Monti e la questione della legittimità democratica.

Nel post precedente facevo riferimento alle preoccupazioni per il nascente governo Monti e per i gruppi di interesse di cui è espressione o coi quali, perlomeno, condivide i punti di riferimento ideologici. Oggi che si conoscono i nomi dei ministri  tali preoccupazioni trovano conferme a partire dalla nomina di un banchiere al ministero dello sviluppo economico, scelta che sembra fatta apposta per perpetrare il grande equivoco degli ultimi decenni sencondo il quale debba essere la finanza, reperimento e gestione dei capitali, a dover dirigere l’economia ,cioè la produzione di beni e servizi attraverso l’impiego delle risorse produttive. Un banchiere gestisce prestiti e fondi, non sa quali prodotti sia necessario produrre, né come li si produca, né tantomeno di cosa abbiano bisogno imprese e lavoratori per dispiegare al meglio il proprio potenziale produttivo, quello sviluppo economico di cui Passera è Ministro, a parte, s’intende, per quell’unica risorsa che il banchiere stesso gli fornisce, cioè il denaro. Quest’ultimo, se non proprio lo sterco del demonio, è quantomeno una risorsa neutra, grigia, polivalente, necessaria al presente sistema, ma che da sola non sviluppa un bel niente né beni, né servizi, né tantomeno, e di questi ci preoccupiamo di più, posti di lavoro.
Per questa ed altre ragioni la preoccupazione, per parlare di opposizione aspettiamo   i primi provvedimenti,  è massima davanti a questo governo, eppure si tratta di una opposizione sostanzialmente politica. Ben altra cosa sono gli strepiti contro la fine della democrazia che provengono da Ferrara e da tutti i Berluscones più accaniti,  ma non solo da loro, sorvolando sulle patetiche pagliacciate del miracolato Scilipoti. Stando al presente stato della democrazia in Itaia questo governo è più che legittimo. Ricordiamo infatti, ma dovrebbe essere pleonastico farlo, che secondo la Costituzione la rappresentatività democratica è garantita dall’assemble, cioè dal Parlamento, non dal Governo. Se l’assemblea ha ridotto tale rappresentatività ai minimi termini lo dobbiamo al Porcellum, non al Governo Monti, che conta sull’appoggio di quegli stessi Deputati e Senatori “liberamente” eletti. Porcellum il cui unico “pregio” doveva essere la semplificazione, in realtà “truffa” che butta al cesso milioni di voti degli italiani, tramite la riduzione del numero dei partiti e dei gruppi parlamentari, oggi saliti addirittura a 30 (sic!).
Il Governo non è eletto dal popolo, ma dai suoi rapresentanti e proprio per questo siamo una Repubblica parlamentare e non presidenziale come vorrebbe qualcuno. Inoltre, la natura tecnica ed extraparlamentare del Governo non ha nulla di antidemocratico stando alla nostra Costituzione, in quanto non sono i partiti di maggioranza a esprimere l’esecutivo, come la prassi partitocratica ha consolidato negli anni, ma è il Parlamento a nominarlo a maggioranza che è cosa ben diversa. Nel nostro ordinamento il Parlamento, dignitario della rappresentanza popolare (non del volere popolare o i deputati non avrebbero libertà di mandato e delibererebbero in base al mutare dell’opinione pubblica, della quale , almeno si spera devono limitarsi a tener conto), pone la fiducia in un Governo e gliela conferma o gliela revoca in base ai provvedimenti attuati e proposti. Di partiti che esprimerebbero il governo, nella Costituzione tra l’altro non c’è traccia.
Tra l’altro un limite riconosciuto, o comunque una materia di discussione, a proposito delle democrazie parlamentari sta proprio nella scarsa separazione dei poteri tra maggioranze politiche e governi da loro sostenuti (probelma superato o comunque meglio gestito nel Presidenzialismo ad elezioni differite), in questo senso un governo tecnico dovrebbe perfino esprimere qualche garanzia in più.

Unico argomento realmente a favore della fazione che dopo aver sostenuto il governo precedente e che realmente attaccava la Costituzione ad ogni passo tentando di svuotarla di ogni concretezza che non fosse meramente formale, è l’inidicazione sulla scheda del presidente del Consiglio, che è effettivamente cambiato rispetto a quanto votato dagli elettori. Tuttavia questa norma è successiva e posticcia rispetto all’impianto di base dell’ordinamento democratico italiano, malscritta (indovinate da chi) e per nulla organica ad un contesto generale che non si è mai deciso di riformare (e meglio così vista l’incompetanza dei riformatori), in ultimo non vincolante rispetto al proseguo della legislatura una volta caduto il Presidente indicato nella scheda.

Legittima dunque l’opposizione al governo Monti calato dall’alto (si opponessero dunque invece di regalargli una maggioranza aprioristica dell’80%), corretta l’analisi del commissariamento politico da parte della BCE, ma non si mettessero a sproloquiare di fine della democrazia, visto che tutto quello che è accaduto rispetta i crismi Costituzionali in vigore da sessant’anni.

Come tante volte nel ventennio Berlusconiano si può strillare (se lo si pensa) allo svuotamento de facto del patto democratico, ma de jure è tutto più regolare che mai.

Brucia eh?

Genesi del Governaccio ovvero nessuno sconto a Mario Monti.

Ieri sera in birreria al tavolo con  amici è arriva  l’atteso SMS definitivo, quello che sancivsce l’ufficialità della fine di un’epoca: “Si è dimesso”. Mi alzo in piedi e alzando i calici , pur dichiarandomi consapevole che non tutti in sala saranno d’accordo,  invito al brindisi  gli altri sconosciuti avventori. Tutti nessuno escluso, ne rimango statisticamente stupito, si alzano in piedi e brindano entusiasti. Così ho festeggiato anch’io, fine della storia, andiamo avanti. Abitando ad un tiro di schioppo dal centro di Roma potrei unirmi ai sit-in fuori dai palazzi del potere ma, pur ritenendolo liberatorio e legittimo, il dileggio dell’avversario a caduta avvenuta mi respinge un po’ per quel gusto plebeo, più che popolare, che immancabilmente porta con sé. Bello l’Alleluja, bella la festa, bella la gente in piazza ma, sinceramente, avrei voluto vederne di più prima e non dopo.
Del resto la reale fine politica di Berlusconi non si è consumata certo l’altra sera quando un  manipolo di parlamentari l’hanno abbandonato, ma almeno un mese fa, quando i poteri “esterni” cui molti parlamnetari del PDL professano una doppia fedeltà hanno deciso definitivamente di abbandonare il cialtrone di Arcore: nell’ordine Confindustria, le banche, Merkel & Sarkozy, gli USA e buon ultima la Chiesa Cattolica. Quando lo decide il potere, la rivoluzione è cosa semplice.  
Archiviamo, dicevo, il mediocre Caligola che finalmente passa la mano e preoccupiamoci del prossimo problema.
Usciti dal provincialismo forzoso della doverosa indignazione contro il governo Berlusconi, inizia l’epoca dell’indignazione greca, sistemica e cruciale, contro il modello economico finanziario internazionale. Finito Berlusconi sulle macerie da lui lasciate, le cose non andranno necessariamente meglio, ma almeno forse andranno diversamente. Andiamo con ordine.

“Siamo tutti più liberi” titola il Fatto e ha ragione se si riferisce ai giornalisti, Monti non ha certo il piglio del censore, ma quel tutti è ottimista se non ingannevole.

“Grazie Napolitano” esponeva uno striscione alla festa di ieri sera, ma grazie di che in fin dei conti? L’intervento è tardivo, eterodiretto, quasi disperato che apre ad un futuro quantomai incerto.

Su questo blog in diverse occasioni avete sentito definire Napolitano come il peggior Presidente degli ultimi trent’anni (Cossiga  a parte, naturalmente), la mia opinione in merito non è cambiata di una virgola.
La nomina preventiva di Mario Monti a Senatore a vita,  de facto una designazione del Presidente del Consiglio in pectore, giusta o sbagliata che la si giudichi, è stata una mossa politica efficace da parte di Napolitano e, in quanto tale, probabilmente non farina del suo sacco ma imbeccata da qualche intelligenza di più alto profilo. Il governo Monti, semmai vedrà la luce e sopravviverà all’incopatibilità politica delle forze parlamentari, è soltanto apparentemente un governo del Presidente e in realtà un governo di commissariamento internazionale. Mai come oggi rischiamo la sovranità limitata ad opera di forze più opache di quelle NATO che tirarono spesso i fili della prima Repubblica.
Ricapitolando Mario Draghi (BCE, Goldman Sachs) d’accordo con Napolitano, favorisce Mario Monti (BCE, Goldman Sachs, Commissione Trilaterale) affinché rimetta in ordine i conti italiani falcidiati dalla speculazione sui titoli di Stato operata in buona parte dalla stessa Goldman Sachs.

Draghi e Monti figli ideologici del defunto Milton Friedman (bruci nell’inferno dei nemici del popolo, se esiste un Dio comunista che ne ha mai previsto uno), pongono la loro irreprensibile tutela sui disastri che la crisi finanziaria che l’ideologia disastrosa dello stesso Friedman  ha innanzitutto provocato.

Il boia, in buona sostanza, ci tende una mano affinché gli si possa porgere meglio il collo. Rifiutare questa mano oggi significa accettare i tempi tecnici elettorali esponendoci ad almeno tre mesi di Spread impazzito, dunque il default e uscita dall’Europa, ipotesi percorribile ma la cui responsabilità nessuno, neppure Berlusconi, ha la temerarietà di assumersi.

Mario Monti come male minore prima del Default o dell’abbraccio mefitico del Fondo Monetario Internazionale (ancora i Chicago Boys e il fantasma di Milton Friedman), ma minore quanto?

La mia previsione, spero di sbagliare, è la seguente:

Monti limerà gli stipendi degli onorevoli, taglierà qualche auto blu e butterà giù una bozza per l’abolizione delle province, il taglio del numero dei parlamentari, varerà una patrimoniale sugli yacht e  qualche misura antievasione. Poi, forte di una popolarità anticasta inaudita, raderà al suolo il poco rimasto del welfare, le pensioni di anzianità, l’articolo 18 e ultime tutele del solito parco buoi.

Ci aspetta temo un governaccio, che sull’onda della popolarità e della necessità avrà mano libera nel dare il colpo di grazia ai ceti meno abbienti del paese.  Eppure, l’abolizione di qualche indecente privilegio, la stretta su qualche evasore già in torto marcio e una tassa sui pomelli d’oro delle barche per miliardari, non valgono i diritti di un lavoratore a 1200 euro al mese. Nessuna santificazione a busta chiusa dell’uomo dei miracoli, prego, ogni cedimento in questo senso è ancora,  in senso lato, berlusconismo.

Se lo metta bene in testa il PD, prima di dare carta bianca a questo nuovo governo, se non vuole perdere l’ultima occasione per stare dalla parte giusta.

Nessuna nostalgia per Berlusconi figuriamoci, un nemico pagliaccesco che ha paralizzato e imbarbarito il paese, la cui incompetenza inoltre ci ha esposto all’avvento di predatori più grossi e scaltri.

Per dirla due volte col pessimo Tremonti è come un videogame: ucciso un mostro ne compare sempre un altro e, grossa differenza, il prossimo che si profila all’orizzonte parla bene l’inglese.


 

Grazie Presidente.

Grazie per i Bondi, per le Gelmini, per i La Russa. Grazie per le Minetti e i Lele Mora, i Fede e i Cicchitto. Grazie per i Gasparri e i Ghedini, per le Zanicchi e i Barbareschi. Grazie per i Minzolini e i Liguori, grazie soprattutto per i Ferrara.

Grazie mille volte per i Previti e i Dell’Utri. Grazie per le Carlucci e i Frattini grazie, non sa nemmeno quanto, per le Brambilla. Grazie per la Carfagna e per Schifani, grazie per Alfano. Grazie per Scajola e per Bertolaso.

Ha ottenuto la nostra riconoscenza imperitura fino all’ultimo istante quando, in un meraviglioso Coupe de Teatre ci ha resi suoi debitori perfino per gli Scilipoti.

Grazie sopra ogni altra cosa per lei, la sua persona.

Per le sue ombre, le sue corruttele, le sue losche frequentazioni, la capziosità dei suoi avvocaticchi, il fanatismo dei suoi lacchè, la sistematica commistione tra i suoi affari di famiglia ei suoi doveri pubblici, le sue retromarce e le sue smentite, le sue gaffes, le sue volgarità. Grazie per le sue offese gratuite quando si dichiarava insultato, i piagnistei sulla sua demonizzazione quando ricorreva a categorie apocalittiche per additare l’avversario, alle censure che applicava dicendosi perseguitato, all’oscena ostentazione della sua vita privata quando si diceva spiato. Grazie per la politica internazionale indecente e per le infinite ridicolaggini. Grazie per le barzellette fuori luogo, per quelle tristi e scontate, per quelle razziste e omofobe.

Guardando lei e la sua corte, per quasi vent’anni, ci siamo sentiti tutti un po’ migliori di quanto eravamo.

Siete stati il nostro specchio rotto.

Adesso privi della vostra consolatoria impresentabilità ci riscopriamo improvvisamente peggiori di quanto credevamo.

E tutto quello che ci resta è un’occasione per darci da fare.