Appunti sul mio nuovo romanzo #1

 

copertina ibs

Quelle che seguono sono alcune prese dall’autore anni fa, quando era in via di completare la stesura.

Mi piacerebbe che questo mio nuovo romanzo fosse in grado di generare un seppur piccolo dibattito, anche soltanto per sentenziarne l’inadeguatezza dello sforzo ma contemporaneamente per riconoscere che romanzi come questo, magari migliori e vergati da penne di maggior talento, andrebbero scritti e discussi. In una società italiana che arranca per mancanza di reattività, per conformismo e che non riesce a mettere in discussione i propri tabù economico-sociali neppure  in presenza di fallimenti epocali e nuovi pericoli catastrofici, la narrativa dovrebbe stimolare la discussione intorno alle minoranze sociali e politiche.

La narrativa delle piccole cose e del quotidiano, non esaurisce l’esistente e rischia di generare una poetica asfittica simile a quella che ha strangolato il cinema italiano. La narrativa dell’introspezione si sostituisce a quella dell’esistenza e cerca di soppiantarla, come una parte che volesse comprendere il tutto. Il piano esistenziale va ben oltre quello introspettivo, psicologico e emotivo, che lo confina e lo comprime, deformandolo e inibendo, ad esempio, l’azione, non come espediente spettacolare ma come elemento estetico e dinamico della scrittura. Ancor di più tende a sparire la dimensione sociale e politica nella sua espressione più drammatica e non edulcolorata. Il resto è fiction pura, dove c’è comunque molto da attingere, o narrativa pseudo-autobiografica giovanilistica e simpatetica, il cui spazio al momento nell’editoria italiana, sembra francamente eccessivo.  Restano in fine alcuni meravigliosi esperimenti letterari, storici e metastorici, nei quali la libertà di esplorazione risulta sempre influenzata, mediata e quindi attenuata dalla traslazione temporale.

Bisogna in fin dei conti saper entrare di tanto in tanto nelle ferite aperte della contemporaneità mentre si lacerano, non per riprodurre la cronaca né per sovrapporsi in alcun modo con la saggistica,  ma per scaraventare il lettore nella propria dimensione, osservata da un punto di vista diverso da quello del mainstream o del suo ecosistema culturale.

In breve, la narrativa deve saper restituire parola  agli eretici.

Io non guardo le serie TV (IX)

Di Hunters attrae per la presenza di Al Pacino ma il tema della super-squadra riunita per la vendetta contro nazisti scampati da Norimberga è talmente trito da risultare un cliché. Alla fine del primo episodio ci siamo addormentati. I venti minuti di episodio persi abbiamo tentato di recuperarli il giorno dopo e ci siamo riaddormentati. Al terzo giorno mancano ancora 5 minuti da guardare.

In the New Pope quando Sophia Debois (Cecile de France) confessa a Papa Giovanni Paolo III (interpretato da John Malkovich) che sua Santità le ricorda il suo attore preferito, il Papa chiede allora di chi si tratti e lei risponde “John Malkovich”, ci troviamo allora davanti alla più telefonata e didascalica citazione meta-cinematografica dai tempi dei fratelli Lumiere. C’è già stato lo splendido “Essere John Malkovich” non ha senso spezzare la diegesi per riproporre lo stesso stucchevole gioco di riferimenti tra cinefili.

Catch 22 di George Clooney è un eccellente omaggio all’omonimo romanzo di Joseph Heller. Letto l’uno e visto l’altro a stretto giro si ritrovano i temi, le atmosfere e i caratteri di molti (non tutti) i personaggi, il tutto filtrato da una bella fotografia sui toni dell’ocra che rimanda ad altri tempi ed altre pellicole.

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Succession è la storia di uno scaltro e spietato magante dei media che, vista l’età avanzata e la salute psicofisica compromessa, deve trovare un successore tra i suoi quattro figli, tutti drammaticamente cretini. Se i figli sono la croce del padre, diventano ben presto anche un supplizio per lo spettatore visto che almeno tre su quattro sono sostanzialmente mal recitati.

Alla quinta puntata di The New Pope improvvisamente Sorrentino smette di guardarsi l’ombelico e decide di raccontarci una storia sospendendo per un episodio il filone narrativo principale. Lo fa benissimo.

Siamo convinti che Heller apprezzerebbe la trasposizione del suo Comma 22, perla della letteratura americana antimilitarista degli anni 60, Clooney riesce nell’operazione non facile di mantenere l’equilibrio tra farsa e tragedia che era già nel romanzo. La serie esaurisce le vicende raccontate nel libro e non ci sarà una seconda stagione.

L’ultima puntata di The New Pope è effettivamente molto bella, ripaga di tanti passaggi noiosi, qualche eccesso non-sense e dell’eterna giostra di autoreferenzialità sorrentiniana. La stagione chiude bene, coi colpi di scena giusti e un finale non del tutto chiaro che forse poteva durare cinque minuti in meno guadagnando di efficacia.

A dare un po’ di colore e brio all’intreccio (non male di per sé) di Succession c’è un giovane cugino catapultato nel ruolo di faccendiere dei vari fratelli in guerra. L’attore  che interpreta il cugino Greg (Nicholas Braun) non recita male quanto gli altri, recita molto peggio. Lo vedi aggirarsi per la scena e non gli credi mai, qualunque cosa faccia o dica.

In ultima analisi se The Young Pope sembrava concentrarsi sul tema della mancanza di fede e dell’assenza materiale di Dio, in The New Pope lo sguardo sul vaticano  sembra muoversi moto più  verso il tema della repressione degli istinti sessuali, sulle dinamiche tra i generi all’interno del clero e sulle aberrazioni, tensioni e tentativi di sublimazione che ne derivano.

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Io non guardo le serie TV (VIII)

In The New Pope (come nel precedente Young Pope) Sorrentino mescola immagini suggestive a una regia sofisticata, qualche buona intuizione a una sceneggiatura che resta nel complesso non molto incisiva, condendo tutto col gusto per la provocazione e per l’accostamento scabroso.  Posti questi elementi sul tavolo, che maneggia benissimo,  gira in tondo compiaciuto e dà l’idea di poter continuare ad aeternum. Amen.

Se 1992 era abbastanza terribile, il ridimensionamento del personaggio di Bibi Mainaghi (e quindi dell’inintellegibile Tea Falco) e lo sviluppo del contesto storico in cui si svolge la vicenda rendono 1993 quasi godibile e interessante. Quasi.

L’ultima stagione di Black Sails ci regala un finale ponderato, scelto con cura, che si districa bene attraverso i vincoli imposti dalla trama sviluppata nelle stagioni precedenti. Gli sceneggiatori si prendono il tempo per concludere l’arco narrativo dei personaggi riannodando i fili, si avverte un rallentamento che sostiene il pathos. Tutto quello che è mancato alla stagione finale di Game of Thrones.

Alla fine di 1993 il personaggio di Bibi Mainaghi esce definitivamente di scena agevolando notevolmente la comprensione dei dialoghi di 1994.

Nella parodia che Crozza faceva di Sorrentino compariva come tormentone una suora nana che fuma il sigaro, personaggio che la caricatura del regista infilava ossessivamente in scene (tutte forzatamente piene di dettagli bizzarri, inquadrature insistite di 20 minuti e nonsense) che avrebbe voluto girare. In The New Pope, proprio nella prima puntata, il Sorrentino autentico inserisce davvero la suora nana, compiacendo se stesso attraverso l’omaggio alla propria parodia. A questo punto vale tutto e anche un elefante rosa poteva fare al caso.

suora nana

In quest’ultima stagione della serie, 1994, la ricostruzione storico-politica (discutibile e parziale come tutte le ricostruzioni romanzate) diventa centrale, crescono (chi più, chi meno)  gli attori tutti ormai a proprio agio nei personaggi e cresce anche la regia. Tra citazioni e omaggi, la quinta puntata della stagione è addirittura una piccola perla.

In definitiva Black Sails è una buona serie d’avventura che guadagna budget e motivi di interesse col passare delle stagioni, evolvendo dal rango di bagnarola a quello di barca di medio cabotaggio e oltre. Non dovrebbe deludere gli amanti del genere.

Ricordando i primi apprezzabilissimi film di Sorrentino e riconoscendo in generale le sue indiscusse capacità, viene da pensare che se il regista si spostasse un poco da davanti alla macchina da presa per tornare a sedersi dietro, anche la visone delle stagioni dei Young e New Pope se ne gioverebbero nel complesso.

Il manuale dell’antimperialista perfetto

Ci accingiamo ad elencare le semplici regole che permettono al militante di sinistra di praticare l’antimperialismo perfetto.

L’ipotesi da cui partire è che un paese e il suo governo  subiscano un’aggressione imperialista, ebbene il militante dovrà appoggiare senza sé e senza ma la lotta di resistenza di questo paese solo e soltanto se:

  • Questo paese implementa una democrazia orizzontale dove in nessun modo sia praticato o avallato da alcuna istituzione pubblica o privata lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dove non si limiti ingiustamente la libertà di alcuno.
  • Il governo di questo paese preferibilmente non abbia un leader e, nel caso lo abbia, questi sia un giglio, specchiato, inappuntabile che quivi si trova pro-tempore e in virtù di un processo autenticamente democratico, possibilmente unanime.
  • Il paese sia prospero o se ne dovrà dedurre che il governo locale tiene il paese nella miseria.
  • Il governo di questo paese non deve possedere armi di distruzione di massa e col loro stesso possesso minacciare la pace mondiale.
  • Il paese non sia appoggiato da potenze maggiori o minori che possano esse stesse accusate di avere mire imperiali, altrimenti ci si troverebbe all’interno di un conflitto inter-imperialistico con tutte le contraddizioni e le ambiguità che questo comporta.
  • Il governo del paese aggredito sia laico e non permetta dunque il protrarsi di alcuna forma di oppressione derivante da tradizioni religiose o tribali.
  • Il governo del paese aggredito non deve avvalersi dell’appoggio di forze militari o milizie locali le cui pratiche di battaglia possano essere assimilate in qualche modo, nei metodi o negli obbiettivi, a quelle comunemente descritte come terroristiche

Se ne deduce che allo stato dell’arte e dopo un’esaustiva analisi del globo terracqueo i paesi che, qualora aggrediti da una potenza imperialistica, meritano di essere difesi “senza sé e senza ma”, con piena adesione anche soltanto limitata alla fase e agli obbiettivi della resistenza, per il militante antimperialista perfetto risultano essere momentaneamente: zero.

Morte all’imperialismo!
Fine della trattazione.

Io non guardo le Serie TV (VII) – Speciale #Bandersnatch

Rispolveriamo questa vecchia rubrica per parlare di #bandersnatch, contenuto non seriale ma autenticamente interattivo, che con la serialità dominante nell’intrattenimento televisivo contemporaneo condivide la piattaforma di streaming digitale e la produzione (Black Mirror), proponendosi tuttavia come episodio unico e  contenuto “nativo” per il nuovo media, laddove questo aveva fino ad oggi aveva proposto modalità di fruizione nuove (VoD) su contenuti non esclusivi, cioè già presenti sulla TV lineare.

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Per ragionare dell’impatto di #Bandersnach sul mondo dell’intrattenimento bisogna risalire a Bolter e al concetto di “rimediazione” applicato ai media digitali. Nel passaggio a un nuovo media si tende, soprattutto inizialemnte, a riutilizzare i contenuti  del media precedente “adattati” al nuovo media(il quale quasi mai soccombe). E’ successo per l’ampio utilizzo iniziale da parte della tv di format teatrali e radiofonici semplicemente trasposti, è successo negli altri casi. In un certo senso il vecchio media è l'”argomento” del nuovo (parafrasando McLuhan), secondo la logica dell’immediatezza. In una concomitante e contraddittoria fase, il nuovo media comincia a sviluppare contenuti propri paradossalmente rendendo l’esperienza più evoluta ma anche più visibile nella sua struttura, più mediata (ipermediazione).

In questo caso #bandersnatch rappresenta l’opera prima assoluta del passaggio della fiction alla nuova medialità interattiva delle piattaforme streaming. Netflix e la produzione di Black Mirror compiono un’operazione molto consapevole e la sfruttano su diversi piani. E’ dunque un evento che può realmente segnare un’epoca e non può essere ignorato da chi si occupa di questi temi.

Se questo debutto sia o meno anche apprezzabile e godibile ad un giudizio estetico e critico è altra questione, così come questo non comporta necessariamente la nascita di un filone o di un genere, decretati dall’apprezzamento del pubblico.
Guardando invece  alla realizzazione il risultato non è banale. Partiamo dal presupposto che si permette allo spettatore di intervenire nella diegesi dell’opera in forma palese, anti-mimetica, istaurando un dialogo tra personaggio e utente.
Utente che si illude di essere narratore o addirittura autore, ma è l’opera stessa ad ricordargli che non è così, riducendolo a un ruolo demiurgico nell’universo creato e dominato dall’autore per dargli l’illusione della scelta. Egli sente la voce dell’autore che gli sottrae il libero arbitrio un attimo dopo avergliene fatto dono, gli indica i limiti. Se ci vedete dei richiami allo gnosticismo è perché questi ci sono e vengono introdotti in modo autenticamente dickiano, omaggio dichiarato da innumerevoli citazioni e riferimenti disseminati ovunque. I temi presenti in Ubik e in “scorrete lacrime” poi caoticamente sviluppati nella trilogia di Valis, dove in un violento e autoreferenziale rimando al reale, Netflix diventa il Valisystem.
La fiction interattiva debutta riflettendo ricorsivamente su se stessa, svelando il trucco, lasciando inevasa la domanda su chi abbia davvero il controllo. Insieme un genere e una modalità di fruizione che ambiscono a presentarsi con un’opera in questo senso già matura.
Non sfuggono rimandi, meno pregnanti, anche al “seme della follia” di Carpenter a sua volta ispirato da alcuni racconti di Lovecraft. Le atmosfere e la fotografia, la qualità generale del prodotto è quella già apprezzata in Black Mirror.
Tutto si può perdonare dunque a #bandersnatch: dalla iperbrandizzazione alla conseguenza inevitabile di fare a pezzi la sospensione dell’incredulità fino ad una certa frustrante asfissia dei percorsi.
E’ dunque da vedere, termine che appare già superato e dovrebbe essere sostituito forse con “da esplorare” anche soltanto per rifiutarne il risultato e criticare l’esperienza.Questo esperimento, fosse anche l’ultimo del genere, apre in potenza una strada e ci fa dire “ecco un fatto nuovo”.

Siria: la guerra sui media e la guerra sul campo.

USSDonaldCook
Siria, la battaglia del Goutha orientale è stata vinta dalle forze filo-governative all’inizio di Aprile dopo aver attraversato tre differenti fasi: accerchiamento della sacca ribelle, pesanti bombardamenti, rottura della sacca in aree minori (Harasta, Douma, Saqba-Zamalka) per interrompere le comunicazioni e la logistica tra gruppi ribelli eterogenei e trattare separatamente la resa o l’evacuazione. Il 7 Aprile la maggior parte del territorio dell’Est Goutha era già sotto controlo dell SAA o in fase di negoziazione, l’ultimo baluardo (anch’esso in trattativa) dei ribelli jihadisti era il territorio completamente accerchiato di Douma sotto il controllo di Jaysh Al-Islam le cui possibilità di resistere erano pari a zero, a detta di tutti gli osservatori. Quello stesso giorno l’esercito siriano avrebbe scatenato un attacco chimico proprio a Douma causando centinaia tra morti e intossicati, tutti civili stando alle immagini circolate sui media occidentali. Un atto del tutto irrazionale da parte del Governo di Damasco e apparentemente inatteso. Ebbene, irrazionale sì (almeno dal punto di vista dei governativi), inatteso no, anzi, ampiamente preannunciato ma in una chiave del tutto diversa da quella che si potrebbe pensare.

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Da mesi infatti, almeno dal febbraio 2018, i media russi “bene informati” dagli ambienti militari del Cremlino avvertivano che i ribelli stavano preparando un falso attacco chimico per poter incolpare il governo di Damasco e giustificare una rappresaglia US-NATO. Alla metà di Marzo l’avvertimento dei media russi veniva confermato dall’inteligence e dai militari, diventando così versione ufficiale del governo russo. Fonti dell’attacco del 7 aprile sono stati i soliti, screditati, megafoni delle FSA: il SOHR, di base a Londra (che oggi non conferma la natura “chimica” degli attacchi), e i White Helmets, la “protezione civile mediatica”, sedicente imparziale, glorificata e finanziata dall’occidente, in realtà ampiamente collusa coi jihadisti e già sorpresa in evidenti manipolazioni nell’ information-war siriana. Nessuna fonte terza per stessa ammissione US, nessuna fonte ONU, nessuna indagine OPCW: soltanto le immagini penose di morti ammassati irrigiditi e schiumanti. Oggi, siriani e russi presenti nel Goutha conquistato dichiarano come non ci sia nessuna evidenza di attacchi chimici: portano come prova le interviste ai civili che fanno ritorno a Damasco e quelle ai medici della Mezzaluna Rossa che negano la presenza di agenti chimici. I russi hanno portato con durezza queste contro-accuse all’ONU, chiedendo un’indagine imparziale dell’ OPCW e respingendo ogni addebito contro il governo di Assad e i suoi alleati.

E’ una guerra che ha un fronte rilevante sui media e presso l’opinione pubblica mondiale, ci troviamo quasi sempre a dover soppesare, al lume della ragione e della logica, le notizie fornite da due più organi di propaganda contrapposti e spesso (ma non sempre) piuttosto sofisticati.
E tuttavia non possiamo ignorare che l’attacco di Douma si sia svolto esattamente nei tempi e nelle modalità preannunciate dai russi, in una fase in cui questo costituisce un boomerang per la fazione governativa vittoriosa sul campo e un vero e proprio colpo sotto la cintola per un Cremlino appena messo all’angolo (senza uno straccio di prova) per un caso Skripal che si sta clamorosamente sgonfiando di settimana in settimana. Tutto si è svolto secondo un copione e stavolta ne siamo venuti in possesso prima.

Lo hanno scritto, divulgato artatamente e poi fatto attuare i russi per puro autolesionismo? Lo hanno scritto i ribelli e qualche manina occidentale loro alleata per scatenare la rappresaglia NATO e ribaltare le sorti dell’inesorabile sconfitta jihadista nei sobborghi di Damasco e in quasi tutta la Siria? Ci fidiamo della capacità di discernimento del lettore.

Tutto questo però non è privo di conseguenze e quel che avviene sui media si rispecchia sul campo.
La notte dell’8 aprile due caccia-bombardieri Israeliani hanno violato lo spazio aereo libanese e da qui hanno lanciato una decina di missili (in parte abbattuti dagli S-400 russi) sulla base siro-iraniana T4, a 60km da Palmyra, uccidendo almeno 4 soldati iraniani. Due azioni illegali contro tre nazioni sovrane in una sola operazione militare.
Il 9 Aprile il cacciatorpediniere USS Donald Cook armato con 60 missili Tomahawk è uscito a largo delle coste siriane, portandosi a poco meno di 100km dalle basi russe sul Mediterraneo, è stato inoltre mobilitato nelle stesse acque il sottomarino USS Georgia. La stessa sera è circolata la notizia da fonte turca, smentita dal pentagono, di caccia russi in volo radente intorno al cacciatorpediniere (possibile fake news dovuta ad un evento simile avvenuto l’anno scorso alla Donald Cook nel Mar Nero e famoso su Youtube).
Oggi, 10 Aprile circolano notizie di almeno 5 battaglioni russi in stato di ready-to-combat e dell’ordine di allerta delle forze armate su tutti i fronti (inclusi i confini russi). La flotta russa nel Mar nero è in stato di allerta al combattimento in caso di attacco contro la Siria, atteso nelle prossime 24 ore.

Dopo aver prospettato un’uscita rapida dallo scenario siriano poco più di una settimana fa, magari con supporto e passaggio di consegne ai francesi, Donald Trump a seguito dei fatti di Douma ha rilasciato dichiarazioni bellicose dando diplomaticamente dell’animale cui far pagare un caro prezzo ad Assad.
Stando alle ultime pare che l’attacco avverrà, questo sembra sicuro, la Casa Bianca ha preso ora giorno per vagliare gli obbiettivi: siriani, iraniani o entrambi. I russi hanno detto che reagiranno e anche questo sembra fuor di dubbio.

L’opinione pubblica occidentale intontita da narrazioni volutamente frammentarie e confuse, da urla isteriche o preoccupanti silenzi dei propri leader politici, resterebbe forse l’unica forza in grado di favorire una de-escalation. Tuttavia questa forza, disinformata e distratta, non è neppure scesa in campo, troppo impegnata a farsi selfie con le mani sulle narici rincorrendo i “beau geste” gratuiti e ipocriti di qualche intellettuale che abusa della propria popolarità conquistata su tutt’altri temi.

E’ in questo mare che oggi si muovono le flotte e nel quale, domani, rischiamo tutti di affogare.

L’ascesa di Mohammad bin Salman (mbs)

Discendenza della casa Saud.

Il primo regnante e fondatore della monarchia assoluta saudita, il cui regno iniziò nel 1932, fu Abdullaziz ibn Saud. Abdullaziz ebbe oltre venti mogli e quarantacinque figli maschi. Dalla sua morte nel 1953 la dinastia ereditaria ha visto svilupparsi la successione al trono per linee orizzontali, ben sei dei suoi figli hanno già regnato e alla morte o deposizione di ognuno il potere è sempre passato a uno dei fratelli. Essendo la famiglia saudita composta da migliaia di individui, molti dei quali estremamente ricchi, influenti e attivi nella vita politica del paese, esigenze di coesione interna del clan hanno impedito che venisse a consolidarsi una successione di tipo verticale, che portasse cioè al trono uno dei figli maschi del sovrano in carica di seconda generazione. Questo aveva consentito finora che ogni ramo della famiglia attendesse l’ascesa al trono di uno dei propri esponenti.

Alla morte del sesto re saudita ‘Abd Allah il 23 gennaio del 2015 secondo questa consuetudine è salito al potere suo fratello Re Salman e l’altro  fratello Muqrin (di madre yemenita) è stato designato come principe ereditario. La nomina di Muqrin confermava la consuetudine ma nel giro di pochi mesi il fratello di Salman è  sollevato dalla successione  e dal ruolo di Vice Primo Ministro, decadendo nell’aprile del 2015.  Il ruolo di principe ereditario passa nello stesso mese a Mohammed Bin Nayef, figlio di uno dei figli di re Abdullaziz morto prima di poter ascendere al trono, preparandosi dunque a inaugurare la terza generazione di regnanti, nipoti del fondatore, di nuovo su una linea di successione orizzontale rispetto al ramo regnante di re Salman.

Il 21 Giugno del 2017 Nayef, in quel momento anche Ministro dell’interno, perde però a sua volta la candidatura al trono in favore di  Mohammad Bin Salman, figlio di re Salman, una successione verticale che rompe la consuetudine, sposta l’equilibrio di potere in seno a casa Saud e ufficializza la finalità della rapida e spregiudicata ascesa del giovane principe ereditario che ricopriva e ricopre la carica di Ministro della Difesa.

Il principe “guerriero”.

Mohammad Bin Salman, MBS per la stampa occidentale, 32 anni, viene nominato Ministro della Difesa il giorno dell’ascesa al trono del padre (gennaio 2015), mbs è anche genero di  Mashhur, altro fratello di Re Salman, di cui ha sposato la figlia Sara.  Al momento della nomina a Ministro di Salman nello Yemen la capitale Sanaa è da pochi mesi in mano ai sostenitori dell’ex Presidente Saleh, unificatore del paese deposto tre anni prima in seguito alla rivolta yemenita del 2011-2012 e fino al 4 dicembre 2017, data della sua morte, recente alleato delle milizie Houti a prevalenza sciita spalleggiate dal grande rivale geopolitico dei sauditi nel golfo, l’Iran.  Il ritorno di Saleh aveva deposto il maresciallo Hadi, sostenuto a sua volta dai sauditi  e salito al potere nel 2012 succedendo allo stesso Saleh. Hadi dopo una breve prigionia nell’aprile del 2015 ripara ad Aden, la seconda città del paese e viene riconosciuto presidente dalle maggiori potenze sunnite del Golfo, dagli Usa e dalla UE.

Nel marzo 2015 il nuovo Ministro della Difesa Salman, a due mesi dalla propria nomina, guidava già la vasta coalizione che si apprestava ad attaccare lo Yemen, composta in realtà prevalentemente dalle forze dell’esercito Saudita, con un notevole contributo degli Emirati Arabi Uniti e la partecipazione minore dell’aviazione di Qatar, Kuwait, Bahrain, Egitto, Giordania, Marocco  e perfino del Sudan. Sul piano militare la campagna sembrava destinata al successo, l’Arabia Saudita era dotata dei più moderni armamenti occidentali, le forze armate tutt’ora in corso di potenziamento vantavano già tra il 2013 e il 2015 il primo budget militare al mondo  in percentuale sul PIL (superiore al 10%), circa raddoppiato dal 2006. In valore assoluto la spesa militare saudita aveva superato di gran lunga quella di ogni paese europeo, incluse Francia e UK, restando inferiore soltanto ai grandi budget di USA, Cina e Russia, pur sempre paesi rispettivamente 10, 50 e 5 volte più popolosi dell’Arabia e che ricoprono già un ruolo almeno di potenza regionale, quando non di super-potenza mondiale.

Secondo alcuni analisti è stata la scarsa esperienza di combattimento dei sauditi rispetto agli avversari yemeniti, a rendere la campagna aerea (ma non soltanto) ben più ardua del previsto e tuttora non decisiva ai fini della risoluzione del conflitto in favore delle forze di Hadi. Ampiamente oscurata e minimizzata, quando non deliberatamente ignorata, dai media occidentali (i cui governi incassano i proventi della campagna di armamento oggi gestita da MBS) la guerra e l’embargo contro lo Yemen dopo oltre due anni  e mezzo hanno ridotto il paese allo stremo lasciando sul campo oltre 10000 vittime, 40000 feriti, 3 milioni di sfollati e la più grande epidemia  di colera al mondo con circa 800mila infettati di cui 2000 deceduti soltanto nei primi mesi del 2017. E’ tuttora difficile stimare il numero delle vittime dirette e indirette del conflitto, basti pensare che secondo le Nazioni Unite 18 milioni di yemeniti (2/3 del paese) sono considerati a rischio e hanno oggi bisogno urgente di aiuti medici e alimentari.

Ad oggi, fine dicembre 2017, l’aggressione dei sauditi e dei loro alleati alla popolazione dello Yemen si sta rivelando un disastro umanitario e un fallimento militare e il conflitto sembra lontano dal vedere la propria fine. Tutto questo, naturalmente, mentre qui da noi il ministro Alfano si preoccupa per alcuni missili di scarsa efficacia lanciati dallo Yemen contro Riyadh  e il PM Gentiloni appena a Novembre lodava la funzione stabilizzatrice dei sauditi nell’area.

Il principe “statista”: Qatar, Libano.

La tragedia yemenita non è l’unica azione “stabilizzatrice” intrapresa dall’Arabia nell’area mentre il ruolo politico del figlio di Re Salman cresceva fino a mettere in dubbio che fosse ancora il sovrano in carica a prendere le decisioni più rilevanti.  Già da prima del 2015 i capitali sauditi avevano finanziato buona parte delle forze jihadiste impegnate nel tentativo di rovesciare Assad, la cui permanenza a Damasco  dovuta all’intervento russo, al supporto degli iraniani, di  Hezbollah e naturalmente alle vittorie sul campo delle SAA, segna sostanzialmente un altro fallimento dei piani di Riyadh sull’assetto mediorientale.

Eppure è dal giugno di quest’anno, quando viene nominato erede al trono, che Salman intraprende alcune delle azioni “diplomatiche” a dir poco brutali addirittura verso governi alleati o non ostili. All’inizio di giugno sei paesi arabo-sunniti, guidati dai sauditi e dall’Egitto, hanno messo sotto embargo e ritirato le ambasciate dalla penisola qatariota. Al Qatar viene in seguito sottoposto un bizzarro ultimatum in cui si chiede all’Emiro  di ottemperare a una serie di richieste che spaziano dalla chiusura della nota emittente qatariota Al-Jazeera alla fine del sostegno ai terroristi, dal pagamento di un generico risarcimento fino alla rottura completa delle relazioni commerciali e diplomatiche con Teheran. E’ in realtà quest’ultima richiesta, come conferma un’intervista al principe qatariota Al-Thani, quella che ha generato l’aggressione. Il Qatar, pur essendo storicamente legato alla politica estera saudita e filo atlantica, si trova in una posizione del tutto particolare nei riguardi  della potenza iraniana essendo di fatto un piccolo stato dirimpettaio, che con Teheran condivide uno dei più importanti giacimenti del Golfo Persico, le compagnie petrolifere dei rispettivi paesi si abbeverano di petrolio con due cannucce dallo stesso bicchiere.  E’ chiaro che dal punto di vista qatariota una politica di contenimento verso l’Iran può aver senso, ma lo scontro diplomatico aperto o peggio un confronto militare tra i sauditi e l’Iran  metterebbe a rischio la ricca economia basata sul petrolio.

Anche in questo caso Salman ha ottenuto il risultato contrario a quello auspicato. Alla fine di Agosto il Qatar aveva ristabilito pieni rapporti diplomatici  con l’Iran, dopo che l’ambasciatore era già stato ritirato nel 2016 in seguito a degli attacchi contro l’ambasciata saudita a Teheran, e l’Iran in questi sei mesi di embargo ha sostenuto attivamente i rifornimenti verso il Qatar stringendo ulteriormente i rapporti tra i due paesi.   I sauditi non hanno neppure potuto tirare per la giacchetta gli USA in questo caso, visto che a Doha c’è pur sempre una delle più grandi basi americane di tutto il Medio Oriente. All’inizio di questo mese, mentre in occidente con l’eccezione della stampa inglese la questione è caduta anch’essa miracolosamente nel dimenticatoio, Salman interpellato al riguardo definiva il Qatar “questione di poco conto”.

Se la questione qatariota appare decisamente sconcertante, la vicenda che vede Salman protagonista del rapimento del premier libanese Hariri ha quasi dell’incredibile. Ad inizio di novembre il Primo Ministro libanese Saad Hariri si reca inaspettatamente in Arabia Saudita a colloquio con Salman, porta con sé due guardie del corpo ma non l’entourage che lo accompagna di solito durante le  visite ufficiali. Hariri è un leader sunnita e filo-saudita, eletto alle ultime elezioni a capo di una coalizione opposta a quella di Hezbollah, tuttavia alla formazione del governo corrente, avvenuta alla fine del 2016, gli assetti politici avevano richiesto l’ingresso di Hezbollah in un esecutivo di larghe intese.  Il 4 novembre 2017 Hariri ricompare alla TV nazionale saudita Al-Arabya dove senza alcun preavviso annuncia dimissioni dalla carica di  Primo Ministro del Libano. Hariri davanti alle telecamere legge un testo, probabilmente scritto dalle autorità saudite, nel quale denuncia l’impossibilità di portare a compimento il proprio programma a causa delle ingerenze nel paese di Hezbollah e dell’Iran, i quali starebbero per mettere in atto un piano per assassinarlo. L’Iran smentisce immediatamente ogni addebito, Hezbollah denuncia la detenzione di Hariri come un atto di guerra verso il  Libano, l’intelligence militare libanese smentisce l’esistenza di piani per l’uccisione del Primo Ministro finché, l’11 di novembre, anche il Presidente libanese Michel Aoun chiede ufficialmente conto del mancato rimpatrio di Hariri confermando il rapimento da parte dei sauditi.  Per giorni si susseguono le ipotesi sull’accaduto, tra le smentite dei sauditi e le voci, avvalorate anche da Le Figaro, che Riyadh  voglia in realtà sostituire Hariri con uno dei suoi fratelli, per punirlo della politica morbida verso il nemico sciita iraniano e libanese.

Dopo un blitz di appena due ore a colloquio con Salman la situazione viene sbloccata da Macron, il 18 novembre Hariri (che ha passaporto francese) arriva a Parigi e di lì rientrerà in Libano, dove il maronita Aoun ed Hezbollah, tra gli altri, gli chiederanno di riprendere le redini del governo. Dopo alcuni giorni di consultazione Hariri ritira le dimissioni, rifiuta di menzionare ancora quanto accaduto a Riyadh e riprende il governo del paese. Siamo al 5 Dicembre è passato un mese dall’apertura della crisi e dalle dimissioni pubbliche pronunciate dagli schermi di una TV estera. Venti giorni più tardi un articolo del New York Times facendo riferimento a fonti saudite, libanesi e occidentali, racconta di un Hariri convocato d’urgenza da Salman dopo aver incontrato cordialmente il 3 Novembre il rappresentante iraniano Velayati, costretto a prendere un auto privata, prelevato di forza dagli ufficiali sauditi e forzato ad accettare le dimissioni a scatola chiusa.

Oggi, ovviamente, Salman non è molto popolare in Libano e questa inaudita e plateale ingerenza nella politica dei cedri ha di fatto allontanato i sunniti libanesi dall’influenza di Riyadh.

Un solo grande nemico e un “nuovo” amico.

Tutti gli interventi in politica estera nel breve lasso di tempo descritto per quanto brutali, avventuristici e spesso inconcludenti, hanno avuto come comune denominatore una pressione anti-iraniana che lascia preludere una guerra regionale.  Lo stesso Salman ha tolto ogni dubbio riguardo le proprie intenzioni il 24 novembre 2017 quando in una intervista al solito NYT ha dichiarato che “dall’Europa abbiamo imparato che ogni politica di appeasment (accordo/accomodamento) verso l’Iran non può funzionare” definendo poi la guida suprema iraniana l’Ayatollah Ali Khamenei “il nuovo Hitler del Medio Oriente”. La “reductio ad hitlerum” è un artificio polemico tarato per la sensibilità occidentale che implica la guerra senza quartiere al “nuovo Hitler” di turno, a questa sensibilità si è spesso rivolta la strategia comunicativa di Salman il quale accredita se stesso presso il mainstream occidentale come leader riformatore e modernizzatore. Per questo l’era dell’ascesa politica di MBS è spesso associata alla concessione della patente di guida alle donne (in un paese in cui ad esse mancano ancora tutti gli altri diritti) e al piano Saudi Vision 2030 che prevede investimenti per 2 mila miliardi dollari (più dell’intero PIL italiano) nei prossimi 12 anni, allo scopo di affrancare l’economia saudita dal petrolio e sviluppare contestualmente settori come la finanza, il turismo e le energie rinnovabili. Sulla stessa linea l’affermazione di Salman secondo cui il Wahabismo nello stato saudita, di cui la sua stessa dinastia si è sempre fatta custode, si sarebbe affermato soltanto in reazione all’estremismo sciita degli Ayatollah, dichiarazione tanto coraggiosa quanto falsa, visto che l’adozione del wahabismo da parte dei Saud risale alla metà del settecento,  ben prima della Rivoluzione Iraniana del 1979.

E’ in questa dialettica multiforme con l’occidente e i suoi alleati, tutta orientata ad ottenere una leadership regionale in diretta linea di conflitto con Teheran che bisogna leggere il recente accordo tra Riyadh e Israele per condividere notizie di intelligence militare in chiave anti-iraniana. Quest’ultimo passo rende pubblico un avvicinamento di fatto già subodorato  durante lo sviluppo dello scenario di guerra siriano, un accordo che riguardando l’intelligence non può non contemplare un’alleanza, o almeno un coordinamento, anche sul piano militare. Durante la crisi libanese dovuta al rapimento di Hariri, il governo saudita aveva invitato i propri cittadini al lasciare il Libano e molti analisti avevano temuto una nuova invasione israeliana nel sud del paese.

Le purghe di Salman.

A questa storica e per certi versi rocambolesca successione di eventi scatenata dalle mosse del principe MBS si sovrappone il regolamento di conti interno attuato nell’ambito della sedicente “lotta alla corruzione” attuata in autunno. Tra ottobre e novembre Salman faceva arrestare 11 principi di casa Saud, quattro ministri e diversi altri ex-ministri e dignitari, tra questi spiccavano tra le conoscenze degli occidentali i nomi del principe Al-Walid Bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo nonché azionista di alcune delle maggiori corporation occidentali, e quello di almeno un esponente della famiglia Bin Laden, un ricco e rispettato fratello di Osama. Salman ha  colpito le frange ostili della famiglia Saud e altri suoi veri o presunti oppositori, tramutando dopo qualche settimana l’imputazione generica di corruzione in una richiesta di riscatto milionario per rendere loro la libertà. Una manovra molto simile a un gigantesco atto di concussione che regolarizza la posizione subordinata davanti al nuovo governo di chi è stato appena rovesciato da un golpe o più propriamente da una “purga” di regime. E’ sotto questa forma di estorsione che il principe Mutaib II, deposto Ministro della Guardia Nazionale, avrebbe ad esempio ricomprato la libertà per la modica cifra di un miliardo di dollari.  Alla fine di dicembre sono stati rilasciati i principi Meshaal e Faysal, mentre un altro membro della famiglia saudita il principe Turki risulta ancora detenuto. Tutti gli arrestati sono stati rinchiusi al Carlton Ritz, il lussuosissimo cinque stelle di Rijadh, una prigione dorata come hanno scritto in molti, qualcosa di molto diverso secondo un articolo pubblicato dal Daily Mail il 22 Novembre 2017. Secondo il quotidiano infatti alcuni prigionieri  sarebbero stati prima appesi a testa in giù, poi picchiati e insultati da mercenari statunitensi assunti dai sauditi. L’agenzia di sicurezza in questione è l’Academi (ex-Blackwater, nome col quale è maggiormente nota) già presente in diversi scenari bellici in supporto (e qualche volta in sostituzione “coperta”) delle forze USA/NATO o dei loro alleati. Academi/Blackwater  tra gli altri teatriè già stata attiva in Iraq, Ucraina, Afghanistan, Pakistan ed è spesso stata spesso accusata di muoversi completamente al di fuori della legge locale e delle regole  di guerra internazionali, caratteristica che la rende probabilmente un elemento prezioso e apparentemente “non-governativo”, per le operazioni che non possono essere rese pubbliche.

Conclusioni.

Ascesa al trono contestata e irrituale, epurazione degli avversari politici, embargo verso un paese amico, aggressione militare contro una nazione confinante, riarmo e politica di potenza, demonizzazione del nemico geopolitico, rapimento del Primo Ministro di un paese sovrano con conseguente tentativo di destabilizzazione: queste sono le credenziali che il futuro Re saudita porta sulla scena mediorientale, eppure, ancora a novembre il NYT, in altre occasioni critico, ospitava un editoriale apologetico a firma Thomas L. Friedman in cui il principe veniva descritto come il portabandiera del cambiamento, fautore di una primavera araba “calata dall’alto” e dunque finalmente efficace.

L’informazione incompleta e frammentaria che è stato possibile captare dai media occidentali in generale e da quelli italiani in particolare andava integrata e raccolta, soprattutto andava messa in relazione all’arco temporale estremamente breve in cui le drastiche mosse di Salman sono state decise e attuate, a volte con esiti tanto drammatici quanto infruttuosi.

A fronte delle cisterne d’inchiostro spese per stigmatizzare sui nostri media la pericolosità della Russia, dell’Iran oppure della Corea del Nord, ci pareva doveroso fornire un quadro coerente e cronologicamente chiaro delle provocazioni e delle violazioni del diritto internazionale di cui il circolo di potere raccolto intorno a Salman si è già reso protagonista nel silenzio generale nel giro di appena 3 anni, con una evidente accelerazione targata 2017, anno della nomina  ad erede al trono. Nella speranza che questo sforzo di ricomposizione possa aiutare a mettere nella giusta prospettiva gli eventi che di qui ai prossimi mesi potrebbero scatenarsi, con ripercussioni gravi per tutto il Medio Oriente.

Crisi in QATAR: Notizie da Doha #2

Un mese di crisi.

La crisi del Qatar è aperta da quasi un mese, l’embargo è iniziato tra il 4 e il 5 di Giugno, da allora i paesi del Golfo e l’Egitto non hanno compiuto passi indietro. Il Qatar ha chiesto per giorni che fosse fornita una lista di condizioni ragionevoli da adempiere per avere in cambio  la revoca dell’embargo, punto di partenza  per iniziare una negoziazione. I Sauditi hanno risposto con un nuovo ultimatum, stavolta di dieci giorni, senza l’apertura di un tavolo negoziale ma con 13 condizioni da adempiere per mettere fine alle sanzioni.

Nel frattempo, in Arabia Saudita  il 20 Giugno Mohammed Bin Salman è diventato anche ufficialmente l’erede ufficiale al trono Saudita, a scapito del precedente erede Mohammed Bin Nayef, 25 anni più anziano e adesso messo disparte nella linea di successione. Mohammed Bin Salman è il Ministro della Difesa responsabile dell’attuale guerra allo Yemen, nella quale decine di migliaia di persone muoiono per le bombe e per le epidemie di colera. Il nuovo erede è  visto con ostilità dai qatarioti ed è considerato un  falco anche in questa crisi.

La nostra amicizia che lavora a Doha a metà giugno ci raccontava di come nell’emirato fosse stata annunciata una campagna di nazionalizzazione imposta dall’Emiro, in realtà più propriamente un piano di localizzazione delle produzioni, approvvigionamento, diversificazione e messa in sicurezza delle filiere. I prodotti  iniziano ad arrivare dalla Turchia, dall’India e dall’Europa, che sostituiscono in parte il commercio coi paesi limitrofi. Gli sceicchi proprietari delle catene di distribuzione dichiarano di voler comprare aziende agricole in Europa (anche in Italia), mentre 4000 vacche sono state importate dall’Australia per garantire la produzione locale di latte. Il Qatar fa in sostanza leva sulle proprie enormi risorse finanziarie,  sovrane e private, per limitare o annullare gli effetti del protrarsi dell’embargo.

Le vere ragioni della crisi.

170102ogjxsh-z02E’ fondamentale per comprendere le cause della crisi leggere le parole di un altro giovane di famiglia regnante, questa volta dell’emirato del Qatar, Sultan Al-Thani, in un’intervista riportata il 20 Giugno da Repubblica.

L’intervista è un capolavoro di arte diplomatica araba, in cui le risposte apparentemente distensive e aperte al dialogo, nascondono tutte un’allusione, una punta di veleno o una velata minaccia. Vista la situazione, un fondo di verità, se non altro sulla posizione qatariota in questa crisi (nella quale il Qatar è, ad oggi, paese aggredito). Riguardo alla vera ragione della crisi Al-Thani non ha dubbi, neppure esplora ipoteticamente altre opzioni: si tratta dei rapporti non ostili e in certi casi le partnership,  che il Qatar intrattiene con l’Iran, a causa dei pozzi di petrolio in comune e dei naturali rapporti diplomatici e commerciali tra le due sponde antistanti della stessa insenatura.

In sostanza, Al-Thani dice:

  • che riguardo al finanziamento dei terroristi (camuffati da ONG o meno) il Qatar si è attenuto ai vincoli imposti dal Ministero del Tesoro USA in materia, lasciando intendere che sono passati i fondi che gli USA, comune alleato e protagonista dello schieramento anti-sciita, volevano far passare.
  • riguardo alla chiusura di Al-Jazeera pretesa dai sauditi (richiesta effettivamente poi presente nell’ultimatum),  Al-Thani ha alluso al fatto che “quando i politici americani sono nell’area,  spesso guardano Al-Jazeera invece della CNN”. La frase non avrebbe senso di essere proferita se non per rimarcare che anche dal punto di vista della propaganda e dell’orientamento dei media, il Qatar e la sua TV internazionale sono fedeli alleati apprezzati dagli USA.
  •  Si rallegra di come il Segretario di Stato statunitense Tillerson abbia preso una posizione equidistante, stemperando l’escalation, e insieme ricorda ai sauditi (non ci vorrete mica invadere?) e agli stessi USA che ci sono 10000 soldati dello US Army sul territorio qatariota nella più grande base americana in Medio Oriente (Al Udeid).
  • Si lamenta della politica ondivaga statunitense, in particolare di Trump, e afferma che gli USA “parlano con molte voci”, affermazione interessante ma che aprirebbe un intero capitolo sui rapporti tra Pentagono, Casa Bianca e soprattutto le agenzie di intelligence.
  • Non evita infine di ricordare agli USA che il Qatar fu molto generoso durante l’uragano Kathrina (alludendo forse anche ai flussi di capitali tra i due paesi), e agli Emirati Arabi Uniti che un terzo del loro petrolio proviene da Doha e  una contro-sanzione potrebbe colpirli duramente.

La crisi del Qatar si inquadra adesso chiaramente in quel quadrante dell’attuale instabile Guerra Fredda che in Medio Oriente  vede gli Stati Uniti e i loro alleati regionali impegnati a spezzare l’alleanza tra Siria, Iran e Russia. Gli obbiettivi intermedi sono lo smembramento della Siria e l’annientamento dell’Iran cui non deve essere concesso lo status, che è già nei fatti, di potenza regionale. In questo scenario l’Isis e tutto il salafismo jihadista non sono che uno strumento coltivato in chiave principalmente anti-sciita, nel quadro più ampio della pressione globale della NATO sui suoi avversari strategici.

Teheran deve essere isolata, così come Mosca, meglio ancora che brucino come Damasco. Questa è la linea in Medio oriente e non può essere messa in discussione, neppure davanti all’interesse nazionale. O si va per le vie di fatto anche con gli alleati.

Il Qatar stavolta è finito nel mezzo, un alleato fedele del fronte sunnita che non può, a causa di interessi economici vitali, permettersi una rottura totale dei rapporti col paese col quale spartisce i pozzi del Golfo Persico: bevono con due cannucce dalla stessa coppa.

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Crisi in QATAR: Notizie da DOHA

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Due giorni fa sei paesi arabo-sunniti, guidati dai sauditi e dall’Egitto, hanno messo sotto embargo e ritirato le ambasciate dalla penisola qatariota. Il ritiro degli ambasciatori non è un fatto nuovo e i motivi di frizione tra stati sunniti vanno dal supporto del Qatar al deposto presidente egiziano Morsi, più in generale ai legami con la Fratellanza Mussulmana (in Egitto, ma anche in Palestina con Hamas), fino agli interessi in comune con lo Stato Iraniano antistante, inclusi gli accordi per il mutuo sfruttamento di alcuni pozzi importanti. L’embargo e il ritiro delle compagnie aeree segue a stretto giro la visita di Trump in Arabia e sembra esserne una conseguenza all’interno della strategia di destabilizzazione del Medio Oriente in chiave anti russo-iraniana. Stamattina il regime saudita ha dato un ultimatum al Qatar secondo il quale al mancato adempimento di 10 richieste entro 24 ore, l’Arabia non esclude l’intervento militare nella penisola del Golfo.

Abbiamo una vecchia amicizia che vive da anni a Doha, e ha sviluppato contatti e conoscenze istituzionali. Riporto qui il suo punto di vista e alcune informazioni che ci ha dato:

  • I qatarioti sono piuttosto seccati con la stampa occidentale, a cominciare dalla BBC, che ha descritto la situazione a Doha come drammatica, disperata, inclusa la chiusura dei cantieri e la fuga dei lavoratori stranieri (i lavoratori locali sono una minoranza a Doha).
  • La situazione ci viene descritta come tranquilla e le autorità locali non stanno in nessun modo creando allarme tra la popolazione. Le uniche scene di panico un po’ scomposte sono state per un assalto ai supermercati avvenuto tra ieri e l’altro ieri, dove i locali hanno inizialmente tentato di fare scorta di provviste. Scorte un po’ sconclusionate pare, visto che nei market c’è chi si approvvigionava di cibi deperibili come le verdure lasciando pieni gli scaffali del riso, alimento ben più utile e conservabile in caso di guerra. Non c’è al momento alcun problema di approvvigionamenti, neppure riguardo all’acqua per la quale il Qatar è autosufficiente.
  • I principali disagi sono aeroportuali, legati ai biglietti aerei delle compagnie del golfo (spesso più economiche di quelle qatariote) che stanno già effettuando i rimborsi, alla cancellazione dei voli internazionali e alla scarsità di quelli operati da compagnie locali.
  • L’emiro del Kuwait si è proposto come mediatore ed è stato accettato dal Qatar, respinte invece le proposte di mediazione di Erdogan.
  • Non ci sono al momento movimenti militari di una qualche rilevanza. Dalla base americana di Al Udeid, a pochi km da Doha e una delle postazioni US più grandi del Medio Oriente non si è alzato in volo un solo aereo o un solo elicottero, quando grandi movimenti sono stati notati in passato anche soltanto in prossimità della visita di un capo di Stato. Né si registrano pare altri movimenti insoliti in questo senso.
  • Dalla famiglia dell’Emiro Al-Thani trapela convinzione che l’attuale re Saudita Salman non andrà fino in fondo, ben diverso è il discorso se il potere dovesse passare anzitempo al figlio, erede al trono e attuale Ministro della Difesa, Mohammed Bin Salman , verso il quale non c’è alcuna fiducia.

In particolare, gli ultimi due punti potrebbero non comparire sulla stampa ufficiale, ma sono stati raccolti da fonti affidabili e locali, in un certo senso “dirette”, nel senso che hanno potuto riscontrare personalmente quanto riportato.

Aleppo: liberazione o genocidio?

Ieri in un intervento video registrato trasmesso su LA7 durante la puntata di Piazzapulita, la giornalista Rula Jebreal ha denunciato gli eventi di questi giorni ad Aleppo, sui quali si richiedeva in studio l’opinione di Alessandro Di Battista, figura di spicco del M5S, spesso avvicinato a posizioni terzomondiste e considerato tra i più ferrati del suo movimento sui temi di politica estera.
La Jebreal nel suo messaggio accorato e apparentemente umanitario ha espresso diverse affermazioni molto forti rispetto ai fatti di Aleppo:

[clicca qui per vedere il video]

Prendiamo ora in considerazione alcune di queste affermazioni:

  • Il regime di Assad sta compiendo un moderno Olocausto, inclusa la pratica degli stupri e stermini su base etnica.
  • Il regime ha impiegato anche armi chimiche
  • Assad sta compiendo un genocidio e vuole sterminare tutta la popolazione civile di Aleppo

Queste, se espressi in questi termini,  sono semplicemente false. Cerchiamo adesso di affrontarle una per una.

Moderno olocausto su base etnica.

L’accusa di olocausto e stupri etnici ha senso (ammesso che ve ne siano le prove) in una guerra etnica mentre la Guerra Civile Siriana è, tra le altre cose, anche uno scenario di battaglia della nuova guerra fredda, è anche una guerra tra il mondo sciita e quello sunnita radicale, ma non è, ne è mai stata, una guerra etnica, di certo non dal punto di vista delle forze governative.

Nell’esercito del regime, le SAA entrate vittoriose ad Aleppo Est in questi giorni, militano soldati sunniti, bahatisti laici, alawiti (la stesse fede vicina allo sciitismo professata da Assad stesso) e cristiani, mentre ad Aleppo est ci sono prevalentemente formazioni salafite (sunnite radicali). L’altra grande etnia siriana, i curdi, repressa in passato dal regime e frustrata nelle sue aspirazioni autonomiste si è schierata radicalmente contro i salafiti, che del resto combatte eroicamente ai confini del Rojawa sotto forma di ISIS. Oggi i curdi sono in posizione di sostanziale non belligeranza con Damasco, prova ne è la situazione della stessa Aleppo, dove i curdi hanno liberato e poi difeso alcuni quartieri dai “ribelli” tanto cari alla Jebreal, mentre le forze delle SAA col supporto dell’aviazione russa riconquistavano la parte orientale della città. Lo YPG, la principale formazione curdo-siriana, è politicamente schierata a sinistra (come il PKK di cui incarna l’ala siriana), laica, avanzatissima sotto il profilo dei diritti delle donne, ideologicamente orientata verso un socialismo autonomista di stampo anarchico (nel senso più alto e democratico del termine). Perché una forza del genere non s’è schierato coi “ribelli” d’Aleppo, è anzi giunta a una tregua collaborativa col regime pur di combatterli, se questi erano tuttora democratici e moderati come lo furono in parte fino al 2011? Il ragionamento della Jebreal non affronta questo nodo.

Come non affronta il nodo della minoranza cristiana siriana, più volte e senza esitazioni schierata col Governo Siriano contro i salafiti, posizione ribadita per bocca dell’arcivescovo di Aleppo  ancora non più di due mesi fa davanti alla Commissione Affari Esteri del Senato Italiano.

Quale “etnia” si trova dunque ad Aleppo Est che debba temere gli “stupri etnici” e la “pulizia etnica” dei governativi e dei loro alleati? Nessuna.

Ad Aleppo Est ci sono i salafiti/wahabiti, cioè jihadisti molti dei quali provenienti dai paesi confinanti, e la popolazione civile intrappolata. Nella popolazione civile di Aleppo Est troveremo esattamente le stesse etnie che supportano il regime ad Aleppo Ovest, anzi troveremo i parenti di quest’ultimi e degli stessi soldati dell’esercito siriano, come è normale in una città un tempo unita e oggi divisa da un durissimo fronte di guerra. Se ad Aleppo Est non dovessero più esserci alawiti, cristiani maroniti o curdi, dovemmo quindi prendercela con coloro che hanno tenuto in pugno quei quartieri dal 2012, cioè gli stessi salafiti. I mortai dell’esercito e i bombardamenti aerei russi hanno incontestabilmente provocato morte e distruzione anche tra i civili, ma certo non l’hanno fatto e non potevano farlo su “base etnica”.

Tentativi di genocidio in Siria sono invece documentati ai danni di alcune minoranze come gli Yazidi, ma per mano dell’ISIS, non-belligerante e sostanzialmente alleato in chiave anti-Assad coi “ribelli” di Aleppo Est.

Il regime ha impiegato anche armi chimiche.

Quella dell’utilizzo di armi chimiche da parte del regime è semplicemente una bufala, del tutto analoga a quella sventolata da Colin Powel e dall’amministrazione Bush per giustificare l’invasione dell’Iraq. Per un quadro delle accuse iniziate nel 2012 e sempre smentite dalle autorità internazionali che hanno indagato in loco oltre che alle dichiarazioni di ex agenti della CIA come Raymond McGovern, vi rimando a questo articolo:

http://www.lineadiretta24.it/esteri/prove-false-sulle-armi-chimiche-obama-come-bush.html

Al contrario, le stesse organizzazioni internazionali hanno appurato l’uso di gas mostarda e altri agenti chimici da parte dell’ISIS e di altre formazioni salafite. Perfino l’amministrazione Obama, dopo averci provato per anni, ha mollato l’accusa contro il regime sull’uso di armi chimiche. La Jebreal, invece, ancora no.

Lo sterminio della popolazione di Aleppo.

Qui di sicuro la Jebreal non si riferisce ad Aleppo Ovest, sotto il controllo dello Stato Siriano, dove la popolazione è scesa in piazza per festeggiare quella che, dal loro punto di vista, è la liberazione di Aleppo Est ad opera del governo legittimo. Ad Aleppo Ovest si è vissuto fino a pochi giorni fa sotto i cannoneggiamenti e i lanci di razzi dei ribelli dalla parte orientale, ma certo nessun genocidio è in atto ad opera governativa.

Dunque la Jebreal si riferisce ad Aleppo Est, pesantemente bombardata dai russi a partire dall’ottobre 2015 e riconquistata dalle forze di terra negli ultimi giorni. Aleppo Est è distrutta, esistono immagini della città sorvolata da droni ridotta ad un cumulo di macerie, non c’è dubbio. Eppure ad Aleppo Est si combatte ininterrottamente con armi pesanti dal 2012, da quando cioè le milizie salafite vi hanno fatto ingresso prendendo con la forza prima la leadership poi il monopolio della guerra contro Assad. Tra queste ricordiamo: Jabhat Al-Nusra (aka al-Quaeda in Siria), il Fronte Islamico, Ahrar al-Sham, Harakat Noureddin al-Zenki. Quattro anni di guerra, quattro anni di morti e scontri durissimi, si trasformano in genocidio e sterminio totale soltanto oggi, quando grazie a sviluppi relativamente recenti i salafiti vengono sconfitti.

Questo è strano.

E’ strano anche che la popolazione civile rimasta intrappolata debba temere oggi più di ieri la minaccia dei bombardamenti indiscriminati, visto che questi sono cessati nell’area urbana col pieno conseguimento dell’obbiettivo militare. Quindi, necessariamente, i civili rimasti intrappolati (molti sono già fuggiti e spesso verso la parte Ovest) temono l’arrivo via terra delle SAA e dei loro alleati, inclusi gli specialisti russi.

Ma perché i civili sono rimasti intrappolati nella parte orientale? Una parte di essi non ha abbandonato Aleppo Est perché i salafiti hanno sparato sui civili in fuga, quindi perché sono stati letteralmente usati come scudi umani dai ribelli. Questa non è una illazione, non è un videomessaggio apparentemente umanitario, questo è un fatto riconosciuto dall’Alto Commissariato dell’ONU nelle scorse settimane come ha riportato il grande cronista ed esperto di Medio Oriente Robert Fisk sull’Independent, come hanno confermato fonti curde e come avevano già testimoniato diversi civili fuggiti ad Ovest già nei mesi scorsi intervistati dalla BBC (non certo un organo di stampa vicino ad Assad e ai Russi, anzi possiamo dire ferocemente ostile).

Quindi esattamente di chi erano ostaggio i civili di Aleppo Est?

Ma non esistono soltanto i civili “neutrali” esistono anche le famiglie dei jihadisti locali o comunque si vogliano chiamare i “ribelli”. Sono civili anche loro e non meritano di morire ammazzati in un’esecuzione sommaria. Ebbene, tramite la mediazione di Erdogan (il moderato massacratore di curdi e di oppositori interni che ha sempre un filo diretto coi jihadisti, del resto li ha a lungo finanziati…), nei giorni scorsi è stato creato un corridoio per evacuare perfino i ribelli belligeranti, i quali sono saliti ancora con le armi in pugno sugli autobus che li hanno portati a Idlib, capitale della regione a sud di Aleppo tuttora in mano ai Quaedisti e dalla quale partono i jihadisti che attaccano i curdi al confine occidentale con la Turchia.

Dunque quale genocidio, quale sterminio della popolazione e quale olocausto sta denunciando oggi (e non ieri né nei sanguinosi quattro anni precedenti… ) Rula Jebreal?

E’ presto detto: Rula si riferisce alla notizia di 82 civili, inclusi donne e bambini, uccisi in strada all’ingresso dell’esercito siriano quattro giorni fa. Di questo eccidio non esiste una foto, non esiste un filmato, non esiste una conferma proveniente da una organizzazione internazionale che sia presente in loco. La notizia è inoltre non circostanziata, si è saputo fin da subito il numero delle vittime (82, non 80, non quasi 100, proprio 82), ma non l’orario dell’eccidio, la piazza o la via in cui è stato perpetrato, i mezzi usati per uccidere i civili, il battaglione o la brigata che l’ha effettuato. Tutte queste informazioni che non abbiamo sono molto facili da riscontrare per un testimone oculare mentre il numero di morti, esattamente 82, è decisamente più problematico se non si ha il tempo successivo per contare i cadaveri.

La notizia è stata lanciata da Al-Jazeera (emittente del Qatar, stato finanziatore dei salafiti) e ripresa da tutti i media mondiali, commentata con preoccupazione perfino dall’ONU i cui esponenti hanno però ammesso di non poterla verificare direttamente (eh no, non c’è nemmeno l’ONU ad Aleppo Est, strano che una zona tenuta da “ribelli moderati” sia stata per anni così inaccessibile a chiunque). Ma ad oggi questa notizia ha subito infiniti rilanci e nessuna conferma, se si eccettuano i video messaggi di quattro ben noti attivisti, i quali hanno postato su internet (all’unisono) il loro ultimo messaggio da Aleppo Est prima di morire mentre l’esercito siriano faceva il suo ingresso nei quartieri. Gli stessi “attivisti” la sera stessa erano fortunatamente in salvo e rilasciavano interviste sui massacri di Aleppo in prime-time alle maggiori tv occidentali. Attivisti che hanno goduto di una connessione Internet eccellente finché sono rimasti ad Aleppo Est, una zona di guerra dove non c’era elettricità, acqua e viveri.

Attivisti nei cui profili online compare ogni sorta di contiguità coi salafiti, ogni sorta di denuncia contro il regime e nessuna menzione su quanto ho scritto sopra. Attivisti che non hanno detto nulla quando i ribelli sparavano sui civili in fuga, usavano gli ospedali e le scuole come magazzini per le armi e che mai hanno menzionato le esecuzioni sommarie, ben documentate, avvenute contro l’esercito siriano all’ingresso dei salafiti nel 2012.

Esistono inoltre innumerevoli filmati online rilasciati dalle TV siriane, libanesi-sciite e russe, su l’accoglienza tutt’altro che ostile che i civili hanno ricevuto dalle truppe siriane e russe. E’ propaganda anche quella? Certo è possibile, ma almeno ci sono i filmati. Tuttavia se i lunghi servizi in cui i soldati russi sfamano con pasti caldi i civili di Aleppo Est, sono in realtà montature fatte da decine di attori e comparse, è bene che li si denunci e li si smascheri, invece di ignorarli. Sarebbe un bel complotto da parte dei russi, un grande scoop un po’ complottista. E il  complottismo, si sa, è un virus strano, che spesso si impadronisce di coloro che lo denunciano, appena scoprono di aver torto.

In Siria ed in particolare ad Aleppo c’è una crisi umanitaria.

In Royava, al confine libanese, al confine turco e in almeno 16 città siriane si combatte una guerra terribile.

I bombardamenti russi non sono più umanitari né chirurgici nelle modalità di quanto lo siano quelli statunitensi.

Nessuno può escludere, conoscendo la brutalità di Assad e le distruzioni compiute dai suoi nemici, che vi saranno o vi siano in corso rappresaglie, carcerazioni o esecuzioni somarie.

Ma parlare oggi di genocidio, di olocausto e di sterminio totale dei civili, ad opera di una sola parte, quando la battaglia cessa dopo 4 anni di devastazione di Aleppo, è un’altra cosa.

E anche il giornalismo, cara Rula, è un’altra cosa: in assenza di ben altre prove questa è disinformazione o, nel peggiore dei casi,  propaganda.

 


#Appendice-1:
la notizia citata da Rula Jebreal, anche questa priva di prove documentali per ora e discutibile sul piano delle responsabilità, del suicidio di 20 donne per non cadere in mano alle forze governative, viene da alcune interviste rilasciate ai media occidentali da Abdullah Othman, leader del gruppo salafita Fronte del Levante, una formazione perfettamente organica alla jihad siriana, sconfitta più volte a nord di Aleppo dalle SDF curde e alleata con Al-Nusra/Al-Quaeda. Una fonte “imparziale” e “moderata”.

THE BREXIT HORROR PICTURE SHOW

Great-Britain-Flag

Esiste di certo un universo parallelo in cui il Remain ha vinto il referendum per uno 0,1%, la Gran Bretagna è rimasta ormeggiata al continente e le migliori menti della penisola italiana trillano entusiaste a proposito della “saggezza del popolo britannico”, “alla grande prova di democrazia proveniente da UK”, al “voto che sconfigge il populismo” e alla “voglia di Europa contro gli istinti autarchici”, ma quell’universo, che qualcuno vorrebbe migliore, non è questo universo. In questo universo un referendum popolare perfettamente legittimo ha decretato il Brexit senza riguardo per i sentimenti e le aspirazioni delle migliori menti della nostra penisola le quali, leggermente innervosite, si sono abbandonate a dichiarazioni quantomeno sconcertanti e, dice qualcuno, meno democratiche di quel che ci si aspettasse.

Le elenchiamo di seguito a futura memoria, giudicate voi.

#1 Mario Monti, Senatore a vita nominato, ex-premier nominato, membro della trilateral commission e già international advisor di Goldamn Sachs. Si è interrogato su come mai una democrazia  (etimologicamente potere del popolo) debba affidare le decisioni importanti, addirittura al popolo (senza specificare a chi queste invece spetterebbero).

Monti

poi Monti rincara appellandosi ai padri costituenti (dimenticando che la Costituzione tutela anche tutta una serie di diritti sociali che il suo governo ha bellamente ridotto quando non cancellato, ma va beh):

Monti 2

#2 Giorgio Napolitano, ex-Presidente della repubblia. Prescrive il referendum soltanto per quesiti molto semplici, come se giudicare una struttura sovranazionale dopo averla messa alla prova per oltre 20 anni sia uno sforzo intelletuale fuori dalla portata del comune cittadino che ci vive dentro.

napolitano

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#3 Giovanna Melandri, ex-Ministro ai beni culturali, ritwitta il marito: la coppia si domanda se sia giusto che le persone anziane abbiano diritto di voto e non si possano al loro posto arruolare alle urne gli infanti fin dalla culla.

Melandri

(tra l’altro per vietare il voto negli ultimi 18 anni bisognerebbe che la data di morte fosse certa quanto quella di nascita, il che temo ponga problemi insormontabili di attuabilità a meno di sgradevoli pratiche di eutanasia di massa)

#4 Il Professor Alessandro Rosina li prende in parola ed essendo un tecnico propone la strada maestra per implementare un sistema elettorale che impedisca ai vecchi di rompere i coglioni:

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qui i dettagli per cui il peso del voto dovrebbe essere direttamente proporzioanale all’aspettativa di vita (ricorda il “voto plurale” di Stuart Mill, il noto liberale teorizzava in quel caso che i voti dei ricchi contassero per 3):

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#5 Beppe Severgnini, giornalista, scrittore, conduttore televisivo e  opinionista se la prende anche lui con i vecchi che rubano il futuro ai giovani, ma anche coi provincialotti e le classi ignoranti che non comprendono le ragioni disperate della City di Londra e dei suoi broker finanziari cosmopoliti:

Severgnini

Qualcuno ha provato a spiegare loro che i giovani tra 18 e i 24 non sono andati a votare (affluenza del 36% contro l’81% degli over 65) e che si sono rivelati complessivamente la fascia d’età meno europeista visto che il 75% di loro o se ne è rimasto a casa o ha votato Leave, ma tant’è. I numeri sono del resto freddi, mentre la UE è un sogno e una passione dell’anima.

Contro le masse subalterne e ignoranti  si è scagliato anche Giorgio Gori, consulente alla comunicazione di Matteo Renzi, già imprenditore e giornalista, bisognerebbe forse togliere il voto a coloro che han studiato meno in modo che i ceti colti possano guidarli verso un futuro luminoso:

Italcementi, studio per Bergamo 'smart city' del futuro

Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, durante il convegno ‘Verso il futuro. Bergamo 2035, smarter citizens’, promosso dalla Fondazione Italcementi, Bergamo, 30 settembre 2014. ANSA/GIAMPAOLO MAGNI

#6 Francesca Barracciu, ex-sottosegretario ai beni culturali del governo Renzi, evoca il fascismo, un regime che come noto portò l’Italia al disastro, alle leggi razziali e all’orrore della guerra  a suon di referendum e consultazioni popolari:

Barracciu

#7 Sullo stesso tono Roberto Saviano, scrittore, giornalista e militante anti-mafia il quale ci mette  in guardia contro le derive plebiscitarie in democrazia (dalle quali dovrebbero in realtà già tutelarci le carte costituzionali riconoscendo gli inalienabili  diritti alle minoranze), viene il dubbio che in Uk si sia votata l’annessione dell’Irlanda e lo sterminio dei suoi inermi abitanti e non la semplice Brexit:

saviano

#8 Nathani Zevi, giornalista RAI, ci invita da par suo a riflettere sulla vera natura della democrazia, siamo sicuri che le decisioni debbano essere prese a maggioranza?  Non sarebbe meglio che a decidere sia una minoranza con le carte in regola e tutti i timbri? C’è da pensarci.

Nathania Zevi

#9 Gianni Riotta, giornalista e scrittore, va sul macabro e si rammarica che la Cox sia morta per nulla, invece che per una buona causa come si augurava evidentemente lui. Parafrasando, è forse cinico pensare che una così bella e tempestiva occasione per ribaltare gli umori popolari in favore del Remain sia andata sprecata? Forse sì, è cinico e anche un po’ di cattivo gusto.

Riotta cox

Che dire? Perfino chi si augurava un’Europa senza frontiere, fondata sul lavoro, sulla solidarietà tra popoli e sulla cooperazione tra gli Stati, un’Europa autenticamente democratica costruita col consenso delle masse che la compongono, per quanto ageé e ignoranti (ma tuttora le più istruite del mondo), che difendesse innanzitutto le conquiste sociali che ne avevano caratterizzato la crescita post-bellica, prima fra tutte lo Stato Sociale, rischia di sentirsi un po’ spiazzato. Soprattutto quando pochi giorni prima del voto è uno dei padri fondatori nostrani della UE a confessare, en passant, l’incoffessabile:

Senza titolo

Tutti democratici, tutti eredi, chi più chi meno, di quegli ideali di partecipazione e giustizia sociale che la sinistra ha cercato faticosamente per secoli di interpretare. Nessuno di loro si è domandato se mentre le istituzioni europee massacravano la Grecia nel contempo qualche cittadino europeo si stesse a sua volta  chiedendo e se domani toccasse a me?

Forse la verità è che quando l’elite della sinistra italiana ha svenduto gli ideali sociali, in cambio le è stato offerto l’europeismo come ideale fantoccio per sentirsi ancora una volta dalla parte giusta della storia. Chi glielo abbia fornito è facilmente identificabile ed è l’ ex-nemico di sempre, il capitale transanzionale.

Forse la verità è che l’europeismo, patria dei moderati, presenta in realtà connotati ideologici che facilmente scavallano nell’estremismo più miope.

Il loro ego ora non può sopportare che crolli tutto un’altra volta.
Diventa un problema psicologico e identitario (oltre che la minaccia a delle rendite di posizione).
La Brexit è soltanto un passaggio e, a giudicare da quanto sopra, direi che non l’hanno presa bene.
Proprio per niente.

Io non guardo le serie TV (VI)

The Knick è un meraviglioso romanzo positivista, tutta la narrazione innalza un inno alla “ragione”  il dio moderno che nel  finale, proprio come il protagonista in ogni grande romanzo, mostra  il volto sfigurato della propria nemesi.

Il plot di Penny Dreadful non prometteva nulla di buono: una medium, un esploratore, un Lupo Mannaro, il Dottor Frankestein e Dorian Gray tutti insieme a vivere avventure nella Londra vittoriana. Un minestrone già sentito, tra raduni di Avengers e Leghe si straordinari gentiluomini, per non scomodare il cartone cult Superamici (chi li ricorda?), un’accozzaglia da mettere in fuga anche gli appassionati del genere. E invece no…

Il fatto che una serie come The Ridiculous 6 sia stata finanziata, prodotta, esportata e che qualcuno possa trovarla divertente, non fa ben sperare per il futuro del senso dell’umorismo e della comicità tutta su questo pianeta.

The Knick

Il livello, e probabilmente il budget, della terza stagione di Black Sails crescono ancora dopo la partenza in sordina della prima stagione e i netti miglioramenti della seconda, facendone uno dei migliori esempi di serialità per il genere d’avventura.

Sempre in The Knick un neo pacchiano negli ultimi secondi del finale della seconda stagione ne rovina l’accuratezza storica pagando un pegno troppo caro alla ricerca della perfetta cesura letteraria. Inspiegabilmente gli autori, fin lì più attenti, collocano la nascita della psicoanalisi in un ambito come quello della cura delle tossicodipendenze dove ha forse dato meno frutti che altrove, a New York, dal genio di qualcuno che non è Freud né alcuno dei suoi illustri successori europei. Un errore stupido e sciocco che appaga forse l’autoreferenzialità del pubblico americano, ma rompe l’incanto dello spettatore che abbia  anche la minima nozione in merito.

Le prime due stagioni Penny Dreadful sono fantastiche, affascinanti, intense e sufficientemente spaventevoli. Dai costumi alle atmosfere, dai dialoghi all’uso sapiente dei flashback, dalle trovate che svecchiano il genere alla performance collettiva dello splendido cast, tutto funziona come un orologio meccanico opportunamente caricato. Quando infine scocca l’ora del colpo di scena si resta sorpresi dall’efficacia dell’ennesima rielaborazione di cliché tanto familiari, per un’ora scarsa il paranormale e il magico ci paiono presenti e plausibili, torna la letteratura dell’infanzia, seppure un po’ rimescolata, e con essa la partecipazione e il divertimento più autentici .

Penny Dreadful

Nella terza stagione di Black Sails perfino Luke Arnold, nei panni di John Silver, abbandona definitivamente le smorfie farsesche e la piatta inespressività della prima stagione, sfoderando un’interpretazione intensa che non sfigura più davanti al talento di Toby Stephens, il capitano Flint. E’ sempre bello osservare la crescita di un attore e il modo in cui l’opera se ne giova nel suo insieme.

Difficile andare oltre la prima puntata di Sense 8 o Leftovers, la bulimia del pubblico occidentale verso la serialità televisiva conduce ad aumentare l’offerta a dismisura esplorando plot improbabili, complessi e dagli esiti labirintici e prevedibilmente improduttivi. Per affrontare la seconda puntata servono motivazioni e uno sforzo sulla fiducia che, al momento, non trovano ragion d’essere. Ci si ferma al primo assaggio.

The Knick è una serie d’autore, consigliatissima, che conclude il proprio arco narrativo e non necessita di una terza stagione. Speriamo non prevalgano altre logiche.

La strana bomba di Manchester.

Paura allo stadio.
Domenica 15 maggio lo Stadio Old Trafford di Manchester è stato evacuato 20 minuti prima della partita tra Manchester United e Bournemouth e prevista per 14GMT, a causa di un allarme bomba. L’ordigno è stato effettivamente trovato dai cani anti-esplosivo della polizia di Machester (GMP) nel bagno dello stadio, si trattava di una bomba finta, non in grado di fare danni reali ma a detta della polizia “estremamente realistica”, costruita in tutto e per tutto come una vera “pipe-bomb” artigianale. Per circa 5 ore si è cercato di capire come e chi avesse lasciato lì l’esplosivo. In serata è stata la stessa polizia di Manchester a spiegare che l’ordigno era stato lasciato lì durante un’esercitazione antiterrorismo avvenuta qualche giorno prima. La polizia ha declinato la responsabilità dell’errore, sostenendo che l’errore è attribuibile ad una società privata responsabile dell’esercitazione.

Effettivamente una grossa esercitazione si era tenuta a Manchester il 10 Maggio, nel distretto di Trafford, aveva coinvolto 800 tra attori e volontari, e vedeva la collaborazione congiunta della polizia (GMP), dei vigili del fuoco e degli operatori ospedalieri locali.  Quelle che seguono sono le immagine del training inclusa l’esplosione di una finta-bomba che ipotizziamo molto simile a quella trovata nei bagni dello Stadio:

Il filmato e l’esercitazione erano disponibili su Internet dal giorno stesso ed avevano ricevuto una grossa attenzione mediatica a causa delle proteste delle associazioni mussulmane inglesi indignate perché l’attore che interpretava il terrorista suicida aveva nel copione come unica battuta “Allah Akhbar”, l’accostamento era stato giudicato superfluo, blasfemo e offensivo, tanto che la polizia di Manchester si era subito scusata per l’accaduto.

L’incidente, increscioso di suo per le conseguenze del falso allarme, 50k tifosi evacuati, presenta però alcune ulteriori anomalie.

Anomalia #1 – L’esercitazione documentata non era allo stadio.

E’ facile reperire sul web articoli e immagini sull’esercitazione del 10 Maggio, sia dovute alle proteste delle associazioni islamiche sia per semplici articoli collegati al realismo e all’utilità di queste esercitazioni impostate come veri e propri giochi di ruolo. Non esistono tracce in rete, o almeno non ne abbiamo trovate, di esercitazioni allo stadio Old Trafford, dove il finto-ordigno è stato di fatto rinvenuto. L’esercitazione documentata si è infatti svolta al Trafford Center, un centro commerciale che a dispetto del nome dista 5,5Km, circa 10 minuti in auto senza traffico e oltre 25 minuti a piedi dallo stadio:

Old Trafford

Quindi se si trattava della stessa esercitazione questa si svolgeva in due luoghi distinti, molto lontani tra loro per una logistica complessa di 800 figuranti, uno dei quali (appunto lo stadio) non è mai stato menzionato  prima del ritrovamento dell’ordigno di domenica.

Anomalia #2 – Il ruolo della polizia locale (Greater Manchester Police, GMP).

Mentre la polizia locale è stata pienamente coinvolta nell’esercitazione del Trafford Centre, come documentano le immagini e gli articoli collegati, le autorità sono sembrate inspiegabilmente “smarrite” rispetto alla bomba allo stadio. Per quasi 5 ore nessun collegamento con eventuali esercitazioni è stato ipotizzato, il che è strano se la polizia stessa fosse stata coinvolta in quello stesso luogo solo pochi giorni prima. Durante le prime ore la polizia si è anzi detta stupita per l’incredibile realismo dell’ordigno, come se non avessero mai visto (o comunque non si aspettassero di trovare lì) nulla del genere. La polizia ha infatti declinato ogni responsabilità per l’ordigno abbandonato, indicando una società privata come autrice unica dell’errore. Il club calcistico Manchester United ha ugualmente scaricato ogni responsabilità specificando in una nota dell’addetto stampa che la società privata in questione  “Non è la stessa società cui ci rivolgiamo per garantire la sicurezza dello stadio” e ha aggiunto “chiaramente la Polizia non ha alcuna responsabilità nell’errore”. Da queste dichiarazioni incrociate sembra emergere che questa fantomatica società privata, mai nominata nelle prime ore, abbia potuto muoversi dentro lo stadio, conducendo esercitazioni, maneggiando esplosivi depotenziati e lasciandoli poi lì, senza che né la polizia locale né il club calcistico che gestisce lo stadio abbiano potuto avere voce in capitolo.

Anomalia #3 – La  società privata.

La società privata autrice dello sventurato incidente si è rivelata essere la Security Search Management & Solutions, il cui proprietario Chris Reid è un ex-consulente anti-terrorismo già legato alla G4S, un nome sconosciuto ai più ma un vero e proprio gigante economico e… militare. La G4S vanta infatti diversi record essendo contemporaneamente la più grande agenzia di sicurezza del mondo, il secondo maggior datore di lavoro al mondo dopo Wall-Mart  con oltre 620000 dipendenti e, per conseguenza, il più grande esercito privato di contractors al mondo.  La GS4 è impegnata in Iraq con compiti di scorta dei convogli non militari almeno dal 2008, da quando ha cioè acquisito la ArmorGroup (9000 dipendenti), ed è nota per i suoi stretti rapporti coi Signori della Guerra  afghani.  La G4S è implicata in una vasta lista di accuse in giro per il mondo, incluso l’uso della tortura nella gestione delle prigioni sudafricane. La GS4 ha anche gestito la sicurezza durante le olimpiadi di Londra nel 2012, al tempo in cui ci lavorava Reid, tra l’altro fallendo e costringendo il governo britannico a schierare l’esercito pur di ottenere il livello di presidio del territorio atteso. Reid, a parte definire l’incidente sfortunato, non ha voluto rilasciare dichiarazioni in attesa di parlare col Manchester United.

La minaccia era reale?

Lo sfortunato incidente si colloca in una settimana molto calda per gli allarmi anti-terrorismo in UK in generale e a Manchester in particolare.  Ad esempio, avevano con sé foto di Londra (oltre che di alcuni siti storici italiani) i presunti quaedisti afghani arrestati  il 10 Maggio a Bari, e proprio domenica pomeriggio un volo Ryan Air da Oslo a Manchester è stato cancellato a causa di un altro allarme bomba, con la polizia norvegese  che aveva posto in stato di fermo due cittadini dello Sri-Lanka per poi scoprire anche in questo caso un falso allarme. Sempre la settimana tra il 10 e il 15 maggio l’MI5, il servizio segreto britannico, aveva elevato l’allerta anti-terrorismo per eventuali attacchi dell’IRA dall’Irlanda del Nord, dal livello 2-Moderate al livello 3-Substancial, quello in cui: “an attack is a strong possibility“.

Ognuna delle anomalie menzionate può essere spiegata con coincidenze ed errori, ne teniamo conto in attesa di maggiori informazioni e report ufficiali. Allo stesso modo teniamo conto, per un vezzo statistico, di come negli ultimi 16 anni grandi esercitazioni anti-terrorismo abbiano mostrato una forse casuale ma di certo  inquietante capacità predittiva nei confronti di eventi terroristici poi realmente accaduti. C’erano state esercitazioni del genere nei paraggi territoriali e nei giorni più prossimi (qualche volta addirittura in contemporanea), su obbiettivi simili o identici a quelli poi effettivamente colpiti subito prima (tra gli altri) degli attentati di New York 9/11, Londra 2002, Boston 2012, Parigi 2015 e Bruxelles 2016.

Turchia-Russia: ricompaiono i Lupi Grigi

Avevamo raccontato già a settembre come la situazione in Siria stesse creando una polveriera perfettamente adatta a favorire “incidenti” che potessero rapidamente condurre a un’escalation mentre, in novembre, avevamo analizzato come la “guerra all’ISIS” sbandierata dopo gli attacchi di Parigi rischiasse di coinvolgere i Paesi europei in un gioco ben più ampio dove gli schieramenti non erano affatto Stato Islamico contro tutti, ma NATO contro Russia e i suoi alleati, col Califfato usato come elemento di destabilizzazione in una complessa e sporchissima guerra per procura.

I fatti

Coerentemente con lo schema descritto questa settimana, un caccia turco (NATO) ha abbattuto un caccia russo sul confine siriano a causa di un possibile sconfinamento nello spazio aereo turco. Questi i fatti accertati: uno dei piloti del SU-24 russo si è gettato col paracadute mente il suo aereo precipitava nel nord ovest della Siria per essere freddato da una raffica sparata dai ribelli turcomanni, un crimine di guerra, mentre un secondo pilota riusciva a salvarsi e a raggiungere le linee amiche. Un altro militare russo alla guida di un elicottero CSAR (unità di recupero) è stato ucciso sempre in territorio siriano mentre cercava di soccorrere i piloti abbattuti. L’elicottero militare è stato colpito da un cannone anticarro TOW di fabbricazione statunitense in mano anch’esso dei ribelli turcomanni, protetti dalla Turchia e in guerra contro Assad.

Le due versioni
Secondo la versione turca, il cui ministro degli esteri non si è scusato avendo la Turchia agito a suo dire nel pieno diritto, il SU-24 russo avrebbe ricevuto una decina di avvertimenti prima dell’abbattimento (a questo proposito è stato rilasciato anche un nastro), l’ordine di colpirlo sarebbe arrivato direttamente dal premier Davutoğlu e lo sconfinamento sarebbe comunque durato pochi secondi. La versione russa nega lo sconfinamento, il pilota russo nega di aver ricevuto alcun avvertimento e il ministro russo Lavrov ha parlato apertamente di atto premeditato, un’imboscata. Fonti russe hanno anche fatto notare come un eventuale sconfinamento di poche miglia non dovrebbe comportare un abbattimento tra due Paesi amici impegnati nella stessa campagna antiterrorismo, portando l’esempio delle centinaia di sconfinamenti annuali dei caccia turchi nello spazio aereo greco, di cui il governo di Atene (NATO) si lamenta, inascoltato, da anni. Putin ha apertamente accusato la Turchia di combattere al fianco dell’ISIS, stessa accusa già lanciata la settimana precedente al G20, al tempo senza far nomi, ma indicando chiaramente Ryad e Ankara come mandanti e finanziatori del Califfato.

L’ipotesi dell’imboscata, i Lupi grigi e i ribelli turcomanni
Premesso che lo sconfinamento, seppur breve, può di certo essere avvenuto, va ricordato che i caccia russi sono gli unici che, secondo il diritto internazionale, volano sul cielo siriano legalmente in quanto invitati dal governo in carica, al contrario non agiscono nella legalità quelli USA, inglesi, francesi e turchi (che a loro volta sconfinano in Siria). L’ammissione da parte di Ankara che lo sconfinamento sia stato brevissimo stride con la ricostruzione secondo cui l’ordine sarebbe risalito dal caccia intercettore turco per tutta la catena di comando fino al Presidente del Consiglio, il cui assenso sarebbe tornato indietro fino al pilota pronto a sparare, il tutto in un tempo così breve, all’interno del quale andrebbero anche conteggiati i numerosi avvertimenti inviati al SU-24. Più probabile, vista la dinamica raccontata, che il pilota avesse già l’ordine approvato ai più alti livelli di tirar giù qualunque caccia russo si fosse avvicinato in quei giorni al confine con la Siria. A supportare questa ipotesi è emerso un video in cui i ribelli turcomanni vengono intervistati da CNN e da FOX poco dopo l’abbattimento: a parlare davanti ai microfoni sembrerebbe essere Alpaslan Celik, cittadino turco, figlio di un ex-maggiore dell’esercito di Ankara e vicino al partito turco MHP, braccio politico del gruppo terrorista di estrema destra nazionalista Lupi Grigi, nelle cui file militava Alì Agca, attentatore che sparò a Giovanni Paolo Secondo nel 1981. C’erano dunque turchi su entrambi i lati del confine, i primi pronti a sparare e secondi a giustiziare piloti e soccorritori.

Reazioni
Di nuovo coerenti col quadro di uno scontro tra NATO e Russia più che con quello di una guerra comune contro l’ISIS, sono le reazioni internazionali seguite all’abbattimento. Obama (NATO) ha espresso solidarietà a Erdogan ribadendo il diritto della Turchia di proteggere il proprio spazio aereo, l’UE ha deciso di proseguire nella prossima tappa d’ingresso di Ankara in Europa mentre gli altri leader della NATO hanno per lo più taciuto (addirittura tombale il premier Renzi), inoltre le sanzioni contro la Russia restano in vigore e si minaccia da più parti di inasprirle. Al contempo la Russia ha portato in Siria i sistemi missilistici S-400, sistemi sofisticati in grado di abbattere qualunque aereo da guerra, anche di ultima generazione, in un raggio di oltre 200KM intorno alla propria base di Latakia sulla costa nord della Siria, e ha portato di stanza negli stessi mari la propria nave ammiraglia, l’incrociatore missilistico Moskva. Il Cremlino ha inoltre intensificato i bombardamenti sui ribelli turcomanni nei quali, pare, sia rimasto ucciso il generale Rashid Bagdash, leader dei ribelli nell’area dell’abbattimento.

Conseguenze
Campane a morto per il gasdotto Turkish Stream, la costruzione del quale avrebbe dovuto sostituire il South-stream, progetto abbandonato in seguito alle tensioni dello scorso anno. A rischio anche le altre numerose cooperazioni economiche tra Turchia e Russia, incluso l’enorme afflusso annuale di turisti russi verso il Bosforo e l’Anatolia, oltre alle forniture di gas russo che coprono attualmente oltre il 50% del fabbisogno di Ankara.
Il gas verso i paesi mediterranei (inclusa l’Italia) continua e continuerà a passare prevalentemente per il gasdotto ucraino, dove Kiev ha smesso di pagare e, avendo i russi tagliato le forniture, gli ucraini saranno costretti a rubarlo (come già avvenuto in passato) per non gelare quest’inverno. La stessa Kiev a seguito della vicenda dell’abbattimento ha chiuso lo spazio aereo ai voli russi, anche civili, e, se è vero quanto denunciato dalle autorità della Repubblica di Doenetsk, ha riaperto questa settimana le ostilità in alcuni punti del fronte orientale. In un rapido precipitare degli eventi, quasi di concerto, si moltiplicano i fronti per la Russia di Putin, proprio quando dopo gli attentati di Parigi (quasi) tutti gli osservatori  si aspettavano finalmente l’avvento di una coalizione più ampia in grado di sferrare un’azione decisa, vasta e concertata contro il feudo del “califfo” Al-Baghdadi.

È la guerra all’ISIS, bellezza.

erdogan scalinata

D’accordo, andiamo in guerra contro l’ISIS

Accettiamo questa ipotesi e prepariamoci a trarre da essa le logiche conseguenze, la prima cosa da fare è capire chi è il nemico, dove è nato, quali sono i suoi nemici, quali i suoi alleati e chi lo finanzia. Un tentacolo del mostro raggiunge Parigi, per ben due volte, questo ci ferisce e un altro tentacolo temiamo un giorno possa giungere fino a noi. Bene, studiamo la piovra laddove giace la sua testa: in Medio Oriente.

isiswar

Dove nasce e come avanza lo Stato Islamico in Medio Oriente.

L’IS, Stato Islamico o Daesh, il Califfato di Al-Baghdadi, già ISIL e ISIS, nasce nel nord dell’Iraq da una costola di Al-Qaueda e si estende rapidamente fino tutto l’est della Siria, dove avviene una fusione parziale con Al-Nusra, Al-Quaeda in Siria. L’Iraq è un paese conquistato nel 2003 e occupato per dieci anni dagli Stati Uniti, paese a maggioranza sciita e con forte presenza di Al-Quaeda (sunnita) al nord. In questi dieci anni gli Stati Uniti hanno addestrato l’esercito, costruito basi e mantenuto i propri soldati, quindi si può assumere che vi fosse una forte presenza dell’intelligence US e un certo livello di controllo e presenza nel territorio. Al momento dell’arrivo dello Stato Islamico in Siria si combatteva una guerra civile con da una parte Assad e dall’altra l’ELS, Esercito di Liberazione Siriano finanziato e supportato per loro stessa ammissione dagli Stati Uniti, la nota Al-Nusra e una costellazione di altre milizie islamiste quali Ahrar al Sham, che ad esempio si prefigge di applicare la Sharia in Siria.  Tutti costoro, Stato Islamico e Al-Quaeda inclusi sono stati considerati pubblicamente dagli Stati Uniti preferibili o comunque a meno pericolosi di Assad, un dittatore che a oggi non ha mai scatenato una guerra e la cui eliminazione è stata posta come precondizione a ogni futura stabilizzazione della Siria. La guerra civile era nata dal tentativo di Assad di reprimere una Primavera, ordita dai democratici di cui sopra e finanziata, sostenuta e pubblicamente elogiata anch’essa, tra gli altri, dagli USA. Lo Stato Islamico in Medio Oriente è presente anche in Yemen dove combatte le milizie sciite.

Chi sono i nemici dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Tra di essi c’è naturalmente la fazione di Assad (alawita, sciita), Hezbollah (sciita) che combatte efficacemente l’IS al confine col Libano, l’Iran (sciita) che supporta Assad e Hezbollah (sciita) oltre alle milizie (sciite) yemenite. Tra i nemici dell’IS compaiono anche i curdi in Iraq e in Siria e Iraq, in particolare l’YPG. Fa discorso a parte il governo iracheno (che non ha escluso di chiedere aiuto alla Russia) il cui Primo Ministro è dal 2014 Haydar al-‘Abadi, sciita, importato tra le élite del paese dagli USA dopo la caduta di Saddam, ma che si era distinto già da ministro per le posizioni critiche verso il governatore Bremen e la ferma opposizione ai programmi di privatizzazione delle imprese nazionali irachene imposte dagli USA.   E desta comunque sconcerto come un esercito regolare come quello iracheno, dotato di armi statunitensi, dotato di aviazione, addestrato dagli occidentali per un decennio si sia fatto occupare gran parte del paese da trentamila miliziani armati di mitra e jeep, e senza mai più riuscire a riconquistare terreno.

Assad e il governo iraniano, sciiti, sono alleati e amici della Russia. Tutti i nemici dello Stato Islamico sono nemici degli Stati Uniti o di uno dei loro alleati nell’area (Israele-Hezbollah, Turchia-YPG).

Chi sono gli amici (e i neutrali) dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Gli amici sono innanzitutto i ribelli siriani al fianco dei quali, seppur non manchino scontri e dispute, combattono contro l’esercito di Assad.   L’Arabia Saudita e il Qatar coi quali condivide il programma politico wahabita della Sharia come legge fondamentale dello Stato e contro i quali lo Stato Islamico non ha mai mosso un dito. Dall’ Arabia Saudita e dal Qatar proviene come è noto il grosso dei finanziamenti privati allo Stato Islamico, delle forniture di armi e perfino dei tweet di sostegno inneggianti all’ISIS. Giusto a Ottobre un appartenente alla famiglia reale Al-Saud (Abdel Mohsen bin Ualid bin Abdulaziz al Saud) è stato arrestato in Libano perché il suo jet privato trasportava due tonnellate di Captagon, 15 milioni di pillole, un’anfetamina utilizzata massicciamente dallo Stato Islamico per infondere coraggio e furore ai mujaheddin. L’Arabia Saudita e l’IS combattono inoltre sullo stesso fronte in Yemen. Ambiguo alleato dell’IS è il governo turco, in guerra con i curdi e accusato più volte da questi di appoggiare il Califfato. Dalla Turchia, membro della NATO, provengono altri ingenti finanziamenti per i fondamentalisti e l’alleanza de facto tra Ankara e Daesh è stata denunciata tra gli altri dalla stampa turca, dalla chiesa ortodossa siriana e perfino dai fuoriusciti dello Stato Islamico. A parte il ruggito del leone volante Abdallah II, smorzatosi in fretta, la Giordania non può essere considerata un nemico impegnato in una guerra senza quartiere all’ISIS, quanto piuttosto un vicino di casa preoccupato. Lo stesso comportamento dello Stato Islamico verso la Giordania asseconda questa interpretazione, tanto che non ha mai tentato di violare il suolo giordano pur confinandovi. Israele è nominalmente un nemico naturale dello Stato Islamico, ma per osservare i fatti e restando al presente conflitto, a parte le minacce, possiamo considerarli militarmente neutrali. Non si segnalano a oggi attacchi diretti dell’IS verso Israele, né Israele si è spinta oltre un rafforzamento della presenza sul Golan, ed è coerente con questa analisi come davanti ad una tale minaccia alle porte di Tel Aviv il governo di Netanyau abbia mantenuto inalterate le proprie priorità standard in politica estera: Hamas, l’Iran e Assad.

Nessuno degli alleati, ambigui o meno, e nessuno dei paesi militarmente neutrali verso l’ISIS è sciita e tutti sono amici e alleati degli Stato Uniti.

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Conclusioni.
A questo punto esistono due possibili tesi sul ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati mediorientali in tutto questo.

Interpretazione I

La prima tesi è quella di una guerra mondiale, momentaneamente fredda, ma non a bassa intensità, tra gli Stati Uniti, i quali cercano di coinvolgere i propri alleati occidentali, e la Russia, che cerca di aiutare i propri alleati già coinvolti. La tesi copre dal Donbass, al Medio Oriente e, se è corretta, potrebbe un giorno estendersi al Venezuela, al Caucaso, all’Iran, alla Transnistria. In questa ipotesi il Medio Oriente è soltanto uno degli teatri, cruciale per le risorse e il loro transito, dove la rivalità tra sunniti e sciiti, culturale, religiosa e soprattutto geopolitica, descrive storicamente gli schieramenti locali in modo piuttosto nitido. Secondo questa tesi lo Stato Islamico è un utile strumento di questa guerra per procura, come lo furono gli afghani in chiave anti-sovietica, Saddam in chiave anti-iraniana, la presunta opposizione democratica libica, di cui non s’è mai vista traccia, in chiave anti-Gheddafi, e le milizie naziste del battaglione Azov in Ucraina.

Se vi convince questa seconda interpretazione, prima di appoggiare la guerra contro lo Stato Islamico dovremmo essere  sicuri di non porre il piede in una guerra globale da combattersi contro, tra gli altri, la Russia. Da questa roba qui, se amiamo i nostri figli e auspichiamo una pace stabile in cui possano crescere, noi italiani (e possibilmente noi europei) dovremmo assolutamente starne fuori.

Interpretazione II

L’altra interpretazione dipienge la prima potenza mondiale come una specie di idealista imbecille col grilletto facile che, nel tentativo di eliminare sanguinari dittatori e pericolosi terroristi, dagli anni ottanta (ma in realtà da molto prima) crea puntualmente disastri peggiori di quelli che andava a sanare, covando ogni volta in seno le serpi che immancabilmente sgozzeranno i suoi cittadini vent’anni dopo (e sgozzeranno noi europei). Questo bambinone sciocco, tanto potente quanto irruento, nel combinare i suoi pasticci si lascia dietro milioni di morti e un elenco interminabile di destabilizzazioni e guerre civili. Nella favola di Rambo-Pinocchio, un po’ per convenienza e un po’ per ingenuità il nostro eroe non si accorge che il gatto e la volpe, turco-saudita, lo manipolano per i propri scopi. Questo tipo di interpretazioni andrebbero lasciate a intellettuali della caratura di Severgnini, ma per quanto poco probabili e calzanti, sono da considerarsi comunque legittime e chi vuol crederci merita rispetto.

Se dunque vi persuade  la favola di Rambo-Pinocchio e avete buon senso, dovreste comunque temere con orrore l’idea di essere coinvolti nella prossima avventura del nostro alleato americano. Se, valutato anche questo, volete comunque appoggiare l’entrata in guerra contro lo Stato Islamico al fianco degli Stati Uniti, allora auguri. Come pare recitasse un proverbio Navajo: non puoi svegliare chi finge di dormire.

Morte di Pier Paolo Pasolini

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Il ristorante al Biondo Tevere è proprio sotto casa mia ma non ci sono mai andato. Pasolini ne era un cliente assiduo, spesso sedeva da solo e osservava gli altri avventori, leggeva o prendeva appunti. Certe sere invece si presentava con Moravia, Elsa Morante, altri scrittori o registi, oppure pagava la cena a intere tavolate formate da ragazzi di strada, gruppi di amici, l’intero cast di un film. Al ristorante lo conoscevano da anni, da quando veniva in Lambretta e si era appena trasferito con la madre da Casarsa, in Friuli. Si erano stabiliti in affitto a Cinecittà, lui non aveva nemmeno trent’anni, per sbarcare il lunario correggeva bozze, pubblicava qualche articolo, cercava comparsate al cinema e offriva lezioni private senza trovare allievi. Era il 1950 e nei venticinque anni successivi la sua opera si affermerà nella poesia, nella letteratura, nel cinema, nella cultura, scriverà inoltre critiche, articoli, opere teatrali, sceneggiature e canzoni, gireràdiversi documentari. La sera del 1 Novembre 1975, l’ultima, Pasolini torna nello stesso ristorante, è sabato, sono le undici e la cucina ha già chiuso. E’ accompagnato daun ragazzo magro e riccioluto rimasto a stomaco vuoto, per cortesia verso il regista il cuoco riaccende i fornelli e gli prepara un piatto di spaghetti.   Quella settimana Pasolini si era recato prima a Stoccolma con Ninetto Davoli, poi in Francia dove a Parigi il 31 ottobre aveva rilasciato la sua ultima intervista rispondendo a lungo su Salò e le 100 giornate di Sodoma. Il film sta per uscire, la lunga lavorazione e le indiscrezioni sulle scene di sesso, sadismo e violenza, hanno reso la pellicola misteriosa agli occhi dei francesi. Anni dopo Sergio Citti dirà che le pizze del film erano state rubate la settimana precedente, dirà anche che quella notte Pasolini aveva un appuntamento ad Acilia dove sperava di riscattare le pellicole dai ladri per trovare invece i suoi assassini,  che soltanto in un secondo momento lo trasportarono esanime all’idroscalo. Pochi i riscontri specifici su questa versione, forse soltanto una leggenda. A Parigi in quella sera di fine ottobre il film desta interesse, Pasolini ribadisce l’abiura della Trilogia della Vita, i suoi ultimi tre film sono un’ode al sesso, alla sensualità e all’estetica dei corpi, Salò è il gesto artistico che li rinnega e richiama la trasformazione dei giovani italiani di cui Pasolini denunciava ormai la deriva violenta e criminaloide che il nuovo potere consumistico stava causando. Pino Pelosi, detto La Rana, è uno di quei giovani, ha soltanto 17 anni, dopo cena lui e Pasolini vanno con l’Alfa GT fino all’idroscalo di Ostia. Ho abitato nei paraggi, correvo la sera in una spiaggia non distante, sapevo dove era il luogo in cui avvenne l’omicidio e il monumento che gli hanno dedicato, eppure non sono mai andato nemmeno lì. Non sono incline ai pellegrinaggi e commemoro gli scrittori leggendone le opere. All’idroscalo i due si appartano, hanno un approccio, poi il ragazzo si tira indietro, Pasolini va su tutte le furie e lo colpisce. Pino la Rana si difende, ha la meglio, scappa con l’auto e forse, mentre se ne va, passa sul corpo del poeta uccidendolo. La racconta così Pino a un compagno di cella nel carcere minorile di Casal Dei Marmi, dove l’hanno portato perché guidava l’Alfa GT senza patente. La storia però non funziona e lascia dubbi a tutti: Pino è alto appena 1.67m e pesa 59Kg, Pasolini è un uomo considerato forte, atletico, in vita sua ha fatto spesso a cazzotti. E poi nel bagagliaio dell’auto c’è roba d’altri, i particolari della colluttazione non tornano,la scena del crimine è abbandonata ase stessa e subito inquinata, c’è poco sangue su Pelosi e tropposul corpo massacrato di Pasolini. I legali d’ufficio lo dichiarano innocente e vengono subito sostituiti da Mangia, difensore dei mostri del Circeo,  e con lui il perito Semeraro, ordinovista implicato con la Banda della Magliana. Antonio Pinna, un altro vicino alla Banda, la mattina dopo gira per Monteverde cercando un carrozziere che gli ripari un’auto ammaccata e sporca di sangue, lo trova e qualche tempo dopo sparisce nel nulla. Pelosi nel 2005 dichiarerà che erano in cinque con lui, tra di essi i fratelli Borsellino, due criminali confluiti nell’estrema destra. Facevano un favore a qualcuno viene da pensare, perché il processo al potere che Pasolini aveva lanciato dalle pagine dei giornali, parlando apertamente di stragi, era oltre il consentito. Oppure era Petrolio, il romanzo indagine che Pasolini stava scrivendo sul ruolo di Cefis e dell’ENI nelle stragi, compreso l’omicidio Mattei, a non dover essere terminato e pubblicato. Ne verrà rubato un intero capitolo, Lampi sull’ENI. Erano le ultime parole di una voce sublime e morbosa, sensibile e tagliente, la cui scomparsa stiamo ancora pagando caro.

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Io non guardo le serie TV (IV)

Dopo aver interrotto la visione di Empire al primo accenno di pseudo-musical, si può ripiegare senza rimpianti su Power. Altrettanto afro, altrettanto crime ma, con minor pretese, si rivela decisamente migliore. In Power sopravvivono tutti i cliché delle serie popolari, cinque minuti di soft porno ad episodio e antagonista esageratamente cattivo inclusi (Kenan, il rappper e produttore 50cent), ma la trama è curata, alcuni personaggi azzeccati (Tommy su tutti) e complessivamente quello del boss (Ghost) che vuole uscire dal giro senza riuscirci, Carlito Brigante docet, è un  plot che tira ancora. Il livello discreto della serie si mantiene inalterato fino alla seconda stagione.

Wyward Pines conclude in un crescendo di ritmo, smontando un po’ le belle atmosfere delle prime puntate ma confermandosi un prodotto discreto.

I primi dieci minuti di Texas Rising sono sufficienti ad abbandonarne la visione. Per sempre.

Il  plot della mancata redenzione del Boss è talmente vivo, e abusato, che vi fa ricorso anche Pizzolato nella seconda stagione di True Detective. Il personaggio di Frank, di cui Vince Vaughn ci restituisce un’interpretazione fastidiosamente statica, è piatto, si rivela inaspettatamente meglio Farrell nei panni di Ray, il poliziotto nevrotico e tossicodipendente.   In generale, la seconda stagione non vale neppure un’unghia della prima. In assenza di idee e di una sceneggiatura anche lontanamente paragonabile, Pizzolato aumenta il numero dei protagonisti e, più che l’interesse,  crescono noia e confusione.

Con Texas Rising il genere western torna indietro di 50 anni, al confronto i film razzisti di John Wayne rendevano giustizia ai popoli pellirossa.  Gli indiani, tornano ad essere bruti, barbari, subumani, interpretati da caucasici ma truccati e imparruccati. Nel 2015 Sky potrebbe risparmiarsi di importare in Italia questa propaganda nazional-popolare buona per  nazionalisti texani ignoranti.

Mi dicono che la critica abbia massacrato Marco Polo, sconsigliamo di leggere le critiche prima  della visione, noi non lo abbiamo fatto e la serie ci piace. Scenografie e fotografia fantastiche, ritmi compassati adatti all’ambientazione dell’Asia medievale, personaggi italiani interpretati da attori italiani, splendide scene d’azione più simili alla Tigre e il Dragone che a un kung-fu movie holliwoodiano. Vi pare poco?

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Oltre a molte buone cose, Power, ci regala anche un doppiaggio discutibile in cui le volgarità dello slang newyorkese vengono sostituite da quelle del romanesco di strada. Ecco dunque che i protagonisti del crime multietnico cominciano a sformare perle come “Sto cazzo!”, “Adesso me lo inculo io”, “Sono stato al gabbio”. L’effetto è quantomeno spiazzante.

Va bene, Marco Polo è ampiamente romanzato, c’è  un maestro di kung-fu ispirato direttamente alla figura di Sirio il Dragone ma, tra qualche caduta, la sceneggiatura raggiunge anche picchi di grande bellezza e l’affresco complessivo è ricco  di personaggi imponenti e ben disegnati. Uno su tutti il bravissimo  Benedict Wong nel ruolo di Kublai Khan.

Texas Rising è terribile anche dal punto di vista tecnico: i costumi sembrano presi al mercatino di carnevale e la fotografia accecante sembra affidata a Biascica e Duccio di Boris. Aprituttoooo!

Io non guardo le serie TV (III)

Uscito sul numero di Luglio 2015 per il mensile AMORROMAMAG

Dopo cinque anni di forsennato inseguimento la versione televisiva del Trono di Spade, dopo essersene a lungo distanziata, supera la versione cartacea, narrando eventi non ancora descritti nell’ultimo libro di George Martin “A dance with dragon”.  E’ accaduto così che i lettori che avevano anticipato gli accadimenti del colossal fantasy ai telespettatori,  si siano trovati a non poter perdere  le ultime puntate per scoprire cosa accade dopo. Chi di spoiler  ferisce, di spoiler perisce.

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Il ribaltamento di prospettiva che avviene tra la quinta e la sesta puntata di Wayward Pines  è degno della miglior Sci-FI e tiene viva l’attenzione verso un’ambientazione che rischiava di diventare asfittica, ora si attende il finale sperando si riveli all’altezza. Pop-Corn.

Malgrado il budget a occhio e croce piuttosto alto e il cast importante, a cominciare dal protagonista Terrence Howard, Empire fin dalla prima puntata lascia piuttosto perplessi. Non si fa in tempo a  introdurre i personaggi  a tempo d’Hip Hop che la formula già stride: una commistione tra Musical e Crime, in cui il registro patinato dell’uno sembra depotenziare la necessaria verosimiglianza dell’altro. Qualcuno aveva parlato di una saga che ricorda Il Padrino. Bah.

L’ultima disperata puntata di  The Knick conclude la parabola della straordinaria serie girata da Soderbergh. Coraggiosa, ben recitata e meglio girata, complessa  e stupefacente anche nella qualità della ricostruzione storica. Capolavoro per stomaci forti.

Il nuovo doppiatore di Tyrion Lannister impiega dieci puntate per farsi accettare alle orecchie del telespettatore, eppure alla fine fa rimpiangere un poco il suo predecessore. Un personaggio così piccolo eppure così carismatico, meritava una voce più rotonda e vivace. Il doppiaggio precedente, cui ci eravamo abituati e che suonava perfetto al carattere del nano,  era dell’ottimo Gaetano Varcasia, venuto purtroppo a mancare nel novembre dell’anno scorso. RIP.

In certi passaggi Violante Placido più che Moana ricorda la D’Addario.

Le ultime puntate della quinta serie del Trono di Spade ripagano di tutta la mancanza di azione, per non dire della noia, della prima parte della stagione. Nel lavoro degli sceneggiatori tutto si affretta e in un paio di attesissime ore si piangono infine i lutti, si compiono le disfatte militari, si celebra l’incontro tra la regina e il rinnegato e, più di ogni altra cosa, si vola finalmente sulle ali nere dei draghi valyriani.

E’ iniziata finalmente la seconda stagione di True Detective con nuovi interpreti, ambientazione spostata sulla West Coast e una trama apparentemente più complessa e policentrica. Restano la sceneggiatura di Nic Pizzolato, la bellissima atmosfera noir e la qualità del girato. La prima puntata promette talmente bene che perfino Colin Farrell recita decentemente e sembra quasi credibile.

Io non guardo le serie TV (II)

Se avete l’impressione che la quinta stagione del Trono di Spade perda colpi, si faccia improvvisamente più noiosa e impantanata, non vi sbagliate. I libri da cui è tratta, il quarto e il quinto della saga nella versione originale, soffrono dello stesso male, ma in modo più accentuato. Gli sceneggiatori della serie ci stanno anzi mettendo una pezza come possono, tagliando e ricucendo per salvare il salvabile col pubblico televisivo, deludendo i lettori con incredibili  stravolgimenti di trama e, in definitiva, scontentando tutti.

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In The Knick la regia efficace e ondeggiante di Steven Sodemberg si vede eccome. E’ una serie TV d’autore, forse il prodotto più maturo presentato finora nel genere.

Wyward Pines batte una strada che strizza l’occhio a tutte le principali teorie cospirazioniste cresciute in questi anni nel web, lo fa con eleganza e maestria. Al contrario di Lost lo spettatore sembra aver diritto anche a qualche spiegazione di tanto in tanto e, nota di merito, la serie si compone in dieci episodi fatti e conclusi. Sapremo quel che c’è da sapere tra qualche puntata, risparmiandoci la condanna della serialità senza fine.

Nella seconda stagione di Black Sails il budget cresce affrancandosi dai livelli di Xeena e Hercules costeggiati a lungo nella prima stagione. Tutto si fa più  interessante e il personaggio del capitano Flint acquista una profondità straordinaria. Long John Silver al contrario resta piatto e mal recitato, imprigionato tra smorfiette e sorrisetti che nulla restituiscono del cuoco-pirata immaginato da Stevenson e riproposto, tra gli altri, da Bjorn Larsson.

Ogni volta che, facendo rewind sul telecomando, qualcuno rivede la scena di 1992 in cui  l’anziana segretaria consegna a Notte (Accorsi) un cellulare dicendogli questo invece è il futuro, da qualche parte nel mondo uno sceneggiatore muore.

George Martin, l’autore del Trono di Spade, ha rivoluzionato il genere fantasy e d’avventura rompendo il cliché manicheo dei protagonisti interamente buoni contro antagonisti completamente malvagi. Lo ha fatto prima nei libri e poi nella serie TV, la fabula fantasy  rompe la linearità morale del plot e si trasforma in uno scontro tra fazioni. La seconda stagione di Black Sails impara la lezione e la mette in pratica, così i buoni di prima mostrano il loro lato oscuro e i malvagi quello umano. La serie cresce, se ne giova, superando i limiti del genere.

Shyamalan, regista di Sesto Senso, The Village e diversi film meno riusciti, è coproduttore oltre che regista della prima puntata di Wyward Pines. Il plot si confà perfettamente al suo stile: un po’ Twin Peaks, un po’ Lost,  un po’ Truman Show e un po’, appunto, The Village, la serie è accattivante e ben concepita.

In The Knick il personaggio di Tackery (Clive Owen), ispirato al medico statunitense W.S. Halsted, ripropone l’immortale cliché, prima letterario e poi cinematografico, dell’eroe positivista: da Auguste Dupine, a Sherlock Holmes, fino al Dr.House. Per l’ennesima volta lo stereotipo viene resuscitato, in una nuova pelle, sempre più efficace e credibile.

La favella incomprensibile di Tea Falco in 1992 raggiunge il suo apice nella scena della piscina. Tea (Bibi Mainaghi) è ammollo quando arriva Notte (Accorsi): non mi aspettavo di trovarti qui, dice lui, ciòó, lo saluta lei nel tentativo di proferire“ciao”.

Restiamo un po’ orfani della terza stagione di House of Cards, della bravura dei suoi interpreti, del suo cinismo, della credibilità  straordinaria della serie che sopravvive agli eccessi evidenti della trama. Spacey è mostruoso, nei panni di Underwood e in quanto a bravura, e firmando la regia di alcune delle migliori puntate  della terza serie Robin Wright (Claire) si dimostra anche una promettente regista.

Pare si sia trovato l’accordo tra David Lynch e la produzione per realizzare, a 25 anni di distanza, la terza serie di Twin Peaks nel 2016. Felicitazioni.

E’ uscito “Filosofavole”

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Filosofavole, Daniele Trovato Edizioni Smasher, 2015

Ok…era già in giro sul web da un po’ ed è stato presente al Salone Internazionale del Libro di Torino, ma era ancora irreperibile, da oggi è EFFETTIVAMENTE DISPONIBILE.

A chi volesse acquistarlo specifico che il libro è già disponibile alle seguenti librerie:

Libreria Arion Testaccio, in piazza Santa Maria Liberatrice
Libreria I GRANAI, al piano terra dell’omonimo centro commerciale.

…e online su:

AMAZON: http://www.amazon.es/Filosofavole-Daniele-Trov…/…/8863001367
IBS: http://www.ibs.it/…/97888…/trovato-daniele/filosofavole.html
LIBRERIA UNIVERSITARIA: http://www.libreriauniversitaria.it/filosof…/…/9788863001365

Man mano che altre librerie lo ordineranno ve ne darò nota, nel frattempo potete ORDINARLO IN QUALSIASI LIBRERIA e… attendere qualche giorno che lo reperiscano.

QUALCHE NOTA SU FILOSOFAVOLE:
Si tratta di una raccolta di racconti, completamente eterogenei dal punto di vista stilistico, che spaziano tra diversi generi: fantastico, erotico, surreale, fantascientifico, umoristico… Ognuno di essi affronta in chiave narrativa temi che sono (anche) oggetto di studio filosofico e… fregatevene, tutto è in forma di fiaba o comunque di spunto narrativo, non c’è nulla di didattico. Transumanesimo, dialettica Heideggheriana tra uomo e tecnica, paganesimo, cosmogonia e amore liquido, sono toccati in quanto temi, non se ne traggono conclusioni.

FILOSOFAVOLE HA INOLTRE AVUTO LA FORTUNA E L’ONORE DI ISPIRARE
COLLABORAZIONI E OMAGGI DI ALCUNI ARTISTI ED AMICI:
Tra i racconti c’è “La macchina” già vincitore del premio “Gabbie Sociali” al Premio Letterario Akmaios. La macchina ha ispirato tre meravigliosi lavori di Bato Daniele, artista eccezionale e amico, che sono inseriti nel testo tramite la tecnica del QR-CODE, consultabili cioè passando il telefonino sulla pagina, provare per credere. Il primo di questi lavori impreziosisce la copertina del libro che personalmente trovo stupenda.

Il volume contiene anche un romanzo breve dal titolo “Valpurga”, una favola dark che rappresenta l’architrave della raccolta e che il maestro Armando Tondo  mi ha fatto l’onore di illustrare con 13 bellissime tavole che troverete online e spero all’interno del volume in un’edizione futura ( il libro era già in stampa quando Armando ha potuto leggere Valpurga e lavorarci…).

Sempre online vi mostrerò anche la tavola illustrativa (appesa nella mia stanza) che Emiliano Baroni  ha voluto disegnare dopo aver letto i racconti e li comprende un po’ tutti. Emiliano è da un mese a questa parte anche lui in libreria coi suoi Racconti Randagi, di cui ho già detto benissimo sulla mia rubrica dedicata agli autori romani di Amorroma Magazine.

RINGRAZIAMENTI:
Nell’ultima pagina del testo troverete i ringraziamenti ad alcuni amici e professionisti del settore (amici anche loro in questo caso) che hanno letto uno o più racconti prima della pubblicazione e dei cui preziosi consigli e incoraggiamenti ho cercato di fare tesoro.

Grazie ancora a tutti voi.
Libri

Carlito’s lesson

Avete presente Carlito’s way?
E’ una storia di mafia e malavita, ambientata tra i latinos americani, buon esempio di una lunga serie di film di qualità sullo stesso tema sfornati da Holliwood tra gli anni 80 e 90, girati da grandi registi e premiati al botteghino, un cult.
Carlito Brigante esce di prigione, è una leggenda, gode ancora nel suo ambiente di potere e rispetto. La caratteristica di Carlito, contesto mafioso a parte, è quella di agire con chiunque da una posizione di forza. Carlito ha un piano il quale comporta delle priorità, deve cioè attuarlo in fretta, occupandosi di soltanto di quel che fa parte del piano e soltanto in subordine di tutto il resto. Carlito è esperto ed è intelligente quindi sa che la posizione di forza che gli permetterà di attuare il suo piano è in realtà transitoria, il piano deve compiersi prima che i rapporti di forza cambino. Tutti noi perseguiamo un piano, coscientemente o meno, e tutti noi abbiamo a che fare con dei rapporti di forza, i quali, salvo in rari casi, possono cambiare. L’attenzione con cui osserviamo il mondo intorno a noi durante l’attuazione del piano, il criterio con cui decidiamo chi è debole e chi no, chi può ostacolarci o meno, a chi dovremmo dar retta trovandogli uno spazio nelle nostre priorità e chi possiamo permetterci di ignorare, concorre a determinare il successo del piano. Carlito aveva un piano, esistenziale come il nostro, ma nel compiere le sue valutazioni commette un errore, quell’errore è Benny Blanco.
Blanco, come Carlito e come tutti noi, ha anche lui un suo piano e per attuarlo chiede aiuto a Carlito, ma Carlito non guarda con la dovuta attenzione, non comprende il pericolo, conta sull’attuale rapporto di forza a suo vantaggio e sul fatto che durerà ancora sufficientemente a lungo. Il piano di Blanco è parte del gioco, ma Carlito se ne disinteressa, è convinto che Blanco non sarà abbastanza veloce né abbastanza forte e compie l’errore di lasciare il potenziale socio, il potenziale amico, senza alternative. Il film finisce così , con Carlito a un passo dalla libertà, a un passo dalla redenzione, a un passo dal cielo, che non si rende conto di essere diventato una priorità, un ostacolo ineludibile al piano di Blanco.
Carlito sta per compiere quel passo ma, un attimo prima, Blanco fa la sua mossa e Carlito è distrutto, il suo piano non potrà mai più essere attuato. Blanco, con le spalle al muro, partendo da una condizione di svantaggio, colpisce duro e colpisce una volta per tutte.

Ecco, io volevo esserti amico Carlito, volevo essere tuo socio, ma tu mi hai ignorato, mi hai ostacolato, hai fatto conto sul rapporto di forza a te favorevole e non mi hai lasciato alternative.

Resterai sorpreso quando distruggerò il tuo piano tutto intero, anche quello che hai costruito prima, anche quello che volevi costruire per il futuro, ben oltre le ragioni e gli ambiti nei quali ho cercato di collaborare con te.

Ti accorgerai che hai commesso un errore, che dovevi negoziare prima, te ne accorgerai quando ormai sarà troppo tardi. Il tuo piano andrà in pezzi, perché ostacola il mio e hai seguito le priorità sbagliate.

Tuo Benny

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Io non guardo le serie TV

Tea Falco (Bibi Mainaghi) in 1992 brontola in modo incomprensibile e cantilenante, il maestro René Ferretti l’avrebbe definita una “cagna senza appello”. Non soltanto è indifendibile la sua interpretazione ma lo è anche il regista per ogni pezzo di girato in cui ha detto “buona!” quando lei ha finito di dire una battuta.

Nella prima stagione di Black Sails il personaggio di Jonh Silver è costruito in modo insipido e ridicolo, recitato anche peggio, con smorfiette e pose da fiction di serie C, tipo Xeena o Hercules. Nel ritmo e nelle movenze ricorda la commedia dell’arte, una specie di Pulcinella, ma teorizzare una citazione è del tutto irrealistico.

Il fonico di 1992 era in vacanza durante le riprese, i personaggi bofonchiano oppure hanno scelto tutti attori che recitano con la bocca piena, va bene l’intimismo però urge essere sentiti, a meno che tu non sia Charlie Chaplin . Il direttore della fotografia sembra invece uno serio.

Tutta la prima stagione di Black Sails costeggia i livelli di Xeena ed Hercules, soltanto con più sesso. Poi le cose migliorano, e a occhio e croce anche i budget.

La madre di Tea Falco sostiene che la figlia sia una bravissima ragazza (ci crediamo) e un’ottima attrice (non dubitiamo) e che prima di 1992 aveva ricevuto soltanto elogi. C’è una ragione signora: in 1992 sua figlia non recita, parla tra sé.

L’American Works di Frank Underwood è politicamente preferibile al Jobs Act di Matteo Renzi. Di gran lunga.

La regia di 1992 è abbastanza terribile, soprattutto nelle prime puntate. Il tizio che interpreta Bosco invece è bravo.

Per la scena di 1992 in cui l’anziana segretaria di Accorsi gli consegna faldoni e telefono cellulare, gli sceneggiatori dovrebbero digiunare un mese in segno di penitenza e contrizione.

Nic Pizzolato , lo sceneggiatore di True Detective, è probabilmente il migliore nel suo genere. Anche il suo primo romanzo Galveston non è niente male.

Nella scena di 1992 in cui arriva la notizia dell’assassinio di Salvo Lima la musica di Casa Vianello era perfetta, ma il regista non ha contezza del fatto che nella creazione di un effetto il tempo è una  delle variabili più importanti.

Per capire quanto è bravo Kevin Spacey in House of Cards, mentre recita guardategli le mani.

Il Plot e l’idea che stanno dietro 1992 sono interessanti, ma alcuni passaggi nella trama sembrano estremi, forzati, poco credibili o anche soltanto plausibili. In realtà questi eccessi sono NULLA rispetto all’assurdità ostentata e grottesca di quanto avviene in House of Cards che al contrario sembra credibilissimo. Credibilità e verosimiglianza non stanno tanto in ciò che si racconta (già la realtà è abbastanza vasta da contenere l’assurdo figuriamoci dove ci si può spingere con l’immaginazione) ma in COME lo si racconta.

Datemi subito la prossima stagione di Game of Thrones o raduno un’orda di bruti, metamorfi e giganti per radere al suolo mezza Roma Sud. Al confronto ricorderete i lanzichenecchi come un gruppo di simpatici turisti.

by Aramcheck con la consulenza della Guitta

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Charlie Hebdo, la guerre et nous

Scrittori, giornalisti, vignettisti che vogliano dirsi anche soltanto in parte liberi, sanno di dover scontentare qualcuno cui le loro idee appariranno blasfeme, in un qualche senso non necessariamente religioso. Queste stesse categorie fondano la propria opera su uno spazio di libertà fatto di simboli, ma che non deve essere simbolico, deve esistere nella realtà e la cui esistenza può essere provata soltanto dall’esplorazione dei limiti di questa stessa, posti e fatti rispettare soltanto dalla legge francese. Questo è Charlie Hebdo, un giornale fatto di esploratori che sorvegliano i confini di quella libertà di espressione di cui noi godiamo per lo più timidamente, comodamente nascosti nelle zone più interne di questo spazio di pensiero per paura, conformismo o ignavia e, qualche volta, soltanto per indole. Quei confini dove si muove Charlie Hebdo, anche quando ci fa arrabbiare e pensiamo che le sue vignette siano prive di rispetto e intelligenza, sono le frontiere del nostro spazio di libertà, che un giorno potrebbe tornarci utile, e fonda il nostro vivere comune. Nel massacro di Parigi quelle frontiere sono bruscamente arretrate per mano assassina di qualcuno. Attorno a questo lutto e contro questa barbarie, stringiamoci mantenendo la lucidità.

 

I colpevoli pare siano due coppie di terroristi goffi e sconclusionati, ma ben avvezzi alle armi, capaci di sbagliare indirizzo e dimenticare i documenti in auto, ma anche di non sbagliare un colpo, eludere le sorveglianze e tenere in scacco l’intera forza pubblica francese per quasi due giorni. Le teorie e le analisi su un possibile False Flag, un attentato organizzato da altri con lo scopo di attribuirlo alla jihad islamista, dibattito già largamente scatenatosi su Internet, in questo momento hanno trovato alcune anomalie nel tragitto e nei video diffusi, ma nulla di consistente. Dunque l’impianto generale della versione ufficiale, con tutte le imprecisioni e le approssimazioni di queste concitate ore immediatamente successive, è da considerarsi quello corretto. In generale, tenere un occhio alla possibilità di un False Flag in questo genere di occasioni non è complottismo o credulità, ma una buona e sana pratica che ci tornerà molto utile nel prossimo futuro. Chi nega tutto ciò ignora quale sia la prassi e la realtà storica con cui operano i governi, per primi ma non da soli quelli occidentali, in scenari di guerra fredda quali quello in cui stiamo entrando o, in alternativa, è un ingenuo che ha avuto la fortuna di nascere in un Paese dove non è mai esistita la Strategia della Tensione.

Lucia Annunziata, sull’Huffington Post, decreta la fine della politica dello struzzo da parte degli europei e l’inizio di una terza guerra mondiale contro il terrorismo, guerra che avrà bisogno di armi e sicurezza. Probabilmente l’Annunziata ha ragione quando dice che ci dirigiamo verso la terza guerra mondiale, ma con ragioni e dimensioni del conflitto probabilmente ben maggiori di quelli che sospetta lei. E sì: chiunque esprima pubblicamente il proprio libero pensiero, specie con la penna o la matita, è stato attaccato. Tuttavia, a questo attacco, si può rispondere in vari modi, non necessariamente andando in guerra, e se anche questa fosse l’unica soluzione, e non la trappola mortale in cui rischiamo di cadere, bisognerà capire bene contro chi e dove dispiegare questa campagna.

Se i negoziati ONU dovessero fallire, Matteo Renzi ha già dichiarato che l’Italia è pronta ad assumere un ruolo da protagonista sotto l’egida dell’ONU, nel cui Consiglio di Sicurezza ci sono la Russia e la Cina; vedremo. La Libia è un vasto territorio prevalentemente tribale che Gheddafi, eccentrico e sanguinario dittatore, aveva avuto l’unico merito storico di tenere pacificato e relativamente prospero (oltre a quello prosaico di darci petrolio a prezzi ragionevoli). L’Occidente lo ha rimosso con la forza armando i ribelli e bombardando direttamente il territorio libico. Il risultato è che oggi la guerra rischia di portarci in armi in una distopia vivente dove al governo di Tripoli ci sono golpisti filo-islamici. A Bengasi i Fratelli Mussulmani combattono contro Ansal Al Sharia, un’organizzazione jihadista affiliata allo Stato Islamico (IS non ISIS, un nome abbandonato mesi fa dall’organizzazione ma che è rimasto nel cuore e nell’immaginazione dei giornalisti). A Tobruk un ex-generale Gheddafiano, presunto interlocutore dell’Occidente, governa su un fazzoletto di terra appoggiato dall’Egitto (in guerra coi Fratelli Mussulmani). Ora, in questo caos da noi creato, potremmo trovarci a intervenire.

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La vicenda in Siria ha inizio con la ribellione a Bashar Al-Assad, altro dittatore fascista e sanguinario che, tuttavia, non invadeva nessuno da più di quarant’anni. I ribelli erano, secondo gli USA e i media occidentali, islamici moderati, futuri campioni di democrazia che avrebbero dovuto consumare in comode gallette d’importazione. I ribelli erano in realtà degli jihadisti, comeJabhat Al Nusra gruppo che si fonde parzialmente, cioè con molte defezioni, con l’IS di Al Baghdadi (all’epoca ISI). L’IS era una costola di Al-Qaueda in Iraq, che ha preso progressivamente autonomia perseguendo scopi espansionistici verso la Siria. Al Nusra, considerata da alcuni il braccio di Al-Quaeda in Siria, rappresentava la jihad sunnita anti-Assad. Questi ribelli dunque, quanto moderati lo abbiamo visto, sono stati incensati dall’Occidente durante la ribellione, finanziati e armati dai sauditi e dal Qatar, col placet e il denaro, almeno in una prima fase, della Casa Bianca come mostrano le foto in cui il senatore McCain (già telegenico a Piazza Maidan) fraternizza con essi. La verità è che in Medio Oriente si sta stringendo la morsa contro gli sciiti (Assad, Iran, Hetzbollah che combatte contro l’IS) e questo era nell’interesse strategico dell’Occidente e dei sauditi. Lo conferma il fatto che gli Stati Uniti, per due volte tra il 2008 e il 2012, sono stati sul punto di attaccare uno Stato mediorientale, l’Iran e la Siria. Nel caso della seconda, ovvero il più recente, gli Usa avevano posizionato le portaerei e dispiegato le truppe in preparazione di un attacco. Si fermarono quando la Cina non approvò e, soprattutto, quando Putin disse: «Saremo al fianco della Siria», sfidando di fatto gli Stati Uniti. Oggi ci sono due fronti principali, uno con la Siria e uno con la Russia. Se l’Occidente andrà in Siria potrà contare soltanto sui curdi (i veri eroi partigiani di questa guerra barbara, a cominciare dal PKK), finora abbandonati per il veto della Turchia e di altri alleati occidentali, che non vogliono uno Stato curdo. Saremo in uno scenario locale di tutti contro tutti, con confini prossimi molto caldi come Iran e Palestina, invisi come sempre a gran parte della popolazione locale. Ci troveremo all’interno di un contesto più ampio di pressione sulla Russia, durante una recessione, e pieni di giovani provenienti da famiglie di recente immigrazione, che potrebbero sentirsi ancora più motivati a radicalizzare le loro posizioni.

 

Questo è il genere di guerra in cui tenteranno di arruolarci e lo stesso sarà per i giovani musulmani.

 

Quando si va in guerra la macchina della Storia accelera, tutto cambia molto in fretta, si è proiettati a tale velocità nel futuro, che si rischia di non badare molto al passato, dal quale questo futuro di sangue ha attecchito e si è generato. Questo non è soltanto poco saggio, ma fa comodo a chi, da una parte e dall’altra, questa guerra l’ha meticolosamente preparata, con tanto di paure e mistificazioni sparse a pioggia dai media occidentali e dai manifesti digitali, stile manga, con cui l’IS promuove se stesso tra i giovani figli dell’Islam, gli stessi che poi, magari, ammazza come ostaggi.

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Il testimone.

Perché non si vuole che Riina e Bagarella assistano alla testimonianza di Napolitano? Perché potrebbero mancargli di rispetto di fronte a tutti, dire qualcosa di sconveniente che tanto in bocca loro non avrebbe nessuna credibilità? Secondo me  si vuole evitare che lo stare l’uno in presenza degli altri potrebbe nell’atmosfera mediatica confondere i ruoli, mescolare i significati, soprattutto stimolare attenzione morbosa dando visibilità alle indagini sulla trattativa. Quello che colpisce è il vuoto di consapevolezza istituzionale, per cui si dimentica che quando il Presidente scende a testimoniare non si pone al livello dei delinquenti, ma a quello dei cittadini durante l’esercizio di un dovere civico, ed è suo dovere espletarlo in modo esemplare, senza tentennamenti.

Non so se Napolitano abbia la coscienza sporca o meno, so che non ha l’autorevolezza del suo ruolo, l’ha persa negli anni tra i corridoi di palazzo.

Radio Mosca e la nuova propaganda Russa

Vi propongo l’analisi due video di produzione russa messi in rete durante gli ultimi mesi di crisi in Ucraina. Il primo video è stato rilasciato durante gli attacchi dell’esercito Kiev all’inizio dell’estate quando un crescente movimento nazionalista interno spingeva Putin a intervenire nel Donbas per fermare la carneficina, il secondo è delle ultime settimane e celebra la vittoria della controffensiva d’agosto delle milizie, tracciando le linee della futura strategia russa. La fattura professionale della clip e la profondità dell’analisi geopolitica e militare ci fanno assumere che i video provengano da fonti governative, si tratta dunque di propaganda presentata però con una tecnica comunicativa decisamente innovativa. Questo è il video di inizio estate:

Il video ha come target un pubblico giovane, questo lo si definisce una volta per tutte osservando lo stile con cui è realizzato. A metà tra il trailer di un videogioco molto evoluto e la sigla di una moderna serie-tv, la clip è veloce e spettacolare, precisa, chiara, accattivante, tutte le immagini, le parodie e i collage sono presi direttamente dal web. Il primo elemento da notare è che la ricerca di un linguaggio compatibile con la generazione digitale è riuscita perfettamente, come di rado avviene per gli organi politici e quasi mai per quelli governativi. A questi giovani ci si rivolge per trattare temi di geopolitica e la possibilità di una Terza Guerra Mondiale, cioè li si tratta da uomini (praticamente un tabù in occidente) proponendo loro un patto implicito e la condivisione della responsabilità. A differenza degli spot degli eserciti occidentali nel filmato non ci sono soldati che salutano la mamma, si addestrano o salgono salutando su una nave, compaiono invece i bombardieri e le bombe atomiche. Il filmato è rivolto a un pubblico di giovani russi interventisti, prevalentemente maschi e tendenzialmente nazionalisti, e ai loro potenziali proseliti, sfidando e deridendo l’ingenuità delle posizioni di chi vorrebbe un intervento diretto nel Donbas, in un incalzante e serrato esercizio maieutico, dove si anticipano le possibili obiezioni confutandole una dopo l’altra. Presentare le possibile obiezioni per smontarle simula una falsa interattività, in cui il target viene “coinvolto” sentendo enunciati propri dubbi, anche solo per confutarli.

Il secondo e più recente video arriva come abbiamo detto dopo la vittoriosa controffensiva del Donbas, celebra cioè la vittoria della strategia putinana espressa nel messaggio precedente, eccolo:

Proprio perché la fonte governativa parla ancora ai giovani interventisti non può mostrarsi debole e inutilmente attendista, gli autori del testo forzano così l’impronta militaresca e machista, con tanto di riferimenti omofobici che, evidentemente, il target cui è rivolto il video si ritiene apprezzi e condivida. L’ambiguità sessuale diventa simbolo di debolezza (l’Europa compare rappresentata da Conchita Wurst), gli europei sono dei debosciati/effemminati burattini degli USA, non dei veri e propri nemici, mentre il filmato deve assecondare l’astio dei giovani interventisti contro Kiev e gli USA, di nuovo per ribadire la sensazione di forza e risolutezza. L’incarnazione archetipica del personaggio dietro la voce dello speaker è il comandante di lungo corso, a parte delle tattiche di intelligence, l’ufficiale rude ma che ti salva la vita insegnandoti a combattere usando la testa, un cliché visto in tanti film americani di successo planetario. Di nuovo i riferimenti all’universo simbolico del web tornano quando l’immagine metaforica della “piramide del dollaro” nella grafica allude chiaramente alla simbologia esoterica e massonica presente nel biglietto verde, evocata in continuazione dalla massa degli internauti cercatori e scopritori di complotti.

Il tema in definitiva è quello del (de)briefing militare cui si associa il linguaggio digitale, è nato cioè l’Internet Briefing come strumento di propaganda politica e militare.

Oggi la propaganda occidentale, di gran lunga più potente di quella russa per ragioni che vanno dalle barriere linguistiche allo strapotere sui media internazionali, utilizza prevalentemente lo strumento dello spin-doctoring. La propaganda controlla cioè direttamente le fonti primarie della piramide dell’informazione (si veda in merito Marcello Foa), utilizzando frame esistenti e creandone di nuovi dove necessario, è cioè per sua natura nascosta nell’informazione mainstream dove mescola i propri messaggi all’interno dell’illusoria impostazione giornalistica anglosassone dei fatti presentati come nudi e crudi (un meta-frame generale che permette l’esistenza di quelli particolari). Il lavoro degli spin-doctor è e resta lo strumento più efficace sui giornali e sulle TV, ma nel processo di ri-mediazione (Bolter) le stesse tecniche si rivelano depotenziate sul web. In una comunità i cui miti sono Assange, Anonimous e Snowden e dove c’è ancora una forte tendenza a sentirsi parte di un movimento di controinformazione, l’anonimato è tollerato mentre l’occultamento degli intenti è sempre sospetto, continuamente sottoposto a una seconda verifica e rischia di esporre i referenti politici e dell’intelligence a figure barbine da bugiardi e doppiogiochisti (Powel, Bush, Kerry, la CIA in diversi casi). La missione mistica del web è lo “smascheramento”, a costo di cercare maschere (e cospirazioni) da gettare in terra anche quando non ce ne sono, la semplice potenza del megafono non basta a orientarne gli umori (o almeno in questo senso può fare più Google che la Whitehouse) e viene meno la rigida gerarchia delle fonti che permette la diffusione verticale e massificata dei messaggi.

In poche parole la propaganda di Radio Mosca qui presentata, per i target descritti e limitatamente al web, si differenzia da quella occidentale per diversi aspetti, cioè si caratterizza come:

  • Specifica per un target preciso di giovani sul web
  • Esplicita, diretta e non edulcolorata sui temi geopolitici, non rassicurante, fa appello alla razionalità dell’ascoltatore e non a generici sentimenti di orrore per il nemico (teste mozzate, armi chimiche, etc…)
  • Politicamente scorretta
  • Professionale nell’analisi, sullo stile dell’intelligence militare
  • Anonima (per salvaguardare il leader, Putin, da possibili fallimenti dell’esperimento cui ci si potrà sempre dissociare) ma identificabile.

Sarà interessante, sempre dal punto di vista della comunicazione, studiarne le possibili evoluzioni in accordo col dispiegarsi degli eventi. E’ possibile, se si rivelerà efficace, che ne venga fatto in futuro un uso sempre più massiccio in Russia, in una chiave che potrà cambiare di volta in volta, ad esempio, come strumento strategico per future campagne di arruolamento (giovani, maschi, tendenzialmente nazionalisti… ricordate il target). E’ anche possibile, anche se sembra quasi impensabile oggi, che in un futuro forse prossimo davanti ai sacrifici di una nuova possibile guerra su larga scala, anche i giovani occidentali della generazione digitale dovranno, prima di pagarne i costi di denaro e di sangue, essere “motivati” (o manipolati, fate voi) in modo simile.

Twitter: @aramcheck76

Lettera aperta alla sinistra sulle sovranità.

eurosceptics

Sto maturando, con orrore e rassegnazione, che la sinistra mondiale sia capitata nel peggior scenario possibile, quello in cui fa meno paura all’ordine capitalistico di quanto non facciano “certi” fascisti. Non di certo i fascisti di Kiev che stanno massacrando il Donbass, cioè la Novorossia, quelli sono sempre utilissimi. Né i loro amichetti italiani che li sono andati a supportare a Piazza Maijdan, anche quelli non fanno paura al capitalismo finanziario, anzi se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Tuttavia volendo stiracchiare il termine “fascisti” a “fascistoidi”, “nazionalisti”, nazional-populisti o presunti tali, in quel caso le cose cambiano. Al capitale finanziario piacciamo più noi, gli diamo molto meno fastidio. Con le nostre rivendicazioni e i nostri valori, gli facciamo comodo. Con le nostre bandiere rosse, il capitale finanziario ci guarda benigno, in quel rosso non vede più una minaccia.

Siamo stati noi a sinistra a denunciare per primi la Globalizzazione Neoliberista, a combatterla anche, nelle molte forme poco efficaci che ci sono proprie. Abbiamo capito che la Globalizzazione finanziaria esiste in quanto condizione perché il capitale abbia pieno potere sfuggendo alle regole dei singoli Stati, la Globalizzazione è l’arma definitiva nella lotta di classe, per il capitale equivale alla condizione di vittoria strategica. Non a caso Warren Buffet ha candidamente ammesso: “La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. La negazione dell’esistenza della lotta di classe è stato un caposaldo dell’ideologia neo-liberista statunitense, ammetterla segna la fine del combattimento per decesso dell’avversario. I sindacati locali non hanno più senso se puoi delocalizzare mentre i sindacati internazionali non sono, ad oggi, neppure l’ombra di un’ipotesi praticabile. Se puoi spostare capitali a tuo piacimento vai a sceglierti lo Stato che te li tassa di meno, in una competizione al ribasso per premiare la rendita. Un libero mercato, unico e gigantesco, dove anche le prerogative   degli Stati  possono essere oggetto di aste al ribasso tra i popoli, i welfare, le tutele sul lavoro, lo stipendio. A meno di realizzare un’ ipotesi Trotzkista planetaria di cui non c’è traccia né possibilità, l’unica cosa che puoi opporre al capitale transnazionale è il suo esatto contrario, un’organizzazione su base Stato Nazionale, a guida fortemente politica. Magari Stati fratelli e socialisti, ma Stati.

Questo pone il futuro delle forze progressiste in stretta relazione con il problema delle sovranità: politica, economica, monetaria e militare(*).

L’ordine capitalistico non ha paura del multiculturalismo, lo ha anche favorito. L’ordine capitalistico non teme l’immigrazione, anzi essa è il suo materiale di scarto. Quella è gente che non va in vacanza a Lampedusa, non vive in periferia e non vede gli immigrati trattati come bestie nei CPE. Non li compatisce, non li sopporta, non li odia e non li aiuta: semplicemente non li vede. L’ordine capitalistico sa soltanto che ci sono e devono andare da qualche parte, perché la povertà che li produce è necessaria.  A l’ordine capitalistico, infine, non interessano i matrimoni gay. Abbiamo l’ok, c’è da trattare coi cattolici, ma quello in un modo o nell’altro lo abbiamo sempre fatto, è questione di tempo. Il capitale non è disturbato dai matrimoni gay, mettiamocelo in testa. Quello è Giovanardi, è folklore.

L’ordine capitalista, l’ordoliberismo(**), teme gli Stati e le loro costituzioni social-democratiche, che di fatti cerca di esautorare in ogni modo: teme le frontiere, le protezioni, l’intervento pubblico, la sovranità monetaria, teme lo Stato che dispiega la sua potenza per fare impresa in settori strategici e il controllo pubblico del patrimonio comune.  Compresa la terra dove passa quel TAV, il punto è dimostrare che la Val di Susa non è dei Valsusini.  La UE, per come è stata progettata e realizzata, è soltanto un grosso pezzo di Globalizzazione, tutto d’un colpo, che permette di scatenare la competizione al ribasso  e scaricare le tensioni finanziarie sui debiti pubblici in un’area enorme, tendenzialmente stabile e molto ricca. La Shock Economy sui popoli pasciuti.

Da questo deriva che la Le Pen fa più paura di Tsipras, il quale non avrà mai i numeri per far diventare questa Europa, con questo Euro e soprattutto questi trattati,  niente di radicalmente diverso da quello che è. Non avrà mai la forza di controllare con forze realmente progressiste (non il PD che è liberista) il Parlamento Europeo e, semmai dovesse succedere, se ne occuperanno per tempo. Al contrario una forza piccola su base Europea ma che controlli il Governo su base nazionale, come FN, può portare un paese come la Francia fuori dall’Euro, distruggendolo per sempre. Trovo spiazzante come Tsipras da greco e da uomo di sinistra, davanti allo scempio che la Trojka ha compiuto in Grecia, possa non desiderare di allontanare i greci il prima possibile dall’influenza europea. La distruzione di valore è stata paragonabile a quella di una guerra, tuttora in corso, e non si tratta soltanto di valore economico, si è inutilmente straziato un paese. La posizione di Tsipras è debole in partenza, è come se  Che Guevara si fosse fatto eleggere al Congresso per cambiare gli USA dal di dentro e renderli finalmente più filo-cubani.

Diversi compagni danno a Grillo del “fascista” o del “fascistoide”, io non concordo, ma capisco le perplessità su certi comportamenti, certi linguaggi e più in generale sulle dinamiche interne al M5S. Detto questo, per quanto sta accadendo è chiaro che Grillo tra i  leader delle ultime elezioni era il meno affidabile dal punto di vista del grande capitale finanziario. Grillo durante i comizi dice tutto e il contrario di tutto, entra spesso in contraddizione, lascia molti ragionamenti a metà. A volergli essere amici si possono prendere i suoi  comizi come ipotesi varie e contraddittorie su come potremmo ripensare un mondo diverso da questo. Un’amica pentastellata rivendicava questa molteplicità e questa vaghezza,  come continuo processo decisionale in itinere che si compie avanzando grazie al voto del popolo e degli iscritti, coinvolti sempre  più spesso e sempre più a fondo. Interessante, mi verrebbero in mente centoventi domande a cui nessuno però, a questo punto per definizione, nel M5S sa dare una risposta. Tuttavia è come se nella vasca dei partiti politici, che nuotano seguendo le proprie traiettorie divergenti, studiate apposta per non scontrarsi, fosse entrato un pesce bello grosso che procede a zig-zag. Grillo è ancora nella vasca, non è antitetico al capitalismo e alla costruzione europea, ma potenzialmente potrebbe diventarlo.  Gli iscritti o i votanti dei referendum potrebbero voler vedere attuata la Costituzione, qualcosa cioè di straordinariamente rivoluzionario. Potrebbero voler uscire dall’Euro e riportare Bankitalia sotto il Tesoro. Questo rappresenta un problema per l’ordine capitalista, mentre non c’è traccia di questa minaccia nel programma di SEL o Rifondazione Comunista, né posta con la consapevolezza di una sinistra che si rispetti, né in potenza come nel caso dell’M5S. Soprattutto non c’è nei numeri i quali, marginali ormai da quindici anni, non si capisce perché dovrebbero cambiare ordine di grandezza. Grillo è visto  con maggior sospetto, di gran lunga.

Stesso discorso potrebbe adattarsi a Farage, Orban e gli altri. Dal punto di vista dell’ordine capitalistico globalizzato le sinistre storiche  o di protesta non rappresentano un ostacolo, mentre alcune  formazioni che tendono a destra, tornano agli Stati e alle nazioni o danno risposte identitarie sono alla fin fine più “rivoluzionarie” o, se non vi piace il termine, pericolose dal punto di vista dell’integrità del modello capitalista corrente, redistribuzione e dinamiche salariali comprese. Per il capitale non è neppure un problema se un singolo Governo ridistribuisce più equamente la ricchezza che gestisce, l’importante è che “in quanto apparato pubblico potenzialmente democratico” ne gestisca poca e che non abbia gli strumenti per ingabbiare quella altrui, interferendo nelle dinamiche capitalistiche transnazionali. Il pericolo viene dalle nazioni e, quindi, dai nazionalisti e dagli autonomisti.

Pasolini  leggeva la Strategia della Tensione in due macrofasi, una prima in chiave anti-comunista e la seconda in chiave anti-fascista. Se le cose dovessero precipitare potremmo trovarci in una fase del secondo tipo, vengono in mente gli Indipendentisti Veneti. Spero di sbagliare, ma intanto lo scrivo.

E quando i neri (o quello che noi pensiamo siano i “neri”) fanno più paura al capitale, anzi al capitalismo totalitario(***), di quanta gliene facciamo noi, qualcosa è accaduto: o abbiamo sbagliato tutto o ci siamo venduti. Non accettare una di queste due possibili prese d’atto, vuol dire sparire.

Chiaramente, compagni, quella che vi offro è in realtà una falsa scelta, visto che mi sto rivolgendo soltanto a quelli di noi che non si sono venduti.

(*)Perfino culturale: cosa abbiamo  inventato a fare l’autocritica,  se poi l’abbandoniamo per il giudizio dall’estero
(**) Consiglio di leggere  Barra Caracciolo e cercare di capire le sue complesse e rigorose analisi sull’incompatibilità radicale tra trattati i Europei e i principi fondanti della Costituzione Italiana
(***) Come lo lo hanno definito anche  Nicolini, Fusaro, Randazzo e molti altri.
 
di Daniele Trovato
Twitter: @aramcheck76

La democrazia dei fagioli.

#M5S
– Vuoi fagioli bianchi o rossi?
– Non voglio fagioli.
– Gli altri vegetali non erano disponibili al dialogo.
– Fagioli. Grazie.

#PD
– Dovresti desiderare spontaneamente fagioli.
– Non voglio fagioli.
– Abbiamo preparato fagioli.
– Non li voglio, vorrei discutere questa scelta dei fagioli.
– Vattene. Fate entrare quell’altro a cui piacciono i fagioli.

#Forzaitalia
– Vogliamo confrontarci tutti insieme per scegliere cosa cucinare.
– Lui dice che si mangiano ancora fagioli.
– Ma noi volevamo preparare il futuro per un altro cuoco.
– Cucina lui e cucina fagioli, forse la figlia. Se si convince.
– Fagioli! Fagioli!

#TSIPRAS
– Voi chiedete fagioli, promuovete fagioli, ma tutto per finta. Poi noi cuciniamo qualcosa di fresco, nuovo e saporito.
– Fagioli! fagioli!
– Ah, ma se lo chiedete così insistentemente mi sento in dovere di portarvi fagioli!

#Sceltacivica
– Siamo una nuova gestione, il tizio di prima se ne è andato. Abbiamo preparato dei buonissimi fagioli. Scusi? Dove va? Venga qui! Non mi lasci solo.

Lettera aperta alla sinistra

eurosceptics

Sto maturando, con orrore e rassegnazione, che la sinistra mondiale sia capitata nel peggior scenario possibile, quello in cui fa meno paura all’ordine capitalistico di quanto non facciano “certi” fascisti. Non di certo i fascisti di Kiev che stanno massacrando il Donbass, cioè la Novorossia, quelli sono sempre utilissimi. Né i loro amichetti italiani che li sono andati a supportare a Piazza Maijdan, anche quelli non fanno paura al capitalismo finanziario, anzi se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Tuttavia volendo stiracchiare il termine “fascisti” a “fascistoidi”, “nazionalisti”, nazional-populisti o presunti tali, in quel caso le cose cambiano. Al capitale finanziario piacciamo più noi, gli diamo molto meno fastidio. Con le nostre rivendicazioni e i nostri valori, gli facciamo comodo. Con le nostre bandiere rosse, il capitale finanziario ci guarda benigno, in quel rosso non vede più una minaccia.

Siamo stati noi a sinistra a denunciare per primi la Globalizzazione Neoliberista, a combatterla anche, nelle molte forme poco efficaci che ci sono proprie. Abbiamo capito che la Globalizzazione finanziaria esiste in quanto condizione perché il capitale abbia pieno potere sfuggendo alle regole dei singoli Stati, la Globalizzazione è l’arma definitiva nella lotta di classe, per il capitale equivale alla condizione di vittoria strategica. Non a caso Warren Buffet ha candidamente ammesso: “La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. La negazione dell’esistenza della lotta di classe è stato un caposaldo dell’ideologia neo-liberista statunitense, ammetterla segna la fine del combattimento per decesso dell’avversario. I sindacati locali non hanno più senso se puoi delocalizzare mentre i sindacati internazionali non sono, ad oggi, neppure l’ombra di un ipotesi praticabile. Se puoi spostare capitali a tuo piacimento vai a sceglierti lo Stato che te li tassa di meno, in una competizione al ribasso per premiare la rendita. Un libero mercato, unico e gigantesco, dove anche le prerogative   degli Stati  possono essere oggetto di aste al ribasso tra i popoli, i welfare, le tutele sul lavoro, lo stipendio. A meno di realizzare un ipotesi Trotzkista planetaria di cui non c’è traccia né possibilità, l’unica cosa che puoi opporre al capitale transnazionale il suo esatto contrario, un organizzazione su base Stato Nazionale, a guida fortemente politica. Magari Stati fratelli e socialisti, ma Stati.

L’ordine capitalistico non ha paura del multiculturalismo, lo ha anche favorito. L’ordine capitalistico non teme l’immigrazione, anzi essa è il suo materiale di scarto. Quella è gente che non va in vacanza a Lampedusa, non vive in periferia e non vede gli immigrati trattati come bestie nei CPE. Non li compatisce, non li sopporta, non li odia e non li aiuta: semplicemente non li vede. L’ordine capitalistico sa soltanto che ci sono e devono andare da qualche parte, perché la povertà che li produce è necessaria.  A l’ordine capitalistico, infine, non interessano i matrimoni gay. Abbiamo l’ok, c’è da trattare coi cattolici, ma quello in un modo o nell’altro lo abbiamo sempre fatto, è questione di tempo. Il capitale non è disturbato dai matrimoni gay, mettiamocelo in testa. Quello è Giovanardi, è folklore.

L’ordine capitalista, l’ordoliberismo, teme gli Stati e le loro costituzioni social-democratiche, che di fatti cerca di esautorare in ogni modo: teme le frontiere, le protezioni, l’intervento pubblico, la sovranità monetaria, teme lo Stato che dispiega la sua potenza per fare impresa in settori strategici e il controllo pubblico del patrimonio comune.  Compresa la terra dove passa quel TAV, il punto è dimostrare che la Val di Susa non è dei Valsusini.  La UE, per come è stata progettata e realizzata, è soltanto un grosso pezzo di Globalizzazione, tutto d’un colpo, che permette di scatenare la competizione al ribasso  e scaricare le tensioni finanziarie sui debiti pubblici in un’area enorme, tendenzialmente stabile e molto ricca. La Shock Economy sui popoli pasciuti.

Da questo deriva che la Le Pen fa più paura di Tsipras, il quale non avrà mai i numeri per far diventare questa Europa, con questo Euro e soprattutto questi trattati,  niente di radicalmente diverso da quello che è. Non avrà mai la forza di controllare con forze realmente progressiste (non il PD che è liberista) il Parlamento Europeo e, semmai dovesse succedere, se ne occuperanno per tempo. Al contrario una forza piccola su base Europea ma che controlli il Governo su base nazionale, come FN, può portare un paese come la Francia fuori dall’Euro, distruggendolo per sempre. Trovo spiazzante come Tsipras da greco e da uomo di sinistra, davanti allo scempio che la Trojka ha compiuto in Grecia, possa non desiderare di allontanare i greci il prima possibile dall’influenza europea. La distruzione di valore è stata paragonabile a quella di una guerra, tuttora in corso, e non si tratta soltanto di valore economico, si è inutilmente straziato un paese. La posizione di Tsipras è debole in partenza, è come se  Che Guevara si fosse fatto eleggere al Congresso per cambiare gli USA dal di dentro e renderli finalmente più filo-cubani.

Diversi compagni danno a Grillo del “fascista” o del “fascistoide”, io non concordo, ma capisco le perplessità su certi comportamenti, certi linguaggi e più in generale sulle dinamiche interne al M5S. Detto questo, per quanto sta accadendo è chiaro che Grillo tra i  leader delle ultime elezioni era il meno affidabile dal punto di vista del grande capitale finanziario. Grillo durante i comizi dice tutto e il contrario di tutto, entra spesso in contraddizione, lascia molti ragionamenti a metà. A volergli essere amici si possono prendere i suoi  comizi come ipotesi varie e contraddittorie su come potremmo ripensare un mondo diverso da questo. Un’amica pentastellata rivendicava questa molteplicità e questa vaghezza,  come continuo processo decisionale in itinere che si compie avanzando grazie al voto del popolo e degli iscritti, coinvolti sempre  più spesso e sempre più a fondo. Interessante, mi verrebbero in mente centoventi domande a cui nessuno però, a questo punto per definizione, nel M5S sa dare una risposta. Tuttavia è come se nella vasca dei partiti politici, che nuotano seguendo le proprie traiettorie divergenti, studiate apposta per non scontrarsi, fosse entrato un pesce bello grosso che procede a zig-zag. Grillo è ancora nella vasca, non è antitetico al capitalismo e alla costruzione europea, ma potenzialmente potrebbe diventarlo.  Gli iscritti o i votanti dei referendum potrebbero voler vedere attuata la Costituzione, qualcosa cioè di straordinariamente rivoluzionario. Potrebbero voler uscire dall’Euro e riportare Bankitalia sotto il Tesoro. Questo rappresenta un problema per l’ordine capitalista, mentre non c’è traccia di questa minaccia nel programma di SEL o Rifondazione Comunista, né posta con la consapevolezza di una sinistra che si rispetti, né in potenza come nel caso dell’M5S. Soprattutto non c’è nei numeri i quali, marginali ormai da quindici anni, non si capisce perché dovrebbero cambiare ordine di grandezza. Grillo è visto  con maggior sospetto, di gran lunga.

Stesso discorso potrebbe adattarsi a Farage, Orban e gli altri. Dal punto di vista dell’ordine capitalistico globalizzato le sinistre storiche  o di protesta non rappresentano un ostacolo, mentre alcune  formazioni che tendono a destra, tornano agli Stati e alle nazioni o danno risposte identitarie sono alla fin fine più “rivoluzionarie” o, se non vi piace il termine, pericolose dal punto di vista dell’integrità del modello capitalista corrente, redistribuzione e dinamiche salariali comprese. Per il capitale non è neppure un problema se un singolo Governo ridistribuisce più equamente la ricchezza che gestisce, l’importante è che “in quanto apparato pubblico potenzialmente democratico” ne gestisca poca e che non abbia gli strumenti per ingabbiare quella altrui, interferendo nelle dinamiche capitalistiche transnazionali. Il pericolo viene dalle nazioni e, quindi, dai nazionalisti e dagli autonomisti.

Pasolini  leggeva la Strategia della Tensione in due macrofasi, una prima in chiave anti-comunista e la seconda in chiave anti-fascista. Se le cose dovessero precipitare potremmo trovarci in una fase del secondo tipo, vengono in mente gli Indipendentisti Veneti. Spero di sbagliare, ma intanto lo scrivo.

E quando i neri (o quello che noi pensiamo siano i “neri”) fanno più paura al capitale, anzi al capitalismo totalitario, di quanta gliene facciamo noi, qualcosa è accaduto: o abbiamo sbagliato tutto o ci siamo venduti. Non accettare una di queste due possibili prese d’atto, vuol dire sparire.

Chiaramente, compagni, quella che vi offro è in realtà una falsa scelta, visto che mi sto rivolgendo soltanto a quelli di noi che non si sono venduti.

Dopo l’Euro, i Fiorini e non le Lire (post semi-serio per un marketing NOEURO)

(PREMESSA PER I LETTORI ABITUALI DEL BLOG, GLI ALTRI POSSONO SALTARE QUESTO CORSIVO) ***** Chi mi legge, qui e su Parolibero sa che ormai da parecchio tempo ho preso una posizione decisamente no euro. Mi sono convinto che la moneta europea non stia in piedi in generale e sia disastrosa per l’economia italiana in particolare. Come e perché io abbia maturato questa posizione richiederebbe un post lungo (forse un blog a parte), ma non ha senso scriverlo perché si fa prima a leggere e ascoltare su Youtube le critiche all’area valuataria (con tutte la diversità, i contrasti interni, i micro-gruppetti e i distinguo del caso) dei vari Bagnai, Borghi, Rinaldi, Savona, Brancaccio, Galloni, Ioppolo (rip), Barra Caracciolo, Giacché, Mossler-Barnard e via continuando. So che non stanno tutti insieme, so che alcuni di loro si detestano, so tutto… ma l’analisi sull’insostenibilità economica dell’Euro attuale è unanime e comprende, tra gli altri,  anche una manciata di Nobel Prize. Ci sarebbero probabilmente metodi per rendere l’area valutaria comune sostenibile, ma  mancano, oggettivamente, le premesse e la volontà politica perchè ciò accada. Quindi, l’Euro si disgregherà (dall’alto, dal basso, da dentro… vedremo) e si dovrà tornare ad una moneta sovrana. Avverrà comunque e sarà condizione necessaria, ma non sufficiente, all’uscita dal tunnel. Su questo si sta già svolgendo una battaglia politica, purtroppo in mano alle destre che ne usciranno vincitrici,  non è colpa loro del resto se le sinistre (quelle vere, se ci sono) non hanno inquadrato (per dolo o incopetenza) il problema. *****

Non avendo una formazione da economista (ma quando so di non sapere… io comincio a studiare) vorrei  dare un consiglio dal punto di vista della comunicazione (dove un po’ di formazione ce l’ho) a chi combatte questa battaglia. Il nome della nuova moneta sovrana, dal punto di vista economico non ha  nessuna importanza, ma dal punto di vista della comunicazione potrebbe averne. Una  comunicazione efficace può in una prima fase accelerare la vittoria e in una seconda fase innescare meccanismi psicologici positivi nell’accettare l’inevitabile.

Propongo qui di non parlare di Lira e di puntare su nuovo nome, forse il Fiorino.

Riassumo qualche semplice argomento a sostegno di questa ipotesi. Vi sembrerà che io tratti le grandi masse da convincere come esseri irrazionali, influenzati da meccanismi psicologici inconsapevoli, mediamente ignoranti e infantili. E’ esattamente così.

Non perché il popolo sia  composto in maggioranza da idioti  (anche se come insegna Carlo Cipolla, l’ipotesi non è del tutto peregrina) o da bambini di seconda elementare (ma è trattandoli così, per sua stessa ammissione, che B. aggrega consensi da vent’anni e Renzi gli è succeduto in piena continuità), ma perché NOI TUTTI (non importa quanti master abbiamo collezionato in altre materie) rischiamo di essere distratti e avventati quando gli argomenti in gioco ci risultano  distanti e incomprensibili (l’economia) e siamo stati sottoposti a una propaganda di segno contrario per oltre 20 anni (pro-Euro).

Argomenti contro la Lira e a favore del Fiorino(?) :

  • DISVALORE del PICCOLO e DEBOLE: La retorica eurista della “liretta” debole, svalutata e sola contro il mondo, ha ormai attecchito con efficacia e continua ad essere ripetuta h24 sui media mainstream dal fronte eurista. E’ spesso più facile affermare un’idea nuova che scardinarne una vecchia.
  • DISVALORE del PASSO INDIETRO: La retorica del “con la Lira faremmo un passo indietro”, è dura a morire e funziona sotto il profilo della comunicazione di massa. Alla gente non piace pensare che il paese vada indietro. Ha ovviamente ragione Bagnai quando spiega nei dibattiti in TV che tornare indietro, cioè recedere, da un errore è cosa tutt’altro che negativa, anzi auspicabile e razionale, ma ci vogliono troppe parole per dirlo, soprattutto in TV.
  • DISVALORE DEL GIA’ VISTO: Al primo ritardo degli effetti positivi della svalutazione, al primo accenno di attacco speculativo e al primo innocuo crescere dell’inflazione, gli euristi evocherebbero altre svalutazioni, altre inflazioni e altri attacchi speculativi del passato. Tenere lo stesso nome non farebbe che rafforzare questa convinzione. Ben diverso dire: stiamo facendo qualcosa di completamente nuovo, è normale che ci siano dei problemi.
  • VALORE del NUOVO: Il nuovo piace e la novità (in comunicazione come in pubblicità) è un eccellente surrogato dell’innovazione (che è molto più faticosa e auspicabile). La retorica del nuovo in tempo di crisi è stata usata da tutti i comunicatori politici più efficaci (e dagli spin-doctor che gli stanno dietro) dal  “Change” di Obama, alla rottamazione di Renzi. Parte del consenso  dell’Euro (che è prima di tutto un oggetto da maneggiare quotidianamente e quindi soggiace alle leggi dell’appeal, del brand e del design) era dovuto al suo elemento di novità. L’Euro ebbe un ottimo marketing, la Lira è vecchia e legata a ricordi non soltanto positivi.  Una Nuova moneta ti porta in una Nuova Era, chi non vuole vivere in una Nuova Era?
  • RINASCIMENTO ed ETA’ dell’ORO: Quale Era? Si richiede che un cambiamento percepito come radicale e potenzialmente foriero di instabilità e sacrifici ( la disgregazione dell’Euro è necessaria, ma non è detto che l’uscita sia rose e fiori, anzi) debba approdare a un’Era di progresso e prosperità. Il richiamo a un’età dell’oro (sufficientemente lontana per cui nessuno ne ricordi l’altra faccia della medaglia) è un artificio retorico da sempre efficace in politica, dal recupero della Roma  Imperiale di Mussolini, al “nuovo miracolo italiano” di Berlusconiana memoria.  Attuamente c’è un meme che si sta affermando con una certa efficacia cui hanno fatto riferimento con successo gli M5S e Renzi in politica ed è stato colto (fateci caso) dai copywriter di diverse imprese italiane nei loro spot pubblicitari, mi riferisco alla retorica  positiva del Nuovo Rinascimento. Questo meme poggia su valori culturali comuni, specificamente italiani, di cui è facile essere orgogliosi, associa inoltre i valori universali della prosperità, dell’arte e della bellezza. Una strategia comunicativa basata su una moneta dal nome rinascimentale potrebbe essere efficace.
  • I PAESI FORTI: Non tutte le monete rinascimentali hanno però lo stesso suono ed evocano le stesse immagini. Il Tallero (usato attualmente in Slovenia e  padre filologico del Dollaro) o il Ducato, sono nomi non più in  uso da tempo (se non in rari casi) e rischiano di sembrare soltanto obsoleti. Il Fiorino oltre all’età rinascimentale evoca automaticamente i fiorini moderni utilizzati fino al 2001 da un paese, percepito come prospero e civile, del nord Europa (non siamo entrati nell’euro per sentirci anche noi nordeuropei? sic!) come l’Olanda.

Ovviamente auspico (e mi applico nel mio piccolo), perché la necessità di abbandonare l’Euro venga compresa dagli italiani nel modo più democratico e consapevole, basato su una reale informazione e solide considerazioni scientifiche, economiche e politiche. Tuttavia chi sostiene la tesi opposta, mancando di quest’ultime, usa e userà prevalenemente mantra e parole d’ordine ben studiate e  di natura meramente propagandistica. Senza recedere mai da un approccio che informi innanzitutto i cittadini sui danni della moneta unica, alcune piccole armi di contro-propaganda o, se vogliamo, alcune accortezze nel  packaging di una buona idea, potrebbero rivelarsi assai utili. E’ il marketing bellezza.

PS: Mentre i disvalori legati alla Lira e i richiami generici al rinascimento valgono per ogni movimento politico No-Euro, la scelta del Fiorino potrebbe essere inefficace per un movimento politico in particolare, la Lega. L’uso sconclusionato dei richiami al passato, degli elmi con le corna, del Dio Po e dei matrimoni druidici, vanno forse bene per fomentare i militanti nei raduni di Pontida, ma costituiscono un sicuro  punto debole quando si tratta di allargare il perimetro del proprio consenso. In questo solco gli avversari politici avrebbero gioco facile nel ridicolizzare il Fiorino come ennesima pagliacciata pseudo-storica. Del resto, se portano ancora in giro Borghezio e calderoli il rischio di sembrare ridicoli continua con tutta evidenza a non spaventarli.