Berlusconismo parassitario e Leghismo necrofago (I).

Iniziò la Lario sostenendo che al tramonto politico di Napoleone, also known as il Playold giusto per usare una sua autodefinizione e tralasciando centinaia di epiteti e soprannomi accumulati in vent’anni di scena politica, sarebbe iniziato il vero pericolo di definitivo accantonamento per le macerie di una democrazia desertificata. Continuano altri ad alimentare questa stessa lettura dell’Italia  tardo-berlusconiana, non ultimo Oliviero Beha col suo nuovo libro “Dopo di lui il Diluvio”, che stando alle recensioni (non ho ancora avuto modo di leggerlo) sembra presagire aria di Weimar per questo stanco paese. Ho dedicato all’argomento un paio di post anch’io, preoccupato come sono dell’ascesa inarrestabile della Lega unica forza di estrema destra xenofoba le cui dichiarazioni (e azioni talvolta) eversive godono di un inspiegabile sdoganamento d’ufficio preventivo: una sorta di minimizzazione congenita che l’ambiente istituzionale e giornalistico applica ad ogni bestialità paranazista ridimensionata perentoriamente al rango di boutade, un gioco linguistico usato da quel buontempone di Bossi o da uno a turno dei suoi sodali per lanciare argute provocazioni. Così gli ermeneuti del pensiero (lo so è una parola forte) leghista, hanno buon gioco nel trasformare la “provocazione” in un elemento di stimolo del dibattito politico, che ha presa sull’opinione pubblica perché nasconderebbe dietro la ruvidità di certe espressioni un incancellabile fondo di verità. Quando una classe dirigente prende  l’inferiorità dei negri, la criminalità congenita dei romeni o la presenza di otto milioni di fucili padani pronti alla guerra civile come interessanti spunti di discussione a mio avviso è già razzista, già xenofoba, già fottuta.

Mentre appare ormai chiaro che le segreterie di certi partiti,
le aule parlamentari e il gabinetto di Governo siano in Italia ambienti statisticamente più criminogeni delle più malfamate bische della periferia metropolitana, l’arrivo evidente di una nuova tangentopoli che travolga i Berluscones e l’eventualità, sempre meno remota, che il Playold si faccia in qualche modo da parte, portano inevitabilmente a ragionare sul futuro, indulgendo dunque nell’ozioso giuoco della fantapolitica.In questa ipotesi (Lario, Beha, etc…) il berlusconismo è dunque un elemento parassitario della democrazia e non predatorio. Un predatore uccide la preda per distruggerla e cibarsene, conquistandone de facto lo spazio vitale. Un parassita necessita che la preda, l’ospite in realtà, sopravviva, seppur fiaccato e reso malato e morente dalla presenza del parassita stesso. Anche il parassita si ciba della preda democratica, ma dall’interno e molto lentamente, poiché spazzandola via decreterebbe anche la propria morte, prova ne è che nei meccanismi politico-mediatici del corpo democratico ospitante, il berlusconismo prospera muovendosi con agio e padronanza superiore a quella dei sedicenti Democratici. Sedicenti in quanto se non lo fossero riconoscerebbero il parassita come tale, mentre si ostinano a scambiarlo col piglio ottuso di tanti anticorpi fessi, per un elemento in fondo utile al metabolismo repubblicano. Definiremo il berlusconismo dunque come il male che fiacca la preda,

ne blocca i gangli vitali , la porta all’impotenza e presumibilmente ad una lenta morte, spianando il campo agli uccelli necrofagi del secessionismo leghista. Se razionalmente non nossiamo nutrire nostalgia per i malanni della democrazia d’un tempo, da un punto di vista squisitamente estetico è difficile non rimpiangere i tempi in cui il nemico si voleva predatore, la sua pericolosità dittatoriale era annunciata dal clangore dei cingoli e la belva non esitava a definirsi sfacciatamente contraria alla democrazia, di modo che il campo di battaglia fosse tanto più cruento quanto, detto francamente, meno infido e gattopardesco.Lega dominante dunque, Nord in fuga, forze centripede e crepe nella Repubblica.
L’attrazione gravitazionale dello Stato centralista resta tuttavia forte, persino in caso di federalismo pecioso in cui le regioni dipendono dalle prebende statali e lo Stato centrale usa il potere col nodo, scorsoio, dell’elargizione pecuniaria in tempi di magra. Un solo corpo, padano in questo caso, difficilmente troverà l’accelerazione necessaria per sganciarsi dall’orbita Repubblicana, pur contando sulla forza politica di un leghismo prossimo venturo, politicamente rafforzato  dalla cannibalizzazione di un PdL politicamente decapitato e privo del fascino magnetico del Playold (

inutile ribadire quanto l’effetto dirompente di tale fascino sui miei conterranei rappresenti per il sottoscritto un deprimente e frustrante rompicapo).
Dunque per portare a termine il progetto di smembramento, nella nostra ipotesi fantapolitica, il leghismo e la Padania non bastano: si rende necessaria una diffusa balcanizzazione in grado di attraversare longitudinalmente l’intera penisola. La mia tesi parzialmente seria è che, guardando con attenzione, certi segni della balcanizzazione prossima ventura abbiano già cominciato a palesarsi. […segue]