Informatismi.


Quando vedo questi utenti novizi, folgorati dalla tecnologia sulla via di Cupertino, giocare con i loro IPhone, tablet, IPad, pontificare ingenuamente sulla rivoluzione tecnologica e sulla nuova App della quale non possono più fare a meno, provo un sentimento di mestizia. Nel loro rispettabile entusiasmo c’è un vizio di fondo, una piccola crepa di cui sono inconsapevoli, una mancanza originaria, di cui non posso renderli partecipi. In realtà, per apprezzare davvero un’interfaccia grafica, con i suoi colori saturi, le forme stondate e tridimensionali e la sua straordinaria facilità di utilizzo, bisogna almeno una volta nella vita aver dovuto affrontare la ruvida durezza dell’Assembler, la spartana inflessibilità della linea di comando, il sintetico ermetismo dell’IOS o le utopiche perversioni del Prolog. Dietro ogni icona che vi sorride amichevole, senza che ve ne accorgiate, resiste invisibile ed essenziale l’Assembler, primordiale astrazione del linguaggio macchina oltre il quale si cela l’elegante semplicità della logica booleana. Oltre di essa soltanto l’onda irregolare dei livelli di tensione, il clivo scosceso dei fronti in discesa, l’abisso della fisica degli elettroni. Elementari funzioni implementate con un codice scritto trenta, forse quarant’anni prima si celano, insieme al lavoro necessario a costruirle, sotto le vostre piccole icone. Soltanto nella scatola cinese delle routine, nei sostrati decennali di semplici algoritmi, strutture iterative e variabili dimenticate, sta l’essenza profonda di un click.