Io non guardo le serie TV (IV)

Dopo aver interrotto la visione di Empire al primo accenno di pseudo-musical, si può ripiegare senza rimpianti su Power. Altrettanto afro, altrettanto crime ma, con minor pretese, si rivela decisamente migliore. In Power sopravvivono tutti i cliché delle serie popolari, cinque minuti di soft porno ad episodio e antagonista esageratamente cattivo inclusi (Kenan, il rappper e produttore 50cent), ma la trama è curata, alcuni personaggi azzeccati (Tommy su tutti) e complessivamente quello del boss (Ghost) che vuole uscire dal giro senza riuscirci, Carlito Brigante docet, è un  plot che tira ancora. Il livello discreto della serie si mantiene inalterato fino alla seconda stagione.

Wyward Pines conclude in un crescendo di ritmo, smontando un po’ le belle atmosfere delle prime puntate ma confermandosi un prodotto discreto.

I primi dieci minuti di Texas Rising sono sufficienti ad abbandonarne la visione. Per sempre.

Il  plot della mancata redenzione del Boss è talmente vivo, e abusato, che vi fa ricorso anche Pizzolato nella seconda stagione di True Detective. Il personaggio di Frank, di cui Vince Vaughn ci restituisce un’interpretazione fastidiosamente statica, è piatto, si rivela inaspettatamente meglio Farrell nei panni di Ray, il poliziotto nevrotico e tossicodipendente.   In generale, la seconda stagione non vale neppure un’unghia della prima. In assenza di idee e di una sceneggiatura anche lontanamente paragonabile, Pizzolato aumenta il numero dei protagonisti e, più che l’interesse,  crescono noia e confusione.

Con Texas Rising il genere western torna indietro di 50 anni, al confronto i film razzisti di John Wayne rendevano giustizia ai popoli pellirossa.  Gli indiani, tornano ad essere bruti, barbari, subumani, interpretati da caucasici ma truccati e imparruccati. Nel 2015 Sky potrebbe risparmiarsi di importare in Italia questa propaganda nazional-popolare buona per  nazionalisti texani ignoranti.

Mi dicono che la critica abbia massacrato Marco Polo, sconsigliamo di leggere le critiche prima  della visione, noi non lo abbiamo fatto e la serie ci piace. Scenografie e fotografia fantastiche, ritmi compassati adatti all’ambientazione dell’Asia medievale, personaggi italiani interpretati da attori italiani, splendide scene d’azione più simili alla Tigre e il Dragone che a un kung-fu movie holliwoodiano. Vi pare poco?

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Oltre a molte buone cose, Power, ci regala anche un doppiaggio discutibile in cui le volgarità dello slang newyorkese vengono sostituite da quelle del romanesco di strada. Ecco dunque che i protagonisti del crime multietnico cominciano a sformare perle come “Sto cazzo!”, “Adesso me lo inculo io”, “Sono stato al gabbio”. L’effetto è quantomeno spiazzante.

Va bene, Marco Polo è ampiamente romanzato, c’è  un maestro di kung-fu ispirato direttamente alla figura di Sirio il Dragone ma, tra qualche caduta, la sceneggiatura raggiunge anche picchi di grande bellezza e l’affresco complessivo è ricco  di personaggi imponenti e ben disegnati. Uno su tutti il bravissimo  Benedict Wong nel ruolo di Kublai Khan.

Texas Rising è terribile anche dal punto di vista tecnico: i costumi sembrano presi al mercatino di carnevale e la fotografia accecante sembra affidata a Biascica e Duccio di Boris. Aprituttoooo!

Io non guardo le serie TV (III)

Uscito sul numero di Luglio 2015 per il mensile AMORROMAMAG

Dopo cinque anni di forsennato inseguimento la versione televisiva del Trono di Spade, dopo essersene a lungo distanziata, supera la versione cartacea, narrando eventi non ancora descritti nell’ultimo libro di George Martin “A dance with dragon”.  E’ accaduto così che i lettori che avevano anticipato gli accadimenti del colossal fantasy ai telespettatori,  si siano trovati a non poter perdere  le ultime puntate per scoprire cosa accade dopo. Chi di spoiler  ferisce, di spoiler perisce.

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Il ribaltamento di prospettiva che avviene tra la quinta e la sesta puntata di Wayward Pines  è degno della miglior Sci-FI e tiene viva l’attenzione verso un’ambientazione che rischiava di diventare asfittica, ora si attende il finale sperando si riveli all’altezza. Pop-Corn.

Malgrado il budget a occhio e croce piuttosto alto e il cast importante, a cominciare dal protagonista Terrence Howard, Empire fin dalla prima puntata lascia piuttosto perplessi. Non si fa in tempo a  introdurre i personaggi  a tempo d’Hip Hop che la formula già stride: una commistione tra Musical e Crime, in cui il registro patinato dell’uno sembra depotenziare la necessaria verosimiglianza dell’altro. Qualcuno aveva parlato di una saga che ricorda Il Padrino. Bah.

L’ultima disperata puntata di  The Knick conclude la parabola della straordinaria serie girata da Soderbergh. Coraggiosa, ben recitata e meglio girata, complessa  e stupefacente anche nella qualità della ricostruzione storica. Capolavoro per stomaci forti.

Il nuovo doppiatore di Tyrion Lannister impiega dieci puntate per farsi accettare alle orecchie del telespettatore, eppure alla fine fa rimpiangere un poco il suo predecessore. Un personaggio così piccolo eppure così carismatico, meritava una voce più rotonda e vivace. Il doppiaggio precedente, cui ci eravamo abituati e che suonava perfetto al carattere del nano,  era dell’ottimo Gaetano Varcasia, venuto purtroppo a mancare nel novembre dell’anno scorso. RIP.

In certi passaggi Violante Placido più che Moana ricorda la D’Addario.

Le ultime puntate della quinta serie del Trono di Spade ripagano di tutta la mancanza di azione, per non dire della noia, della prima parte della stagione. Nel lavoro degli sceneggiatori tutto si affretta e in un paio di attesissime ore si piangono infine i lutti, si compiono le disfatte militari, si celebra l’incontro tra la regina e il rinnegato e, più di ogni altra cosa, si vola finalmente sulle ali nere dei draghi valyriani.

E’ iniziata finalmente la seconda stagione di True Detective con nuovi interpreti, ambientazione spostata sulla West Coast e una trama apparentemente più complessa e policentrica. Restano la sceneggiatura di Nic Pizzolato, la bellissima atmosfera noir e la qualità del girato. La prima puntata promette talmente bene che perfino Colin Farrell recita decentemente e sembra quasi credibile.

Io non guardo le serie TV (II)

Se avete l’impressione che la quinta stagione del Trono di Spade perda colpi, si faccia improvvisamente più noiosa e impantanata, non vi sbagliate. I libri da cui è tratta, il quarto e il quinto della saga nella versione originale, soffrono dello stesso male, ma in modo più accentuato. Gli sceneggiatori della serie ci stanno anzi mettendo una pezza come possono, tagliando e ricucendo per salvare il salvabile col pubblico televisivo, deludendo i lettori con incredibili  stravolgimenti di trama e, in definitiva, scontentando tutti.

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In The Knick la regia efficace e ondeggiante di Steven Sodemberg si vede eccome. E’ una serie TV d’autore, forse il prodotto più maturo presentato finora nel genere.

Wyward Pines batte una strada che strizza l’occhio a tutte le principali teorie cospirazioniste cresciute in questi anni nel web, lo fa con eleganza e maestria. Al contrario di Lost lo spettatore sembra aver diritto anche a qualche spiegazione di tanto in tanto e, nota di merito, la serie si compone in dieci episodi fatti e conclusi. Sapremo quel che c’è da sapere tra qualche puntata, risparmiandoci la condanna della serialità senza fine.

Nella seconda stagione di Black Sails il budget cresce affrancandosi dai livelli di Xeena e Hercules costeggiati a lungo nella prima stagione. Tutto si fa più  interessante e il personaggio del capitano Flint acquista una profondità straordinaria. Long John Silver al contrario resta piatto e mal recitato, imprigionato tra smorfiette e sorrisetti che nulla restituiscono del cuoco-pirata immaginato da Stevenson e riproposto, tra gli altri, da Bjorn Larsson.

Ogni volta che, facendo rewind sul telecomando, qualcuno rivede la scena di 1992 in cui  l’anziana segretaria consegna a Notte (Accorsi) un cellulare dicendogli questo invece è il futuro, da qualche parte nel mondo uno sceneggiatore muore.

George Martin, l’autore del Trono di Spade, ha rivoluzionato il genere fantasy e d’avventura rompendo il cliché manicheo dei protagonisti interamente buoni contro antagonisti completamente malvagi. Lo ha fatto prima nei libri e poi nella serie TV, la fabula fantasy  rompe la linearità morale del plot e si trasforma in uno scontro tra fazioni. La seconda stagione di Black Sails impara la lezione e la mette in pratica, così i buoni di prima mostrano il loro lato oscuro e i malvagi quello umano. La serie cresce, se ne giova, superando i limiti del genere.

Shyamalan, regista di Sesto Senso, The Village e diversi film meno riusciti, è coproduttore oltre che regista della prima puntata di Wyward Pines. Il plot si confà perfettamente al suo stile: un po’ Twin Peaks, un po’ Lost,  un po’ Truman Show e un po’, appunto, The Village, la serie è accattivante e ben concepita.

In The Knick il personaggio di Tackery (Clive Owen), ispirato al medico statunitense W.S. Halsted, ripropone l’immortale cliché, prima letterario e poi cinematografico, dell’eroe positivista: da Auguste Dupine, a Sherlock Holmes, fino al Dr.House. Per l’ennesima volta lo stereotipo viene resuscitato, in una nuova pelle, sempre più efficace e credibile.

La favella incomprensibile di Tea Falco in 1992 raggiunge il suo apice nella scena della piscina. Tea (Bibi Mainaghi) è ammollo quando arriva Notte (Accorsi): non mi aspettavo di trovarti qui, dice lui, ciòó, lo saluta lei nel tentativo di proferire“ciao”.

Restiamo un po’ orfani della terza stagione di House of Cards, della bravura dei suoi interpreti, del suo cinismo, della credibilità  straordinaria della serie che sopravvive agli eccessi evidenti della trama. Spacey è mostruoso, nei panni di Underwood e in quanto a bravura, e firmando la regia di alcune delle migliori puntate  della terza serie Robin Wright (Claire) si dimostra anche una promettente regista.

Pare si sia trovato l’accordo tra David Lynch e la produzione per realizzare, a 25 anni di distanza, la terza serie di Twin Peaks nel 2016. Felicitazioni.

E’ uscito “Filosofavole”

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Filosofavole, Daniele Trovato Edizioni Smasher, 2015

Ok…era già in giro sul web da un po’ ed è stato presente al Salone Internazionale del Libro di Torino, ma era ancora irreperibile, da oggi è EFFETTIVAMENTE DISPONIBILE.

A chi volesse acquistarlo specifico che il libro è già disponibile alle seguenti librerie:

Libreria Arion Testaccio, in piazza Santa Maria Liberatrice
Libreria I GRANAI, al piano terra dell’omonimo centro commerciale.

…e online su:

AMAZON: http://www.amazon.es/Filosofavole-Daniele-Trov…/…/8863001367
IBS: http://www.ibs.it/…/97888…/trovato-daniele/filosofavole.html
LIBRERIA UNIVERSITARIA: http://www.libreriauniversitaria.it/filosof…/…/9788863001365

Man mano che altre librerie lo ordineranno ve ne darò nota, nel frattempo potete ORDINARLO IN QUALSIASI LIBRERIA e… attendere qualche giorno che lo reperiscano.

QUALCHE NOTA SU FILOSOFAVOLE:
Si tratta di una raccolta di racconti, completamente eterogenei dal punto di vista stilistico, che spaziano tra diversi generi: fantastico, erotico, surreale, fantascientifico, umoristico… Ognuno di essi affronta in chiave narrativa temi che sono (anche) oggetto di studio filosofico e… fregatevene, tutto è in forma di fiaba o comunque di spunto narrativo, non c’è nulla di didattico. Transumanesimo, dialettica Heideggheriana tra uomo e tecnica, paganesimo, cosmogonia e amore liquido, sono toccati in quanto temi, non se ne traggono conclusioni.

FILOSOFAVOLE HA INOLTRE AVUTO LA FORTUNA E L’ONORE DI ISPIRARE
COLLABORAZIONI E OMAGGI DI ALCUNI ARTISTI ED AMICI:
Tra i racconti c’è “La macchina” già vincitore del premio “Gabbie Sociali” al Premio Letterario Akmaios. La macchina ha ispirato tre meravigliosi lavori di Bato Daniele, artista eccezionale e amico, che sono inseriti nel testo tramite la tecnica del QR-CODE, consultabili cioè passando il telefonino sulla pagina, provare per credere. Il primo di questi lavori impreziosisce la copertina del libro che personalmente trovo stupenda.

Il volume contiene anche un romanzo breve dal titolo “Valpurga”, una favola dark che rappresenta l’architrave della raccolta e che il maestro Armando Tondo  mi ha fatto l’onore di illustrare con 13 bellissime tavole che troverete online e spero all’interno del volume in un’edizione futura ( il libro era già in stampa quando Armando ha potuto leggere Valpurga e lavorarci…).

Sempre online vi mostrerò anche la tavola illustrativa (appesa nella mia stanza) che Emiliano Baroni  ha voluto disegnare dopo aver letto i racconti e li comprende un po’ tutti. Emiliano è da un mese a questa parte anche lui in libreria coi suoi Racconti Randagi, di cui ho già detto benissimo sulla mia rubrica dedicata agli autori romani di Amorroma Magazine.

RINGRAZIAMENTI:
Nell’ultima pagina del testo troverete i ringraziamenti ad alcuni amici e professionisti del settore (amici anche loro in questo caso) che hanno letto uno o più racconti prima della pubblicazione e dei cui preziosi consigli e incoraggiamenti ho cercato di fare tesoro.

Grazie ancora a tutti voi.
Libri

Carlito’s lesson

Avete presente Carlito’s way?
E’ una storia di mafia e malavita, ambientata tra i latinos americani, buon esempio di una lunga serie di film di qualità sullo stesso tema sfornati da Holliwood tra gli anni 80 e 90, girati da grandi registi e premiati al botteghino, un cult.
Carlito Brigante esce di prigione, è una leggenda, gode ancora nel suo ambiente di potere e rispetto. La caratteristica di Carlito, contesto mafioso a parte, è quella di agire con chiunque da una posizione di forza. Carlito ha un piano il quale comporta delle priorità, deve cioè attuarlo in fretta, occupandosi di soltanto di quel che fa parte del piano e soltanto in subordine di tutto il resto. Carlito è esperto ed è intelligente quindi sa che la posizione di forza che gli permetterà di attuare il suo piano è in realtà transitoria, il piano deve compiersi prima che i rapporti di forza cambino. Tutti noi perseguiamo un piano, coscientemente o meno, e tutti noi abbiamo a che fare con dei rapporti di forza, i quali, salvo in rari casi, possono cambiare. L’attenzione con cui osserviamo il mondo intorno a noi durante l’attuazione del piano, il criterio con cui decidiamo chi è debole e chi no, chi può ostacolarci o meno, a chi dovremmo dar retta trovandogli uno spazio nelle nostre priorità e chi possiamo permetterci di ignorare, concorre a determinare il successo del piano. Carlito aveva un piano, esistenziale come il nostro, ma nel compiere le sue valutazioni commette un errore, quell’errore è Benny Blanco.
Blanco, come Carlito e come tutti noi, ha anche lui un suo piano e per attuarlo chiede aiuto a Carlito, ma Carlito non guarda con la dovuta attenzione, non comprende il pericolo, conta sull’attuale rapporto di forza a suo vantaggio e sul fatto che durerà ancora sufficientemente a lungo. Il piano di Blanco è parte del gioco, ma Carlito se ne disinteressa, è convinto che Blanco non sarà abbastanza veloce né abbastanza forte e compie l’errore di lasciare il potenziale socio, il potenziale amico, senza alternative. Il film finisce così , con Carlito a un passo dalla libertà, a un passo dalla redenzione, a un passo dal cielo, che non si rende conto di essere diventato una priorità, un ostacolo ineludibile al piano di Blanco.
Carlito sta per compiere quel passo ma, un attimo prima, Blanco fa la sua mossa e Carlito è distrutto, il suo piano non potrà mai più essere attuato. Blanco, con le spalle al muro, partendo da una condizione di svantaggio, colpisce duro e colpisce una volta per tutte.

Ecco, io volevo esserti amico Carlito, volevo essere tuo socio, ma tu mi hai ignorato, mi hai ostacolato, hai fatto conto sul rapporto di forza a te favorevole e non mi hai lasciato alternative.

Resterai sorpreso quando distruggerò il tuo piano tutto intero, anche quello che hai costruito prima, anche quello che volevi costruire per il futuro, ben oltre le ragioni e gli ambiti nei quali ho cercato di collaborare con te.

Ti accorgerai che hai commesso un errore, che dovevi negoziare prima, te ne accorgerai quando ormai sarà troppo tardi. Il tuo piano andrà in pezzi, perché ostacola il mio e hai seguito le priorità sbagliate.

Tuo Benny

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Io non guardo le serie TV

Tea Falco (Bibi Mainaghi) in 1992 brontola in modo incomprensibile e cantilenante, il maestro René Ferretti l’avrebbe definita una “cagna senza appello”. Non soltanto è indifendibile la sua interpretazione ma lo è anche il regista per ogni pezzo di girato in cui ha detto “buona!” quando lei ha finito di dire una battuta.

Nella prima stagione di Black Sails il personaggio di Jonh Silver è costruito in modo insipido e ridicolo, recitato anche peggio, con smorfiette e pose da fiction di serie C, tipo Xeena o Hercules. Nel ritmo e nelle movenze ricorda la commedia dell’arte, una specie di Pulcinella, ma teorizzare una citazione è del tutto irrealistico.

Il fonico di 1992 era in vacanza durante le riprese, i personaggi bofonchiano oppure hanno scelto tutti attori che recitano con la bocca piena, va bene l’intimismo però urge essere sentiti, a meno che tu non sia Charlie Chaplin . Il direttore della fotografia sembra invece uno serio.

Tutta la prima stagione di Black Sails costeggia i livelli di Xeena ed Hercules, soltanto con più sesso. Poi le cose migliorano, e a occhio e croce anche i budget.

La madre di Tea Falco sostiene che la figlia sia una bravissima ragazza (ci crediamo) e un’ottima attrice (non dubitiamo) e che prima di 1992 aveva ricevuto soltanto elogi. C’è una ragione signora: in 1992 sua figlia non recita, parla tra sé.

L’American Works di Frank Underwood è politicamente preferibile al Jobs Act di Matteo Renzi. Di gran lunga.

La regia di 1992 è abbastanza terribile, soprattutto nelle prime puntate. Il tizio che interpreta Bosco invece è bravo.

Per la scena di 1992 in cui l’anziana segretaria di Accorsi gli consegna faldoni e telefono cellulare, gli sceneggiatori dovrebbero digiunare un mese in segno di penitenza e contrizione.

Nic Pizzolato , lo sceneggiatore di True Detective, è probabilmente il migliore nel suo genere. Anche il suo primo romanzo Galveston non è niente male.

Nella scena di 1992 in cui arriva la notizia dell’assassinio di Salvo Lima la musica di Casa Vianello era perfetta, ma il regista non ha contezza del fatto che nella creazione di un effetto il tempo è una  delle variabili più importanti.

Per capire quanto è bravo Kevin Spacey in House of Cards, mentre recita guardategli le mani.

Il Plot e l’idea che stanno dietro 1992 sono interessanti, ma alcuni passaggi nella trama sembrano estremi, forzati, poco credibili o anche soltanto plausibili. In realtà questi eccessi sono NULLA rispetto all’assurdità ostentata e grottesca di quanto avviene in House of Cards che al contrario sembra credibilissimo. Credibilità e verosimiglianza non stanno tanto in ciò che si racconta (già la realtà è abbastanza vasta da contenere l’assurdo figuriamoci dove ci si può spingere con l’immaginazione) ma in COME lo si racconta.

Datemi subito la prossima stagione di Game of Thrones o raduno un’orda di bruti, metamorfi e giganti per radere al suolo mezza Roma Sud. Al confronto ricorderete i lanzichenecchi come un gruppo di simpatici turisti.

by Aramcheck con la consulenza della Guitta

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Charlie Hebdo, la guerre et nous

Scrittori, giornalisti, vignettisti che vogliano dirsi anche soltanto in parte liberi, sanno di dover scontentare qualcuno cui le loro idee appariranno blasfeme, in un qualche senso non necessariamente religioso. Queste stesse categorie fondano la propria opera su uno spazio di libertà fatto di simboli, ma che non deve essere simbolico, deve esistere nella realtà e la cui esistenza può essere provata soltanto dall’esplorazione dei limiti di questa stessa, posti e fatti rispettare soltanto dalla legge francese. Questo è Charlie Hebdo, un giornale fatto di esploratori che sorvegliano i confini di quella libertà di espressione di cui noi godiamo per lo più timidamente, comodamente nascosti nelle zone più interne di questo spazio di pensiero per paura, conformismo o ignavia e, qualche volta, soltanto per indole. Quei confini dove si muove Charlie Hebdo, anche quando ci fa arrabbiare e pensiamo che le sue vignette siano prive di rispetto e intelligenza, sono le frontiere del nostro spazio di libertà, che un giorno potrebbe tornarci utile, e fonda il nostro vivere comune. Nel massacro di Parigi quelle frontiere sono bruscamente arretrate per mano assassina di qualcuno. Attorno a questo lutto e contro questa barbarie, stringiamoci mantenendo la lucidità.

 

I colpevoli pare siano due coppie di terroristi goffi e sconclusionati, ma ben avvezzi alle armi, capaci di sbagliare indirizzo e dimenticare i documenti in auto, ma anche di non sbagliare un colpo, eludere le sorveglianze e tenere in scacco l’intera forza pubblica francese per quasi due giorni. Le teorie e le analisi su un possibile False Flag, un attentato organizzato da altri con lo scopo di attribuirlo alla jihad islamista, dibattito già largamente scatenatosi su Internet, in questo momento hanno trovato alcune anomalie nel tragitto e nei video diffusi, ma nulla di consistente. Dunque l’impianto generale della versione ufficiale, con tutte le imprecisioni e le approssimazioni di queste concitate ore immediatamente successive, è da considerarsi quello corretto. In generale, tenere un occhio alla possibilità di un False Flag in questo genere di occasioni non è complottismo o credulità, ma una buona e sana pratica che ci tornerà molto utile nel prossimo futuro. Chi nega tutto ciò ignora quale sia la prassi e la realtà storica con cui operano i governi, per primi ma non da soli quelli occidentali, in scenari di guerra fredda quali quello in cui stiamo entrando o, in alternativa, è un ingenuo che ha avuto la fortuna di nascere in un Paese dove non è mai esistita la Strategia della Tensione.

Lucia Annunziata, sull’Huffington Post, decreta la fine della politica dello struzzo da parte degli europei e l’inizio di una terza guerra mondiale contro il terrorismo, guerra che avrà bisogno di armi e sicurezza. Probabilmente l’Annunziata ha ragione quando dice che ci dirigiamo verso la terza guerra mondiale, ma con ragioni e dimensioni del conflitto probabilmente ben maggiori di quelli che sospetta lei. E sì: chiunque esprima pubblicamente il proprio libero pensiero, specie con la penna o la matita, è stato attaccato. Tuttavia, a questo attacco, si può rispondere in vari modi, non necessariamente andando in guerra, e se anche questa fosse l’unica soluzione, e non la trappola mortale in cui rischiamo di cadere, bisognerà capire bene contro chi e dove dispiegare questa campagna.

Se i negoziati ONU dovessero fallire, Matteo Renzi ha già dichiarato che l’Italia è pronta ad assumere un ruolo da protagonista sotto l’egida dell’ONU, nel cui Consiglio di Sicurezza ci sono la Russia e la Cina; vedremo. La Libia è un vasto territorio prevalentemente tribale che Gheddafi, eccentrico e sanguinario dittatore, aveva avuto l’unico merito storico di tenere pacificato e relativamente prospero (oltre a quello prosaico di darci petrolio a prezzi ragionevoli). L’Occidente lo ha rimosso con la forza armando i ribelli e bombardando direttamente il territorio libico. Il risultato è che oggi la guerra rischia di portarci in armi in una distopia vivente dove al governo di Tripoli ci sono golpisti filo-islamici. A Bengasi i Fratelli Mussulmani combattono contro Ansal Al Sharia, un’organizzazione jihadista affiliata allo Stato Islamico (IS non ISIS, un nome abbandonato mesi fa dall’organizzazione ma che è rimasto nel cuore e nell’immaginazione dei giornalisti). A Tobruk un ex-generale Gheddafiano, presunto interlocutore dell’Occidente, governa su un fazzoletto di terra appoggiato dall’Egitto (in guerra coi Fratelli Mussulmani). Ora, in questo caos da noi creato, potremmo trovarci a intervenire.

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La vicenda in Siria ha inizio con la ribellione a Bashar Al-Assad, altro dittatore fascista e sanguinario che, tuttavia, non invadeva nessuno da più di quarant’anni. I ribelli erano, secondo gli USA e i media occidentali, islamici moderati, futuri campioni di democrazia che avrebbero dovuto consumare in comode gallette d’importazione. I ribelli erano in realtà degli jihadisti, comeJabhat Al Nusra gruppo che si fonde parzialmente, cioè con molte defezioni, con l’IS di Al Baghdadi (all’epoca ISI). L’IS era una costola di Al-Qaueda in Iraq, che ha preso progressivamente autonomia perseguendo scopi espansionistici verso la Siria. Al Nusra, considerata da alcuni il braccio di Al-Quaeda in Siria, rappresentava la jihad sunnita anti-Assad. Questi ribelli dunque, quanto moderati lo abbiamo visto, sono stati incensati dall’Occidente durante la ribellione, finanziati e armati dai sauditi e dal Qatar, col placet e il denaro, almeno in una prima fase, della Casa Bianca come mostrano le foto in cui il senatore McCain (già telegenico a Piazza Maidan) fraternizza con essi. La verità è che in Medio Oriente si sta stringendo la morsa contro gli sciiti (Assad, Iran, Hetzbollah che combatte contro l’IS) e questo era nell’interesse strategico dell’Occidente e dei sauditi. Lo conferma il fatto che gli Stati Uniti, per due volte tra il 2008 e il 2012, sono stati sul punto di attaccare uno Stato mediorientale, l’Iran e la Siria. Nel caso della seconda, ovvero il più recente, gli Usa avevano posizionato le portaerei e dispiegato le truppe in preparazione di un attacco. Si fermarono quando la Cina non approvò e, soprattutto, quando Putin disse: «Saremo al fianco della Siria», sfidando di fatto gli Stati Uniti. Oggi ci sono due fronti principali, uno con la Siria e uno con la Russia. Se l’Occidente andrà in Siria potrà contare soltanto sui curdi (i veri eroi partigiani di questa guerra barbara, a cominciare dal PKK), finora abbandonati per il veto della Turchia e di altri alleati occidentali, che non vogliono uno Stato curdo. Saremo in uno scenario locale di tutti contro tutti, con confini prossimi molto caldi come Iran e Palestina, invisi come sempre a gran parte della popolazione locale. Ci troveremo all’interno di un contesto più ampio di pressione sulla Russia, durante una recessione, e pieni di giovani provenienti da famiglie di recente immigrazione, che potrebbero sentirsi ancora più motivati a radicalizzare le loro posizioni.

 

Questo è il genere di guerra in cui tenteranno di arruolarci e lo stesso sarà per i giovani musulmani.

 

Quando si va in guerra la macchina della Storia accelera, tutto cambia molto in fretta, si è proiettati a tale velocità nel futuro, che si rischia di non badare molto al passato, dal quale questo futuro di sangue ha attecchito e si è generato. Questo non è soltanto poco saggio, ma fa comodo a chi, da una parte e dall’altra, questa guerra l’ha meticolosamente preparata, con tanto di paure e mistificazioni sparse a pioggia dai media occidentali e dai manifesti digitali, stile manga, con cui l’IS promuove se stesso tra i giovani figli dell’Islam, gli stessi che poi, magari, ammazza come ostaggi.

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