Piergiorgio Welby.

Welby e lo Stato.

La vicenda Welby oltre che una sacrosanta battaglia di civiltà mi è parsa essere un’eccezionale spot pubblicitario per l’idea anarchica e la cultura libertaria e laica. Se infatti spesso stentiamo a riconoscere la natura sostanzialmente autoritaria dello Stato nell’imporci come vivere, in questo caso è apparso lampante come non ci sia concesso neppure di morire (o piu’ propriamente in certi casi drammatici di smettere di soffrire)secondo  libera scelta.

Welby e la Chiesa.
Coloro che nella Chiesa avrebbero voluto Welby ancora inchiodato su quel letto,  dovrebbero capire che egli non intendeva liberarsi della vita, ma del dolore. Ma per alcuni di loro Cristo è sofferenza (e non amore), e di questa  rivendicano il monopolio in nome Suo. Nel Cristo sofferente vedono l’apoteosi di quella Chiesa, che nella croce ha spesso letto il monito e non il messaggio. Perfino nell’ arte religiosa (strumento storico di educazione del popolo per antonomasia) si è sempre preferito raffigurare il Cristo della lenta morte e non quello del discorso della Montagna, della cacciata dei mercanti dal tempio o della difesa della meretrice. Così il Dio, il Santo, il profeta, l’uomo ci giungono per il dolore che gli inflissero i suoi aguzzini, piu’ che per cio’ che fece nella sua vita.  Il monopolio del dolore tramite colpa, punizione e penitenza da un lato e tramite compassione e conforto dall’altro,  fu un asse portanti nella costruzione del potere storico della Chiesa.
Welby inchiodato al suo letto diventa una potente metafora del Cristo inchiodato alla croce che qualcuno, viene da pensare, avrebbe lasciato lì a soffrire. E la chiamano difesa della vita.

Niente morti in TV, vi prego, il pubblico non capirebbe.


Io sono contrario alla pena di morte indipendentemente dal reato commesso, eppure mi sfugge qualcosa di questa gazzarra per salvare la vita a Saddam Hussein. Per deporre il nostro feroce dittatore dal suo trono e cessare il sanguinario regime di terrore bhaatista non si è esitato ad uccidere centinaia di migliaia di irakeni lasciando che il paese sprofondasse in una guerra civile ben piu’ sanguinaria del regime stesso (e ce ne voleva…). Chi dovrebbe adesso avere clemenza di Saddam? Gli USA che per avere quella testa hanno raso al suolo  un paese di 23 milioni di persone? Gli Irakeni che adesso dovrebbero essere “liberi” e dunque gestirsi da soli il proprio sistema penale? Gli stessi Irakeni che hanno subito quel regime sulla propria pelle e adesso rivendicano la loro Piazzale Loreto? Qualcosa sfugge. La deposizione e la cattura di quell’uomo hanno giustificato la perdita di 600mila vite umane e tremila vite americane (che valgono notoriamente di piu’) eppure la sua di esistenza sembra  essere improvvisamente divenuta sacra.  Da dove dovrebbe derivare la sacralità della vita di Saddam in rapporto alla carneficina messa in atto per carpirla non si spiega… a meno che questa non sia l’unica sacralità riconosciuta ai tempi nostri: quella mediatica. Come a dire: che muoiano pure gli irakeni a vagonate, uomini donne e bambini,  purchè vi prego non abbiano un nome, un cognome e una faccia per quanto questa sia impresentabile. Per catturare il mostro si ditruggano pure scuole ed ospedali, poi pero’ siccome ad uccidere in diretta TV si fa la figura dei barbari sanguinari gli si dia una bella sculacciata e lo si tenga un po’ in gattabuia, così impara. La guerra, l’occupazione militare e gli stermini generano distruzione e barbarie, vendetta e giustizia sommaria, non democrazia e diritto. Benvenuti nel mondo reale e nell’Irak  del dopo bomba, compagni radicali. L’omicidio a sangue freddo è una cosa brutta da vedere per questi politici da salotto, come se i missili Tomawack o il fosforo di Falluja fossero stati lanciati in un impeto di rabbia o per legittima difesa.  Se Pannella stracciandosi le vesti, Prodi (che si dice sgomento)  e gli altri leader europei facendo la faccia schifata davanti a tanta barbarie,  riusciranno  davvero a salvare il mostro ben venga (spero di non dovermi mai rallegrare per un’esecuzione), ma non avranno dimostrato la propria civiltà quanto piuttosto la vera concezione che l’occidente ha dei diritti umani. Una facciata ipocrita e salottiera valida (salvo revoche temporanee) soltanto entro i patrii confini, che lava le coscenze dal sangue di interi popoli di cui si tace lo sterminio concedendo in extremis la grazia ad uno dei tanti carnefici (ed ex-amici). Una solenne questione di principio discussa animatamente su un tappeto di cadaveri e, immancabilmente, in diretta TV.     

“La lacrima dell’India”, appunti di viaggio.

Le Tigri e il Leone.
Con collaudato tempismo per i disastri arriviamo in Sri-Lanka subito dopo la rottura della tregua tra l’esercito governativo e la guerriglia Tamil: dopo tre anni di pace relativa la “lacrima dell’India” è di nuovo insanguinata. Atterrando a Colombo la prima cosa di cui ti accorgi è che il paese è costellato di check-point. Si guida nel traffico zigzagando tra posti di blocco dell’esercito singalese, mucche che sostano pigre in mezzo alla strada e orde sciamanti di tuk-tuk, i riscio’ a motore simili ai vecchi Ape Piaggio che costituiscono il servizio taxi della nazione. L’etnia Tamil rappresenta il 14% della popolazione, è presente in tutto l’isola  ma la maggiore concentrazione è in due grandi province a Nord e ad Est del paese, lì sono attive le milizie indipendentiste delle Tigri Tamil. Su quelle zone mi dicono di tutto: secondo Sharka, una volontaria della Repubblica Ceka, Arunadhapura e i suoi templi millenari sono da evitare perchè troppo pericolosamente vicini al confine, mentre ad Arugan Bay le milizie pattuglierebbero, mitra spianato, persino la spiaggia dei surfisti. Ad Anuradhapura ci andiamo lo stesso e i bonzi non sembrano curarsi della presenza dell’esercito che sorveglia i loro templi giorno e notte. I casotti delle biglietterie vengono riadattati a bunker da cui s’affacciano adagiate tra sacchi di sabbia pesanti mitragliatrici. E’ uno strano dazio quello che ti obbliga per poter godere del serafico sguardo dei Buddha di pietra a doverti sottoporre prima a quello freddo e minaccioso delle canne da 15 millimetri. La strada che da Anuradhapura porta a Polannaruwa segue il tracciato del confine di guerra e tra le giungle spuntano ovunque caserme e nuovi check point, filo spinato e facce adolescenti delle reclute dell’esercito governativo, il cui simbolo è il leone che campeggia sulla bandiera nazionale. Sull’isola, pur strapiena di animali selvatici di oggi tipo, in realtà non vi sono ne tigri ne leoni. I simboli della guerra tra tamil e singalesi sono importati dalle propagande militari contrapposte, come se la guerra non fosse autocnona, estranea in realtà all’isola e alle sue giungle.

La guerra del Presidente.
Mi informano che il nostro ex-presidente del consiglio ha avuto un malore ma fortunatamente si è ripreso. Traggo un profondo sospiro di sollievo. Non amo i funerali di stato ne tantomeno sopporto la vista dei commercialisti in lacrime. Qui il nuovo presidente si chiama Mahinda Rajapaksa e il suo faccione baffuto troneggia ovunque sui cartelloni pubblicitari. Abbraccia bambini, rivolge fiducioso lo sguardo verso il futuro e benedice il paese nel suo candido abito bianco. Le sue promesse sono ovunque, stampate nel tondo ed elegante alfabeto locale le cui lettere a noi appaiono come un’incomprensibile schiera di paffuti pupazzetti, e in inglese. I Tamil sono il suo primo problema. Le Tigri, mi spiega spiega Fernando la nostra guida, sono terroristi non guerriglieri e arruolano attentatori suicidi tra i bambini dei villaggi del nord-est fin da quando Bin-Laden non aveva neppure mai imbracciato un fucile. La comunità internazionale pero’ frena il braccio dell’esercito governativo. I terroristi per l’occidente, sostiene, sono soltanto i nemici dell’occidente. Il presidente Rajapaksa ha intenzione innanzitutto di chiudere il conto con i Tamil una volta per tutte. Con la forza, lascia intendere Fernando. Gli domando se il nuovo presidente sia conservatore o laburista, di destra o di sinistra, che importa? mi dice sorridendo con gli occhietti porcini questo è di destra ma quelli di sinistra diventano di destra il mattino dopo aver vinto le elezioni. Tutto il mondo è paese e, con un certo disgusto, mi sento a casa.

La bomba.
Le Tigri colpiranno la mattina successiva a Colombo, la capitale. Un tuk tuk imbottito di tritolo guidato da un attentatore suicida tenterà di schiantarsi sull’auto del sottosegretario della difesa. E’ un attacco diretto al presidente e alla sua nuova politica, il sottosegretario è suo fratello. Resterà illeso mostrando la sera sorridente in TV il suo abito bianco appena macchiato di sangue. Sangue di uno dei passanti, in tutto 40 feriti e 2 morti macellati dalla deflagrazione. Tutte le forze politiche comprese quelle di etnia Tamil, i rappresentanti delle comunità religiose (ci sono milioni di cattolici, indù e mussulmani oltre alla maggioranza buddhista) e delle associazioni condannano fermamente in decine di lunghe interviste telefoniche alla TV. Pluralismno si direbbe da noi, niente panino, pare. Prima della nostra partenza altri scontri ci saranno a nord, nella città di Jaffna, e con essi altri morti di questa guerra.


Kataragama, il Dio di tutti.
A Kataragama visitiamo il tempio di Skanda, Dio Indù dai sette volti, durante la cerimonia della puja in cui vengono offerte ceste di frutta affinchè siano benedette, per poi mangiarle  in segno di buon augurio. Skanda è una divinità Indù comune anche ai buddhisti e, in generale, considerata sacra e benevola in tutto lo Sri-Lanka. Accanto al tempio sorgono una Dagoba buddhista ed una Moschea. I fedeli partiti fin dal mattino da tutta l’isola sciamano, porgono le loro offerte e pregano gli uni accanto agli altri: buddhisti, indù, mussulmani e cristiani. Invece di concepire complesse elugubrazioni teologiche sul dialogo interreligioso basterebbe venire qui a vedere coi propri occhi questo miracolo di folclore, tolleranza, cultura popolare e spiritualità Mettendo da parte l’arroganza occidentale e l’intransigenza islamica si potrebbe venire ad imparare in questo luogo sacro protetto tra le giungle di un’isola remota, per altri versi in guerra. Viene quasi da pensare che la pace sia già in terra per chi ha voglia di vederla, in qualche luogo sia ancora una pratica viva e non l’ennesimo defunto esercizio dialettico.


Tsunami, quando il mare invase la terra.
Uno dei motivi principali della ripresa delle ostilità è la redistribuzione degli aiuti umanitari per lo Tsunami, che vedrebbe penalizzate le aree a maggioranza Tamil. La natura si sà, non fa distinzioni di carattere politico e lo Sri Lanka ha perso il 26 dicembre di due anni fa 60mila persone su 19 milioni di abitanti, quasi un terzo delle vittime complessive del maremoto. Quando raggiungiamo la costa e parliamo con la gente ci accorgiamo subito che qui ognuno ha una storia da raccontare e ricorda nei particolari dov’era il giorno in cui il mare invase la terra. Sono loro a raccontare, noi siamo troppo imbarazzati per fare domande, perchè nelle coste del sud-est oltre a molti rocamboleschi salvataggi i piu’ hanno anche un morto in famiglia. Il dr. Koda Koda dice che gli aiuti sono arrivati, la solidarietà internazionale ha funzionato, sulle coste si costruiscono ospedali in zone disagiate coi soldi dei tedeschi. Ma gli alberghi e le spiagge sono vuoti, le barche dei pescatori sono relitti schiatati a decine di metri dalla spiaggia e quelle che sembrano rovine di vecchi bastioni logorati dal tempo sono invece scheletri di case devastate dal mare appena due anni fa. Koda Koda e Mohan, che vive in Italia da vent’anni, stanno costruendo con le proprie forze una nuova casa famiglia dove far crescere e studiare gli orfani dello Tsunami di Hambantota. Mettono la propria tenacia a disposizione di coloro a cui l’oceano ha rubato tutto, affinchè i bambini dello Tsunami non paghino per sempre.


Sri Lanka.
In questi appunti che parlano di bombe e maremoti rischio di perdere il senso del viaggio, dell’isola, la gioia di visitarla e la voglia di tornarci. Perchè Sri Lanka è anche e soprattutto fiori viola e gialli, scimmie e tafani, gente povera ma dignitosa, sorridente, ospitale, spesso colta, quasi sempre fatalista. Sri Lanka è cannella e curry, ragazze sorridenti dalle braccia esili e dagli abiti sgargiantri, sterminate piantagioni di thè che ricoprono le montagne come una coperta di velluto verde, elefanti e templi nella giungla, grotte naturali riempite dai bonzi di buddha di tutte le forge. Sri Lanka è fiori di loto e giardini magistralmente curati, strade impossibili e automobilisti che schivano anzichè frenare, è il rumore delle corse in tuk tuk, il veemente colore dei tramonti e lo scrosciare di improvvisi temporali. Sri Lanka è S. e la sua eterna lotta contro  zanzare e scarafaggi che inquina l’aria di piccole stanze d’albergo di Baigon provocandomi incubi Kafkiani. Sri Lanka è elefanti selvatici e giganteschi varani, donne che fanno il bagno nel fiume, Dagobe maestose e splendidi Batik, Saron colorati che gli uomini portano al posto dei pantaloni, spiagge dorate con onde grandi e pericolose dove ragazzetti dal fisico  asciutto  dalla  pelle  scura fanno il surf  meglio che in California. Sri Lanka è grida di babbuini, grilli stereofonici,  scoiattoli
e  pipistrelli enormi,  mendicanti e venditori ambulanti,  vecchi  vestiti di bianco meditano sotto un albero di Bhodi, lo stesso sotto cui si illumino’ il Buddha, noci di cocco di cui bere il latte e barriere coralline ricche di pesci, cani randagi e mucche in mezzo alla strada.  Sri Lanka è A. che mi passa lunghe canne di marjuana, sbronze di Arrack  il distillato ambrato delle foglie di palma, succo d’ananas e colazioni a base di papaya, il profumo del pesce fresco e dei gamberoni.  Sri  Lanka  è andare a letto la sera cullato dal canto dei  mantra che si alzano dai monasteri e svegliarsi all’alba avvolti in un lenzuolo di nebbia che evapora poi disvelando come un sipario bianco giungle sterminate. Sri Lanka è soprattutto gente che si arrabbia di rado e che sembra non conoscere  arroganza, nevrosi e volgarità.

O almeno, così a me è parso.