di euro di prestiti straordiari, la Spagna ha visto il proprio rating degradato e ha le piccole banche commerciali in sofferenza cronica.

Fate voi, non c’è credo altro da aggiungere.

Dal punto di vista geopolitico se i sauditi dovessero affogare la protesta nel sangue, la situazione degli Stati Uniti sarebbe a dir poco paradossale. Da una parte impegnati a condannare i vari Mubarak e Ben Alì, preparando un probabile intervento militare in Libia pur di fermare quel pazzo delirante di Gheddafi (come faceva B, ad andarci tanto d’accordo? Lui così sobrio…), dall’ altra impossibilitati a fare alcunché contro il regime Saudita, partner strategico cui tutto è sempre stato perdonato in nome dell’approvvigionamento energetico il quale, a sua volta, ha  permesso agli USA di costruire un numero sproporzionato di basi militari nel sacro deserto dell’Islam (questa l’originale prima rivendicazione del fu Bin Laden).

Vi ricordate quel gioco in cui dando un colpo di schicchera al primo mattoncino vengono poi giù tutti gli altri? Bene, il primo mattoncino è l’Arabia Saudita e forse, domani il dito della Storia potrebbe farlo vacillare.

Guardiamo alla sostanza, non alla forma.

Argutamente segnalato su Megachip, Vittorio Alfieri sembra voler raccogliere l’invito di molti esponenti politici che in questi giorni stanno invitando a guardare alla sostanza e non alla forma:

«Tirannide indistintamente appellar si debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto all’esecuzione delle leggi può farle, distruggerle, interpretarle, impedirle, sospenderle o anche soltanto eluderle con sicurezza di impunità. E quindi o questo infrangileggi sia ereditario o elettivo, usurpatore o legittimo, uomo buono o tristo, uno o molti, ad ogni modo, chiunque ha una forza effettiva che basti a ciò fare è tiranno, ogni società che lo ammetta è tirannide, ogni popolo che lo sopporta è schiavo
Vittorio Alfieri,  Della Tirannide (1777)

Il Presidente venuto da Marte.

Il Presidente della Repubblica Marziana, Giorgio Napolitano, ha oggi commentato le proiezioni di voto dei Paesi Bassi dove il partito PVV sembra destinato ad attestarsi come terza forza del paese, conquistando alcune decine di seggi nel parlamento olandese.Napolitano sembra si sia detto preoccupato per il successo in un paese europeo di un partitocon forti connotazioni xenofobe, che ha basato la propria  affermazione su una strenua campagna anti-immigrazione e anti-islam. Napolitano ha anche stigmatizzato come le tendenze nazionaliste  ( e quindi tra le altre cose anti-europeiste) di un tale partito siano anacronistiche, figlie di una storia che non può e non deve tornare.Nella sua analisi, devo dire piuttosto lucida, Napolitano sembrava fare  indiretto ma chiaro riferimento alle ideologie nazionaliste e razziste, propugnate con esiti drammatici dal nazi-fascismo. “E’ possibile vedere nel 2010 una forza politica del genere che diventa la terza per peso elettorale in un paese europeo?” sembra volerci dire, sgomento e preoccupato il Presidente appena sceso dalla sua atronave proveniente dal pianeta rosso, dove il progresso ha ormai relegato i rigurgiti xenofobi ad un ricordo del passato.

Personalmente condivido  in pieno la sua preoccupazione, condivido molto meno il suo stupore in quanto esistono in Europa paesi messi,  ahimé, ben peggio dell’Olanda.

Se infatti il Presidente, che come ogni marziano è ben poco avvezzo alle vicende di casa nostra, invece che dagli spazi siderali fosse venuto chessò, dall’Italia,  avrebbe scoperto che qui c’è un partito xenofobo e anti-islamico che rappresenta esattamente la terza forza  politica nel paese. E non basta! Il PVV, che in lingua Dutch significa Partito della Libertà (sic!), verrà probabilmente isolato dalle altre forze politiche di destra e di sinistra,  mentre la Lega Nord è parte di una solidissima alleanza di Governo e vanta addirittura un cospicuo numero di Ministri della Repubblica! Qualcuno potrebbe fuorviare il Presidente dicendogli che la Lega è  sì un partito xenofobo , ma federalista e non nazionalista. Diciamo per correttezza all’illustre diplomatico extraplanetario di non lasciarsi ingannare: se fossero veramente federalisti presenterebbero le loro liste anche in Sicilia, in realtà sono assolutamente nazionalisti seppur patrioti di una nazione mitica e dai confini incerti, più piccola e inscritta nell’Italia che governano e che va sotto il fiabesco nome di Padania.

Vogliamo dire al Presidente di non prendere questo post come una critica: ci rendiamo perfettamente conto che chi ricopre una carica istituzioanle su un pianeta che dista, nel momento di massimo avvicinamento, 56 milioni di kilometri dalla terra possa non essere perfettamente aggiornato su ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni. Al contrario, prenda questo nostro umile commento come un invito ad esprimere preoccupazione anche per la situazione italiana, di modo che il suo autorevole monito e la sua  saggia azione sensibilizzatrice sui i media internazionali denuncino ogni xenofobia, ogni anti-islamismo e ogni rigurgito nazionalista ancora presente in Europa.

Non prendiamocela soltanto con gli olandesi poveracci,  francamente in fatto di razzisti al governo sembrano ai nostri stanchi occhi poco meno che dei goffi parvenue.