Stanca discettazione di fine estate su creazione, evoluzione e il perchè della vita sulla terra.


Come ben noto noi Pastafariani non amiamo il creazionismo in nessuna nella sue forme: ne quella biblica ortodossa ne in quella ibrida sull’“evoluzionismo a balzelli”. La prima come è noto prevede che l’uomo sia stato creato seimila anni prima di Cristo al termine di sette giorni di alacre lavoro divino come descritto per filo e per segno dalla Genesi. Nel mondo occidentale questa tesi rimane inspiegabilmente in voga presso i movimenti evangelici, i cristiani rinati ed altre comunità cristiane  soprattutto negli degli Stati Uniti, la qual cosa non è irrilevante se si pensa che  ne è un simpatizzante dichiarato  il presunto uomo piu’ potente del mondo G.W.Bush. La seconda tesi quella dell’”evoluzione controllata” prende piede tra quei cristiani e cattolici che tentano da sempre di conciliare fede e ragione. Senza voler scomodare  Shopenhauer e il suo drastico “o si pensa o si crede”  va detto che spesso questi tentativi di conciliare la scienza con la fede creano degli orribili Frankestein del pensiero davvero difficili da difendere davanti ad una analisi razionale. In particolare quest’ultimi accettano la teoria dell’evoluzione a patto che si lasci lo spazio a saltuari interventi correttivi da parte dell’onnipotente mano di Dio.

Il punto per i creazionisti di questo tipo non è l’interpretazione letterale della Bibbia che pare  si siano presi la briga di accantonare, ma il fatto che la storia biologica di questo granello di polvere nell’universo sia finalizzata alla venuta dell’uomo. A parte che non si capisce perchè un Dio onnisciente  per creare un bipede raziocinante sia dovuto passare per lo stegosauro e il velociraptor, poi soprattutto non si capisce perchè si sarebbe dovuto prima cimentare con una pluralità di bipedi raziocinanti molti dei quali bocciati sul nascere. Le ultime scoperte infatti indicano l’orchesco  Neanderthaliano e il piccolo e recente Homo Floriensis come specie parallele all’HomoSapiens, abortite dal processo evolutivo o, non è escluso, sterminate da quella rapace ed ipocrita progenie cui tutti oggi apparteniamo. Quindi cugini scarsi di intelletto e spirito di adattabilità, non progenitori.

Un  Dio che avesse avuto come fine ultimo del processo l’Homo Sapiens Sapiens come unico dominatore del creato modellato a sua immagine e somiglianza cosa dovrebbe farsene di questi rami secchi del processo evolutivo? Voleva  dunque ingannarci disseminando false prove della sua non compartecipazione alla nostra venuta? Piu’ che Dio mi par di capire ci si riferisca ad un contorto Demiurgo.

Non c’è nulla da fare: fin dai tempi di Galileo  la terra è sferica e non è piatta, non esistono terze vie per salvare Bibbia (e Philosofer in questo caso) e cavoli con improbabili forme oblunghe. Innanzitutto distinguerei tra evoluzione e teoria Darwiniana dell’evoluzione intesa sul come, ed eventualmente perchè, la selezione naturale svolga il proprio brutale lavoro di sfoltitura.   L’evoluzione è un fatto, scientificamente provato da innumerevoli reperti ed osservazioni indirette, sul quale conveniva perfino il buon Lamarck, oltre naturalmnete a correnti piu’ serie e recenti come i neutralisti. La teoria di Darwin puo’ essere invece interpretata ad esempio , e spesso lo è stato, in senso  antropocentrico. Intendendo cioè piu’ o meno velatamente l’evoluzione come una gigantesca ed epica saga in cui dalla notte dei tempi specie diverse si sono contese le risorse planetarie fino all’arrivo del campione che ha assoggettato  la natura ai propri (ig)nobili scopi: l’uomo.  Dopo il trauma ottocentesco d’esserci scoperti figli di scimmie sotto questa luce consolatoria ci si era illusi almeno di essere super-scimmie, scimmie consapevoli, terminali e pressocchè perfette alla cui comparsa si era lavorato certosinamente per milioni di anni. Insomma i protagonisti vincenti della contesa, che grazie l’estrema adattabilità dovuta alla ratio sono ormai saldamente al timone.

In realtà  alla metà degli anni settanta un libro di Richard Dawkins “il gene egoista” infliggeva alla nostra tronfia supponenza , un altro duro colpo. Il libro venne accolto come rivoluzionario, ma per ammissione del suo stesso autore è in realtà un testo profondamente ortodosso rispetto alle intuizioni di Charles Darwin. Quello che Dawkins opera è un semplice cambio di prospettiva, un’interpretazione dei fatti evolutivi centrata sul gene, sequenza di DNA, piuttosto che sull’individuo o tantomeno sulla specie. Per dirla in breve alla base del processo evolutivo  molecole primigenee autoreplicanti (replicatori) antenate dell’attuale acido desossiribonucleico dalla notte dei tempi costruiscono, inconsapevolemente e meccanicamente,  macchine da guerra sempre piu’ evolute che svolgono il ruolo altrettanto inconsapevole di corazza per coppie di aminoacidi. I geni con corazze piu’ dure e adatte all’ambiente che le ospita sopravvivono per selezione naturale: l’Homo Sapiens Sapiens si sta dunque rivelando una corazza migliore del Dodo, ma peggiore del ratto comune (il quale con tutta probabilità dovrebbe sopravviverci).
Il “perchè?” della vita sulla Terra ridotto alla incidentale capacità di alcune molecole di attrarre molecole ad esse simili (o complementari) replicando la propria struttura. Un processo che come un sasso lanciato nello spazio procede per inerzia attraverso i millenni giungendo fino a noi. Siamo dunque soltanto gli ultimi casuali effetti di una reazione a catena che, partendo da un’inezia, ha generato una valanga.

In realtà pero’ Dawkins da’ una prima spallata ad una porta che si spalanca verso un’interpretazione dell’evoluzione aperta e potente che facilmente è in grado di prevalicare gli ambiti della biologia per sconfinare nelle praterie ben piu’ vaste sulle forme organizzate della materia (o del pensiero come nel caso dei Memi), la loro genesi,  il loro proliferare.
E qui veniamo al motivo che mi ha fatto perdere tempo su questo post, cioè l’aver trovato in un libro, che parlava d’altro, questa magnifica rivisitazione di un vecchio detto a proposito delle macchine :

 

“L’uomo è il mezzo del quale un computer si serve per  produrre un altro computer”

 

Il quale spalanca sotto la nostra fragile megalomania  umana un ulteriore baratro: l’ennesimo disperato vuoto di senso.

Fornendo tra l’altro un assist inaspettato a un   tema che ha già ispirato formidaili libri di science fiction ;)


Panic Day ovvero come ho perso l’aereo per San Diego.

C’era l’allarme terrorismo.

E’ l’11 Agosto mi trovo a Fiumicino per prendere un volo Delta verso Cincinnati, destinazione finale San Diego. C’è circa un km di fila interna al terminal che si aggrovigla su se stessa due o tre volte  in un lungo serpentone tra il molo C dei voli internazionali fin quasi al molo A. Soltanto per trovare la coda della fila e mettermi educatamente in riga con gli altri impiego circa un quarto d’ora, dopo di che a passo men che di lumaca mi  unisco alla triste marcia. “Triste” perchè invece di persone che vanno in vacanza in un paese per molti versi bello come gli USA sembriamo un tapis roulant di tacchini che il giorno del ringraziamento si dirigono diligentemente verso il forno.
Per quanto i  piu’ informati siano  pressocche sprovvisti di bagaglio a mano, nulla sfugge sotto gli occhi attenti dei pre-controllori (non siamo neppure al check-in) e siamo educatamente invitati a disfarci uno dopo l’altro di tutte le nostre pericolose armi da guerriglia: biberon, penne a sfera, PC portatili, shampoo e perfino libri.
Questa dei libri prima o poi me la dovranno spiegare: conosco gente che ne ha
effettivamente un timore cieco, neanche fossero cartacei coccodrilli pronti a troncare  le falangi di chi si azzarda a sfogliarli senza conoscere qualche complesso rituale magico, ma che le istituzioni mi ingiungano di privarmene per salire su un aereo mi pare davvero troppo.
L’unico tacchino ribelle che si ostina a fare resistenza è un americano che s’incazza perchè non gli permettono di portare
a bordo un lungo e pesante bastone (un grosso ramo scorticato per l’esattezza). Gli serve per camminare, sostiene che ha  preso una storta. A parte che se ha perso l’uso della caviglia puo’ salire a bordo con la carrozzella come fanno tutti gli invalidi, poi mi domando se lui si sentirebbe tranquillo se un arabo col turbante pretendesse di salire sul suo volo con una bella mazza da baseball in mano? Certi Yankee sono assurdi.
La “lunga marcia” dei tacchini (la fuga di  Mao dai nazionalisti non c’entra), si svolge sotto il controllo delle forze dell’ordine che dai ballatoi ci sovergliano coi i mitra quasi spianati. Giunto alle porte del patibolo volante mi informano che l’aereo è in ritanrdo di tre ore, la coincidenza è persa e dovro’ dormire all’aereoporto di Cincinati. Senza un libro,  un cambio di vestiti, una minima certezza sul volo successivo. E’ troppo. Visto che sto’ partendo principalmente per questioni di lavoro e la trasferta seppur allettante non è pagata chiamo in ufficio e annuncio che non vale la pena: non mi pagano abbastanza per morire senza nemmeno un buon libro sulla cui controcopertina scrivere un breve epitaffio. Niente surf, niente colazione da Kono’s e niente pranzo a Newport Pier con Max Plank.



Tutto questo perchè, come ci spiega la televisione, dei terroristi a Londra volevano salire a bordo con bottiglie di Gatorade contenenti in realtà un liquido esplosivo, tale da perforare la fusoliera e depressurizzare l’abitacolo facendo cadere un gran numero di aerei.

 


Il Panic Day.
E’ passato quasi un mese ed io non ho ancora capito cosa esattamente avrebbero dovuto usare gli arabi per farmi fuori. Non ho conoscenze di chimica degli esplosivi ma l’unico liquido (per la verità denso e piuttosto instabile )che mi viene in mente possa creare una tale deflagrazione in un così piccolo recipiente è la nitroglicerina, soltanto che essa abbisogna di un
candelotto, di sego ed altre individuabili sostanze a base di farina fossile per diventare della maneggevole dinamite: non di una bottiglia di plastica di Gaterode detonata da un cellulare.
Un’altra cosa che non ho capito è quando quegli attentati sarebbero dovuti avvenire. Fino al giorno 9 nessuna delle nostre autorità ci aveva tutelato in alcun modo diverso dalla consueta prassi post 9/11: quindi il pericolo era scattato il giorno 10 cioè quello degli arresti e della scoperta dell’operatività della cellula. La cellula pero’ era nota da tempo e il presidente George W. Bush ha ammesso candidamente di essere stato informato dell’operazione fin dalla  settimana precedente. Allora perchè attendere il giorno 10? Per la flagranza? Mai presunti terroriti sono stati arrestati nelle loro case non all’aereoporto, quindi non stavano partendo il giorno 10. Le autorità non sapevano esattamente quando sarebbero partiti? Si sa chi sono, si sa dove abitano, si conosce il loro piano fatto di bibite bomba ma non si è in grado di capire se avessero comprato dei biglietti aerei e per quale volo?  Saro’ stupido ma mi sfugge perchè si sia dovuto bloccare il traffico aereo di mezzo mondo tra il 10 e il 12 agosto per un pericolo noto da tempo e fermato si direbbe ben prima della sua attuazione. Se allo scattare del panico i presunti terroristi avevano le teste di cuoio ai piedi del letto a dar loro il buongiorno, allora perchè il panico?

E’ troppo leftish pensare che un‘operazione anti-terrorismo  come negli ultimi anni ce ne sono state a dozzine sia stata usata strumentalmente per un grandioso SHOW-DAY che ricordasse all’occidente che siamo stati attaccati, che la US Army deve difenderci da Bin Laden, che i  terroristi hanno armi micidiali, che lo Zio Sam e i suoi alleati non devono abbassare la guardia e hanno ottime ragioni per scatenare guerre a casaccio in giro per il mondo? In sostanza per dirci con Giuliano Ferrara che << c’è un nemico e non dobbiamo dimenticarcene>>.

Un governo in calo di consensi ha bisogno di panico, affinchè la popolazione si affidi di nuovo ciecamente alla sua protezione. I governi Bush e Blair sono in drammatico calo di consensi: questo è un fatto. Questi dubbi mi sono balenati in testa per un paio di settimane e ancora rimangono tali. I dubbi si fanno insistenti soprattutto da quando The Prez  mi ha girato questa agenzia:

 

Attentati Londra: i dubbi del Times

Secondo il quotidiano il piano non era vicino a esecuzione

(ANSA) – ROMA, 28 AGO – Il New York Times smonta il teorema di Scotland Yard sugli attentati sventati a Londra, sostenendo che il piano era lontano dall’esecuzione. ‘I sospetti non erano pronti a colpire immediatamente’, hanno detto al giornale cinque alti funzionari britannici. Secondo il quotidiano, che cita fonti autorevoli, la polizia britannica non sa ancora, per esempio, se tra i sospetti ci fosse qualcuno capace di mettere assieme e far esplodere liquidi esplosivi quando un aereo era in volo

Quanto c’è da stare allarmati?
Io ho trent’anni ed ero ragazzino durante gli anni ’80: anche allora c’era una Grande Guerra Globale. Lo scenario allora era piu’ chiaro e consisteva di due tizi con una valigietta contenente un bottone in grado di scatenare una graniuola di testate nucleari l’uno sul paese dell’altro, distruggendo nottetempo l’intero pianeta. Non erano bei tempi e ricordo esattamente la tensione che si respirava ogni volta  venisse affrontato l’argomento dell’olocausto nucleare.  Il pericolo era reale e ben peggiore di qualsiasi porcata holliwoodiana Bin Laden o chi per lui sia anche lontanamente in grado di mettere in atto.
Sarà per questa abitudine infantile  alla guerra fredda che fatico a non dormire la notte a causa di un liquido imprecisato che potrebbe essere Gatorade in mano ai nostri nemici (“perchè c’è un nemico” ci ricorda Giuliano Ferrara e sembra non si riferisca alla nostra stessa idiozia), quando i nostri eserciti dispongono di armi sofisticate e distruttive come i drone telecomandati, testate nucleari tattiche, raggi del dolore, armi laser e cannoni a energia diretta. Per una rapida introduzione a queste tre ultime meraviglie della tecnica consiglio la visione dell’ultimo grande reportage di rainews24:

 

Guerre Stellari in Iraq


In particolare il raggio del dolore, che non sembra particolarmente utile in una guerra convenzionale, permetterà miniaturizzando la tecnologia splendidi omicidi perfetti per ogni sorta di tecnocriminale (di Stato o meno). Potenziandola invece permetterà  grandiose stragi perfette: senza rumore, luce, proiettili, possibilità di discernere il bersaglio. Le caratteristiche del nervino in pratica, ma vuoi mettere? Molto piu’ maneggevole.
Fatta eccezione per la Morte Nera e quelle inutili seppur fichissime spade al neon dei cavalieri Jedi, sembrerebbe che il forzuto occidente oggi disponga ormai di tutte le tecnologie belliche  dell’impero di Darth Vader in Star Wars. Naturalmente è anche  intenzionato ad usarle, ma per affrontare quale nemico? Gli stati canaglia? Nel 2000 cioè prima degli extra budget concessi al Pentagono per via dell’ 11 Settembre la spesa bellica dei soli Stati Uniti era già ventiduevolte superiore a quella di Iran, Iraq, Corea del Nord, Libia, Siria e Afghanistan messi assieme. No, il nemico è un altro (chissà come ce li siamo procurati tutti ‘sti nemici è Ferrara?) e cioè il terrorismo internazionale, quello del Gatorade.

Vale a dire Darth Vader contro il Piccolo Chimico.

Un match interessante, si accettano scommesse.

E mi raccomando: non offrite il fianco al nemico portando pericolosi libri a bordo di un aereoplano, non vorrei  le loro pagine  insinuassero in voi  il sospetto che ci stiano prendendo per il culo.