Concerti, paranoie e squadristi a Villa Ada.

Soltanto un concerto.
A Villa Ada c’è una delle mille manifestazioni di Roma Estate, “Roma incontra il mondo”. Ieri sera suonava la Banda Bassotti ed io, dopo aver latitato a lungo, decido di andare col Taxista Leninista a vedere il concerto, bere due birre e, spalla malferma permettendo, ballare un po’ di Ska. Picchio, Sigaro, Scopa, Sandokan e credo altri della band erano manovali col vizio dello Ska e del rock antifascista militante, oggi sono una band conosciuta in tutta Italia, che fa concerti anche all’estero, e che a quanto ne so’ campa di musica: musica che mi piace. La band è politicamente schieratissima a sinistra, dura e pura, di stile e  look Skin Head, RedSkin si diceva una volta.  Hanno le loro posizioni intransigenti e fanno musica.

Il concerto inizia puntuale, dal vivo la Banda spacca come sempre, la gente poga indemoniata, la  mia spalla prende botte su botte da ragazzetti ubriachi così  mi defilo a saltellare sul posto, Villa Ada col suo laghetto e la notte d’estate è bella e suggestiva: insomma, un cazzo di concerto.
Il concerto finisce, qualcuno resta a ballare col Dj che passa la solita roba mentre io e il Taxista ci facciamo una birra, spulciamo bancarelle di libri e DVD e salutiamo qualche amico incontrato per caso. Verso mezzanotte e mezza  decidiamo di andar via  e al coinquilino scattano le consuete paranoie. Villa Ada è al quartiere salario , il quartiere più nero di Roma,  e per raggiungere l’entrata principale si attraversa una lunga strada  senza vie di fuga  al termine della quale abbiamo parcheggiato l’auto. Il coinquilino mi attacca la solfa delle terribili aggressioni fasciste che potremmo subire durante il tragitto,  di come Forza Nuova  la faccia da padrone in quella zona, di come la mia maglietta con la bandiera rossonera degli anarchici ci esponga alle squadracce ed altre fisse del genere. Ora, dovete capire che il Taxista Leninista legge un sacco di libri sulla Resistenza e sulla violenza politica degli anni settanta, vive in un universo immaginario tra coraggiosi partigiani che si nascondono sulle montagne, le gesta eroiche dei fratelli Cervi e colonne di SS e gerarchetti che battono le campagne in cerca di ribelli e dissidenti: cioè, voglio dire, è  difficile in generale fargli capire che siamo nel 2007. Visto che il concerto appena concluso aveva ampi riferimenti all’argomento e considerato che abbiamo bevuto e sfumacchiato qua e là tutta la sera, capisco che il tizio sta partendo per la tangente. Dopo aver preso per il culo le sue anacronistiche preoccupazioni, ne ridiamo insieme sulla via del ritorno. Prendiamo l’auto che è l’una meno venti, passiamo davanti a un pub straripante di gente che mi spiega essere un ritrovo di fascistelli: la sua attenzione su questo genere di cose e la sua conoscenza della città sono infinitamente superiori alle mie. Alla fine, tranquilli, ce ne andiamo a dormire.

Nessuno si aspetta la X-MAS.
Mbè? E allora direte voi? C’è che l’aggressione fascista alla fine c’è stata davvero, in grande stile per giunta. Dieci minuti dopo  essercene andati pare che una colonna di 150(*) energici virgulti ariani di Forza Nuova(**) armati di spranghe, coltelli e catene sia scesa giù per la strada senza sbocchi e abbia raggiunto i cancelli di Villa Ada tirando bombe carta e petardi, pestando un po’ di gente a casaccio. Ne hanno fatto le spese alcuni ragazzi (uno è stato accoltellato ed è all’ospedale, piu’ qualche contuso) e persino qualche carabiniere accorso per sedare la cosa.  Centocinquanta armati organizzati, dico 150, che si muovono verso una zona relativamente isolata dove centinaia di persone, tra cui ragazze e  pischelli  delle superiori  ascoltano musica e mangiano Kebab, è qualcosa di cui in tanti anni di manifestazioni e concerti io non ho memoria. O meglio, non  ho memoria diretta, e devo tornare  a ciò che ho letto su gli anni prima che nascessi o nei quali ero un poppante. Devo tornare alla violenza politica degli anni ’70, ai libri del TL e al suo immaginario che, posto in certi termini non legati a episodi sporadici e marginali, trovo surreale.  Devo tornare  a quando  dovevi stare attento a che maglietta indossi, a che concerto vai e a che strada attraversi.


Le nostalgie dei nostalgici.
E torniamoci allora a quegli anni, ai loro dati ai loro numeri e alla merda che si portarono dietro. Cito da un Blog antifascista dove ritrovo l’articolo sull’argomento che avevo letto mesi fa sul Manifesto che correttamente suddivideva la violenza di quegli anni in due fasi distinte. Ho tagliato dall’estratto le parti relative alla violenza di Stato e alle stragi perchè, spero di non sbagliarmi anche su questo, le prime oggi paiono sporadiche, seppur presenti, mentre le seconde, grazie al cielo, appaiono lontane. Veniamo al primo periodo:

Nello stesso periodo (1969-1975 N.D.Aram) si ebbero «2.528 episodi di violenza, di cui 194 ascrivibili alla sinistra, ben 1.671 alla destra e 174 ad altri». Gli «attentati non rivendicati» sono stati invece «1.708, di cui 175 ascrivibili alla sinistra, ben 1.339 alla destra e 194 a ignoti». Si può dunque dire senza tema di smentita che nella prima metà degli anni ’70 – in cui cade anche il rogo di Primavalle – la violenza fascista è addirittura straripante, con qualche «risposta» da parte di alcuni militanti di sinistra…

E poi al secondo:

…le cose cambiano negli anni successivi. Tra il 1976 e il 1982 «gli episodi di violenza sono stati 2.321, 977 attribuibili alla sinistra, 1,254 alla destra». Gli «attentati non rivendicati sono invece stati 4.445; 1.617 ascrivibili alla sinistra, 1.206 alla destra, 1.622 a ignoti». Altra cosa sono gli «attentati rivendicati» dalle organizzazioni della lotta armata, sia di sinistra che di destra, che entrano in un altro computo. Nel periodo indicato si verificano 2.055 attentati riconosciuti da gruppi di sinistra (394 dalle sole Brigate Rosse, 107 da Prima Linea), mentre 388 sono di destra. C’è però da aggiungere che a quel punto la maggior parte delle azioni «di sinistra» non vanno a colpire solo i fascisti, ma anche uomini e apparati dello stato; mentre le «azioni di destra» restano indirizzate quasi esclusivamente verso «i compagni». Bermani calcola in 22 i militanti di sinistra uccisi dai fascisti in agguati o scontri di piazza, mentre sono 11 i neofascisti morti nello stesso modo.

Personalmente la storia vorrei avercela alle spalle e non eternamente davanti agli occhi, vorrei studiarla (se ne ho voglia) e non riviverla, vorrei costruire, o comunque assistere, a qualcosa di diverso da ciò che videro le generazioni precedenti.
Non ho nostalgia né della prima fase della violenza né della seconda.
Non ho nessuna cazzo di nostalgia di quegli anni ’70.
Vorrei poter andare a qualsiasi concerto, vestito come cazzo mi pare, attraversando qualunque strada buia della mia stanca città.

La strada intrapresa ieri sera da quella feccia fascista sappiamo dove porta ed è un posto dove io non intendo andare.

Per schifo che mi faccia, vorrei vivere nel 2007, cazzo.

PS. Attendo con curiosità la copertura mediatica che verrà fornita all’evento ben ricordando quella che fu data ad altri esecrabili, seppur di gran lunga meno gravi, comportamenti di matrice opposta. Com’è che si dice? Par condicio?

(*) Il sito di Repubblica riporta 20 sul titolo ma le interviste a due dei presenti, compresi gli organizzatori della manifestazione parlano di 150. Ora, come ho detto io me n’ero andato, ma  venti persone non ne potevano tenere in scacco le centinaia rimaste più alcune volanti dei carabinieri.

(**) I quali ier sera non s’erano dedicati ad altre edificanti attività che gli sono proprie quali far scritte antisemite sui negozi ebrei di viale Somalia o dare il bentornato al loro caro nonno Priebke.

“LA CASTA”: prove tecniche di stupore.

Si esultava tutti insieme alla morte delle ideologie, alla nascita del bipolarismo dove due coalizioni quasi uguali si fronteggiano nella caccia del voto moderato, si sono importati modelli preconfezionati e modaioli (liberismo, privatizzazioni, precarietà) invece di elaborarne di nuovi e sperimentarli direttamente nel territorio: ma se togliamo di mezzo ideali e passione lasciando che i partiti inseguano l’elettorato sulla base di sondaggi e convenienze, mentre si smette di ragionare su un’idea di società che sia diversa e possibilmente migliore, della politica, infine, che resta? Restano privilegio e potere, cioè le prerogative di un’ aristocrazia conservatrice, una casta appunto, che non potendo rivendicare ne l’uno ne l’altro per ragioni di sangue, li difende coi metodi del nepotismo, del lobbing, del favore e del saccheggio. Per quanto si comportino come tali non sono in realtà neppure degni di una vera aristocrazia, tant’è che il loro dominio è volgare e goffo quando non addirittura micragnoso, tanto più detestabile perché ammantato dell’ipocrita retorica di chi ” ha deciso di mettersi al servizio dei cittadini”.

Dunque di che stupirci?

Cos’è tutta sta gente con “La Casta” in mano che gira per gli uffici facendo finta di non credere ai propri occhi? Dove hanno vissuto negli ultimi vent’anni? Fa bene Stella a scrivere questo libro doveroso, documentato e parecchio paraculo, che conta molto sulla secolare tendenza degli italiani a cadere dalle nuvole, possibilmente indignati, quando gli si racconta ciò che sapevano benissimo. Pur non essendo esattamente avvincente, soprattutto a causa dell’esposizione un po’ teatrale tipica dell’ italiano che fa i conti della serva, l’inchiesta ci sta tutta ed  è fatta con rigore. Malgrado ci siano di mezzo praticamente tutti i vertici della pubblica amministtrazione  pare non sia ancora partita  nessuna denuncia per calunnia e la sensazione è che la classe politica faccia di tutto per evitare l’argomento, al più allontanandone da sé lo spettro recitando anatemi sui rischi dell’ antipolitica. La Casta è un’arringa sorniona  pronunciata da Stella col tono del tribuno della plebe che sa di avere in mano tante e tali prove sulla colpevolezza dell’intero spettro politico italiano (sembra salvare soltanto Soru) da potersi concedere di dosare compiaciuto ironia e biasimo. Stella, infatti, stravince una partita tutta in discesa per scelta del bersaglio e vastità della platea, partita che lui ha comunque il merito di aver cominciato a giocare prima degli altri. Ora però, accantonato il fenomeno editoriale e attendendo lo stormo degli emuli e degli epigoni, resta da capire come abbia fatto questo popolo sempre santificato nella retorica nazionale ad essersi fatto rappresentare da una tale cricca di mediocri arrivisti? E qui ci sono due alternative: o la democrazia rappresentativa in Italia non funziona, oppure la verità è che questi rappresentano benissimo il paese. Eddai guardiamoci allo specchio da vicino, tutti noi che siamo figli di santi , poeti, imperatori e navigatori, e dunque tali a nostra volta per diritto divino: non è che questa classe dirigente un po’ in fondo ci somiglia?

I nuovi mostri: la maschera comica di Re George.

Durante il suo viaggio in europa George W.Bush è stato contestato ovunque, come era già successo durante la sua visita di qualche mese fa ai paesi dell’america latina. Striscioni, caricature, scontri, cori, maschere grottesche, ingiurie e cortei lo hanno consacrato come il piu’ odiato presidente degli Stati Uniti d’America di tutti i tempi. Disprezzo condivisibile e pienamente meritato  eppure totalmente  incentrato sul corpo fisico del monarca piu’ che sulla carica che rappresenta, sulla persona di Bush piu’ che sulla squadra di governo, la lobby e il partito che lo sostengono. E’ la grande forza della democrazia in cui il re puo’ essere decapitato ogni quattro anni salvando il regno e rinnovando l’istituzione della monarchia e del sistema che la sorregge. Bush si presta perfettamente ad essere bersaglio simbolico di mezza america e buona parte del resto del mondo con le sue gaffe, la sua ignoranza, la sua fede ostentata e ipocrita e, non ultimo, il suo machismo da vaccaro  che  combinato con quanto detto lo fanno apparire spesso come lo scemo del villaggio  la sera della festa, quando alticcio e convinto di essere rispettato, decide di fare lo spaccone tra le risatine accondiscendenti di chi lo conosce e proprio per questo, in realtà, non gli da peso. Questa tendenza di Bush, comincio a sospettare gradita a chi gli sta intorno, ha in realtà un risvolti tragici perchè permetterà all’establisment repubblicano di sbarazzarsi di lui senza alcun problema dando un segno di discontinuità all’opinione pubblica americana (anche di destra) basato sull'”immagine presidenziale” e non sulla politica globale dell’eventuale governo che  potrebbe succedergli. Al posto del buon George ci finirà una persona percepita come seria, alla Rudy Giuliani per intenderci(*), che vista l’enorme differenza di immagine potrà permettersi una sostanziale continuità politica. Perchè il punto è che Bush, malgrado spesso finisca per sembrarlo, non è un monarca scemo autarchico e impacciato che gioca a Risiko! con le sorti del mondo ma l’espressione, mediaticamente costruita, di una lobby economica, degli interessi strategici di una potenza imperiale, di un partito politico gigantesco e di una corrente all’interno di questo fatta anche di intelligenze sottili e volontà ciniche e spietate. Le parole cinico e spietato, in questo caso, le intendo senza  giudizio morale ma in quanto doti connaturate al ruolo di statista di una grande potenza imperiale, nell’interpretazione novecentesca del termine. Questo fa di Bush un feticcio sacrificale, la maschera ridicola cara all’immaginario filmico americano dello stolto salito suo malgrado agli allori della gloria, manovrato in realtà da qualcuno di gran lunga piu’ furbo di lui. Proprio questo suo essere maschera, tanto piu’ solitaria quanto piu’ si avvicinano le elezioni e si susseguono le disfatte militari e politiche, ha permesso che egli al termine della sua sfilata europea mi ispirasse un inaspettato e brevissimo moto di tenerezza(**), sentimento che mai potrebbero ispirarmi Cheney, Rumsfield, Pearle o Wolfovitz cioè l’élite politica che lo sostiene e probabilmente gli sopravviverà.  E’ avvenuto due giorni fa quando, giunto in Albania, per la prima volta il presidente è stato accolto da una folla festante e gioiosa che lo osannava e lui, felice di una felicità stupefatta e infantile, contro ogni protocollo e tra l’imbarazzo della security si è gettato tra di essa toccando, abbracciando e stringendo mani e corpi di un popolo lontano e sconosciuto che finalmente lo acclamava.
E gli hanno fregato l’orologio.
Giuro, gli hanno rubato l’orologio.
Nel momento della riscossa, in cui lo stolto preso in giro e disprezzato per malefatte eterodirette che dà l’idea di non comprendere a pieno, finalmente trova volti amici e calore umano tra gli umili indigeni di una terra povera e geopoliticamente insignificante: questi gli fregano l’orologio.

Il finale perfetto, l’ultima risata del film quando il tormentone delle sfighe che colpiscono l’imbranato protagonista, finalmente spezzato dalla rivalsa inattesa, ritorna a sbeffeggiarlo prima dei titoli di coda.

Se non fosse che le guerre e i morti sono veri e che la situazione geopolitica mondiale è preoccupante per il presente, e prevedibilmente disastrosa per il futuro, ci sarebbe da ridere di un riso tutt’altro che amaro, perchè diciamocelo: neppure il genio immortale di Mel Brooks avrebbe saputo fare di meglio.


(*) Non fosse per quel video in cui è vestito da donna e un senatore gli tocca le tette…
(**) Chi lo avrebbe detto?