Monti e la questione della legittimità democratica.

Nel post precedente facevo riferimento alle preoccupazioni per il nascente governo Monti e per i gruppi di interesse di cui è espressione o coi quali, perlomeno, condivide i punti di riferimento ideologici. Oggi che si conoscono i nomi dei ministri  tali preoccupazioni trovano conferme a partire dalla nomina di un banchiere al ministero dello sviluppo economico, scelta che sembra fatta apposta per perpetrare il grande equivoco degli ultimi decenni sencondo il quale debba essere la finanza, reperimento e gestione dei capitali, a dover dirigere l’economia ,cioè la produzione di beni e servizi attraverso l’impiego delle risorse produttive. Un banchiere gestisce prestiti e fondi, non sa quali prodotti sia necessario produrre, né come li si produca, né tantomeno di cosa abbiano bisogno imprese e lavoratori per dispiegare al meglio il proprio potenziale produttivo, quello sviluppo economico di cui Passera è Ministro, a parte, s’intende, per quell’unica risorsa che il banchiere stesso gli fornisce, cioè il denaro. Quest’ultimo, se non proprio lo sterco del demonio, è quantomeno una risorsa neutra, grigia, polivalente, necessaria al presente sistema, ma che da sola non sviluppa un bel niente né beni, né servizi, né tantomeno, e di questi ci preoccupiamo di più, posti di lavoro.
Per questa ed altre ragioni la preoccupazione, per parlare di opposizione aspettiamo   i primi provvedimenti,  è massima davanti a questo governo, eppure si tratta di una opposizione sostanzialmente politica. Ben altra cosa sono gli strepiti contro la fine della democrazia che provengono da Ferrara e da tutti i Berluscones più accaniti,  ma non solo da loro, sorvolando sulle patetiche pagliacciate del miracolato Scilipoti. Stando al presente stato della democrazia in Itaia questo governo è più che legittimo. Ricordiamo infatti, ma dovrebbe essere pleonastico farlo, che secondo la Costituzione la rappresentatività democratica è garantita dall’assemble, cioè dal Parlamento, non dal Governo. Se l’assemblea ha ridotto tale rappresentatività ai minimi termini lo dobbiamo al Porcellum, non al Governo Monti, che conta sull’appoggio di quegli stessi Deputati e Senatori “liberamente” eletti. Porcellum il cui unico “pregio” doveva essere la semplificazione, in realtà “truffa” che butta al cesso milioni di voti degli italiani, tramite la riduzione del numero dei partiti e dei gruppi parlamentari, oggi saliti addirittura a 30 (sic!).
Il Governo non è eletto dal popolo, ma dai suoi rapresentanti e proprio per questo siamo una Repubblica parlamentare e non presidenziale come vorrebbe qualcuno. Inoltre, la natura tecnica ed extraparlamentare del Governo non ha nulla di antidemocratico stando alla nostra Costituzione, in quanto non sono i partiti di maggioranza a esprimere l’esecutivo, come la prassi partitocratica ha consolidato negli anni, ma è il Parlamento a nominarlo a maggioranza che è cosa ben diversa. Nel nostro ordinamento il Parlamento, dignitario della rappresentanza popolare (non del volere popolare o i deputati non avrebbero libertà di mandato e delibererebbero in base al mutare dell’opinione pubblica, della quale , almeno si spera devono limitarsi a tener conto), pone la fiducia in un Governo e gliela conferma o gliela revoca in base ai provvedimenti attuati e proposti. Di partiti che esprimerebbero il governo, nella Costituzione tra l’altro non c’è traccia.
Tra l’altro un limite riconosciuto, o comunque una materia di discussione, a proposito delle democrazie parlamentari sta proprio nella scarsa separazione dei poteri tra maggioranze politiche e governi da loro sostenuti (probelma superato o comunque meglio gestito nel Presidenzialismo ad elezioni differite), in questo senso un governo tecnico dovrebbe perfino esprimere qualche garanzia in più.

Unico argomento realmente a favore della fazione che dopo aver sostenuto il governo precedente e che realmente attaccava la Costituzione ad ogni passo tentando di svuotarla di ogni concretezza che non fosse meramente formale, è l’inidicazione sulla scheda del presidente del Consiglio, che è effettivamente cambiato rispetto a quanto votato dagli elettori. Tuttavia questa norma è successiva e posticcia rispetto all’impianto di base dell’ordinamento democratico italiano, malscritta (indovinate da chi) e per nulla organica ad un contesto generale che non si è mai deciso di riformare (e meglio così vista l’incompetanza dei riformatori), in ultimo non vincolante rispetto al proseguo della legislatura una volta caduto il Presidente indicato nella scheda.

Legittima dunque l’opposizione al governo Monti calato dall’alto (si opponessero dunque invece di regalargli una maggioranza aprioristica dell’80%), corretta l’analisi del commissariamento politico da parte della BCE, ma non si mettessero a sproloquiare di fine della democrazia, visto che tutto quello che è accaduto rispetta i crismi Costituzionali in vigore da sessant’anni.

Come tante volte nel ventennio Berlusconiano si può strillare (se lo si pensa) allo svuotamento de facto del patto democratico, ma de jure è tutto più regolare che mai.

Brucia eh?

Genesi del Governaccio ovvero nessuno sconto a Mario Monti.

Ieri sera in birreria al tavolo con  amici è arriva  l’atteso SMS definitivo, quello che sancivsce l’ufficialità della fine di un’epoca: “Si è dimesso”. Mi alzo in piedi e alzando i calici , pur dichiarandomi consapevole che non tutti in sala saranno d’accordo,  invito al brindisi  gli altri sconosciuti avventori. Tutti nessuno escluso, ne rimango statisticamente stupito, si alzano in piedi e brindano entusiasti. Così ho festeggiato anch’io, fine della storia, andiamo avanti. Abitando ad un tiro di schioppo dal centro di Roma potrei unirmi ai sit-in fuori dai palazzi del potere ma, pur ritenendolo liberatorio e legittimo, il dileggio dell’avversario a caduta avvenuta mi respinge un po’ per quel gusto plebeo, più che popolare, che immancabilmente porta con sé. Bello l’Alleluja, bella la festa, bella la gente in piazza ma, sinceramente, avrei voluto vederne di più prima e non dopo.
Del resto la reale fine politica di Berlusconi non si è consumata certo l’altra sera quando un  manipolo di parlamentari l’hanno abbandonato, ma almeno un mese fa, quando i poteri “esterni” cui molti parlamnetari del PDL professano una doppia fedeltà hanno deciso definitivamente di abbandonare il cialtrone di Arcore: nell’ordine Confindustria, le banche, Merkel & Sarkozy, gli USA e buon ultima la Chiesa Cattolica. Quando lo decide il potere, la rivoluzione è cosa semplice.  
Archiviamo, dicevo, il mediocre Caligola che finalmente passa la mano e preoccupiamoci del prossimo problema.
Usciti dal provincialismo forzoso della doverosa indignazione contro il governo Berlusconi, inizia l’epoca dell’indignazione greca, sistemica e cruciale, contro il modello economico finanziario internazionale. Finito Berlusconi sulle macerie da lui lasciate, le cose non andranno necessariamente meglio, ma almeno forse andranno diversamente. Andiamo con ordine.

“Siamo tutti più liberi” titola il Fatto e ha ragione se si riferisce ai giornalisti, Monti non ha certo il piglio del censore, ma quel tutti è ottimista se non ingannevole.

“Grazie Napolitano” esponeva uno striscione alla festa di ieri sera, ma grazie di che in fin dei conti? L’intervento è tardivo, eterodiretto, quasi disperato che apre ad un futuro quantomai incerto.

Su questo blog in diverse occasioni avete sentito definire Napolitano come il peggior Presidente degli ultimi trent’anni (Cossiga  a parte, naturalmente), la mia opinione in merito non è cambiata di una virgola.
La nomina preventiva di Mario Monti a Senatore a vita,  de facto una designazione del Presidente del Consiglio in pectore, giusta o sbagliata che la si giudichi, è stata una mossa politica efficace da parte di Napolitano e, in quanto tale, probabilmente non farina del suo sacco ma imbeccata da qualche intelligenza di più alto profilo. Il governo Monti, semmai vedrà la luce e sopravviverà all’incopatibilità politica delle forze parlamentari, è soltanto apparentemente un governo del Presidente e in realtà un governo di commissariamento internazionale. Mai come oggi rischiamo la sovranità limitata ad opera di forze più opache di quelle NATO che tirarono spesso i fili della prima Repubblica.
Ricapitolando Mario Draghi (BCE, Goldman Sachs) d’accordo con Napolitano, favorisce Mario Monti (BCE, Goldman Sachs, Commissione Trilaterale) affinché rimetta in ordine i conti italiani falcidiati dalla speculazione sui titoli di Stato operata in buona parte dalla stessa Goldman Sachs.

Draghi e Monti figli ideologici del defunto Milton Friedman (bruci nell’inferno dei nemici del popolo, se esiste un Dio comunista che ne ha mai previsto uno), pongono la loro irreprensibile tutela sui disastri che la crisi finanziaria che l’ideologia disastrosa dello stesso Friedman  ha innanzitutto provocato.

Il boia, in buona sostanza, ci tende una mano affinché gli si possa porgere meglio il collo. Rifiutare questa mano oggi significa accettare i tempi tecnici elettorali esponendoci ad almeno tre mesi di Spread impazzito, dunque il default e uscita dall’Europa, ipotesi percorribile ma la cui responsabilità nessuno, neppure Berlusconi, ha la temerarietà di assumersi.

Mario Monti come male minore prima del Default o dell’abbraccio mefitico del Fondo Monetario Internazionale (ancora i Chicago Boys e il fantasma di Milton Friedman), ma minore quanto?

La mia previsione, spero di sbagliare, è la seguente:

Monti limerà gli stipendi degli onorevoli, taglierà qualche auto blu e butterà giù una bozza per l’abolizione delle province, il taglio del numero dei parlamentari, varerà una patrimoniale sugli yacht e  qualche misura antievasione. Poi, forte di una popolarità anticasta inaudita, raderà al suolo il poco rimasto del welfare, le pensioni di anzianità, l’articolo 18 e ultime tutele del solito parco buoi.

Ci aspetta temo un governaccio, che sull’onda della popolarità e della necessità avrà mano libera nel dare il colpo di grazia ai ceti meno abbienti del paese.  Eppure, l’abolizione di qualche indecente privilegio, la stretta su qualche evasore già in torto marcio e una tassa sui pomelli d’oro delle barche per miliardari, non valgono i diritti di un lavoratore a 1200 euro al mese. Nessuna santificazione a busta chiusa dell’uomo dei miracoli, prego, ogni cedimento in questo senso è ancora,  in senso lato, berlusconismo.

Se lo metta bene in testa il PD, prima di dare carta bianca a questo nuovo governo, se non vuole perdere l’ultima occasione per stare dalla parte giusta.

Nessuna nostalgia per Berlusconi figuriamoci, un nemico pagliaccesco che ha paralizzato e imbarbarito il paese, la cui incompetenza inoltre ci ha esposto all’avvento di predatori più grossi e scaltri.

Per dirla due volte col pessimo Tremonti è come un videogame: ucciso un mostro ne compare sempre un altro e, grossa differenza, il prossimo che si profila all’orizzonte parla bene l’inglese.


 

Apologia del Referendum.

Personalmente ritengo che l’istituto referendario andrebbe riformato in senso estensivo. Per prima cosa bisognerebbe abolire il quorum al momento della votazione, l’appropriazione coatta dell’astensionismo fisiologico da parte di chi vuole boicottare il referendum è un assurdo democratico per diverse ragioni. Il quorum è iniquo in quanto favorisce la fazione contraria al quesito proposto proprio tramite l’approproazione dell’astensionismo, è intrinsecamente reazionario perché tale fazione è sempre quella che non vorrebbe che il quesito fosse discusso e dunque votato conservando lo status quo, è diseducativo in senso civico dal momento  che ad ogni chiamata refendaria si vedono ovunque leader politici democratici che chiamano le masse al non-voto,  è maggioritario in senso autoritario e quindi antidemocratico  in quanto un quesito fosse anche giusto e importantissimo che riguardi però 3 o 4 milioni di italiani, cioè una minoranza cospicua, rischia di naufragare non per ragioni politiche ma per semplice disinteresse: antidemocratico in quanto la democrazia ha la sua essenza nella tutela dei diritti delle minoranze. Inoltre il quorum genera sprechi in quanto la decisività di un referendum nella cui organizzazione si sono già impegnate le risorse dello Stato è tecnicamente uno spreco. In ultimo, il quorum è manipolabile in quanto si possono usare i media per rendere noto e urgente un quesito gradito e boicottare l’informazione elettorale su un quesito sgradito, dando a l’establishment un ulteriore strumento per rendere la democrazia meno partecipativa. Come sappiamo bene la par condicio non funziona quando in gioco si scontrano le invadenti corazzate partitiche, figuaratevi quando un gruppo di cittadini motivati cerca di far sentire la propria voce.

In generale poi trovo assurdo che chi si disinteressa, attività legittima che non giudico moralmente, debba comunque partecipare facendo pendere l’ago della bilancia da un lato o dall’altro esercitando paradossalmente la non-azione dell’assenza.

Vuoi partecipare? Vota. Vuoi andare al mare? Rinunci a partecipare.

Chiaramente il quorum ha una sua funzione, che è quella di impedire la proliferazione referendaria in particolare su quesiti minori o di scarsa importanza . Per indire, come diceva Gaber dei radicali, che si faccia un referendum anche per sapere dove i cani devono pisciare. Questa controindicazione è aggirabile aumentando il numero di firme che devono essere raccolte oppure riducendo il quorum dal 50% al 10%.

Figlio del suprematismo politico Dalemiano  e nipote del dirigismo politico sovietico e dell’immobilismo democristiano, il centro-sinistra italiano, a dispetto del nome che s’è dato di recente,  ha un pessimo rapporto con questo istituto profondamente democratico. Il maggiore partito del centro-sinistra vi fa sempre il minore ricorso possibile, appoggiando forze più radicali che lo hanno promosso soltanto quando i sondaggi cominciano ad essere ottimistici. Saltano sul carro dei vincitori i paraculi. Senza rendersi conto che le grandi vittorie della sinistra in questo paese, i grandi momenti di partecipazione civile e i momenti di vera emancipazione e progresso, sono sempre venuti dai referendum, a comnciare dal 1946 quando dal quel voto nacque la Repubblica.  Mai come nei referendum la sinistra politica italiana è stata decisiva nel miglioramento complessivo del paese visto che alle politiche di solito perdono, e anche quando vincono, il loro governo ondeggia pericolosamente tra il timido e il disastroso. Poi ci si stupisce che ci si abitui alla catastrofe fissa, monolitica e costante di questa destra porcina. Il referendum è uno strumento inclusivo e libertario, esattamente come ci si aspettava sarebbe stato il partito erede del PCI dopo lo sfacelo  sovietico. Fu forse a causa di  un’incomprensione lessicale che incapparono in uno dei più tragici fraintendimenti della storia, diventando invece liberisti.

Il Referendum potrebbe essere esteso anche in senso propositivo o alternativamente potrebbe essere combinato con le proposte di legge popolare nel seguente modo: la proposta deve essere esaminata e votata dal parlamento entro un periodo di tempo congruo di uno o due anni, altrimenti si va automaticamente a referendum propositivo/confermativo sulla proposta di legge popolare in oggetto. Io non trovo che le leggi proposte da Grillo e dal Movimento a 5 stelle siano geniali e ne voterei forse una su tre, tuttavia il fatto che restino in un cassetto è inaccettabile e su questo Grillo ha ragione a sbraitare. I parlamentari italiani stanno limitando in modo diretto la partecipazione dei cittadini alla vita politica, quando la Costituzione al contrario impone loro di favorirla. In due parole rubano sovranità e la rubano alla luce del sole. In questo caso specifico Grillo suda e sbava per le sue leggi purificatrici, ma in gioco c’è la sovranità di tutti noi.

Non si chiede alla classe politica di ragionare in termini talmente attuali da immaginare e regolamentare una forma di voto telematico limitato ad alcune questioni, da effettuarsi da qualunque connessione ad Internet, sebbene nel 2011 non si capisce esattamente perché l’argomento non debba essere discusso seriamente da un punto di vista tecnico e filosofico come possibilità per il prossimo futuro.  A meno che non se ne discuta perché nel democratico occidente la democrazia è il sistema perfetto, ma senza esagerare. Si chiede in realtà soltanto di  rispettare, promuovere ed estendere dove possibile strumenti di partecipazione previsti dalla Costituzione.

In quanto a furti di sovranità l’attuale legge elettorale ne è un esempio fulgido e cristillano che illumina, fiera con la fiaccola della truffa nella mano sinistra e un suino nell’altra, l’orbe terracqueo. Il Mattarellum, con tutti i suoi difetti, era di gran lunga più democratica e rappresentativa, e senza il Referendum che la reintroduce si andrà di nuovo a votare con la legge Calderoli perché il parlamento e il governo non hanno né il tempo né l’intenzione di cambiarla. Inoltre la legge Calderoli è soltanto apparentemente affidabile in termini di governabilità: non appena il centro sinistra dovesse calare nei sondaggi dalle immeritate vette attuali, si tornerebbe con tutta probabilità ad una situazione di stallo in senato.

Pur amando la canzone del Signor G. non ho mai creduto che libertà e partecipazione siano sinonimi, il referendum però ci da la sensazione di esercitarle entrambe. Manca poco al 30 settembre, troviamo un gazebo e andiamo a firmare.

Elezioni: Vittoria della Lega? Lunga vita a Berlusconi!

Abitando in quel di Roma avrei forse dovuto seguire con attenzione lo scontro Polverini-Bonino, invece ho passato l’ultimo mese preoccupandomi dei risultati della Lega e del nord in generale. Ho detto a tutti che l’unico dato davvero interessante per il quadro politico sarebbe stato il voto leghista. Mi sono accorto con macroscopico ritardo che, a meno che le sigarette e  le pessime abitudini alimentari non facciano scempio prematuro del mio corpo, avendo Berlusconi 75 anni e io circa la metà, il cavaliere non potrà influire sul mio futuro più di quanto non abbia già fatto negli ultimi quindici anni. La cosa più interessante di questa fase dell’epopea di Berlusconi, dei suoi sodali e dei suoi oppositori è dunque capire il terreno che questi ci avranno preparato per il futuro. Una terra brulla e oscura forse, ma a mio avviso sufficientemente fertile perché vi cresca rigogliosa la pianta verdissima, rude e nerboruta della Lega Nord. Aspettavo con interesse, dicevo, i risultati dalla mitica terra di Padania, una specie di nuova Iperborea dalle cui fontane sgorga la linfa dell’Italia che verrà, eccoli:

 
Regione Europee 2009  Regionali 2010
Veneto  28,38%  35%
Lombardia  22,72%  26,2%
 Piemonte  15,6%  16,7%
 Emilia-Romagna  11,8%  13,6%
 Liguria  9,8%  10,2%
 Toscana  4,3%  6,4%
Aggiungete che alle europee 2009 la Lega in Friuli era al 17,4%, in crescita di 5 punti sulle Regionali di appena un anno prima , in più alle stesse elezioni era oltre il 14% nella Provincia autonoma di Trento. Considerate inoltre che le sole regioni Lombardia, Piemonte e Veneto, oltre a portare la maggior parte del PIL, rappresentano un terzo della popolazione italiana. Quella che ci mostra la tabella è una vittoria straripante, un’affermazione   su tutta la linea, in crescita anche nelle regioni in cui il candidato del PDL ha perso. L’unico partito di governo che cresce  in tempo di crisi e di scandali,  quando la disaffezione e la protesta hanno lasciato a casa il 33% degli italiani. Adesso in uno sforzo di fantasia neanche troppo spregiudicato, immaginate il seguente scenario nei prossimi tre anni:– La crisi economica e sociale persiste o si aggrava.
– Il 75enne al governo sparisce dalla scena nazionale per ragioni politiche, giudiziarie o dettate dall’incedere degli anni.

Problema: Come cambia il quadro politico?

La  mia opinione, su cui sono pronto a scommettere,  è che in assenza di Berlusconi il PDL si dissolverebbe come neve al sole. Un partito verticistico e incentrato su una singola personalità carismatica e politicamente vincente. Un partito scarsamente radicato sul territorio e debolmente organizzato. Un partito privo di una successione. Un partito -azienda, dove è principalmente l’amministratore delegato a produrre utili, cioè consenso. Cosa c’è oltre a Fini nel PDL dopo Berlusconi? Le uniche due figure di spicco sono Tremonti (filoleghista) e Formigoni (ciellino filocentrista) il resto sono mezze figure e lacchè: niente mischiato con nulla, come dicono in Sicilia. Nessuno che abbia la presa sulla gente, il potere economico-mediatico e la metà del carisma, negativo e populista quanto volete ma efficace a fini eletttorali,  di Berlusconi.


Dal canto suo Fini in questo momento è visto dai forzaitalioti del PDL come un nemico più infido e pericoloso di qualunque esponente del centrosinistra. Fini è già politicamente fuori dal PDL, già  coinvolto in qualcosa di nuovo e altamente confindustriale che sta fondando insieme a Montezemolo. Per completare la transizione verso un modello europeo di destra conservatrice e liberale, quale costoro sembrano voler costruire, hanno però bisogno di tempo. Di molto tempo.
Se la questione della successione si ponesse prima delle prossime politiche resta soltanto la Lega.

– La Lega di Bossi, l’alleato leale di B.
– La Lega radicata nel territorio
– La Lega che è di lotta e di governo
– La Lega che sa cavalcare di tutto, dalla crisi ai bassi istinti
– La Lega che farebbe il pieno dei voti del PDL
La stessa Lega che a quel punto avrebbe numeri da Secessione.

Attenzione non sto dicendo che attuerebbe la secessione, sto dicendo che la minaccerebbe ogni volta che la minaccia potrebbe portarle un  vantaggio politico, cioè una settimana sì e l’altra pure, come del resto ha sempre fatto quando le cose non andavano per il verso sperato.  Se isolata dal quadro politico una forza con quei numeri e quelle pulsioni, potrebbe trovare appoggio da volontà destabilizzatrici provenienti da fuori, magari dai fautori dell’Europa a due o tre velocità o forse da forze d’altro tipo.

Ho sentito esponenti del centrodestra e del centrosinistra dire che  le responsabilità di governo e il consenso,  renderanno la Lega più moderata e meno estremista.

Da quando in qua il potere in quanto tale rende le forze politiche più moderate?

Storicamente non avviene questo, avviene che forze estremiste si diano un profilo più moderato per accedere al potere, ma questo avviene prima dell’entrata nella stanza dei bottoni non dopo. Dopo non ce ne è più bisogno. Si pensi all’esperienza del Movimento Sociale italiano:

– Negli anni ottanta si riducono gradualmente le frange paraterroristiche
–  Negli anni novanta prima esce Pino Rauti e poi nasce AN, che rinnega il fascismo.
– Successivamente usciranno Storace, Buontempo detto er Pecora  e qualche altro i quali comunque, a parte qualche raro istinto nostalgico, avevano da tempo abbandonato le rivendicazioni proprie del MSI.
– Dal 2000 c’è il primo vero governo con AN ( sette mesi nel ’94 contano poco) e oggi il partito, ridotto a corrente PDL,  ha nel suo leader storico Fini un uomo che sembra rappresentare l’anima più democratica del PDL.

Quando è avvenuto questo processo nel caso della Lega? Quando è stato allontanato Borghezio? Da quando Gentilini e Prosperini  avrebbero smesso di sventolare l’omofobia, il razzismo e le Crociate? Sbaglio o l’ultima marcia di Tosi al fianco di Forza Nuova risale a meno di due anni fa? Sbaglio o l’ultima volta che non è stato al governo, cioè appena nel 2007, Bossi aveva ricominciato a parlare di “tirar fuori i fucili”? Quali contrasti aperti e quale lacerante dialettica interna al partito è nata tra costoro e l’ala cosidetta presentabile formata da i vari Maroni, Castelli e Zaia? Quando i vertici del partito avrebbero stigmatizzato le varie assurde delibere dei Comuni del bresciano? Il White Christmas era appena tre mesi fa: in cosa esattamente la Lega è più moderata di Le Pen e degli xenofobi olandesi?

Lunga vita Presidente Berlusconi (sic!), l’Italia purtroppo non è  ancora pronta ad una sua prematura, seppur allettante, scomparsa politica.  So bene che il tempo avrà ragione su di lei Presidente, ma tremo letteralmente all’idea delle truppe che verranno ad occupare la landa devastatata che  si lascerà alle spalle.

Ops… dimenticavo! Se Fini non ha probabilmente tempo di mettere in piedi una forza di centrodestra non irresponsabile, per chi come me coltivi ancora sentimenti di sinistra resta sempre  la possibilità che nel campo dell’opposizione emerga  finalmente

una forza in grado di invertire la cronica tendenza destrorsa e populista dell’elettorato.Ah! Ah! Scherzavo naturalmente, non è il caso vi illudiate ancora: ci siete già caduti troppe volte.

Il Presidente venuto da Marte.

Il Presidente della Repubblica Marziana, Giorgio Napolitano, ha oggi commentato le proiezioni di voto dei Paesi Bassi dove il partito PVV sembra destinato ad attestarsi come terza forza del paese, conquistando alcune decine di seggi nel parlamento olandese.Napolitano sembra si sia detto preoccupato per il successo in un paese europeo di un partitocon forti connotazioni xenofobe, che ha basato la propria  affermazione su una strenua campagna anti-immigrazione e anti-islam. Napolitano ha anche stigmatizzato come le tendenze nazionaliste  ( e quindi tra le altre cose anti-europeiste) di un tale partito siano anacronistiche, figlie di una storia che non può e non deve tornare.Nella sua analisi, devo dire piuttosto lucida, Napolitano sembrava fare  indiretto ma chiaro riferimento alle ideologie nazionaliste e razziste, propugnate con esiti drammatici dal nazi-fascismo. “E’ possibile vedere nel 2010 una forza politica del genere che diventa la terza per peso elettorale in un paese europeo?” sembra volerci dire, sgomento e preoccupato il Presidente appena sceso dalla sua atronave proveniente dal pianeta rosso, dove il progresso ha ormai relegato i rigurgiti xenofobi ad un ricordo del passato.

Personalmente condivido  in pieno la sua preoccupazione, condivido molto meno il suo stupore in quanto esistono in Europa paesi messi,  ahimé, ben peggio dell’Olanda.

Se infatti il Presidente, che come ogni marziano è ben poco avvezzo alle vicende di casa nostra, invece che dagli spazi siderali fosse venuto chessò, dall’Italia,  avrebbe scoperto che qui c’è un partito xenofobo e anti-islamico che rappresenta esattamente la terza forza  politica nel paese. E non basta! Il PVV, che in lingua Dutch significa Partito della Libertà (sic!), verrà probabilmente isolato dalle altre forze politiche di destra e di sinistra,  mentre la Lega Nord è parte di una solidissima alleanza di Governo e vanta addirittura un cospicuo numero di Ministri della Repubblica! Qualcuno potrebbe fuorviare il Presidente dicendogli che la Lega è  sì un partito xenofobo , ma federalista e non nazionalista. Diciamo per correttezza all’illustre diplomatico extraplanetario di non lasciarsi ingannare: se fossero veramente federalisti presenterebbero le loro liste anche in Sicilia, in realtà sono assolutamente nazionalisti seppur patrioti di una nazione mitica e dai confini incerti, più piccola e inscritta nell’Italia che governano e che va sotto il fiabesco nome di Padania.

Vogliamo dire al Presidente di non prendere questo post come una critica: ci rendiamo perfettamente conto che chi ricopre una carica istituzioanle su un pianeta che dista, nel momento di massimo avvicinamento, 56 milioni di kilometri dalla terra possa non essere perfettamente aggiornato su ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni. Al contrario, prenda questo nostro umile commento come un invito ad esprimere preoccupazione anche per la situazione italiana, di modo che il suo autorevole monito e la sua  saggia azione sensibilizzatrice sui i media internazionali denuncino ogni xenofobia, ogni anti-islamismo e ogni rigurgito nazionalista ancora presente in Europa.

Non prendiamocela soltanto con gli olandesi poveracci,  francamente in fatto di razzisti al governo sembrano ai nostri stanchi occhi poco meno che dei goffi parvenue.

Nostalgia canaglia.

Nel post precedente citando soltanto la Lega rischiavo di far torto al PDL, anche loro hanno  dei personaggi “vecchio stampo”, come il candidato Celori che accompagna la propria campagna elettorale con una interessante iniziativa culturale ci regala un calendario. Né la Crfagna, né la Ferilli e nemmeno qualche nuova subrettina  in forte ascesa. Come segnala stamattina il Corriere si tratta in realtà di un calendario storico 2010 ma anche, con doppia dicitura, il Calendario dell’anno 84° dell’era fascista.

Non so voi, ma calendario per calendario io stavolta preferivo tette e culi…      

Berlusconi e Tartaglia, la feroce stupidità della violenza.

Scrivo tardi sull’argomento e dirò cose probabilmente già dette. Personalmente sono uno di quelli cui le immagini dell’aggressione a Berlusconi hanno dato parecchio fastidio. La figura ingombrante di B. che sembra esaurire nel bene e nel male l’orizzonte politico italiano, richiama istintivamente letture politiche su ogni evento che lo riguarda, anche laddove non dovrebbero essercene come ad esempio alcuni, non tutti, gli aspetti della sua vita privata. Tuttavia la politica è sempre sovrastruttura, prima bisognerebbe cercare di guardare ai fatti crudi e soltanto in seguito, qualora abbia senso, inserirli in un contesto politico che ha contorni diversi e successivi; infine, ancora successivo, giunge il quadro storico.

Il fatto crudo è una vile aggressione a tradimento ai danni di un anziano di settantaquattro anni. Ed è un fatto negativo per tutti.

E’ negativo innanzitutto per la vittima, colpita, sfigurata, e comprensibilmente scioccata. Indipendentemente per l’antipatia e il disprezzo che si possano provare per il politico in questione, l’empatia nei confronti di chi subisce una violenza a tradimento è nel mio caso più forte. Se si giustifica, per qualunque ragione politica, un atto di violenza gratuita si oltrepassa il limite dello stato di diritto, si entra nell’ordine di idee della guerra civile, reale o potenziale, nel quale io mi auguro l’Italia non debba mai ricadere. Faccio i miei auguri a B. affinché si rimetta, affinché non debba mai più subire violenza fisica alcuna e, se continuo ad augurarmi come sempre la sua sconfitta, che ciò avvenga nella piena legalità costituzionale (urne o quel che è). L’augurio va a lui, ma va soprattutto al paese.

Un fatto brutto e negativo per l’aggressore, che non era un brigatista o un terrorista, ma uno psicolabile incensurato che pare in passato non avesse mai torto un capello a nessuno, sfuggito per una notte al controllo della sua famiglia e di se stesso. Tartaglia (carcere o clinica psichiatrica) verrà giustamente messo in condizione di non nuocere,  già pentito, passerà la vita a maledirsi per la feroce stronzata che ha fatto.

Un fatto brutto per l’opposizione, se così la si vuol chiamare, che in seguito a questo episodio vede risalire i sondaggi di B. e della maggioranza, la pseudosinistra è ricondotta ad un politically correct persino eccessivo vista la situazione e il risalto che ha avuto nel (turpe) dibattito politico (surreale più che sovrastrutturale) che ne è seguito. Se il tuo nemico ha giustamente e circoscrittamente ad un evento di cronaca nera la solidarietà di tutti (compresa, ripeto, la mia), diventa difficile e scivoloso attaccarlo politicamente, cosa sempre legittima in democrazia e addirittura doverosa dagli scranni di minoranza. Tra l’altro

, nel caso del PD, l’attacco politico già prima non aveva mai sortito effetti elettoralemnte fruttuosi. Qualcuno (a destra) dice perché troppo violento, qualcuno (dalle parti di Di Pietro&co) perchè, si sostiene, troppo blando. Mi spiace, ma la corsa all’accordo dei Dalemiani, è sembrata come al solito precipitosa, prontissima, quasi che non si aspettasse che un qualunque pretesto per poterla riproporre.Un fatto negativo per noi che probabilmente verremo criminalizzati in piazza, sui blog o su facebook per ogni imbecille che frequenta gli stessi luoghi reali e virtuali e per ogni eventuale, sacrosanta o meno, critica e invettiva contro una classe dirigente che magari non ci piace.

Un fatto negativo perfino per l’Onorevole Cicchitto e per qualche altro esponente di maggioranza che ha colto la palla al balzo per mescolare tutto, accusare tutti, criminalizzando parimenti tutto ciò che non rema a favore. Travaglio accostato agli anarchici bombaroli (sic!), Facebook ai gruppi extraparlamentari degli anni settanta, giornalisti di varie sfumature a fomentatori d’odio professionisti, magistrati ad eversori, accostando una tizia che placca il Papa  e rompe il femore ad  un cardinale ottuagenario  ad un clima d’odio che ieri era tutto contro B. e oggi anche contro il Vescovo di Roma  e via delirando. Negativo, in sostanza, perché ha dato loro modo di toccare il fondo della propaganda politica, sguazzando in quella palude demagogica in cui non c’è analisi, non c’è differenza, non c’è contesto, non c’è discernimento, c’è soltanto l’orizzonte miope del prossimo sondaggio.

C’è poi la questione del clima d’odio e del partito dell’Amore.


Spiegavo ad un mio amico, convinto sostenitore di Forza Italia, che secondo questo principio la Lega sarebbe responsabile di ogni aggressione ad immigrato avvenuta in Italia negli ultimi anni e lo sarebbe avendo usato un linguaggio molto più esplicitamente  diretto e violento di quello utilizzato da qualunque oppositore istituzionale o giornalistico di B.
E’ una logica che possiamo accettare, ma deve valere per ogni violenza e per ogni vittima.
Mi è stato risposto che nel caso di B. l’odio è tutto rivolto verso una sola persona. Appunto, non ho fatto in tempo a rispondere, un’ unica persona che svolge un ruolo storicamente a rischio di forti contestazioni e azioni criminali (lui come i suoi predecessori), una persona che è obbligatorio e doveroso scortare, proteggere, con tutti i mezzi dello Stato  disponibili a tale scopo e, nel peggiore dei casi come in Piazza Duomo, soccorrore per tempo nel migliore dei modi. Un immigrato invece viene picchiato in silenzio,  nell’indifferenza generale, laggiù nel limbo dei senza voce, dove degli strali di Maroni contro il clima d’odio non s’è mai sentita l’eco.