THE BREXIT HORROR PICTURE SHOW

Great-Britain-Flag

Esiste di certo un universo parallelo in cui il Remain ha vinto il referendum per uno 0,1%, la Gran Bretagna è rimasta ormeggiata al continente e le migliori menti della penisola italiana trillano entusiaste a proposito della “saggezza del popolo britannico”, “alla grande prova di democrazia proveniente da UK”, al “voto che sconfigge il populismo” e alla “voglia di Europa contro gli istinti autarchici”, ma quell’universo, che qualcuno vorrebbe migliore, non è questo universo. In questo universo un referendum popolare perfettamente legittimo ha decretato il Brexit senza riguardo per i sentimenti e le aspirazioni delle migliori menti della nostra penisola le quali, leggermente innervosite, si sono abbandonate a dichiarazioni quantomeno sconcertanti e, dice qualcuno, meno democratiche di quel che ci si aspettasse.

Le elenchiamo di seguito a futura memoria, giudicate voi.

#1 Mario Monti, Senatore a vita nominato, ex-premier nominato, membro della trilateral commission e già international advisor di Goldamn Sachs. Si è interrogato su come mai una democrazia  (etimologicamente potere del popolo) debba affidare le decisioni importanti, addirittura al popolo (senza specificare a chi queste invece spetterebbero).

Monti

poi Monti rincara appellandosi ai padri costituenti (dimenticando che la Costituzione tutela anche tutta una serie di diritti sociali che il suo governo ha bellamente ridotto quando non cancellato, ma va beh):

Monti 2

#2 Giorgio Napolitano, ex-Presidente della repubblia. Prescrive il referendum soltanto per quesiti molto semplici, come se giudicare una struttura sovranazionale dopo averla messa alla prova per oltre 20 anni sia uno sforzo intelletuale fuori dalla portata del comune cittadino che ci vive dentro.

napolitano

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#3 Giovanna Melandri, ex-Ministro ai beni culturali, ritwitta il marito: la coppia si domanda se sia giusto che le persone anziane abbiano diritto di voto e non si possano al loro posto arruolare alle urne gli infanti fin dalla culla.

Melandri

(tra l’altro per vietare il voto negli ultimi 18 anni bisognerebbe che la data di morte fosse certa quanto quella di nascita, il che temo ponga problemi insormontabili di attuabilità a meno di sgradevoli pratiche di eutanasia di massa)

#4 Il Professor Alessandro Rosina li prende in parola ed essendo un tecnico propone la strada maestra per implementare un sistema elettorale che impedisca ai vecchi di rompere i coglioni:

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qui i dettagli per cui il peso del voto dovrebbe essere direttamente proporzioanale all’aspettativa di vita (ricorda il “voto plurale” di Stuart Mill, il noto liberale teorizzava in quel caso che i voti dei ricchi contassero per 3):

rosina.jpg

#5 Beppe Severgnini, giornalista, scrittore, conduttore televisivo e  opinionista se la prende anche lui con i vecchi che rubano il futuro ai giovani, ma anche coi provincialotti e le classi ignoranti che non comprendono le ragioni disperate della City di Londra e dei suoi broker finanziari cosmopoliti:

Severgnini

Qualcuno ha provato a spiegare loro che i giovani tra 18 e i 24 non sono andati a votare (affluenza del 36% contro l’81% degli over 65) e che si sono rivelati complessivamente la fascia d’età meno europeista visto che il 75% di loro o se ne è rimasto a casa o ha votato Leave, ma tant’è. I numeri sono del resto freddi, mentre la UE è un sogno e una passione dell’anima.

Contro le masse subalterne e ignoranti  si è scagliato anche Giorgio Gori, consulente alla comunicazione di Matteo Renzi, già imprenditore e giornalista, bisognerebbe forse togliere il voto a coloro che han studiato meno in modo che i ceti colti possano guidarli verso un futuro luminoso:

Italcementi, studio per Bergamo 'smart city' del futuro

Il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, durante il convegno ‘Verso il futuro. Bergamo 2035, smarter citizens’, promosso dalla Fondazione Italcementi, Bergamo, 30 settembre 2014. ANSA/GIAMPAOLO MAGNI

#6 Francesca Barracciu, ex-sottosegretario ai beni culturali del governo Renzi, evoca il fascismo, un regime che come noto portò l’Italia al disastro, alle leggi razziali e all’orrore della guerra  a suon di referendum e consultazioni popolari:

Barracciu

#7 Sullo stesso tono Roberto Saviano, scrittore, giornalista e militante anti-mafia il quale ci mette  in guardia contro le derive plebiscitarie in democrazia (dalle quali dovrebbero in realtà già tutelarci le carte costituzionali riconoscendo gli inalienabili  diritti alle minoranze), viene il dubbio che in Uk si sia votata l’annessione dell’Irlanda e lo sterminio dei suoi inermi abitanti e non la semplice Brexit:

saviano

#8 Nathani Zevi, giornalista RAI, ci invita da par suo a riflettere sulla vera natura della democrazia, siamo sicuri che le decisioni debbano essere prese a maggioranza?  Non sarebbe meglio che a decidere sia una minoranza con le carte in regola e tutti i timbri? C’è da pensarci.

Nathania Zevi

#9 Gianni Riotta, giornalista e scrittore, va sul macabro e si rammarica che la Cox sia morta per nulla, invece che per una buona causa come si augurava evidentemente lui. Parafrasando, è forse cinico pensare che una così bella e tempestiva occasione per ribaltare gli umori popolari in favore del Remain sia andata sprecata? Forse sì, è cinico e anche un po’ di cattivo gusto.

Riotta cox

Che dire? Perfino chi si augurava un’Europa senza frontiere, fondata sul lavoro, sulla solidarietà tra popoli e sulla cooperazione tra gli Stati, un’Europa autenticamente democratica costruita col consenso delle masse che la compongono, per quanto ageé e ignoranti (ma tuttora le più istruite del mondo), che difendesse innanzitutto le conquiste sociali che ne avevano caratterizzato la crescita post-bellica, prima fra tutte lo Stato Sociale, rischia di sentirsi un po’ spiazzato. Soprattutto quando pochi giorni prima del voto è uno dei padri fondatori nostrani della UE a confessare, en passant, l’incoffessabile:

Senza titolo

Tutti democratici, tutti eredi, chi più chi meno, di quegli ideali di partecipazione e giustizia sociale che la sinistra ha cercato faticosamente per secoli di interpretare. Nessuno di loro si è domandato se mentre le istituzioni europee massacravano la Grecia nel contempo qualche cittadino europeo si stesse a sua volta  chiedendo e se domani toccasse a me?

Forse la verità è che quando l’elite della sinistra italiana ha svenduto gli ideali sociali, in cambio le è stato offerto l’europeismo come ideale fantoccio per sentirsi ancora una volta dalla parte giusta della storia. Chi glielo abbia fornito è facilmente identificabile ed è l’ ex-nemico di sempre, il capitale transanzionale.

Forse la verità è che l’europeismo, patria dei moderati, presenta in realtà connotati ideologici che facilmente scavallano nell’estremismo più miope.

Il loro ego ora non può sopportare che crolli tutto un’altra volta.
Diventa un problema psicologico e identitario (oltre che la minaccia a delle rendite di posizione).
La Brexit è soltanto un passaggio e, a giudicare da quanto sopra, direi che non l’hanno presa bene.
Proprio per niente.

Genesi del Governaccio ovvero nessuno sconto a Mario Monti.

Ieri sera in birreria al tavolo con  amici è arriva  l’atteso SMS definitivo, quello che sancivsce l’ufficialità della fine di un’epoca: “Si è dimesso”. Mi alzo in piedi e alzando i calici , pur dichiarandomi consapevole che non tutti in sala saranno d’accordo,  invito al brindisi  gli altri sconosciuti avventori. Tutti nessuno escluso, ne rimango statisticamente stupito, si alzano in piedi e brindano entusiasti. Così ho festeggiato anch’io, fine della storia, andiamo avanti. Abitando ad un tiro di schioppo dal centro di Roma potrei unirmi ai sit-in fuori dai palazzi del potere ma, pur ritenendolo liberatorio e legittimo, il dileggio dell’avversario a caduta avvenuta mi respinge un po’ per quel gusto plebeo, più che popolare, che immancabilmente porta con sé. Bello l’Alleluja, bella la festa, bella la gente in piazza ma, sinceramente, avrei voluto vederne di più prima e non dopo.
Del resto la reale fine politica di Berlusconi non si è consumata certo l’altra sera quando un  manipolo di parlamentari l’hanno abbandonato, ma almeno un mese fa, quando i poteri “esterni” cui molti parlamnetari del PDL professano una doppia fedeltà hanno deciso definitivamente di abbandonare il cialtrone di Arcore: nell’ordine Confindustria, le banche, Merkel & Sarkozy, gli USA e buon ultima la Chiesa Cattolica. Quando lo decide il potere, la rivoluzione è cosa semplice.  
Archiviamo, dicevo, il mediocre Caligola che finalmente passa la mano e preoccupiamoci del prossimo problema.
Usciti dal provincialismo forzoso della doverosa indignazione contro il governo Berlusconi, inizia l’epoca dell’indignazione greca, sistemica e cruciale, contro il modello economico finanziario internazionale. Finito Berlusconi sulle macerie da lui lasciate, le cose non andranno necessariamente meglio, ma almeno forse andranno diversamente. Andiamo con ordine.

“Siamo tutti più liberi” titola il Fatto e ha ragione se si riferisce ai giornalisti, Monti non ha certo il piglio del censore, ma quel tutti è ottimista se non ingannevole.

“Grazie Napolitano” esponeva uno striscione alla festa di ieri sera, ma grazie di che in fin dei conti? L’intervento è tardivo, eterodiretto, quasi disperato che apre ad un futuro quantomai incerto.

Su questo blog in diverse occasioni avete sentito definire Napolitano come il peggior Presidente degli ultimi trent’anni (Cossiga  a parte, naturalmente), la mia opinione in merito non è cambiata di una virgola.
La nomina preventiva di Mario Monti a Senatore a vita,  de facto una designazione del Presidente del Consiglio in pectore, giusta o sbagliata che la si giudichi, è stata una mossa politica efficace da parte di Napolitano e, in quanto tale, probabilmente non farina del suo sacco ma imbeccata da qualche intelligenza di più alto profilo. Il governo Monti, semmai vedrà la luce e sopravviverà all’incopatibilità politica delle forze parlamentari, è soltanto apparentemente un governo del Presidente e in realtà un governo di commissariamento internazionale. Mai come oggi rischiamo la sovranità limitata ad opera di forze più opache di quelle NATO che tirarono spesso i fili della prima Repubblica.
Ricapitolando Mario Draghi (BCE, Goldman Sachs) d’accordo con Napolitano, favorisce Mario Monti (BCE, Goldman Sachs, Commissione Trilaterale) affinché rimetta in ordine i conti italiani falcidiati dalla speculazione sui titoli di Stato operata in buona parte dalla stessa Goldman Sachs.

Draghi e Monti figli ideologici del defunto Milton Friedman (bruci nell’inferno dei nemici del popolo, se esiste un Dio comunista che ne ha mai previsto uno), pongono la loro irreprensibile tutela sui disastri che la crisi finanziaria che l’ideologia disastrosa dello stesso Friedman  ha innanzitutto provocato.

Il boia, in buona sostanza, ci tende una mano affinché gli si possa porgere meglio il collo. Rifiutare questa mano oggi significa accettare i tempi tecnici elettorali esponendoci ad almeno tre mesi di Spread impazzito, dunque il default e uscita dall’Europa, ipotesi percorribile ma la cui responsabilità nessuno, neppure Berlusconi, ha la temerarietà di assumersi.

Mario Monti come male minore prima del Default o dell’abbraccio mefitico del Fondo Monetario Internazionale (ancora i Chicago Boys e il fantasma di Milton Friedman), ma minore quanto?

La mia previsione, spero di sbagliare, è la seguente:

Monti limerà gli stipendi degli onorevoli, taglierà qualche auto blu e butterà giù una bozza per l’abolizione delle province, il taglio del numero dei parlamentari, varerà una patrimoniale sugli yacht e  qualche misura antievasione. Poi, forte di una popolarità anticasta inaudita, raderà al suolo il poco rimasto del welfare, le pensioni di anzianità, l’articolo 18 e ultime tutele del solito parco buoi.

Ci aspetta temo un governaccio, che sull’onda della popolarità e della necessità avrà mano libera nel dare il colpo di grazia ai ceti meno abbienti del paese.  Eppure, l’abolizione di qualche indecente privilegio, la stretta su qualche evasore già in torto marcio e una tassa sui pomelli d’oro delle barche per miliardari, non valgono i diritti di un lavoratore a 1200 euro al mese. Nessuna santificazione a busta chiusa dell’uomo dei miracoli, prego, ogni cedimento in questo senso è ancora,  in senso lato, berlusconismo.

Se lo metta bene in testa il PD, prima di dare carta bianca a questo nuovo governo, se non vuole perdere l’ultima occasione per stare dalla parte giusta.

Nessuna nostalgia per Berlusconi figuriamoci, un nemico pagliaccesco che ha paralizzato e imbarbarito il paese, la cui incompetenza inoltre ci ha esposto all’avvento di predatori più grossi e scaltri.

Per dirla due volte col pessimo Tremonti è come un videogame: ucciso un mostro ne compare sempre un altro e, grossa differenza, il prossimo che si profila all’orizzonte parla bene l’inglese.


 

Miracolo a Lampedusa.

Tacciano i corvi rossi, migrino altrove le cornacchie disfattiste, spariscano una volta per tutte dal suolo patrio i gufi mediatici. Se ne vadano proditoriamente  in un altro paese con le valigie di cartone rigonfie di maldicenza e calunnie, tutti costoro, visto che di questo paese sanno vedere soltanto gli inevitabili difetti e mai le grandi risorse, energie e capacità. A smentirli per l’ennesima volta c’è l’ennesimo miracolo della buona politica di cui, sarebbe un delitto non farlo, ci gloriamo di poter tessere le meritate lodi: la nuova rinata Lampedusa.

E’ancora piena estate nell’isola, verrebbe da dire, il vento capriccioso di Settembre non ha messo in fuga i bagnanti che anzi si accapigliano l’un l’altro, in vere e proprie risse per contendersi le spiagge dorate e, soprattutto, l’accesso ai campi da Golf costruiti dal premier. Non soltanto l’isola non si è svuotata dai turisti ma anzi, pare, si siano accesi degli inaspettati attriti tra gli isolani, ansiosi di risposarsi  dai bagordi estivi scaldati dal tiepido sole autunnale, coi nuovi arrivati, i rumorosi  turisti e i nuovi residenti nordafricani attirati dalla No-Tax Zone, dallo splendore dei casinò di recente costruzione e, soprattutto, dalla lussureggiante opera di riforestazione. Tutto secondo programma, tutto come promesso.

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Foto sx- Ressa davanti al Casinò- Foto a dx- giocatori di Golf che attendono che si liberi il campo

La proverbiale accoglienza e generosità italiane hanno di certo, come mille volte in passato, contribuito a trasformare quella che fino a pochi mesi fa era una una terra abbandonata dallo Stato e ferita dai flussi migratori, in una piccola Cuba (prerivoluzionaria naturalemente) del Mediterraneo, eppure stavolta c’è di più. Stavolta non si può non rendere onore alla lungimiranza della politica e dello Statista in particolare che, oltre a risolvere l’emergenza, ha saputo guardare oltre il corto orizzonte del cittadino comune presagendo, quando ancora chiunque vedeva conflitti, miseria e caos, la futura candidatura dell’isola a Premio Nobel per la Pace, riconoscimento che oggi nessuno all’Accademia di Svezia si sognerebbe di negare al piccolo, pacifico, paradiso del Canale di Sicilia, anche soltanto dando una rapida occhiata alle immagini di queste ore:

Nelle foto i fuochi d’artificio per la festa patronale, accolti tra lo giubilo di turisti e residenti.

Il Presidente venuto da Marte.

Il Presidente della Repubblica Marziana, Giorgio Napolitano, ha oggi commentato le proiezioni di voto dei Paesi Bassi dove il partito PVV sembra destinato ad attestarsi come terza forza del paese, conquistando alcune decine di seggi nel parlamento olandese.Napolitano sembra si sia detto preoccupato per il successo in un paese europeo di un partitocon forti connotazioni xenofobe, che ha basato la propria  affermazione su una strenua campagna anti-immigrazione e anti-islam. Napolitano ha anche stigmatizzato come le tendenze nazionaliste  ( e quindi tra le altre cose anti-europeiste) di un tale partito siano anacronistiche, figlie di una storia che non può e non deve tornare.Nella sua analisi, devo dire piuttosto lucida, Napolitano sembrava fare  indiretto ma chiaro riferimento alle ideologie nazionaliste e razziste, propugnate con esiti drammatici dal nazi-fascismo. “E’ possibile vedere nel 2010 una forza politica del genere che diventa la terza per peso elettorale in un paese europeo?” sembra volerci dire, sgomento e preoccupato il Presidente appena sceso dalla sua atronave proveniente dal pianeta rosso, dove il progresso ha ormai relegato i rigurgiti xenofobi ad un ricordo del passato.

Personalmente condivido  in pieno la sua preoccupazione, condivido molto meno il suo stupore in quanto esistono in Europa paesi messi,  ahimé, ben peggio dell’Olanda.

Se infatti il Presidente, che come ogni marziano è ben poco avvezzo alle vicende di casa nostra, invece che dagli spazi siderali fosse venuto chessò, dall’Italia,  avrebbe scoperto che qui c’è un partito xenofobo e anti-islamico che rappresenta esattamente la terza forza  politica nel paese. E non basta! Il PVV, che in lingua Dutch significa Partito della Libertà (sic!), verrà probabilmente isolato dalle altre forze politiche di destra e di sinistra,  mentre la Lega Nord è parte di una solidissima alleanza di Governo e vanta addirittura un cospicuo numero di Ministri della Repubblica! Qualcuno potrebbe fuorviare il Presidente dicendogli che la Lega è  sì un partito xenofobo , ma federalista e non nazionalista. Diciamo per correttezza all’illustre diplomatico extraplanetario di non lasciarsi ingannare: se fossero veramente federalisti presenterebbero le loro liste anche in Sicilia, in realtà sono assolutamente nazionalisti seppur patrioti di una nazione mitica e dai confini incerti, più piccola e inscritta nell’Italia che governano e che va sotto il fiabesco nome di Padania.

Vogliamo dire al Presidente di non prendere questo post come una critica: ci rendiamo perfettamente conto che chi ricopre una carica istituzioanle su un pianeta che dista, nel momento di massimo avvicinamento, 56 milioni di kilometri dalla terra possa non essere perfettamente aggiornato su ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni. Al contrario, prenda questo nostro umile commento come un invito ad esprimere preoccupazione anche per la situazione italiana, di modo che il suo autorevole monito e la sua  saggia azione sensibilizzatrice sui i media internazionali denuncino ogni xenofobia, ogni anti-islamismo e ogni rigurgito nazionalista ancora presente in Europa.

Non prendiamocela soltanto con gli olandesi poveracci,  francamente in fatto di razzisti al governo sembrano ai nostri stanchi occhi poco meno che dei goffi parvenue.

Tirando le somme (II): Italia-Germania ovvero il giardino del vicino fa sempre più schifo.

A Gennaio il sommario riguardante le stime sulla disoccupazione per il 2009 proveniente da CGIL, Confindustria e OCSE convergeva verso il dato sostanzialmente univoco di un innalzamento all’8,9%. Quattro mesi dopo, con maggiori dati alla mano, la stima  è stata confermata dall’UE: 8,8%. Circa mezzo milione di nuovi disoccupati rappresentano uno scenario duro, durissimo per chi già versava in cattive acque, sottostimato se si considera il lavoro nero e la non iscrizione alle liste di collocamento e drammatico per gli immigrati regolari che perdendo il posto di lavoro diventeranno prima nullatenenti irregolari e poi, grazie al gerarca Maroni, addirittura criminali e consumatori abusivi dello spazio vitale italico. Eppure all’8,8% la pace sociale dovrebbe miracolosamente tenere, anche se questo lo sapremo soltanto in autunno e nel frattempo vicino casa mia ci sono dei tizi che stanno occupando il Colosseo.

E no, non sono Gladiatori. (*)

Eppure con tutta probabilità non vedremo l’ex classe media rintanata nelle tendopoli come in certe aree della California. I due milioni di disoccupati urlati da Grillo restano un numero buttato là a prefigurare una catastrofe quattro volte peggiore che non dovrebbe verificarsi. Pur non avendo nulla contro Grillo ritengo giusto far notare quando, dopo le “profezie” azzeccate, il comico/tribuno concede all’enfasi millenaristica e alla sete di apocalisse della piazza più del dovuto.

Lontano dagli ottimismi del governo, che a forza di dire che si intravede una nano-ripresa prima o poi ci azzaccherà,  avevo pensato a questo post per fare un po’ il punto a partire delle letterine che si usano convenzionalmente per descrivere l’andamento della crisi: U, V, L e via compitando. Nel frattempo è uscito un articoletto della Napoleoni (la quale ha ben altri titoli in materia rispetto a me che non ne ho pressocché nessuno), sullo stesso argomento che chiudeva domandando ai lettori di che tipo di crisi si tratterà, sempre scegliendo dall’abbecedario il grafema più corretto. Bene secondo me dal punto di vista del PIL almeno per l’Italia si tratta di una crisi che non ha corrispettivi nell’alfabeto convenzionale e dovremmo ricorrere a soluzioni più creative come il not, intesa come il simbolo della negazione logica, una cosa così:

¬

In generale le lettere vengono impiegate per indicare in sintesi l’andamento della crisi. Una crisi a V indica un crollo che tocca il fondo e ha una rapida e repentina ripresa, una U indica un periodo di stagnazione tra il crollo e la ripresa, una W presenta uno scenario di rimbalzi e ricadute, mentre una L, tipica del caso recente del Giappone , descrive un’economia che dopo il crollo ristagnastabilmente per un lungo periodo, molto lungo se si guarda all’economia nipponica come esempio. Se svincoliamo il caso italiano dalla crisi finanziaria del 2008 e osserviamo l’andamento del nostro  PIL in un arco temporale più ampio ci accorgiamo però che l’Italia era già in crisi di suo da parecchi anni e la recente crisi può essere visto come un elemento perturbativo esterno che ha fatto degenerare un andamento negativo già consolidato.
Da ben prima del 2008 gli economisti già individuavano due momenti distinti di discontinuità tendenziale nell’economia del nostro paese: il miracolo e il declino. Il miracolo Italiano, o il boom economico,  si è verificato tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni 60 raggiungendo tassi di crescita costantemente pari o superiori al 6% ed è finito da un pezzo. Con declino italiano si indica un ristagno dell’economia prolungato nel quale ci trovavamo già prima dell’attuale crisi. Nel quinquennio compreso tra il 2001 e il 2005 l’incremento medio del PIl è stato dello 0,7% annuo, con quattro anni consecutivi di quasi totale stagnazione e una crescita contenuta nel 2006 e nel 2007 rispettivamente del 1,9% e dell’1,5%. Infine nel 2008, anno della crisi finanziaria in cui la crisi economica non aveva ancora avuto modo di manifestarsi pienamente, l’Italia ha avuto una decrescita dell’ 1%: eravamo cioè già decisamente in crisi. Il crollo attuale le cui previsioni per il 2009 sono partite dal -2% e ora si attestano su uno sconfortante -6%, sono il precipizio dopo la stagnazione. L’immagine di seguito, piuttosto eloquente, risale a qualche mese fa quando le stime sul 2009 erano appena passate dal -2% al -4% (tradizionalemnte queste tendono ad essere peggiori dele previsioni)quindi potete prolungare a piacimento il precipizio finale:

 


Questo è il motivo per cui la strategia comunicativa del governo, fondata sul concetto che gli altri stanno peggio di noi, non ha molto senso. Per mesi ci hanno ripetuto di guardare alla Germania le cui previsioni per il 2009 erano peggiori delle nostre, allontanando così il catastrofismo. Il PIL tedesco nel 2008 è cresciuta dell’1,3%, pur essendo la finanza tedesca ben più impelagata della nostra nella vicenda subprime (basta ricordare Commerzbank e Hypo Re.) mentre il nostro PIL lo scorso anno era già negativo: quindi o la crisi si era già manifestata per entrambi i paesi e noi stavamo messi peggio o la crisi doveva ancora manifestarsi e noi eravamo già nel mezzo di una crisi locale mentre loro no(*). Le previsioni per il 2009, a lungo sfavorevoli ai tedeschi, a metà anno  hanno già visto il sorpasso con il nostro -6% peggiore o al più in linea con il loro -5,3%.

Quindi sì, la finanza italiana era più lontana dall’epicentro della crisi rispetto alla Germania (e immensamente di più rispetto ai paesi anglosassoni), ma le ricadute sulla crescita economica si inserscono in uno trend storico peggiore, sono attualemenete peggiori e si prevede che lo resteranno anche l’anno prossimo. Quindi adesso vi spiegheranno che bisogna guardare alla Spagna, che  crolla sì peggio di noi ma andrebbe ricordato che aveva appena vissuto il suo miracolo e non un periodo di quasi decennale stagnazione. Chissà se poi i dati dovessero cambiare vi diranno di guardare l’Islanda che è fallita, poi magari il Messico e via di seguito verso paragoni con paesi sempre più esotici e distanti.

Inoltre, è importante notare che una crisi è un genere di evento piuttosto dispendioso per le casse dello Stato: al crescere della disoccupazione aumenta la spesa  per gli ammortizzatori sociali (almeno questo avviene nei paesi civili…), aumentano le pressioni sul sistema pensionistico, diminuisce il gettito fiscale legato sia al reddito di imprese e lavoratori che alla contrazione dei consumi (IVA). E’ noto che la situazione del nostro debito pubblico non brilla per austerità ormai da trent’anni.

La decontestualizzazione dei dati applicata dal Governo e l’assenza di uno sguardo ad un arco temporale più ampio è dettata dalla necessità politica di distogliere la percezione generale dal fatto  che l’attuale maggioranza governa pressocché ininterrottamente dal 2001Seppure l’11 Settembre, i due anni di Prodi succhiasangue e l’attuale crisi mondiale, fossero tutti argomenti condivisibili a lungo andare nella percezione dell’uomo della strada puzzerebbero inevitabilmente di alibi, con eventuali ricadute elettorali. Per questo ci si concentra su improbabili paragoni con la Germania (prima che i dati li smentissero), si impone l’Ottimismo di Stato, si evita l’argomento crisi e si infarcisce il dibattito politico di stronzate (argomenti-moda) come l’introduzione dell’inno delle regioni nell’articolo 2 della Costituzione (ammesso che il Molise esista davvero come entità geografica,   che inno dovrebbe avere?).

La crisi non l’abbiamo scatenata noi, ma eravamo tra i più impreparati e rischiamo comunque di pagarla più a caro prezzo e per un periodo più lungo.
Oh, poi se psicologicamente preferite essere ottimisti e vi piace esultare di improbabili successi sui crucchi, siete liberi di farlo.

 

(*) Ragazzi siamo con voi, ma non era meglio occupare uno dei simboli del potere contemporaneo?
(**) Anche l’economia della Germania si basa in buona parte sulle esportazioni, quindi dire che noi siamo entrati prima in crisi perché c’erano già entrati i nostri clienti, non sembra reggere.


I nuovi mostri: le licenze poetiche di Sandro Bondi.

Mi sono recentemente appassionato alle poesie del ministro Bondi, convincendomi che avere un tale altissimo letterato al Ministero dei Beni culturali rappresenti motivo di lustro per questa terra di scienziati, navigatori e pataccari.Venendo alla poetica del del ministro la critica si divide tra coloro la collegano alla tradizione dell’ermetismo italiano del novecento, il che moralmente equivale a compiere impunemente scempio dei cadaveri di Ungaretti e Montale, e chi la accosta alla tradizione giapponese degli Haiku, rischiando l’ennesimo incidente diplomatico con eventuale ritiro delgli ambasciatori da parte del governo nipponico. Lo stile dei  componimenti si caratterizza  comunque per la forma stringata, dalle quattro alle dieci righe, e presenta la caratteristica di giustapporre in ogni verso un sostantivo ed un aggettivo (geniale).Le tematiche vertono invece su scene di vita vissuta incentrate su figure importanti nella vita del poeta e cari alla sua sensibilità di uomo e di parlamentare: Berlusconi, la Lario, Rosa Bossi Berlusconi, Giuliano Ferrara, una misteriosa commessa della Camera dei Deputati e perfino Veltroni e la Finocchiaro.

Non voglio però togliervi il gusto di leggerli da soli, ne trovate ad esempio una completa antologia qui.

La poetica di Bondi è però inanzitutto contemporanea e cibernetica, tanto che in rete esiste un tool che  genera componimenti del ministro in modo completamente automatizzato, il Bondolizer. Non state lì adesso a fare i sarcastici e gli snob… siamo nella società dell’informazione  e dell’automazione? Dunque il poeta i cui componimenti sono automatizzabili è nient’altro che un genio in sintonia coi tempi moderni.

Volendomi sbilanciare in un parere spassionato che non sminuisca in alcun modo il resto della produzione, la mia preferita è di certo quella dedicata a Rosa Bossi Berlusconi:
A Rosa Bossi in BerlusconiMani dello spirito
Anima trasfusa.
Abbraccio d’amore
Madre di Dio



Notare come nell’ultimo verso il Bondi recuperi la tematica dell’Unto dal Signore, accostando la figura della madre del premier a quella della Madonna e, per deduzione, il presidente  alla figura del Cristo. Genio (ho già detto?).
Io che personalmente più che un estimatore sono ormai un fan esagitato del Ministro-Vate, mi sono  permesso nel mio piccolo di scrivere un piccolo componimento ispirato ai recenti fatti di cronaca. Senza alcuna velleità di emulazione, ma anzi col contegno del più umile apprendista,  vorrei proporvi questo omaggio dedicato al maestro:

A Sandro Bondi

Fenicie vestigia
tombe megalitiche
lettone dello zar
confidenze e meteoriti

Presidente eclettico
eccelle in ogni ruolo
imprenditore, operaio
e financo tombarolo

NB: Questo post dedicato ai componimenti Bondiani potrebbe diventare una rubrica, non facente parte del consueto TAG arte della crisi, anzi andrebbe a ben vedere catalogato in tag che ne rappresenti il doppi speculare: “crisi dell’arte e della cultura”. Crisi profonda, direi.

L’intruso: Beppe Grillo si candida alle primarie del PD.

Gli americani hanno una parola cresciuta all’ombra del gergo aziendale per definire un evento del genere: disruptive. La traduzione letterale è qualcosa di simile a evento perturbante, in grado di generare una perturbazione, segnare una discontinuità, spezzare il trend, interrompere una tendenza o un andazzo. Nelle sale riunioni del mondo aziendale anglosassone in genere si passa da attività più metodiche quali l’analisi e la  pianificazione all’elaborazione di una strategia disruptive quando le cose stanno andando in merda.

Lapalisse converrebbe nel constatare che se l’andazzo generale volge inerzialmente a tuo favore, di tutto hai bisogno tranne che di un evento che sparigli le carte in tavola. Effettivamente il PD sta andando in malora, come era ampiamente prevedibile vista la sagacia della leadership e la chiarezza della proposta politica,  dal giorno stesso in cui è stato fondato. Il suo scopo era quello di ereditare il ruolo dei grandi partiti di massa, pur inspiegabilemnte sganciandosi dalle masse e dal territorio, cioè dei grande totem della prima repubblica, rinverdedo gratis ogni quattro anni il mito del partitone all’italiana. La sua meritata e perentoria deriva  ha segnato il crepuscolo di tutto ciò che galleggia a sinistra delle destre.
Un evento disruptive, che a causa delle dinamiche interne al PD non poteva non provenire dall’esterno, se non rischia di peggiorare la situazione general, già ampiamente oltre il punto di non ritorno,  non ha infondo controindicazioni.

Grillo non può vincere, né credo ci sia  da augurarselo, ma se ciò per assurdo dovesse accadere il PD si decomporrebbe in una fuga scoordinata degli attuali apparati in ogni direzione, dando almeno per scontato  che di dirigenti del PD disposti a farsi dettare la linea da un para-masaniello di professione ufficialmente comico, non credo ne esistano.  

Grillo forse alla fine neppure parteciperà. A fine Giugno, appena pochi giorni fa, si discuteva nel PD sull’eventualità di restringere le primarie ai soli iscritti adesso, abilmente, Grillo ha fatto sì  che se quella che doveva essere la modifica di un regolamento interno dovesse avvenire apparirebbe come un tentativo di esclusione ad personam, da parte di una classe dirigente che ha paura che un corpo estraneo incontrollabile  finisca per affermarsi. Con la platea elettorale estesa a tutti i cittadini sopra i sedici anni, un’affermazione di Grillo come secondo candidato sarebbe infatti possibile, perché i suoi voti arriverebbero solo in piccola  parte dagli scontenti del PD e in maggioranza da bacini esterni, compresa una destra che si frega le mani all’idea di mandare i propri iscritti a detonare il PD dall’interno. 

Grillo non vincerà, ma la sua stessa presenza è come aver messo un cactus sulle poltrone degli altri candidati, costretti a confrontarsi con lui su alcuni dei suoi temi, per la maggior parte dei quali il PD non ha risposte o ha risposte inadeguate e confuse.

In generale l’idea di D’Alema che col suo atteggiamento snob è costretto a confrontarsi in un dibattito congressuale con un tizio sudato che  lo manda a fanculo, risulta francamente divertente. Ogni tragedia che si protragga oltre il dovuto fino ad estenuare gli spettatori diviene patetica e da qui  al rivolgimento in farsa il passo è breve. La tragedia recente della sinistra italiana non fa differenza.

Non ci sono soltanto i leader, i primi ad avere in odio Grillo sono gli organi di informazione vicini al PD, a cominciare da Repubblica ,e con loro molti intellettuali piu’ o meno critici verso gli attuali vertici. Grillo verrà accusato di qualunque cosa: dal fiancheggiamento di Berlusconi, al tradimento, al sabotaggio. 

La prima cosa che ho pensato è forse ci sarà da divertirsi e se tutto non si risolverà in una breve boutade, potremmo vedere un bel terromoto laddove nulla si muove ormai da tempo, o nel peggiore dei casi l’ennesima farsa post-comunista che ci rallegri durante le uggiose gionate d’autunno.