Le leggi speciali e la macchina del tempo (I).

Il Ministro Maroni, quello bravo che da solo arresta i mafiosi mentre i poliziotti (rossi?) lo accusano di aver tagliato i fondi per mezzi, uomini e straordinari aumentando la loro insicurezza e diminuendo la loro efficacia, e l’onorevole Di Pietro, quello che che sta a sinistra per l’abbaglio di qualcuno e mira da sempre a raccogliere i voti della destra legalitaria lasciata politicamente orfana dall’ascesa di questa  destraccia affaristica che colleziona reati neanche fossero francobolli, intrattengono una corrispondenza di amorosi sensi sul tema delle leggi speciali contro la violenza di piazza. Rispolverare la legge Reale, fidejussioni per organizzare cortei, varare una legge Reale 2 e via ipotizzando, è evidente che l’analisi vuole accomunare quanto accaduto sabato per dinamiche e gravità a quello spinse il Governo nel 1975 a varare le leggi speciali. A uguale contesto uguali misure, sembrano volerci dire, la storia si ripete e da essa dobbiamo imparare, cortocircuitando la percezione del reale attraverso l’uso di una curiosa macchina del tempo che ci riporti indietro di 36 anni.

Giochino interessante questo a cui non vogliamo sottrarci, purché se ne mettano in chiaro le regole e si decida di rispettarle. Ammesso e non concesso che quelle misure nel 1975 furono efficaci e legittime, tali da non alterare e restringere goltre il lecito gli spazi democratici, saliamo su questa macchina del tempo e analizziamo la premessa, ioè che ci si trovi oggi in un contesto non dissimile per gravità e dinamiche.

Risucchiati da uno scenografico vortice temporale,  attraverso tunnel di nutrini e deformazioni dello spazio-tempo spiegati da criptiche formule di fantafisica, ci troviamo ora nel 1975. E’ il 2 Novembre, autunno come prima della nostra partenza, in una data scelta non per caso, oggi è morto Pasolini il poeta che negli scontri piazza si schierò dalla parte dei poliziotti, veri proletari nella sua iperbole, e che contestualemnte profetizzava l’avvento della terza fase del fascismo, quella che depone il manganello e sfodera i mass media, rinuncia al tradizionalismo per incrementare l’isteria consumistica e i modelli economico finanziari che su essa si basano.

Siamo i n piena guerra fredda e l’Italia è già immersa fino al collo nella violenza politica da ben sette. Nel marzo 1968 c’è stata la battaglia di Valle Giulia e da lì in poi la violenza della protesta non si è più fermata. Non ci sono soltanto gli scontri tra manifestanti e polizia, ci sono le aggressioni tra rossi e neri, dentro e fuori dai cortei. In questi sette anni ci sono già stati 2541 aggressioni tra gruppi politici rivali più di 300 l’anno, quasi uno al giorno. La violenza in questa fase è prevalentemente agita dai neofascisti contro i rossi, 1671 aggressioni, dopo il 1975 la proporzione si invertirà in chiave antifascista. A queste aggressioni chiaramente connotate politicamente, si devono aggiungere nello stesso periodo altre 1708 azioni, tra aggressioni e attentati non rivendicati, ma ascrivibili comunque alla violenza politica. In questo periodo ricade il rogo di Prima Valle, l’insurrezione di Reggio Calabria, sono già morti agenti di polizia, studenti e militanti di tutte le fazioni. Un anarchico, Pinelli, volò giù da una finestra della questura. Nel Giovedì nero del 1973 a Milano volano le BOMBE A MANO e un agente (Antonio Marino) resta ucciso.  D’ora in poi, varate le leggi, esploderà la violenza politica di sinistra con eccidi come quello di Acca Larentia e la formazione di bande terrostiche paramilitari, omicidi e gambizzazioni di altri poliziotti, sindacalisti, politici e giudici. In piazza c’erano le pistole.

Complessivamente fino alla fine degli anni settanta si conteranno 69 morti, più di mille feriti gravissimi, 7866 attentati, 4290 episodi di violenza politica.

Inoltre, qui nel 1975, la violenza si respira nell’aria e ha il sapore del tritolo perché ormai dal 1969 è iniziato il periodo delle stragi. Alla violenza tra attivisti di colore diverso e tra manifestanti e polizia, si è aggiunta quella dei bombaroli. Dell’elenco di stragi che segue di molte fu provata la matrice nera, di quasi tutte la presenza o la connivenza di apparati deviati dei servizi, alcune sono tutt’ora irrisolte, spesso furono attribuite inizialmente agli anarchici, poi puntualmente scagionati:

12 dicembre 1969: Strage di piazza Fontana a Milano
22 luglio 1970: Strage di Gioia Tauro 31 maggio
1972: Strage di Peteano a Gorizia 17 maggio
1973: Strage della Questura di Milano 28 maggio
1974: Strage di Piazza della Loggia a Brescia 4 agosto
1974: Strage sull’espresso Roma-Brennero (italicus)

Questo è quello che ci aspetta fuori dalla macchina del tempo atterrata all’idroscalo di Ostia, questa è l’Italia tutta intorno al cadavere massacrato di Pier Paolo Pasolini.

Torniamo alla domanda iniziale, attraversiamo di nuovo il fiume temporale stavolta in senso inverso, torniamo agli scontri di sabato alle proporzioni, al contesto e alle leggi speciali, allle modalità e all’estensione della violenza.

Al Ministro e all’onorevole dovremmo domandare con serietà, siamo davvero nello stesso contesto del 1975?

La legge entrata in vigore in quell’anno non fermò le violenze, tanto che negli anni successivi partì l’escalation peggiore del terrorismo di sinistra, il livello dello scontro venne alzato e le stragi non si fermarono fino agli 80 inoltrati. Ragionando, ancora in uno sforzo di serietà, sui dati e sulle date, mettendo da parte i proclami interventisti: siamo sicuri sia desiderabile, necessario ed efficace applicare nel presente contesto uguali misure?

A me il passato piace studiarlo non riviverlo, in particolare non ho nessuna nostalgia degli anni di piombo. Spero di non essere l’unico.

Muore sempre il miliardario sbagliato.

Anche chi avversa un’idea nel modo più radicale si trova talvolta in condizione di riconoscere il giuto merito a chi l’ha saputa rappresentare meglio di altri. Io che nel  sogno americano non ho mai creduto, ritenedolo una delle più grandi truffe che il marketing politico di tutti i tempi abbia mai inventato a difesa del privilegio di pochi, riconosco che raramente più che in Steve Jobs esso abbia trovato un testimonial significativo. Significativo forse proprio perché autore di un percorso in questo senso eretico e non ideologico, in Jobs l’idea del “self-made-man” ha trovato una  nuova dimensione strettamente intrecciata con la testimonianza che l’uomo ha saputo dare di sé. Nato da una madre che lo diede in adozione, capace di cadere e di rialzarsi diverse volte, con un percorso di studi elitario ma altalenante ed incompleto, Jobs ha vissuto da protagonista assoluto un’era pionieristica che, seppur proiettata nel futuro, come tale non poteva non ammantarsi di un suo romanticismo. Jobs è stato, consapevolmente ma forse non strumentalmente, l’icona di un capitalismo che grazie alle nuove tecnologie voleva mostrarsi diverso, lontano dall’alienazione della società industriale che lo aveva preceduto e generato, più attento alla creatività dei dipendenti, all’importanza della collaboratione,  alla qualità della loro vita, del loro posto di lavoro e della dgestione del loro tempo. Chi di noi ha vissuto quest’epoca dal di dentro e ne riconosce oggi gli aspetti retorici e illusori, quando non propriamente fuorvianti nell’ottica più ampia del processo di globalizzazione, e ricorda come tali traballanti aspettative non ressero di fatto alla prima crisi del settore e a certi eccessi di invasiva propaganda aziendale sull’essere “imprenditori di se stessi”, non può oggi non salvare comunque molto di questo tentativo e delle trasformazioni complessive che ha prodotto. Le doverose valutazioni disincantate che oggi possiamo dare a posteriori  non diminuiscono la portata storica  della straordianria avventura economica e culturale rappresentata da quel milieu di innovazione che ha saputo essere la Silicon Valley dalla metà degli anni 80 fino ad oggi. Il luogo dove, per dirla con Castells, si realizzava nella sostanza il cambio di era dall’età industriale a quella Informazionale che intendeva sostituirla e a cui in realtà, più propriamente, essa si è sovrapposta. Di questo passaggio, Steve Jobs fu uno dei protagonisti indiscussi, ponendosi in questo senso al centro del proprio tempo.

Romantica, per molti versi, fu anche l’epopea personale di Jobs, dall’adozione,  al successo, al licenziamento  da Apple, alla Pixtar, al ritorno alla Apple fino alla malattia, che egli seppe raccontare da esperto narratore di storie in alcuni dei suoi celebri discorsi che in questi giorni imperversano su Internet, in cui è difficile non riconoscere la capacità di infondere alla giovane platea fiducia ed entusiasmo nei propri mezzi. Da questa epopea  e dalla sua mitopoietica è nata anche l’immagine di un capitalista, e quindi a mio avviso fallacemente per induzione di  un capitalismo tout court, animato realmente dalla passione personale e dal sogno di un leader visionario più che dalla consueta logica imposta delle ferree, in realtà mai abdicate, leggi del profitto.

La creazione del mito segue poi percorsi impredicibili, contraddittori e addirittura grotteschi, quando per il suo antagonismo col  Gates, dipinto per sorte inversa come un antilibertario  fin quasi diabolico da parte della comunità degli utenti, qualcuno scambiò Jobs per quel paladino dell’eterodossia informatica antimonopolistica, addirittura dell’open software (sic!), che egli non fu mai. Nessuna azienda ha mai prodotto software più chiuso, meno interoperabile e blindato dal copyright di quanto abbia fatto Apple. Jobs e Gates, commercialmente parlando, furono sempre le due facce della stessa medaglia, tutto il resto è marketing e mistificazione a proposito di un modello alternativo che tra i due non è mai esistito.

Di Jobs ricorderemo forse alcuni dei prodotti migliori delle sue aziende, gli spot anti-orwelliani  degli esordi di Apple che costituirono una vera rivoluzione nella comunicazione pubblicitaria, i film della sua casa di produzione, ma soprattutto io credo quella frase “stay angry, stay foolish” che usò per raccontare se stesso. La  personale esperienza di un uomo che diede l’impressione di vivere con pienezza il successo, la sconfitta, la rivalsa e il  prematuro tragico esito che alla fine ci accomunerà tutti.

Il sogno americano ci dice che questo possa accadere a chiunque sia dotato di entusiasmo, competena ed intuito: noi miscredenti ci accontentiamo nel constatare che è avvenuto almeno per uno e, comunque la si pensi, di questo oggi gli rendiamo merito. Riposa in pace.