THE BREXIT HORROR PICTURE SHOW

Great-Britain-Flag

Esiste di certo un universo parallelo in cui il Remain ha vinto il referendum per uno 0,1%, la Gran Bretagna è rimasta ormeggiata al continente e le migliori menti della penisola italiana trillano entusiaste a proposito della “saggezza del popolo britannico”, “alla grande prova di democrazia proveniente da UK”, al “voto che sconfigge il populismo” e alla “voglia di Europa contro gli istinti autarchici”, ma quell’universo, che qualcuno vorrebbe migliore, non è questo universo. In questo universo un referendum popolare perfettamente legittimo ha decretato il Brexit senza riguardo per i sentimenti e le aspirazioni delle migliori menti della nostra penisola le quali, leggermente innervosite, si sono abbandonate a dichiarazioni quantomeno sconcertanti e, dice qualcuno, meno democratiche di quel che ci si aspettasse.

Le elenchiamo di seguito a futura memoria, giudicate voi.

#1 Mario Monti, Senatore a vita nominato, ex-premier nominato, membro della trilateral commission e già international advisor di Goldamn Sachs. Si è interrogato su come mai una democrazia  (etimologicamente potere del popolo) debba affidare le decisioni importanti, addirittura al popolo (senza specificare a chi queste invece spetterebbero).

Monti

poi Monti rincara appellandosi ai padri costituenti (dimenticando che la Costituzione tutela anche tutta una serie di diritti sociali che il suo governo ha bellamente ridotto quando non cancellato, ma va beh):

Monti 2

#2 Giorgio Napolitano, ex-Presidente della repubblia. Prescrive il referendum soltanto per quesiti molto semplici, come se giudicare una struttura sovranazionale dopo averla messa alla prova per oltre 20 anni sia uno sforzo intelletuale fuori dalla portata del comune cittadino che ci vive dentro.

napolitano

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#3 Giovanna Melandri, ex-Ministro ai beni culturali, ritwitta il marito: la coppia si domanda se sia giusto che le persone anziane abbiano diritto di voto e non si possano al loro posto arruolare alle urne gli infanti fin dalla culla.

Melandri

(tra l’altro per vietare il voto negli ultimi 18 anni bisognerebbe che la data di morte fosse certa quanto quella di nascita, il che temo ponga problemi insormontabili di attuabilità a meno di sgradevoli pratiche di eutanasia di massa)

#4 Il Professor Alessandro Rosina li prende in parola ed essendo un tecnico propone la strada maestra per implementare un sistema elettorale che impedisca ai vecchi di rompere i coglioni:

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qui i dettagli per cui il peso del voto dovrebbe essere direttamente proporzioanale all’aspettativa di vita (ricorda il “voto plurale” di Stuart Mill, il noto liberale teorizzava in quel caso che i voti dei ricchi contassero per 3):

rosina.jpg

#5 Beppe Severgnini, giornalista, scrittore, conduttore televisivo e  opinionista se la prende anche lui con i vecchi che rubano il futuro ai giovani, ma anche coi provincialotti e le classi ignoranti che non comprendono le ragioni disperate della City di Londra e dei suoi broker finanziari cosmopoliti:

Severgnini

Qualcuno ha provato a spiegare loro che i giovani tra 18 e i 24 non sono andati a votare (affluenza del 36% contro l’81% degli over 65) e che si sono rivelati complessivamente la fascia d’età meno europeista visto che il 75% di loro o se ne è rimasto a casa o ha votato Leave, ma tant’è. I numeri sono del resto freddi, mentre la UE è un sogno e una passione dell’anima.

Contro le masse subalterne e ignoranti  si è scagliato anche Giorgio Gori, consulente alla comunicazione di Matteo Renzi, già imprenditore e giornalista, bisognerebbe forse togliere il voto a coloro che han studiato meno in modo che i ceti colti possano guidarli verso un futuro luminoso:

Italcementi, studio per Bergamo 'smart city' del futuro

Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, durante il convegno ‘Verso il futuro. Bergamo 2035, smarter citizens’, promosso dalla Fondazione Italcementi, Bergamo, 30 settembre 2014. ANSA/GIAMPAOLO MAGNI

#6 Francesca Barracciu, ex-sottosegretario ai beni culturali del governo Renzi, evoca il fascismo, un regime che come noto portò l’Italia al disastro, alle leggi razziali e all’orrore della guerra  a suon di referendum e consultazioni popolari:

Barracciu

#7 Sullo stesso tono Roberto Saviano, scrittore, giornalista e militante anti-mafia il quale ci mette  in guardia contro le derive plebiscitarie in democrazia (dalle quali dovrebbero in realtà già tutelarci le carte costituzionali riconoscendo gli inalienabili  diritti alle minoranze), viene il dubbio che in Uk si sia votata l’annessione dell’Irlanda e lo sterminio dei suoi inermi abitanti e non la semplice Brexit:

saviano

#8 Nathani Zevi, giornalista RAI, ci invita da par suo a riflettere sulla vera natura della democrazia, siamo sicuri che le decisioni debbano essere prese a maggioranza?  Non sarebbe meglio che a decidere sia una minoranza con le carte in regola e tutti i timbri? C’è da pensarci.

Nathania Zevi

#9 Gianni Riotta, giornalista e scrittore, va sul macabro e si rammarica che la Cox sia morta per nulla, invece che per una buona causa come si augurava evidentemente lui. Parafrasando, è forse cinico pensare che una così bella e tempestiva occasione per ribaltare gli umori popolari in favore del Remain sia andata sprecata? Forse sì, è cinico e anche un po’ di cattivo gusto.

Riotta cox

Che dire? Perfino chi si augurava un’Europa senza frontiere, fondata sul lavoro, sulla solidarietà tra popoli e sulla cooperazione tra gli Stati, un’Europa autenticamente democratica costruita col consenso delle masse che la compongono, per quanto ageé e ignoranti (ma tuttora le più istruite del mondo), che difendesse innanzitutto le conquiste sociali che ne avevano caratterizzato la crescita post-bellica, prima fra tutte lo Stato Sociale, rischia di sentirsi un po’ spiazzato. Soprattutto quando pochi giorni prima del voto è uno dei padri fondatori nostrani della UE a confessare, en passant, l’incoffessabile:

Senza titolo

Tutti democratici, tutti eredi, chi più chi meno, di quegli ideali di partecipazione e giustizia sociale che la sinistra ha cercato faticosamente per secoli di interpretare. Nessuno di loro si è domandato se mentre le istituzioni europee massacravano la Grecia nel contempo qualche cittadino europeo si stesse a sua volta  chiedendo e se domani toccasse a me?

Forse la verità è che quando l’elite della sinistra italiana ha svenduto gli ideali sociali, in cambio le è stato offerto l’europeismo come ideale fantoccio per sentirsi ancora una volta dalla parte giusta della storia. Chi glielo abbia fornito è facilmente identificabile ed è l’ ex-nemico di sempre, il capitale transanzionale.

Forse la verità è che l’europeismo, patria dei moderati, presenta in realtà connotati ideologici che facilmente scavallano nell’estremismo più miope.

Il loro ego ora non può sopportare che crolli tutto un’altra volta.
Diventa un problema psicologico e identitario (oltre che la minaccia a delle rendite di posizione).
La Brexit è soltanto un passaggio e, a giudicare da quanto sopra, direi che non l’hanno presa bene.
Proprio per niente.

Genesi del Governaccio ovvero nessuno sconto a Mario Monti.

Ieri sera in birreria al tavolo con  amici è arriva  l’atteso SMS definitivo, quello che sancivsce l’ufficialità della fine di un’epoca: “Si è dimesso”. Mi alzo in piedi e alzando i calici , pur dichiarandomi consapevole che non tutti in sala saranno d’accordo,  invito al brindisi  gli altri sconosciuti avventori. Tutti nessuno escluso, ne rimango statisticamente stupito, si alzano in piedi e brindano entusiasti. Così ho festeggiato anch’io, fine della storia, andiamo avanti. Abitando ad un tiro di schioppo dal centro di Roma potrei unirmi ai sit-in fuori dai palazzi del potere ma, pur ritenendolo liberatorio e legittimo, il dileggio dell’avversario a caduta avvenuta mi respinge un po’ per quel gusto plebeo, più che popolare, che immancabilmente porta con sé. Bello l’Alleluja, bella la festa, bella la gente in piazza ma, sinceramente, avrei voluto vederne di più prima e non dopo.
Del resto la reale fine politica di Berlusconi non si è consumata certo l’altra sera quando un  manipolo di parlamentari l’hanno abbandonato, ma almeno un mese fa, quando i poteri “esterni” cui molti parlamnetari del PDL professano una doppia fedeltà hanno deciso definitivamente di abbandonare il cialtrone di Arcore: nell’ordine Confindustria, le banche, Merkel & Sarkozy, gli USA e buon ultima la Chiesa Cattolica. Quando lo decide il potere, la rivoluzione è cosa semplice.  
Archiviamo, dicevo, il mediocre Caligola che finalmente passa la mano e preoccupiamoci del prossimo problema.
Usciti dal provincialismo forzoso della doverosa indignazione contro il governo Berlusconi, inizia l’epoca dell’indignazione greca, sistemica e cruciale, contro il modello economico finanziario internazionale. Finito Berlusconi sulle macerie da lui lasciate, le cose non andranno necessariamente meglio, ma almeno forse andranno diversamente. Andiamo con ordine.

“Siamo tutti più liberi” titola il Fatto e ha ragione se si riferisce ai giornalisti, Monti non ha certo il piglio del censore, ma quel tutti è ottimista se non ingannevole.

“Grazie Napolitano” esponeva uno striscione alla festa di ieri sera, ma grazie di che in fin dei conti? L’intervento è tardivo, eterodiretto, quasi disperato che apre ad un futuro quantomai incerto.

Su questo blog in diverse occasioni avete sentito definire Napolitano come il peggior Presidente degli ultimi trent’anni (Cossiga  a parte, naturalmente), la mia opinione in merito non è cambiata di una virgola.
La nomina preventiva di Mario Monti a Senatore a vita,  de facto una designazione del Presidente del Consiglio in pectore, giusta o sbagliata che la si giudichi, è stata una mossa politica efficace da parte di Napolitano e, in quanto tale, probabilmente non farina del suo sacco ma imbeccata da qualche intelligenza di più alto profilo. Il governo Monti, semmai vedrà la luce e sopravviverà all’incopatibilità politica delle forze parlamentari, è soltanto apparentemente un governo del Presidente e in realtà un governo di commissariamento internazionale. Mai come oggi rischiamo la sovranità limitata ad opera di forze più opache di quelle NATO che tirarono spesso i fili della prima Repubblica.
Ricapitolando Mario Draghi (BCE, Goldman Sachs) d’accordo con Napolitano, favorisce Mario Monti (BCE, Goldman Sachs, Commissione Trilaterale) affinché rimetta in ordine i conti italiani falcidiati dalla speculazione sui titoli di Stato operata in buona parte dalla stessa Goldman Sachs.

Draghi e Monti figli ideologici del defunto Milton Friedman (bruci nell’inferno dei nemici del popolo, se esiste un Dio comunista che ne ha mai previsto uno), pongono la loro irreprensibile tutela sui disastri che la crisi finanziaria che l’ideologia disastrosa dello stesso Friedman  ha innanzitutto provocato.

Il boia, in buona sostanza, ci tende una mano affinché gli si possa porgere meglio il collo. Rifiutare questa mano oggi significa accettare i tempi tecnici elettorali esponendoci ad almeno tre mesi di Spread impazzito, dunque il default e uscita dall’Europa, ipotesi percorribile ma la cui responsabilità nessuno, neppure Berlusconi, ha la temerarietà di assumersi.

Mario Monti come male minore prima del Default o dell’abbraccio mefitico del Fondo Monetario Internazionale (ancora i Chicago Boys e il fantasma di Milton Friedman), ma minore quanto?

La mia previsione, spero di sbagliare, è la seguente:

Monti limerà gli stipendi degli onorevoli, taglierà qualche auto blu e butterà giù una bozza per l’abolizione delle province, il taglio del numero dei parlamentari, varerà una patrimoniale sugli yacht e  qualche misura antievasione. Poi, forte di una popolarità anticasta inaudita, raderà al suolo il poco rimasto del welfare, le pensioni di anzianità, l’articolo 18 e ultime tutele del solito parco buoi.

Ci aspetta temo un governaccio, che sull’onda della popolarità e della necessità avrà mano libera nel dare il colpo di grazia ai ceti meno abbienti del paese.  Eppure, l’abolizione di qualche indecente privilegio, la stretta su qualche evasore già in torto marcio e una tassa sui pomelli d’oro delle barche per miliardari, non valgono i diritti di un lavoratore a 1200 euro al mese. Nessuna santificazione a busta chiusa dell’uomo dei miracoli, prego, ogni cedimento in questo senso è ancora,  in senso lato, berlusconismo.

Se lo metta bene in testa il PD, prima di dare carta bianca a questo nuovo governo, se non vuole perdere l’ultima occasione per stare dalla parte giusta.

Nessuna nostalgia per Berlusconi figuriamoci, un nemico pagliaccesco che ha paralizzato e imbarbarito il paese, la cui incompetenza inoltre ci ha esposto all’avvento di predatori più grossi e scaltri.

Per dirla due volte col pessimo Tremonti è come un videogame: ucciso un mostro ne compare sempre un altro e, grossa differenza, il prossimo che si profila all’orizzonte parla bene l’inglese.


 

Miracolo a Lampedusa.

Tacciano i corvi rossi, migrino altrove le cornacchie disfattiste, spariscano una volta per tutte dal suolo patrio i gufi mediatici. Se ne vadano proditoriamente  in un altro paese con le valigie di cartone rigonfie di maldicenza e calunnie, tutti costoro, visto che di questo paese sanno vedere soltanto gli inevitabili difetti e mai le grandi risorse, energie e capacità. A smentirli per l’ennesima volta c’è l’ennesimo miracolo della buona politica di cui, sarebbe un delitto non farlo, ci gloriamo di poter tessere le meritate lodi: la nuova rinata Lampedusa.

E’ancora piena estate nell’isola, verrebbe da dire, il vento capriccioso di Settembre non ha messo in fuga i bagnanti che anzi si accapigliano l’un l’altro, in vere e proprie risse per contendersi le spiagge dorate e, soprattutto, l’accesso ai campi da Golf costruiti dal premier. Non soltanto l’isola non si è svuotata dai turisti ma anzi, pare, si siano accesi degli inaspettati attriti tra gli isolani, ansiosi di risposarsi  dai bagordi estivi scaldati dal tiepido sole autunnale, coi nuovi arrivati, i rumorosi  turisti e i nuovi residenti nordafricani attirati dalla No-Tax Zone, dallo splendore dei casinò di recente costruzione e, soprattutto, dalla lussureggiante opera di riforestazione. Tutto secondo programma, tutto come promesso.

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Foto sx- Ressa davanti al Casinò- Foto a dx- giocatori di Golf che attendono che si liberi il campo

La proverbiale accoglienza e generosità italiane hanno di certo, come mille volte in passato, contribuito a trasformare quella che fino a pochi mesi fa era una una terra abbandonata dallo Stato e ferita dai flussi migratori, in una piccola Cuba (prerivoluzionaria naturalemente) del Mediterraneo, eppure stavolta c’è di più. Stavolta non si può non rendere onore alla lungimiranza della politica e dello Statista in particolare che, oltre a risolvere l’emergenza, ha saputo guardare oltre il corto orizzonte del cittadino comune presagendo, quando ancora chiunque vedeva conflitti, miseria e caos, la futura candidatura dell’isola a Premio Nobel per la Pace, riconoscimento che oggi nessuno all’Accademia di Svezia si sognerebbe di negare al piccolo, pacifico, paradiso del Canale di Sicilia, anche soltanto dando una rapida occhiata alle immagini di queste ore:

Nelle foto i fuochi d’artificio per la festa patronale, accolti tra lo giubilo di turisti e residenti.

Il Presidente venuto da Marte.

Il Presidente della Repubblica Marziana, Giorgio Napolitano, ha oggi commentato le proiezioni di voto dei Paesi Bassi dove il partito PVV sembra destinato ad attestarsi come terza forza del paese, conquistando alcune decine di seggi nel parlamento olandese.Napolitano sembra si sia detto preoccupato per il successo in un paese europeo di un partitocon forti connotazioni xenofobe, che ha basato la propria  affermazione su una strenua campagna anti-immigrazione e anti-islam. Napolitano ha anche stigmatizzato come le tendenze nazionaliste  ( e quindi tra le altre cose anti-europeiste) di un tale partito siano anacronistiche, figlie di una storia che non può e non deve tornare.Nella sua analisi, devo dire piuttosto lucida, Napolitano sembrava fare  indiretto ma chiaro riferimento alle ideologie nazionaliste e razziste, propugnate con esiti drammatici dal nazi-fascismo. “E’ possibile vedere nel 2010 una forza politica del genere che diventa la terza per peso elettorale in un paese europeo?” sembra volerci dire, sgomento e preoccupato il Presidente appena sceso dalla sua atronave proveniente dal pianeta rosso, dove il progresso ha ormai relegato i rigurgiti xenofobi ad un ricordo del passato.

Personalmente condivido  in pieno la sua preoccupazione, condivido molto meno il suo stupore in quanto esistono in Europa paesi messi,  ahimé, ben peggio dell’Olanda.

Se infatti il Presidente, che come ogni marziano è ben poco avvezzo alle vicende di casa nostra, invece che dagli spazi siderali fosse venuto chessò, dall’Italia,  avrebbe scoperto che qui c’è un partito xenofobo e anti-islamico che rappresenta esattamente la terza forza  politica nel paese. E non basta! Il PVV, che in lingua Dutch significa Partito della Libertà (sic!), verrà probabilmente isolato dalle altre forze politiche di destra e di sinistra,  mentre la Lega Nord è parte di una solidissima alleanza di Governo e vanta addirittura un cospicuo numero di Ministri della Repubblica! Qualcuno potrebbe fuorviare il Presidente dicendogli che la Lega è  sì un partito xenofobo , ma federalista e non nazionalista. Diciamo per correttezza all’illustre diplomatico extraplanetario di non lasciarsi ingannare: se fossero veramente federalisti presenterebbero le loro liste anche in Sicilia, in realtà sono assolutamente nazionalisti seppur patrioti di una nazione mitica e dai confini incerti, più piccola e inscritta nell’Italia che governano e che va sotto il fiabesco nome di Padania.

Vogliamo dire al Presidente di non prendere questo post come una critica: ci rendiamo perfettamente conto che chi ricopre una carica istituzioanle su un pianeta che dista, nel momento di massimo avvicinamento, 56 milioni di kilometri dalla terra possa non essere perfettamente aggiornato su ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni. Al contrario, prenda questo nostro umile commento come un invito ad esprimere preoccupazione anche per la situazione italiana, di modo che il suo autorevole monito e la sua  saggia azione sensibilizzatrice sui i media internazionali denuncino ogni xenofobia, ogni anti-islamismo e ogni rigurgito nazionalista ancora presente in Europa.

Non prendiamocela soltanto con gli olandesi poveracci,  francamente in fatto di razzisti al governo sembrano ai nostri stanchi occhi poco meno che dei goffi parvenue.

Tirando le somme (II): Italia-Germania ovvero il giardino del vicino fa sempre più schifo.

A Gennaio il sommario riguardante le stime sulla disoccupazione per il 2009 proveniente da CGIL, Confindustria e OCSE convergeva verso il dato sostanzialmente univoco di un innalzamento all’8,9%. Quattro mesi dopo, con maggiori dati alla mano, la stima  è stata confermata dall’UE: 8,8%. Circa mezzo milione di nuovi disoccupati rappresentano uno scenario duro, durissimo per chi già versava in cattive acque, sottostimato se si considera il lavoro nero e la non iscrizione alle liste di collocamento e drammatico per gli immigrati regolari che perdendo il posto di lavoro diventeranno prima nullatenenti irregolari e poi, grazie al gerarca Maroni, addirittura criminali e consumatori abusivi dello spazio vitale italico. Eppure all’8,8% la pace sociale dovrebbe miracolosamente tenere, anche se questo lo sapremo soltanto in autunno e nel frattempo vicino casa mia ci sono dei tizi che stanno occupando il Colosseo.

E no, non sono Gladiatori. (*)

Eppure con tutta probabilità non vedremo l’ex classe media rintanata nelle tendopoli come in certe aree della California. I due milioni di disoccupati urlati da Grillo restano un numero buttato là a prefigurare una catastrofe quattro volte peggiore che non dovrebbe verificarsi. Pur non avendo nulla contro Grillo ritengo giusto far notare quando, dopo le “profezie” azzeccate, il comico/tribuno concede all’enfasi millenaristica e alla sete di apocalisse della piazza più del dovuto.

Lontano dagli ottimismi del governo, che a forza di dire che si intravede una nano-ripresa prima o poi ci azzaccherà,  avevo pensato a questo post per fare un po’ il punto a partire delle letterine che si usano convenzionalmente per descrivere l’andamento della crisi: U, V, L e via compitando. Nel frattempo è uscito un articoletto della Napoleoni (la quale ha ben altri titoli in materia rispetto a me che non ne ho pressocché nessuno), sullo stesso argomento che chiudeva domandando ai lettori di che tipo di crisi si tratterà, sempre scegliendo dall’abbecedario il grafema più corretto. Bene secondo me dal punto di vista del PIL almeno per l’Italia si tratta di una crisi che non ha corrispettivi nell’alfabeto convenzionale e dovremmo ricorrere a soluzioni più creative come il not, intesa come il simbolo della negazione logica, una cosa così:

¬

In generale le lettere vengono impiegate per indicare in sintesi l’andamento della crisi. Una crisi a V indica un crollo che tocca il fondo e ha una rapida e repentina ripresa, una U indica un periodo di stagnazione tra il crollo e la ripresa, una W presenta uno scenario di rimbalzi e ricadute, mentre una L, tipica del caso recente del Giappone , descrive un’economia che dopo il crollo ristagnastabilmente per un lungo periodo, molto lungo se si guarda all’economia nipponica come esempio. Se svincoliamo il caso italiano dalla crisi finanziaria del 2008 e osserviamo l’andamento del nostro  PIL in un arco temporale più ampio ci accorgiamo però che l’Italia era già in crisi di suo da parecchi anni e la recente crisi può essere visto come un elemento perturbativo esterno che ha fatto degenerare un andamento negativo già consolidato.
Da ben prima del 2008 gli economisti già individuavano due momenti distinti di discontinuità tendenziale nell’economia del nostro paese: il miracolo e il declino. Il miracolo Italiano, o il boom economico,  si è verificato tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni 60 raggiungendo tassi di crescita costantemente pari o superiori al 6% ed è finito da un pezzo. Con declino italiano si indica un ristagno dell’economia prolungato nel quale ci trovavamo già prima dell’attuale crisi. Nel quinquennio compreso tra il 2001 e il 2005 l’incremento medio del PIl è stato dello 0,7% annuo, con quattro anni consecutivi di quasi totale stagnazione e una crescita contenuta nel 2006 e nel 2007 rispettivamente del 1,9% e dell’1,5%. Infine nel 2008, anno della crisi finanziaria in cui la crisi economica non aveva ancora avuto modo di manifestarsi pienamente, l’Italia ha avuto una decrescita dell’ 1%: eravamo cioè già decisamente in crisi. Il crollo attuale le cui previsioni per il 2009 sono partite dal -2% e ora si attestano su uno sconfortante -6%, sono il precipizio dopo la stagnazione. L’immagine di seguito, piuttosto eloquente, risale a qualche mese fa quando le stime sul 2009 erano appena passate dal -2% al -4% (tradizionalemnte queste tendono ad essere peggiori dele previsioni)quindi potete prolungare a piacimento il precipizio finale:

 


Questo è il motivo per cui la strategia comunicativa del governo, fondata sul concetto che gli altri stanno peggio di noi, non ha molto senso. Per mesi ci hanno ripetuto di guardare alla Germania le cui previsioni per il 2009 erano peggiori delle nostre, allontanando così il catastrofismo. Il PIL tedesco nel 2008 è cresciuta dell’1,3%, pur essendo la finanza tedesca ben più impelagata della nostra nella vicenda subprime (basta ricordare Commerzbank e Hypo Re.) mentre il nostro PIL lo scorso anno era già negativo: quindi o la crisi si era già manifestata per entrambi i paesi e noi stavamo messi peggio o la crisi doveva ancora manifestarsi e noi eravamo già nel mezzo di una crisi locale mentre loro no(*). Le previsioni per il 2009, a lungo sfavorevoli ai tedeschi, a metà anno  hanno già visto il sorpasso con il nostro -6% peggiore o al più in linea con il loro -5,3%.

Quindi sì, la finanza italiana era più lontana dall’epicentro della crisi rispetto alla Germania (e immensamente di più rispetto ai paesi anglosassoni), ma le ricadute sulla crescita economica si inserscono in uno trend storico peggiore, sono attualemenete peggiori e si prevede che lo resteranno anche l’anno prossimo. Quindi adesso vi spiegheranno che bisogna guardare alla Spagna, che  crolla sì peggio di noi ma andrebbe ricordato che aveva appena vissuto il suo miracolo e non un periodo di quasi decennale stagnazione. Chissà se poi i dati dovessero cambiare vi diranno di guardare l’Islanda che è fallita, poi magari il Messico e via di seguito verso paragoni con paesi sempre più esotici e distanti.

Inoltre, è importante notare che una crisi è un genere di evento piuttosto dispendioso per le casse dello Stato: al crescere della disoccupazione aumenta la spesa  per gli ammortizzatori sociali (almeno questo avviene nei paesi civili…), aumentano le pressioni sul sistema pensionistico, diminuisce il gettito fiscale legato sia al reddito di imprese e lavoratori che alla contrazione dei consumi (IVA). E’ noto che la situazione del nostro debito pubblico non brilla per austerità ormai da trent’anni.

La decontestualizzazione dei dati applicata dal Governo e l’assenza di uno sguardo ad un arco temporale più ampio è dettata dalla necessità politica di distogliere la percezione generale dal fatto  che l’attuale maggioranza governa pressocché ininterrottamente dal 2001Seppure l’11 Settembre, i due anni di Prodi succhiasangue e l’attuale crisi mondiale, fossero tutti argomenti condivisibili a lungo andare nella percezione dell’uomo della strada puzzerebbero inevitabilmente di alibi, con eventuali ricadute elettorali. Per questo ci si concentra su improbabili paragoni con la Germania (prima che i dati li smentissero), si impone l’Ottimismo di Stato, si evita l’argomento crisi e si infarcisce il dibattito politico di stronzate (argomenti-moda) come l’introduzione dell’inno delle regioni nell’articolo 2 della Costituzione (ammesso che il Molise esista davvero come entità geografica,   che inno dovrebbe avere?).

La crisi non l’abbiamo scatenata noi, ma eravamo tra i più impreparati e rischiamo comunque di pagarla più a caro prezzo e per un periodo più lungo.
Oh, poi se psicologicamente preferite essere ottimisti e vi piace esultare di improbabili successi sui crucchi, siete liberi di farlo.

 

(*) Ragazzi siamo con voi, ma non era meglio occupare uno dei simboli del potere contemporaneo?
(**) Anche l’economia della Germania si basa in buona parte sulle esportazioni, quindi dire che noi siamo entrati prima in crisi perché c’erano già entrati i nostri clienti, non sembra reggere.


I nuovi mostri: le licenze poetiche di Sandro Bondi.

Mi sono recentemente appassionato alle poesie del ministro Bondi, convincendomi che avere un tale altissimo letterato al Ministero dei Beni culturali rappresenti motivo di lustro per questa terra di scienziati, navigatori e pataccari.Venendo alla poetica del del ministro la critica si divide tra coloro la collegano alla tradizione dell’ermetismo italiano del novecento, il che moralmente equivale a compiere impunemente scempio dei cadaveri di Ungaretti e Montale, e chi la accosta alla tradizione giapponese degli Haiku, rischiando l’ennesimo incidente diplomatico con eventuale ritiro delgli ambasciatori da parte del governo nipponico. Lo stile dei  componimenti si caratterizza  comunque per la forma stringata, dalle quattro alle dieci righe, e presenta la caratteristica di giustapporre in ogni verso un sostantivo ed un aggettivo (geniale).Le tematiche vertono invece su scene di vita vissuta incentrate su figure importanti nella vita del poeta e cari alla sua sensibilità di uomo e di parlamentare: Berlusconi, la Lario, Rosa Bossi Berlusconi, Giuliano Ferrara, una misteriosa commessa della Camera dei Deputati e perfino Veltroni e la Finocchiaro.

Non voglio però togliervi il gusto di leggerli da soli, ne trovate ad esempio una completa antologia qui.

La poetica di Bondi è però inanzitutto contemporanea e cibernetica, tanto che in rete esiste un tool che  genera componimenti del ministro in modo completamente automatizzato, il Bondolizer. Non state lì adesso a fare i sarcastici e gli snob… siamo nella società dell’informazione  e dell’automazione? Dunque il poeta i cui componimenti sono automatizzabili è nient’altro che un genio in sintonia coi tempi moderni.

Volendomi sbilanciare in un parere spassionato che non sminuisca in alcun modo il resto della produzione, la mia preferita è di certo quella dedicata a Rosa Bossi Berlusconi:
A Rosa Bossi in BerlusconiMani dello spirito
Anima trasfusa.
Abbraccio d’amore
Madre di Dio



Notare come nell’ultimo verso il Bondi recuperi la tematica dell’Unto dal Signore, accostando la figura della madre del premier a quella della Madonna e, per deduzione, il presidente  alla figura del Cristo. Genio (ho già detto?).
Io che personalmente più che un estimatore sono ormai un fan esagitato del Ministro-Vate, mi sono  permesso nel mio piccolo di scrivere un piccolo componimento ispirato ai recenti fatti di cronaca. Senza alcuna velleità di emulazione, ma anzi col contegno del più umile apprendista,  vorrei proporvi questo omaggio dedicato al maestro:

A Sandro Bondi

Fenicie vestigia
tombe megalitiche
lettone dello zar
confidenze e meteoriti

Presidente eclettico
eccelle in ogni ruolo
imprenditore, operaio
e financo tombarolo

NB: Questo post dedicato ai componimenti Bondiani potrebbe diventare una rubrica, non facente parte del consueto TAG arte della crisi, anzi andrebbe a ben vedere catalogato in tag che ne rappresenti il doppi speculare: “crisi dell’arte e della cultura”. Crisi profonda, direi.

L’intruso: Beppe Grillo si candida alle primarie del PD.

Gli americani hanno una parola cresciuta all’ombra del gergo aziendale per definire un evento del genere: disruptive. La traduzione letterale è qualcosa di simile a evento perturbante, in grado di generare una perturbazione, segnare una discontinuità, spezzare il trend, interrompere una tendenza o un andazzo. Nelle sale riunioni del mondo aziendale anglosassone in genere si passa da attività più metodiche quali l’analisi e la  pianificazione all’elaborazione di una strategia disruptive quando le cose stanno andando in merda.

Lapalisse converrebbe nel constatare che se l’andazzo generale volge inerzialmente a tuo favore, di tutto hai bisogno tranne che di un evento che sparigli le carte in tavola. Effettivamente il PD sta andando in malora, come era ampiamente prevedibile vista la sagacia della leadership e la chiarezza della proposta politica,  dal giorno stesso in cui è stato fondato. Il suo scopo era quello di ereditare il ruolo dei grandi partiti di massa, pur inspiegabilemnte sganciandosi dalle masse e dal territorio, cioè dei grande totem della prima repubblica, rinverdedo gratis ogni quattro anni il mito del partitone all’italiana. La sua meritata e perentoria deriva  ha segnato il crepuscolo di tutto ciò che galleggia a sinistra delle destre.
Un evento disruptive, che a causa delle dinamiche interne al PD non poteva non provenire dall’esterno, se non rischia di peggiorare la situazione general, già ampiamente oltre il punto di non ritorno,  non ha infondo controindicazioni.

Grillo non può vincere, né credo ci sia  da augurarselo, ma se ciò per assurdo dovesse accadere il PD si decomporrebbe in una fuga scoordinata degli attuali apparati in ogni direzione, dando almeno per scontato  che di dirigenti del PD disposti a farsi dettare la linea da un para-masaniello di professione ufficialmente comico, non credo ne esistano.  

Grillo forse alla fine neppure parteciperà. A fine Giugno, appena pochi giorni fa, si discuteva nel PD sull’eventualità di restringere le primarie ai soli iscritti adesso, abilmente, Grillo ha fatto sì  che se quella che doveva essere la modifica di un regolamento interno dovesse avvenire apparirebbe come un tentativo di esclusione ad personam, da parte di una classe dirigente che ha paura che un corpo estraneo incontrollabile  finisca per affermarsi. Con la platea elettorale estesa a tutti i cittadini sopra i sedici anni, un’affermazione di Grillo come secondo candidato sarebbe infatti possibile, perché i suoi voti arriverebbero solo in piccola  parte dagli scontenti del PD e in maggioranza da bacini esterni, compresa una destra che si frega le mani all’idea di mandare i propri iscritti a detonare il PD dall’interno. 

Grillo non vincerà, ma la sua stessa presenza è come aver messo un cactus sulle poltrone degli altri candidati, costretti a confrontarsi con lui su alcuni dei suoi temi, per la maggior parte dei quali il PD non ha risposte o ha risposte inadeguate e confuse.

In generale l’idea di D’Alema che col suo atteggiamento snob è costretto a confrontarsi in un dibattito congressuale con un tizio sudato che  lo manda a fanculo, risulta francamente divertente. Ogni tragedia che si protragga oltre il dovuto fino ad estenuare gli spettatori diviene patetica e da qui  al rivolgimento in farsa il passo è breve. La tragedia recente della sinistra italiana non fa differenza.

Non ci sono soltanto i leader, i primi ad avere in odio Grillo sono gli organi di informazione vicini al PD, a cominciare da Repubblica ,e con loro molti intellettuali piu’ o meno critici verso gli attuali vertici. Grillo verrà accusato di qualunque cosa: dal fiancheggiamento di Berlusconi, al tradimento, al sabotaggio. 

La prima cosa che ho pensato è forse ci sarà da divertirsi e se tutto non si risolverà in una breve boutade, potremmo vedere un bel terromoto laddove nulla si muove ormai da tempo, o nel peggiore dei casi l’ennesima farsa post-comunista che ci rallegri durante le uggiose gionate d’autunno.

Cronache dal Regno d’Italia: la politica torna a corte.

Definitivamente l’Italia è monarchica, dopo poco più di 60 non sempre gloriosi anni, salutiamo con un pizzico di malinconia la Repubblica. L’Italia torna monarchica, culturalmente monarchica più di quanto non lo fosse stata dopo il Risorgimento. Né costituzionale né statutaria, il modello è autenticamente medioevale. Il corpo fisico del sovrano occupa ormai lo spazio pubblico, la politica esce dal polveroso e inefficiente parlamento  e torna finalmente a corte.
 Nella monarchia non c’è opposizione al sovrano, TUTTI sono sudditi. Lo scontro politico, l’aperta conflittualità dialettica si svolge al di sotto della figura regia, tra frange aristocratiche rivali che possono conrapporsi al re soltanto per interposta persona. Contrariamente che in democrazia la vita privata del re appartiene allo spazio pubblico, viene data in pasto al popolino. La figura del sovrano,  ricompare  nell’attenzione cortigiana che si dedica alla vita privata e al corpo fisico di sua Maestà, ai suoi vizi e ai suoi vezzi, distogliendo in parte l’attenzione del popolino dall’effettiva liceità e trasparenza del suo agire. L’immagine del Re è un’estensione della sua camera da letto, le sue gonadi suscitano scandalo e apprezzamento, la sua nomea di uomo vigoroso, se non di vero e proprio satiro, inorgoglisce velatamente la nazione.  Gli incontri di Stato con gli altri sovrani, sono feste di palazzo la cui riuscita non si misura in decisioni politiche, ma nella capacità del sire di rubare la scena pur comportandosi da un buon ospiteIl sovrano deve mostrarsi in buoni rapporti coi suoi pari, soprattutto quelli più potenti, per dimostrare di non essere da meno di nessuno, portando lustro al regno.La rivoluzione forse non sarà un pranzo di gala, ma il G8 sì.

La politica al contrario si svolge  all’ambito privato, decisa nelle segrete stanze, poiché vige l’Arcana Imperi e la decisione del sovrano non è sindacabile, né deve essere spiegata al volgo, non esiste l’Opinione Pubblica sulle vicende politiche. Ci sono ministri utili ma scomodi che, pur da sudditi e da consiglieri, osano manifestare critiche alla regia volontà, mostrano una propria linea politica e si ritagliano un proprio spazio sempre al fianco del Re, ma non alla sua ombra. Gianfranco Fini si è calato splendidamente nella parte, roba da Oscar: fa l’aristocratico fedele alla corona ma un poco indipendente, con la sicurezza dell’attore navigato.

Il PD non essendo un partito, ha accettato il ruolo della frangia aristocratica invisa al Re, organica al sistema monarchico e integrata nell’oligarchia, ma incapace per protocollo e convenienza di opporsi in maniera diretta alla volontà regia. In Italia non c’è opposizione politica, abbiamo i boiardi.  Avversi alla frangia aristocratica rivale evitano lo scontro aperto col Re, esclusi dalla corte vi cercano alleati all’interno. Chi meglio della Regina, cioè colei verso cui il Re deve mostrare, almeno ufficialmente, devoto rispetto? Perfetto nel ruolo di boiardo Adinolfi, che interpretazione magnifica! Oggi ha dichiarato, sciogliendo ufficialmente le riserve e accettando il ruolo: 

<<Il divorzio di Berlusconi è una questione politica. Mi auguro un’offensiva del Pd che chieda al paese già in occasione di queste europee di togliere fiducia a Berlusconi. E’ un’occasione per il Pd >>

In monarchia non c’è il parlamento, non ci sono elezioni, non ci sono programmi politici: la politica la decide il Re, è sua prerogativa in nome di tutti. Il Re può essere indebolito nella sua immagine, non sconfitto politicamente. Gli si può rendere la vita difficile nell’unico spazio esposto pubblicamente, quello cioè della vita privata affinché si persuada ad un compromesso o faccia una concessione, non gli si può sottrarre lo scettro: il potere gli spetta per diritto di sangue e per volontà divina. Straordinario Adinolfi, dicevamo, ma tutta la classe dirigente del PD merita un applauso per come ha introiettato il ruolo entrando perfettamente nella psicologia piccolo-aristocratica.Riconosco il metodo  Stanislavskij quando lo vedo.

Dopo aver taciuto e accettato per anni la commistione tra le sostanze del sovrano e gli affari del Regno, la palese corruzione di certi funzionari  regi e le amicizie indebite con i briganti del  Protettorato di Sicilia di certi bracci destri di Sua Altezza per ottenere qualcosa adesso i boiardi si nascondono sotto le gonne della Regina. Alcuni

ultimamente raccontano che a Roma la sera, passeggiando nei pressi della Piramide Cestia, dalle mura  del cimitero acattolico si possono udire urla disperate provenire dalla tomba di Gramsci.   
Non mancano gli altri ruoli, fino alle comparse il cast è praticamente completo. Di Pietro è un perfetto tribuno della plebe, incazzoso e casareccio, accolto a corte per urlare qualche lamentela prima di essere redarguito,  deriso e cacciato a pedate. Coi modi da reuccio anche lui, seppur con le pezze al culo, burbero e amato dalla plebaglia. Pittori raffigurano l’essenza conoscibile del sovrano, cioè la sua effige esteriore, per donare l’immortalità alle sue glorie e ai suoi vizietti. Di Araldi e adulatori ne sono piene le redazioni, valletti (e soprattutto  vallette) scorrazzano ovunque per la penisola. Buffoni e Giullari a bizzeffe, c’è perfino un menestrello napoletano che canta le canzoni scritte dal Re.

Concubine non ne parliamo, c’è addirittura la fila.   

Certo con le casse personali di cui dispone , sua Maestà poteva permettersi a corte un poeta migliore di Bondi (il ministro scrive davvero pessime poesie ermetiche e le pubblica pure), ma il Re non deve avere buon gusto: il gusto del Re è il gusto del Regno. 

Infine quando il gioco si fa veramente grottesco, Sgarbi comincia a giocare. Malgrado i suoi trascorsi libertini è stato recentemente accolto dall’UDC, la casata dei nobili  Guelfi e papisti usciti dalle grazie del monarca, e fa la morale al Re in difesa del sacramento del matrimonio e della regola famigliare. Quale ruolo assegnare al celebre critico? Quello del Vescovo ipocrita sembra il più adatto.

L’Italia è culturalmente monarchica, le elezioni saranno un formale plebiscito e tutta l’attenzione sarà puntata sugli appetiti reagli, sulla solidarietà o meno da offrire alla Regina e sul difficile momento che attraversa la Corona. Per le vie dei borghi è tutto un eccitato sussurrar pettegolezzi e mentre la fastosa commedia continua , ognuno pian piano  trova  posto a palazzo e indossa la propria maschera di scena.

Compreso il popolo bue.                       

I nuovi mostri: se il Re buffone, di tanto in tanto, imparasse a tacere.

Non è un problema politico, piuttosto riguarda la responsabilità di parlare in pubblico a nome di altri: lo Stato e il Governo italiano in questo caso. Un problema legato alla capacità minima di comprendere contesto, circostanze e vastità della platea alla quale ci rivolge.In questo momento è meglio non far polemiche, si dice, per gestire  unitariamente l’emergenza del terremoto. Le polemiche ci sono e ci saranno.
La presunta prevedibilità del terremoto mi appare più come un campo di studio per il futuro, che il tribunale su cui crocifiggere chi non ha fatto evacuare preventivamente e senza alcuna garanzia mezzo Abruzzo.
Non so, invece, se c’è da preoccuparsi per il pressappochismo del legislatorre o se c’è da tirare invece un sospiro di sollievo per   la frettolosa cancellazione dal Piano Casa presentato alle Regioni  dell’ articolo 6 , il quale  prevedeva  la semplificazione delle norme antisismiche. Ora l’articolo è stato prontamente sostituito con un altro che invece impone di  documentare e rispettare le normative come conditio sine qua non, per poter  accedere al diritto d’estensione dello spazio vitale dei possessori di  villetta.
Polemiche ci saranno e ci dovranno essere, oltre a provvedimenti giudiziari mi auguro, per il crollo di un ospedale costruito da poco più di dieci anni. Un ospedale, cazzo, cioè il fulcro di ogni azione di soccorso in caso di emergenza o disastro.Si chiede ai giornali e alle fazioni politiche di non polemizzare, e forse è giusto così,  appellandosi ad un più alto senso di responsabilità e rispetto davanti alla morte e all disperazione degli abruzzesi. Quel che si chiede agli altri bisognerebbe però essere innanzitutto in grado di garantirlo: bisognerebbe saper quando parlare e soprattutto saper quando tacere. Nel video di seguito l’ultima gaffe, o meglio la gaffe ultima, quella davanti alla quale tutte le altre si riducono a pagliaccesche manifestazioni di folclore istituzionale: un’intervista dall’Abruzzo rilasciata ad una TV tedesca in cui  Berlusconi paragona la situazione degli sfollati a un week-end in camping. Intervista che  probabilmente non vedrete sulla TV nazionale e alla quale i media internazionali, particolarmente feroci di questi tempi, stanno invece dando risalto:La scelta delle parole… Presidente. Almeno in tali circostanze faccia attenzione. Alcuni, tra cui il sottoscritto le contesteranno, tutte le volte in cui sarà possibile, la sostanza del suo agire politico e le logiche che vi sottostanno. Per lo meno in certi casi tuttavia si preoccupi oltre che del suo tornaconto politico anche della forma. Ci restituisca, soprattutto coi morti ancora caldi, per lo meno la pallida illusione di non essere governati da un volgare  parvenue, incline sempre e comunque alla battutaccia e alla cafoneria. Ci provi e se proprio non le riesce, almeno di  tanto in tanto, scelga di tacere.Raccolta beni CRI per gli sfollati a  Roma-Sud:

Il materiale viene raccolto oltre che presso il Comitato Regionale Lazio, via Ramazzini, 31 anche presso :

1° – PIAZZA FRANCESCO DONNINI VANNETTI 38 – 00144 ROMA (ZONA DECIMA-TORRINO)
2° – VIA SANTORRE DI SANTAROSA 70 – 00146 ROMA (ZONA PORTUENSE-MAGLIANA)

RECAPITI TELEFONICI 06/5200913 – 06/87450610 – 366/3719642 – 393/9252494

C’è bisogno di :

coperte ed effetti letterecci (es:lenzuola, federe, cuscini ecc)
sacchi a pelo
vestiario
biancheria intima
prodotti per l’igiene personale
pannolini per bambini
omogeneizzati e generi alimentari con scadenza almeno a 6 mesi
giocattoli.

Tutto il materiale deve essere nuovo e confezionato.

I dolori del giovane Walter: Ricordiamone la statura politica.(II)

Quanto è venuta a mancare quel po’ di fiducia accordata sulla parola a Walter Veltroni? Circa diciotto minuti dopo che aveva cominciato a comportarsi da leader. Vale la pena passare in rassegna credo, come doveroso epitaffio politico, i grandi successi della leadership veltroniana.

L’audace presa dell’opposizione al potere.
Lui che era stato il delfino di Prodi, da vice e da ulivista della prima ora, esordisce pugnalando il traballante governo del suo mentore fondando un partito che sfascia la maggioranza su cui si poggiava. Il progetto che lo portò a questa scelta dolorosa e apparentemente scellerata per tempistica e opportunità politica era tuttavia assai nobile: distruggere un partito fondato da Gramsci per fondarne uno che abbracciasse finalmente la Binetti. Grande risultato, affondare il governo di cui si fa parte.Veltroni, il padre fondatore PD.
Il nuovo partito era formato per piu’ di due terzi da una base del PD, gente che fino a quindici anni fa si definiva comunista e tutt’ora senz’altro di sinistra e Veltroni, sagace, si affretta a specificare che il PD è un partito americano che si riunisce al Loft e non è di sinistra (non sia mai), bensì riformista(*). Un partito laico ma moderno, in cui non deve destare sconcerto che alcuni dirigenti siano usi autoflagellarsi col cilicio. Un partito che vede tra le proprie figure storiche di riferimento Craxi, ma non Berlinguer. Gran risultato, spiazzare i propri già disillusi elettori.

Veltroni e il dialogo.
Il grande capolavoro politico del nostro arriva pero’ tra il Novembre e il Dicembre del 2007, un mese da ricordare. In quei giorni Berlusconi fondava nuovi partiti da solo ad Arcore all’insaputa di Fini, il quale venutolo a sapere gli mandava a dire da Bondi (anche la lugubre scelta del messaggero è significativa) che “con lui Berlusconi ha chiuso, che la politica è la politica e che politicamente la frattura non è più sanabile” e ripeteva ovunque che “la CDL è morta e sepolta”. Sempre in quei giorni anche Casini aveva mandato a pisciare Berlusconi, lui sì definitivamente, il quale lo definiva da piu’ di un anno una palla al piede che aveva bloccato il precedente governo. Ecco, in questo contesto bisognava riformare la legge elettorale porcina, quella indecente fatta a colpi di maggioranza da Calderoli su commissione di Berlusconi. Quindi ricostruiamo la scena: il tuo avversario piu’ pericoloso è stato abbandonato dai suoi alleati e tu devi cambiare una legge elettorale truffaldina e autoritaria varata in fretta e furia contro di te. Ti servono i voti dell’opposizione a chi chiedi aiuto? Un uomo cresciuto nei boschi senza interagire con anima viva risponderebbe risoluto che dovresti accordarti con gli ex-alleati del tuo nemico e concedere loro qualcosa, in modo da isolarlo maggiormente e impedirgli altri sgambetti (do you rememenber bicamerale, Walt?) e forzature (il nome porcellum è autoesplicativo…). Un gruppo di scimpanzè che schiaccia due tasti a caso giungerebbe alla scelta migliore nel cinquanta percento dei casi. Veltroni scelse invece la strada del dialogo col Caimano, il quale fece un po’ di tira e molla, ricompatto’ la coalizione e caduto il governo, sondaggi alla mano, volle andare ad elezioni con la vecchia legge. Grande statista Veltroni, troppo avanti per i suoi tempi.

Veltroni da solo al traguardo.
Demolito il suo governo, gettate le basi per l’ingovernabilità del proprio nuovo partito e rivitalizzato il proprio avversario, Veltroni decide di dedicarsi alacremente al killeraggio dei propri alleati. Grazie alla sua coraggiosa scelta di far correre il PD da solo con la vecchia legge elettorale SD, PRC, PDCI, Verdi e comunisti zerovirgola di tutta la penilosa vengono tagliati fuori dal parlamento, disperdendo voti e radendo al suolo un’area politica che nel complesso in pa
ssato aveva rappresentato piu’ del 10% del bacino elettorale italiano. I comunisti, costretti dagli eventi ad una pratica contronatura quale la fusione tra loro medesimi, vanno chiaramente in frantumi. Sbaragliati i comunisti e tenuto alla larga lo SDI, Veltroni comincia una campagna elettorale in cui non nomina il suo avversario (sic!) e scopiazza lo slogan di Barak Obama (I’m sorry Walt, you can’t), maltraducendolo, senza sospettare che entrambe le iniziative potrebbero suonare un po’ forzate e ridicole. La verità è che qui Walter ha una delle sue ultime e grandiose intuizioni politiche: il vero avversario da battere non è Berlusconi no, è il subdolo antiberlusconismo  che si annida ancora tra le frange meno kennediane del PD (analisi questa che solo per caso coincide con quella di Cicchitto). Veltroni perderà le elezioni regalando al PDL una delle maggioranze piu’ schiaccianti della storia della Repubblica, mentre Di Pietro che sull’antiberlusconismo ha puntato tutto triplica i propri voti.

Veltroni dopo la prima fallimentare esperienza, ritenta la via del dialogo.


Veltroni fa ombra.
A questo punto il nostro eroe sprofonda nello psicodramma, ma lo fà col piglio del vero leader. Conquistata con coraggio l’opposizione, decide di non farla. In piena estate, con l’urgenza tipica di chi è davvero indignato, proclama una protesta da tenersi a metà Autunno. Vara un governo ombra, con ministri ombra, che scrivono utilissime leggi ombra. Litiga con Di Pietro, il suo unico alleato, scansandolo come un appestato per il suo truculento antiberlusconismo, malattia  notoriamente portatrice di voti. Loda la capacità della Lega di stare sul territorio, poi guarda il Loft, eppure non gli viene in mente niente. Ritenta, non pago, la via del dialogo ottenendo in cambio da Berlusconi una lunga sequela di insulti e qualche goliardica pernacchia. Walter vorrebbe fare le grandi riforme insieme al governo, ma non lo lasciano votare nemmeno una leggina. A questo punto un dubbio lo coglie, non sarà mica che in Italia non si sia ancora abbastanza Americani? Mentr’egli si strugge davanti alle foto di Obama e sogna marce al fianco di Martin Luther King in nome dell’emancipazione degli afroamericani, all’uscio s’assiepano le fazioni sanguinarie de’ suoi sodali, ch’ormai  han finito d’affilare i coltelli.

La caduta.
Dispiace un po’ quando un fesso fa la fine che merita ma, ahimé, cio’ rientra nell’ordine naturale delle cose. Il resto è storia recente.: mentre Veltroni prende la via dell’oblio (*), l’Italia guarda Mina a Sanremo.  I compagni democratici si guardano intorno  spauriti in cerca di un leniniano “Che fare“?
Non chiedetelo a me che non voto PD, l’idea quasi m’offende, e non sono nemmeno un buon indovino visto che il miglior successore mi pareva Soru, appena disintegrato.  Rallegratevi tuttavia compagni (o v’offendete voi se vi chianmo così?), il guaio piu’ grosso ce l’ha Berlusconi che difficilmente riuscirà a trovare un avversario altrettanto incapace.
Emh, in effetti…cazzo… ci sarebbe sempre Fassino.

(*)Adesso che ha dato il suo prezioso contributo andrà in Africa, sì?

Surrealismo politico italiano. Argomenti-moda: la strategia del dar fiato alle trombe.

Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha di recente proposto di rendere obbligatoria la predicazione in lingua italiana per gli imam, presenti nel nostro paese  al fine di scovare quelli che predicano in favore dell’odio antioccidentale e incitano al terrorismo. Gabriella Carlucci si e’ subito affrettata a sposare la proposta, spiegando che chi unque si opponesse all’idea avrebbe necessariamente qualcosa da nascondere. E’ nato un discreto tam-tam che ha diviso tra quelli che approverebbero una tale norma e quelli che la riterrebbero discriminatoria o inefficace. Il PD ha commentato, i maggioranza ha commentato, i giornali hanno commentato, i blogger hanno commentato e via di seguito percorrendo il circo mediatico. Vorrei far notare come, secondo consuetudine,   non si stia un realta’ parlando di nulla(*), e per diverse ragioni. Una legge del genere sarebbe di una incostituzionalita’ talmente macrospica (articolo 15, ma anche 19 e 21) da non avere  alcuna possibilita’ di essere approvata definitivamente e questo gia’ chiude rebbe il discorso. Come fa notare anche Kelebek  la norma, per non essere discriminatoria verso i musulmani e la lingua araba, dovrebbe proibire un’infinita’ di altre espressioni di culto non immediatamente comprensibili: dalla messa in latino, alle chiese per anglofoni presenti sul territorio, ai mantra religiosi buddhisti. Inoltre se pure si volesse accomunare qualunque gruppetto di musulmani raccolti in preghiera a un capannello sedizioso, cosa che non e’ possibile per quanto detto sopra, o si avessero reali sospetti su questo o quell’imam  la proposta cozzerebbe col principio giuridico (nonche’ logico) che l’onere della prova e’ a carico dell’accusa e che sono dunque gli inquirenti a dover dare evidenza che una data comunicazione abbia eventualmente finalita’ criminose. E’  un po’ come se si volesse imporre ai siciliani di parlare in italiano intellegibile e di non scrivere su foglietti di carta, per dar modo alla procura di scovare a posteriori ordini mafiosi senza dover imparare a leggere Camilleri o perder tempo a decodificare malscritti pizzini.
Al solito,  siamo al surreale.
Surreale che dilaga nella comunicazione politica con precise finalita’: si fa cioe’ strategia comunicativa.
Parto dall’assunto, del quale sono fortemente convinto, che Fini non sia un cretino(**) e che conosca fin troppo bene, visto il ruolo e il lungo trascorso politico, la Costituzione Italiana (non sono del tutto convinto che ne condivida i valori, ma questo e’ un altro problema). Perche’ allora fa una proposta che non ha alcuna possibilita’ di essere trasformata in legge e, ma non e’ stata interpretata cosi’ dai comentatori ne’ Fini ha precisato alcunche’, al piu’ potrebbe trattarsi di un accorato appello agli imam e  ai credenti musulmani
(chiaramente inefficace), ottenendo soltanto di alzare una cagnara? Forse perche’ la finalita’ e’ la cagnara stessa…

Quello descritto e’ soltanto uno dei molti esempi e nemmeno il peggiore. Qualche giorno fa leggevo un titolo sulla versione online di Repubblica o del Corriere sul fatto che i politologi stiano registrando la tendenza da parte dei politici a fare proposte, su cui si discute per settimane, e che finiscono in nulla. Non ho potuto leggere l’articolo e adesso sembra sparito dal web, spero che qualcuno gentilmente possa segnalarmelo.

Politologi o no, la tendenza e’ fin troppo evidente ed e’ quella che io avevo chiamato in un post vecchiotto a riempire l’agenda politico-mediatica di argomenti-moda.

“Nella rincorsa all’apparizione televisiva, l’unica reale arena politica rimasta, e nella necessita’ dei media di saturare il palinsesto informativo, vediamo intervallare problemi veri, che in genere nascono da esigenze della società o da allarmi delle comunità reali, ad argomenti moda  che tengono occupati giornali e TG in un ciclo infinito di finte polemiche e ridicoli dibattiti. Gli argomenti moda in genere nascono nelle segreterie di partito, nelle redazioni dei giornali e nei board aziendali.” (***)

Anche se gli argomenti-moda di ordine politico sono soltanto un sottoinsieme dell’universo mediatico della fuffa (****), ultimamente il fenomeno relativo a quest’ultimi  e’ giunto a livelli tali per cui le proposte di aria fritta dominano letteralmente la scena, determinando il clima politico indipendentemente da cosa si approva di fatto in parlamento e da cosa sia stato concepito per restare invece relegato alla centrifuga mediatica. Si pensi alle sparate di Berlusconi su cui si ciancia per giorni, si pensi a quando Brunetta dice che i fannulloni stanno a sinistra (evocando epurazioni su base politica), si pensi alle piu’ turpi proposte della Lega rimaste, e meno male, sul tavolo: impronte dei piedi per gli immigrati, impronte ai bambini rom, leggi improbabili contro le prostitute,  i diecimila fucili di Bossi e via delirando.

Questa tattica comunicativa ha diverse finalita’.

La prima, come detto, e’ quella di guadagnare visibilita’ mediatica.

La seconda e’ quella di avere un abile strumento di propaganda elettorale fuori dal periodo preposto. La lega urla per mesi che vuole Malpensa come super HUB mondiale in partnership con Lufthansa e poi Berlusconi vende ad AirFrance che conferma Fiumicino? E Maroni alza un bel polverone sul divieto di manifestare davanti ai sagrati (qui a Roma ogni angolo della citta’ e’ davanti a un sagrato). Cosi’ l’elettore leghista si convince che, nel complesso, la Lega continua ad avercelo duro e a difendere i suoi interessi.

La terza e’ quella si sondare il terreno. Si annuncia un provvedimento aberrante per vedere come la prende l’opinione pubblica: se la cosa non desta poi tanto scandalo si mette in un disegno di legge la versione soft, magari soltanto indegna, ben sicuri che l’opposizione sara’ tutta contenta per aver fatto abbassare il tiro al governo (vedi la legge Alfano negoziata  per non sospendere 10mila processi).

 
La quarta, come direbbe Prion, e’ quella di distogliere l’attenzione dalla mano che nasconde la monetina. La monetina in questo caso e’ l’argomento serio, come l’arrivo di una decrescita infelice del  PIL del -2% , un numero di disoccupati ancora tutto da stimare entro la fine del 2009 e la epocale crisi dell’auto.

 


Auto invendute a milioni, uno dei tanti depositi sparsi per il globo.

Questa strategia comunicativa e’ particolarmente diffusa nel centrodestra, non perche’ il PD sia superiore a questi mezzucci, ma semplicemente perche’ il PD  non e’ in grado di applicare una qualsiasi strategia di comunicazione, per becera che sia. Con la sagacia tipica della trota d’allevamento gli esponenti del PD si limitano ad abboccare ad ogni amo che la destra lancia contribuendo all’inutile cacofonia e per di piu’ inseguendo l’agenda dettata dall’avversario.

Sogno un film sulla furbizia di Veltroni interpretato da Peter Sellers… un vero peccato che sia morto nel 1980. Ci sarebbe sempre Gene Wilder… e’ ancora vivo?



(*) Forse per questo la Carlucci  si e’ proposta subito come esperta
(**) Sulla Carlucci invece mi limito a dire, per educazione, che ho un’opinione piu’ articolata.
(***) Mi si perdoni se di tanto in tanto cado nella deplorevole pratica dell’autocitazione :)

(****)Che va dalle sparate sulla clonazione umana di Antinori a  quelle di qualche partecipante ad un reality, attraversando tutto lo spettro delle possibili cazzate.

Capolavori del surrealismo: Lo statista.



Divertente no?
Qualcuno dalle mie parti potrebbe commentare la barzelletta con un lapidario “Ridi su sto’ cazzo”. Qualcun’altro potrebbe invece indignarsi e ripensare a tutte le volte che in questo paese un carabiniere ha effettivamente sparato a un comunista o a tutte le volte che e’ avvenuto il contrario, ricordando che in entrambi i casi non c’era nulla da ridere. Qualcuno potrebbe divertirsi in una complessa esegesi del pensiero dell’Unto, rendendosi conto che se vuoi trasformare una storiella che mette alla berlina la presunta cretinaggine dei carabinieri in una barzelletta sui comunisti, allora devi mettere il comunista al posto del carabiniere e non al posto del morto, se non capisci questo vuol dire che non hai capito nemmeno la prima di barzelletta. Se metti il comunista al posto del morto non puo’ piu’ far ridere, viene a mancare anche l’intenzione comica: diventa soltanto una storiella macabra e inquietante , soprattutto se raccontata dal capo del governo  nazionale cui le forze dell’ordine fanno capo. Qualcuno infine potrebbe notare che lui si’ ride,  ma i giovani di AN applaudono divertiti  dando implicitamente ragione a Iadicicco e torto a Fini.

Ma tutto questo sarebbe soltanto uno spreco di tempo e di parole perche’ l’unica vera morale che emerge da questo siparietto e’ che lui , come massimo esponente del surrealismno politico italiano , si e’ guadagnato il diritto di dire il cazzo che gli pare.

Lui puo’. E non perche’ e’ potente, ma perche’ e’ dada.

Siete voi come al solito, gretti bifolchi razionalisti, a non capire l’arte. 

« Prendete un giornale. Prendete le forbici. Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia. Ritagliate l’articolo. Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l’articolo e mettetele in un sacco. Agitate delicatamente. Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro dispondendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacco. Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo. » (Tristan Tzara, Per fare una poesia dadaista)

« Dada non significa nulla. » (Manifesto Dada del 1918, di Tristan Tzara)

Voglia di nucleare: Scajola contro Rubbia.


Dopo anni di disinteresse e bufale consolatorie l’imminente crisi energetica sta diventando argomento di primo interesse anche sui maggiori  organi di stampa mondiali, al punto che sempre più spesso si discute sui  tempi e sugli impatti a breve termine e quasi non più sulla fondatezza di tali preoccupazioni. Col tempo si spera arriveranno anche le preoccupazioni sul medio-lungo termine e, gradatamente, una presa di coscienza che preveda piani d’intervento in grado di ripensare l’attuale sistema in maniera organica, cioè senza agitare improbabili bacchette magiche o salvifiche mistificazioni. L’alternativa sarà vedere gli Stati Nazione, incapaci di imporre una costosissima riconversione al proprio sistema economico-industriale, scannarsi per gli ultimi barili di petrolio, cioè: parola alle armi.

In un’intervista di qualche mese fa Carlo Rubbia si è espresso chiaramente contro il ritorno al nucleare come via praticabile e conveniente per far fronte a tale crisi, ribadendo poi la stessa tesi in dibattiti pubblici e interviste televisive. L’intervista era incentrata sull’urgenza di scelte strategiche da parte dell’Italia che verrà colpita prima e più duramente a causa della nostra cronica scarsità di risorse fossili. Sulla stessa linea, contraria al nucleare e favorevole ad una riconversione massiva e drastica verso le energie rinnovabili si sono espressi anche centinaia di docenti e ricercatori universitari, con un pubblico appello ai candidati prima delle recenti elezioni. Da ultimo oggi sul Manifesto l’intervista ad Alberto Fazio, astrofisico responsabile del progetto IBGP/AIMES (Analisys, Integration, Modelling of the Earth System) ribadisce il concetto e fornisce un quadro preciso e ancora più allarmante della situazione.

Le valutazioni quasi unanimi fornite dalla comunità scientifica italiana vedono il nucleare come una soluzione costosa, con tempi di messa in opera troppo lunghi, legata ad una risorsa esauribile e dunque di corto respiro (20 anni per l’uranio Rubbia-Goodstein), con problemi di sicurezza contenibili ma non eliminabili e uno problema di smaltimento delle scorie per cui non è ancora stata trovata una soluzione definitiva e soddisfacente. La stessa UE pur non osteggiando le nuove centrali non le inserisce tra le risposte strategie ai problemi energetici e climatici e gli USA non ne costruiscono di nuove ormai da trent’anni.

Il ministro Scajola, che dubito ignori gli appelli degli scienziati in questione, parla di “occasione nucleare” da non perdere. Eppure su questa tecnologia di corto respiro, che non promette innovazioni significative prima del 2025 ( quando potrebbe partire la quarta generazione di centrali), l’Italia è drammaticamente indietro, mentre su altre tecnologie come l’eolico e il solare che vengono abbondantemente adottate in Spagna e in Germania con un gap che saremmo ancora in grado di coprire, vi sarebbe davvero spazio per produrre brevetti e innovazione (si veda il progetto Archimede dello stesso Rubbia). Di quale occasione va parlando dunque il ministro? Se la comunità scientifica è ostile a tale soluzione e lo è da posizioni non ideologiche ma dettate dai fatti, su suggerimento di chi il Scajola ha deciso di puntare dritto sul nucleare entro questa legislatura ribadendo il concetto come un irrefrenabile tormentone in ogni sua esternazione pubblica? Se non è all’interesse strategico del paese e dei suoi cittadini cui si guarda, a quale altro tipo di interesse si sta facendo riferimento?

 


Ieri Emma Marcegaglia, parlando in rappresentanza anche di coloro che grazie a lauti finanziamenti pubblici le centrali le dovranno costruire, si è fatta pubblicamente promotrice del ritorno al nucleare, mentre l’Amministratore Delegato di ENEL Fulvio Conti si dichiarava favorevole e pronto a partire non appena ottenuto il placet del governo.  Se questi sono gli interessi in gioco, il ministro sta allestendo il consueto banchetto per gli uccelli necrofagi dell’imprenditoria italiana, che da anni si cibano della carcassa dello Stato.

Da qui all’inizio della costruzione delle centrali passrà parecchio tempo e una qualche forma di dibattito dovrà pure essere fatta. Cosa contrapporranno ai moniti di Carlo Rubbia? Le intuizioni scientifiche di Gabriella Carlucci già indomabile e patetica protagonista, all’epoca dalle file dell’opposizione, del caso Maiani?

L’uomo che dice sempre di si’.

La bagarre sull’urgentissima legge per le intercettazioni, le pene draconiane contro i giornalisti e tutta l’emergenzaprivacy, come ampiamente spiegato ad esempio da Travaglio, erano in realta’ legate alla recente desecretazione (sono atti pubblici) della seconda tranche delle intercettazioni Berlusconi-Sacca’. Le intercettazioni erano state  consegnate agli avvocati e ad alcuni funzionari pubblici qualche settimana fa e bisognava dunque soltanto impedirne la pubblicazione da parte dei giornalisti. Questo fatto, di pubblico interesse, naturalmente richiedeva un provvedimento d’urgenza del governo che, ahime’, pare arrivera’ troppo tardi tanto che domani l’Espresso potra’ pubblicarle integralmente, dopo averne fornito oggi una piccola anticipazione sui principali quotidiani online. E ora? Ora la maggioranza dira’ che se a Berlusconi piace scopare la fica questi non sono affari dei magistrati (e non si puo’ che concordare) e l’opposizione fara’ ombra, che fa caldo, e poi magari promettera’ di incazzarsi in autunno. Spiace un po’ per Veronica Lario lo sputtanamento su simili questioni e’ sempre doloroso, suppongo pero’ che la signora sia ormai ben conscia di chi ha sposato e in quanto a mediatizzazione del loro rapporto, va detto che entrambi i coniugi ci avevano gia’ messo del loro al tempo delle letterine pubbliche. Per la storia in se’ non ho nessun interesse non me ne frega un cazzo della vita privata di nessuno dei nostri VIP bellissimi e patinati, figuriamoci di quella di un vecchio di settant’anni. Interessante e’ invece il rapporto tra politica e funzionari pubblici, cosi’ come lo sono i rapporto tra il padrone di Mediaset e la dirigenza RAI quando quest’ultimo governa. Interessante e importante e’ la liberta’ della stampa e il diritto ad essere informati. Interessante e preoccupante e’ un giornalista in carcere “per aver fatto il giornalista”, indipendentemente da quanto questo mestiere possa piacerci o farci schifo.

Interessanti sono i servi, sempre.

Lo zelo e l’entusiasmo del servo sono l’architrave su cui si regge l’esistenza stessa del padrone.

Quindi interessante e’ Sacca’, non Berlusconi. Riporto l’intervista (cosi’ come compare su Repubblica) opportunamente decurtata delle sue parti inutili, cioe’ delle richieste di Berlusconi, per lasciare spazio al nocciolo della questione: l’incontinente cerimoniale denso di ossequiosi assensi del prode Direttore Generale di RAI Fiction.

B: […]
S: Sì.
B: […]
S: Sì.
B: […]
S: Ma…
B: […]
S: La chiamo…
B: […]
S: Va bene, la chiamo, la convoco…
B: […]
S: Va bene.
B: […]
S: Sì.
B: […]
S: Va bene…


E un lacche’ del genere, detto tra noi, chi non lo vorrebbe al proprio servizio?

Per quanto riguarda B. temo che qui lo si stia colpendo, come ebbe a dire lui stesso, “nella cosa cui tiene di piu'”, cioe’ la “sua immagine”.  Lui pero’ su questo ha un destino segnato. L’unica sentenza cui non puo’ sfuggire riguarda la fine della sua parabola umana e politica che, se non e’ dato sapere come e quando accadra’,  una cosa almeno e’ certa fin d’ora: avverra’ in diretta.

Grandi maestri del surrealismo. Il carteggio istituzionale Berlusconi-Schifani.

[…]Questa sospensione di un anno consentirà alla magistratura di occuparsi dei reati più urgenti e nel frattempo al governo e al Parlamento di porre in essere le riforme strutturali necessarie per imprimere una effettiva accelerazione dei processi penali, pur nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali.

I miei legali mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica. Ho quindi preso visione della situazione processuale ed ho potuto constatare che si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria.

Proprio oggi, infatti, mi è stato reso noto, e ciò sarà oggetto di una mia immediata dichiarazione di ricusazione, che la presidente di tale collegio ha ripetutamente e pubblicamente assunto posizioni di netto e violento contrasto con il governo che ho avuto l’onore di guidare dal 2001 al 2006, accusandomi espressamente e per iscritto di aver determinato atti legislativi a me favorevoli, che fra l’altro oggi si troverebbe a poter disapplicare.[…]”

Fuori dallo stile formale, peraltro doveroso nelle comunicazioni tra la Presidenza del Consiglio e quella del Senato, si potrebbe così sintetizzare  i contenuti della missiva:

1) Sto varando una legge che sospenderà per un anno i processi meno gravi e meno urgenti, dandomi il tempo di riformare il processo penale .
2) Tra questi processi ce ne è uno a mio carico giunto quasi a sentenza. Grazie a questo provvedimento avro’ dunque il tempo di disinnescarlo ad esempio varando un Lodo Schifani 2 che faccia decadere i processi in corso alle piu’ alte cariche dello Stato, tra cui io e lei caro Schifani(*). Trattasi  dunque di una legge ad personam.
3) Questo processo per cui varo una legge ad personam è presieduto da un magistrato di estrema sinistra che intendo ricusare in quanto, cosa inaccettabile, mi ha accusato in passato di farmi le leggi ad personam.

Dai, adesso ditemi che non è un grande?
La sostanza la conosciamo tutti, è sempre la stessa, è tediosa e ripetitiva, ma la forma?  Lo stile fintamente indignato? La terminologia massimalista, col magistrato assimilato ad un frequentatore del Leoncavallo? La perfetta circolarità del concetto?
In mezzo a tutte le cose ragionevoli che si possono dire contro il personaggio in questione  e tutta la sacrosanta indignazione per il fatto in sé, non serpeggia silenziosa anche in voi un po’ di ammirazione?

In un tale spericolato disprezzo per l’intelligenza altrui non vedete anche una certa grandezza artistica?

No? Vi sentite invece presi per il culo? Vi sentite preoccupati?
Signori, il problema è vostro.


Lasciate perdere le categorie dialettiche della politica, lasciate perdere la logica e lasciate perdere il diritto o  non capirete mai il surrealismo.

Questa è arte cazzo, non va ragionata: è bella in sé.

 

(*) Lo Schifani Presidente del Senato cui è indirizzata la lettera è lo stesso Schifani del suddetto lodo, che era appunto una legge ad personam in favore del mittente.

Voglia di nucleare: Scajola contro Rubbia.

Dopo anni di disinteresse e bufale consolatorie l’imminente crisi energetica sta diventando argomento di primo interesse anche sui maggiori  organi di stampa mondiali, al punto che sempre più spesso si discute sui  tempi e sugli impatti a breve termine e quasi non più sulla fondatezza di tali preoccupazioni. Col tempo si spera arriveranno anche le preoccupazioni sul medio-lungo termine e, gradatamente, una presa di coscienza che preveda piani d’intervento in grado di ripensare l’attuale sistema in maniera organica, cioè senza agitare improbabili bacchette magiche o salvifiche mistificazioni. L’alternativa sarà vedere gli Stati Nazione, incapaci di imporre una costosissima riconversione al proprio sistema economico-industriale, scannarsi per gli ultimi barili di petrolio, cioè: parola alle armi.

In un’intervista di qualche mese fa Carlo Rubbia si è espresso chiaramente contro il ritorno al nucleare come via praticabile e conveniente per far fronte a tale crisi, ribadendo poi la stessa tesi in dibattiti pubblici e interviste televisive. L’intervista era incentrata sull’urgenza di scelte strategiche da parte dell’Italia che verrà colpita prima e più duramente a causa della nostra cronica scarsità di risorse fossili. Sulla stessa linea, contraria al nucleare e favorevole ad una riconversione massiva e drastica verso le energie rinnovabili si sono espressi anche centinaia di docenti e ricercatori universitari, con un pubblico appello ai candidati prima delle recenti elezioni. Da ultimo oggi sul Manifesto l’intervista ad Alberto Fazio, astrofisico responsabile del progetto IBGP/AIMES (Analisys, Integration, Modelling of the Earth System) ribadisce il concetto e fornisce un quadro preciso e ancora più allarmante della situazione.

Le valutazioni quasi unanimi fornite dalla comunità scientifica italiana vedono il nucleare come una soluzione costosa, con tempi di messa in opera troppo lunghi, legata ad una risorsa esauribile e dunque di corto respiro (20 anni per l’uranio Rubbia-Goodstein), con problemi di sicurezza contenibili ma non eliminabili e uno problema di smaltimento delle scorie per cui non è ancora stata trovata una soluzione definitiva e soddisfacente. La stessa UE pur non osteggiando le nuove centrali non le inserisce tra le risposte strategie ai problemi energetici e climatici e gli USA non ne costruiscono di nuove ormai da trent’anni.

Il ministro Scajola, che dubito ignori gli appelli degli scienziati in questione, parla di “occasione nucleare” da non perdere. Eppure su questa tecnologia di corto respiro, che non promette innovazioni significative prima del 2025 ( quando potrebbe partire la quarta generazione di centrali), l’Italia è drammaticamente indietro, mentre su altre tecnologie come l’eolico e il solare che vengono abbondantemente adottate in Spagna e in Germania con un gap che saremmo ancora in grado di coprire, vi sarebbe davvero spazio per produrre brevetti e innovazione (si veda il progetto Archimede dello stesso Rubbia). Di quale occasione va parlando dunque il ministro? Se la comunità scientifica è ostile a tale soluzione e lo è da posizioni non ideologiche ma dettate dai fatti, su suggerimento di chi il Scajola ha deciso di puntare dritto sul nucleare entro questa legislatura ribadendo il concetto come un irrefrenabile tormentone in ogni sua esternazione pubblica? Se non è all’interesse strategico del paese e dei suoi cittadini cui si guarda, a quale altro tipo di interesse si sta facendo riferimento?

 


Ieri Emma Marcegaglia, parlando in rappresentanza anche di coloro che grazie a lauti finanziamenti pubblici le centrali le dovranno costruire, si è fatta pubblicamente promotrice del ritorno al nucleare, mentre l’Amministratore Delegato di ENEL Fulvio Conti si dichiarava favorevole e pronto a partire non appena ottenuto il placet del governo.  Se questi sono gli interessi in gioco, il ministro sta allestendo il consueto banchetto per gli uccelli necrofagi dell’imprenditoria italiana, che da anni si cibano della carcassa dello Stato.

Da qui all’inizio della costruzione delle centrali passrà parecchio tempo e una qualche forma di dibattito dovrà pure essere fatta. Cosa contrapporranno ai moniti di Carlo Rubbia? Le intuizioni scientifiche di Gabriella Carlucci già indomabile e patetica protagonista, all’epoca dalle file dell’opposizione, del caso Maiani?

Er sindaco de Roma.

 

Le case a Roma.
Come si affannano tutti a ripetere da tempo, uno dei principali problemi oggi a Roma e’ l’emergenza abitativa. I prezzi delle case sono lievitati fino a raggiungere livelli inaccessibili per  i redditi di fascia media e bassa con la conseguenza che il problema si ripercuote in particolare per le giovani coppie e i giovani single. Se delle prime si parla molto e non si fa nulla, dei secondi neppure si parla: eppure esistiamo. L’edilizia popolare e’ al palo da tempo immemore,  gli studenti fuori sede vengono munti a piu’ di cinquecento euro a stanza, ci sono problemi
con sfratti e occupazioni in tutti i quartieri popolari, soprattutto in periferia. Blocco del settore edilizio durante l’amministrazione Rutelli-Veltroni? Tutt’altro: si e’ costruito tanto, si e’ costruito ovunque. Si e’ fatto persino a gara ai quattro punti cardinali della citta’ nel costruire il centro commerciale piu’ gigantesco, battendo in certi casi i record di metratura europei. Sono nati  quartieri residenziali con appartamenti con prezzi al metro quadro da capogiro, a cominciare dalle zone intorno ai suddetti megacentri commerciali. I locali commerciali di Roma negli ultimi vent’anni si sono tappezzati di agenzie immobiliari (case) e banche (mutui casa). Laddove i suddetti costruttori, in cambio ad esempio della conversione di terreni agricoli a zona edificabile, qualche volta avevano l’obbligo contrattuale di garantire qualche appartamento a canone controllato per le fasce deboli, tale obbligo non e’ stato rispettato.
Tutto questo e’ avvenuto perche’ negli ultimi sedici anni in materia edilizia, ma non solo, il vero sindaco di Roma sembra essere stato il Gruppo Caltagirone(*).

Er duello de li sindaci.
Ieri sera nel confronto televisivo tra i due candidati sindaci, Alemanno lanciava la proposta di abolire l’ICI sulla prima casa ma di aumentare quella sulle case sfitte, soprattutto quelle possedute dalle grandi proprieta’ immobiliari, perche’ e’ insostenibile che in piena emergenza abitativa si tengano case vuote a scopo speculativo.

Alemanno  sarebbe quello di destra.

Risponde un indignato Rutelli: <<Ma come? Un poveraccio che ha gia’ il problema di non riuscire a piazzare una casa sul mercato ed e’ costretto a tenerla sfitta si deve vedere pure aumentare l’ICI?>>

Rutelli sarebbe quello di centro-sinistra.

La proposta di Alemanno e’ del tutto affine a quella presentata su scala nazionale da Bertinotti nella campagna elettorale del 2006, della quale il segretario del PRC si e’ prontamente dimenticato appena il sedile riscaldato della Presidenza della Camera gli ha fatto perdere la memoria su queste e altre vicende. Ricordo per chi non fosse aggiornato sui fatti capitolini che la Sinistra Arcobaleno sostiene in toto la candidatura a sindaco di Rutelli. Poi non vi lamentate se la gente va a destra quando voi siete i primi a non sapere dove cazzo state andando.

Votare?
Dopo aver annullato la scheda alle politiche e essermi ben guardato dal votare entrambi alle amministrative(**), provvedero’ ad annullare di nuovo la scheda. Umanamente posso perfino comprendere la scelta di Alemanno di portare tutt’ora una celtica al collo per ricordare i suoi amici caduti.  Io pero’ uno  che porta al collo un simbolo mitico che e’ stato accostato da almeno mezzo secolo a teorie razziste, fasciste e antisemite, o e’ un Druido oppure mi spiace ma io non lo voto. Soprattutto nei pressi del 25 Aprile, soprattutto mentre a Roma si susseguono le aggressioni neofasciste nel disinteresse generale delle amministrazioni Veltroniane, da quella ormai nota dello scorso anno a Villa Ada fino a quella avvenuta contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli  appena una settimana fa. In piu’ Alemanno chiede il voto ai supporter di Movimento Idea Nazionale di Pino Rauti, che non incontrano invero le mie simpatie.

Dunque, pur dovendo ammettere che guardando i programmi forse bisognerebbe votare Alemanno(***), anche stavolta annullero’ la scheda. Non so cosa faranno i romani, spero sara’ una bella giornata.
In primavera il lungomare e’ ancora poco affollato, ai laghi di Bracciano , Martignano o Nepi l’atmosfera e’ addirittura incantevole, le ragazze in giro sembrano piu’ belle, si puo’ mangiare il gelato o  prendere un po’ di sole leggendo un buon libro.

Che il meno peggio alla lunga stanca e qualche volta nemmeno c’e’.

 


(*) Mi dicono che la stessa cosa possa dirsi per Ligresti a Milano, ma non ne ho esperienza diretta.
(**) Serenetta Monti aveva un programma coraggioso e senza fare campagna elettorale ha ottenuto quasi gli stessi voti di Storace, che qui gode purtroppo di un certo seguito.
(***)Oddio, l’ho scritto davvero? Si’ l’ho scritto…

Er sindaco de Roma.

 

Le case a Roma.
Come si affannano tutti a ripetere da tempo, uno dei principali problemi oggi a Roma e’ l’emergenza abitativa. I prezzi delle case sono lievitati fino a raggiungere livelli inaccessibili per  i redditi di fascia media e bassa con la conseguenza che il problema si ripercuote in particolare per le giovani coppie e i giovani single. Se delle prime si parla molto e non si fa nulla, dei secondi neppure si parla: eppure esistiamo. L’edilizia popolare e’ al palo da tempo immemore,  gli studenti fuori sede vengono munti a piu’ di cinquecento euro a stanza, ci sono problemi
con sfratti e occupazioni in tutti i quartieri popolari, soprattutto in periferia. Blocco del settore edilizio durante l’amministrazione Rutelli-Veltroni? Tutt’altro: si e’ costruito tanto, si e’ costruito ovunque. Si e’ fatto persino a gara ai quattro punti cardinali della citta’ nel costruire il centro commerciale piu’ gigantesco, battendo in certi casi i record di metratura europei. Sono nati  quartieri residenziali con appartamenti con prezzi al metro quadro da capogiro, a cominciare dalle zone intorno ai suddetti megacentri commerciali. I locali commerciali di Roma negli ultimi vent’anni si sono tappezzati di agenzie immobiliari (case) e banche (mutui casa). Laddove i suddetti costruttori, in cambio ad esempio della conversione di terreni agricoli a zona edificabile, qualche volta avevano l’obbligo contrattuale di garantire qualche appartamento a canone controllato per le fasce deboli, tale obbligo non e’ stato rispettato.
Tutto questo e’ avvenuto perche’ negli ultimi sedici anni in materia edilizia, ma non solo, il vero sindaco di Roma sembra essere stato il Gruppo Caltagirone(*).

Er duello de li sindaci.
Ieri sera nel confronto televisivo tra i due candidati sindaci, Alemanno lanciava la proposta di abolire l’ICI sulla prima casa ma di aumentare quella sulle case sfitte, soprattutto quelle possedute dalle grandi proprieta’ immobiliari, perche’ e’ insostenibile che in piena emergenza abitativa si tengano case vuote a scopo speculativo.

Alemanno  sarebbe quello di destra.

Risponde un indignato Rutelli: <<Ma come? Un poveraccio che ha gia’ il problema di non riuscire a piazzare una casa sul mercato ed e’ costretto a tenerla sfitta si deve vedere pure aumentare l’ICI?>>

Rutelli sarebbe quello di centro-sinistra.

La proposta di Alemanno e’ del tutto affine a quella presentata su scala nazionale da Bertinotti nella campagna elettorale del 2006, della quale il segretario del PRC si e’ prontamente dimenticato appena il sedile riscaldato della Presidenza della Camera gli ha fatto perdere la memoria su queste e altre vicende. Ricordo per chi non fosse aggiornato sui fatti capitolini che la Sinistra Arcobaleno sostiene in toto la candidatura a sindaco di Rutelli. Poi non vi lamentate se la gente va a destra quando voi siete i primi a non sapere dove cazzo state andando.

Votare?
Dopo aver annullato la scheda alle politiche e essermi ben guardato dal votare entrambi alle amministrative(**), provvedero’ ad annullare di nuovo la scheda. Umanamente posso perfino comprendere la scelta di Alemanno di portare tutt’ora una celtica al collo per ricordare i suoi amici caduti.  Io pero’ uno  che porta al collo un simbolo mitico che e’ stato accostato da almeno mezzo secolo a teorie razziste, fasciste e antisemite, o e’ un Druido oppure mi spiace ma io non lo voto. Soprattutto nei pressi del 25 Aprile, soprattutto mentre a Roma si susseguono le aggressioni neofasciste nel disinteresse generale delle amministrazioni Veltroniane, da quella ormai nota dello scorso anno a Villa Ada fino a quella avvenuta contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli  appena una settimana fa. In piu’ Alemanno chiede il voto ai supporter di Movimento Idea Nazionale di Pino Rauti, che non incontrano invero le mie simpatie.

Dunque, pur dovendo ammettere che guardando i programmi forse bisognerebbe votare Alemanno(***), anche stavolta annullero’ la scheda. Non so cosa faranno i romani, spero sara’ una bella giornata.
In primavera il lungomare e’ ancora poco affollato, ai laghi di Bracciano , Martignano o Nepi l’atmosfera e’ addirittura incantevole, le ragazze in giro sembrano piu’ belle, si puo’ mangiare il gelato o  prendere un po’ di sole leggendo un buon libro.

Che il meno peggio alla lunga stanca e qualche volta nemmeno c’e’.

 


(*) Mi dicono che la stessa cosa possa dirsi per Ligresti a Milano, ma non ne ho esperienza diretta.
(**) Serenetta Monti aveva un programma coraggioso e senza fare campagna elettorale ha ottenuto quasi gli stessi voti di Storace, che qui gode purtroppo di un certo seguito.
(***)Oddio, l’ho scritto davvero? Si’ l’ho scritto…

L’alba della terza repubblica: le nubi.

Parlavo anche di nubi nerissime. Ora veniamo alle sfide che la classe dirigente uscita vincitrice, inciucio o meno, dovra’ affrontare cosi’  spiego anche perche’ non sono andato a votare.

Nei commenti al post del dopo elezioni si parlava della puntata di Report sui rifiuti chimici in Campania. Non si parla di monnezza (termine assurto di recente a sostituto nella lingua italiana di immondizia) per le strade, di ecoballe, di puzza e di discariche piene.

Si parla di tumori, di bonifiche, di morti e di contaminazione(*).

Le cifre parlano della piu’ grande area da bonificare al mondo. Le bonifiche dovevano cominciare quattro anni fa e non sono neppure all’1%. La stessa azienda che non ha mosso un dito ha vinto di nuovo l’appalto e gli stessi politici a livello nazionale e locale che avrebbero dovuto controllare sono ancora là. Il costo  stimato? Sentiamo la trascrizione dell’intervista a Paolo Russo ex presidente della Commissione d’inchiesta per i rifiuti, cioè una fonte dello Stato:

<<Non basterebbero probabilmente cento finanziarie dello Stato, quindi impraticabile. […] Sono due province. Sono due mezze province, sono migliaia di ettari di terra, è un sito per le dimensioni unico al mondo, non vi è un sito cosi ampio nel mondo che necessiti di una bonifica cosi radicale.>>

 


Qualcuno in campagna elettorale ve ne ha parlato?
Ce lo vedete Bossi a spiegare ai Padani che devono pagare anche loro perche’ gran parte di quella merda viene dalle industrie del nord?
E Veltroni, che ancora difende Bassolino, mentre  spiega ai campani che devono emigrare o tenersi i figli col tumore? Dove li trova Berlusconi questi soldi senza alzare le tasse?

100 finanziarie sono minimo  500 miliardi di euro. Se si volesse affrontare la bonifica in quindici anni e se improvvisamente si passasse da una gestione disastrosa ad un inaspettato picco di effincenza, nel prossimo quinquennio servirebbero piu’ di 100 miliardi di euro.
Come faranno?

Nasconderanno ancora merda sotto al tappeto e poi ci affogheranno dentro.

E non ho parlato delle difficoltà estrattive del petrolio a fronte della crescita mondiale dei consumi, del declino economico italiano, della crisi dei subprime che deve ancora farsi sentire, del ritardo assurdo che abbiamo gia’ accumulato su Kioto (che costa soldi in termini di multe), del debito, dell’Alitalia e dell’infinita serie di altri problemi accumulati e di cui nessuno si e’ occupato per quindici anni.

100 miliardi soltanto per la Campania da mungere ad un paese che e’ a pezzi. E’ ironico pensare che forse tra qualche tempo un iscritto di Rifondazione o dei Verdi potrebbe trovarsi a pensare di aver avuto culo a restare fuori dal parlamento.

Per coloro che sono dentro  infatti, non sara’ un bel giorno  quello in cui il gregge dovesse  trasformarsi in branco.

(*) Sull’argomento sempre interessante la lettuta del Blog di Alex, che si occupa del problema da anni e ha anche scritto un libro sull’argomento. 

L’alba della terza Repubblica: le istanze.

Le istanze.
Oggi va gia’ meglio e
volevo approfittare per specificare un paio di cose sul post precedente. La prima è che nell’individuazione di D’Alema come traghettatore principale della base elettorale del PCI verso posizioni di centro e del conseguente annientamento della sinistra italiana, non  mi riferisco a nessuna trama né complotto. E’ stata un’operazione politica assolutamente trasparente, evidente a chiunque  non fosse troppo impegnato a voler guardare altrove.

Inoltre, non mi sono mai sognato di difendere gli interpreti della sinistra scomparsa ne’, tantomeno, di ridimensionarne le responsabilità.

Non e’ mia intenzione rimpiangere Boselli, che candida De Michelis e offre una poltrona a Mastella, per dimostrare non si sa cosa, in questa  perversa visione per cui il garantismo dovrebbe coincidere con la santificazione dell’imputato.

Non versero’ una lacrima su  Giordano o Diliberto.

Difficilmente dimentichero’ Bertinotti mentre ad Annozero non riusciva ad avere la meglio sulla Santachè a proposito delle politiche sociali sulla casa, né quando alcune settimane prima conversava amabilmente a Porta a Porta con Fini, cercando “punti di contatto” tra le rispettive analisi (ovviamente Fini prendeva le distanze schifato).

Posso soltanto essere contento della fine della parabola politica di Pecoraro Scanio, dopo che da ministro dell’ambiente “verde” si e’ fatto sorprendere dall’emergenza rifiuti. Le emergenze in Itaia sono cosi’: ti piovono addosso a dieci anni dal proprio inizio. E proprio quando sei ministro! Che sfiga. Non ci si aspetterà mica che il leader di un partito ambientalista abbia una comprensione profonda e lungimirante di un disastro ambientale in corso da dieci anni?

Al contrario, sono le istanze di cui questi uomini e questi simboli non si sono fatti carico, o lo hanno fatto in modo inadeguato, che non dovrebbero sparire politicamente. Valutiamo l’attuale parlamento:

  • Non c’e’ un gruppo parlamentare completamente laico, ci sono cattolici ovunque.
  • Non c’e’ un partito marcatamente ambientalista.
  • Tutti gli eletti in passato hanno votato per il pacchetto Treu, per la legge 30 o per entrambi.
  • Tutti i partiti hanno legami, amicizie o rappresentanze in Confindustria.
  • Tutti i partiti hanno votato a favore dell’Afghanistan.
  • Tutti sono a favore della TAV, della base di Vicenza, degli inceneritori e del carbone pulito.

Lavoro, ambiente, politica estera, infrastrutture e si potrebbe continuare.   Istanze importanti che fanno riferimento a queste questioni escono dal parlamento.

Che microcosmo si crea in un’assemblea in cui, per fesso che sia, non c’e’ neppure un eretico?
La morte del dubbio, il pensiero unico.


La presenza dei partiti scomparsi non avrebbe cambiato una virgola sul piano delle decisioni politiche, è chiaro. Nel migliore dei casi si sarebbe ottenuta qualche domanda scomoda nel question time e qualche denuncia sociale durante i dibattimenti, ma la loro scomparsa rimane un fatto storico.

I problemi restano e torneranno sul tavolo in una forma o nell’altra. Forse avverrà in modo inaspettato, lontano dalle forbite ellissi Bertinottiane e dalla rappresentanza elettorale velleitaria che ormai questa sinistra rappresentava.

 

La Storia si compie: la balena bianca d’Europa e il tramonto del sol dell’avvenire.

Mentre in Spagna Zapatero segna il suo trionfo e insedia un governo fatto  di giovani e di donne in Italia la sinistra scompare nell’oblio definitivo. Per chi non se ne fosse accorto infatti, a parte la lega che si colloca piu’ a destra ed e’ emarginata in Europa per le proprie posizioni, TUTTE le forze entrate nel parlamento italiano aderiscono al Partito Popolare Europeo (*). E’ la grande vittoria della balena bianca.

Per la prima volta dal ’48, nella prossima legislatura nel parlamento italiano non ci sara’ un solo comunista.

Per la prima volta dal ’48, nella prossima legislatura non ci sara’ un solo socialista, inteso come aderente al PSE.

Non nasce nessuna nuova sinistra nel PD perche’ l’attuale segretario l’ha detto chiaramente, <<Siamo riformisti>>, concetto assolutamente vuoto se non si spiega quali riforme vogliono fare e a quale tipo di societa’ esse conducano, <<non siamo di sinistra>>.

Qualcuno se la stara’ prendendo con Berlusconi e la sua legge elettorale indegna, qualcun’altro col suicidio di Bertinotti che ha preferito una poltrona istituzionale alla difesa di quelle istanze che era chiamato a proteggere nel precedente governo. Sbagliano tutti.

Sbagliano, perche’ questa situazione avra’ pure molti padri ma e’ il grande successo politico, l’unico, di un leader mediocre che ha lavorato alacremente a questo risultato per quasi vent’anni: Massimo D’Alema.


Avete continuato dal 1994 a guardare Berlusconi, lo avete studiato e vivisezionato. Lui, Berlusconi,  il virus.

I virus pero’ ci sono sempre stati, ci saranno sempre, ci sono anche altrove. Abbiamo inventato il fascismo, noi. Abbiamo avuto presidenti del consiglio mafiosi. Abbiamo avuto presidenti del consiglio ladri. C’erano le bombe di Stato, il terrorismo rosso e nero. Si e’ sparato spesso per strada dall’unita’ d’Italia ad oggi.

La vera anomalia in democrazia non sono  i virus, ma e’ l’assenza di anticorpi. La vera anomalia e’ chi questi anticorpi li ha distrutti e sterminati per vent’anni chi, vestito da medico, sabotava l’ospedale.

Compagni, vi siete guardati dall’uomo sbagliato, chi vi trombava era l’ altro.

Non ho votato e non ho rimpianti, questo era l’unico esito possibile viste le premesse. Meglio la morte che la marginalita’, meglio rinascere che rifondare e riparare in eterno o, in fondo, meglio morire.

E’ una data storica, di portata enorme.

E’ la vittoria di chi <<fa’ squadra coi banchieri>> e chiede il voto agli operai. E’ la retorica del paese normale non la teoria, perche’ chi la ha concepita non e’ in grado di produrre teorie.

Adesso avrai il tuo paese normale compagno Massimo: il bipartitismo, il rispetto dell’avversario, la bicamerale, la politica del dialogo, la tua oscena idea di progresso, la tua perenne rincorsa ad una modernita’ che non hai mai capito.

Sono un anarchico e un uomo di sinistra e questa non e’ la mia sconfitta.
E’ la tua vittoria compagno e questa e’ l’Italia che volevi,  prendi il timone e scruta l’orizzonte in cerca di altri capitani coraggiosi.

Si addensano nubi nerissime e vi aspettano sfide difficili.

Vedo facce tristi tra i compagni in giro, pensano a Berlusconi.

Io me ne fotto e non posso fare a meno di pensare a Gramsci, Bordiga, Turati, Pertini, Berlinguer e tutti gli altri compagni.

Poi domani passa lo so, ma stasera va cosi’, tra nostalgia e cordoglio.

 

 

 (*) O,  per essere precisi navigano a vista in un limbo indefinito comunque a destra del PSE.

Sei povera e precaria? Scopati il padrone.

La grande kermesse surrealista, che ricordiamo attraverserà il paese fino al mese di Aprile, sta cominciando ad entrare finalmente nel vivo. Anche se il tema è abusato lo si tratta in maniera innovativa e sperimentale. Infatti dopo i bamboccioni di Padoa Schioppa torna la simpatica moda secondo la quale i politici italiani si prendono la libertà di deridere la classe precaria. Ovviamente Maria Antonietta Berlusconi, che in quanto a cattivo gusto non ha pari nel globo terracqueo, ha risposto facendo le cose in grande. Il fatto che fosse una battuta non è una scusante, in quanto a chi è corresponsabile della situazione drammatica vissuta da milioni di persone non è dato ironizzare proprio su quel problema. Non mentre ti sta chiedendo il voto per andare a risolverlo. Sembra assurdo doverlo specificare, ma questa campagna elettorale è il teatro dell’assurdo. Quella stessa responsabilità che ci si vorrebbe assumere impone di stare attenti alla lettera di ciò che si dice in pubblico, soprattutto su tali argomenti. La lettera di ciò che ha detto Berlusconi è un’enormità tale che può sfuggire soltanto a un demente o a qualcuno che la creda fermamente vera. La lettera della sua “battuta” dice che una precaria che ama un altro precario e non ha i soldi per metter su famiglia dovrebbe andare ad adescare il figlio del padrone. La signorina può permetterselo perché ha un bel sorriso e l’avvenenza fisica, che sono monete da spendere, merce di baratto. Potersi permettere qualcosa vuol dire  avere un valore di scambio  per poterlo comprare. Nell’ardita metafora del cavaliere la signorina è una mignotta e con la fica ci paga la scalata sociale, mentre il precario cornuto e mazziato dopo averci perso soldi e dignità del lavoro ci rimette anche la donna. Tu sgobbi per due lire e  Piersilvio Berlusconi ti si scopa la ragazza. Lo stesso regale augello che lo mette nel culo ad uno si tromba anche l’altra.

Se gli aggrada, s’intende.

Per inaccettabile che spossa essere tutto ciò attiene alla consueta bruttezza umana di Berlusconi, niente di nuovo, non varrebbe nemmeno la pena parlarne.

Sono cose che con un lungo respiro e una doccia fredda si possono ignorare.

Ciò che avvilisce di più forse è che lei  ha detto che lo voterà(*) in modo, spiega, che possa mantenere tutto quanto ha promesso ai precari. E’ la contadina che rivendica lo Jus Prime Noctis in favore del feudatario. Dice che ha motivazioni profonde, e qui sì che ci starebbe la battuta.

Ve lo avevo detto che avremmo sentito di tutto, ero preparato e consapevole, dubitavo che qulacosa nella politica italiana mi potesse ancora stupire.

Lui però, ha quel tocco in più.

 

(*) Col cazzo che il TG2 gli manda un turnista incazzato dell’Athesia a fargli la domanda sui precari.

Solitario y final.

Trova facile conferma l’ipotesi che il movimento di Ferrara sia in realtà un’inutile boutade senza alcuna velleità elettorale, costruita ad uso e consumo  di chi da  sempre gli passa  i soldi. L’otto marzo Ferrara, mentre le donne erano tutte nell’altra piazza, predicava dal palco deserto  il suo vangelo  prolife come un solitario profeta d’altri tempi. Se dalle dirette interessate non beccherà plausibilmente un voto, come previsto non è venuto a mancare  il sostegno dell’ormai irriducibile Lindo Ferretti che cantava sullo stesso palco, presumo, psichedelici inni prenatal. Trattandosi di una lista a uso distrattivo  essa vive soltanto nei media e giunta in piazza, calata cioè nella realtà, scompare nel nulla e perde la propria ragion d’essere quella  cioè di sparigliare le carte quando il dibattito politico volge su argomenti sgraditi al padrone. Passa quindi il programma stracciato, che non è gesto da moderati, e passa il Ciarrapico fascista, non più fascista di altri ma perlomeno più sincero. Fuori da quella scatola colorata che lo foraggia e lo contiene a fatica Ferrara non esiste e con lui il presunto dibattito sulla 194. Si attende dunque un cambio di strategia che lo vedrà infilarsi in tutti i pertugi televisivi e radiofonici possibili (maledetta parcondicio!) o non gli resterà che rassegnarsi all’oblio definitivo. Triste e solitario finale  del suo pur nobile sforzo di immolarsi politicamente sull’altare del cavaliere. Cade anche l’ipotesi che il direttore del foglio vada in cerca del sostegno della curia, troppo pragmatici vescovi e cardinali per andar dietro ai predicatori solitari: semmai li si fa santi post-mortem. Su questo però, l’analisi più lucida l’ha fornita senza dubbio l’acuto Don Pizarro e, per i pochi che l’avessero persa, la posto anch’io.

 

Grandi maestri del surrealismo: Whatsamericanwalter e il diritto di voto del feto.

Uther, anche se non credo se lo auguri, sostiene che alla fine sarà Veltroni a vincere. Ne è convinto per due motivi: il fascino che il marketing politico basato su Obama e sul Democratic Party USA puo’ esercitare sull’elettore italico e il ritorno dell’astensionismo di destra.  Non so quanto la mossa politico-pubblicitaria  possa portare voti al PD, ma in genere su questo terreno il loro avversario è piuttosto scaltro.  Per quanto riguarda l’astensionismo invece credo che proverrà soprattutto da sinistra: saranno le elezioni in cui vanno a votare soltanto i tifosi irriducibili e stavolta qualche elettore di sinistra si accorgerà finalmente che il PD è in realtà un partito di centro cerchiobottista. Se ti dimentichi l’antifascismo nello statuto e tra i padri fondatori citi Craxi e non Berlinguer, prima o poi nei feudi rossi finisce che qualcuno s’incazza. Il motivo principale però per cui dubito che Walter possa vincere è che ritengo che politicamente sia un fesso. Avrebbe potuto dare qualcosa a Casini e Fini a dicembre, quando si erano rivoltati momentaneamente contro il padrone, contribuendo a spaccare definitivamente la CDL.  Invece per cancellare una legge elettorale indegna si è seduto al tavolo con chi quella legge l’ha scritta, voluta, approvata a colpi di maggioranza e usata contro la sua parte per pareggiare delle elezioni che sembravano perse. Walter ha  voluto regalare al neonato PD il suo primo grande inciucio, dimostrando di non essere diverso dai suoi predecessori e, visto come è andata a finire, di essere sostanzialmente un fesso.

E i fessi non vincono mai, in genere li mettono lì proprio per questo.

Walter voleva fare il bipartitismo all’americana.Il candidato kennediano del PD è talmente americano che dopo aver riproposto  il We Can di Obama, ieri si è messo a piangere come la Clinton. La prossima settimana probabilmente comparirà vestito da reduce del Vietnam in omaggio a McCain e qualora Obama dovesse reggere in Texas, probabilmente mediterà sull’opportunità di diventare negro.

La sera prima Walter era andato in TV a dire, tra le altre cose, che la politica deve uscire dalla sua dimensione televisiva, e che troppo si è parlato di televisione negli ultimi anni. Naturalmente il giorno dopo i suoi sgherri si scannavano sui giornali con quelli di Forza Italia, per chi avesse fatto più share tra lui e Berlusconi. I motivi per cui lo share di  due puntate di Vespa sia un dato completamente inutile a quasiasi tipo di analisi statistica o politica, sono talmente numerosi ed evidenti che non  vale la pena neppure elencarli. Del resto opporre argomenti logici in un contesto surrealista è il primo errore da evitare. Si fa la tipica figura di quello che non capisce l’arte.


L’altro grande protagonista della campagna elettorale è talmente surrea
le da non esserci neppure: il feto. Mentre il cardinal Bagnasco spiega al regista  Grimaldi come deve essere girata una scena di sesso, la polizia irrompe in un ospedale per distruggere una donna già provata da un aborto e, quasi nello stesso istante, nasce la lista pro-life, “Aborto? no grazie.”. Sono convinto che Ferrara debba essere lasciato libero di non abortire se un giorno decidesse di mettere al mondo quello che ha nella pancia ma, a parte Giovanni Lindo Ferretti e la redazione di  Radio Maria,  non capisco chi possa decidere di votarlo. Vorranno  dare il diritto di voto ai non nati entro il quinto mese? Ferrara che non so se sia intelligente quanto dicono ma è di certo furbo, mira forse a ottenere qualche appoggio privilegiato dalla Chiesa, del resto il Nostro ha sempre mostrato un fiuto non indifferente per scegliersi le protezioni. Più probabilmente però vuole soltanto essere della partita per poter spostare il pallino del discorso dentro le mutande delle donne, in modo da distrarre la platea quando il padrone dirà qualche stronzata.

Intanto oggi si è guadagnato alcune prime pagine  sui quotidiani on-line  a causa del  rifiuto  di discutere di aborto con Pannella in TV. Lui che  la riempie anche fisicamente tutti i giorni, adesso dice che la TV è un mezzo di comunicazione antiveritiero.

Gran surrealista Ferrara, da sempre.

L’arte della crisi e il surrealismo politico italiano.


Non tutte le crisi sono necessariamente un male. Nei casi in cui le degenerazioni si sono spinte fino al punto in cui è difficile peggiorare, la crisi porta con sé il potenziale del rinnovamento ed è quindi un passaggio necessario. A patto che  la parola passaggio conservi il suo significato transitorio e cioè si risolva in qualcosa di diverso. Nel sistema politico e sociale italiano non si deve parlare di crisi, ma di un’agonia dolosamente prolungata. Per questo forse non si vedono segni di rinnovamento e l’atmosfera generale appare  inerte e rassegnata: uno scatto di reni del malato o un suo definitivo e liberatorio trapasso, sembrano due ipotesi ugualmente remote.

Un sistema che non assolve più alle prerogative per cui è stato creato, né crolla, né  si risana, somiglia a un  non-morto. Uno zombie che per rendersi presentabile può soltanto rifarsi il trucco, apparendo a chiunque lo guardi con un minimo attenzione più ridicolo ad ogni nuovo strato di cerone.

Per questo credo che assisteremo ad una campagna elettorale surreale, dove per mascherare l’assenza di contenuti, la vecchiezza e in definitiva se stessi, finiranno per fare e dire qualunque cosa.

Quando dico qualunque cosa, intendo davvero qualunque cosa.

Come nei quadri di Dalì pesanti pachidermi di regime cammineranno su lunghe gambette di giraffa, dalla Golconda di Magritte pioveranno dal cielo acquazzoni di portaborse tutti uguali e ci spiegheranno come la loro pipa da tabacco non sia in realtà una pipa da tabacco.

In assenza di una crisi vera non vedo nemmeno un’arte della crisi. Il fatto che io non la veda non vuol dire che non ci sia, forse non emerge o forse guardo nel posto sbagliato. Succede comunque che come nei quadri surrealisti l’arte è in rapporto col mondo reale ma non ne rispetta le regole, le sovverte e le deforma, le rielabora nella propria estetica e nei propri simboli perché un quadro è libero dai vincoli della logica: deve soltanto lasciarsi guardare. Se forse questa realtà catatonica e patetica fatica a permeare l’arte e a renderla feconda, al contrario ne condivide alcune finalità. Lo fa in modo goffo e certe volte osceno,  non avendo nulla da dire o dovendo tacere anche il marcio più evidente si limita ad attirare l’attenzione, a farsi guardare appunto, costruendo un’ immagine di sé talmente  contraddittoria e cacofonica da far perdere la memoria di come dovrebberero essere le zampe di un elefanteper poterne reggere il peso.

Scrivo in ritardo perché il surrealismo politico italiano, l’ultima grande avanguardia, è già iniziato e, qualunque cosa ne pensiate, questa non è una pipa.

« Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale. » dal Manifesto del Surrealismo, 1924