L’arte della crisi: Italia De Profundis di Giuseppe Genna.

Qualche tempo fa, prima delle ultime elezioni, scrivevo del fatto che  davanti alla pietrificazione della crisi sociale e politica italiana (lo spettro violento di quella economica non si era ancora manifestato chiaramente) non vedevo emergere un’arte della crisi, in grado di trasfigurarla. Nel mio semianalfabetismo musicale, nel trascurato interesse di vecchia data per le arti figurative, in quello recente per certe forme di teatro e nella mia passione per i libri sto cercando di aguzzare la vista.  D’ora in poi, se mi capitera’ di incontrare qualche pezzo di questo momento artistico e letterario tutto presunto, magari ne parlero’ qui cercando di ricomporne il puzzle, ammesso che un puzzle ci sia. Io credo che Italia De profundis, con l’ “arte della crisi” abbia a che fare. Un estratto da Ozia:

 

E’ la prima volta che leggo qualcosa di Giuseppe Genna e aver cominciato da Italia De Profundis, che non e’ un testo dalle finalita’ e dalla struttura convenzionale, credo mi fara’ leggere gli altri in maniera diversa. Questo romanzo/non romanzo ,dice lui stesso, poteva e forse doveva chiamarsi Giuseppe Genna De Profundis, in quanto la finalita’ e’ proprio mettere a nudo l’autore. Le derive di uomo in un paese alla deriva. Uno scorcio autobiografico disarticolato lungo circa tre anni, o meglio, articolato secondo un percorso umano piu’ che secondo una linea cronologica convenzionale in cui, il racconto e la narrazione che lo prelude (la distinzione e’ dell’autore), cambiano spesso ritmo e registro.  Diversamente dal solito il momento tragico precede quello comico e satirico, si compiono salti tra diversi segmenti e ci si ferma spesso sulla filosofia, sulla critica e sulla spiritualita’. Si fa riferimento ad altri testi e alla citazione di altri saperi come in un saggio pur mantenendo il pathos del romanzo, si passa, bruscamente, dal piano analitico a quello allegorico, da autoflagellazioni a orizzonti di boria.

Lo scrittore/protagonista entra spesso nel testo in modo didascalico e lo fa in quanto scrittore. Non leggete le prossime venti pagine perche’ sono incredibilmente noiose(*), vi dice. Se volete sapere con chi ho appena scopato, se e’ questo che vi interessa, andate al prossimo segmento, dice. Vi avverte che deve trovare il finale, mentre lo trova. Mentre scrive il racconto lo interrompe, distaccandosene (distaccandovi) in corso d’opera, per paragonarlo a scritti dello stesso tenore di altri scrittori. Quel racconto che a me ricordava l’opera caustica, divertentissima e terribilmente snob, della satira sulla societa’ di massa del miglior Michele Serra lui lo riconduce a Ballard, Houllebecq e soprattutto David Foster Wallace(**). L’autore entra continuamente nel romanzo per parlare del romanzo, o per per inserirne comunque le vicende in una prospettiva letteraria, quindi meta-letteraria. L’esercizio non e’ ozioso anzi, non e’ un esercizio.

E’ una necessita’.

Se l’obbiettivo e’ davvero mettersi a nudo, non si puo’ mettere a nudo soltanto l’uomo, ignorando lo scrittore. L’esercizio ozioso, la falsificazione letteraria piu’ evidente, starebbero proprio nel pretendere di mettere a nudo l’uno distinguendolo dall’altro, come se non ci si riferisse ad un unico ente. Lo scrittore si puo’ denudare soltanto mentre scrive, denudando di conseguenza il testo. Ci sara’ pure malizia e la nudita’ vera in fin dei conti puo’ essere soltanto quella del testo, perche’ ogni contatto con l’autore e’ sempre mediato dall’opera e la letterarieta’ altera per definizione: ma la coerenza interna di Italia de Profundis resta intatta, addirittura se ne giova.

Per un segmento a mio gusto irritante(***), ce ne sono almeno quattro magistrali, bellissimi, quasi perfetti nella tensione e nel realismo degli estremi. Per chi e’ interessato alla vita degli autori ci sono alcuni capitoli che, in quanto raccontati in un contesto autobiografico e danzando sul precipizio della morale corrente, potrebbero scatenare curiosita’ morbose sulla loro veridicita’. A me che quei fatti siano accaduti o meno non interessa minimamente (mi interessa molto piu’ l’opera che non la biografia storica e personale di chi scrive): sono verosimili e coraggiosi e l’incanto della letteratura si realizza prerfettamente. Un paio di domande su aspetti marginali e per niente scabrosi, pero’ vorrei porle a Genna se una volta per caso passasse di qui: la prima retorica la seconda sincera e sgomenta. Riguardo all’effetto sui lettori e il livello degli stessi, di Dies Irae e Gomorra: ma a chi pensava che andassero in mano i loro libri una volta che incontrato un grande successo? A milioni di intellettuali e spiriti liberi? Si chiede sempre al lettore di non mitizzare l’autore e poi si compie l’errore, piu’ grossolano, di idealizzare il lettore? La seconda domanda riguarda invece la discussione sulla poesia avuta dal “gruppone” al villaggio vacanze, in cui un gruppo di personaggi neoitaliani, destrorsi e caricaturali, decreta la morte della poesia per precoce obsolescenza come se questa non godesse piu’ di libera cittadinanza nel vivere moderno, dominato dalla fica, dalla grana e dagli status symbol. Se quei personaggi sono delle rappresentazioni grottesche e stereotipate di tratti generalmente individuabili in molti italiani, coerentemente col racconto, siamo ancora alla satira, magari un po’ forzata, dell’Italia agonizzante. Se quella conversazione invece e’ accaduta davvero, se quella conversazione e’ statisticamente possibile, cioe’ se la probabilita’ che quelle persone si riuniscano casualmente in un luogo come un altro e pronuncino quelle parole e’ diversa da zero nell’universo fenomenologico, questo perche’ Giuseppe Genna li ha realmente incontrati quel dato giorno a Cefalu’, allora vorrei saperlo. In quel caso probabilmente il millenarismo del “tragico esito italiano” figlio dell’impotenza davanti all’affondare sordo di questo paese esausto di se stesso e dalla cui suggestione anch’io sono tra mille dubbi rapito, sembra un’eventualita’ anch’essa piu’ concreta. Saremmo infatti al delirio anticulturale che si fa convinzione popolare generalizzata, peggio che nei piu’ cupi incubi di Bradbury: il folle rogo della parola scritta di Fahrenheit 451, che germoglia dal basso.

(*) Un grande affresco allegorico che viene voglia di dipingere, e noioso non e’.
(**) Qui il destino e’ sardonico con Genna come soltanto il destino, una volta riconosciutolo a posteriori come tale, sa e puo’ essere. Wallace muore poco prima che il libro vada in stampa e le ultime parole scritte da Genna su uno scrittore per cui nutre, e’ evidente, una stima enorme suonano come un’offesa e un’accusa, guarda un po’, proprio di snobismo. La lunga nota in merito aggiunta a posteriori rientra poi perfettamente, come per magia, nella dialettica interna del libro. Potere della letteratura “aperta”.
(***) Quello in cui l’autore ci racconta di come David Lynch gli abbia fatto capire che Genna e’ l’unico in Italia ad aver capito David Lynch. Il che sancisce l’eventuale affinita’ estetico-spirituale tra i due, piu’ che l’acume dell’uno o la grandezza dell’altro.
(****) Qui c’e’ il rischio di cambiare il modo in cui la gente ti guarda e di risultare atrocemente antipatico. Cosa che accadrebbe a chiunque tentasse, credibilmente, di mettersi a nudo.

Gli operai sono una noia mortale.


Che palle i morti sul lavoro.
Che palle gli operai bruciati vivi.

E’ tutto terribilmente standard a cominciare dalla vittima. Al pubblico non interessa se la vittima stava facendo quattro ore di straordianario, paradossalmente sono troppo… “ordinarie”. Gli operai fanno sempre le stesse cose, agli stessi orari, negli stessi posti. Gli operai sono noiosi. Gli operai, in quanto tali, non vanno nemmeno su Youtube… nemmeno se gli spieghi che è gratis. Gi operai sono pigri e non hanno il senso dello showbusiness né l’ansia di apparire, sono anonimi e arretrati, non sanno neppure morire come si deve.


E l’arma del delitto? Che se ne fa la gente di estintori malfunzionanti? E’ roba da maniaci, seppur malati di pignoleria, controllare mensilmente lo stato di funzionamento di un estintore. E di un tubo sputafuoco in un vecchio impianto in via di dismissione? E di una gru che si spezza? Tutto banale, troppo prevedibile, visto e rivisto. E poi non c’è mistero, non c’è incertezza. L’arma è là e la vedono tutti, non si possono fare supposizioni su un mestolo o una scarpa, né calcolare calibri e traiettorie. Non si possono mettere a confronto le ferite con le presunte lame che le hanno provocate.


La location poi… non è adatta. Una fabbrica o un cantiere… esistono forse luoghi più noiosi? Sono luoghi noti al pubblico, non c’è stupore, non c’è suspance, non c’è prurito. Nelle fabbriche si lavora e qualche volta si sciopera. Niente sesso, niente droga, niente rapporti morbosi, niente esplosione di violenza. Nelle fabbriche e nei cantieri non c’è neppure un anfratto dove allestire una messa satanica, un festino sadomaso, un poligono di tiro. Nelle fabbriche non c’è nulla di eccitante da scoprire.


Dell’assassino e del movente non varrebbe neppure la pena di parlare. L’uno è un bravo signore vestito bene che mai e poi mai darebbe uno schiaffo a suo figlio. In certi casi è un board aziendale o una nebulosa comunità di azionisti, forse una banca, forse un fondo estero. Tutta gente che si sarebbe onorati di avere ospite a cena. Nessun maniaco, nessun raptus omicida, nessuna presunta depravazione. Nessuna faccia dai biechi connotati sul cui soma costruire lombrosiane congetture. L’assassino, talvolta, puo’ essere perfino una legge… ops… ma questo non si può dire o si rischia di tirar la volata a estremisti e terroristi.


Il movente poi è semplice quanto scontato, fare un pò di soldi in più. Chi di voi non vorrebbe fare un pò di soldi in più? Siete contenti quando le azioni del gruppo industriale che il vostro consulente finanziario vi ha messo a portafoglio salgono, no? Vi sta bene così, mica sentite il bisogno di andare a fargli le pulci sulle norme di sicurezza del lavoro. Sono soltanto un po’ di soldi in più, non hanno mai fatto schifo a nessuno.

E’ umano.

Non è questo che la gente vuole, non è questo che chiede il pubblico. Il pubblico ha bisogno del mistero perchè in esso può realizzarsi il “transfert”.

Dati degli elementi incerti, dichiarazioni discordanti, uno scenario torbido e macchie di sangue a sufficienza, si puo’ vivere dal divano di casa propria l’immedesimazione con la figura dell’investigatore. Giocare a fare l’investigatore è affascinante e alla fine, se siete stati bravi, potrete dire <<Visto? Avevo ragione io! E’ stato lui!>>. In più ricostruendo la scena del delitto correttamente si puo’ condividere il brivido di terrore della vittima e biasimare lo sguardo bestiale dell’assassino. Siamo nella società dei reality e dell’intrattenimento, la gente vuole vivere il “Thriller della realtà”, qui sta il punto.

Quindi sì, è colpa degli operai se non c’è la dovuta attenzione sul problema, non hanno capito cosa vuole la gente. Le “morti bianche” non interessano a nessuno perchè sono troppo bianche, devono diventare rosse come il sangue o nere come una messa satanica.

E’ colpa loro, ma io sono buono e voglio dargli un consiglio.

Invece di piagnucolare si rimbocchino le maniche creando nelle fabbriche un ambiente più adatto agli stupri, alla violenza efferata e alle armi da taglio. Organizzino orgie, intreccino rapporti omosessuali o bisessuali, invitino clandestini rumeni o meglio ancora negri, il negro tira sempre, lascino tracce di sperma e di feci laddove non dovrebbero essercene, aprano i cancelli alla gnocca godereccia, lascino balenare sospetti di abuso di droghe, mettano filmanti pornografici su Internet e, se neppure questo dovesse funzionare, si rechino al lavoro solo dopo aver fatto scorta di pesanti armi da guerra, che quelle basta averne in quantità e prima o poi qualche matto pronto ad usarle salta sempre fuori.

Insomma si aggiornino, lo dico per loro, ne otterranno la dovuta visibilità e il giusto scandalo presso i media e l’opinione pubblica.

Continuare così è proprio uno spreco… perchè, se andiamo a vedere, di materiale ce ne sarebbe eccome, di morti sul lavoro in Italia ce ne sono quattro al giorno.

E dove lo trova Bruno Vespa un Serial Killer così zelante? Avete idea delle puntate di Porta a porta che potremmo farci…


“Arbeit macht frei” da imagesofme.splinder.com