Appunti su un viaggio mai fatto: “Quando Dubai era Dubai”.

Per anni D. mi ha invitato ad andarlo a trovare a Dubai, cosa  che avrei fatto volentieri essendo curioso di vedere come si vive in un posto dove professionisti di tutto il mondo vivono all’Occidentale nel cuore del Medio Oriente arabo. Un posto, per quel che mi raccontavano Andrea,  Alfredo e lo stesso D., più simile a un porto interstellare pieno di razze trekkiane e stramberie multietniche che ad una città non troppo distante da La Mecca. D., lucignolo insidioso, mi invitava anche a investirci a Dubai,  quel paese dei Balocchi creato da sua altezza l’emiro Mohammed bin Rashid Al Maktum che lui definiva orgogliosamente “il mio Sheik” (sceicco). Io gli spiegavo che per investire ci vuole il “capitale”, virtù gloriosa in forma materiale celebrata universalmente dai  calvinisti fino ai burocrati del Catai, della quale mi trovo, mea culpa (3 volte), storicamente sprovvisto.


Nel paese dei balocchi, spiegava Lucignolo, potevi comprare una casa con poche decine di migliaia di dollari e trovarla in brevissimo tempo quintuplicata nel valore. “Il mio Sheik” ripeteva da buon musulmano, lui che è ateo e nato Genova, ” è uno che pensa in grande, c’ha la Vision” con una  improbabile contaminazione tra il lessico  entusiasta dei managers  NewCo e la devozione ancestrale  del più umile tra i Fellahim.  Sua altezza aveva costruito Dubai già maestosa  per un quarto, immaginando e trovando finanziamenti per il resto dell’opera, per molti versi unica, che avrebbe compito in seguito.Già qualche anno fa a Dubai, una città ricordiamolo affacciata sul mare ma circondata dal deserto, a dispetto dei 50 gradi all’ombra potevi staccare dal lavoro e andare a sciare dentro  un apposito palazzo  chiamato Ski Dubay o passeggiare tra banker di sabbia e manager abbronzati armato di mazza e palline, per innumerevoli verdissimi campi da Golf. Se trovare acqua nel deserto è roba da rabdomanti, evidentemente portarci neve e verdi aiuole è roba da “Sceicchi con la Vision

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®“. La febbre edilizia dell’Emirato aveva bisogno di manodopera, essendo la popolazione autoctona tuttosommato ridotta  e i golfisti occidentali poco inclini all’uso della cazzuola si dovette importarla dall’estero. Dall’India in particolare c’era di che prelevare braccia. Mi raccontava D. come arrivassero a ciclo continuo  navi stracolme di quelli che con cinismo coloniale definiva “indianini”, pronti a lavorare come schiavi sotto il sole mediorientale, per stipendi da fame e con permessi di soggiorno a” progetto” di stretta scadenza e rimpatrio garantito. Una specie di sogno leghista in salsa  arabica. Le frotte di “indianini”, che per di più si beccavano il sottile razzismo degli abitanti dell’emirato forti del proprio stile di vita eccezionale e dei propri alti redditi, non bastavano da soli costruire il sogno di Mohammed bin Rashid Al Maktubraccia laboriose ma comunque troppo piccole per una Vision così grande. Serviva tecnologia, servivano le gru. E’ così che nell’aprile di quest’anno Dubai, poco più che una città in mezzo al nulla, si trovò ad avere sul proprio territorio il 25% di tutte le gru del mondo.

Avete letto bene, una gru attiva su quattro era a Dubai.

 

Per costruirci cosa vi starete domandando? La Vision dello Sheik, naturalemente. Ad esempio un arcipelago di isole residenziali artificiali a forma di palma il Palm Deira, che nemmeno doveva bastare visto che intanto se ne pianificava un altro il Palm Jebel Ali.  naturalemnte costruendo anche il Waterfront, una lingua di terra di 70km per proteggere le palme, il più grosso progetto architettonico al mondo nel suo genere. Gli uomini più ricchi della terra avrebbero dovuto ognuno prenotare la sua isola artificiale o la sua villa, servite da motoscafi che ti portavano la spesa a casa, roba così:



Tra l’altro neppure i due progetti più faraonici e bizzarri visto che c’era gente che prenotava la propria isola artificiale, nel nuovo mondo di isole artificiali in costruzione, The World. C’era il tizio che prenotava il Giappone, chi comprava la Patagonia e chi,bontà sua, persino l’Italia (giurin giuretto stavolta Berlusconi non c’entra), il tutto in uno scenario che appariva più o meno così:

 

Non male per essere un cantiere? Vien quasi voglia di comprare l’Inghilterra per stramaledirli in casa loro, di comprare l’Antartide per starsene isolati tra i pinguini o di comprare Dubai per essere in una Dubai, dentro una Dubai, dentro una Dubai… Tanti e tali sono i vezzi dei ricchi. Nella Vision naturalmente non mancavano alcuni tra i grattacieli più alti del mondo, nonché molti tra i più contorti frutto  dei sogni lisergici di affermatissimi architetti. Tra questi era in costruzione un grattacielo alto un chilometro, l’unico edificio al mondo dove alcuni condomini sarebbero stati al livello del male ed  altri  in montagna. Eh, erano i tempi della corsa al cemento, quando il mattone era il mattone e i soldi (per chi li aveva) erano talemente tanto soldi da riprodursi autonomamente,  in una specie di cancerosa  mitosi speculativa.
E ora? Ora la bolla è scoppiata. I cantieri sono fermi, le altissime gru sono in balia delle sabbie e della ruggine, gli indiani presumibilmente senza lavoro. Come risporta “Il Sole24ore” per bocca di un analista del luogo l’80% degli investimenti con la crisi s’è fermato, bloccando il 20% dei dei cantieri, proprio quelli più faraonici di cui si è detto sopra. Resta un quinto del denaro tutto dedicato all’edilizia convenzionale, finché dura. Qui dove non si riesce a  sistemare la Salerno-reggio Calabria si potrebbe anche ridere dell’infausta fine della Vision dell’Emiro, se non ché le banche europee pare siano esposte su quei cantieri per qualcosa come 40 miliardi di dollari.

La globalizzazione in fondo è anche questo: vedere la tua banca che chiude e trovarne le cause nel sogno infranto delle Mille e una Notte.