Videocracy: raccontando l’era di Re Silvio (II).

[[…segue]In oltre sessant’anni dalla sua morte il cinema italiano ha faticato a produrre una cinematografia matura su Mussolini e i titoli che si ricordano, da “Mussolini: Ultimo atto” (Lizzani, 1974) a Vincere (Bellocchio, 2009), non sembrano aver segnato una piena rielaborazione storica o si sono limitati a lambire il personaggio raccontando storie limitrofe alla vicenda umana e politica del Duce. L’Italia, anche in senso artistico, fa i conti lentamente col proprio passato e ancor più lentamente elabora il presente. Un lungometraggio come “La caduta”, la splendida produzione tedesca sulle ultime ore di Hitler, manca al nostro cinema e un’operazione a caldocome quella fatta da Oliver Stone con “W” sembra impossibile se si pensa al rapporto che il nostro cinema ha con Berlusconi e con la narrazione di questi anni.Come del resto la stampa e la saggistica, i documentari sul Cavaliere sono invece numerosi, spesso ben fatti e hanno riscosso un certo successo. Viva Zapatero (Guzzanti, 2005), Citizen Berlusconi (Cairola, Gray, 2003), l’esilarante Quando c’era Silvio (Cremagnani, Deaglio, Oliva, 2006) sono alcuni esempi accompagnati da una serie corposa di produzioni minori sul premier o sulla sua area politica (Uccidete la Democrazia!, Lilli e il Cavaliere, Camice verdi).

Era necessario davvero un nuovo docufilm come Videocracy?
Sì, anzi questi rappresenta probabilmente un tassello mancante della nostra narrazione collettiva.

Tutti i lavori citati sopra si concentrano prevalentemente sulla vicenda giudiziaria e politica di Berlusconi, sul monopolio del sistema televisivo e le numerose derive censorie, sul suo nuovo populismo e sul carattere  del premier nei suoi aspetti grotteschi, volgari e votati ad una straripante megalomania. Si è ricostruita la sua scalata imprenditoriale e politica cercando di far luce sugli innumerevoli aspetti oscuri e si è criticato l’esercizio autoritaristico e accentratore del potere politico, mediatico, legislativo ed economico.

Videocracy muove per la prima volta in modo davvero efficace la cinepresa sugli aspetti culturali veicolati dalla televisione commerciale e sulla metamorfosi dell’immaginario collettivo avvenuta prima e durante l’epoca Berlusconiana.

In Videocracy Berlusconi compare poco o pochissimo, ma trionfa ovunque il suo immaginario personale diffuso ad antenne unificate dalle sue televisioni. Non si parla di telegiornali, spot elettorali o programmi di approfondimento politico accondiscendenti, ma finalmente dell’ intrattenimento e della generazione di attuali ventenni cresciuta all’ombra di esso.

Non perché le generazioni successive ne siano  immuni o perchè i ventenni ne siano tutti culturalmente figli, ma essi più che altri sono cresciuti in assenza di una cultura alternativa forte e rappresentano quindi lo strato di popolazione più interessante da comprendere in questo senso.
 

E’ la battaglia culturale vinta da Berlusconi nel proporre un nuovo immaginario agli italiani ad aver schiantato la sinistra, non la battaglia politica che egli ha dimostrato di poter perdere diverse volte malgrado i  diromepenti strumenti di propaganda a disposizione e la pochezza cronica dei suoi rabbrecciati oppositori.

L’utopia della visibilità mediatica individuale  si sostituisce e tramite lo schermo televisivo che ne mostra continuamente i lustri si fa anche più concreta, di qualunque utopia egualitaria o semplicemente di progresso sociale collettivo.

Ognuno avrà il suo quarto d’ora di notorietà diceva Warhol.

Eppure, nella loro ridicola apparente vanagloria, quei quindici minuti sono molto più raggiungibili e direttamente comprensibili di qualunque società tra eguali.
Per anni la sinistra italiana, al bar come alle Camere,  ha liquidato l’argomento con analisi rozze ed approssimative, che si sono limitate al giudizio talvolta esplicito, talvolta sottinteso secondo cui: la televisione di Berlusconi rincoglionisce e instupidisce gli italiani.

Eppure, quella sottocultura disprezzata e liquidata in fretta e furia oggi è  cultura egemonica nel paese,  come lo fu quella di sinistra per un trentennio fino agli anni settanta e bisogna essere rinchiusi definitivamente nella gabbia aristocratica del proprio ambiente altoculturale per non accorgersi che non ci può essere riscatto politico se non si ribalta questo stato di cose.

Quando negli anni ottanta l’intrattenimento delle TV berlusconiane, oggi modello unico anche per la RAI, cominciava ad affermarsi sapevamo poco del privato e dei gusti del loro propietario, il cui ruolo nella costruzione dei palinsesti era stato forse sottovalutato.

Ottimismo, sorrisi, benessere e  corpi di belle donne, racconta Videocracy, sono i gusti personali del Cavaliere rappresentati  dalle sue TV e oggi, definitivamente, appaiono come i gusti del suo regno.

L’ottimismo è quello di Riccardo l’operaio convinto di poter avere una carriera televisiva contro ogni evidenza e spende il proprio magro stipendio per giocarsi le sue carte menter vive ancora con la madre. I corpi delle centinaia di ragazze che ballano in innumerevoli provini ammiccando alla telecamera nella speranza che questa non distolga mai più il suo occhio miracoloso dalle loro curve, relegandole per sempre ad un insopportabile oblio. Il benessere di Corona e Mora, caronti che compiono il percorso inverso dello Stige dal grigio mondo reale dell’anonimato alla vitale e lussuosa esistenza mondana dei VIP, le cui briciole vengono raccolte da schiere di giovani aspiranti tronisti e veline. I sorrisi, infine, del cavaliere, dei presentatori cerimonieri e delle mille vallette, coloro che ce l’hanno fatta  e dall’alto dell’Olimpo ci invitano a compiere la stessa  gioiosa scalata, costi quel che costi.

Pasolini sosteneva che il fascismo non aveva in realtà mutato gla natura profonda degli italiani malgrado la brutale dominazione durante il ventennio, al contrario nel 1975 riteneva che il nuovo potere che si stava affermando tramite la televisione avrebbe spazzato via i codici culturali che l’avevano preceduto. Videocracy pone la questione dell’avvenuto compimento di tale processo.

Mentre il trailer veniva censurato da Rai e Mediaset perchè di parte, come se un film dovesse essere apolitico o equidistante per poter essere pubblicizzato alla vigilia della distribuzione in sala (confrontatevi col libero mercato! Tuona Brunetta contro i cineasti italiani…), qualcuno a sinistra davanti alle prime proiezioni già diceva: Videocracy non stupisce, sono cose che sappiamo.

Ma è proprio ciò che crediamo di sapere ed evidentemente non comprendiamo,  altrimenti non ci avrebbe sconfitto, che dovremmo almeno tentare di documentare. Erik Gandini ci è riuscito benissimo.

Videocracy: raccontando l’era di Re Silvio (I).

Il modo in cui raccontiamo a noi stessi il presente, oltre a modificare la nostra percezione della realtà e delle nostre vite,   contribuirà a maturare su di esso il giudizio storico futuro. E’ con un certo rammarico ma anche con la salda  e condiscendente sicurezza di aver assistito a qualcosa di senza dubbio eccezionale, che molti di noi sanno di essere cresciuti e aver passato la propria giovinezza nell’era di Berlusconi. Qualcuno avrebbe preferito vivere il sessantotto, qualcuno l’Impero Romano, atri gli anni cinquanta, non manca chi ripropone continuamente istanze tradizionaliste di un nuovo medioevo e io, forse, avrei preferito nascere in un futuro neanche troppo prossimo che mi incuriosisce sempre di più.

Eppure tutti dobbiamo farcene una ragione: siamo gli italiani dell’era berlusconiana.
Alcuni furono giovani durante l’Unità d’Italia, altri sotto il ventennio, sotto le bombe o durante la ricostruzione, a noi è toccato lui e saremo ricordati e catalogati nella memoria postuma collettiva anche in relazione a ciò.
Se lo trovate un po’ triste pazienza, non potete farci nulla.

Noi verremo ricordati per i nostri usi e costumi, per le tecnologie di cui disponiamo, per i danni che forse stiamo provocando alle generazioni future, verremo ricordati come massa, gente, popolazione, in qualche modo ospiti del suo tempo. 
Berlusconi al contrario è già ampiamente nella grande Storia, se non merito almeno per longevità politica, eccezionalità del personaggio e notorietà. Malgrado ci sia una setta di esaltati, forse sinceramente entusiasti e neppure prezzolati, che vorrebbe candidarlo al Nobel per la Pace (http://silvioperilnobel.sitonline.it/), non è stato di certo il miglior Capo del Governo dall’Unità d’Italia ad oggi(*), ma è di certo uno dei più noti e significativi(**).

Il modo e la completezza con cui ci raccontiamo quest’epoca ne segnerà la traccia futura, porrà parte delle basi del giudizio storico su l’Italia di oggi.

Quanto ci siamo raccontati Berlusconi? Tanto, troppo, fino alla nausea.
In gran parte e grazie ai propri straordinari mezzi editoriali si è raccontato lui stesso, con toni apologetici, fin oltre la decenza a cominciare da “Una storia italiana”, opuscolo omnidistribuito col quale un mio coinquilino foderò goliardicamete la tazza del water.

I dossier giornalistici italiani ed esteri sono innumerevoli, su di lui si sono spese, spesso fino allo scontro e alla capitolazione, le più autorevoli firme del nostro tempo (Montanelli, Biagi, Sartori, Bobbio). Le pubblicazioni in merito del solo Travaglio sfioreranno ormai le diecimila pagine e in generale, di libri su Berlusconi ed il berlusconismo ce ne sono francamente quanti ne volete. La televisione ha spesso trattato male ed in modo incompleto l’argomento, censurando e oscurando a destra e a manca, ma basterebbe una scrupolosa antologia di Blob e le stesse dichiarazioni del premier a restituirne in modo esauriente la dimensione umana e politica. 


L’arte, il cinema in particolare, meritano un discorso a parte.

 

Berlusconi non e’ trasfigurabile artisticamente o per lo meno non è facile trasfigurarlo in modo efficace: nei film su di lui praticamente non compare mai (Il Caimano, Shooting Silvio), perfino l’imitazione della Guzzanti mi e’ sempre sembrata debole. Non si puo’ rappresentare perche’ e’ gia’ rappresentazione, e’ sempre un passo avanti rispetto ad ogni possibile parodia. Se si prende in toto la sua vicenda (tutta: gloria, gaffe, processi, intercettazioni, servilismi, mausolei, canzonette, mafia, orribili luogotenenti, buffi copricapi, barzellette idiote… tutto) e la si attribuisce ad un personaggio di fantasia, ne risultera’ un ritratto forzato, eccessivo, inverosimile, non calabile nella realta’: “troppo assurdo” per non attenere esclusivamente al grottesco e al surreale. L’unico candidato possibile al ruolo appare Mel Brooks ed è già troppo vecchio.In parte Il Caimano ma soprattutto Shooting Silvio, parlano soprattutto dell’inadeguatezza di una parte del paese (alla quale personalmente appartengo) a capacitarsi dell’anomalia Berlusconi. Una parte  che non riconosce più il proprio vicino di casa filoberlusconiano,  lo comprende meno forse di quanto avvenne durante il fascismo, in una specie di guerra civile immaginaria e virtuale, tanto incruenta quanto estenuante. La censura di Shooting Silvio su Sky e l’indignazione degli esponenti di centrodestra per la sua messa in onda è grottesca quanto stupida, una rozza aberrazione culturale. Quel film parla della incapacità inespressa della sinistra italiana, in particolare quella giovanilistica ed intellettuale, ad accettare l’esistenza di Berlusconi, incapacità della cui nemesi l’omicidio è l’unica metafora possibile.

Shooting Silvio non istiga all’omicidio politico ma lo esorcizza, tanto che la vittima non vi compare, ed il dramma è tutto interno al potenziale omicida la cui sconfitta è inesorabile.


Egli uccide, proprio perché è sconfitto. [continua…]


(*)A mio avviso se la gioca in zona retrocessione seguito dall’ ineguagliabile Duce e ha ormai doppiato in quanto a ignominia tutta la Prima Repubblica.
(**) Nell’accezione che intendo furono significativi Hitler e Stalin, quindi non v’è giudizio di merito.

“Pretese” e oppositori antropologicamente tarati.

“Fin che si tratta di editoria privata, affari loro. Ma su reti pubbliche con soldi pubblici e su un tema come il terremoto, la pretesa che la minoranza, tra l’altro sempre più esigua, si arroghi il diritto di informare, o meglio disinformare, la maggioranza dei cittadini ci pare onestamente troppo.”

Alessandro Sallusti da “Il Gioranle”

Su segnalazione di JoeCHIP, lasciamo qui questa trga a futura memoria, qualora qualcuno non riuscisse a capire perché il 3 ottobre si sia resa necessaria una manifestazione a difesa della libertà d’informazione.

Sempre da JoeCHIP, insospettabile lettore de Il Giornale, un bello studio sull’inferiorità antropologica di chi si oppone,  ostinandosi ad essere “contro” l’opinione dominante:

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=383213

Se vi sta sulle palle questo governo o qualunque  altra forma di potere costituito, non preoccupatevi, non è colpa vostra siete  soltanto “malati”. Ah, quando si dice la scienza, altro che Nature! Dovrò abbonarmi al Giornale…