Siria: la guerra sui media e la guerra sul campo.

USSDonaldCook
Siria, la battaglia del Goutha orientale è stata vinta dalle forze filo-governative all’inizio di Aprile dopo aver attraversato tre differenti fasi: accerchiamento della sacca ribelle, pesanti bombardamenti, rottura della sacca in aree minori (Harasta, Douma, Saqba-Zamalka) per interrompere le comunicazioni e la logistica tra gruppi ribelli eterogenei e trattare separatamente la resa o l’evacuazione. Il 7 Aprile la maggior parte del territorio dell’Est Goutha era già sotto controlo dell SAA o in fase di negoziazione, l’ultimo baluardo (anch’esso in trattativa) dei ribelli jihadisti era il territorio completamente accerchiato di Douma sotto il controllo di Jaysh Al-Islam le cui possibilità di resistere erano pari a zero, a detta di tutti gli osservatori. Quello stesso giorno l’esercito siriano avrebbe scatenato un attacco chimico proprio a Douma causando centinaia tra morti e intossicati, tutti civili stando alle immagini circolate sui media occidentali. Un atto del tutto irrazionale da parte del Governo di Damasco e apparentemente inatteso. Ebbene, irrazionale sì (almeno dal punto di vista dei governativi), inatteso no, anzi, ampiamente preannunciato ma in una chiave del tutto diversa da quella che si potrebbe pensare.

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Da mesi infatti, almeno dal febbraio 2018, i media russi “bene informati” dagli ambienti militari del Cremlino avvertivano che i ribelli stavano preparando un falso attacco chimico per poter incolpare il governo di Damasco e giustificare una rappresaglia US-NATO. Alla metà di Marzo l’avvertimento dei media russi veniva confermato dall’inteligence e dai militari, diventando così versione ufficiale del governo russo. Fonti dell’attacco del 7 aprile sono stati i soliti, screditati, megafoni delle FSA: il SOHR, di base a Londra (che oggi non conferma la natura “chimica” degli attacchi), e i White Helmets, la “protezione civile mediatica”, sedicente imparziale, glorificata e finanziata dall’occidente, in realtà ampiamente collusa coi jihadisti e già sorpresa in evidenti manipolazioni nell’ information-war siriana. Nessuna fonte terza per stessa ammissione US, nessuna fonte ONU, nessuna indagine OPCW: soltanto le immagini penose di morti ammassati irrigiditi e schiumanti. Oggi, siriani e russi presenti nel Goutha conquistato dichiarano come non ci sia nessuna evidenza di attacchi chimici: portano come prova le interviste ai civili che fanno ritorno a Damasco e quelle ai medici della Mezzaluna Rossa che negano la presenza di agenti chimici. I russi hanno portato con durezza queste contro-accuse all’ONU, chiedendo un’indagine imparziale dell’ OPCW e respingendo ogni addebito contro il governo di Assad e i suoi alleati.

E’ una guerra che ha un fronte rilevante sui media e presso l’opinione pubblica mondiale, ci troviamo quasi sempre a dover soppesare, al lume della ragione e della logica, le notizie fornite da due più organi di propaganda contrapposti e spesso (ma non sempre) piuttosto sofisticati.
E tuttavia non possiamo ignorare che l’attacco di Douma si sia svolto esattamente nei tempi e nelle modalità preannunciate dai russi, in una fase in cui questo costituisce un boomerang per la fazione governativa vittoriosa sul campo e un vero e proprio colpo sotto la cintola per un Cremlino appena messo all’angolo (senza uno straccio di prova) per un caso Skripal che si sta clamorosamente sgonfiando di settimana in settimana. Tutto si è svolto secondo un copione e stavolta ne siamo venuti in possesso prima.

Lo hanno scritto, divulgato artatamente e poi fatto attuare i russi per puro autolesionismo? Lo hanno scritto i ribelli e qualche manina occidentale loro alleata per scatenare la rappresaglia NATO e ribaltare le sorti dell’inesorabile sconfitta jihadista nei sobborghi di Damasco e in quasi tutta la Siria? Ci fidiamo della capacità di discernimento del lettore.

Tutto questo però non è privo di conseguenze e quel che avviene sui media si rispecchia sul campo.
La notte dell’8 aprile due caccia-bombardieri Israeliani hanno violato lo spazio aereo libanese e da qui hanno lanciato una decina di missili (in parte abbattuti dagli S-400 russi) sulla base siro-iraniana T4, a 60km da Palmyra, uccidendo almeno 4 soldati iraniani. Due azioni illegali contro tre nazioni sovrane in una sola operazione militare.
Il 9 Aprile il cacciatorpediniere USS Donald Cook armato con 60 missili Tomahawk è uscito a largo delle coste siriane, portandosi a poco meno di 100km dalle basi russe sul Mediterraneo, è stato inoltre mobilitato nelle stesse acque il sottomarino USS Georgia. La stessa sera è circolata la notizia da fonte turca, smentita dal pentagono, di caccia russi in volo radente intorno al cacciatorpediniere (possibile fake news dovuta ad un evento simile avvenuto l’anno scorso alla Donald Cook nel Mar Nero e famoso su Youtube).
Oggi, 10 Aprile circolano notizie di almeno 5 battaglioni russi in stato di ready-to-combat e dell’ordine di allerta delle forze armate su tutti i fronti (inclusi i confini russi). La flotta russa nel Mar nero è in stato di allerta al combattimento in caso di attacco contro la Siria, atteso nelle prossime 24 ore.

Dopo aver prospettato un’uscita rapida dallo scenario siriano poco più di una settimana fa, magari con supporto e passaggio di consegne ai francesi, Donald Trump a seguito dei fatti di Douma ha rilasciato dichiarazioni bellicose dando diplomaticamente dell’animale cui far pagare un caro prezzo ad Assad.
Stando alle ultime pare che l’attacco avverrà, questo sembra sicuro, la Casa Bianca ha preso ora giorno per vagliare gli obbiettivi: siriani, iraniani o entrambi. I russi hanno detto che reagiranno e anche questo sembra fuor di dubbio.

L’opinione pubblica occidentale intontita da narrazioni volutamente frammentarie e confuse, da urla isteriche o preoccupanti silenzi dei propri leader politici, resterebbe forse l’unica forza in grado di favorire una de-escalation. Tuttavia questa forza, disinformata e distratta, non è neppure scesa in campo, troppo impegnata a farsi selfie con le mani sulle narici rincorrendo i “beau geste” gratuiti e ipocriti di qualche intellettuale che abusa della propria popolarità conquistata su tutt’altri temi.

E’ in questo mare che oggi si muovono le flotte e nel quale, domani, rischiamo tutti di affogare.

L’ascesa di Mohammad bin Salman (mbs)

Discendenza della casa Saud.

Il primo regnante e fondatore della monarchia assoluta saudita, il cui regno iniziò nel 1932, fu Abdullaziz ibn Saud. Abdullaziz ebbe oltre venti mogli e quarantacinque figli maschi. Dalla sua morte nel 1953 la dinastia ereditaria ha visto svilupparsi la successione al trono per linee orizzontali, ben sei dei suoi figli hanno già regnato e alla morte o deposizione di ognuno il potere è sempre passato a uno dei fratelli. Essendo la famiglia saudita composta da migliaia di individui, molti dei quali estremamente ricchi, influenti e attivi nella vita politica del paese, esigenze di coesione interna del clan hanno impedito che venisse a consolidarsi una successione di tipo verticale, che portasse cioè al trono uno dei figli maschi del sovrano in carica di seconda generazione. Questo aveva consentito finora che ogni ramo della famiglia attendesse l’ascesa al trono di uno dei propri esponenti.

Alla morte del sesto re saudita ‘Abd Allah il 23 gennaio del 2015 secondo questa consuetudine è salito al potere suo fratello Re Salman e l’altro  fratello Muqrin (di madre yemenita) è stato designato come principe ereditario. La nomina di Muqrin confermava la consuetudine ma nel giro di pochi mesi il fratello di Salman è  sollevato dalla successione  e dal ruolo di Vice Primo Ministro, decadendo nell’aprile del 2015.  Il ruolo di principe ereditario passa nello stesso mese a Mohammed Bin Nayef, figlio di uno dei figli di re Abdullaziz morto prima di poter ascendere al trono, preparandosi dunque a inaugurare la terza generazione di regnanti, nipoti del fondatore, di nuovo su una linea di successione orizzontale rispetto al ramo regnante di re Salman.

Il 21 Giugno del 2017 Nayef, in quel momento anche Ministro dell’interno, perde però a sua volta la candidatura al trono in favore di  Mohammad Bin Salman, figlio di re Salman, una successione verticale che rompe la consuetudine, sposta l’equilibrio di potere in seno a casa Saud e ufficializza la finalità della rapida e spregiudicata ascesa del giovane principe ereditario che ricopriva e ricopre la carica di Ministro della Difesa.

Il principe “guerriero”.

Mohammad Bin Salman, MBS per la stampa occidentale, 32 anni, viene nominato Ministro della Difesa il giorno dell’ascesa al trono del padre (gennaio 2015), mbs è anche genero di  Mashhur, altro fratello di Re Salman, di cui ha sposato la figlia Sara.  Al momento della nomina a Ministro di Salman nello Yemen la capitale Sanaa è da pochi mesi in mano ai sostenitori dell’ex Presidente Saleh, unificatore del paese deposto tre anni prima in seguito alla rivolta yemenita del 2011-2012 e fino al 4 dicembre 2017, data della sua morte, recente alleato delle milizie Houti a prevalenza sciita spalleggiate dal grande rivale geopolitico dei sauditi nel golfo, l’Iran.  Il ritorno di Saleh aveva deposto il maresciallo Hadi, sostenuto a sua volta dai sauditi  e salito al potere nel 2012 succedendo allo stesso Saleh. Hadi dopo una breve prigionia nell’aprile del 2015 ripara ad Aden, la seconda città del paese e viene riconosciuto presidente dalle maggiori potenze sunnite del Golfo, dagli Usa e dalla UE.

Nel marzo 2015 il nuovo Ministro della Difesa Salman, a due mesi dalla propria nomina, guidava già la vasta coalizione che si apprestava ad attaccare lo Yemen, composta in realtà prevalentemente dalle forze dell’esercito Saudita, con un notevole contributo degli Emirati Arabi Uniti e la partecipazione minore dell’aviazione di Qatar, Kuwait, Bahrain, Egitto, Giordania, Marocco  e perfino del Sudan. Sul piano militare la campagna sembrava destinata al successo, l’Arabia Saudita era dotata dei più moderni armamenti occidentali, le forze armate tutt’ora in corso di potenziamento vantavano già tra il 2013 e il 2015 il primo budget militare al mondo  in percentuale sul PIL (superiore al 10%), circa raddoppiato dal 2006. In valore assoluto la spesa militare saudita aveva superato di gran lunga quella di ogni paese europeo, incluse Francia e UK, restando inferiore soltanto ai grandi budget di USA, Cina e Russia, pur sempre paesi rispettivamente 10, 50 e 5 volte più popolosi dell’Arabia e che ricoprono già un ruolo almeno di potenza regionale, quando non di super-potenza mondiale.

Secondo alcuni analisti è stata la scarsa esperienza di combattimento dei sauditi rispetto agli avversari yemeniti, a rendere la campagna aerea (ma non soltanto) ben più ardua del previsto e tuttora non decisiva ai fini della risoluzione del conflitto in favore delle forze di Hadi. Ampiamente oscurata e minimizzata, quando non deliberatamente ignorata, dai media occidentali (i cui governi incassano i proventi della campagna di armamento oggi gestita da MBS) la guerra e l’embargo contro lo Yemen dopo oltre due anni  e mezzo hanno ridotto il paese allo stremo lasciando sul campo oltre 10000 vittime, 40000 feriti, 3 milioni di sfollati e la più grande epidemia  di colera al mondo con circa 800mila infettati di cui 2000 deceduti soltanto nei primi mesi del 2017. E’ tuttora difficile stimare il numero delle vittime dirette e indirette del conflitto, basti pensare che secondo le Nazioni Unite 18 milioni di yemeniti (2/3 del paese) sono considerati a rischio e hanno oggi bisogno urgente di aiuti medici e alimentari.

Ad oggi, fine dicembre 2017, l’aggressione dei sauditi e dei loro alleati alla popolazione dello Yemen si sta rivelando un disastro umanitario e un fallimento militare e il conflitto sembra lontano dal vedere la propria fine. Tutto questo, naturalmente, mentre qui da noi il ministro Alfano si preoccupa per alcuni missili di scarsa efficacia lanciati dallo Yemen contro Riyadh  e il PM Gentiloni appena a Novembre lodava la funzione stabilizzatrice dei sauditi nell’area.

Il principe “statista”: Qatar, Libano.

La tragedia yemenita non è l’unica azione “stabilizzatrice” intrapresa dall’Arabia nell’area mentre il ruolo politico del figlio di Re Salman cresceva fino a mettere in dubbio che fosse ancora il sovrano in carica a prendere le decisioni più rilevanti.  Già da prima del 2015 i capitali sauditi avevano finanziato buona parte delle forze jihadiste impegnate nel tentativo di rovesciare Assad, la cui permanenza a Damasco  dovuta all’intervento russo, al supporto degli iraniani, di  Hezbollah e naturalmente alle vittorie sul campo delle SAA, segna sostanzialmente un altro fallimento dei piani di Riyadh sull’assetto mediorientale.

Eppure è dal giugno di quest’anno, quando viene nominato erede al trono, che Salman intraprende alcune delle azioni “diplomatiche” a dir poco brutali addirittura verso governi alleati o non ostili. All’inizio di giugno sei paesi arabo-sunniti, guidati dai sauditi e dall’Egitto, hanno messo sotto embargo e ritirato le ambasciate dalla penisola qatariota. Al Qatar viene in seguito sottoposto un bizzarro ultimatum in cui si chiede all’Emiro  di ottemperare a una serie di richieste che spaziano dalla chiusura della nota emittente qatariota Al-Jazeera alla fine del sostegno ai terroristi, dal pagamento di un generico risarcimento fino alla rottura completa delle relazioni commerciali e diplomatiche con Teheran. E’ in realtà quest’ultima richiesta, come conferma un’intervista al principe qatariota Al-Thani, quella che ha generato l’aggressione. Il Qatar, pur essendo storicamente legato alla politica estera saudita e filo atlantica, si trova in una posizione del tutto particolare nei riguardi  della potenza iraniana essendo di fatto un piccolo stato dirimpettaio, che con Teheran condivide uno dei più importanti giacimenti del Golfo Persico, le compagnie petrolifere dei rispettivi paesi si abbeverano di petrolio con due cannucce dallo stesso bicchiere.  E’ chiaro che dal punto di vista qatariota una politica di contenimento verso l’Iran può aver senso, ma lo scontro diplomatico aperto o peggio un confronto militare tra i sauditi e l’Iran  metterebbe a rischio la ricca economia basata sul petrolio.

Anche in questo caso Salman ha ottenuto il risultato contrario a quello auspicato. Alla fine di Agosto il Qatar aveva ristabilito pieni rapporti diplomatici  con l’Iran, dopo che l’ambasciatore era già stato ritirato nel 2016 in seguito a degli attacchi contro l’ambasciata saudita a Teheran, e l’Iran in questi sei mesi di embargo ha sostenuto attivamente i rifornimenti verso il Qatar stringendo ulteriormente i rapporti tra i due paesi.   I sauditi non hanno neppure potuto tirare per la giacchetta gli USA in questo caso, visto che a Doha c’è pur sempre una delle più grandi basi americane di tutto il Medio Oriente. All’inizio di questo mese, mentre in occidente con l’eccezione della stampa inglese la questione è caduta anch’essa miracolosamente nel dimenticatoio, Salman interpellato al riguardo definiva il Qatar “questione di poco conto”.

Se la questione qatariota appare decisamente sconcertante, la vicenda che vede Salman protagonista del rapimento del premier libanese Hariri ha quasi dell’incredibile. Ad inizio di novembre il Primo Ministro libanese Saad Hariri si reca inaspettatamente in Arabia Saudita a colloquio con Salman, porta con sé due guardie del corpo ma non l’entourage che lo accompagna di solito durante le  visite ufficiali. Hariri è un leader sunnita e filo-saudita, eletto alle ultime elezioni a capo di una coalizione opposta a quella di Hezbollah, tuttavia alla formazione del governo corrente, avvenuta alla fine del 2016, gli assetti politici avevano richiesto l’ingresso di Hezbollah in un esecutivo di larghe intese.  Il 4 novembre 2017 Hariri ricompare alla TV nazionale saudita Al-Arabya dove senza alcun preavviso annuncia dimissioni dalla carica di  Primo Ministro del Libano. Hariri davanti alle telecamere legge un testo, probabilmente scritto dalle autorità saudite, nel quale denuncia l’impossibilità di portare a compimento il proprio programma a causa delle ingerenze nel paese di Hezbollah e dell’Iran, i quali starebbero per mettere in atto un piano per assassinarlo. L’Iran smentisce immediatamente ogni addebito, Hezbollah denuncia la detenzione di Hariri come un atto di guerra verso il  Libano, l’intelligence militare libanese smentisce l’esistenza di piani per l’uccisione del Primo Ministro finché, l’11 di novembre, anche il Presidente libanese Michel Aoun chiede ufficialmente conto del mancato rimpatrio di Hariri confermando il rapimento da parte dei sauditi.  Per giorni si susseguono le ipotesi sull’accaduto, tra le smentite dei sauditi e le voci, avvalorate anche da Le Figaro, che Riyadh  voglia in realtà sostituire Hariri con uno dei suoi fratelli, per punirlo della politica morbida verso il nemico sciita iraniano e libanese.

Dopo un blitz di appena due ore a colloquio con Salman la situazione viene sbloccata da Macron, il 18 novembre Hariri (che ha passaporto francese) arriva a Parigi e di lì rientrerà in Libano, dove il maronita Aoun ed Hezbollah, tra gli altri, gli chiederanno di riprendere le redini del governo. Dopo alcuni giorni di consultazione Hariri ritira le dimissioni, rifiuta di menzionare ancora quanto accaduto a Riyadh e riprende il governo del paese. Siamo al 5 Dicembre è passato un mese dall’apertura della crisi e dalle dimissioni pubbliche pronunciate dagli schermi di una TV estera. Venti giorni più tardi un articolo del New York Times facendo riferimento a fonti saudite, libanesi e occidentali, racconta di un Hariri convocato d’urgenza da Salman dopo aver incontrato cordialmente il 3 Novembre il rappresentante iraniano Velayati, costretto a prendere un auto privata, prelevato di forza dagli ufficiali sauditi e forzato ad accettare le dimissioni a scatola chiusa.

Oggi, ovviamente, Salman non è molto popolare in Libano e questa inaudita e plateale ingerenza nella politica dei cedri ha di fatto allontanato i sunniti libanesi dall’influenza di Riyadh.

Un solo grande nemico e un “nuovo” amico.

Tutti gli interventi in politica estera nel breve lasso di tempo descritto per quanto brutali, avventuristici e spesso inconcludenti, hanno avuto come comune denominatore una pressione anti-iraniana che lascia preludere una guerra regionale.  Lo stesso Salman ha tolto ogni dubbio riguardo le proprie intenzioni il 24 novembre 2017 quando in una intervista al solito NYT ha dichiarato che “dall’Europa abbiamo imparato che ogni politica di appeasment (accordo/accomodamento) verso l’Iran non può funzionare” definendo poi la guida suprema iraniana l’Ayatollah Ali Khamenei “il nuovo Hitler del Medio Oriente”. La “reductio ad hitlerum” è un artificio polemico tarato per la sensibilità occidentale che implica la guerra senza quartiere al “nuovo Hitler” di turno, a questa sensibilità si è spesso rivolta la strategia comunicativa di Salman il quale accredita se stesso presso il mainstream occidentale come leader riformatore e modernizzatore. Per questo l’era dell’ascesa politica di MBS è spesso associata alla concessione della patente di guida alle donne (in un paese in cui ad esse mancano ancora tutti gli altri diritti) e al piano Saudi Vision 2030 che prevede investimenti per 2 mila miliardi dollari (più dell’intero PIL italiano) nei prossimi 12 anni, allo scopo di affrancare l’economia saudita dal petrolio e sviluppare contestualmente settori come la finanza, il turismo e le energie rinnovabili. Sulla stessa linea l’affermazione di Salman secondo cui il Wahabismo nello stato saudita, di cui la sua stessa dinastia si è sempre fatta custode, si sarebbe affermato soltanto in reazione all’estremismo sciita degli Ayatollah, dichiarazione tanto coraggiosa quanto falsa, visto che l’adozione del wahabismo da parte dei Saud risale alla metà del settecento,  ben prima della Rivoluzione Iraniana del 1979.

E’ in questa dialettica multiforme con l’occidente e i suoi alleati, tutta orientata ad ottenere una leadership regionale in diretta linea di conflitto con Teheran che bisogna leggere il recente accordo tra Riyadh e Israele per condividere notizie di intelligence militare in chiave anti-iraniana. Quest’ultimo passo rende pubblico un avvicinamento di fatto già subodorato  durante lo sviluppo dello scenario di guerra siriano, un accordo che riguardando l’intelligence non può non contemplare un’alleanza, o almeno un coordinamento, anche sul piano militare. Durante la crisi libanese dovuta al rapimento di Hariri, il governo saudita aveva invitato i propri cittadini al lasciare il Libano e molti analisti avevano temuto una nuova invasione israeliana nel sud del paese.

Le purghe di Salman.

A questa storica e per certi versi rocambolesca successione di eventi scatenata dalle mosse del principe MBS si sovrappone il regolamento di conti interno attuato nell’ambito della sedicente “lotta alla corruzione” attuata in autunno. Tra ottobre e novembre Salman faceva arrestare 11 principi di casa Saud, quattro ministri e diversi altri ex-ministri e dignitari, tra questi spiccavano tra le conoscenze degli occidentali i nomi del principe Al-Walid Bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo nonché azionista di alcune delle maggiori corporation occidentali, e quello di almeno un esponente della famiglia Bin Laden, un ricco e rispettato fratello di Osama. Salman ha  colpito le frange ostili della famiglia Saud e altri suoi veri o presunti oppositori, tramutando dopo qualche settimana l’imputazione generica di corruzione in una richiesta di riscatto milionario per rendere loro la libertà. Una manovra molto simile a un gigantesco atto di concussione che regolarizza la posizione subordinata davanti al nuovo governo di chi è stato appena rovesciato da un golpe o più propriamente da una “purga” di regime. E’ sotto questa forma di estorsione che il principe Mutaib II, deposto Ministro della Guardia Nazionale, avrebbe ad esempio ricomprato la libertà per la modica cifra di un miliardo di dollari.  Alla fine di dicembre sono stati rilasciati i principi Meshaal e Faysal, mentre un altro membro della famiglia saudita il principe Turki risulta ancora detenuto. Tutti gli arrestati sono stati rinchiusi al Carlton Ritz, il lussuosissimo cinque stelle di Rijadh, una prigione dorata come hanno scritto in molti, qualcosa di molto diverso secondo un articolo pubblicato dal Daily Mail il 22 Novembre 2017. Secondo il quotidiano infatti alcuni prigionieri  sarebbero stati prima appesi a testa in giù, poi picchiati e insultati da mercenari statunitensi assunti dai sauditi. L’agenzia di sicurezza in questione è l’Academi (ex-Blackwater, nome col quale è maggiormente nota) già presente in diversi scenari bellici in supporto (e qualche volta in sostituzione “coperta”) delle forze USA/NATO o dei loro alleati. Academi/Blackwater  tra gli altri teatriè già stata attiva in Iraq, Ucraina, Afghanistan, Pakistan ed è spesso stata spesso accusata di muoversi completamente al di fuori della legge locale e delle regole  di guerra internazionali, caratteristica che la rende probabilmente un elemento prezioso e apparentemente “non-governativo”, per le operazioni che non possono essere rese pubbliche.

Conclusioni.

Ascesa al trono contestata e irrituale, epurazione degli avversari politici, embargo verso un paese amico, aggressione militare contro una nazione confinante, riarmo e politica di potenza, demonizzazione del nemico geopolitico, rapimento del Primo Ministro di un paese sovrano con conseguente tentativo di destabilizzazione: queste sono le credenziali che il futuro Re saudita porta sulla scena mediorientale, eppure, ancora a novembre il NYT, in altre occasioni critico, ospitava un editoriale apologetico a firma Thomas L. Friedman in cui il principe veniva descritto come il portabandiera del cambiamento, fautore di una primavera araba “calata dall’alto” e dunque finalmente efficace.

L’informazione incompleta e frammentaria che è stato possibile captare dai media occidentali in generale e da quelli italiani in particolare andava integrata e raccolta, soprattutto andava messa in relazione all’arco temporale estremamente breve in cui le drastiche mosse di Salman sono state decise e attuate, a volte con esiti tanto drammatici quanto infruttuosi.

A fronte delle cisterne d’inchiostro spese per stigmatizzare sui nostri media la pericolosità della Russia, dell’Iran oppure della Corea del Nord, ci pareva doveroso fornire un quadro coerente e cronologicamente chiaro delle provocazioni e delle violazioni del diritto internazionale di cui il circolo di potere raccolto intorno a Salman si è già reso protagonista nel silenzio generale nel giro di appena 3 anni, con una evidente accelerazione targata 2017, anno della nomina  ad erede al trono. Nella speranza che questo sforzo di ricomposizione possa aiutare a mettere nella giusta prospettiva gli eventi che di qui ai prossimi mesi potrebbero scatenarsi, con ripercussioni gravi per tutto il Medio Oriente.

Crisi in QATAR: Notizie da Doha #2

Un mese di crisi.

La crisi del Qatar è aperta da quasi un mese, l’embargo è iniziato tra il 4 e il 5 di Giugno, da allora i paesi del Golfo e l’Egitto non hanno compiuto passi indietro. Il Qatar ha chiesto per giorni che fosse fornita una lista di condizioni ragionevoli da adempiere per avere in cambio  la revoca dell’embargo, punto di partenza  per iniziare una negoziazione. I Sauditi hanno risposto con un nuovo ultimatum, stavolta di dieci giorni, senza l’apertura di un tavolo negoziale ma con 13 condizioni da adempiere per mettere fine alle sanzioni.

Nel frattempo, in Arabia Saudita  il 20 Giugno Mohammed Bin Salman è diventato anche ufficialmente l’erede ufficiale al trono Saudita, a scapito del precedente erede Mohammed Bin Nayef, 25 anni più anziano e adesso messo disparte nella linea di successione. Mohammed Bin Salman è il Ministro della Difesa responsabile dell’attuale guerra allo Yemen, nella quale decine di migliaia di persone muoiono per le bombe e per le epidemie di colera. Il nuovo erede è  visto con ostilità dai qatarioti ed è considerato un  falco anche in questa crisi.

La nostra amicizia che lavora a Doha a metà giugno ci raccontava di come nell’emirato fosse stata annunciata una campagna di nazionalizzazione imposta dall’Emiro, in realtà più propriamente un piano di localizzazione delle produzioni, approvvigionamento, diversificazione e messa in sicurezza delle filiere. I prodotti  iniziano ad arrivare dalla Turchia, dall’India e dall’Europa, che sostituiscono in parte il commercio coi paesi limitrofi. Gli sceicchi proprietari delle catene di distribuzione dichiarano di voler comprare aziende agricole in Europa (anche in Italia), mentre 4000 vacche sono state importate dall’Australia per garantire la produzione locale di latte. Il Qatar fa in sostanza leva sulle proprie enormi risorse finanziarie,  sovrane e private, per limitare o annullare gli effetti del protrarsi dell’embargo.

Le vere ragioni della crisi.

170102ogjxsh-z02E’ fondamentale per comprendere le cause della crisi leggere le parole di un altro giovane di famiglia regnante, questa volta dell’emirato del Qatar, Sultan Al-Thani, in un’intervista riportata il 20 Giugno da Repubblica.

L’intervista è un capolavoro di arte diplomatica araba, in cui le risposte apparentemente distensive e aperte al dialogo, nascondono tutte un’allusione, una punta di veleno o una velata minaccia. Vista la situazione, un fondo di verità, se non altro sulla posizione qatariota in questa crisi (nella quale il Qatar è, ad oggi, paese aggredito). Riguardo alla vera ragione della crisi Al-Thani non ha dubbi, neppure esplora ipoteticamente altre opzioni: si tratta dei rapporti non ostili e in certi casi le partnership,  che il Qatar intrattiene con l’Iran, a causa dei pozzi di petrolio in comune e dei naturali rapporti diplomatici e commerciali tra le due sponde antistanti della stessa insenatura.

In sostanza, Al-Thani dice:

  • che riguardo al finanziamento dei terroristi (camuffati da ONG o meno) il Qatar si è attenuto ai vincoli imposti dal Ministero del Tesoro USA in materia, lasciando intendere che sono passati i fondi che gli USA, comune alleato e protagonista dello schieramento anti-sciita, volevano far passare.
  • riguardo alla chiusura di Al-Jazeera pretesa dai sauditi (richiesta effettivamente poi presente nell’ultimatum),  Al-Thani ha alluso al fatto che “quando i politici americani sono nell’area,  spesso guardano Al-Jazeera invece della CNN”. La frase non avrebbe senso di essere proferita se non per rimarcare che anche dal punto di vista della propaganda e dell’orientamento dei media, il Qatar e la sua TV internazionale sono fedeli alleati apprezzati dagli USA.
  •  Si rallegra di come il Segretario di Stato statunitense Tillerson abbia preso una posizione equidistante, stemperando l’escalation, e insieme ricorda ai sauditi (non ci vorrete mica invadere?) e agli stessi USA che ci sono 10000 soldati dello US Army sul territorio qatariota nella più grande base americana in Medio Oriente (Al Udeid).
  • Si lamenta della politica ondivaga statunitense, in particolare di Trump, e afferma che gli USA “parlano con molte voci”, affermazione interessante ma che aprirebbe un intero capitolo sui rapporti tra Pentagono, Casa Bianca e soprattutto le agenzie di intelligence.
  • Non evita infine di ricordare agli USA che il Qatar fu molto generoso durante l’uragano Kathrina (alludendo forse anche ai flussi di capitali tra i due paesi), e agli Emirati Arabi Uniti che un terzo del loro petrolio proviene da Doha e  una contro-sanzione potrebbe colpirli duramente.

La crisi del Qatar si inquadra adesso chiaramente in quel quadrante dell’attuale instabile Guerra Fredda che in Medio Oriente  vede gli Stati Uniti e i loro alleati regionali impegnati a spezzare l’alleanza tra Siria, Iran e Russia. Gli obbiettivi intermedi sono lo smembramento della Siria e l’annientamento dell’Iran cui non deve essere concesso lo status, che è già nei fatti, di potenza regionale. In questo scenario l’Isis e tutto il salafismo jihadista non sono che uno strumento coltivato in chiave principalmente anti-sciita, nel quadro più ampio della pressione globale della NATO sui suoi avversari strategici.

Teheran deve essere isolata, così come Mosca, meglio ancora che brucino come Damasco. Questa è la linea in Medio oriente e non può essere messa in discussione, neppure davanti all’interesse nazionale. O si va per le vie di fatto anche con gli alleati.

Il Qatar stavolta è finito nel mezzo, un alleato fedele del fronte sunnita che non può, a causa di interessi economici vitali, permettersi una rottura totale dei rapporti col paese col quale spartisce i pozzi del Golfo Persico: bevono con due cannucce dalla stessa coppa.

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Crisi in QATAR: Notizie da DOHA

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Due giorni fa sei paesi arabo-sunniti, guidati dai sauditi e dall’Egitto, hanno messo sotto embargo e ritirato le ambasciate dalla penisola qatariota. Il ritiro degli ambasciatori non è un fatto nuovo e i motivi di frizione tra stati sunniti vanno dal supporto del Qatar al deposto presidente egiziano Morsi, più in generale ai legami con la Fratellanza Mussulmana (in Egitto, ma anche in Palestina con Hamas), fino agli interessi in comune con lo Stato Iraniano antistante, inclusi gli accordi per il mutuo sfruttamento di alcuni pozzi importanti. L’embargo e il ritiro delle compagnie aeree segue a stretto giro la visita di Trump in Arabia e sembra esserne una conseguenza all’interno della strategia di destabilizzazione del Medio Oriente in chiave anti russo-iraniana. Stamattina il regime saudita ha dato un ultimatum al Qatar secondo il quale al mancato adempimento di 10 richieste entro 24 ore, l’Arabia non esclude l’intervento militare nella penisola del Golfo.

Abbiamo una vecchia amicizia che vive da anni a Doha, e ha sviluppato contatti e conoscenze istituzionali. Riporto qui il suo punto di vista e alcune informazioni che ci ha dato:

  • I qatarioti sono piuttosto seccati con la stampa occidentale, a cominciare dalla BBC, che ha descritto la situazione a Doha come drammatica, disperata, inclusa la chiusura dei cantieri e la fuga dei lavoratori stranieri (i lavoratori locali sono una minoranza a Doha).
  • La situazione ci viene descritta come tranquilla e le autorità locali non stanno in nessun modo creando allarme tra la popolazione. Le uniche scene di panico un po’ scomposte sono state per un assalto ai supermercati avvenuto tra ieri e l’altro ieri, dove i locali hanno inizialmente tentato di fare scorta di provviste. Scorte un po’ sconclusionate pare, visto che nei market c’è chi si approvvigionava di cibi deperibili come le verdure lasciando pieni gli scaffali del riso, alimento ben più utile e conservabile in caso di guerra. Non c’è al momento alcun problema di approvvigionamenti, neppure riguardo all’acqua per la quale il Qatar è autosufficiente.
  • I principali disagi sono aeroportuali, legati ai biglietti aerei delle compagnie del golfo (spesso più economiche di quelle qatariote) che stanno già effettuando i rimborsi, alla cancellazione dei voli internazionali e alla scarsità di quelli operati da compagnie locali.
  • L’emiro del Kuwait si è proposto come mediatore ed è stato accettato dal Qatar, respinte invece le proposte di mediazione di Erdogan.
  • Non ci sono al momento movimenti militari di una qualche rilevanza. Dalla base americana di Al Udeid, a pochi km da Doha e una delle postazioni US più grandi del Medio Oriente non si è alzato in volo un solo aereo o un solo elicottero, quando grandi movimenti sono stati notati in passato anche soltanto in prossimità della visita di un capo di Stato. Né si registrano pare altri movimenti insoliti in questo senso.
  • Dalla famiglia dell’Emiro Al-Thani trapela convinzione che l’attuale re Saudita Salman non andrà fino in fondo, ben diverso è il discorso se il potere dovesse passare anzitempo al figlio, erede al trono e attuale Ministro della Difesa, Mohammed Bin Salman , verso il quale non c’è alcuna fiducia.

In particolare, gli ultimi due punti potrebbero non comparire sulla stampa ufficiale, ma sono stati raccolti da fonti affidabili e locali, in un certo senso “dirette”, nel senso che hanno potuto riscontrare personalmente quanto riportato.

Aleppo: liberazione o genocidio?

Ieri in un intervento video registrato trasmesso su LA7 durante la puntata di Piazzapulita, la giornalista Rula Jebreal ha denunciato gli eventi di questi giorni ad Aleppo, sui quali si richiedeva in studio l’opinione di Alessandro Di Battista, figura di spicco del M5S, spesso avvicinato a posizioni terzomondiste e considerato tra i più ferrati del suo movimento sui temi di politica estera.
La Jebreal nel suo messaggio accorato e apparentemente umanitario ha espresso diverse affermazioni molto forti rispetto ai fatti di Aleppo:

[clicca qui per vedere il video]

Prendiamo ora in considerazione alcune di queste affermazioni:

  • Il regime di Assad sta compiendo un moderno Olocausto, inclusa la pratica degli stupri e stermini su base etnica.
  • Il regime ha impiegato anche armi chimiche
  • Assad sta compiendo un genocidio e vuole sterminare tutta la popolazione civile di Aleppo

Queste, se espressi in questi termini,  sono semplicemente false. Cerchiamo adesso di affrontarle una per una.

Moderno olocausto su base etnica.

L’accusa di olocausto e stupri etnici ha senso (ammesso che ve ne siano le prove) in una guerra etnica mentre la Guerra Civile Siriana è, tra le altre cose, anche uno scenario di battaglia della nuova guerra fredda, è anche una guerra tra il mondo sciita e quello sunnita radicale, ma non è, ne è mai stata, una guerra etnica, di certo non dal punto di vista delle forze governative.

Nell’esercito del regime, le SAA entrate vittoriose ad Aleppo Est in questi giorni, militano soldati sunniti, bahatisti laici, alawiti (la stesse fede vicina allo sciitismo professata da Assad stesso) e cristiani, mentre ad Aleppo est ci sono prevalentemente formazioni salafite (sunnite radicali). L’altra grande etnia siriana, i curdi, repressa in passato dal regime e frustrata nelle sue aspirazioni autonomiste si è schierata radicalmente contro i salafiti, che del resto combatte eroicamente ai confini del Rojawa sotto forma di ISIS. Oggi i curdi sono in posizione di sostanziale non belligeranza con Damasco, prova ne è la situazione della stessa Aleppo, dove i curdi hanno liberato e poi difeso alcuni quartieri dai “ribelli” tanto cari alla Jebreal, mentre le forze delle SAA col supporto dell’aviazione russa riconquistavano la parte orientale della città. Lo YPG, la principale formazione curdo-siriana, è politicamente schierata a sinistra (come il PKK di cui incarna l’ala siriana), laica, avanzatissima sotto il profilo dei diritti delle donne, ideologicamente orientata verso un socialismo autonomista di stampo anarchico (nel senso più alto e democratico del termine). Perché una forza del genere non s’è schierato coi “ribelli” d’Aleppo, è anzi giunta a una tregua collaborativa col regime pur di combatterli, se questi erano tuttora democratici e moderati come lo furono in parte fino al 2011? Il ragionamento della Jebreal non affronta questo nodo.

Come non affronta il nodo della minoranza cristiana siriana, più volte e senza esitazioni schierata col Governo Siriano contro i salafiti, posizione ribadita per bocca dell’arcivescovo di Aleppo  ancora non più di due mesi fa davanti alla Commissione Affari Esteri del Senato Italiano.

Quale “etnia” si trova dunque ad Aleppo Est che debba temere gli “stupri etnici” e la “pulizia etnica” dei governativi e dei loro alleati? Nessuna.

Ad Aleppo Est ci sono i salafiti/wahabiti, cioè jihadisti molti dei quali provenienti dai paesi confinanti, e la popolazione civile intrappolata. Nella popolazione civile di Aleppo Est troveremo esattamente le stesse etnie che supportano il regime ad Aleppo Ovest, anzi troveremo i parenti di quest’ultimi e degli stessi soldati dell’esercito siriano, come è normale in una città un tempo unita e oggi divisa da un durissimo fronte di guerra. Se ad Aleppo Est non dovessero più esserci alawiti, cristiani maroniti o curdi, dovemmo quindi prendercela con coloro che hanno tenuto in pugno quei quartieri dal 2012, cioè gli stessi salafiti. I mortai dell’esercito e i bombardamenti aerei russi hanno incontestabilmente provocato morte e distruzione anche tra i civili, ma certo non l’hanno fatto e non potevano farlo su “base etnica”.

Tentativi di genocidio in Siria sono invece documentati ai danni di alcune minoranze come gli Yazidi, ma per mano dell’ISIS, non-belligerante e sostanzialmente alleato in chiave anti-Assad coi “ribelli” di Aleppo Est.

Il regime ha impiegato anche armi chimiche.

Quella dell’utilizzo di armi chimiche da parte del regime è semplicemente una bufala, del tutto analoga a quella sventolata da Colin Powel e dall’amministrazione Bush per giustificare l’invasione dell’Iraq. Per un quadro delle accuse iniziate nel 2012 e sempre smentite dalle autorità internazionali che hanno indagato in loco oltre che alle dichiarazioni di ex agenti della CIA come Raymond McGovern, vi rimando a questo articolo:

http://www.lineadiretta24.it/esteri/prove-false-sulle-armi-chimiche-obama-come-bush.html

Al contrario, le stesse organizzazioni internazionali hanno appurato l’uso di gas mostarda e altri agenti chimici da parte dell’ISIS e di altre formazioni salafite. Perfino l’amministrazione Obama, dopo averci provato per anni, ha mollato l’accusa contro il regime sull’uso di armi chimiche. La Jebreal, invece, ancora no.

Lo sterminio della popolazione di Aleppo.

Qui di sicuro la Jebreal non si riferisce ad Aleppo Ovest, sotto il controllo dello Stato Siriano, dove la popolazione è scesa in piazza per festeggiare quella che, dal loro punto di vista, è la liberazione di Aleppo Est ad opera del governo legittimo. Ad Aleppo Ovest si è vissuto fino a pochi giorni fa sotto i cannoneggiamenti e i lanci di razzi dei ribelli dalla parte orientale, ma certo nessun genocidio è in atto ad opera governativa.

Dunque la Jebreal si riferisce ad Aleppo Est, pesantemente bombardata dai russi a partire dall’ottobre 2015 e riconquistata dalle forze di terra negli ultimi giorni. Aleppo Est è distrutta, esistono immagini della città sorvolata da droni ridotta ad un cumulo di macerie, non c’è dubbio. Eppure ad Aleppo Est si combatte ininterrottamente con armi pesanti dal 2012, da quando cioè le milizie salafite vi hanno fatto ingresso prendendo con la forza prima la leadership poi il monopolio della guerra contro Assad. Tra queste ricordiamo: Jabhat Al-Nusra (aka al-Quaeda in Siria), il Fronte Islamico, Ahrar al-Sham, Harakat Noureddin al-Zenki. Quattro anni di guerra, quattro anni di morti e scontri durissimi, si trasformano in genocidio e sterminio totale soltanto oggi, quando grazie a sviluppi relativamente recenti i salafiti vengono sconfitti.

Questo è strano.

E’ strano anche che la popolazione civile rimasta intrappolata debba temere oggi più di ieri la minaccia dei bombardamenti indiscriminati, visto che questi sono cessati nell’area urbana col pieno conseguimento dell’obbiettivo militare. Quindi, necessariamente, i civili rimasti intrappolati (molti sono già fuggiti e spesso verso la parte Ovest) temono l’arrivo via terra delle SAA e dei loro alleati, inclusi gli specialisti russi.

Ma perché i civili sono rimasti intrappolati nella parte orientale? Una parte di essi non ha abbandonato Aleppo Est perché i salafiti hanno sparato sui civili in fuga, quindi perché sono stati letteralmente usati come scudi umani dai ribelli. Questa non è una illazione, non è un videomessaggio apparentemente umanitario, questo è un fatto riconosciuto dall’Alto Commissariato dell’ONU nelle scorse settimane come ha riportato il grande cronista ed esperto di Medio Oriente Robert Fisk sull’Independent, come hanno confermato fonti curde e come avevano già testimoniato diversi civili fuggiti ad Ovest già nei mesi scorsi intervistati dalla BBC (non certo un organo di stampa vicino ad Assad e ai Russi, anzi possiamo dire ferocemente ostile).

Quindi esattamente di chi erano ostaggio i civili di Aleppo Est?

Ma non esistono soltanto i civili “neutrali” esistono anche le famiglie dei jihadisti locali o comunque si vogliano chiamare i “ribelli”. Sono civili anche loro e non meritano di morire ammazzati in un’esecuzione sommaria. Ebbene, tramite la mediazione di Erdogan (il moderato massacratore di curdi e di oppositori interni che ha sempre un filo diretto coi jihadisti, del resto li ha a lungo finanziati…), nei giorni scorsi è stato creato un corridoio per evacuare perfino i ribelli belligeranti, i quali sono saliti ancora con le armi in pugno sugli autobus che li hanno portati a Idlib, capitale della regione a sud di Aleppo tuttora in mano ai Quaedisti e dalla quale partono i jihadisti che attaccano i curdi al confine occidentale con la Turchia.

Dunque quale genocidio, quale sterminio della popolazione e quale olocausto sta denunciando oggi (e non ieri né nei sanguinosi quattro anni precedenti… ) Rula Jebreal?

E’ presto detto: Rula si riferisce alla notizia di 82 civili, inclusi donne e bambini, uccisi in strada all’ingresso dell’esercito siriano quattro giorni fa. Di questo eccidio non esiste una foto, non esiste un filmato, non esiste una conferma proveniente da una organizzazione internazionale che sia presente in loco. La notizia è inoltre non circostanziata, si è saputo fin da subito il numero delle vittime (82, non 80, non quasi 100, proprio 82), ma non l’orario dell’eccidio, la piazza o la via in cui è stato perpetrato, i mezzi usati per uccidere i civili, il battaglione o la brigata che l’ha effettuato. Tutte queste informazioni che non abbiamo sono molto facili da riscontrare per un testimone oculare mentre il numero di morti, esattamente 82, è decisamente più problematico se non si ha il tempo successivo per contare i cadaveri.

La notizia è stata lanciata da Al-Jazeera (emittente del Qatar, stato finanziatore dei salafiti) e ripresa da tutti i media mondiali, commentata con preoccupazione perfino dall’ONU i cui esponenti hanno però ammesso di non poterla verificare direttamente (eh no, non c’è nemmeno l’ONU ad Aleppo Est, strano che una zona tenuta da “ribelli moderati” sia stata per anni così inaccessibile a chiunque). Ma ad oggi questa notizia ha subito infiniti rilanci e nessuna conferma, se si eccettuano i video messaggi di quattro ben noti attivisti, i quali hanno postato su internet (all’unisono) il loro ultimo messaggio da Aleppo Est prima di morire mentre l’esercito siriano faceva il suo ingresso nei quartieri. Gli stessi “attivisti” la sera stessa erano fortunatamente in salvo e rilasciavano interviste sui massacri di Aleppo in prime-time alle maggiori tv occidentali. Attivisti che hanno goduto di una connessione Internet eccellente finché sono rimasti ad Aleppo Est, una zona di guerra dove non c’era elettricità, acqua e viveri.

Attivisti nei cui profili online compare ogni sorta di contiguità coi salafiti, ogni sorta di denuncia contro il regime e nessuna menzione su quanto ho scritto sopra. Attivisti che non hanno detto nulla quando i ribelli sparavano sui civili in fuga, usavano gli ospedali e le scuole come magazzini per le armi e che mai hanno menzionato le esecuzioni sommarie, ben documentate, avvenute contro l’esercito siriano all’ingresso dei salafiti nel 2012.

Esistono inoltre innumerevoli filmati online rilasciati dalle TV siriane, libanesi-sciite e russe, su l’accoglienza tutt’altro che ostile che i civili hanno ricevuto dalle truppe siriane e russe. E’ propaganda anche quella? Certo è possibile, ma almeno ci sono i filmati. Tuttavia se i lunghi servizi in cui i soldati russi sfamano con pasti caldi i civili di Aleppo Est, sono in realtà montature fatte da decine di attori e comparse, è bene che li si denunci e li si smascheri, invece di ignorarli. Sarebbe un bel complotto da parte dei russi, un grande scoop un po’ complottista. E il  complottismo, si sa, è un virus strano, che spesso si impadronisce di coloro che lo denunciano, appena scoprono di aver torto.

In Siria ed in particolare ad Aleppo c’è una crisi umanitaria.

In Royava, al confine libanese, al confine turco e in almeno 16 città siriane si combatte una guerra terribile.

I bombardamenti russi non sono più umanitari né chirurgici nelle modalità di quanto lo siano quelli statunitensi.

Nessuno può escludere, conoscendo la brutalità di Assad e le distruzioni compiute dai suoi nemici, che vi saranno o vi siano in corso rappresaglie, carcerazioni o esecuzioni somarie.

Ma parlare oggi di genocidio, di olocausto e di sterminio totale dei civili, ad opera di una sola parte, quando la battaglia cessa dopo 4 anni di devastazione di Aleppo, è un’altra cosa.

E anche il giornalismo, cara Rula, è un’altra cosa: in assenza di ben altre prove questa è disinformazione o, nel peggiore dei casi,  propaganda.

 


#Appendice-1:
la notizia citata da Rula Jebreal, anche questa priva di prove documentali per ora e discutibile sul piano delle responsabilità, del suicidio di 20 donne per non cadere in mano alle forze governative, viene da alcune interviste rilasciate ai media occidentali da Abdullah Othman, leader del gruppo salafita Fronte del Levante, una formazione perfettamente organica alla jihad siriana, sconfitta più volte a nord di Aleppo dalle SDF curde e alleata con Al-Nusra/Al-Quaeda. Una fonte “imparziale” e “moderata”.

THE BREXIT HORROR PICTURE SHOW

Great-Britain-Flag

Esiste di certo un universo parallelo in cui il Remain ha vinto il referendum per uno 0,1%, la Gran Bretagna è rimasta ormeggiata al continente e le migliori menti della penisola italiana trillano entusiaste a proposito della “saggezza del popolo britannico”, “alla grande prova di democrazia proveniente da UK”, al “voto che sconfigge il populismo” e alla “voglia di Europa contro gli istinti autarchici”, ma quell’universo, che qualcuno vorrebbe migliore, non è questo universo. In questo universo un referendum popolare perfettamente legittimo ha decretato il Brexit senza riguardo per i sentimenti e le aspirazioni delle migliori menti della nostra penisola le quali, leggermente innervosite, si sono abbandonate a dichiarazioni quantomeno sconcertanti e, dice qualcuno, meno democratiche di quel che ci si aspettasse.

Le elenchiamo di seguito a futura memoria, giudicate voi.

#1 Mario Monti, Senatore a vita nominato, ex-premier nominato, membro della trilateral commission e già international advisor di Goldamn Sachs. Si è interrogato su come mai una democrazia  (etimologicamente potere del popolo) debba affidare le decisioni importanti, addirittura al popolo (senza specificare a chi queste invece spetterebbero).

Monti

poi Monti rincara appellandosi ai padri costituenti (dimenticando che la Costituzione tutela anche tutta una serie di diritti sociali che il suo governo ha bellamente ridotto quando non cancellato, ma va beh):

Monti 2

#2 Giorgio Napolitano, ex-Presidente della repubblia. Prescrive il referendum soltanto per quesiti molto semplici, come se giudicare una struttura sovranazionale dopo averla messa alla prova per oltre 20 anni sia uno sforzo intelletuale fuori dalla portata del comune cittadino che ci vive dentro.

napolitano

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#3 Giovanna Melandri, ex-Ministro ai beni culturali, ritwitta il marito: la coppia si domanda se sia giusto che le persone anziane abbiano diritto di voto e non si possano al loro posto arruolare alle urne gli infanti fin dalla culla.

Melandri

(tra l’altro per vietare il voto negli ultimi 18 anni bisognerebbe che la data di morte fosse certa quanto quella di nascita, il che temo ponga problemi insormontabili di attuabilità a meno di sgradevoli pratiche di eutanasia di massa)

#4 Il Professor Alessandro Rosina li prende in parola ed essendo un tecnico propone la strada maestra per implementare un sistema elettorale che impedisca ai vecchi di rompere i coglioni:

Rosina.png

qui i dettagli per cui il peso del voto dovrebbe essere direttamente proporzioanale all’aspettativa di vita (ricorda il “voto plurale” di Stuart Mill, il noto liberale teorizzava in quel caso che i voti dei ricchi contassero per 3):

rosina.jpg

#5 Beppe Severgnini, giornalista, scrittore, conduttore televisivo e  opinionista se la prende anche lui con i vecchi che rubano il futuro ai giovani, ma anche coi provincialotti e le classi ignoranti che non comprendono le ragioni disperate della City di Londra e dei suoi broker finanziari cosmopoliti:

Severgnini

Qualcuno ha provato a spiegare loro che i giovani tra 18 e i 24 non sono andati a votare (affluenza del 36% contro l’81% degli over 65) e che si sono rivelati complessivamente la fascia d’età meno europeista visto che il 75% di loro o se ne è rimasto a casa o ha votato Leave, ma tant’è. I numeri sono del resto freddi, mentre la UE è un sogno e una passione dell’anima.

Contro le masse subalterne e ignoranti  si è scagliato anche Giorgio Gori, consulente alla comunicazione di Matteo Renzi, già imprenditore e giornalista, bisognerebbe forse togliere il voto a coloro che han studiato meno in modo che i ceti colti possano guidarli verso un futuro luminoso:

Italcementi, studio per Bergamo 'smart city' del futuro

Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, durante il convegno ‘Verso il futuro. Bergamo 2035, smarter citizens’, promosso dalla Fondazione Italcementi, Bergamo, 30 settembre 2014. ANSA/GIAMPAOLO MAGNI

#6 Francesca Barracciu, ex-sottosegretario ai beni culturali del governo Renzi, evoca il fascismo, un regime che come noto portò l’Italia al disastro, alle leggi razziali e all’orrore della guerra  a suon di referendum e consultazioni popolari:

Barracciu

#7 Sullo stesso tono Roberto Saviano, scrittore, giornalista e militante anti-mafia il quale ci mette  in guardia contro le derive plebiscitarie in democrazia (dalle quali dovrebbero in realtà già tutelarci le carte costituzionali riconoscendo gli inalienabili  diritti alle minoranze), viene il dubbio che in Uk si sia votata l’annessione dell’Irlanda e lo sterminio dei suoi inermi abitanti e non la semplice Brexit:

saviano

#8 Nathani Zevi, giornalista RAI, ci invita da par suo a riflettere sulla vera natura della democrazia, siamo sicuri che le decisioni debbano essere prese a maggioranza?  Non sarebbe meglio che a decidere sia una minoranza con le carte in regola e tutti i timbri? C’è da pensarci.

Nathania Zevi

#9 Gianni Riotta, giornalista e scrittore, va sul macabro e si rammarica che la Cox sia morta per nulla, invece che per una buona causa come si augurava evidentemente lui. Parafrasando, è forse cinico pensare che una così bella e tempestiva occasione per ribaltare gli umori popolari in favore del Remain sia andata sprecata? Forse sì, è cinico e anche un po’ di cattivo gusto.

Riotta cox

Che dire? Perfino chi si augurava un’Europa senza frontiere, fondata sul lavoro, sulla solidarietà tra popoli e sulla cooperazione tra gli Stati, un’Europa autenticamente democratica costruita col consenso delle masse che la compongono, per quanto ageé e ignoranti (ma tuttora le più istruite del mondo), che difendesse innanzitutto le conquiste sociali che ne avevano caratterizzato la crescita post-bellica, prima fra tutte lo Stato Sociale, rischia di sentirsi un po’ spiazzato. Soprattutto quando pochi giorni prima del voto è uno dei padri fondatori nostrani della UE a confessare, en passant, l’incoffessabile:

Senza titolo

Tutti democratici, tutti eredi, chi più chi meno, di quegli ideali di partecipazione e giustizia sociale che la sinistra ha cercato faticosamente per secoli di interpretare. Nessuno di loro si è domandato se mentre le istituzioni europee massacravano la Grecia nel contempo qualche cittadino europeo si stesse a sua volta  chiedendo e se domani toccasse a me?

Forse la verità è che quando l’elite della sinistra italiana ha svenduto gli ideali sociali, in cambio le è stato offerto l’europeismo come ideale fantoccio per sentirsi ancora una volta dalla parte giusta della storia. Chi glielo abbia fornito è facilmente identificabile ed è l’ ex-nemico di sempre, il capitale transanzionale.

Forse la verità è che l’europeismo, patria dei moderati, presenta in realtà connotati ideologici che facilmente scavallano nell’estremismo più miope.

Il loro ego ora non può sopportare che crolli tutto un’altra volta.
Diventa un problema psicologico e identitario (oltre che la minaccia a delle rendite di posizione).
La Brexit è soltanto un passaggio e, a giudicare da quanto sopra, direi che non l’hanno presa bene.
Proprio per niente.

Io non guardo le serie TV (VI)

The Knick è un meraviglioso romanzo positivista, tutta la narrazione innalza un inno alla “ragione”  il dio moderno che nel  finale, proprio come il protagonista in ogni grande romanzo, mostra  il volto sfigurato della propria nemesi.

Il plot di Penny Dreadful non prometteva nulla di buono: una medium, un esploratore, un Lupo Mannaro, il Dottor Frankestein e Dorian Gray tutti insieme a vivere avventure nella Londra vittoriana. Un minestrone già sentito, tra raduni di Avengers e Leghe si straordinari gentiluomini, per non scomodare il cartone cult Superamici (chi li ricorda?), un’accozzaglia da mettere in fuga anche gli appassionati del genere. E invece no…

Il fatto che una serie come The Ridiculous 6 sia stata finanziata, prodotta, esportata e che qualcuno possa trovarla divertente, non fa ben sperare per il futuro del senso dell’umorismo e della comicità tutta su questo pianeta.

The Knick

Il livello, e probabilmente il budget, della terza stagione di Black Sails crescono ancora dopo la partenza in sordina della prima stagione e i netti miglioramenti della seconda, facendone uno dei migliori esempi di serialità per il genere d’avventura.

Sempre in The Knick un neo pacchiano negli ultimi secondi del finale della seconda stagione ne rovina l’accuratezza storica pagando un pegno troppo caro alla ricerca della perfetta cesura letteraria. Inspiegabilmente gli autori, fin lì più attenti, collocano la nascita della psicoanalisi in un ambito come quello della cura delle tossicodipendenze dove ha forse dato meno frutti che altrove, a New York, dal genio di qualcuno che non è Freud né alcuno dei suoi illustri successori europei. Un errore stupido e sciocco che appaga forse l’autoreferenzialità del pubblico americano, ma rompe l’incanto dello spettatore che abbia  anche la minima nozione in merito.

Le prime due stagioni Penny Dreadful sono fantastiche, affascinanti, intense e sufficientemente spaventevoli. Dai costumi alle atmosfere, dai dialoghi all’uso sapiente dei flashback, dalle trovate che svecchiano il genere alla performance collettiva dello splendido cast, tutto funziona come un orologio meccanico opportunamente caricato. Quando infine scocca l’ora del colpo di scena si resta sorpresi dall’efficacia dell’ennesima rielaborazione di cliché tanto familiari, per un’ora scarsa il paranormale e il magico ci paiono presenti e plausibili, torna la letteratura dell’infanzia, seppure un po’ rimescolata, e con essa la partecipazione e il divertimento più autentici .

Penny Dreadful

Nella terza stagione di Black Sails perfino Luke Arnold, nei panni di John Silver, abbandona definitivamente le smorfie farsesche e la piatta inespressività della prima stagione, sfoderando un’interpretazione intensa che non sfigura più davanti al talento di Toby Stephens, il capitano Flint. E’ sempre bello osservare la crescita di un attore e il modo in cui l’opera se ne giova nel suo insieme.

Difficile andare oltre la prima puntata di Sense 8 o Leftovers, la bulimia del pubblico occidentale verso la serialità televisiva conduce ad aumentare l’offerta a dismisura esplorando plot improbabili, complessi e dagli esiti labirintici e prevedibilmente improduttivi. Per affrontare la seconda puntata servono motivazioni e uno sforzo sulla fiducia che, al momento, non trovano ragion d’essere. Ci si ferma al primo assaggio.

The Knick è una serie d’autore, consigliatissima, che conclude il proprio arco narrativo e non necessita di una terza stagione. Speriamo non prevalgano altre logiche.