L’articolo precedente è stato scritto prima dell’infame attentato di Brindisi. Io credo e spero che non esista nessuna organizzazione terroristica (religiosa, politica o criminale) disposta a mettere bombe nelle scuole, il che mi fa propendere per l’ipotesi gesto del pazzo isolato. Non ho altro da dire su una simile assurdità, soltanto solidarietà per le vittime e per tutta la città di Brindisi. Se toccano i figli, stringiamoci per difenderli.

L’altro attentato.

Chi sono gli anarchici in Italia?

Possiamo rispondere in molti modi a questa domanda, intendendo di volta in volta semplici persone di sentimenti genericamente libertari, militanti di estrema sinistra di varia estrazione, persone filosoficamente anarchiche ma pragmaticamente orientate su posizioni politiche democratiche o social-democratiche, qualche raro intellettuale vicino al liberismo anarco-individualista, punk, frikkettoni e punkabbestia di ogni sorta, ragazzini a cui piace cerchiare le “A” sui muri, militanti antimperialisti, blac-bloc, utopisti pacifisti, sindacalisti di base, hacker e cracker, militanti prosecutori della tradizione anarchica italiana(Errico Malatesta in primis), ambientalisti radicali, molti rispettati intellettuali e artisti (da Fabrizio De André ad Ascanio Celestini). Gente comune, anche qualche operaio e qualche impiegato che semplicemente la pensano così.

Privi di rappresentati e spesso perfino di portavoce, secondo una regola non scritta coerente con forme di associazionismo rigidamente non-gerarchico e a volte non-organizzato (la differenza tra le due definizioni è sostanziale), l’anarchico è soprattutto un individuo politico, una monade, che trova momenti di aggregazione con una comunità di suoi sodali dai convincimenti politici e filosofici affini. Non esiste una porta cui bussare per parlare con loro, non c’è sede di partito, non c’è un “capo” né un consiglio direttivo, niente amici potenti e spesso poca o nessuna solidarietà dalla società civile (in essa l’idea anarchica non è mai egemonica in senso gramsciano). Esistono invece luoghi di aggregazione e di dibattito: campi anti-imperialisti, comuni, ecovillaggi, caffè letterari, qualche centro sociale, manifestazioni, circoli, biblioteche e centri studi. Internet, soprattutto, concretizzazione tecnologica orizzontale, incontrollabile e paritaria, di quella libertà di espressione e di associazione che sembra per certi aspetti (per altri no) progettata e modellata sugli ideali stessi del pensiero libertario.

Questa complessa ed eterogenea costellazione, refrattaria ad ogni censimento, rappresenta e ha rappresentato nei fatti, il capro espiatorio perfetto di ogni strategia della tensione. In ambito di anarchismo ogni sedizione è difficilmente confutabile, in un ambiente libertario infiltrarsi è semplice, in una pratica di lotta organizzata (anche violenta) come quella del Black-Bloc, dove si accede semplicemente coprendosi il viso e partecipando alla pratica stessa, chiunque può provocare e mescolarsi, senza timore di essere riconosciuto come corpo estraneo. Questo è un limite oggettivo di quella forma di lotta, non una giustificazione para-complottista sull’operato del blocconero: se ti rendi permeabile ad infiltrazioni e giochi a fare la guerra, probabilmente verrai infiltrato dai tuoi nemici. Non ci vuole Sun-Tzu per capirlo.

Tale vulnerabilità al mimetismo dell’avversario e soprattutto la distanza da ogni apparato di potere, anche di opposizione, è stata ampiamente sfruttata contro gli anarchici nella storia non soltanto italiana. Nessuna bomba stragista è stata messa in Italia da anarchici tra il 1969 e l’ 1984 (periodo della Strategia della tensione), eppure ogni strage dinamitarda è stata inizialmente ad essi attribuita, per poi scoprire puntualmente matrici di destra e coperture di stato (o forse viceversa). C’è sempre una “pista anarchica”, fateci caso. In tutto ciò (fa notare di nuovo Celestini) l’ultimo grave attentato politico accertato a carico di un anarchico è l’uccisione di Re Umberto I di Savoia ad opera di Gaetano Bresci. Avvenuta aggiungo io, centododici anni fa (112).

Errico Malatesta

Attenzione, non sto dicendo che non esistano anarchici violenti o criminali, sto dicendo che qualunque violento e qualunque criminale può rivendicarsi anarchico senza timore di smentita e che, peggio ancora, si possono sempre accusare gli anarchici senza che la stampa insorga indignata chiedendo “come vi permettete?”, “di quali prove decisive disponete per accusarli?”. Spero di essermi spiegato.

La cosa più simile a una “porta dove bussare” per parlare con gli anarchici, con alcuni anarchici a dire la verità, quelli in continuità con la tradizione anarchica più antica, sono le sedi e i circoli della FAI, Federazione Anarchica Italiana. Attenzione, tornate alla riga precedente e leggete bene, Federazione Anarchica Italiana. In continuità con l’anarchico degli anni ‘20 Errico Malatesta che a suo tempo la fondò, pubblicano ancora la rivista Umanità Nova (un’altra rivista di mia conoscenza è “A” cui era vicino Fabrizio De André). Rifiutano la violenza come strumento di lotta politica.

Dal 2003 in Italia tutta una serie di attentati più o meno intimidatori, alcune lettere bomba che hanno implicato il ferimento grave di diverse persone sono state rivendicate da un’altra F.A.I., la Federazione Anarchica Informale fino ad allora mai sentita.

Umanità Nova, rivista anarchica fondata da malatesta

I terroristi con poca immaginazione (come fa notare anche Celestini), hanno scelto un nome fatto apposta per fare confusione. In nove anni di attentati rivendicati non ne hanno mai preso uno, quindi non dispongono di confessioni, di dissociati o di rei colti in flagranza. Non c’è un nome ad oggi, che possa essere associato a questa organizzazione dopo tutto questo tempo, non sono stati scoperti covi né depositi di armi. Con la gravissima gambizzazione di Adinolfi è arrivata l’ultima rivendicazione degli Informali, rivendicazione presa per buona dai media cui ne è seguita un’altra piuttosto dubbia che dichiarava di voler prendere di mira Monti ed Equitalia, in aperta contraddizione con quanto dichiarato dagli stessi informali in un altro volantino (come fa notare tra gli altri Mentana).

 

La sensazione è che in assenza di imputati, retate e processi aperti, le informazioni su questa organizzazione possano provenire prevalentemente dalle informative dei servizi, basta leggere la fonte citata negli articoli. Proprio ieri è stato lanciato un nuovo allarme da un “capo dell’intelligence”, che prevedeva un’escalation di nuovi attentati della FAI, elencando con una certa precisione i prossimi obbiettivi, quindi sanno quando colpiranno (tra poco) e sanno dove colpiranno (Finmeccanica e obbiettivi greci in Italia, sic), ma non sanno chi sono.

Ci auguriamo che chi ha sparato ad Adinolfi venga preso e finisca in carcere al più presto, anarchico o non anarchico che sia. Non me ne frega nemmeno nulla di vedere a tutti i costi un complotto dietro una sigla, è anzi possibile che dietro di essa ci siano criminali in carne e ossa ideologicamente convinti di essere prosecutori e interpreti del pensiero e della lotta anarchica. Però bisogna ricordare le pagine nere, pretendere e cercare di fare chiarezza, a cominciare dalle sigle, perché questa fase politica e sociale è già abbastanza critica e confusa.

E in Italia nella confusione, sguazzano i pesci più pericolosi.