Crisi in QATAR: Notizie da Doha #2

Un mese di crisi.

La crisi del Qatar è aperta da quasi un mese, l’embargo è iniziato tra il 4 e il 5 di Giugno, da allora i paesi del Golfo e l’Egitto non hanno compiuto passi indietro. Il Qatar ha chiesto per giorni che fosse fornita una lista di condizioni ragionevoli da adempiere per avere in cambio  la revoca dell’embargo, punto di partenza  per iniziare una negoziazione. I Sauditi hanno risposto con un nuovo ultimatum, stavolta di dieci giorni, senza l’apertura di un tavolo negoziale ma con 13 condizioni da adempiere per mettere fine alle sanzioni.

Nel frattempo, in Arabia Saudita  il 20 Giugno Mohammed Bin Salman è diventato anche ufficialmente l’erede ufficiale al trono Saudita, a scapito del precedente erede Mohammed Bin Nayef, 25 anni più anziano e adesso messo disparte nella linea di successione. Mohammed Bin Salman è il Ministro della Difesa responsabile dell’attuale guerra allo Yemen, nella quale decine di migliaia di persone muoiono per le bombe e per le epidemie di colera. Il nuovo erede è  visto con ostilità dai qatarioti ed è considerato un  falco anche in questa crisi.

La nostra amicizia che lavora a Doha a metà giugno ci raccontava di come nell’emirato fosse stata annunciata una campagna di nazionalizzazione imposta dall’Emiro, in realtà più propriamente un piano di localizzazione delle produzioni, approvvigionamento, diversificazione e messa in sicurezza delle filiere. I prodotti  iniziano ad arrivare dalla Turchia, dall’India e dall’Europa, che sostituiscono in parte il commercio coi paesi limitrofi. Gli sceicchi proprietari delle catene di distribuzione dichiarano di voler comprare aziende agricole in Europa (anche in Italia), mentre 4000 vacche sono state importate dall’Australia per garantire la produzione locale di latte. Il Qatar fa in sostanza leva sulle proprie enormi risorse finanziarie,  sovrane e private, per limitare o annullare gli effetti del protrarsi dell’embargo.

Le vere ragioni della crisi.

170102ogjxsh-z02E’ fondamentale per comprendere le cause della crisi leggere le parole di un altro giovane di famiglia regnante, questa volta dell’emirato del Qatar, Sultan Al-Thani, in un’intervista riportata il 20 Giugno da Repubblica.

L’intervista è un capolavoro di arte diplomatica araba, in cui le risposte apparentemente distensive e aperte al dialogo, nascondono tutte un’allusione, una punta di veleno o una velata minaccia. Vista la situazione, un fondo di verità, se non altro sulla posizione qatariota in questa crisi (nella quale il Qatar è, ad oggi, paese aggredito). Riguardo alla vera ragione della crisi Al-Thani non ha dubbi, neppure esplora ipoteticamente altre opzioni: si tratta dei rapporti non ostili e in certi casi le partnership,  che il Qatar intrattiene con l’Iran, a causa dei pozzi di petrolio in comune e dei naturali rapporti diplomatici e commerciali tra le due sponde antistanti della stessa insenatura.

In sostanza, Al-Thani dice:

  • che riguardo al finanziamento dei terroristi (camuffati da ONG o meno) il Qatar si è attenuto ai vincoli imposti dal Ministero del Tesoro USA in materia, lasciando intendere che sono passati i fondi che gli USA, comune alleato e protagonista dello schieramento anti-sciita, volevano far passare.
  • riguardo alla chiusura di Al-Jazeera pretesa dai sauditi (richiesta effettivamente poi presente nell’ultimatum),  Al-Thani ha alluso al fatto che “quando i politici americani sono nell’area,  spesso guardano Al-Jazeera invece della CNN”. La frase non avrebbe senso di essere proferita se non per rimarcare che anche dal punto di vista della propaganda e dell’orientamento dei media, il Qatar e la sua TV internazionale sono fedeli alleati apprezzati dagli USA.
  •  Si rallegra di come il Segretario di Stato statunitense Tillerson abbia preso una posizione equidistante, stemperando l’escalation, e insieme ricorda ai sauditi (non ci vorrete mica invadere?) e agli stessi USA che ci sono 10000 soldati dello US Army sul territorio qatariota nella più grande base americana in Medio Oriente (Al Udeid).
  • Si lamenta della politica ondivaga statunitense, in particolare di Trump, e afferma che gli USA “parlano con molte voci”, affermazione interessante ma che aprirebbe un intero capitolo sui rapporti tra Pentagono, Casa Bianca e soprattutto le agenzie di intelligence.
  • Non evita infine di ricordare agli USA che il Qatar fu molto generoso durante l’uragano Kathrina (alludendo forse anche ai flussi di capitali tra i due paesi), e agli Emirati Arabi Uniti che un terzo del loro petrolio proviene da Doha e  una contro-sanzione potrebbe colpirli duramente.

La crisi del Qatar si inquadra adesso chiaramente in quel quadrante dell’attuale instabile Guerra Fredda che in Medio Oriente  vede gli Stati Uniti e i loro alleati regionali impegnati a spezzare l’alleanza tra Siria, Iran e Russia. Gli obbiettivi intermedi sono lo smembramento della Siria e l’annientamento dell’Iran cui non deve essere concesso lo status, che è già nei fatti, di potenza regionale. In questo scenario l’Isis e tutto il salafismo jihadista non sono che uno strumento coltivato in chiave principalmente anti-sciita, nel quadro più ampio della pressione globale della NATO sui suoi avversari strategici.

Teheran deve essere isolata, così come Mosca, meglio ancora che brucino come Damasco. Questa è la linea in Medio oriente e non può essere messa in discussione, neppure davanti all’interesse nazionale. O si va per le vie di fatto anche con gli alleati.

Il Qatar stavolta è finito nel mezzo, un alleato fedele del fronte sunnita che non può, a causa di interessi economici vitali, permettersi una rottura totale dei rapporti col paese col quale spartisce i pozzi del Golfo Persico: bevono con due cannucce dalla stessa coppa.

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