Il grande vecchio, la crisi del petrolio, la Dissezione Geopolitica Globale e le nutrie di Villa Pamphili.

Ricordo con chiarezza l’epoca in cui gran parte degli italiani temevano che da un giorno all’altro i cosacchi sarebbero giunti ad abbeverare i propri cavalli a Fontana di Trevi. Ricordo anche l’epoca successiva, quella in cui Saddam Hussein era considerato il più cattivo del mondo per aver gasato il proprio stesso popolo. Oggi, ironia della dottrina Luttwack (ma più correttamente dovremmo forse dire dottrina Kissinger), il tizio che pochi mesi fa abbeverava i propri purosangue berberi nel laghetto di Villa Doria Pamphili, oggi bombarda il suo stesso popolo, paga mercenari stranieri provenienti dal Ciad per organizzarli in squadroni della morte contro gli oppositori e ci regala dichiarazioni che sopravviveranno indelebili  nell’albo storico delle farneticazioni dittatoriali, quali: “Chi non mi ama, non  merita di vivere”. Stando ai testi sacri, nemmeno le più terribili e vendicative divinità pre-cristiane proclamarono mai anatema più assoluto.

Questo è stato anche l’anno in cui Internet, forse lo strumento più anti-totalitario nella storia dell’umanità, ha dimostrato di poter influire sulla politica, sulla diplomazia e perfino sugli equilibri geopolitici. Non è un caso se Mubarak come prima misura durante gli scontri si fosse preoccupato di bloccare l’accesso al web e di spegnere la rete GSM, e che Gheddafi stia facendo (con alterni risultati) praticamente lo stesso. Le immagini della rivolta mai come oggi viaggiano sul Web, ed è lì che tira parte del vento che sta spazzando i paesi arabi uno ad uno. Grazie a i link periodicamente forniti da JoeCHIP si riesce in parte perfino a seguire lo sviluppo dei preparativi alla cyber-guerra, il reclutamento di eserciti e lo sviluppo delle prime armi. Per non menzionare, naturalmente, Wikileaks.

Gli USA

La nuova triangolazione diplomatica tra USA, Israele ed Egitto, resta ancora piuttosto oscura, ed in generale la sensazione è che nessuno si aspettasse un tale esito in tempi così rapidi e nessuno, di conseguenza, abbia un piano bello pronto per gestire questa eventualità. Mi limito a registrare un articolo del Ilsole24ore, in cui si individua il grande vecchio delle rivoluzioni colorate di pochi anni fa  e l’attuale vento rivoluzionario che batte il deserto, in un vero vecchio di 83 anni, tale Gene Sharp. Pare che gli scritti di questo signore di Boston (Prion forse può andarci a prendere il thè alla University of Massachusset dove è professore emerito), soltanto in piccola  irreperibile parte  tradotti in italiano, siano stati opportunamente veicolati (accompagnati da lauti finanziamenti) a tutte le opposizioni ai regimi dittatoriali dalla Serbia (2000) in poi. In particolare il suo From Dictatorship to Democracy, un manuale pratico per la rivoluzione democratica non violenta, sembra essere alla base di tutte le rivoluzioni (arancioni, verdi, delle rose e ora color sabbia), con il fiancheggiamento di strutture finanziate e addestrate e perfino il coinvolgimento del cash-Flow di George Soros. Non so quanto questo corrisponda al vero e quanto anche i media ufficiali si stiano facendo prendere la mano se non dalla teoria del complotto, per lo meno da quella della regia unica, ma se così fosse il professor Gene Sharp meriterebbe di certo il titolo di pensatore più influente degli ultimi cinquant’anni, con buona pace di Leo Strauss, Brzezinski, Chomsky o chi volete voi. Se questo è vero, ed è vero fin dal 2000, gli Stati Uniti hanno dunque lavorato su un doppio binario in cui lo scontro di civiltà era affiancato da una strategia più sottile, lenta, incruenta e alla lunga efficace. Talmente lenta ed efficace che, veicolata dalla rete, potrebbe perfino essere scappata (positivamente) di mano, sbaragliando dittatori amici o comunque cconsiderati comodi per ragioni di business e di stabilità.

In generale, reale o esagerato il ruolo che si vuole riferire a Sharp,  a me non sembra comunque che le rivolte arabe di oggi abbiano molto a che fare con quelle che fino a ieri infiammavano l’Europa dell’Est e l’Iran. Almeno sui fatti recenti, non credo alla regia USA, né proveniente dagli ambienti politico-militari né da quelli economico-finanziari.

Il medio oriente e il petrolio

Resto convinto che il tappo sia saltato definitivamente in Egitto, se può succedere sulle sponde del Nilo può succedere ovunque, e che le conseguenze e la portata storica di quanto sta succedendo sia paragonabile soltanto ai moti rivoluzionari europei del 1848, più ancora che al 1989 che ha invece caratteristiche per molti versi irripetibili, sperando che non facciano la stessa fine. Parliamo di una estensione geografica che va dall’Atlantico al Golfo Persico, più di mezzo miliardo  di persone potenzialmente interessate (volendo escludere paesi islamici ma non arabi come l’Indonesia e il Pakistan), decine di paesi che con  intensità diverse fronteggiano il dissenso. Dal blog di Stefano Bassi, ilGrandeBluff , prendiamo invece il seguente filmato e l’analisi presentata su quello che potrebbe aspettarci da qui a poco tempo. Le immagini, agghiaccianti, provengono dal Bahrain:

Secondo gli analisti, scrive e traduce per noi Bassi, il Bahrain, isola-Stato di appena 1.2 milioni di persone, rischia di essere la miccia per il Nightmare Scenario. Secondo questa ipotesi le proteste prevalentemente sciite nel piccolo Stato orfano del GP di Formula uno e, cosa ben più grave, di alcuni manifestanti già massacrati in mezzo alla strada, potrebbe risvegliare le minoranze sciite dell’Arabia Saudita, situate in alcune delle zone più ricche di petrolio, del paese in assoluto più ricco al mondo di oro nero: percentuali a due zeri della produzione mondiale. Se il 2% di produzione Libica è già stato rimpiazzato (almeno stando alle dichiarzioni) proprio dai Sauditi e ciò nonostante il greggio viaggia spedito oltre i cento dollari, un ammanco significativo nella produzione della penisola arabica (di cui fa parte anche lo Yemen già interessato dalle rivolte), non potrebbe essere rimpiazzato da nessuno. Lo scenario prevede, sempre stando agli analisti, l’oro nero a 200 dollari e l’incubo di una ripresa occidentale schiantata di colpo, una nuova recessione e la rpossibile esa dei conti finale nei nuovi assetti mondiali.

L’Europa.

Sempre per tentare di capirne qualcosa, consiglio di leggere i siti che traducono mensilmente il rapporto GEAB, del centro studi geo-politico indipendente Europe2020. Dopo aver previsto la crisi finanziaria, il suo perdurare ben oltre il 2010, la pressione sul debito sovrano e la nuova recessione britannica (-0,5 del PIL nel Q4 2010),  parlano ormai da quasi due anni di Dissezione Geopolitica Globale, un modo che suona tecnico e competente per descrivere ciò che sta accadendo. L’Europa dicevamo, che ha un piede nella Germania della crescita al 3,5% e della piena occupazione e uno nel potenziale default dei PIIGS. A questo proposito la scorsa settimana 16 miliardi di prestiti straordinari, ad interessi doppi rispetto al solito, sono stati chiesti alla BCE da banche europee tenute anonime: non succedeva dal 2009. Dopo alcune panzane sul Fat Finger (errore umano di digitazione) questa settimana  si è scoperto che a richiede i prestiti per non fallire erano state alcune banche irlandesi già nazionalizzate, mentre ora l’Irlanda chiede all’Europa di ristrutturare il debito (non pagarlo cioè interamente), pena un nuovo rischio di fallimento per lo Stato. Europa che, per quei pochi marziani che non l’avessero capito, è un cadavere politico cui nessun dottor Frankestein sembra in grado di dare una scossa.

Mentre dal televisore alle mie spalle il Presidente del consigkio tuona contro il comunismo (è anziano poveretto, vive nel passato), naturalmente il blog ne approfitta per solidarizzare anche con i coraggiosi resistenti Libici. A me intorno al laghetto di Villa Doria Pamphili, piace vedere accampate soltanto le nutrie.

Rivoluzioni d’Egitto.

A vedere cio’ che accade in Tunisia, parzialmente in Albania e soprattutto in Egitto, viene quasi da pensare che la voglia di libertà sia contagiosa. L’idea è rafforzata dal fatto che dopo le manifestazioni di giovedì nello Yemen sia stata convocata una “giornata della collera” contro l’attuale governo e che re Abd-Allah II di Giordania, con un atto previdente se non furbo, abbia  dato mandato al Primo Ministro di attuare immediatamente riforme liberali per il suo popolo. Viene anche da pensare che, per dirla con Fini (il giornalista non il politico), i popoli debbano filarsi da soli la propria storia e, forse, possono ottenere più con le proprie forze e la sana pratica della lotta popolare di emancipazione, che tramite i generosi bombardamenti del grande piano occidentale di  “democracy export”.

L’idea dei popoli che si sollevano per abbattere i tiranni è affascinante e senza tempo, ma volendo fornire un’ipotesi più realistica è senz’altro probabile che le ragioni del progresso sociale si stiano in realtà intrecciando con quelle della crisi, del pane e della pancia. La miscela è esplosiva e costituisce uno dei maggiori motori della storia e, personalmente, resto convinto che le rivoluzioni siano mosse praticamente sempre dalla necessità quasi mai da ideali, usati al più per offrire agli insorti una prospettiva politica, un fattore di mobilitazione e una nuova classe dirigente bella e pronta. Il cambiamento in corso, se non interverrà una prematura e brutale restaurazione, è di portata storica e potrebbe estendersi per i deserti orientali più velocemente di quanto pensiamo, basta ricordare le tensioni politiche interne all’Iran dello scorso anno.

Inoltre, la potenza mediatica delle immagini provenienti dal bacino del mediterraneo sta squarciando i drappi di quella che potremmo definire la dottrina Luttwak: “Ci sono dittatori che ostacolano il business e dittatori che non lo ostacolano, noi ci occupiamo dei primi e lasciamo perdere i secondi”. Si scopre così che Mubarak non è uno stinco di santo ma un autocrate e un despota, e Ben-Alì non soltanto è un dittatore, ma ce lo abbiamo anche messo noi italiani (il prezzo della stabilità…). Di questo passo perfino i Teocons di casa nostra notoriamente duri di comprendonio, già  orfani di Bush  e probabilemnte delusi dalla breve fiammata del Tea-Party, potrebbero accorgersi che la libia di Gheddafi è l’unico paese sovrano che abbia aperto il fuoco verso il territorio italiano dal 1945 e di come nell’Arabia Saudita degli amici Al-Saud la condizione della donna sia in realtà peggiore che in Afghanistan.

Ci sono tuttavia alcuni pericoli che vanno valutati e si inseriscono nel triangolo di relazioni tra USA, Israele e il mondo arabo. Dal Foglio  di Ferrara, giornale marcatamente filo atlantico e simpatizzante della causa israelana come il suo direttore, ci fanno sapere che il rischio in Egitto è che vadano al potere i Fratelli Mussulmani in un tardivo remake in salsa sunnita della rivoluzione islamica khomeinista. Tuttavia, se il leader dell’opposizione sarà davvero El-Baradei che,  malgrado il premio sia inflazionato da almeno trent’anni è pur sempre un Nobel per la pace ed un politico laico, il pericolo francamente non sembra all’orizzonte.

Però l’Egitto resta cruciale nella triangolazione di interessi.

Egitto significa una nazione di 80 milioni di persone a due passi dall’Europa terrorizzata dalle ondate migratorie, significa il miglior alleato tra i confinanti di Israele con la metà dei quali è formalmente in guerra o comunque non ha contatti diplomatici (quando ci sono stato è la prima cosa che ha spiegato la guida uscendo dal perimetro di Tel Aviv, almeno per quelli di noi che non lo sapevano). Egitto significa Gaza e la volontà o meno di finanziarne e armarne la resistenza, significa Canale di Suez, container e petroliere che vi transitano. Egitto significa un contagio ancora più esteso, perché un conto è dire che il grande cambiamento è possibile in una nazione di 8 milioni di abitanti come la Tunisia, un altro conto  è cio’ che sta succedendo al Cairo. Per i parametri del mondo arabo, se è possibile in Egitto è possibile ovunque, anche dove si produce più petrolio il cui prezzo sta schizzando di nuovo verso i 100 dollari.

Se la posizione pro-Mubarak è da darsi per scontata , dalla quale provengono probabilmente i malumori del Foglio, da parte di un Israelenon certo propenso a scambiare un alleato stabile e tutto sommato  accomodante in cambio di un terno al Lotto,  quella degli Stati Uniti mi lascia al momento abbastanza perplesso. I normali rapporti nella triangolazione vorrebbero gli USA allineati con gli alleati israeliani, preoccupati di non destabilizzare un’area in cui hanno qualche centinaia di migliaia di soldati variamente dislocati e di non perdere, in nome della real-politik, un buon alleato come il presidente egiziano. Eppure, sorprendentemente, non soltanto Obama sta effettuando una forte pressione mediatica a favore dei manifestanti e del cambiamento, ma addirittura Wikileaks racconta come gli USA finanziassero e supportassero da tempo gli oppositori del Raiss.

Delle due l’una: o con Obama (guerre ereditate a parte) davvero la politica estera degli USA sta cambiando a cominciare dai rapporti delicati con Israele o, il che è piuttosto probabile, c’è ancora qualcosa di importante che mi sfugge.

Nel frattempo mentre il vecchissimo (quella mummia Gheddafi potrebbe  quasi essergli figlio) volpone Mubarak, schiera in campo i propri sostenitori che subito vengono allo scontro con gli altri manifestanti, dividi et impera, questo blog ne approfitta per solidarizzare con la protesta degli egiziani. Non soltanto perchè sono convinto che un regime democratico sia comunque meglio del dittatorello di turno, ma piuttosto perché democrazia e libertà, come tutte le cose importanti, se conquistate con le proprie forze, valgono e doppio.