P.I.G.S: Chi sono i porci d’Europa?

Ci sono due abitudini linguistiche rispettivamente di americani ed inglesi che ritengo particolarmente odiose: l’uso sproporzionato e grottesco che i primi fanno degli acronimi e la consuetudine che hanno i secondi nell’ affibbiare ad altri nomignoli offensivi e talvolta razzistoidi, con la sfacciata spocchia di chi sta  facendo della sottile ed intelligente ironia.

Il termine P.I.G.S.che va  di moda nelle ultime settimane a proposito della crisi ne è un esempio perfetto e particolarmente irritante. 

Quando parliamo di crisi chi sono i P.I.G.S, cioè i porci? La finanza anglosassone che ha venduto debiti insolvibili come fossero galline dalle uova d’oro? Le agenzie di ratings che per buona parte del 2008 ancora valutavano Lehman come un debiore eccellente o che, come è avvenuto più volte, inserivano dei mutui spazzatura (rating F) dentro prodotti finanziari valutati come buoni (rating A)? O forse i grandi politici della deregulation da Reagan e la Tatcher, fino a Clinton e Bush, che hanno permesso una finanziarizzazione dell’economia ipertrofica ed incontrollata? I vari Madorf che costruivano catene di catene di Sant’Antonio da decine di miliardi? No.I porci invece saremmo noi.

P.I.G.S. sta infatti per Portugal, Italy, Greece and Spain, paesi mediterranei in forte difficoltà per il debito pubblico ed altri macro-indicatori (PIL, produzione industriale, etc…), tecnicamente a rischio default (bancarotta) in seguito alla crisi. In realtà la I starebbe anche per Ireland, paese anglofono, ma sempre volgaremente papista e inviso ai veri gentiluomini inglesi: quindi degno di stare nei P.I.G.S, o nei P.I.I.G.S. come qualcuno li chiama adesso.

Perché i P.I.I.G.S., dove la crisi non ha avuto inizio, sono diventati tali? Trattandosi di  Mediterraneo verrebbe da pensare alla maga Circe ingannatrice (e neoliberista magari), ma in realtà le cause e le condizioni sono piuttosto diverse da paese a paese. In generale dal fragile boom edilizio spagnolo al trentennale debito pubblico italiano, questi paesi hanno in comune tanto l’estraneità all’epicentro della crisi quanto la loro fragilità nel fronteggiarne gli effetti.

Con buona pace dei modernissimi deregolatori nostrani il grosso del guano viene dal mondo anglosassone, ma i porci siamo  noi perché rischiamo di restarne sommersi.

In sostanza la crisi si è spostata dalla finanza all’economia e da questa ai conti pubblici.

La crisi ecoomica infatti si traduce per i governi , oltre ai salvataggi diretti di banche e aziende, in una spirale di contraccolpi negativi: aumento della disoccupazione, aumento della spesa pubblica per gli ammortizzatori sociali, pressione sul sistema pensionistico, diminuzione del gettito fiscale, stretta creditizia sull’iniziativa privata, crollo dei prezzi immobiliari, dequalificazione del territorio  nelle aree industriali,  conflitti sociali e, di conseguenza, aumento del debito pubblico. Aumento vertigionoso anche in USA e UK, con la differenza che queste nazioni  partivano da livelli di indebitamento molto piu’ bassi.E’ così che nell’economia globalizzata la Grecia deve essere salvata dalla UE, in un momento in cui se non ci fosse l’euro la dracma avrebbe perso il 40% sul Marco Tedesco, portando il paese in una situazione molto simile a quella dell’Islanda.

Tuttavia la Grecia è un paese piccolo, che rappresenta soltanto il 2,5% del PIL europeo, per l’Italia ad esempio il discorso sarebbe più complesso trovandosi in una situazione TBTF (too big to fail) dal punto di vista di eventuali salvataggi europei.

Ma l’Italia può davvero rischiare di fallire? Se da un lato il n
ostro debito è gigantesco è anche vero che per la maggior parte è interno e quindi meno esposto alle speculazioni, così come è vero che la nostra economia ha potenzialità superiori a quelle di tutti gli altri PIG… emh, paesi fratelli del mediterraneo.  All’inizio degli anni novanta ci trovammo in una situazione anche peggiore e con la solita ricetta lacrime&sangue il rischio venne sventato. Non la pensa però così il premio Nobel canadese per l’economia (1999) Mundell , il quale un paio di giorni fa ha sentenziato:<<A preoccuparmi

non è la Grecia, non il Portogallo e forse nemmeno l’Irlanda, ma è l’Italia. A causa dell’elevato debito pubblico, l’Italia è la peggior minaccia per l’Europa>> 

Non ci resta che sperare che si sbagli e che i porci anche stavolta , all’ultimo istante prima dello schianto, tirino fuori le ali.

Nostalgia canaglia.

Nel post precedente citando soltanto la Lega rischiavo di far torto al PDL, anche loro hanno  dei personaggi “vecchio stampo”, come il candidato Celori che accompagna la propria campagna elettorale con una interessante iniziativa culturale ci regala un calendario. Né la Crfagna, né la Ferilli e nemmeno qualche nuova subrettina  in forte ascesa. Come segnala stamattina il Corriere si tratta in realtà di un calendario storico 2010 ma anche, con doppia dicitura, il Calendario dell’anno 84° dell’era fascista.

Non so voi, ma calendario per calendario io stavolta preferivo tette e culi…      

Tirando le somme(III): Disoccupazione e “pace sociale”.

Avere un blog talvolta si rivela utile per fissare la memoria e verificare, a debita distanza di tempo, i dati previsionali esaminati in passato. Mi riferisco in particolare alle stime sulla disoccupazione di cui scrissi circa un anno fa  in cui, a crisi conclamata, ci si affrettava nel tentativo di capire cosa sarebbe accaduto durante il 2009. I dati dell’epoca prodotti da CGIL, Confindustria ed OCSE erano più o meno concordi nel prevedere  tra i 400mila e i 500mila disoccupati in più, con un impennata del tasso di disoccupazione dal 6,7% a circa l’8,5%. Fuori dal coro, si alzava invece la voce di Beppe Grillo che parlava che, col solito piglio millenaristico, sparava alto prevedendo tra 1,5 e 2 milioni di soccupati in più, il tasso al 15% l’accusa (inspiegabile) alla CGIL di averlo plagiato parlando di una “valanga di licenziamenti in arrivo”. La mia opinione era che  le stime di sindacati e Confindustria fossero chiaramente più attendibili e che, seppur in condizioni di durissimo stress, il sistema sociale avrebbe retto l’urto del mezzo milione di nuovi disoccupati. Diversamente sarebbe andata nel caso avesse avuto ragione Grillo, quello era davvero uno scenario da apocalisse, con il patto sociale che va a farsi benedire e il popolo  inferocito che impugna il forcone.  Oggi finalemnte i dati ci dicono come è andata a finire:


Per dirla subito chiara: Grillo aveva torto, mentre CGIL, Confindustria e OCSE avevano ragione. La previsione più accurata è stata quella della CGIL che nel Novembre 2008 prevedeva 400000 mila nuovi disoccupati. I dati Istat resi noti il 29 Gennaio (provvisori ma attendibili) riportano:


 392000 nuovi disoccupati nel 2009
   8,5% tasso di disoccupazione al 1 Gennaio 2010
2150000 disoccupati in italia alle soglie del 2010


Insomma, con buona pace di Grillo, niente guerra civile, niente fucili né  sacchi sabbia, ma pur sempre un annus horribilis. Tra l’altro vanno considerati alcuni dati di dettaglio che aiutano a comprendere meglio il quadro. Il primo è la disoccupazione giovanile che tocca il 26% e sancisce, qualora ce ne fosse stato bisogno, l’esistenza di una casta di poveri istruiti, motivati e potenzialmente molto produttivi, rimasti esclusi dal mondo del lavoro e non protetti, sulle cui spalle grava il peggio della crisi: i vostri figli. La nazione statistica dei giovani italiani in età da lavoro ha un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello della Sardegna, una delle regioni più indigenti e colpite dalla crisi dove i lavoratori cominciano a farsi sentire più che altrove. Aspettate che si accorgano che razza di fine sta facendo il loro futuro e sentirete anche le loro voci.
L’altro dato preoccupante è che il tasso di disoccupazione non tiene conto dei lavoratori in Cassa Integrazione i quali se conteggiati porterebbero il tasso al 10,1%, circa come negli Stati Uniti epicentro della crisi dove non esiste nulla di simile alla CIG. In breve, tra disoccupati e cassaintegrati abbiamo 2,5 milioni di famiglie italiane che hanno perso in parte o del tutto il proprio reddito.
E per lo sfavillante 2010, anno della di mirabilie e ripresa economica?
La CGIL le cui stime a questo punto non vanno comunque prese per oro colato ma si sono come abbiamo visto rivelate affidabili (mentre il governo dell’ottimismo gridava contro i sindacati

corvi, cassandre di sventura e menagrami)  dice che se nessuno farà niente il 2010 andrà peggio del 2009raggiungendo, stavolta lo temo anch’io, livelli da rivolta sociale. 

Del resto, lo stiamo già vedendo. Si comincia  dalle zone più disagiate, si pensi alle rivolte nelle zone ad alta immigrazione o agli operai che promettono battaglia, salgono sui tetti e sequestrano i manager:  al peggiorare della crisi il fenomeno si estenderà a fasce sociali ed aree geografiche in passato considerate non a rischio, a cominciare dal ricco nord. Ieri, per la prima volta, il finora inutile Bersani  ha detto una cosa condivisibile a proposito di immigrazione “la Lega alimenta il problema invece di contribuire a risolverlo, a scopo di lucro elettorale”. La Lega ha la straordinaria capacità di raccogliere il malcontento anche quando è al governo ,  raggiunge classi sociali disparate , dall’operaio al cummenda, fornendo loro un comune nemico “visibile e diverso”, una coesione pseudo-patriottica fondata sulla discriminazione del “parassita” (Luhmann) e sulla difesa del territorio. La finanza anglosassone e la scuola di Chicago, sono avversari troppo distanti ed “occidentali” , per poter essere individuati e combattuti. Così, quando la crisi sociale raggiungerà il proprio apogeo, se davvero la rabbia popolare si rivolgerà verso gli immigrati  ci troveremo nel peggiore scenario possibile, letteralmente in mano a questa banda  di nazistoidi che come a Trenzano negano ai mussulmani perfino il diritto di parlare la loro lingua nei  centri culturali o appendono cartelli contro Burqa e Niqab come a Varallo o, peggio di tutte, organizzano i White Christmas come a Cocchaglio.  Non importa se l’ordinanza è illegittima, discriminatoria o anticostituzionale: quando il comune è sufficientemente piccolo siamo già alla secessione di fatto. Al sud, Rosarno docet, le cose non andranno necessariamente meglio.

Se la previsione sulla disoccupazione più attendibile l’ha fornita la CGIL quella politica rischia di avercela procurata Veronica Lario: è  ormai il dopo-Berlusconi, cioè il deserto politico e sociale che si lascerà alle spalle, a doverci preoccupare maggiormente.Per ora infatti, finché la pace sociale regge, la bestia ha ancora bisogno del padrone, ma il guinzaglio diventa ogni giorno più lungo e non sempre è chiaro chi tenga le briglie e chi porti il collare.