L’ascesa di Mohammad bin Salman (mbs)

Discendenza della casa Saud.

Il primo regnante e fondatore della monarchia assoluta saudita, il cui regno iniziò nel 1932, fu Abdullaziz ibn Saud. Abdullaziz ebbe oltre venti mogli e quarantacinque figli maschi. Dalla sua morte nel 1953 la dinastia ereditaria ha visto svilupparsi la successione al trono per linee orizzontali, ben sei dei suoi figli hanno già regnato e alla morte o deposizione di ognuno il potere è sempre passato a uno dei fratelli. Essendo la famiglia saudita composta da migliaia di individui, molti dei quali estremamente ricchi, influenti e attivi nella vita politica del paese, esigenze di coesione interna del clan hanno impedito che venisse a consolidarsi una successione di tipo verticale, che portasse cioè al trono uno dei figli maschi del sovrano in carica di seconda generazione. Questo aveva consentito finora che ogni ramo della famiglia attendesse l’ascesa al trono di uno dei propri esponenti.

Alla morte del sesto re saudita ‘Abd Allah il 23 gennaio del 2015 secondo questa consuetudine è salito al potere suo fratello Re Salman e l’altro  fratello Muqrin (di madre yemenita) è stato designato come principe ereditario. La nomina di Muqrin confermava la consuetudine ma nel giro di pochi mesi il fratello di Salman è  sollevato dalla successione  e dal ruolo di Vice Primo Ministro, decadendo nell’aprile del 2015.  Il ruolo di principe ereditario passa nello stesso mese a Mohammed Bin Nayef, figlio di uno dei figli di re Abdullaziz morto prima di poter ascendere al trono, preparandosi dunque a inaugurare la terza generazione di regnanti, nipoti del fondatore, di nuovo su una linea di successione orizzontale rispetto al ramo regnante di re Salman.

Il 21 Giugno del 2017 Nayef, in quel momento anche Ministro dell’interno, perde però a sua volta la candidatura al trono in favore di  Mohammad Bin Salman, figlio di re Salman, una successione verticale che rompe la consuetudine, sposta l’equilibrio di potere in seno a casa Saud e ufficializza la finalità della rapida e spregiudicata ascesa del giovane principe ereditario che ricopriva e ricopre la carica di Ministro della Difesa.

Il principe “guerriero”.

Mohammad Bin Salman, MBS per la stampa occidentale, 32 anni, viene nominato Ministro della Difesa il giorno dell’ascesa al trono del padre (gennaio 2015), mbs è anche genero di  Mashhur, altro fratello di Re Salman, di cui ha sposato la figlia Sara.  Al momento della nomina a Ministro di Salman nello Yemen la capitale Sanaa è da pochi mesi in mano ai sostenitori dell’ex Presidente Saleh, unificatore del paese deposto tre anni prima in seguito alla rivolta yemenita del 2011-2012 e fino al 4 dicembre 2017, data della sua morte, recente alleato delle milizie Houti a prevalenza sciita spalleggiate dal grande rivale geopolitico dei sauditi nel golfo, l’Iran.  Il ritorno di Saleh aveva deposto il maresciallo Hadi, sostenuto a sua volta dai sauditi  e salito al potere nel 2012 succedendo allo stesso Saleh. Hadi dopo una breve prigionia nell’aprile del 2015 ripara ad Aden, la seconda città del paese e viene riconosciuto presidente dalle maggiori potenze sunnite del Golfo, dagli Usa e dalla UE.

Nel marzo 2015 il nuovo Ministro della Difesa Salman, a due mesi dalla propria nomina, guidava già la vasta coalizione che si apprestava ad attaccare lo Yemen, composta in realtà prevalentemente dalle forze dell’esercito Saudita, con un notevole contributo degli Emirati Arabi Uniti e la partecipazione minore dell’aviazione di Qatar, Kuwait, Bahrain, Egitto, Giordania, Marocco  e perfino del Sudan. Sul piano militare la campagna sembrava destinata al successo, l’Arabia Saudita era dotata dei più moderni armamenti occidentali, le forze armate tutt’ora in corso di potenziamento vantavano già tra il 2013 e il 2015 il primo budget militare al mondo  in percentuale sul PIL (superiore al 10%), circa raddoppiato dal 2006. In valore assoluto la spesa militare saudita aveva superato di gran lunga quella di ogni paese europeo, incluse Francia e UK, restando inferiore soltanto ai grandi budget di USA, Cina e Russia, pur sempre paesi rispettivamente 10, 50 e 5 volte più popolosi dell’Arabia e che ricoprono già un ruolo almeno di potenza regionale, quando non di super-potenza mondiale.

Secondo alcuni analisti è stata la scarsa esperienza di combattimento dei sauditi rispetto agli avversari yemeniti, a rendere la campagna aerea (ma non soltanto) ben più ardua del previsto e tuttora non decisiva ai fini della risoluzione del conflitto in favore delle forze di Hadi. Ampiamente oscurata e minimizzata, quando non deliberatamente ignorata, dai media occidentali (i cui governi incassano i proventi della campagna di armamento oggi gestita da MBS) la guerra e l’embargo contro lo Yemen dopo oltre due anni  e mezzo hanno ridotto il paese allo stremo lasciando sul campo oltre 10000 vittime, 40000 feriti, 3 milioni di sfollati e la più grande epidemia  di colera al mondo con circa 800mila infettati di cui 2000 deceduti soltanto nei primi mesi del 2017. E’ tuttora difficile stimare il numero delle vittime dirette e indirette del conflitto, basti pensare che secondo le Nazioni Unite 18 milioni di yemeniti (2/3 del paese) sono considerati a rischio e hanno oggi bisogno urgente di aiuti medici e alimentari.

Ad oggi, fine dicembre 2017, l’aggressione dei sauditi e dei loro alleati alla popolazione dello Yemen si sta rivelando un disastro umanitario e un fallimento militare e il conflitto sembra lontano dal vedere la propria fine. Tutto questo, naturalmente, mentre qui da noi il ministro Alfano si preoccupa per alcuni missili di scarsa efficacia lanciati dallo Yemen contro Riyadh  e il PM Gentiloni appena a Novembre lodava la funzione stabilizzatrice dei sauditi nell’area.

Il principe “statista”: Qatar, Libano.

La tragedia yemenita non è l’unica azione “stabilizzatrice” intrapresa dall’Arabia nell’area mentre il ruolo politico del figlio di Re Salman cresceva fino a mettere in dubbio che fosse ancora il sovrano in carica a prendere le decisioni più rilevanti.  Già da prima del 2015 i capitali sauditi avevano finanziato buona parte delle forze jihadiste impegnate nel tentativo di rovesciare Assad, la cui permanenza a Damasco  dovuta all’intervento russo, al supporto degli iraniani, di  Hezbollah e naturalmente alle vittorie sul campo delle SAA, segna sostanzialmente un altro fallimento dei piani di Riyadh sull’assetto mediorientale.

Eppure è dal giugno di quest’anno, quando viene nominato erede al trono, che Salman intraprende alcune delle azioni “diplomatiche” a dir poco brutali addirittura verso governi alleati o non ostili. All’inizio di giugno sei paesi arabo-sunniti, guidati dai sauditi e dall’Egitto, hanno messo sotto embargo e ritirato le ambasciate dalla penisola qatariota. Al Qatar viene in seguito sottoposto un bizzarro ultimatum in cui si chiede all’Emiro  di ottemperare a una serie di richieste che spaziano dalla chiusura della nota emittente qatariota Al-Jazeera alla fine del sostegno ai terroristi, dal pagamento di un generico risarcimento fino alla rottura completa delle relazioni commerciali e diplomatiche con Teheran. E’ in realtà quest’ultima richiesta, come conferma un’intervista al principe qatariota Al-Thani, quella che ha generato l’aggressione. Il Qatar, pur essendo storicamente legato alla politica estera saudita e filo atlantica, si trova in una posizione del tutto particolare nei riguardi  della potenza iraniana essendo di fatto un piccolo stato dirimpettaio, che con Teheran condivide uno dei più importanti giacimenti del Golfo Persico, le compagnie petrolifere dei rispettivi paesi si abbeverano di petrolio con due cannucce dallo stesso bicchiere.  E’ chiaro che dal punto di vista qatariota una politica di contenimento verso l’Iran può aver senso, ma lo scontro diplomatico aperto o peggio un confronto militare tra i sauditi e l’Iran  metterebbe a rischio la ricca economia basata sul petrolio.

Anche in questo caso Salman ha ottenuto il risultato contrario a quello auspicato. Alla fine di Agosto il Qatar aveva ristabilito pieni rapporti diplomatici  con l’Iran, dopo che l’ambasciatore era già stato ritirato nel 2016 in seguito a degli attacchi contro l’ambasciata saudita a Teheran, e l’Iran in questi sei mesi di embargo ha sostenuto attivamente i rifornimenti verso il Qatar stringendo ulteriormente i rapporti tra i due paesi.   I sauditi non hanno neppure potuto tirare per la giacchetta gli USA in questo caso, visto che a Doha c’è pur sempre una delle più grandi basi americane di tutto il Medio Oriente. All’inizio di questo mese, mentre in occidente con l’eccezione della stampa inglese la questione è caduta anch’essa miracolosamente nel dimenticatoio, Salman interpellato al riguardo definiva il Qatar “questione di poco conto”.

Se la questione qatariota appare decisamente sconcertante, la vicenda che vede Salman protagonista del rapimento del premier libanese Hariri ha quasi dell’incredibile. Ad inizio di novembre il Primo Ministro libanese Saad Hariri si reca inaspettatamente in Arabia Saudita a colloquio con Salman, porta con sé due guardie del corpo ma non l’entourage che lo accompagna di solito durante le  visite ufficiali. Hariri è un leader sunnita e filo-saudita, eletto alle ultime elezioni a capo di una coalizione opposta a quella di Hezbollah, tuttavia alla formazione del governo corrente, avvenuta alla fine del 2016, gli assetti politici avevano richiesto l’ingresso di Hezbollah in un esecutivo di larghe intese.  Il 4 novembre 2017 Hariri ricompare alla TV nazionale saudita Al-Arabya dove senza alcun preavviso annuncia dimissioni dalla carica di  Primo Ministro del Libano. Hariri davanti alle telecamere legge un testo, probabilmente scritto dalle autorità saudite, nel quale denuncia l’impossibilità di portare a compimento il proprio programma a causa delle ingerenze nel paese di Hezbollah e dell’Iran, i quali starebbero per mettere in atto un piano per assassinarlo. L’Iran smentisce immediatamente ogni addebito, Hezbollah denuncia la detenzione di Hariri come un atto di guerra verso il  Libano, l’intelligence militare libanese smentisce l’esistenza di piani per l’uccisione del Primo Ministro finché, l’11 di novembre, anche il Presidente libanese Michel Aoun chiede ufficialmente conto del mancato rimpatrio di Hariri confermando il rapimento da parte dei sauditi.  Per giorni si susseguono le ipotesi sull’accaduto, tra le smentite dei sauditi e le voci, avvalorate anche da Le Figaro, che Riyadh  voglia in realtà sostituire Hariri con uno dei suoi fratelli, per punirlo della politica morbida verso il nemico sciita iraniano e libanese.

Dopo un blitz di appena due ore a colloquio con Salman la situazione viene sbloccata da Macron, il 18 novembre Hariri (che ha passaporto francese) arriva a Parigi e di lì rientrerà in Libano, dove il maronita Aoun ed Hezbollah, tra gli altri, gli chiederanno di riprendere le redini del governo. Dopo alcuni giorni di consultazione Hariri ritira le dimissioni, rifiuta di menzionare ancora quanto accaduto a Riyadh e riprende il governo del paese. Siamo al 5 Dicembre è passato un mese dall’apertura della crisi e dalle dimissioni pubbliche pronunciate dagli schermi di una TV estera. Venti giorni più tardi un articolo del New York Times facendo riferimento a fonti saudite, libanesi e occidentali, racconta di un Hariri convocato d’urgenza da Salman dopo aver incontrato cordialmente il 3 Novembre il rappresentante iraniano Velayati, costretto a prendere un auto privata, prelevato di forza dagli ufficiali sauditi e forzato ad accettare le dimissioni a scatola chiusa.

Oggi, ovviamente, Salman non è molto popolare in Libano e questa inaudita e plateale ingerenza nella politica dei cedri ha di fatto allontanato i sunniti libanesi dall’influenza di Riyadh.

Un solo grande nemico e un “nuovo” amico.

Tutti gli interventi in politica estera nel breve lasso di tempo descritto per quanto brutali, avventuristici e spesso inconcludenti, hanno avuto come comune denominatore una pressione anti-iraniana che lascia preludere una guerra regionale.  Lo stesso Salman ha tolto ogni dubbio riguardo le proprie intenzioni il 24 novembre 2017 quando in una intervista al solito NYT ha dichiarato che “dall’Europa abbiamo imparato che ogni politica di appeasment (accordo/accomodamento) verso l’Iran non può funzionare” definendo poi la guida suprema iraniana l’Ayatollah Ali Khamenei “il nuovo Hitler del Medio Oriente”. La “reductio ad hitlerum” è un artificio polemico tarato per la sensibilità occidentale che implica la guerra senza quartiere al “nuovo Hitler” di turno, a questa sensibilità si è spesso rivolta la strategia comunicativa di Salman il quale accredita se stesso presso il mainstream occidentale come leader riformatore e modernizzatore. Per questo l’era dell’ascesa politica di MBS è spesso associata alla concessione della patente di guida alle donne (in un paese in cui ad esse mancano ancora tutti gli altri diritti) e al piano Saudi Vision 2030 che prevede investimenti per 2 mila miliardi dollari (più dell’intero PIL italiano) nei prossimi 12 anni, allo scopo di affrancare l’economia saudita dal petrolio e sviluppare contestualmente settori come la finanza, il turismo e le energie rinnovabili. Sulla stessa linea l’affermazione di Salman secondo cui il Wahabismo nello stato saudita, di cui la sua stessa dinastia si è sempre fatta custode, si sarebbe affermato soltanto in reazione all’estremismo sciita degli Ayatollah, dichiarazione tanto coraggiosa quanto falsa, visto che l’adozione del wahabismo da parte dei Saud risale alla metà del settecento,  ben prima della Rivoluzione Iraniana del 1979.

E’ in questa dialettica multiforme con l’occidente e i suoi alleati, tutta orientata ad ottenere una leadership regionale in diretta linea di conflitto con Teheran che bisogna leggere il recente accordo tra Riyadh e Israele per condividere notizie di intelligence militare in chiave anti-iraniana. Quest’ultimo passo rende pubblico un avvicinamento di fatto già subodorato  durante lo sviluppo dello scenario di guerra siriano, un accordo che riguardando l’intelligence non può non contemplare un’alleanza, o almeno un coordinamento, anche sul piano militare. Durante la crisi libanese dovuta al rapimento di Hariri, il governo saudita aveva invitato i propri cittadini al lasciare il Libano e molti analisti avevano temuto una nuova invasione israeliana nel sud del paese.

Le purghe di Salman.

A questa storica e per certi versi rocambolesca successione di eventi scatenata dalle mosse del principe MBS si sovrappone il regolamento di conti interno attuato nell’ambito della sedicente “lotta alla corruzione” attuata in autunno. Tra ottobre e novembre Salman faceva arrestare 11 principi di casa Saud, quattro ministri e diversi altri ex-ministri e dignitari, tra questi spiccavano tra le conoscenze degli occidentali i nomi del principe Al-Walid Bin Talal, uno degli uomini più ricchi del mondo nonché azionista di alcune delle maggiori corporation occidentali, e quello di almeno un esponente della famiglia Bin Laden, un ricco e rispettato fratello di Osama. Salman ha  colpito le frange ostili della famiglia Saud e altri suoi veri o presunti oppositori, tramutando dopo qualche settimana l’imputazione generica di corruzione in una richiesta di riscatto milionario per rendere loro la libertà. Una manovra molto simile a un gigantesco atto di concussione che regolarizza la posizione subordinata davanti al nuovo governo di chi è stato appena rovesciato da un golpe o più propriamente da una “purga” di regime. E’ sotto questa forma di estorsione che il principe Mutaib II, deposto Ministro della Guardia Nazionale, avrebbe ad esempio ricomprato la libertà per la modica cifra di un miliardo di dollari.  Alla fine di dicembre sono stati rilasciati i principi Meshaal e Faysal, mentre un altro membro della famiglia saudita il principe Turki risulta ancora detenuto. Tutti gli arrestati sono stati rinchiusi al Carlton Ritz, il lussuosissimo cinque stelle di Rijadh, una prigione dorata come hanno scritto in molti, qualcosa di molto diverso secondo un articolo pubblicato dal Daily Mail il 22 Novembre 2017. Secondo il quotidiano infatti alcuni prigionieri  sarebbero stati prima appesi a testa in giù, poi picchiati e insultati da mercenari statunitensi assunti dai sauditi. L’agenzia di sicurezza in questione è l’Academi (ex-Blackwater, nome col quale è maggiormente nota) già presente in diversi scenari bellici in supporto (e qualche volta in sostituzione “coperta”) delle forze USA/NATO o dei loro alleati. Academi/Blackwater  tra gli altri teatriè già stata attiva in Iraq, Ucraina, Afghanistan, Pakistan ed è spesso stata spesso accusata di muoversi completamente al di fuori della legge locale e delle regole  di guerra internazionali, caratteristica che la rende probabilmente un elemento prezioso e apparentemente “non-governativo”, per le operazioni che non possono essere rese pubbliche.

Conclusioni.

Ascesa al trono contestata e irrituale, epurazione degli avversari politici, embargo verso un paese amico, aggressione militare contro una nazione confinante, riarmo e politica di potenza, demonizzazione del nemico geopolitico, rapimento del Primo Ministro di un paese sovrano con conseguente tentativo di destabilizzazione: queste sono le credenziali che il futuro Re saudita porta sulla scena mediorientale, eppure, ancora a novembre il NYT, in altre occasioni critico, ospitava un editoriale apologetico a firma Thomas L. Friedman in cui il principe veniva descritto come il portabandiera del cambiamento, fautore di una primavera araba “calata dall’alto” e dunque finalmente efficace.

L’informazione incompleta e frammentaria che è stato possibile captare dai media occidentali in generale e da quelli italiani in particolare andava integrata e raccolta, soprattutto andava messa in relazione all’arco temporale estremamente breve in cui le drastiche mosse di Salman sono state decise e attuate, a volte con esiti tanto drammatici quanto infruttuosi.

A fronte delle cisterne d’inchiostro spese per stigmatizzare sui nostri media la pericolosità della Russia, dell’Iran oppure della Corea del Nord, ci pareva doveroso fornire un quadro coerente e cronologicamente chiaro delle provocazioni e delle violazioni del diritto internazionale di cui il circolo di potere raccolto intorno a Salman si è già reso protagonista nel silenzio generale nel giro di appena 3 anni, con una evidente accelerazione targata 2017, anno della nomina  ad erede al trono. Nella speranza che questo sforzo di ricomposizione possa aiutare a mettere nella giusta prospettiva gli eventi che di qui ai prossimi mesi potrebbero scatenarsi, con ripercussioni gravi per tutto il Medio Oriente.

La strana bomba di Manchester.

Paura allo stadio.
Domenica 15 maggio lo Stadio Old Trafford di Manchester è stato evacuato 20 minuti prima della partita tra Manchester United e Bournemouth e prevista per 14GMT, a causa di un allarme bomba. L’ordigno è stato effettivamente trovato dai cani anti-esplosivo della polizia di Machester (GMP) nel bagno dello stadio, si trattava di una bomba finta, non in grado di fare danni reali ma a detta della polizia “estremamente realistica”, costruita in tutto e per tutto come una vera “pipe-bomb” artigianale. Per circa 5 ore si è cercato di capire come e chi avesse lasciato lì l’esplosivo. In serata è stata la stessa polizia di Manchester a spiegare che l’ordigno era stato lasciato lì durante un’esercitazione antiterrorismo avvenuta qualche giorno prima. La polizia ha declinato la responsabilità dell’errore, sostenendo che l’errore è attribuibile ad una società privata responsabile dell’esercitazione.

Effettivamente una grossa esercitazione si era tenuta a Manchester il 10 Maggio, nel distretto di Trafford, aveva coinvolto 800 tra attori e volontari, e vedeva la collaborazione congiunta della polizia (GMP), dei vigili del fuoco e degli operatori ospedalieri locali.  Quelle che seguono sono le immagine del training inclusa l’esplosione di una finta-bomba che ipotizziamo molto simile a quella trovata nei bagni dello Stadio:

Il filmato e l’esercitazione erano disponibili su Internet dal giorno stesso ed avevano ricevuto una grossa attenzione mediatica a causa delle proteste delle associazioni mussulmane inglesi indignate perché l’attore che interpretava il terrorista suicida aveva nel copione come unica battuta “Allah Akhbar”, l’accostamento era stato giudicato superfluo, blasfemo e offensivo, tanto che la polizia di Manchester si era subito scusata per l’accaduto.

L’incidente, increscioso di suo per le conseguenze del falso allarme, 50k tifosi evacuati, presenta però alcune ulteriori anomalie.

Anomalia #1 – L’esercitazione documentata non era allo stadio.

E’ facile reperire sul web articoli e immagini sull’esercitazione del 10 Maggio, sia dovute alle proteste delle associazioni islamiche sia per semplici articoli collegati al realismo e all’utilità di queste esercitazioni impostate come veri e propri giochi di ruolo. Non esistono tracce in rete, o almeno non ne abbiamo trovate, di esercitazioni allo stadio Old Trafford, dove il finto-ordigno è stato di fatto rinvenuto. L’esercitazione documentata si è infatti svolta al Trafford Center, un centro commerciale che a dispetto del nome dista 5,5Km, circa 10 minuti in auto senza traffico e oltre 25 minuti a piedi dallo stadio:

Old Trafford

Quindi se si trattava della stessa esercitazione questa si svolgeva in due luoghi distinti, molto lontani tra loro per una logistica complessa di 800 figuranti, uno dei quali (appunto lo stadio) non è mai stato menzionato  prima del ritrovamento dell’ordigno di domenica.

Anomalia #2 – Il ruolo della polizia locale (Greater Manchester Police, GMP).

Mentre la polizia locale è stata pienamente coinvolta nell’esercitazione del Trafford Centre, come documentano le immagini e gli articoli collegati, le autorità sono sembrate inspiegabilmente “smarrite” rispetto alla bomba allo stadio. Per quasi 5 ore nessun collegamento con eventuali esercitazioni è stato ipotizzato, il che è strano se la polizia stessa fosse stata coinvolta in quello stesso luogo solo pochi giorni prima. Durante le prime ore la polizia si è anzi detta stupita per l’incredibile realismo dell’ordigno, come se non avessero mai visto (o comunque non si aspettassero di trovare lì) nulla del genere. La polizia ha infatti declinato ogni responsabilità per l’ordigno abbandonato, indicando una società privata come autrice unica dell’errore. Il club calcistico Manchester United ha ugualmente scaricato ogni responsabilità specificando in una nota dell’addetto stampa che la società privata in questione  “Non è la stessa società cui ci rivolgiamo per garantire la sicurezza dello stadio” e ha aggiunto “chiaramente la Polizia non ha alcuna responsabilità nell’errore”. Da queste dichiarazioni incrociate sembra emergere che questa fantomatica società privata, mai nominata nelle prime ore, abbia potuto muoversi dentro lo stadio, conducendo esercitazioni, maneggiando esplosivi depotenziati e lasciandoli poi lì, senza che né la polizia locale né il club calcistico che gestisce lo stadio abbiano potuto avere voce in capitolo.

Anomalia #3 – La  società privata.

La società privata autrice dello sventurato incidente si è rivelata essere la Security Search Management & Solutions, il cui proprietario Chris Reid è un ex-consulente anti-terrorismo già legato alla G4S, un nome sconosciuto ai più ma un vero e proprio gigante economico e… militare. La G4S vanta infatti diversi record essendo contemporaneamente la più grande agenzia di sicurezza del mondo, il secondo maggior datore di lavoro al mondo dopo Wall-Mart  con oltre 620000 dipendenti e, per conseguenza, il più grande esercito privato di contractors al mondo.  La GS4 è impegnata in Iraq con compiti di scorta dei convogli non militari almeno dal 2008, da quando ha cioè acquisito la ArmorGroup (9000 dipendenti), ed è nota per i suoi stretti rapporti coi Signori della Guerra  afghani.  La G4S è implicata in una vasta lista di accuse in giro per il mondo, incluso l’uso della tortura nella gestione delle prigioni sudafricane. La GS4 ha anche gestito la sicurezza durante le olimpiadi di Londra nel 2012, al tempo in cui ci lavorava Reid, tra l’altro fallendo e costringendo il governo britannico a schierare l’esercito pur di ottenere il livello di presidio del territorio atteso. Reid, a parte definire l’incidente sfortunato, non ha voluto rilasciare dichiarazioni in attesa di parlare col Manchester United.

La minaccia era reale?

Lo sfortunato incidente si colloca in una settimana molto calda per gli allarmi anti-terrorismo in UK in generale e a Manchester in particolare.  Ad esempio, avevano con sé foto di Londra (oltre che di alcuni siti storici italiani) i presunti quaedisti afghani arrestati  il 10 Maggio a Bari, e proprio domenica pomeriggio un volo Ryan Air da Oslo a Manchester è stato cancellato a causa di un altro allarme bomba, con la polizia norvegese  che aveva posto in stato di fermo due cittadini dello Sri-Lanka per poi scoprire anche in questo caso un falso allarme. Sempre la settimana tra il 10 e il 15 maggio l’MI5, il servizio segreto britannico, aveva elevato l’allerta anti-terrorismo per eventuali attacchi dell’IRA dall’Irlanda del Nord, dal livello 2-Moderate al livello 3-Substancial, quello in cui: “an attack is a strong possibility“.

Ognuna delle anomalie menzionate può essere spiegata con coincidenze ed errori, ne teniamo conto in attesa di maggiori informazioni e report ufficiali. Allo stesso modo teniamo conto, per un vezzo statistico, di come negli ultimi 16 anni grandi esercitazioni anti-terrorismo abbiano mostrato una forse casuale ma di certo  inquietante capacità predittiva nei confronti di eventi terroristici poi realmente accaduti. C’erano state esercitazioni del genere nei paraggi territoriali e nei giorni più prossimi (qualche volta addirittura in contemporanea), su obbiettivi simili o identici a quelli poi effettivamente colpiti subito prima (tra gli altri) degli attentati di New York 9/11, Londra 2002, Boston 2012, Parigi 2015 e Bruxelles 2016.

D’accordo, andiamo in guerra contro l’ISIS

Accettiamo questa ipotesi e prepariamoci a trarre da essa le logiche conseguenze, la prima cosa da fare è capire chi è il nemico, dove è nato, quali sono i suoi nemici, quali i suoi alleati e chi lo finanzia. Un tentacolo del mostro raggiunge Parigi, per ben due volte, questo ci ferisce e un altro tentacolo temiamo un giorno possa giungere fino a noi. Bene, studiamo la piovra laddove giace la sua testa: in Medio Oriente.

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Dove nasce e come avanza lo Stato Islamico in Medio Oriente.

L’IS, Stato Islamico o Daesh, il Califfato di Al-Baghdadi, già ISIL e ISIS, nasce nel nord dell’Iraq da una costola di Al-Qaueda e si estende rapidamente fino tutto l’est della Siria, dove avviene una fusione parziale con Al-Nusra, Al-Quaeda in Siria. L’Iraq è un paese conquistato nel 2003 e occupato per dieci anni dagli Stati Uniti, paese a maggioranza sciita e con forte presenza di Al-Quaeda (sunnita) al nord. In questi dieci anni gli Stati Uniti hanno addestrato l’esercito, costruito basi e mantenuto i propri soldati, quindi si può assumere che vi fosse una forte presenza dell’intelligence US e un certo livello di controllo e presenza nel territorio. Al momento dell’arrivo dello Stato Islamico in Siria si combatteva una guerra civile con da una parte Assad e dall’altra l’ELS, Esercito di Liberazione Siriano finanziato e supportato per loro stessa ammissione dagli Stati Uniti, la nota Al-Nusra e una costellazione di altre milizie islamiste quali Ahrar al Sham, che ad esempio si prefigge di applicare la Sharia in Siria.  Tutti costoro, Stato Islamico e Al-Quaeda inclusi sono stati considerati pubblicamente dagli Stati Uniti preferibili o comunque a meno pericolosi di Assad, un dittatore che a oggi non ha mai scatenato una guerra e la cui eliminazione è stata posta come precondizione a ogni futura stabilizzazione della Siria. La guerra civile era nata dal tentativo di Assad di reprimere una Primavera, ordita dai democratici di cui sopra e finanziata, sostenuta e pubblicamente elogiata anch’essa, tra gli altri, dagli USA. Lo Stato Islamico in Medio Oriente è presente anche in Yemen dove combatte le milizie sciite.

Chi sono i nemici dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Tra di essi c’è naturalmente la fazione di Assad (alawita, sciita), Hezbollah (sciita) che combatte efficacemente l’IS al confine col Libano, l’Iran (sciita) che supporta Assad e Hezbollah (sciita) oltre alle milizie (sciite) yemenite. Tra i nemici dell’IS compaiono anche i curdi in Iraq e in Siria e Iraq, in particolare l’YPG. Fa discorso a parte il governo iracheno (che non ha escluso di chiedere aiuto alla Russia) il cui Primo Ministro è dal 2014 Haydar al-‘Abadi, sciita, importato tra le élite del paese dagli USA dopo la caduta di Saddam, ma che si era distinto già da ministro per le posizioni critiche verso il governatore Bremen e la ferma opposizione ai programmi di privatizzazione delle imprese nazionali irachene imposte dagli USA.   E desta comunque sconcerto come un esercito regolare come quello iracheno, dotato di armi statunitensi, dotato di aviazione, addestrato dagli occidentali per un decennio si sia fatto occupare gran parte del paese da trentamila miliziani armati di mitra e jeep, e senza mai più riuscire a riconquistare terreno.

Assad e il governo iraniano, sciiti, sono alleati e amici della Russia. Tutti i nemici dello Stato Islamico sono nemici degli Stati Uniti o di uno dei loro alleati nell’area (Israele-Hezbollah, Turchia-YPG).

Chi sono gli amici (e i neutrali) dello Stato Islamico in Medio Oriente?

Gli amici sono innanzitutto i ribelli siriani al fianco dei quali, seppur non manchino scontri e dispute, combattono contro l’esercito di Assad.   L’Arabia Saudita e il Qatar coi quali condivide il programma politico wahabita della Sharia come legge fondamentale dello Stato e contro i quali lo Stato Islamico non ha mai mosso un dito. Dall’ Arabia Saudita e dal Qatar proviene come è noto il grosso dei finanziamenti privati allo Stato Islamico, delle forniture di armi e perfino dei tweet di sostegno inneggianti all’ISIS. Giusto a Ottobre un appartenente alla famiglia reale Al-Saud (Abdel Mohsen bin Ualid bin Abdulaziz al Saud) è stato arrestato in Libano perché il suo jet privato trasportava due tonnellate di Captagon, 15 milioni di pillole, un’anfetamina utilizzata massicciamente dallo Stato Islamico per infondere coraggio e furore ai mujaheddin. L’Arabia Saudita e l’IS combattono inoltre sullo stesso fronte in Yemen. Ambiguo alleato dell’IS è il governo turco, in guerra con i curdi e accusato più volte da questi di appoggiare il Califfato. Dalla Turchia, membro della NATO, provengono altri ingenti finanziamenti per i fondamentalisti e l’alleanza de facto tra Ankara e Daesh è stata denunciata tra gli altri dalla stampa turca, dalla chiesa ortodossa siriana e perfino dai fuoriusciti dello Stato Islamico. A parte il ruggito del leone volante Abdallah II, smorzatosi in fretta, la Giordania non può essere considerata un nemico impegnato in una guerra senza quartiere all’ISIS, quanto piuttosto un vicino di casa preoccupato. Lo stesso comportamento dello Stato Islamico verso la Giordania asseconda questa interpretazione, tanto che non ha mai tentato di violare il suolo giordano pur confinandovi. Israele è nominalmente un nemico naturale dello Stato Islamico, ma per osservare i fatti e restando al presente conflitto, a parte le minacce, possiamo considerarli militarmente neutrali. Non si segnalano a oggi attacchi diretti dell’IS verso Israele, né Israele si è spinta oltre un rafforzamento della presenza sul Golan, ed è coerente con questa analisi come davanti ad una tale minaccia alle porte di Tel Aviv il governo di Netanyau abbia mantenuto inalterate le proprie priorità standard in politica estera: Hamas, l’Iran e Assad.

Nessuno degli alleati, ambigui o meno, e nessuno dei paesi militarmente neutrali verso l’ISIS è sciita e tutti sono amici e alleati degli Stato Uniti.

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Conclusioni.
A questo punto esistono due possibili tesi sul ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati mediorientali in tutto questo.

Interpretazione I

La prima tesi è quella di una guerra mondiale, momentaneamente fredda, ma non a bassa intensità, tra gli Stati Uniti, i quali cercano di coinvolgere i propri alleati occidentali, e la Russia, che cerca di aiutare i propri alleati già coinvolti. La tesi copre dal Donbass, al Medio Oriente e, se è corretta, potrebbe un giorno estendersi al Venezuela, al Caucaso, all’Iran, alla Transnistria. In questa ipotesi il Medio Oriente è soltanto uno degli teatri, cruciale per le risorse e il loro transito, dove la rivalità tra sunniti e sciiti, culturale, religiosa e soprattutto geopolitica, descrive storicamente gli schieramenti locali in modo piuttosto nitido. Secondo questa tesi lo Stato Islamico è un utile strumento di questa guerra per procura, come lo furono gli afghani in chiave anti-sovietica, Saddam in chiave anti-iraniana, la presunta opposizione democratica libica, di cui non s’è mai vista traccia, in chiave anti-Gheddafi, e le milizie naziste del battaglione Azov in Ucraina.

Se vi convince questa seconda interpretazione, prima di appoggiare la guerra contro lo Stato Islamico dovremmo essere  sicuri di non porre il piede in una guerra globale da combattersi contro, tra gli altri, la Russia. Da questa roba qui, se amiamo i nostri figli e auspichiamo una pace stabile in cui possano crescere, noi italiani (e possibilmente noi europei) dovremmo assolutamente starne fuori.

Interpretazione II

L’altra interpretazione dipienge la prima potenza mondiale come una specie di idealista imbecille col grilletto facile che, nel tentativo di eliminare sanguinari dittatori e pericolosi terroristi, dagli anni ottanta (ma in realtà da molto prima) crea puntualmente disastri peggiori di quelli che andava a sanare, covando ogni volta in seno le serpi che immancabilmente sgozzeranno i suoi cittadini vent’anni dopo (e sgozzeranno noi europei). Questo bambinone sciocco, tanto potente quanto irruento, nel combinare i suoi pasticci si lascia dietro milioni di morti e un elenco interminabile di destabilizzazioni e guerre civili. Nella favola di Rambo-Pinocchio, un po’ per convenienza e un po’ per ingenuità il nostro eroe non si accorge che il gatto e la volpe, turco-saudita, lo manipolano per i propri scopi. Questo tipo di interpretazioni andrebbero lasciate a intellettuali della caratura di Severgnini, ma per quanto poco probabili e calzanti, sono da considerarsi comunque legittime e chi vuol crederci merita rispetto.

Se dunque vi persuade  la favola di Rambo-Pinocchio e avete buon senso, dovreste comunque temere con orrore l’idea di essere coinvolti nella prossima avventura del nostro alleato americano. Se, valutato anche questo, volete comunque appoggiare l’entrata in guerra contro lo Stato Islamico al fianco degli Stati Uniti, allora auguri. Come pare recitasse un proverbio Navajo: non puoi svegliare chi finge di dormire.