D’accordo, andiamo in guerra contro l’ISIS

Accettiamo questa ipotesi e prepariamoci a trarre da essa le logiche conseguenze, la prima cosa da fare è capire chi è il nemico, dove è nato, quali sono i suoi nemici, quali i suoi alleati e chi lo finanzia. Un tentacolo del mostro raggiunge Parigi, per ben due volte, questo ci ferisce e un altro tentacolo temiamo un giorno possa giungere fino a noi. Bene, studiamo la piovra laddove giace la sua testa: in Medio Oriente.

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Dove nasce e come avanza lo Stato Islamico in Medio Oriente.

L’IS, Stato Islamico o Daesh, il Califfato di Al-Baghdadi, già ISIL e ISIS, nasce nel nord dell’Iraq da una costola di Al-Qaueda e si estende rapidamente fino tutto l’est della Siria, dove avviene una fusione parziale con Al-Nusra, Al-Quaeda in Siria. L’Iraq è un paese conquistato nel 2003 e occupato per dieci anni dagli Stati Uniti, paese a maggioranza sciita e con forte presenza di Al-Quaeda (sunnita) al nord. In questi dieci anni gli Stati Uniti hanno addestrato l’esercito, costruito basi e mantenuto i propri soldati, quindi si può assumere che vi fosse una forte presenza dell’intelligence US e un certo livello di controllo e presenza nel territorio. Al momento dell’arrivo dello Stato Islamico in Siria si combatteva una guerra civile con da una parte Assad e dall’altra l’ELS, Esercito di Liberazione Siriano finanziato e supportato per loro stessa ammissione dagli Stati Uniti, la nota Al-Nusra e una costellazione di altre milizie islamiste quali Ahrar al Sham, che ad esempio si prefigge di applicare la Sharia in Siria.  Tutti costoro, Stato Islamico e Al-Quaeda inclusi sono stati considerati pubblicamente dagli Stati Uniti preferibili o comunque a meno pericolosi di Assad, un dittatore che a oggi non ha mai scatenato una guerra e la cui eliminazione è stata posta come precondizione a ogni futura stabilizzazione della Siria. La guerra civile era nata dal tentativo di Assad di reprimere una Primavera, ordita dai democratici di cui sopra e finanziata, sostenuta e pubblicamente elogiata anch’essa, tra gli altri, dagli USA. Lo Stato Islamico in Medio Oriente è presente anche in Yemen dove combatte le milizie sciite.

Chi sono i nemici dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Tra di essi c’è naturalmente la fazione di Assad (alawita, sciita), Hezbollah (sciita) che combatte efficacemente l’IS al confine col Libano, l’Iran (sciita) che supporta Assad e Hezbollah (sciita) oltre alle milizie (sciite) yemenite. Tra i nemici dell’IS compaiono anche i curdi in Iraq e in Siria e Iraq, in particolare l’YPG. Fa discorso a parte il governo iracheno (che non ha escluso di chiedere aiuto alla Russia) il cui Primo Ministro è dal 2014 Haydar al-‘Abadi, sciita, importato tra le élite del paese dagli USA dopo la caduta di Saddam, ma che si era distinto già da ministro per le posizioni critiche verso il governatore Bremen e la ferma opposizione ai programmi di privatizzazione delle imprese nazionali irachene imposte dagli USA.   E desta comunque sconcerto come un esercito regolare come quello iracheno, dotato di armi statunitensi, dotato di aviazione, addestrato dagli occidentali per un decennio si sia fatto occupare gran parte del paese da trentamila miliziani armati di mitra e jeep, e senza mai più riuscire a riconquistare terreno.

Assad e il governo iraniano, sciiti, sono alleati e amici della Russia. Tutti i nemici dello Stato Islamico sono nemici degli Stati Uniti o di uno dei loro alleati nell’area (Israele-Hezbollah, Turchia-YPG).

Chi sono gli amici (e i neutrali) dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Gli amici sono innanzitutto i ribelli siriani al fianco dei quali, seppur non manchino scontri e dispute, combattono contro l’esercito di Assad.   L’Arabia Saudita e il Qatar coi quali condivide il programma politico wahabita della Sharia come legge fondamentale dello Stato e contro i quali lo Stato Islamico non ha mai mosso un dito. Dall’ Arabia Saudita e dal Qatar proviene come è noto il grosso dei finanziamenti privati allo Stato Islamico, delle forniture di armi e perfino dei tweet di sostegno inneggianti all’ISIS. Giusto a Ottobre un appartenente alla famiglia reale Al-Saud (Abdel Mohsen bin Ualid bin Abdulaziz al Saud) è stato arrestato in Libano perché il suo jet privato trasportava due tonnellate di Captagon, 15 milioni di pillole, un’anfetamina utilizzata massicciamente dallo Stato Islamico per infondere coraggio e furore ai mujaheddin. L’Arabia Saudita e l’IS combattono inoltre sullo stesso fronte in Yemen. Ambiguo alleato dell’IS è il governo turco, in guerra con i curdi e accusato più volte da questi di appoggiare il Califfato. Dalla Turchia, membro della NATO, provengono altri ingenti finanziamenti per i fondamentalisti e l’alleanza de facto tra Ankara e Daesh è stata denunciata tra gli altri dalla stampa turca, dalla chiesa ortodossa siriana e perfino dai fuoriusciti dello Stato Islamico. A parte il ruggito del leone volante Abdallah II, smorzatosi in fretta, la Giordania non può essere considerata un nemico impegnato in una guerra senza quartiere all’ISIS, quanto piuttosto un vicino di casa preoccupato. Lo stesso comportamento dello Stato Islamico verso la Giordania asseconda questa interpretazione, tanto che non ha mai tentato di violare il suolo giordano pur confinandovi. Israele è nominalmente un nemico naturale dello Stato Islamico, ma per osservare i fatti e restando al presente conflitto, a parte le minacce, possiamo considerarli militarmente neutrali. Non si segnalano a oggi attacchi diretti dell’IS verso Israele, né Israele si è spinta oltre un rafforzamento della presenza sul Golan, ed è coerente con questa analisi come davanti ad una tale minaccia alle porte di Tel Aviv il governo di Netanyau abbia mantenuto inalterate le proprie priorità standard in politica estera: Hamas, l’Iran e Assad.

Nessuno degli alleati, ambigui o meno, e nessuno dei paesi militarmente neutrali verso l’ISIS è sciita e tutti sono amici e alleati degli Stato Uniti.

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Conclusioni.
A questo punto esistono due possibili tesi sul ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati mediorientali in tutto questo.

Interpretazione I

La prima tesi è quella di una guerra mondiale, momentaneamente fredda, ma non a bassa intensità, tra gli Stati Uniti, i quali cercano di coinvolgere i propri alleati occidentali, e la Russia, che cerca di aiutare i propri alleati già coinvolti. La tesi copre dal Donbass, al Medio Oriente e, se è corretta, potrebbe un giorno estendersi al Venezuela, al Caucaso, all’Iran, alla Transnistria. In questa ipotesi il Medio Oriente è soltanto uno degli teatri, cruciale per le risorse e il loro transito, dove la rivalità tra sunniti e sciiti, culturale, religiosa e soprattutto geopolitica, descrive storicamente gli schieramenti locali in modo piuttosto nitido. Secondo questa tesi lo Stato Islamico è un utile strumento di questa guerra per procura, come lo furono gli afghani in chiave anti-sovietica, Saddam in chiave anti-iraniana, la presunta opposizione democratica libica, di cui non s’è mai vista traccia, in chiave anti-Gheddafi, e le milizie naziste del battaglione Azov in Ucraina.

Se vi convince questa seconda interpretazione, prima di appoggiare la guerra contro lo Stato Islamico dovremmo essere  sicuri di non porre il piede in una guerra globale da combattersi contro, tra gli altri, la Russia. Da questa roba qui, se amiamo i nostri figli e auspichiamo una pace stabile in cui possano crescere, noi italiani (e possibilmente noi europei) dovremmo assolutamente starne fuori.

Interpretazione II

L’altra interpretazione dipienge la prima potenza mondiale come una specie di idealista imbecille col grilletto facile che, nel tentativo di eliminare sanguinari dittatori e pericolosi terroristi, dagli anni ottanta (ma in realtà da molto prima) crea puntualmente disastri peggiori di quelli che andava a sanare, covando ogni volta in seno le serpi che immancabilmente sgozzeranno i suoi cittadini vent’anni dopo (e sgozzeranno noi europei). Questo bambinone sciocco, tanto potente quanto irruento, nel combinare i suoi pasticci si lascia dietro milioni di morti e un elenco interminabile di destabilizzazioni e guerre civili. Nella favola di Rambo-Pinocchio, un po’ per convenienza e un po’ per ingenuità il nostro eroe non si accorge che il gatto e la volpe, turco-saudita, lo manipolano per i propri scopi. Questo tipo di interpretazioni andrebbero lasciate a intellettuali della caratura di Severgnini, ma per quanto poco probabili e calzanti, sono da considerarsi comunque legittime e chi vuol crederci merita rispetto.

Se dunque vi persuade  la favola di Rambo-Pinocchio e avete buon senso, dovreste comunque temere con orrore l’idea di essere coinvolti nella prossima avventura del nostro alleato americano. Se, valutato anche questo, volete comunque appoggiare l’entrata in guerra contro lo Stato Islamico al fianco degli Stati Uniti, allora auguri. Come pare recitasse un proverbio Navajo: non puoi svegliare chi finge di dormire.

Morte di Pier Paolo Pasolini

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Il ristorante al Biondo Tevere è proprio sotto casa mia ma non ci sono mai andato. Pasolini ne era un cliente assiduo, spesso sedeva da solo e osservava gli altri avventori, leggeva o prendeva appunti. Certe sere invece si presentava con Moravia, Elsa Morante, altri scrittori o registi, oppure pagava la cena a intere tavolate formate da ragazzi di strada, gruppi di amici, l’intero cast di un film. Al ristorante lo conoscevano da anni, da quando veniva in Lambretta e si era appena trasferito con la madre da Casarsa, in Friuli. Si erano stabiliti in affitto a Cinecittà, lui non aveva nemmeno trent’anni, per sbarcare il lunario correggeva bozze, pubblicava qualche articolo, cercava comparsate al cinema e offriva lezioni private senza trovare allievi. Era il 1950 e nei venticinque anni successivi la sua opera si affermerà nella poesia, nella letteratura, nel cinema, nella cultura, scriverà inoltre critiche, articoli, opere teatrali, sceneggiature e canzoni, gireràdiversi documentari. La sera del 1 Novembre 1975, l’ultima, Pasolini torna nello stesso ristorante, è sabato, sono le undici e la cucina ha già chiuso. E’ accompagnato daun ragazzo magro e riccioluto rimasto a stomaco vuoto, per cortesia verso il regista il cuoco riaccende i fornelli e gli prepara un piatto di spaghetti.   Quella settimana Pasolini si era recato prima a Stoccolma con Ninetto Davoli, poi in Francia dove a Parigi il 31 ottobre aveva rilasciato la sua ultima intervista rispondendo a lungo su Salò e le 100 giornate di Sodoma. Il film sta per uscire, la lunga lavorazione e le indiscrezioni sulle scene di sesso, sadismo e violenza, hanno reso la pellicola misteriosa agli occhi dei francesi. Anni dopo Sergio Citti dirà che le pizze del film erano state rubate la settimana precedente, dirà anche che quella notte Pasolini aveva un appuntamento ad Acilia dove sperava di riscattare le pellicole dai ladri per trovare invece i suoi assassini,  che soltanto in un secondo momento lo trasportarono esanime all’idroscalo. Pochi i riscontri specifici su questa versione, forse soltanto una leggenda. A Parigi in quella sera di fine ottobre il film desta interesse, Pasolini ribadisce l’abiura della Trilogia della Vita, i suoi ultimi tre film sono un’ode al sesso, alla sensualità e all’estetica dei corpi, Salò è il gesto artistico che li rinnega e richiama la trasformazione dei giovani italiani di cui Pasolini denunciava ormai la deriva violenta e criminaloide che il nuovo potere consumistico stava causando. Pino Pelosi, detto La Rana, è uno di quei giovani, ha soltanto 17 anni, dopo cena lui e Pasolini vanno con l’Alfa GT fino all’idroscalo di Ostia. Ho abitato nei paraggi, correvo la sera in una spiaggia non distante, sapevo dove era il luogo in cui avvenne l’omicidio e il monumento che gli hanno dedicato, eppure non sono mai andato nemmeno lì. Non sono incline ai pellegrinaggi e commemoro gli scrittori leggendone le opere. All’idroscalo i due si appartano, hanno un approccio, poi il ragazzo si tira indietro, Pasolini va su tutte le furie e lo colpisce. Pino la Rana si difende, ha la meglio, scappa con l’auto e forse, mentre se ne va, passa sul corpo del poeta uccidendolo. La racconta così Pino a un compagno di cella nel carcere minorile di Casal Dei Marmi, dove l’hanno portato perché guidava l’Alfa GT senza patente. La storia però non funziona e lascia dubbi a tutti: Pino è alto appena 1.67m e pesa 59Kg, Pasolini è un uomo considerato forte, atletico, in vita sua ha fatto spesso a cazzotti. E poi nel bagagliaio dell’auto c’è roba d’altri, i particolari della colluttazione non tornano,la scena del crimine è abbandonata ase stessa e subito inquinata, c’è poco sangue su Pelosi e tropposul corpo massacrato di Pasolini. I legali d’ufficio lo dichiarano innocente e vengono subito sostituiti da Mangia, difensore dei mostri del Circeo,  e con lui il perito Semeraro, ordinovista implicato con la Banda della Magliana. Antonio Pinna, un altro vicino alla Banda, la mattina dopo gira per Monteverde cercando un carrozziere che gli ripari un’auto ammaccata e sporca di sangue, lo trova e qualche tempo dopo sparisce nel nulla. Pelosi nel 2005 dichiarerà che erano in cinque con lui, tra di essi i fratelli Borsellino, due criminali confluiti nell’estrema destra. Facevano un favore a qualcuno viene da pensare, perché il processo al potere che Pasolini aveva lanciato dalle pagine dei giornali, parlando apertamente di stragi, era oltre il consentito. Oppure era Petrolio, il romanzo indagine che Pasolini stava scrivendo sul ruolo di Cefis e dell’ENI nelle stragi, compreso l’omicidio Mattei, a non dover essere terminato e pubblicato. Ne verrà rubato un intero capitolo, Lampi sull’ENI. Erano le ultime parole di una voce sublime e morbosa, sensibile e tagliente, la cui scomparsa stiamo ancora pagando caro.

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Io non guardo le serie TV (IV)

Dopo aver interrotto la visione di Empire al primo accenno di pseudo-musical, si può ripiegare senza rimpianti su Power. Altrettanto afro, altrettanto crime ma, con minor pretese, si rivela decisamente migliore. In Power sopravvivono tutti i cliché delle serie popolari, cinque minuti di soft porno ad episodio e antagonista esageratamente cattivo inclusi (Kenan, il rappper e produttore 50cent), ma la trama è curata, alcuni personaggi azzeccati (Tommy su tutti) e complessivamente quello del boss (Ghost) che vuole uscire dal giro senza riuscirci, Carlito Brigante docet, è un  plot che tira ancora. Il livello discreto della serie si mantiene inalterato fino alla seconda stagione.

Wyward Pines conclude in un crescendo di ritmo, smontando un po’ le belle atmosfere delle prime puntate ma confermandosi un prodotto discreto.

I primi dieci minuti di Texas Rising sono sufficienti ad abbandonarne la visione. Per sempre.

Il  plot della mancata redenzione del Boss è talmente vivo, e abusato, che vi fa ricorso anche Pizzolato nella seconda stagione di True Detective. Il personaggio di Frank, di cui Vince Vaughn ci restituisce un’interpretazione fastidiosamente statica, è piatto, si rivela inaspettatamente meglio Farrell nei panni di Ray, il poliziotto nevrotico e tossicodipendente.   In generale, la seconda stagione non vale neppure un’unghia della prima. In assenza di idee e di una sceneggiatura anche lontanamente paragonabile, Pizzolato aumenta il numero dei protagonisti e, più che l’interesse,  crescono noia e confusione.

Con Texas Rising il genere western torna indietro di 50 anni, al confronto i film razzisti di John Wayne rendevano giustizia ai popoli pellirossa.  Gli indiani, tornano ad essere bruti, barbari, subumani, interpretati da caucasici ma truccati e imparruccati. Nel 2015 Sky potrebbe risparmiarsi di importare in Italia questa propaganda nazional-popolare buona per  nazionalisti texani ignoranti.

Mi dicono che la critica abbia massacrato Marco Polo, sconsigliamo di leggere le critiche prima  della visione, noi non lo abbiamo fatto e la serie ci piace. Scenografie e fotografia fantastiche, ritmi compassati adatti all’ambientazione dell’Asia medievale, personaggi italiani interpretati da attori italiani, splendide scene d’azione più simili alla Tigre e il Dragone che a un kung-fu movie holliwoodiano. Vi pare poco?

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Oltre a molte buone cose, Power, ci regala anche un doppiaggio discutibile in cui le volgarità dello slang newyorkese vengono sostituite da quelle del romanesco di strada. Ecco dunque che i protagonisti del crime multietnico cominciano a sformare perle come “Sto cazzo!”, “Adesso me lo inculo io”, “Sono stato al gabbio”. L’effetto è quantomeno spiazzante.

Va bene, Marco Polo è ampiamente romanzato, c’è  un maestro di kung-fu ispirato direttamente alla figura di Sirio il Dragone ma, tra qualche caduta, la sceneggiatura raggiunge anche picchi di grande bellezza e l’affresco complessivo è ricco  di personaggi imponenti e ben disegnati. Uno su tutti il bravissimo  Benedict Wong nel ruolo di Kublai Khan.

Texas Rising è terribile anche dal punto di vista tecnico: i costumi sembrano presi al mercatino di carnevale e la fotografia accecante sembra affidata a Biascica e Duccio di Boris. Aprituttoooo!

Io non guardo le serie TV (III)

Uscito sul numero di Luglio 2015 per il mensile AMORROMAMAG

Dopo cinque anni di forsennato inseguimento la versione televisiva del Trono di Spade, dopo essersene a lungo distanziata, supera la versione cartacea, narrando eventi non ancora descritti nell’ultimo libro di George Martin “A dance with dragon”.  E’ accaduto così che i lettori che avevano anticipato gli accadimenti del colossal fantasy ai telespettatori,  si siano trovati a non poter perdere  le ultime puntate per scoprire cosa accade dopo. Chi di spoiler  ferisce, di spoiler perisce.

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Il ribaltamento di prospettiva che avviene tra la quinta e la sesta puntata di Wayward Pines  è degno della miglior Sci-FI e tiene viva l’attenzione verso un’ambientazione che rischiava di diventare asfittica, ora si attende il finale sperando si riveli all’altezza. Pop-Corn.

Malgrado il budget a occhio e croce piuttosto alto e il cast importante, a cominciare dal protagonista Terrence Howard, Empire fin dalla prima puntata lascia piuttosto perplessi. Non si fa in tempo a  introdurre i personaggi  a tempo d’Hip Hop che la formula già stride: una commistione tra Musical e Crime, in cui il registro patinato dell’uno sembra depotenziare la necessaria verosimiglianza dell’altro. Qualcuno aveva parlato di una saga che ricorda Il Padrino. Bah.

L’ultima disperata puntata di  The Knick conclude la parabola della straordinaria serie girata da Soderbergh. Coraggiosa, ben recitata e meglio girata, complessa  e stupefacente anche nella qualità della ricostruzione storica. Capolavoro per stomaci forti.

Il nuovo doppiatore di Tyrion Lannister impiega dieci puntate per farsi accettare alle orecchie del telespettatore, eppure alla fine fa rimpiangere un poco il suo predecessore. Un personaggio così piccolo eppure così carismatico, meritava una voce più rotonda e vivace. Il doppiaggio precedente, cui ci eravamo abituati e che suonava perfetto al carattere del nano,  era dell’ottimo Gaetano Varcasia, venuto purtroppo a mancare nel novembre dell’anno scorso. RIP.

In certi passaggi Violante Placido più che Moana ricorda la D’Addario.

Le ultime puntate della quinta serie del Trono di Spade ripagano di tutta la mancanza di azione, per non dire della noia, della prima parte della stagione. Nel lavoro degli sceneggiatori tutto si affretta e in un paio di attesissime ore si piangono infine i lutti, si compiono le disfatte militari, si celebra l’incontro tra la regina e il rinnegato e, più di ogni altra cosa, si vola finalmente sulle ali nere dei draghi valyriani.

E’ iniziata finalmente la seconda stagione di True Detective con nuovi interpreti, ambientazione spostata sulla West Coast e una trama apparentemente più complessa e policentrica. Restano la sceneggiatura di Nic Pizzolato, la bellissima atmosfera noir e la qualità del girato. La prima puntata promette talmente bene che perfino Colin Farrell recita decentemente e sembra quasi credibile.

Io non guardo le serie TV (II)

Se avete l’impressione che la quinta stagione del Trono di Spade perda colpi, si faccia improvvisamente più noiosa e impantanata, non vi sbagliate. I libri da cui è tratta, il quarto e il quinto della saga nella versione originale, soffrono dello stesso male, ma in modo più accentuato. Gli sceneggiatori della serie ci stanno anzi mettendo una pezza come possono, tagliando e ricucendo per salvare il salvabile col pubblico televisivo, deludendo i lettori con incredibili  stravolgimenti di trama e, in definitiva, scontentando tutti.

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In The Knick la regia efficace e ondeggiante di Steven Sodemberg si vede eccome. E’ una serie TV d’autore, forse il prodotto più maturo presentato finora nel genere.

Wyward Pines batte una strada che strizza l’occhio a tutte le principali teorie cospirazioniste cresciute in questi anni nel web, lo fa con eleganza e maestria. Al contrario di Lost lo spettatore sembra aver diritto anche a qualche spiegazione di tanto in tanto e, nota di merito, la serie si compone in dieci episodi fatti e conclusi. Sapremo quel che c’è da sapere tra qualche puntata, risparmiandoci la condanna della serialità senza fine.

Nella seconda stagione di Black Sails il budget cresce affrancandosi dai livelli di Xeena e Hercules costeggiati a lungo nella prima stagione. Tutto si fa più  interessante e il personaggio del capitano Flint acquista una profondità straordinaria. Long John Silver al contrario resta piatto e mal recitato, imprigionato tra smorfiette e sorrisetti che nulla restituiscono del cuoco-pirata immaginato da Stevenson e riproposto, tra gli altri, da Bjorn Larsson.

Ogni volta che, facendo rewind sul telecomando, qualcuno rivede la scena di 1992 in cui  l’anziana segretaria consegna a Notte (Accorsi) un cellulare dicendogli questo invece è il futuro, da qualche parte nel mondo uno sceneggiatore muore.

George Martin, l’autore del Trono di Spade, ha rivoluzionato il genere fantasy e d’avventura rompendo il cliché manicheo dei protagonisti interamente buoni contro antagonisti completamente malvagi. Lo ha fatto prima nei libri e poi nella serie TV, la fabula fantasy  rompe la linearità morale del plot e si trasforma in uno scontro tra fazioni. La seconda stagione di Black Sails impara la lezione e la mette in pratica, così i buoni di prima mostrano il loro lato oscuro e i malvagi quello umano. La serie cresce, se ne giova, superando i limiti del genere.

Shyamalan, regista di Sesto Senso, The Village e diversi film meno riusciti, è coproduttore oltre che regista della prima puntata di Wyward Pines. Il plot si confà perfettamente al suo stile: un po’ Twin Peaks, un po’ Lost,  un po’ Truman Show e un po’, appunto, The Village, la serie è accattivante e ben concepita.

In The Knick il personaggio di Tackery (Clive Owen), ispirato al medico statunitense W.S. Halsted, ripropone l’immortale cliché, prima letterario e poi cinematografico, dell’eroe positivista: da Auguste Dupine, a Sherlock Holmes, fino al Dr.House. Per l’ennesima volta lo stereotipo viene resuscitato, in una nuova pelle, sempre più efficace e credibile.

La favella incomprensibile di Tea Falco in 1992 raggiunge il suo apice nella scena della piscina. Tea (Bibi Mainaghi) è ammollo quando arriva Notte (Accorsi): non mi aspettavo di trovarti qui, dice lui, ciòó, lo saluta lei nel tentativo di proferire“ciao”.

Restiamo un po’ orfani della terza stagione di House of Cards, della bravura dei suoi interpreti, del suo cinismo, della credibilità  straordinaria della serie che sopravvive agli eccessi evidenti della trama. Spacey è mostruoso, nei panni di Underwood e in quanto a bravura, e firmando la regia di alcune delle migliori puntate  della terza serie Robin Wright (Claire) si dimostra anche una promettente regista.

Pare si sia trovato l’accordo tra David Lynch e la produzione per realizzare, a 25 anni di distanza, la terza serie di Twin Peaks nel 2016. Felicitazioni.

E’ uscito “Filosofavole”

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Filosofavole, Daniele Trovato Edizioni Smasher, 2015

Ok…era già in giro sul web da un po’ ed è stato presente al Salone Internazionale del Libro di Torino, ma era ancora irreperibile, da oggi è EFFETTIVAMENTE DISPONIBILE.

A chi volesse acquistarlo specifico che il libro è già disponibile alle seguenti librerie:

Libreria Arion Testaccio, in piazza Santa Maria Liberatrice
Libreria I GRANAI, al piano terra dell’omonimo centro commerciale.

…e online su:

AMAZON: http://www.amazon.es/Filosofavole-Daniele-Trov…/…/8863001367
IBS: http://www.ibs.it/…/97888…/trovato-daniele/filosofavole.html
LIBRERIA UNIVERSITARIA: http://www.libreriauniversitaria.it/filosof…/…/9788863001365

Man mano che altre librerie lo ordineranno ve ne darò nota, nel frattempo potete ORDINARLO IN QUALSIASI LIBRERIA e… attendere qualche giorno che lo reperiscano.

QUALCHE NOTA SU FILOSOFAVOLE:
Si tratta di una raccolta di racconti, completamente eterogenei dal punto di vista stilistico, che spaziano tra diversi generi: fantastico, erotico, surreale, fantascientifico, umoristico… Ognuno di essi affronta in chiave narrativa temi che sono (anche) oggetto di studio filosofico e… fregatevene, tutto è in forma di fiaba o comunque di spunto narrativo, non c’è nulla di didattico. Transumanesimo, dialettica Heideggheriana tra uomo e tecnica, paganesimo, cosmogonia e amore liquido, sono toccati in quanto temi, non se ne traggono conclusioni.

FILOSOFAVOLE HA INOLTRE AVUTO LA FORTUNA E L’ONORE DI ISPIRARE
COLLABORAZIONI E OMAGGI DI ALCUNI ARTISTI ED AMICI:
Tra i racconti c’è “La macchina” già vincitore del premio “Gabbie Sociali” al Premio Letterario Akmaios. La macchina ha ispirato tre meravigliosi lavori di Bato Daniele, artista eccezionale e amico, che sono inseriti nel testo tramite la tecnica del QR-CODE, consultabili cioè passando il telefonino sulla pagina, provare per credere. Il primo di questi lavori impreziosisce la copertina del libro che personalmente trovo stupenda.

Il volume contiene anche un romanzo breve dal titolo “Valpurga”, una favola dark che rappresenta l’architrave della raccolta e che il maestro Armando Tondo  mi ha fatto l’onore di illustrare con 13 bellissime tavole che troverete online e spero all’interno del volume in un’edizione futura ( il libro era già in stampa quando Armando ha potuto leggere Valpurga e lavorarci…).

Sempre online vi mostrerò anche la tavola illustrativa (appesa nella mia stanza) che Emiliano Baroni  ha voluto disegnare dopo aver letto i racconti e li comprende un po’ tutti. Emiliano è da un mese a questa parte anche lui in libreria coi suoi Racconti Randagi, di cui ho già detto benissimo sulla mia rubrica dedicata agli autori romani di Amorroma Magazine.

RINGRAZIAMENTI:
Nell’ultima pagina del testo troverete i ringraziamenti ad alcuni amici e professionisti del settore (amici anche loro in questo caso) che hanno letto uno o più racconti prima della pubblicazione e dei cui preziosi consigli e incoraggiamenti ho cercato di fare tesoro.

Grazie ancora a tutti voi.
Libri

Carlito’s lesson

Avete presente Carlito’s way?
E’ una storia di mafia e malavita, ambientata tra i latinos americani, buon esempio di una lunga serie di film di qualità sullo stesso tema sfornati da Holliwood tra gli anni 80 e 90, girati da grandi registi e premiati al botteghino, un cult.
Carlito Brigante esce di prigione, è una leggenda, gode ancora nel suo ambiente di potere e rispetto. La caratteristica di Carlito, contesto mafioso a parte, è quella di agire con chiunque da una posizione di forza. Carlito ha un piano il quale comporta delle priorità, deve cioè attuarlo in fretta, occupandosi di soltanto di quel che fa parte del piano e soltanto in subordine di tutto il resto. Carlito è esperto ed è intelligente quindi sa che la posizione di forza che gli permetterà di attuare il suo piano è in realtà transitoria, il piano deve compiersi prima che i rapporti di forza cambino. Tutti noi perseguiamo un piano, coscientemente o meno, e tutti noi abbiamo a che fare con dei rapporti di forza, i quali, salvo in rari casi, possono cambiare. L’attenzione con cui osserviamo il mondo intorno a noi durante l’attuazione del piano, il criterio con cui decidiamo chi è debole e chi no, chi può ostacolarci o meno, a chi dovremmo dar retta trovandogli uno spazio nelle nostre priorità e chi possiamo permetterci di ignorare, concorre a determinare il successo del piano. Carlito aveva un piano, esistenziale come il nostro, ma nel compiere le sue valutazioni commette un errore, quell’errore è Benny Blanco.
Blanco, come Carlito e come tutti noi, ha anche lui un suo piano e per attuarlo chiede aiuto a Carlito, ma Carlito non guarda con la dovuta attenzione, non comprende il pericolo, conta sull’attuale rapporto di forza a suo vantaggio e sul fatto che durerà ancora sufficientemente a lungo. Il piano di Blanco è parte del gioco, ma Carlito se ne disinteressa, è convinto che Blanco non sarà abbastanza veloce né abbastanza forte e compie l’errore di lasciare il potenziale socio, il potenziale amico, senza alternative. Il film finisce così , con Carlito a un passo dalla libertà, a un passo dalla redenzione, a un passo dal cielo, che non si rende conto di essere diventato una priorità, un ostacolo ineludibile al piano di Blanco.
Carlito sta per compiere quel passo ma, un attimo prima, Blanco fa la sua mossa e Carlito è distrutto, il suo piano non potrà mai più essere attuato. Blanco, con le spalle al muro, partendo da una condizione di svantaggio, colpisce duro e colpisce una volta per tutte.

Ecco, io volevo esserti amico Carlito, volevo essere tuo socio, ma tu mi hai ignorato, mi hai ostacolato, hai fatto conto sul rapporto di forza a te favorevole e non mi hai lasciato alternative.

Resterai sorpreso quando distruggerò il tuo piano tutto intero, anche quello che hai costruito prima, anche quello che volevi costruire per il futuro, ben oltre le ragioni e gli ambiti nei quali ho cercato di collaborare con te.

Ti accorgerai che hai commesso un errore, che dovevi negoziare prima, te ne accorgerai quando ormai sarà troppo tardi. Il tuo piano andrà in pezzi, perché ostacola il mio e hai seguito le priorità sbagliate.

Tuo Benny

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