Io non guardo le serie TV (II)

Se avete l’impressione che la quinta stagione del Trono di Spade perda colpi, si faccia improvvisamente più noiosa e impantanata, non vi sbagliate. I libri da cui è tratta, il quarto e il quinto della saga nella versione originale, soffrono dello stesso male, ma in modo più accentuato. Gli sceneggiatori della serie ci stanno anzi mettendo una pezza come possono, tagliando e ricucendo per salvare il salvabile col pubblico televisivo, deludendo i lettori con incredibili  stravolgimenti di trama e, in definitiva, scontentando tutti.

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In The Knick la regia efficace e ondeggiante di Steven Sodemberg si vede eccome. E’ una serie TV d’autore, forse il prodotto più maturo presentato finora nel genere.

Wyward Pines batte una strada che strizza l’occhio a tutte le principali teorie cospirazioniste cresciute in questi anni nel web, lo fa con eleganza e maestria. Al contrario di Lost lo spettatore sembra aver diritto anche a qualche spiegazione di tanto in tanto e, nota di merito, la serie si compone in dieci episodi fatti e conclusi. Sapremo quel che c’è da sapere tra qualche puntata, risparmiandoci la condanna della serialità senza fine.

Nella seconda stagione di Black Sails il budget cresce affrancandosi dai livelli di Xeena e Hercules costeggiati a lungo nella prima stagione. Tutto si fa più  interessante e il personaggio del capitano Flint acquista una profondità straordinaria. Long John Silver al contrario resta piatto e mal recitato, imprigionato tra smorfiette e sorrisetti che nulla restituiscono del cuoco-pirata immaginato da Stevenson e riproposto, tra gli altri, da Bjorn Larsson.

Ogni volta che, facendo rewind sul telecomando, qualcuno rivede la scena di 1992 in cui  l’anziana segretaria consegna a Notte (Accorsi) un cellulare dicendogli questo invece è il futuro, da qualche parte nel mondo uno sceneggiatore muore.

George Martin, l’autore del Trono di Spade, ha rivoluzionato il genere fantasy e d’avventura rompendo il cliché manicheo dei protagonisti interamente buoni contro antagonisti completamente malvagi. Lo ha fatto prima nei libri e poi nella serie TV, la fabula fantasy  rompe la linearità morale del plot e si trasforma in uno scontro tra fazioni. La seconda stagione di Black Sails impara la lezione e la mette in pratica, così i buoni di prima mostrano il loro lato oscuro e i malvagi quello umano. La serie cresce, se ne giova, superando i limiti del genere.

Shyamalan, regista di Sesto Senso, The Village e diversi film meno riusciti, è coproduttore oltre che regista della prima puntata di Wyward Pines. Il plot si confà perfettamente al suo stile: un po’ Twin Peaks, un po’ Lost,  un po’ Truman Show e un po’, appunto, The Village, la serie è accattivante e ben concepita.

In The Knick il personaggio di Tackery (Clive Owen), ispirato al medico statunitense W.S. Halsted, ripropone l’immortale cliché, prima letterario e poi cinematografico, dell’eroe positivista: da Auguste Dupine, a Sherlock Holmes, fino al Dr.House. Per l’ennesima volta lo stereotipo viene resuscitato, in una nuova pelle, sempre più efficace e credibile.

La favella incomprensibile di Tea Falco in 1992 raggiunge il suo apice nella scena della piscina. Tea (Bibi Mainaghi) è ammollo quando arriva Notte (Accorsi): non mi aspettavo di trovarti qui, dice lui, ciòó, lo saluta lei nel tentativo di proferire“ciao”.

Restiamo un po’ orfani della terza stagione di House of Cards, della bravura dei suoi interpreti, del suo cinismo, della credibilità  straordinaria della serie che sopravvive agli eccessi evidenti della trama. Spacey è mostruoso, nei panni di Underwood e in quanto a bravura, e firmando la regia di alcune delle migliori puntate  della terza serie Robin Wright (Claire) si dimostra anche una promettente regista.

Pare si sia trovato l’accordo tra David Lynch e la produzione per realizzare, a 25 anni di distanza, la terza serie di Twin Peaks nel 2016. Felicitazioni.