Riscaldamento globale, Agenda-setting e morale di lungo termine.

Orizzonte temporale della minaccia.
Una delle caratteristiche del sistema attuale è la scarsa lungimiranza delle forze dominanti che lo compongono: politiche, economiche e mediatiche.  L’economia reale ragiona su un orizzonte di pochi anni per il ritorno degli investimeti, la finanza su tempi molto inferiori: l’unità di misura temporale dei risultati finanziari delle aziende è il quarter, tre mesi. “
Nel lungo termine siamo tutti morti” diceva Keynes , ed aveva ragione, quando si riferiva al mercato azionario. La proposta e l’azione politica hanno anch’esse un orizzonte di breve termine, tipicamente quattro cinque anni nelle democrazie occidentali. I media ragionano soltanto sul brevissimo termine tanto che non è un paradosso dire che una notizia sui media tradizionali è già vecchia il giorno dopo, mentre l’obsolescenza si riduce poi a poche ore nel caso di Internet.  Nella realtà pero’ esistono problemi che impongono che li si affronti nell’immediato anche se la loro minaccia si concretizzerà sul lungo termine. Nel caso del Global Warming  ad esempio, l’orizzonte demporale della minaccia è quello della vita di un uomo o al piu’ di qualche generazione per gli ottimisti: nessuna delle componenti dominanti del nostro sistema prende decisioni tenendo conto di un tempo così lungo.

Come far si che un problema  finisca sul tavolo dell’azione politica?
Il post precedente mi ha fatto tornare in mente la teoria dell’ Agenda-setting (McCombs,Shaw ’72). Secondo questa teoria  i media non sono in grado di far decidere alla gente per quale partito o candidato votare, ma possono fare qualcosa di potenzialmente piu’ importante e cioè determinare l’ordine di priorità dei problemi all’attenzione dell’opinione pubblica(*). Seguendo questo schema in una teorica contrapposizione destra-sinistra essi sono in grado di concentrare l’attenzione su temi cari all’una o all’altra parte, facendo “sentire” all’elettore moderato o indeciso che i tempi richiedono che ci si occupi di questa o quella questione con maggiore urgenza. Se ad esempio la TV e i giornali cominciano a parlare insistentemente del dilagare dell’immigrazione clandestina, uno schieramento di destra tenderà a beneficiarne avendo in genere per ragioni storico-ideologiche piu’ a cuore il problema, che verrà presentato costantemente ai potenziali elettori come un’urgenza imprescindibile.  Simmetricamente potrebbe avvenire lo stesso per una generica sinistra socialista (et similia) se l’enfasi fosse posta sul calo del potere d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti.  E’ possibile dunque che qualora si volesse ottenere una risposta politica ai problema del riscaldamento globale gli organi meno indicati su cui fare pressione sarebbero proprio i partiti politici: molto piu’ efficace potrebbe rivelarsi premere affinchè siano i media a parlarne per poi aspettare che i due schieramenti corrano dietro, in vista delle elezioni, all’ultimo modello di elettore ecologicamente sensibilizzato. Si lo so’ come processo è contorto, se non addirittura perverso, ma è l’intero sistema (oclo)democratico ad esserlo.

Un collega di ritorno dagli USA mi raccontava di aver visto Al Gore presentare il suo film in un numero spaventoso di trasmissioni televisive (Letterman, Leno etc…). Come in un rapporto causa-effetto a stretto giro di posta qualche giorno fa (alle tre di notte, insonnia…) ho visto con questi occhi George W.Bush fare di fronte al congresso discorsi degni di un militante di Greenpeace. Proprio lui, il texano ammanicato coi petrolieri, nel suo penultimo discorso sullo stato dell’Unione prometteva pubblicamente di affrontare con massimo impegno il problema del riscaldamento globale, puntando sulle nuove tecnologie e su una minore dipendenza dell’economia USA dal petrolio, il 20% in meno invece che in piu’ nei prossimi dieci anni.

Controllo dei media.
Certo, bisogna poi che l’azione dei governi sia conforme con le promesse elettorali,  purtroppo però per questo le teorie sociologiche non servono. Allo stesso modo c’è il rischio (in molti casi la certezza ) che i media siano controllati dal potere politico e delle lobby ad esso collegate e quindi l’agenda subisca un’influenza dall’alto, un push, che spesso chiude il cerchio. Il punto pero’ è che se si vuole far entrare un tema
nell’agenda politica, indipendentemente che esso provenga da un push dall’alto o da un’esigenza reale della popolazione,  la porta d’ingresso (per stretta che possa essere) è sempre mediatica. Così i media recepiscono il tema del global warming e lo scaldano (ops!) e la politica si sbriga a metterlo in agenda (**) prevedendo l’onda elettorale che seguirà quella mediatica.

Il lungo termine.
Tutto cio’ avviene ormai in tempi brevissimi ed ogni schieramento politico cerca di giocare d’anticipo guadagnandosi un vantaggio elettorale nell’immediato, il quale si tradurrà in un equivalente vantaggio economico per i propri finanziatori appena raggiunte le sacre poltrone.  In questa rincorsa vediamo intervallare problemi veri, tipo il riscaldamento globale appunto, che in genere nascono da esigenze della società o da allarmi della comunità scentifica, ad  argomenti moda che tengono occupati  giornali e  TG in un ciclo infinito di finte polemiche e ridicoli dibattiti. Gli argomenti moda in genere nascono nelle segreterie di partito, nelle redazioni dei giornali e nei board aziendali.
Se gli argomenti legati a problemi reali, divulgati cioè dai media ma nati da cambiamenti della società che né i media né la politica controllano, né spesso conoscono, finiscono nella centrifuga delle informazione usa e getta cosa succede?
Succede che essendo essi appunto reali e non virtuali,  abbandonati al proprio decorso degenerativo prima o poi esplodono e creano catastrofi sul lungo termine, l’unico di cui non frega nulla a nessuno.

Ma sul lungo termine anche la morale comune cambia.

Sul lungo termine, cio’ che è concesso diventa deprecabile e cio’ che è abominevole diventa concesso.

Sul lungo termine, uccidere un uomo perchè inquina sarà considerato giusto e doveroso.

Sul lungo termine, davanti alla scarsità di risorse, selezionare i piu’ giovani e resistenti a scapito dei piu’ vecchi e deboli sarà drammaticamente accettato.

Sul lungo termine i figli sputeranno in faccia ai padri per averli costretti a vivere in un mondo che sarà ormai invivibile e, siccome ha mangiato troppo da giovane, al vecchio non andrà la carne piu’ tenera adatta ai suoi pochi denti, ma l’osso: dovesse morire di fame.

Sul lungo termine quel vecchio siamo noi.


(*)Ad esempio Mediaset non convince le persone a votare per Berlusconi: fa si che si parli di lui e che le sue invettive/proposte siano contiunamente sotto i riflettori, indipendentemente dalla fondatezza o dall’urgenza che realmente hanno.
(**)Mentre scrivo Blair si è appena accodato al suo collega-compare.

L’apocalisse secondo Al Gore.

A vedere “an inconvenient Truth” di Al Gore con noi doveva venirci anche JoeChip, ma la stanchezza per un lungo viaggio in auto di ritorno  dalle terre di Aurocastro e forse l’assenza di una monetina da infilare nella serratura della porta di casa, ci hanno privato della sua gradita presenza. Quando poi mi ha chiesto “che ne pensi del film?” ho detto che gli avrei risposto a mezzo blog, eccolo.
Il documentario è la trasposizione cinematografica delle conferenze tenute
negli ultimi anni dallo stesso Gore  sui pericoli del riscaldamento globale, del quale pare si occupi fin dai tempi del college,  riprese dal regista Davis Guggenheim e integrate con immagini sul tema girate in giro per il mondo. Il linguaggio del film ne risulta a metà tra la conferenza di divulgazione scentifica e il marketing elettorale. Ci sono la  battuta iniziale per rompere il ghiaccio, le gag per evitare che il pubblico si annoi e le slide pirotecniche. Ci sono i riferimenti alla vita privata di Gore, la stucchevole retorica dei momenti duri che ha attraversato e di come li abbia superati uscendone piu’ forte e determinato a lanciare il suo messaggio salvifico.  C’è Al Gore che scruta preoccupato l’orizzonte dalla finestra del suo ufficio cercando una via di uscita per i suoi e i nostri figli mentre, ignaro, il mondo corre verso la catastrofe.  Intendiamoci questa è soltanto la confezione, o meglio la crosta, per un film che ha come obbiettivo quello di sensibilizzare un pubblico inizialmente continentale  e potenzialmente globale. Per veicolare i contenuti del film Gore e Guggenheim cercano di creare empatia con un pubblico piu’ vasto ed eterogeneo possibile e lo fanno con gli strumenti che gli sono noti a tali fini.  Personalmente malsopporto questo tipo di linguaggio e preferisco mille volte il taglio divertente ed originale di Bowling a Columbine (Farenheight 9/11 ha invece difetti simili) o The Corporation, ma “an Inconvenient Truth” ha obbiettivi dichiaratamente diversi.
Detto questo, ci sono i contenuti.
Ultimamente si è sentito dire di tutto sull’argomento global warming dalla futura desertificazione “marziana” del globo fino al’inizio di una nuova era glaciale. Probabilmente la verità è che nessuno sa cosa avverrà esattamente se non si invertirà la tendenza, il sistema della biosfera è estremamente complesso ed è difficile costruire un modello affidabile per un fenomeno di queste dimensioni per di piu’ mai osservato prima d’ora. Pero’ questo film fissa alcuni punti in maniera apparentemente incontrovertibilmente, e questo è un grande merito:

1) il riscaldamento globale è in atto e su questo la comunità scentifica è unanime.
2) il rapporto tra l’aumento delle emissioni e tale riscaldamento mostra tutte le evidenze di un rapporto diretto di causa effetto.
3) l’accelerazione con cui tutto questo sta avvenendo mostra le caratteristiche di una curva esponenziale.
4) alcuni pericoli correlati a questo processo, segnalati dalla comunità scentifica e  genericamente evocati dai media fino a qualche tempo fa, si stanno verificando e se ne hanno le prove.

Lo scioglimento dei ghiacciai polari  e il prosciugamento dei laghi all’avanzare della desertificazione sono già in corso e hanno cambiato in vent’anni le carte geografiche come mai era avvenuto prima. Non è un pericolo generico, non è un ‘ipotesi: ci sono le foto, le riprese (molte di tragica bellezza sono contenute proprio in questo film), si possono confrontare gli atlanti si puo’, avendone i mezzi, andare a verificare coi propri occhi. Se l’esame di questo problema  non è la priorità numero uno dell’umanità in questo momento, foss’anche per smentirne i dati, ben venga il documentario di Al Gore col suo linguaggio a tratti un po’ mieloso e le sue ricostruzioni in Computer Graphics del WTC memorial inondato per evocare al popolo americano un secondo 9/11 di provenienza naturale (sic!). Mi turo il naso e consiglio il film, linko il sito e faccio mea culpa se ho preso per il culo il taxista leninista quando fa la raccolta differenziata, ben sapendo che poi il comune butta tutto nella stessa discarica.

Probabilmente i 27 gradi della  scorsa settimana a Torino, il fatto che un uragano tropicale si sia abbattuto sulla Baviera e l’assenza della neve nelle immagini che arrivano dalla Piazza Rossa in gennaio non saranno i segni dell’arrivo dell’Apocalisse, ma è pur vero che qualora arrivasse da qualche parte dovrà pur cominciare.

Il Messaggero, Vicenza e i dinosauri.

Stampa attualità e modernità.
Ieri mattina al bar mi sono ritrovato per le mani il Messaggero, che dava largo spazio alla vicenda dell’allargamento della base USA di Vicenza a cominciare dal fondo di prima pagina. Il fondo per parlare delle protesta evocava il ’68 che in Italia è durato dieci anni (per certi versi è vero per certi altri non ci è mai arrivato), gli anni di piombo, la violenza politica e il terrorismo. Il giornalista li evocava per dire che non c’entrano niente con la situazione attuale, per carità.  L’accostamento semantico pero’ non è casuale, è una scelta precisa.  Per commentare la strettissima attualità perchè evocare cio’ che di negativo è avvenuto trent’anni fa, se si sta sostenendo che e non c’è attinenza? La ridondanza è funzionale a dare  una percezione  negativa al lettore, che si sentirà minacciato, senza che il giornalista si sia esposto affermando esplicitamente paralleli insostenibili. Questo in comunicazione è un trucchetto sporco piuttosto diffuso.
Si poteva evocare per analogia con le manifestazioni le battaglie per aborto e divorzio, non c’entrava un cazzo comunque, ma l’effetto psicologico sul lettore sarebbe stato dialmetralmente opposto.

Indispettito, sono andato a cercarmi gli approfondimenti nelle pagine centrali dove, prendendo spunto da Vicenza, si pretendeva di fare un’analisi (in realtà pareva piu’ una requisitoria) sui movimenti di protesta delle varie comunità locali contro le fondamentali opere del governo e dei suoi alleati.

Il titolo a  centro pagina parlava di un’Italia antimoderna e localista, che in qualche modo si opporrebbe al progresso in difesa di interessi di condominio. Come esempi della vocazione antimodernista la grafica di centro pagina evidenziava tra le altre proteste: la TAV, le manifestazioni  contro le centrali a carbone dell’Enel e quelle contro il muro antispaccio di Padova. Proteste come queste per il Messaggero denotano un’Italia che si aggrappa al passato e ha paura del futuro.  Ho qualche dubbio sia sull’accusa di antimodernità che su quella di localismo, provo ad esporli.

Carbonia 2007.
Per quanto riguarda la nuova centrale dell’ENEL a carbone secondo il quotidiano romano sarebbe il futuro. Il carbone? A me non risulta che le potenze piu’ avanzate tecnologicamente scatenino guerre per accaparrarsi riserve strategiche di carbone,  avveniva forse  nell’ottocento. Ne tantomeno che in scandinavia si stiano studiando piani per ridurre al minimo nei prossimi decenni l’incidenza del petrolio, per passare ad un  altro combustibile fossile che ha resa minore ed emissioni maggiori.  Questo perchè il carbone è un combustibile di cento anni fa… eppure si è antimoderni se non si vuole una centrale a carbone sottocasa. La città piu’ inquinata del mondo oggi è forse Pechino e indovinate cos’è produce quella nuvola gialla che ha fatto registrare un’impennata delle malattie respiratorie tra i cinesi della capitale?


TAV: veloce è bello.
Riguardo alla TAV invece il concetto che una tecnologia di trasporto sia migliore soltanto perchè va un po’ piu’ veloce del modello precedente è una visione dei primi del novecento. Venghino signori e signore la macchina d’acciaio tocca i 100 kilometri all’ora! Venghino signore e signori a farsi un giro sul mezzo del futuro!
Il punto è che agli inzi del novecento l’industrailizzazione era cominciata  soltanto negli Stati Uniti e nel nordeuropa ed anche lì era in età piuttosto acerba. Giusto per citare qualche esempio l’Italia, la Spagna e  la Russia   erano economie agricole, terzo mondo diremmo oggi. All’epoca le infrastrutture non esistevano,  lo smog c’era soltanto a Londra (a causa del carbone…) e i mezzi di trasporto viaggiavano davvero lentamente. Lo so’ che svegliare la redazione del Messaggero dal suo sonno futurista potrà sembrare impietoso, ma nel 2007 dove le mele che mangiamo arrivano dalla Cina e resistono una settimana fuori dal frigorifero e i Giapponesi fanno il Sushi coi tonni pescati a Trapani, la velocità dei treni non è piu’ un fattore critico del ciclo economico.  Una tecnologia d’avanguardia, cioè che risolva i problemi di oggi e non quelli di cent’anni fa, ha altre caratteristiche: consuma poco, è a basso impatto ambientale, non devasta il paesaggio, è sicura e permette investimenti che possano rientrare in tempi ragionevoli.  L’ultima vera innovazione, in ambito civile, che puntasse tutto sulla velocità è del 1970 e si chiama Concorde. Ne hanno prodotti soltanto dodici e uno si è pure schiantato da solo. Ora gli undici rimasti sono in dismissione e nessuno sembra intenzionato ad investire su un Concorde 2.

Il muro.
Le persone di Padova che conosco mi hanno confermato che il problema che ha portato all’innalzamento del muro c’era ed era grave, o almeno così era percepito dalla popolazione. Io non vivo lì e non voglio entrare nel merito, non conosco soluzioni alternative di facile realizzazione, che non comportino  cioè un  piano di medio termine  per il recupero delle aree  disagiate a cominciare dalle condizioni socioeconomiche (che poi è facile a dirsi…).  Mi sta pure bene il muro… tanto non ci vivo io a via Anelli. Pero’ l’idea di risolvere un problema di convivenza urbana o piu’ in generale di  criminalità attraverso l’innalzamento di muri che cingano interi quartieri ha inizio nel 1400 circa, tramite la costituzione dei ghetti. Ripeto fate come cazzo vi pare, ma non mi dite che chi si è opposto  stava osteggiando  una soluzione moderna del problema: si oppone ad un provvedimento medioevale. Magari necessario, ma medioevale.

La base di Vicenza.

Cosa c’entri poi con la modernità l’ampliamento di una base USA sul nostro territorio è incomprensibile. Il territorio delle basi USA smette di essere territorio italiano tanto che oltre a essere  inaccessibile a chiunque non è neppure dato sapere  cosa ci sia dentro (Aviano e Maddalena).  Nell’interesse di chi si chiede ai Vicentini di cedere parte del proprio territorio alla base di una potenza alleata che ha registrato nel recente passato uno sconfortante tasso di incidenti  (Cernis, Maddalena, Vicenza stessa), per di piu’ impuniti? Capisco che il governo debba render conto di impegni presi in precedenza, ma questo è un problema dell’esecutivo non dei vicentini, che ora si pretende marcino uniti e compatti per la causa atlantica. Anche questo è il futuro babe, ed è sempre uguale da sessant’anni a questa parte. 
Localismo egoista e paralisi della democrazia.
La tesi dell’antimodernità implode su stessa, resta quella sul localismo.
Dire che i vicentini sono localisti non vuol dire un cazzo  a parte forse che somo pronti a battersi per il sacrosanto diritto di essere interpellati prima che qualcuno decida di cambiare la geografia del posto dove crescono i loro figli. Il problema non è il localismo,  è che c’è sempre qualcuno che cerca di pisciarti sulla porta di casa per interessi a te estranei. Quello che sta succedendo è che  quando un governo ( per interessi propri,  di  una multinazionale o della USA army), viene a raccontare che un’opera è necessaria e s’ha dda fà perchè è sicura, pulita, conveniente e porterà progresso e sviluppo, la gente semplicemente non ci crede. Chissà come se la sono guadagnata tutta questa sfiducia lassù ai piani alti? Questo Il Messaggero non lo spiega.

Se qualche comunità in giro per l’Italia sta pensando di delegare un po’ meno al mondo politico (da Acerra alla Val di Susa), secondo un modello di democrazia e di federalismo piu’ partecipativo e consapevole,  c’è da stappare bottiglie vista la storia delle opere pubbliche in Italia. Una popolazione attenta che non si limita a votare tra due quasi-alternative ogni cinque anni e decide di prendere parte ai processi decisionali che la riguardano piu’ da vicino, rappresenta  un progresso della democrazia e non la sua paralisi. Anche la democrazia evolve,  sono proprio il dinamismo e l’apertura al cambiamento a costituirne storicamente un elemento vincente.

Per quel che ne so’ invece di entrare nel merito delle singole questioni al Messaggero possono continuare a sparare titoli in linea col livello rasoterra di molta stampa italiana, conditi con brillanti analisi che non analizzano nulla. Se però davvero  vogliono dare la caccia ai dinosauri gli consiglio di andarli a cercare a palazzo, tra le cariatidi del dirigismo mafioso, politico ed economico. Non dico neppure che smettero’ di comprarlo, perchè non ho mai cominciato.

Resta buono per poggiarci sopra il cappuccino.

Ustica.

  • Cinzia Andres
  • Luigi Andres
  • Francesco Baiamonte
  • Paola Bonati
  • Alberto Bonfietti
  • Alberto Bosco
  • Maria Vincenza Calderone
  • Giuseppe Cammarota
  • Arnaldo Campanini
  • Antonio Candia
  • Antonella Cappellini
  • Giovanni Cerami
  • Maria Grazia Croce
  • Francesca D’Alfonso
  • Salvatore D’Alfonso
  • Sebastiano D’Alfonso
  • Michele Davì
  • Giuseppe Calogero De Ciccio
  • Rosa De Dominicis
  • Elvira De Lisi
  • Francesco Di Natale
  • Antonella Diodato
  • Giuseppe Diodato
  • Vincenzo Diodato
  • Giacomo Filippi
  • Enzo Fontana
  • Vito Fontana
  • Carmela Fullone
  • Rosario Fullone
  • Vito Gallo
  • Domenico Gatti
  • Guelfo Gherardi
  • Antonino Greco
  • Berta Gruber
  • Andrea Guarano
  • Vincenzo Guardi
  • Giacomo Guerino
  • Graziella Guerra
  • Rita Guzzo
  • Giuseppe Lachina
  • Gaetano La Rocca
  • Paolo Licata
  • Maria Rosaria Liotta
  • Francesca Lupo
  • Giovanna Lupo
  • Giuseppe Manitta
  • Claudio Marchese
  • Daniela Marfisi
  • Tiziana Marfisi
  • Erica Mazzel
  • Rita Mazzel
  • Maria Assunta Mignani
  • Annino Molteni
  • Paolo Morici
  • Guglielmo Norritto
  • Lorenzo Ongari
  • Paola Papi
  • Alessandra Parisi
  • Carlo Parrinello
  • Francesca Parrinello
  • Anna Paola Pellicciani
  • Antonella Pinocchio
  • Giovanni Pinocchio
  • Gaetano Prestileo
  • Andrea Reina
  • Giulia Reina
  • Costanzo Ronchini
  • Marianna Siracusa
  • Maria Elena Speciale
  • Giuliana Superchi
  • Antonio Torres
  • Giulia Maria Concetta Tripliciano
  • Pierpaolo Ugolini
  • Daniela Valentini
  • Giuseppe Valenza
  • Massimo Venturi
  • Marco Volanti
  • Maria Volpe
  • Alessandro Zanetti
  • Emanuele Zanetti
  • Nicola Zanetti

81 morti, nessun colpevole.

Valisystem all’italiana.

Gli extraterrestri sono già tra noi da parecchio tempo. Non temete, si tratta di una razza pacifica e tecnologicamente molto evoluta ed hanno ottime intenzioni nei nostri confronti. Finora hanno sempre evitato di palesarsi perchè credono molto nel libero arbitrio dei popoli e ritengono sbagliato intervenire negli affari interni di altre specie, soprattutto se meno evolute (in sostanza prima direttiva cui doveva attenersi la confederazione interstellare di Star Trek). Tuttavia recentemente hanno deciso che tra il 2008 e il 2012 (tra l’altro anno dell’inizio della quinta era secondo i Maya) interverrano  per salvarci dall’autodistruzione poichè, valutano, siamo vicinissimi al punto di non ritorno. Insomma, una ficata.

A sostenere questa tesi essendo in contatto costante con loro pare sia  Marco Columbro, quello che dava la voce a Five il pupazzo dei programmi per bambini di Canale 5. Si lo so’, come fonte Columbro potrebbe non sembrare poi così attendibile… del resto ogni éra ha i profeti che si merita.

Personalmente poi, essendo stato bambino in quel periodo, ho subìto una programmazione celebrale da parte di Mediaset che mi porta a credere compulsivamente a qualunque cosa dicano i miei beniamini di allora.
Aspetto fiducioso l’arrivo degli omini verdi.

I nuovi mostri: Feltri burning rom.


Mentre per quelle che paiono tragiche fatalità ieri un’altra coppia di giovani Rom è morta per un incendio nel proprio campo, voglio approfittare per consegnare ai posteri qualche stralcio delle ultime uscite di Vittorio Feltri su Libero. Lo faccio tanto per dare seguito al post precedente e far notare che dietro ogni orda di corpulenti orchi distruttori c’è sempre qualche gracile e rinsecchito sputamerda da salotto che, pur avendo studiato e non potendo per costituzione e bon ton partecipare alle spedizioni punitive, ci tiene a gettare costantemente benzina sul fuoco. Eccolo a proposito dell’entrata della Romania nell’Unione Europea:

<<Carovane dei parenti di Dracula che hanno oltrepassato la fortezza Bastiani e puntano direttamente ai cassetti dei nostri armadi>>

per carità non gli toccate la robba a questo Mastro Don Gesualdo in versione bauscia… gli dovessero sparire i calzini dai cassetti che ci abbina poi alla cravatta verde che usa per fare i titoli? E a quella azzurra che veste durante i consigli di amministrazione?
E ancora da Libero con una tenue nota di allarmismo:

<<Settantamila zingari arriveranno a Milano soltanto nel 2007 dalla Romania e dalla Bulgaria>>

Settantamila zingari a Milano mi sembrano una stima avventata ma, in tal caso, speriamo puntino tutti dritti su casa sua.
Feltri tra l’altro è uno che non perde occasione per tuonare contro i cattivi maestri degli anni settanta, quei giovani intellettuali o presunti tali che contribuirono a fomentare la violenza durante gli anni di piombo. Premesso che non mi passa per la testa di difendere i vari Sofri, vorrei sapere come bisognerebbe definire invece lui qualora qualche testa rasata (il glande si sà è per sua natura glabro) prendesse per oro colato i suoi strali e decidesse di provocare qualche altro incidente.

Io ho vissuto 20 anni della mia vita a meno di un chilometro da un campo zingari e quando avevo sedici anni mi ritrovai la canna di una pistola puntata sulla faccia da due rom di poco piu’ giovani di me (corsi via talmente veloce da non sapere mai se si trattasse di un giocattolo o meno). Non  faccio fatica ad ammettere che la convivenza sia difficile e l’illegalità tra gli zingari piu’ che diffusa. Tuttavia mi piace di piu’citare le parole dell’ultimo De Andrè che ad un concerto ricordava che a questo popolo (che ha subìto l’Olocausto e se ne ha traccia grazie agli ebrei che indagarono gli orrori della Shoah per consegnarla alla memoria di tutti) vanno ascritti almeno due meriti che mai nessuno gli riconosce: quello di aver attraversato tutto il mondo senza armi e quello di non aver mai scatenato nessuna guerra.

A ognuno i suoi cattivi maestri.

 

Orchi e fascisti all’Opera.

Mi hanno molto infastidito di recente le incursioni pseudo-squadristiche dei sergentelli di alleanza nazionale al comune milanese di Opera dove hanno romanamente bruciato il campo di emergenza allestito  per accogliere un gruppo di Rom sfrattati.  Così come ho malsopportato  quei trogloditi vestiti  di verde  che sono andati  a protestare qualche mese  fa  davanti alla scuola islamica che stava per nascere a Milano. Come non chiamarli orchi viste le sembianze, il livello culturale e l’infamia di inscenare una manifestazione al grido di “niente scuole per terroristi” di fronte  a dei ragazzini delle medie? Ai giovani mussulmani sarà sembrata diretta personalmente contro di loro… e lo era. Gli orchi infatti, specialmente quelli di Pontida,  sono per natura istintivi e rozzi e se protestano lo fanno per qualche egoistico tornaconto o, come in questo caso, per umiliare qualcuno piu’ debole di loro. Non certo per difendere un principio generale. Gli orchi d’altro canto sono per la famiglia: quella ariana, celtico-lombarda e cattolica. Pura genìa padana. Da sempre grandi sostenitori delle scuole cattoliche quali sono, gli orchi lombardi si sono scagliati proprio contro  quella gente colpevole di essere islamica non contro le “scuole confessionali”  in generale e, assecondando la loro natura, lo hanno fatto nel modo piu’ spregevole.


Detto questo continuo ad augurarmi una scuola pubblica, laica e se possibile di impronta vagamente socialista.


Le squadracce della destra (verde o nera che sia) storicamente si rafforzano cavalcando il  malcontento verso i governi in carica, tipicamente nei periodi di declino della nazione, per inasprirlo e dirottarne una parte verso i loro bersagli di sempre: le minoranze etniche, religiose, sessuali, politiche. Il paese  è in evidente declino e questo governo genera piu’ malcontento che altro (il centrosinistra ringrazi questa destra grottesca senza la quale prenderebbe il 2%): quindi  occhi aperti che in tempi come questi i topi escono dalle fogne e portano la peste.

“Un bacillo a bastoncino, che ti entra nel cervello. Un batterio negativo, un bacillo a manganello”                                                                              “La Peste” G.Gaber