Appunti sul mio nuovo romanzo #1

 

copertina ibs

Quelle che seguono sono alcune prese dall’autore anni fa, quando era in via di completare la stesura.

Mi piacerebbe che questo mio nuovo romanzo fosse in grado di generare un seppur piccolo dibattito, anche soltanto per sentenziarne l’inadeguatezza dello sforzo ma contemporaneamente per riconoscere che romanzi come questo, magari migliori e vergati da penne di maggior talento, andrebbero scritti e discussi. In una società italiana che arranca per mancanza di reattività, per conformismo e che non riesce a mettere in discussione i propri tabù economico-sociali neppure  in presenza di fallimenti epocali e nuovi pericoli catastrofici, la narrativa dovrebbe stimolare la discussione intorno alle minoranze sociali e politiche.

La narrativa delle piccole cose e del quotidiano, non esaurisce l’esistente e rischia di generare una poetica asfittica simile a quella che ha strangolato il cinema italiano. La narrativa dell’introspezione si sostituisce a quella dell’esistenza e cerca di soppiantarla, come una parte che volesse comprendere il tutto. Il piano esistenziale va ben oltre quello introspettivo, psicologico e emotivo, che lo confina e lo comprime, deformandolo e inibendo, ad esempio, l’azione, non come espediente spettacolare ma come elemento estetico e dinamico della scrittura. Ancor di più tende a sparire la dimensione sociale e politica nella sua espressione più drammatica e non edulcolorata. Il resto è fiction pura, dove c’è comunque molto da attingere, o narrativa pseudo-autobiografica giovanilistica e simpatetica, il cui spazio al momento nell’editoria italiana, sembra francamente eccessivo.  Restano in fine alcuni meravigliosi esperimenti letterari, storici e metastorici, nei quali la libertà di esplorazione risulta sempre influenzata, mediata e quindi attenuata dalla traslazione temporale.

Bisogna in fin dei conti saper entrare di tanto in tanto nelle ferite aperte della contemporaneità mentre si lacerano, non per riprodurre la cronaca né per sovrapporsi in alcun modo con la saggistica,  ma per scaraventare il lettore nella propria dimensione, osservata da un punto di vista diverso da quello del mainstream o del suo ecosistema culturale.

In breve, la narrativa deve saper restituire parola  agli eretici.

Io non guardo le serie TV (IX)

Di Hunters attrae per la presenza di Al Pacino ma il tema della super-squadra riunita per la vendetta contro nazisti scampati da Norimberga è talmente trito da risultare un cliché. Alla fine del primo episodio ci siamo addormentati. I venti minuti di episodio persi abbiamo tentato di recuperarli il giorno dopo e ci siamo riaddormentati. Al terzo giorno mancano ancora 5 minuti da guardare.

In the New Pope quando Sophia Debois (Cecile de France) confessa a Papa Giovanni Paolo III (interpretato da John Malkovich) che sua Santità le ricorda il suo attore preferito, il Papa chiede allora di chi si tratti e lei risponde “John Malkovich”, ci troviamo allora davanti alla più telefonata e didascalica citazione meta-cinematografica dai tempi dei fratelli Lumiere. C’è già stato lo splendido “Essere John Malkovich” non ha senso spezzare la diegesi per riproporre lo stesso stucchevole gioco di riferimenti tra cinefili.

Catch 22 di George Clooney è un eccellente omaggio all’omonimo romanzo di Joseph Heller. Letto l’uno e visto l’altro a stretto giro si ritrovano i temi, le atmosfere e i caratteri di molti (non tutti) i personaggi, il tutto filtrato da una bella fotografia sui toni dell’ocra che rimanda ad altri tempi ed altre pellicole.

Risultato immagini per catch 22

Succession è la storia di uno scaltro e spietato magante dei media che, vista l’età avanzata e la salute psicofisica compromessa, deve trovare un successore tra i suoi quattro figli, tutti drammaticamente cretini. Se i figli sono la croce del padre, diventano ben presto anche un supplizio per lo spettatore visto che almeno tre su quattro sono sostanzialmente mal recitati.

Alla quinta puntata di The New Pope improvvisamente Sorrentino smette di guardarsi l’ombelico e decide di raccontarci una storia sospendendo per un episodio il filone narrativo principale. Lo fa benissimo.

Siamo convinti che Heller apprezzerebbe la trasposizione del suo Comma 22, perla della letteratura americana antimilitarista degli anni 60, Clooney riesce nell’operazione non facile di mantenere l’equilibrio tra farsa e tragedia che era già nel romanzo. La serie esaurisce le vicende raccontate nel libro e non ci sarà una seconda stagione.

L’ultima puntata di The New Pope è effettivamente molto bella, ripaga di tanti passaggi noiosi, qualche eccesso non-sense e dell’eterna giostra di autoreferenzialità sorrentiniana. La stagione chiude bene, coi colpi di scena giusti e un finale non del tutto chiaro che forse poteva durare cinque minuti in meno guadagnando di efficacia.

A dare un po’ di colore e brio all’intreccio (non male di per sé) di Succession c’è un giovane cugino catapultato nel ruolo di faccendiere dei vari fratelli in guerra. L’attore  che interpreta il cugino Greg (Nicholas Braun) non recita male quanto gli altri, recita molto peggio. Lo vedi aggirarsi per la scena e non gli credi mai, qualunque cosa faccia o dica.

In ultima analisi se The Young Pope sembrava concentrarsi sul tema della mancanza di fede e dell’assenza materiale di Dio, in The New Pope lo sguardo sul vaticano  sembra muoversi moto più  verso il tema della repressione degli istinti sessuali, sulle dinamiche tra i generi all’interno del clero e sulle aberrazioni, tensioni e tentativi di sublimazione che ne derivano.

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Il manuale dell’antimperialista perfetto

Ci accingiamo ad elencare le semplici regole che permettono al militante di sinistra di praticare l’antimperialismo perfetto.

L’ipotesi da cui partire è che un paese e il suo governo  subiscano un’aggressione imperialista, ebbene il militante dovrà appoggiare senza sé e senza ma la lotta di resistenza di questo paese solo e soltanto se:

  • Questo paese implementa una democrazia orizzontale dove in nessun modo sia praticato o avallato da alcuna istituzione pubblica o privata lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dove non si limiti ingiustamente la libertà di alcuno.
  • Il governo di questo paese preferibilmente non abbia un leader e, nel caso lo abbia, questi sia un giglio, specchiato, inappuntabile che quivi si trova pro-tempore e in virtù di un processo autenticamente democratico, possibilmente unanime.
  • Il paese sia prospero o se ne dovrà dedurre che il governo locale tiene il paese nella miseria.
  • Il governo di questo paese non deve possedere armi di distruzione di massa e col loro stesso possesso minacciare la pace mondiale.
  • Il paese non sia appoggiato da potenze maggiori o minori che possano esse stesse accusate di avere mire imperiali, altrimenti ci si troverebbe all’interno di un conflitto inter-imperialistico con tutte le contraddizioni e le ambiguità che questo comporta.
  • Il governo del paese aggredito sia laico e non permetta dunque il protrarsi di alcuna forma di oppressione derivante da tradizioni religiose o tribali.
  • Il governo del paese aggredito non deve avvalersi dell’appoggio di forze militari o milizie locali le cui pratiche di battaglia possano essere assimilate in qualche modo, nei metodi o negli obbiettivi, a quelle comunemente descritte come terroristiche

Se ne deduce che allo stato dell’arte e dopo un’esaustiva analisi del globo terracqueo i paesi che, qualora aggrediti da una potenza imperialistica, meritano di essere difesi “senza sé e senza ma”, con piena adesione anche soltanto limitata alla fase e agli obbiettivi della resistenza, per il militante antimperialista perfetto risultano essere momentaneamente: zero.

Morte all’imperialismo!
Fine della trattazione.

Io non guardo le Serie TV (VII) – Speciale #Bandersnatch

Rispolveriamo questa vecchia rubrica per parlare di #bandersnatch, contenuto non seriale ma autenticamente interattivo, che con la serialità dominante nell’intrattenimento televisivo contemporaneo condivide la piattaforma di streaming digitale e la produzione (Black Mirror), proponendosi tuttavia come episodio unico e  contenuto “nativo” per il nuovo media, laddove questo aveva fino ad oggi aveva proposto modalità di fruizione nuove (VoD) su contenuti non esclusivi, cioè già presenti sulla TV lineare.

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Per ragionare dell’impatto di #Bandersnach sul mondo dell’intrattenimento bisogna risalire a Bolter e al concetto di “rimediazione” applicato ai media digitali. Nel passaggio a un nuovo media si tende, soprattutto inizialemnte, a riutilizzare i contenuti  del media precedente “adattati” al nuovo media(il quale quasi mai soccombe). E’ successo per l’ampio utilizzo iniziale da parte della tv di format teatrali e radiofonici semplicemente trasposti, è successo negli altri casi. In un certo senso il vecchio media è l'”argomento” del nuovo (parafrasando McLuhan), secondo la logica dell’immediatezza. In una concomitante e contraddittoria fase, il nuovo media comincia a sviluppare contenuti propri paradossalmente rendendo l’esperienza più evoluta ma anche più visibile nella sua struttura, più mediata (ipermediazione).

In questo caso #bandersnatch rappresenta l’opera prima assoluta del passaggio della fiction alla nuova medialità interattiva delle piattaforme streaming. Netflix e la produzione di Black Mirror compiono un’operazione molto consapevole e la sfruttano su diversi piani. E’ dunque un evento che può realmente segnare un’epoca e non può essere ignorato da chi si occupa di questi temi.

Se questo debutto sia o meno anche apprezzabile e godibile ad un giudizio estetico e critico è altra questione, così come questo non comporta necessariamente la nascita di un filone o di un genere, decretati dall’apprezzamento del pubblico.
Guardando invece  alla realizzazione il risultato non è banale. Partiamo dal presupposto che si permette allo spettatore di intervenire nella diegesi dell’opera in forma palese, anti-mimetica, istaurando un dialogo tra personaggio e utente.
Utente che si illude di essere narratore o addirittura autore, ma è l’opera stessa ad ricordargli che non è così, riducendolo a un ruolo demiurgico nell’universo creato e dominato dall’autore per dargli l’illusione della scelta. Egli sente la voce dell’autore che gli sottrae il libero arbitrio un attimo dopo avergliene fatto dono, gli indica i limiti. Se ci vedete dei richiami allo gnosticismo è perché questi ci sono e vengono introdotti in modo autenticamente dickiano, omaggio dichiarato da innumerevoli citazioni e riferimenti disseminati ovunque. I temi presenti in Ubik e in “scorrete lacrime” poi caoticamente sviluppati nella trilogia di Valis, dove in un violento e autoreferenziale rimando al reale, Netflix diventa il Valisystem.
La fiction interattiva debutta riflettendo ricorsivamente su se stessa, svelando il trucco, lasciando inevasa la domanda su chi abbia davvero il controllo. Insieme un genere e una modalità di fruizione che ambiscono a presentarsi con un’opera in questo senso già matura.
Non sfuggono rimandi, meno pregnanti, anche al “seme della follia” di Carpenter a sua volta ispirato da alcuni racconti di Lovecraft. Le atmosfere e la fotografia, la qualità generale del prodotto è quella già apprezzata in Black Mirror.
Tutto si può perdonare dunque a #bandersnatch: dalla iperbrandizzazione alla conseguenza inevitabile di fare a pezzi la sospensione dell’incredulità fino ad una certa frustrante asfissia dei percorsi.
E’ dunque da vedere, termine che appare già superato e dovrebbe essere sostituito forse con “da esplorare” anche soltanto per rifiutarne il risultato e criticare l’esperienza.Questo esperimento, fosse anche l’ultimo del genere, apre in potenza una strada e ci fa dire “ecco un fatto nuovo”.

Siria: la guerra sui media e la guerra sul campo.

USSDonaldCook
Siria, la battaglia del Goutha orientale è stata vinta dalle forze filo-governative all’inizio di Aprile dopo aver attraversato tre differenti fasi: accerchiamento della sacca ribelle, pesanti bombardamenti, rottura della sacca in aree minori (Harasta, Douma, Saqba-Zamalka) per interrompere le comunicazioni e la logistica tra gruppi ribelli eterogenei e trattare separatamente la resa o l’evacuazione. Il 7 Aprile la maggior parte del territorio dell’Est Goutha era già sotto controlo dell SAA o in fase di negoziazione, l’ultimo baluardo (anch’esso in trattativa) dei ribelli jihadisti era il territorio completamente accerchiato di Douma sotto il controllo di Jaysh Al-Islam le cui possibilità di resistere erano pari a zero, a detta di tutti gli osservatori. Quello stesso giorno l’esercito siriano avrebbe scatenato un attacco chimico proprio a Douma causando centinaia tra morti e intossicati, tutti civili stando alle immagini circolate sui media occidentali. Un atto del tutto irrazionale da parte del Governo di Damasco e apparentemente inatteso. Ebbene, irrazionale sì (almeno dal punto di vista dei governativi), inatteso no, anzi, ampiamente preannunciato ma in una chiave del tutto diversa da quella che si potrebbe pensare.

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Da mesi infatti, almeno dal febbraio 2018, i media russi “bene informati” dagli ambienti militari del Cremlino avvertivano che i ribelli stavano preparando un falso attacco chimico per poter incolpare il governo di Damasco e giustificare una rappresaglia US-NATO. Alla metà di Marzo l’avvertimento dei media russi veniva confermato dall’inteligence e dai militari, diventando così versione ufficiale del governo russo. Fonti dell’attacco del 7 aprile sono stati i soliti, screditati, megafoni delle FSA: il SOHR, di base a Londra (che oggi non conferma la natura “chimica” degli attacchi), e i White Helmets, la “protezione civile mediatica”, sedicente imparziale, glorificata e finanziata dall’occidente, in realtà ampiamente collusa coi jihadisti e già sorpresa in evidenti manipolazioni nell’ information-war siriana. Nessuna fonte terza per stessa ammissione US, nessuna fonte ONU, nessuna indagine OPCW: soltanto le immagini penose di morti ammassati irrigiditi e schiumanti. Oggi, siriani e russi presenti nel Goutha conquistato dichiarano come non ci sia nessuna evidenza di attacchi chimici: portano come prova le interviste ai civili che fanno ritorno a Damasco e quelle ai medici della Mezzaluna Rossa che negano la presenza di agenti chimici. I russi hanno portato con durezza queste contro-accuse all’ONU, chiedendo un’indagine imparziale dell’ OPCW e respingendo ogni addebito contro il governo di Assad e i suoi alleati.

E’ una guerra che ha un fronte rilevante sui media e presso l’opinione pubblica mondiale, ci troviamo quasi sempre a dover soppesare, al lume della ragione e della logica, le notizie fornite da due più organi di propaganda contrapposti e spesso (ma non sempre) piuttosto sofisticati.
E tuttavia non possiamo ignorare che l’attacco di Douma si sia svolto esattamente nei tempi e nelle modalità preannunciate dai russi, in una fase in cui questo costituisce un boomerang per la fazione governativa vittoriosa sul campo e un vero e proprio colpo sotto la cintola per un Cremlino appena messo all’angolo (senza uno straccio di prova) per un caso Skripal che si sta clamorosamente sgonfiando di settimana in settimana. Tutto si è svolto secondo un copione e stavolta ne siamo venuti in possesso prima.

Lo hanno scritto, divulgato artatamente e poi fatto attuare i russi per puro autolesionismo? Lo hanno scritto i ribelli e qualche manina occidentale loro alleata per scatenare la rappresaglia NATO e ribaltare le sorti dell’inesorabile sconfitta jihadista nei sobborghi di Damasco e in quasi tutta la Siria? Ci fidiamo della capacità di discernimento del lettore.

Tutto questo però non è privo di conseguenze e quel che avviene sui media si rispecchia sul campo.
La notte dell’8 aprile due caccia-bombardieri Israeliani hanno violato lo spazio aereo libanese e da qui hanno lanciato una decina di missili (in parte abbattuti dagli S-400 russi) sulla base siro-iraniana T4, a 60km da Palmyra, uccidendo almeno 4 soldati iraniani. Due azioni illegali contro tre nazioni sovrane in una sola operazione militare.
Il 9 Aprile il cacciatorpediniere USS Donald Cook armato con 60 missili Tomahawk è uscito a largo delle coste siriane, portandosi a poco meno di 100km dalle basi russe sul Mediterraneo, è stato inoltre mobilitato nelle stesse acque il sottomarino USS Georgia. La stessa sera è circolata la notizia da fonte turca, smentita dal pentagono, di caccia russi in volo radente intorno al cacciatorpediniere (possibile fake news dovuta ad un evento simile avvenuto l’anno scorso alla Donald Cook nel Mar Nero e famoso su Youtube).
Oggi, 10 Aprile circolano notizie di almeno 5 battaglioni russi in stato di ready-to-combat e dell’ordine di allerta delle forze armate su tutti i fronti (inclusi i confini russi). La flotta russa nel Mar nero è in stato di allerta al combattimento in caso di attacco contro la Siria, atteso nelle prossime 24 ore.

Dopo aver prospettato un’uscita rapida dallo scenario siriano poco più di una settimana fa, magari con supporto e passaggio di consegne ai francesi, Donald Trump a seguito dei fatti di Douma ha rilasciato dichiarazioni bellicose dando diplomaticamente dell’animale cui far pagare un caro prezzo ad Assad.
Stando alle ultime pare che l’attacco avverrà, questo sembra sicuro, la Casa Bianca ha preso ora giorno per vagliare gli obbiettivi: siriani, iraniani o entrambi. I russi hanno detto che reagiranno e anche questo sembra fuor di dubbio.

L’opinione pubblica occidentale intontita da narrazioni volutamente frammentarie e confuse, da urla isteriche o preoccupanti silenzi dei propri leader politici, resterebbe forse l’unica forza in grado di favorire una de-escalation. Tuttavia questa forza, disinformata e distratta, non è neppure scesa in campo, troppo impegnata a farsi selfie con le mani sulle narici rincorrendo i “beau geste” gratuiti e ipocriti di qualche intellettuale che abusa della propria popolarità conquistata su tutt’altri temi.

E’ in questo mare che oggi si muovono le flotte e nel quale, domani, rischiamo tutti di affogare.

L’ascesa di Mohammad bin Salman (mbs)

Discendenza della casa Saud.

Il primo regnante e fondatore della monarchia assoluta saudita, il cui regno iniziò nel 1932, fu Abdullaziz ibn Saud. Abdullaziz ebbe oltre venti mogli e quarantacinque figli maschi. Dalla sua morte nel 1953 la dinastia ereditaria ha visto svilupparsi la successione al trono per linee orizzontali, ben sei dei suoi figli hanno già regnato e alla morte o deposizione di ognuno il potere è sempre passato a uno dei fratelli. Essendo la famiglia saudita composta da migliaia di individui, molti dei quali estremamente ricchi, influenti e attivi nella vita politica del paese, esigenze di coesione interna del clan hanno impedito che venisse a consolidarsi una successione di tipo verticale, che portasse cioè al trono uno dei figli maschi del sovrano in carica di seconda generazione. Questo aveva consentito finora che ogni ramo della famiglia attendesse l’ascesa al trono di uno dei propri esponenti.

Alla morte del sesto re saudita ‘Abd Allah il 23 gennaio del 2015 secondo questa consuetudine è salito al potere suo fratello Re Salman e l’altro  fratello Muqrin (di madre yemenita) è stato designato come principe ereditario. La nomina di Muqrin confermava la consuetudine ma nel giro di pochi mesi il fratello di Salman è  sollevato dalla successione  e dal ruolo di Vice Primo Ministro, decadendo nell’aprile del 2015.  Il ruolo di principe ereditario passa nello stesso mese a Mohammed Bin Nayef, figlio di uno dei figli di re Abdullaziz morto prima di poter ascendere al trono, preparandosi dunque a inaugurare la terza generazione di regnanti, nipoti del fondatore, di nuovo su una linea di successione orizzontale rispetto al ramo regnante di re Salman.

Il 21 Giugno del 2017 Nayef, in quel momento anche Ministro dell’interno, perde però a sua volta la candidatura al trono in favore di  Mohammad Bin Salman, figlio di re Salman, una successione verticale che rompe la consuetudine, sposta l’equilibrio di potere in seno a casa Saud e ufficializza la finalità della rapida e spregiudicata ascesa del giovane principe ereditario che ricopriva e ricopre la carica di Ministro della Difesa.

Il principe “guerriero”.

Mohammad Bin Salman, MBS per la stampa occidentale, 32 anni, viene nominato Ministro della Difesa il giorno dell’ascesa al trono del padre (gennaio 2015), mbs è anche genero di  Mashhur, altro fratello di Re Salman, di cui ha sposato la figlia Sara.  Al momento della nomina a Ministro di Salman nello Yemen la capitale Sanaa è da pochi mesi in mano ai sostenitori dell’ex Presidente Saleh, unificatore del paese deposto tre anni prima in seguito alla rivolta yemenita del 2011-2012 e fino al 4 dicembre 2017, data della sua morte, recente alleato delle milizie Houti a prevalenza sciita spalleggiate dal grande rivale geopolitico dei sauditi nel golfo, l’Iran.  Il ritorno di Saleh aveva deposto il maresciallo Hadi, sostenuto a sua volta dai sauditi  e salito al potere nel 2012 succedendo allo stesso Saleh. Hadi dopo una breve prigionia nell’aprile del 2015 ripara ad Aden, la seconda città del paese e viene riconosciuto presidente dalle maggiori potenze sunnite del Golfo, dagli Usa e dalla UE.

Nel marzo 2015 il nuovo Ministro della Difesa Salman, a due mesi dalla propria nomina, guidava già la vasta coalizione che si apprestava ad attaccare lo Yemen, composta in realtà prevalentemente dalle forze dell’esercito Saudita, con un notevole contributo degli Emirati Arabi Uniti e la partecipazione minore dell’aviazione di Qatar, Kuwait, Bahrain, Egitto, Giordania, Marocco  e perfino del Sudan. Sul piano militare la campagna sembrava destinata al successo, l’Arabia Saudita era dotata dei più moderni armamenti occidentali, le forze armate tutt’ora in corso di potenziamento vantavano già tra il 2013 e il 2015 il primo budget militare al mondo  in percentuale sul PIL (superiore al 10%), circa raddoppiato dal 2006. In valore assoluto la spesa militare saudita aveva superato di gran lunga quella di ogni paese europeo, incluse Francia e UK, restando inferiore soltanto ai grandi budget di USA, Cina e Russia, pur sempre paesi rispettivamente 10, 50 e 5 volte più popolosi dell’Arabia e che ricoprono già un ruolo almeno di potenza regionale, quando non di super-potenza mondiale.

Secondo alcuni analisti è stata la scarsa esperienza di combattimento dei sauditi rispetto agli avversari yemeniti, a rendere la campagna aerea (ma non soltanto) ben più ardua del previsto e tuttora non decisiva ai fini della risoluzione del conflitto in favore delle forze di Hadi. Ampiamente oscurata e minimizzata, quando non deliberatamente ignorata, dai media occidentali (i cui governi incassano i proventi della campagna di armamento oggi gestita da MBS) la guerra e l’embargo contro lo Yemen dopo oltre due anni  e mezzo hanno ridotto il paese allo stremo lasciando sul campo oltre 10000 vittime, 40000 feriti, 3 milioni di sfollati e la più grande epidemia  di colera al mondo con circa 800mila infettati di cui 2000 deceduti soltanto nei primi mesi del 2017. E’ tuttora difficile stimare il numero delle vittime dirette e indirette del conflitto, basti pensare che secondo le Nazioni Unite 18 milioni di yemeniti (2/3 del paese) sono considerati a rischio e hanno oggi bisogno urgente di aiuti medici e alimentari.

Ad oggi, fine dicembre 2017, l’aggressione dei sauditi e dei loro alleati alla popolazione dello Yemen si sta rivelando un disastro umanitario e un fallimento militare e il conflitto sembra lontano dal vedere la propria fine. Tutto questo, naturalmente, mentre qui da noi il ministro Alfano si preoccupa per alcuni missili di scarsa efficacia lanciati dallo Yemen contro Riyadh  e il PM Gentiloni appena a Novembre lodava la funzione stabilizzatrice dei sauditi nell’area.

Il principe “statista”: Qatar, Libano.

La tragedia yemenita non è l’unica azione “stabilizzatrice” intrapresa dall’Arabia nell’area mentre il ruolo politico del figlio di Re Salman cresceva fino a mettere in dubbio che fosse ancora il sovrano in carica a prendere le decisioni più rilevanti.  Già da prima del 2015 i capitali sauditi avevano finanziato buona parte delle forze jihadiste impegnate nel tentativo di rovesciare Assad, la cui permanenza a Damasco  dovuta all’intervento russo, al supporto degli iraniani, di  Hezbollah e naturalmente alle vittorie sul campo delle SAA, segna sostanzialmente un altro fallimento dei piani di Riyadh sull’assetto mediorientale.

Eppure è dal giugno di quest’anno, quando viene nominato erede al trono, che Salman intraprende alcune delle azioni “diplomatiche” a dir poco brutali addirittura verso governi alleati o non ostili. All’inizio di giugno sei paesi arabo-sunniti, guidati dai sauditi e dall’Egitto, hanno messo sotto embargo e ritirato le ambasciate dalla penisola qatariota. Al Qatar viene in seguito sottoposto un bizzarro ultimatum in cui si chiede all’Emiro  di ottemperare a una serie di richieste che spaziano dalla chiusura della nota emittente qatariota Al-Jazeera alla fine del sostegno ai terroristi, dal pagamento di un generico risarcimento fino alla rottura completa delle relazioni commerciali e diplomatiche con Teheran. E’ in realtà quest’ultima richiesta, come conferma un’intervista al principe qatariota Al-Thani, quella che ha generato l’aggressione. Il Qatar, pur essendo storicamente legato alla politica estera saudita e filo atlantica, si trova in una posizione del tutto particolare nei riguardi  della potenza iraniana essendo di fatto un piccolo stato dirimpettaio, che con Teheran condivide uno dei più importanti giacimenti del Golfo Persico, le compagnie petrolifere dei rispettivi paesi si abbeverano di petrolio con due cannucce dallo stesso bicchiere.  E’ chiaro che dal punto di vista qatariota una politica di contenimento verso l’Iran può aver senso, ma lo scontro diplomatico aperto o peggio un confronto militare tra i sauditi e l’Iran  metterebbe a rischio la ricca economia basata sul petrolio.

Anche in questo caso Salman ha ottenuto il risultato contrario a quello auspicato. Alla fine di Agosto il Qatar aveva ristabilito pieni rapporti diplomatici  con l’Iran, dopo che l’ambasciatore era già stato ritirato nel 2016 in seguito a degli attacchi contro l’ambasciata saudita a Teheran, e l’Iran in questi sei mesi di embargo ha sostenuto attivamente i rifornimenti verso il Qatar stringendo ulteriormente i rapporti tra i due paesi.   I sauditi non hanno neppure potuto tirare per la giacchetta gli USA in questo caso, visto che a Doha c’è pur sempre una delle più grandi basi americane di tutto il Medio Oriente. All’inizio di questo mese, mentre in occidente con l’eccezione della stampa inglese la questione è caduta anch’essa miracolosamente nel dimenticatoio, Salman interpellato al riguardo definiva il Qatar “questione di poco conto”.

Se la questione qatariota appare decisamente sconcertante, la vicenda che vede Salman protagonista del rapimento del premier libanese Hariri ha quasi dell’incredibile. Ad inizio di novembre il Primo Ministro libanese Saad Hariri si reca inaspettatamente in Arabia Saudita a colloquio con Salman, porta con sé due guardie del corpo ma non l’entourage che lo accompagna di solito durante le  visite ufficiali. Hariri è un leader sunnita e filo-saudita, eletto alle ultime elezioni a capo di una coalizione opposta a quella di Hezbollah, tuttavia alla formazione del governo corrente, avvenuta alla fine del 2016, gli assetti politici avevano richiesto l’ingresso di Hezbollah in un esecutivo di larghe intese.  Il 4 novembre 2017 Hariri ricompare alla TV nazionale saudita Al-Arabya dove senza alcun preavviso annuncia dimissioni dalla carica di  Primo Ministro del Libano. Hariri davanti alle telecamere legge un testo, probabilmente scritto dalle autorità saudite, nel quale denuncia l’impossibilità di portare a compimento il proprio programma a causa delle ingerenze nel paese di Hezbollah e dell’Iran, i quali starebbero per mettere in atto un piano per assassinarlo. L’Iran smentisce immediatamente ogni addebito, Hezbollah denuncia la detenzione di Hariri come un atto di guerra verso il  Libano, l’intelligence militare libanese smentisce l’esistenza di piani per l’uccisione del Primo Ministro finché, l’11 di novembre, anche il Presidente libanese Michel Aoun chiede ufficialmente conto del mancato rimpatrio di Hariri confermando il rapimento da parte dei sauditi.  Per giorni si susseguono le ipotesi sull’accaduto, tra le smentite dei sauditi e le voci, avvalorate anche da Le Figaro, che Riyadh  voglia in realtà sostituire Hariri con uno dei suoi fratelli, per punirlo della politica morbida verso il nemico sciita iraniano e libanese.

Dopo un blitz di appena due ore a colloquio con Salman la situazione viene sbloccata da Macron, il 18 novembre Hariri (che ha passaporto francese) arriva a Parigi e di lì rientrerà in Libano, dove il maronita Aoun ed Hezbollah, tra gli altri, gli chiederanno di riprendere le redini del governo. Dopo alcuni giorni di consultazione Hariri ritira le dimissioni, rifiuta di menzionare ancora quanto accaduto a Riyadh e riprende il governo del paese. Siamo al 5 Dicembre è passato un mese dall’apertura della crisi e dalle dimissioni pubbliche pronunciate dagli schermi di una TV estera. Venti giorni più tardi un articolo del New York Times facendo riferimento a fonti saudite, libanesi e occidentali, racconta di un Hariri convocato d’urgenza da Salman dopo aver incontrato cordialmente il 3 Novembre il rappresentante iraniano Velayati, costretto a prendere un auto privata, prelevato di forza dagli ufficiali sauditi e forzato ad accettare le dimissioni a scatola chiusa.

Oggi, ovviamente, Salman non è molto popolare in Libano e questa inaudita e plateale ingerenza nella politica dei cedri ha di fatto allontanato i sunniti libanesi dall’influenza di Riyadh.

Un solo grande nemico e un “nuovo” amico.

Tutti gli interventi in politica estera nel breve lasso di tempo descritto per quanto brutali, avventuristici e spesso inconcludenti, hanno avuto come comune denominatore una pressione anti-iraniana che lascia preludere una guerra regionale.  Lo stesso Salman ha tolto ogni dubbio riguardo le proprie intenzioni il 24 novembre 2017 quando in una intervista al solito NYT ha dichiarato che “dall’Europa abbiamo imparato che ogni politica di appeasment (accordo/accomodamento) verso l’Iran non può funzionare” definendo poi la guida suprema iraniana l’Ayatollah Ali Khamenei “il nuovo Hitler del Medio Oriente”. La “reductio ad hitlerum” è un artificio polemico tarato per la sensibilità occidentale che implica la guerra senza quartiere al “nuovo Hitler” di turno, a questa sensibilità si è spesso rivolta la strategia comunicativa di Salman il quale accredita se stesso presso il mainstream occidentale come leader riformatore e modernizzatore. Per questo l’era dell’ascesa politica di MBS è spesso associata alla concessione della patente di guida alle donne (in un paese in cui ad esse mancano ancora tutti gli altri diritti) e al piano Saudi Vision 2030 che prevede investimenti per 2 mila miliardi dollari (più dell’intero PIL italiano) nei prossimi 12 anni, allo scopo di affrancare l’economia saudita dal petrolio e sviluppare contestualmente settori come la finanza, il turismo e le energie rinnovabili. Sulla stessa linea l’affermazione di Salman secondo cui il Wahabismo nello stato saudita, di cui la sua stessa dinastia si è sempre fatta custode, si sarebbe affermato soltanto in reazione all’estremismo sciita degli Ayatollah, dichiarazione tanto coraggiosa quanto falsa, visto che l’adozione del wahabismo da parte dei Saud risale alla metà del settecento,  ben prima della Rivoluzione Iraniana del 1979.

E’ in questa dialettica multiforme con l’occidente e i suoi alleati, tutta orientata ad ottenere una leadership regionale in diretta linea di conflitto con Teheran che bisogna leggere il recente accordo tra Riyadh e Israele per condividere notizie di intelligence militare in chiave anti-iraniana. Quest’ultimo passo rende pubblico un avvicinamento di fatto già subodorato  durante lo sviluppo dello scenario di guerra siriano, un accordo che riguardando l’intelligence non può non contemplare un’alleanza, o almeno un coordinamento, anche sul piano militare. Durante la crisi libanese dovuta al rapimento di Hariri, il governo saudita aveva invitato i propri cittadini al lasciare il Libano e molti analisti avevano temuto una nuova invasione israeliana nel sud del paese.

Le purghe di Salman.

A questa storica e per certi versi rocambolesca successione di eventi scatenata dalle mosse del principe MBS si sovrappone il regolamento di conti interno attuato nell’ambito della sedicente “lotta alla corruzione” attuata in autunno. Tra ottobre e novembre Salman faceva arrestare 11 principi di casa Saud, quattro ministri e diversi altri ex-ministri e dignitari, tra questi spiccavano tra le conoscenze degli occidentali i nomi del principe Al-Walid Bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo nonché azionista di alcune delle maggiori corporation occidentali, e quello di almeno un esponente della famiglia Bin Laden, un ricco e rispettato fratello di Osama. Salman ha  colpito le frange ostili della famiglia Saud e altri suoi veri o presunti oppositori, tramutando dopo qualche settimana l’imputazione generica di corruzione in una richiesta di riscatto milionario per rendere loro la libertà. Una manovra molto simile a un gigantesco atto di concussione che regolarizza la posizione subordinata davanti al nuovo governo di chi è stato appena rovesciato da un golpe o più propriamente da una “purga” di regime. E’ sotto questa forma di estorsione che il principe Mutaib II, deposto Ministro della Guardia Nazionale, avrebbe ad esempio ricomprato la libertà per la modica cifra di un miliardo di dollari.  Alla fine di dicembre sono stati rilasciati i principi Meshaal e Faysal, mentre un altro membro della famiglia saudita il principe Turki risulta ancora detenuto. Tutti gli arrestati sono stati rinchiusi al Carlton Ritz, il lussuosissimo cinque stelle di Rijadh, una prigione dorata come hanno scritto in molti, qualcosa di molto diverso secondo un articolo pubblicato dal Daily Mail il 22 Novembre 2017. Secondo il quotidiano infatti alcuni prigionieri  sarebbero stati prima appesi a testa in giù, poi picchiati e insultati da mercenari statunitensi assunti dai sauditi. L’agenzia di sicurezza in questione è l’Academi (ex-Blackwater, nome col quale è maggiormente nota) già presente in diversi scenari bellici in supporto (e qualche volta in sostituzione “coperta”) delle forze USA/NATO o dei loro alleati. Academi/Blackwater  tra gli altri teatriè già stata attiva in Iraq, Ucraina, Afghanistan, Pakistan ed è spesso stata spesso accusata di muoversi completamente al di fuori della legge locale e delle regole  di guerra internazionali, caratteristica che la rende probabilmente un elemento prezioso e apparentemente “non-governativo”, per le operazioni che non possono essere rese pubbliche.

Conclusioni.

Ascesa al trono contestata e irrituale, epurazione degli avversari politici, embargo verso un paese amico, aggressione militare contro una nazione confinante, riarmo e politica di potenza, demonizzazione del nemico geopolitico, rapimento del Primo Ministro di un paese sovrano con conseguente tentativo di destabilizzazione: queste sono le credenziali che il futuro Re saudita porta sulla scena mediorientale, eppure, ancora a novembre il NYT, in altre occasioni critico, ospitava un editoriale apologetico a firma Thomas L. Friedman in cui il principe veniva descritto come il portabandiera del cambiamento, fautore di una primavera araba “calata dall’alto” e dunque finalmente efficace.

L’informazione incompleta e frammentaria che è stato possibile captare dai media occidentali in generale e da quelli italiani in particolare andava integrata e raccolta, soprattutto andava messa in relazione all’arco temporale estremamente breve in cui le drastiche mosse di Salman sono state decise e attuate, a volte con esiti tanto drammatici quanto infruttuosi.

A fronte delle cisterne d’inchiostro spese per stigmatizzare sui nostri media la pericolosità della Russia, dell’Iran oppure della Corea del Nord, ci pareva doveroso fornire un quadro coerente e cronologicamente chiaro delle provocazioni e delle violazioni del diritto internazionale di cui il circolo di potere raccolto intorno a Salman si è già reso protagonista nel silenzio generale nel giro di appena 3 anni, con una evidente accelerazione targata 2017, anno della nomina  ad erede al trono. Nella speranza che questo sforzo di ricomposizione possa aiutare a mettere nella giusta prospettiva gli eventi che di qui ai prossimi mesi potrebbero scatenarsi, con ripercussioni gravi per tutto il Medio Oriente.