Golpe o semplice gattopardismo?

Sbaglia Grillo a parlare di Golpe o Golpettino, per almeno tre ragioni. Innanzitutto, per poter parlare di Golpe deve esserci una violazione delle regole formali della Costituzione e questa, oggettivamente, non c’è stata. Inoltre, parafrasando una vecchia canzone di Stefano Rosso, per fare il Colpo di Stato deve esserci uno Stato: qui semmai ci si accanisce su un corpo clinicamente morto, tenuto in piedi dall’apparato burocratico, come il defunto Cid Campeador di Charlton Heston (1961) la cui salma veniva legata al destriero per guidare i suoi nell’ultima battaglia. Infine, seppure in peggio, durante un Golpe gli equilibri di potere solitamente cambiano, mentre la rielezione di Napolitano e le circostanze in cui questa è maturata, non sono altro che il rinnovarsi dell’eterna profezia di Tommasi di Lampedusa, la maledizione del trasformismo italiano. Qualche giornale, per lo più straniero, ha azzeccato la giusta metafora.

Autoscacco

Quella su cui si gioca in Parlamento è una scacchiera ben strana. Ci si siede su tre lati, si vince o si perde soltanto se due giocatori decidono di allearsi, altrimenti è stallo. Il giocatore che siede a sinistra non può allearsi con quello di destra senza veder evaporare altri milioni di voti,

quello di destra stringerebbe volentieri accordi con Attila Re degli Unni pur di salvare le terga del capo e mantenere una qualche rilevanza politica.  Il terzo incomodo auspica l’accordo tra gli altri due per poi fare l’offeso e passare la legislatura a controllare gli scontrini. Stallo.

In questi strani scacchi all’italiana lo stallo non è un vicolo cieco in cui termina la partita, ma una condizione inerziale sotto la minaccia di una bomba a tempo. Aspettando il default, il collasso sociale definitivo, la causa di forza maggiore, i giorni semplicemente scivolano via, sperando che l’elezione del Presidente della Repubblica intervenga a spostare miracolosamente qualche equilibrio.

La prima mossa tocca al bianco, pezzi d’avorio in mano al PD che non sa che farsene. Nel pessimo sequel di una campagna elettorale fallimentare, in cui si è promesso un po’ di questo e un po’ di quello, cioè niente, il PD esita a fare qualsiasi mossa, si vocifera sui nomi, si schierano per mesi pezzi fasulli, qualche cavallo dopato e qualche pedone da sacrificare.

Alla vigilia della votazione, Bersani propone una rosa di candidati che sembra scritta da D’Alema. Infatti, con Marini (uno che nessuno ricorda) e Amato (uno che tutti ricordano con terrore), c’è D’Alema.  

Dopo aver farfugliato per qualche giorno sulla necessità del cambiamento, esattamente come in campagna elettorale Bersani è incapace di dare  un segnale di rottura, una parola chiara che presagisca un agire politico convinto e determinato. I consulenti della comunicazione del PD o sono grottescamente incapaci o votano PdL. 

Poi, dopo un illuminante summit con Berlusconi, Bersani candida Marini polverizzando in un colpo solo il partito, la coalizione e, prevedibilmente, i consensi. Chissà cosa si sono detti, al summit.

Il PD si suicida ancora, mostrandosi diviso proprio mentre pretende di convincere tutti che può governare. Ci sono riusciti un’altra volta, ormai sono al suicidio politico seriale.

Intanto il M5S tira fuori una rosa di dieci nomi: qualcuno impeccabile, qualcuno fantasioso ma tutti graditi alla base della sinistra, esattamente il genere di nomi che Bersani non sa fare. La Gabanelli ci dorme sopra una notte, poi si dichiara non abbastanza competente e sceglie di continuare a svolgere egregiamente il proprio lavoro. Defilandosi la Gabanelli apre consapevolmente ai nomi successivi della lista, Rodotà e Zagrebelsky: competenti, indipendenti e onesti, a quanto se ne sa. Sarebbe troppo facile votarli e fare bella figura. I consulenti della comunicazione del PD lo sanno e non lo permetteranno mai.