Tutte le primarie minuto per minuto (II)

Alla fine decido di andare a votare a queste benedette primarie, senza sapere se voterò e se voterò centrosinistra alle successive politiche.

tabacci primarie

Sabato.

Sabato pomeriggio mi registro on-line. La procedura prevede l’inserimento di alcuni dati anagrafici e la compilazione di un semplice modulo. Non basta, bisogna stampare la pagina compilata e portarla al seggio insieme ad un documento di identità e alla tessera elettorale. Metto il documento nel portafogli, la tessera elettorale in tasca e, non avendo la stampante, il modulo in pdf su una chiavetta che porto dal cingalese del phone-center sotto casa che mi stampa una pagina per 20centesimi.

Adesso ho tutto il kit del perfetto elettore di coalizione e devo soltanto andare al seggio.

Domenica.

Domenica mattina mi reco al seggio unico per la mia zona, una sezione del PD. Il seggio accorpa diverse sezioni elettorali quindi c’è un sacco di gente, si puo’ votare solo nel proprio seggio naturale, quindi devo aspettare. Ci sono due file, una all’aperto per registrarsi e una per votare che scende nella sezione.
Lei è già registrato?
Certo, faccio io. Forte della registrazione on-line.

La fila per votare è divisa in due, una per accedere alla sezione e una dentro per ricevere la scheda.
Affronto la prima fila, 10 minuti.
Accedo al seggio.
Affronto la seconda fila, 15 minuti.
Sopra il banchetto dove si vota c’è appesa la foto in bianco e nero di tal Enrico Berlinguer.
Strano, penso, mi aspettavo Papa Giovanni.

Quando arrivo al banchetto il tizio che sta segnando tutti votanti a mano mi spiega che la registrazione on-line non basta, mi devo comunque registrare alla fila di sopra. Quindi, faccio io, la registrazione on-line non serve a nulla?

Il tipo mi guarda con una faccia come a dire, non mi chieda cose complicate , la prego.

Risalgo, mi metto in fila di sopra, 20 minuti.

Giunto al banchetto della registrazione, vengo registrato a mano: matita, temperino e gomma da cancellare. Deduco che mi sono pre-registrato on-line per avere l’onore di registrarmi a mano nella tessa fila di chi non si è registrato on-line e vuole registrarsi sul posto. Kafkiano.

Mi fanno riempire un altro modulo e mi fanno firmare diverse autorizzazioni con le quali concedo agli apparati del PD licenza di sodomizzare i miei dati sulla privacy a proprio piacimento, in mia assenza e per sempre.
Io le firmo tutte col mio vero nome e cognome, Paolino Paperino.
Poi verso 2 Euri.

Il partito democratico e moderno, diggitale quasi, ha messo su per queste primarie un circo burocratico di regole tale, che viene quasi da dar ragione a Renzi. Eppure, inspiegabilmente, la gente ci viene lo stesso, fa la fila e smadonna pur di dire la sua.
Questi stronzi di elettori glielo fanno quasi apposta a voler votare ad ogni costo.

Dopo di che riscendo giù, rifaccio un po’ di fila, prendo la scheda, voto un candidato che non può vincere.

Io ed Enrico, ci scambiamo un’ultima laconica occhiata in bianco e nero, entrambi rassegnati all’idea che pure stavolta il sol dell’avvenire non sarà rosso nemmeno per il cazzo.

Tutte le primarie Minuto per Minuto. (I)

Pre-primarie

Primarie di partito no, perché c’è già il segretario eletto al congresso. Anzi sì, perché Bersani è un signore e Renzi spinge. Ma forse no, perché dipende dalla legge elettorale e forse non servono. Primarie di coalizione no, se non puoi indicare il premier nella nuova legge elettorale. Ma anche sì, perché pure Vendola vuole partecipare. No, perché non c’è tempo per fare due giri di primarie e poi ti sfianchi coi candidati a buttarsi merda addosso. Sì, perché sono nello statuto e nel DNA della coalizione e senza partecipare alle votazioni per la leadership vendola non entra in coalizione. Primarie accorpate no, perché sennò il PD si auto-cannibalizza portando quattro candidati in competizione tra loro e vince Vendola.

Sono pronti per governare.

Propaganda.

Alla fine primarie sì, perché sì, con regole scritte da Bersani per evitare che la destra italiana vada in massa a votare il proprio leader naturale, Matteo Renzi. Però il partito è moderno perché ci si registra online. Il partito è moderno anche perché va in tivvù come gli americani, Sky puo’ celebrare la vittoria della grande battaglia civica e democratica per il confronto televisivo tra i candidati, promossa da Sky medesima per alzare lo share senza pagare costosissimi diritti per le partite.

Con le domande uguali per tutti, il cronometro impietoso, l’arbitro e il quarto uomo, i gladiatori si presentano tutti in fila nell’arena di Murdoch. Se vuoi conoscere le idee di chi difenderà i tuoi diritti di lavoratore devi pagare Sky, pezzente.

Sono cinque i candidati alle primarie del polo progressista. Ce ne sono due di destra, due di centro e uno di sinistra che parla in versi.

Renzi saltellante e ansioso di rispondere col pulsante in mano è convinto di stare a Telemike. Sì lo so, Renzi era alle elementari quando c’era Telemike. Renzi era alle elementari durante tutti i grandi disastri della storia e non ha colpa di niente.

La Puppato attribuisce una frase infame di Padoa-Schioppa (CSX) contro i giovani italiani a Brunetta(CDX)(*). Renzi glielo fa giustamente notare, non vuole che le colpe del centro-sinistra ricadano ingiustamente su esponenti del proprio schieramento politico.

Sono tutti molto americani durante il confronto, soprattutto Renzi che è quasi kennedyano. Bersani cerca di essere paterno, ottenendo di sembrare suo nonno. Vendola si recide la lingua nel tentativo di pronunciare il nome dell’azienda IrisBus. La Puppato dice che se fosse premier per risolvere la questione degli stabilimenti FIAT, inviterebbe Marchionne a guardarsi dentro e ad agire secondo noblesse. Tabacci gasatissimo sembra sul punto di annettersi l’Austria.

Poi sostenitori dei vari candidati sorteggiati fanno una domanda ciascuno.
La tipa che supporta Vendola straparla, si perde, incespica nelle parole e poeteggia, mentre Nichy la guarda orgoglioso, lei accusa Renzi di avere un consigliere in combutta col giornalista economico liberista Oscar Giannetto (Giannino, per i non Vendoliani), per accertare l’identità del quale riportiamo di seguito una foto di repertorio.

Nessuno dei sostenitori degli altri candidati chiede a Tabacci, già democristiano con incarici di governo della regione, già UDC, già nel governo Berlusconi: “Asssessore ma, esattamente, lei cosa ci fa qui?”.

In chiusura, Renzi versione Mulino Bianco cita i figli piccoli, Vendola sogna una sinistra in grado di ricostruire un vocabolario (parole che scaldano il cuore degli operai…), Tabacci ecumenico che non corre per sé ma per portare voti alla coalizione (non lo fo’ per piacer mio…), Bersani mette Papa Giovanni per primo nel pantheon della sinistra, la Puppato vanta l’amministrazione virtuosa di un comune ma non s’è capito quale e ribadisce di essere una donna, fatto del tutto evidente che nessuno si era azzardato a mettere in dubbio.

Vincono tutti in una grande festa democratica. Sky esulta. Il PD risale nei sondaggi, gli elettori sono soddisfatti e felici di partecipare.

Io quella stessa notte faccio sogni inquietanti in cui Crushov prende a scarpate in faccia Renzi.

[continua…]

(*)Nel dopo-confronto Ferrara, con la gentilezza e moderazione che lo contraddistinguono, sbraita che a causa della papera su Padoa Schioppa la Puppato è inadeguata e deve uscire dalle primarie. La puppato telefona in trasmissione e gli dice (Ferrara ha un precedente con Lucia Annunziata) : “Ferrara, lei ha un problema con le donne ”
E Ferrara: “Sì sono gay quindi ho un problema con le donne.”
Secondo Ferrara tutti i gay detestano le donne, quindi Ferrara il problema ce l’ha anche coi gay.
Capolavoro. Chissà cosa pensa Ferrara dei negri.

Le parole d’ordine.

Questo post arriva in ritardo lo so, ma ho voglia di rimettere in ordine alcuni fatti.

Nei periodi di crisi, quando cioè si richiedono legislazioni straordiarie, sacrifici e altre varie vessazioni al corpo inanime della democrazia che costerebbero un prezzo politico troppo alto in tempi normali, si ha bisogno di ricompattare il paese, in realtà la sua classe dirigente mentre il paese, sotto alcune parole d’ordine comuni. Le parole d’ordine all’ombra delle quali è stata messa in piedi l’operazione Monti sono state il rispetto delle Istituzioni e il senso diresponsabilità. I richiami al rispetto delle istituzioni sono stati usati per lasciar agire in libertà Napolitano, nella versione soft  di un  dictator dell’antica Roma repubblicana chiamato a rimettere a posto la patria davanti all’evidente declino di credibilità di un Parlamento indecente. L’appello al senso di responsabilità ha invece permesso di far digerire alle forze politiche, che  pagano un prezzo aggiuntivo nei sondaggi oltre a quello della propria inadeguatezza, le “finanziarie purga” con cui si è impunemenmte continuato a svuotare di diritti il mondo del lavoro, di soldi le tasche dei pensionati e di mezzi il poco welfare residuo.

Invocano il rispetto delle istituzioni e poi ne usano le sedi ufficiali come una postazione militare. Complimenti, bella immagine:

La vicenda è nota: girate durante la manifestazione di mercoledì, il video mostra il lancio di quattro lacrimogeni  provenienti dal Ministero della Giustizia sui manifestanti. Si tratta di tre lacrimogeni provenienti dalle finestre vicino a quelle del ministro, al piano inferiore, e un quarto lacrimogeno dalla terrazza sul tetto. I lacrimogeni sono stati lanciati dalla polizia  e non dalla penitenziaria presente al ministero la quale, per stessa ammissione del questore, non li ha in dotazione.

Questo apre il campo a due ipotesi principali: la prima secondo la quale i poliziotti dentro al Ministero eseguivano gli ordini in una catena di comando ufficiale oppure la seconda che li vedeva agire di testa loro.

La prima ipotesi vorrebbe dire che un corpo dello Stato si è reso colpevole di un atto inaudito di utilizzo improprio di una sede istituzionale, di arbitrarietà, pericolosità e livello di provocazione politica senza precedenti. Di fatto la rappresentazione simbolica di un golpe di polizia: la polizia può entrare nei luoghi della democrazia che non deve presidiare ed effettua un’azione di ordine pubblico, all’insaputa del Governo e dei Ministri coinvolti (Severino nega di saperne nulla, lo stesso fa Cancellieri).

La seconda ipotesi, seppur meno grave, denuncia un livello di insubordinazione spaventoso, che gli ufficiali non possono ignorare e che deve portare all’ allontanamento dei colpevoli (tanto poi dei tipi così, li assumono subito i servizi…).

Questo bivio non si elude. Potere delle immagini e della tecnologia, che ha reso ogni cittadino col cellulare un potenziale videocronista, questa cosa non puo’ essere ignorata e va necessariamente trattata nei termini descritti sopra. Infatti, grazie al video se ne sta parlando e tanto, con l’unica chiave di lettura della seconda ipotesi, come detto meno grave, perché nessuno se la sente di affrontare la prima traendone le coseguenze e il giusto scandalo. Bene così, si batta la seconda pista, ma allora i nomi degli agenti devono saltare fuori, oppure dovremo pensare che non soltanto sono possibili atti di insubornizaione di questo livello, ma che la catena di comando non è neppure in grado di individuarne gli autori. Non è in grado o non vuole, il che ci riporterebbe un approfondimento sulla prima ipotesi, rimossa.

Quale che sia la verità,  il fatto gravissimo accade davanti ad una manifestazione che era poca cosa sul piano della pericolosità, chi strilla per gli studenti coi caschi non si rende conto di cosa stia succedendo in Grecia e nel resto d’Europa. Se continuano a crescere i  livelli di disoccupazione e di impoverimento si ritroveranno con decine di Valle di Susa, Sulcis, Pomigliano e ILVA di Taranto, dove si respirano ben altre tensioni.

Si richiede quindi la massima trasparenza e, appunto, responsabilità nell’indagine che pare la Severino abbia correttamente disposto.
Cosa dice la Polizia? Il questore  ipotizza, contro l’evidenza delle immagini, che i lacrimogeni siano stati lanciati dal basso e abbiano sbattuto contro il Ministero (e Carlo Giuliani è morto per una sassata).  I carabinieri immediatamente fanno uscire una perizia che conferma le parole del questore specificando che un unico candelotto è partito da terra, ha cozzato contro il ministero e si è rotto in tre parti (e Pinelli ha avuto un malore attivo). A parte che le immagini non dicono questo, la perizia è così accurata che non si accorge del quarto candelotto proveniente dalle terrazze, lo ignoa. Non lo hanno voluto vedere, non gli piaceva.

Noi invece siamo curiosi di vedere se l’incidente sparirà piano piano dalle cronache fino a perdersi nei labirinti della burocrazia ministeriale, per risbucare poi in qualche articoletto di spalla tra un anno, giusto per decretare l’ennesimo trionfo dell’arte italiana dell’insabbiamento, oppure se si coglierà l’occasione per dare una grande prova di responsabilità e rispetto per le istituzioni, facendo chiarezza e agendo consequenzialmente.  Già sentiamo infatti riecheggiare il monito su questi due pilastri, parole d’ordine appunto, cui appellarsi in questo momento difficile, di profonda crisi. Lo avevate detto voi, giusto?