Morte di Pier Paolo Pasolini

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Il ristorante al Biondo Tevere è proprio sotto casa mia ma non ci sono mai andato. Pasolini ne era un cliente assiduo, spesso sedeva da solo e osservava gli altri avventori, leggeva o prendeva appunti. Certe sere invece si presentava con Moravia, Elsa Morante, altri scrittori o registi, oppure pagava la cena a intere tavolate formate da ragazzi di strada, gruppi di amici, l’intero cast di un film. Al ristorante lo conoscevano da anni, da quando veniva in Lambretta e si era appena trasferito con la madre da Casarsa, in Friuli. Si erano stabiliti in affitto a Cinecittà, lui non aveva nemmeno trent’anni, per sbarcare il lunario correggeva bozze, pubblicava qualche articolo, cercava comparsate al cinema e offriva lezioni private senza trovare allievi. Era il 1950 e nei venticinque anni successivi la sua opera si affermerà nella poesia, nella letteratura, nel cinema, nella cultura, scriverà inoltre critiche, articoli, opere teatrali, sceneggiature e canzoni, gireràdiversi documentari. La sera del 1 Novembre 1975, l’ultima, Pasolini torna nello stesso ristorante, è sabato, sono le undici e la cucina ha già chiuso. E’ accompagnato daun ragazzo magro e riccioluto rimasto a stomaco vuoto, per cortesia verso il regista il cuoco riaccende i fornelli e gli prepara un piatto di spaghetti.   Quella settimana Pasolini si era recato prima a Stoccolma con Ninetto Davoli, poi in Francia dove a Parigi il 31 ottobre aveva rilasciato la sua ultima intervista rispondendo a lungo su Salò e le 100 giornate di Sodoma. Il film sta per uscire, la lunga lavorazione e le indiscrezioni sulle scene di sesso, sadismo e violenza, hanno reso la pellicola misteriosa agli occhi dei francesi. Anni dopo Sergio Citti dirà che le pizze del film erano state rubate la settimana precedente, dirà anche che quella notte Pasolini aveva un appuntamento ad Acilia dove sperava di riscattare le pellicole dai ladri per trovare invece i suoi assassini,  che soltanto in un secondo momento lo trasportarono esanime all’idroscalo. Pochi i riscontri specifici su questa versione, forse soltanto una leggenda. A Parigi in quella sera di fine ottobre il film desta interesse, Pasolini ribadisce l’abiura della Trilogia della Vita, i suoi ultimi tre film sono un’ode al sesso, alla sensualità e all’estetica dei corpi, Salò è il gesto artistico che li rinnega e richiama la trasformazione dei giovani italiani di cui Pasolini denunciava ormai la deriva violenta e criminaloide che il nuovo potere consumistico stava causando. Pino Pelosi, detto La Rana, è uno di quei giovani, ha soltanto 17 anni, dopo cena lui e Pasolini vanno con l’Alfa GT fino all’idroscalo di Ostia. Ho abitato nei paraggi, correvo la sera in una spiaggia non distante, sapevo dove era il luogo in cui avvenne l’omicidio e il monumento che gli hanno dedicato, eppure non sono mai andato nemmeno lì. Non sono incline ai pellegrinaggi e commemoro gli scrittori leggendone le opere. All’idroscalo i due si appartano, hanno un approccio, poi il ragazzo si tira indietro, Pasolini va su tutte le furie e lo colpisce. Pino la Rana si difende, ha la meglio, scappa con l’auto e forse, mentre se ne va, passa sul corpo del poeta uccidendolo. La racconta così Pino a un compagno di cella nel carcere minorile di Casal Dei Marmi, dove l’hanno portato perché guidava l’Alfa GT senza patente. La storia però non funziona e lascia dubbi a tutti: Pino è alto appena 1.67m e pesa 59Kg, Pasolini è un uomo considerato forte, atletico, in vita sua ha fatto spesso a cazzotti. E poi nel bagagliaio dell’auto c’è roba d’altri, i particolari della colluttazione non tornano,la scena del crimine è abbandonata ase stessa e subito inquinata, c’è poco sangue su Pelosi e tropposul corpo massacrato di Pasolini. I legali d’ufficio lo dichiarano innocente e vengono subito sostituiti da Mangia, difensore dei mostri del Circeo,  e con lui il perito Semeraro, ordinovista implicato con la Banda della Magliana. Antonio Pinna, un altro vicino alla Banda, la mattina dopo gira per Monteverde cercando un carrozziere che gli ripari un’auto ammaccata e sporca di sangue, lo trova e qualche tempo dopo sparisce nel nulla. Pelosi nel 2005 dichiarerà che erano in cinque con lui, tra di essi i fratelli Borsellino, due criminali confluiti nell’estrema destra. Facevano un favore a qualcuno viene da pensare, perché il processo al potere che Pasolini aveva lanciato dalle pagine dei giornali, parlando apertamente di stragi, era oltre il consentito. Oppure era Petrolio, il romanzo indagine che Pasolini stava scrivendo sul ruolo di Cefis e dell’ENI nelle stragi, compreso l’omicidio Mattei, a non dover essere terminato e pubblicato. Ne verrà rubato un intero capitolo, Lampi sull’ENI. Erano le ultime parole di una voce sublime e morbosa, sensibile e tagliente, la cui scomparsa stiamo ancora pagando caro.

idroscalo

Da Pasolini a Maria De Filippi. (III e ultima parte)

Era il 1975 e per Pasolini il potere stava per cambiare faccia, per conquistare i ceti popolari spingendoli ad abbandonare l’antica cultura solidale. I democristiani ingessati avrebbero presto mostrato un volto permissivista, sarebbe arrivato il Craxismo, la TV commerciale (compresa la RAI) e la commercializzazione della società, l’unità di valori e aspirazioni tra ceti bassi e borghesia appiattiti sull’immaginario della seconda. La libertà sessuale falsificata, in un paese come il nostro dove oggi il sesso è esposto ovunque ma i rapporti interpersonali non appaiono  più facili né spontanei o, soltanto per fare un esempio che metta insieme l’immaginario pasoliniano e la cronaca di questi giorni, l’omofobia è tutt’ora profondamente radicata. I giovani e il potere nel 1975  stanno cambiando, il primo rapimento delle BR è del ’73, il rapimento Moro del ’78, Guido Rossa muore nel ’79 e l’ultima bomba di stato esploderà nei primi anni ’80.

Il 2 novembre del 1975 Pasolini viene ammazzato (prima del montaggio di Salò senza poter difendere il film dai suoi molti critici) eppure intuisce il cambiamento in atto in quel quinquennio che non vedrà e lancia scrivendo e filmando la sua ultima profezia.
Chiudo con una pseudo-allucinazione avuta qualche settimana fa incappando in venti minuti di Buona Domenica. Mi sono immaginato Pasolini catapulato nel mondo dei vivi sul divano di casa mia a guardare questa TV, senza aver sviluppato trent’anni di anticopri. Avrei voluto poter scrutare il suo volto sgomento, l’espressione   agghiacciata di chi ha gettato per venti minuti lo sguardo nell’abisso.
Nella prima parte di questo lungo post avevo usato la parola sottoproletariato, una parola che non mi piace e che pare non descrivere più nulla, legata ad un linguaggio obsoleto di cui non ho alcuna nostalgia, una parola che però era ancora viva nel ’75. Non che in Italia oggi non ci siano poveri, basta alzare il tappeto e se ne trovano in quantità, ma quell’espressione va oltre l’indigenza economica, abbraccia la sfera sociale e culturale.  Se ha senso ancora parlare di sottoproleariato oggi in Italia, è soprattutto di un  sottoproletariato culturale. Magari lo troverete con vestiti fashion a fare la fila davanti alla sala provini del GF, di Saranno Famosi, a dimagrire per somigliare a qualche stronza patinata o sdraiato sul divano a non perdersi una parola di quel nulla chiassoso che è Buona Domenica.

Buona Domenica e programmi del genere d’altro canto rappresentano una buona metafora dell’Italia: un salotto rissoso in cui si discute di tutto  e in cui nulla è mai messo veramente in discussione.

Nel 1975 Pasolini viene ammazzato  e stupisce vedere come lo spegnersi di una sola voce possa costare tanto caro ad un intero popolo.

Da Pasolini a Maria de Filippi. (II Parte)

La trilogia della vita dicevo, che ho trovato interessante per cercare di ricostruire il percorso di Pasolini ma che non potrei dire mi sia piaciuta. Troppo distante dai miei gusti, dal mio immaginario e dal tipo di cinema che ho imparato ad apprezzare e col quale sono cresciuto. Trovo  I racconti di Canterbury addirittura un film privo di qualità, mentre ho almeno apprezzato la fotografia e l’estetica de Il Decameron e del Il Fiore delle mille e una notte. La faccia dura di Franco Citti, ad esempio, riempie lo schermo fino quasi a marchiarlo, a renderlo convesso. A quel punto, ben sapendo a cosa andavo incontro, ho completato il cofanetto  vedendo Salò, quest’ultimo tratto da l’opera di De Sade. Salò è un film terribile e disgustoso, una tortura per il pubblico cui viene mostrato tutto ciò che, pur sapendo possibile, non vorrebbe mai vedere. Salò sembra avere l’unico scopo di rappresentare una frontiera per il cinema, come se Pasolini avesse percorso l’immaginario cinematografico fino a raggiungerne  i confini più sgradevoli e lì avesse piantato un bandierina. Oltre Salò sarà difficile andare, almeno artisticamente senza cioè finire nella pornografia o nel documentario sulla violenza. Dopo La Trilogia ode al sesso, alla sensualità e alla vita, un film di pura morte e dolore senza alcuna ruffianeria e senza che nulla venga risparmiato al pubblico pagante. Tutto qui? Forse no. Forse Salò parla in qualche modo anche della Terza Fase del Fascismo, quella nominata anche nelle Lettere Luterane. Il film è ambientato nel ’45 ed è legato al fascismo storico, ma della sua violenza sono complici tutte le componenti del potere,da quello militare a quello religioso. Componenti che non appartengono ad un epoca, ma attraversano la storia trasformandosi, per l’autore, per degenerazioni successive. Salò proietta e realizza la distruzione di ogni bellezza, la trasformazione dei corpi in oggetti ad uso e consumo del potere, la cessazione di ogni dimensione intima dell’essere umano, persino la comunicazione è soltanto volgarità, violenza e delazione. “Mi interessava vedere come agisce il potere dissociandosi dall’umanità e trasformandola in oggetto”, scrive Pasolini. Salò contiene già l’abiura della Trilogia della vita  in quanto la vitalità da lui esaltata nelle opere precedenti viene distrutta, corrotta e asservita al nuovo potere. Metafora complessa forse di quella trasformazione che egli leggeva nella gioventù italiana del ’75: alla fine del film ormai seviziati in ogni modo i prigionieri di Salò diventano delatori gli uni degli altri, la loro umanità viene piegata e sconfitta, la loro istintiva solidarietà tra vittime spezzata.

Salò parla simbolicamente dei programmi di Maria de Filippi.

Questa non è un’analisi, è soltanto un’intuizione o forse una suggestione, alla quale però non sono riuscito a sottrarmi. Non è neppure originale in quanto già presente in una collezione di quadri di D.B., un amico che perdo puntualmente di vista, intitolata “Salò o le centoventi giornate di Saranno Famosi”. Idea che anni fa mi aveva divertito, ma che non ero riuscito ad afferrare fino in fondo e che affonda le radici nella dimensione pubblica come unica affermazione di esistenza. Una dimensione pubblica sciatta, esibizionista, dove la versione caricaturale della sfera privata viene esposta come carne al sole e vivisezionata. Tutto sotto il rigido controllo  delle telecamere e  degli sponsor, dove ogni bassezza è bene accetta e incoraggiata, e la perdita del pudore non è l’affascinante inclinazione di alcuni ma un obbligo per tutti, pena l’esclusione e l’ostracismo. Una libertà  omologante quanto una rigida dottrina,  cui  si aspira con entusiasmo perchè non si sa più aspirare ad altro.

(continua…)

“Salò e le centoventi giornate di saranno Famosi”, Batocchioni, 2003

 

Da Pasolini a Maria de Filippi. (I Parte)

Quando sei costretto a casa per più di un mese dai postumi di una artroscopia alla spalla, ti ritrovi di colpo con un sacco di tempo a disposizione. Hai tempo per seguire dopo anni una lezione all’università, per leggere i libri che attendevano in una alta pila polverosa sul tuo comodino e per saccheggiare DVD dal negozio di noleggio di Walter. Hai insomma tutto il tempo per fare le cose che ti piacciono e addirittura, e di questo magari dubitavi, il tempo per fare quelle cose che non sei affatto sicuro ti piaceranno ma sei certo che siano interessanti. Chiamatelo se volete libero studio, che suona bene. E’ così che ho preso in mano il cofanetto degli ultimi film di Pasolini regalatomi da Theprez e mi sono sparato prima la trilogia della vita e poi Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Non pago ho recuperato a parecchi mesi dalla prima lettura “Lettere Luterane” la raccolta degli articoli scritti da Pasolini nel ’75, l’anno della sua morte. Tra gli articoli c’è anche “l’abiura della trilogia della vita” che avevo appunto appena finito di vedere. La trilogia è composta da “il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il fiore delle mille e una notte”. Nell’abiura Pasolini spiega di aver voluto rappresentare i corpi nella loro bellezza e nella loro sensualità, senza essersene affatto pentito. Tuttavia l’artista rinnega, a posteriori, l’opera e ne spiega le ragioni. La rappresentazione del sesso e degli organi sessuali era da lui intesa per affermare la propria libertà espressiva, verso la ricerca di una liberalizzazione sessuale necessaria nel quadro di potere ecclesiastico-democristiano di quegli anni. Quando però , a posteriori, il potere muta e invece di osteggiare la libertà sessuale la falsifica, Pasolini si dice costretto ad abiurare. Il potere diventa consumistico, il corpo diventa una merce da esposizione di massa e il sesso viene inteso come volgarità e manipolazione, quando non esplicitamente violenza. La gioventù sottoproletaria (si parlava ancora così e su questo termine vorrei tornarci in seguito) non sa difendersi e diventa secondo Pasolini  schiava dell’imitazione della cultura borghese devota al possesso e all’individualismo, in morte della cultura popolare. Per Pasolini l’emancipazione delle classi popolari e il complessivo miglioramento delle loro condizioni di vita, nulla ha a che vedere con l’abbandono della propria identità culturale. L’aspirazione ad uno standard di vita borghese e la conseguente appropriazione di valori borghesi santificati da una cultura di massa (cioè dei mass-media) interclassista quanto becera, per Pasolini sono le cause della nascita di una gioventù criminaloide o criminale, da lui già denunciata. Il proletario aspira a modelli provenienti da un mondo che gli è estraneo< e diffusi dalla televisione al cui raggiungimento è pronto a sacrificare tutto, per prime onestà e innocenza. La realtà mostra a Pasolini una generazione corrotta e l’autore ne deduce una corruttibilità retroattiva che non risparmia neppure la gioventù dei secoli precedenti da lui raffigurata nella trilogia. Di qui l’abiura. Di questa criminalizzazione dei giovani sottoproletari ne farà le spese egli stesso nel modo più tragico di lì a pochi mesi, comunque la si pensi sulla vicenda giudiziaria legata a Pelosi. E' il 1975 e in altri scritti Pasolini denuncia un quadro politico che sta cambiando, una classe dirigente democristiana arretrata e inadeguata al nuovo dinamismo del capitale, che sta per essere spazzata via da quella che egli chiama la Terza fase del fascismo. Al manganello nell’imposizione del consenso si sostituiscono i mass media. Alla retorica sulla conquista dell’ Etiopia (*), l’acquisto della seconda auto o del frigidaire. Vi ricorda qualcosa?
(continua)
(*) Anche oggi facciamo la guerra, ma usiamo una retorica di pace.