Monti e la questione della legittimità democratica.

Nel post precedente facevo riferimento alle preoccupazioni per il nascente governo Monti e per i gruppi di interesse di cui è espressione o coi quali, perlomeno, condivide i punti di riferimento ideologici. Oggi che si conoscono i nomi dei ministri  tali preoccupazioni trovano conferme a partire dalla nomina di un banchiere al ministero dello sviluppo economico, scelta che sembra fatta apposta per perpetrare il grande equivoco degli ultimi decenni sencondo il quale debba essere la finanza, reperimento e gestione dei capitali, a dover dirigere l’economia ,cioè la produzione di beni e servizi attraverso l’impiego delle risorse produttive. Un banchiere gestisce prestiti e fondi, non sa quali prodotti sia necessario produrre, né come li si produca, né tantomeno di cosa abbiano bisogno imprese e lavoratori per dispiegare al meglio il proprio potenziale produttivo, quello sviluppo economico di cui Passera è Ministro, a parte, s’intende, per quell’unica risorsa che il banchiere stesso gli fornisce, cioè il denaro. Quest’ultimo, se non proprio lo sterco del demonio, è quantomeno una risorsa neutra, grigia, polivalente, necessaria al presente sistema, ma che da sola non sviluppa un bel niente né beni, né servizi, né tantomeno, e di questi ci preoccupiamo di più, posti di lavoro.
Per questa ed altre ragioni la preoccupazione, per parlare di opposizione aspettiamo   i primi provvedimenti,  è massima davanti a questo governo, eppure si tratta di una opposizione sostanzialmente politica. Ben altra cosa sono gli strepiti contro la fine della democrazia che provengono da Ferrara e da tutti i Berluscones più accaniti,  ma non solo da loro, sorvolando sulle patetiche pagliacciate del miracolato Scilipoti. Stando al presente stato della democrazia in Itaia questo governo è più che legittimo. Ricordiamo infatti, ma dovrebbe essere pleonastico farlo, che secondo la Costituzione la rappresentatività democratica è garantita dall’assemble, cioè dal Parlamento, non dal Governo. Se l’assemblea ha ridotto tale rappresentatività ai minimi termini lo dobbiamo al Porcellum, non al Governo Monti, che conta sull’appoggio di quegli stessi Deputati e Senatori “liberamente” eletti. Porcellum il cui unico “pregio” doveva essere la semplificazione, in realtà “truffa” che butta al cesso milioni di voti degli italiani, tramite la riduzione del numero dei partiti e dei gruppi parlamentari, oggi saliti addirittura a 30 (sic!).
Il Governo non è eletto dal popolo, ma dai suoi rapresentanti e proprio per questo siamo una Repubblica parlamentare e non presidenziale come vorrebbe qualcuno. Inoltre, la natura tecnica ed extraparlamentare del Governo non ha nulla di antidemocratico stando alla nostra Costituzione, in quanto non sono i partiti di maggioranza a esprimere l’esecutivo, come la prassi partitocratica ha consolidato negli anni, ma è il Parlamento a nominarlo a maggioranza che è cosa ben diversa. Nel nostro ordinamento il Parlamento, dignitario della rappresentanza popolare (non del volere popolare o i deputati non avrebbero libertà di mandato e delibererebbero in base al mutare dell’opinione pubblica, della quale , almeno si spera devono limitarsi a tener conto), pone la fiducia in un Governo e gliela conferma o gliela revoca in base ai provvedimenti attuati e proposti. Di partiti che esprimerebbero il governo, nella Costituzione tra l’altro non c’è traccia.
Tra l’altro un limite riconosciuto, o comunque una materia di discussione, a proposito delle democrazie parlamentari sta proprio nella scarsa separazione dei poteri tra maggioranze politiche e governi da loro sostenuti (probelma superato o comunque meglio gestito nel Presidenzialismo ad elezioni differite), in questo senso un governo tecnico dovrebbe perfino esprimere qualche garanzia in più.

Unico argomento realmente a favore della fazione che dopo aver sostenuto il governo precedente e che realmente attaccava la Costituzione ad ogni passo tentando di svuotarla di ogni concretezza che non fosse meramente formale, è l’inidicazione sulla scheda del presidente del Consiglio, che è effettivamente cambiato rispetto a quanto votato dagli elettori. Tuttavia questa norma è successiva e posticcia rispetto all’impianto di base dell’ordinamento democratico italiano, malscritta (indovinate da chi) e per nulla organica ad un contesto generale che non si è mai deciso di riformare (e meglio così vista l’incompetanza dei riformatori), in ultimo non vincolante rispetto al proseguo della legislatura una volta caduto il Presidente indicato nella scheda.

Legittima dunque l’opposizione al governo Monti calato dall’alto (si opponessero dunque invece di regalargli una maggioranza aprioristica dell’80%), corretta l’analisi del commissariamento politico da parte della BCE, ma non si mettessero a sproloquiare di fine della democrazia, visto che tutto quello che è accaduto rispetta i crismi Costituzionali in vigore da sessant’anni.

Come tante volte nel ventennio Berlusconiano si può strillare (se lo si pensa) allo svuotamento de facto del patto democratico, ma de jure è tutto più regolare che mai.

Brucia eh?

Genesi del Governaccio ovvero nessuno sconto a Mario Monti.

Ieri sera in birreria al tavolo con  amici è arriva  l’atteso SMS definitivo, quello che sancivsce l’ufficialità della fine di un’epoca: “Si è dimesso”. Mi alzo in piedi e alzando i calici , pur dichiarandomi consapevole che non tutti in sala saranno d’accordo,  invito al brindisi  gli altri sconosciuti avventori. Tutti nessuno escluso, ne rimango statisticamente stupito, si alzano in piedi e brindano entusiasti. Così ho festeggiato anch’io, fine della storia, andiamo avanti. Abitando ad un tiro di schioppo dal centro di Roma potrei unirmi ai sit-in fuori dai palazzi del potere ma, pur ritenendolo liberatorio e legittimo, il dileggio dell’avversario a caduta avvenuta mi respinge un po’ per quel gusto plebeo, più che popolare, che immancabilmente porta con sé. Bello l’Alleluja, bella la festa, bella la gente in piazza ma, sinceramente, avrei voluto vederne di più prima e non dopo.
Del resto la reale fine politica di Berlusconi non si è consumata certo l’altra sera quando un  manipolo di parlamentari l’hanno abbandonato, ma almeno un mese fa, quando i poteri “esterni” cui molti parlamnetari del PDL professano una doppia fedeltà hanno deciso definitivamente di abbandonare il cialtrone di Arcore: nell’ordine Confindustria, le banche, Merkel & Sarkozy, gli USA e buon ultima la Chiesa Cattolica. Quando lo decide il potere, la rivoluzione è cosa semplice.  
Archiviamo, dicevo, il mediocre Caligola che finalmente passa la mano e preoccupiamoci del prossimo problema.
Usciti dal provincialismo forzoso della doverosa indignazione contro il governo Berlusconi, inizia l’epoca dell’indignazione greca, sistemica e cruciale, contro il modello economico finanziario internazionale. Finito Berlusconi sulle macerie da lui lasciate, le cose non andranno necessariamente meglio, ma almeno forse andranno diversamente. Andiamo con ordine.

“Siamo tutti più liberi” titola il Fatto e ha ragione se si riferisce ai giornalisti, Monti non ha certo il piglio del censore, ma quel tutti è ottimista se non ingannevole.

“Grazie Napolitano” esponeva uno striscione alla festa di ieri sera, ma grazie di che in fin dei conti? L’intervento è tardivo, eterodiretto, quasi disperato che apre ad un futuro quantomai incerto.

Su questo blog in diverse occasioni avete sentito definire Napolitano come il peggior Presidente degli ultimi trent’anni (Cossiga  a parte, naturalmente), la mia opinione in merito non è cambiata di una virgola.
La nomina preventiva di Mario Monti a Senatore a vita,  de facto una designazione del Presidente del Consiglio in pectore, giusta o sbagliata che la si giudichi, è stata una mossa politica efficace da parte di Napolitano e, in quanto tale, probabilmente non farina del suo sacco ma imbeccata da qualche intelligenza di più alto profilo. Il governo Monti, semmai vedrà la luce e sopravviverà all’incopatibilità politica delle forze parlamentari, è soltanto apparentemente un governo del Presidente e in realtà un governo di commissariamento internazionale. Mai come oggi rischiamo la sovranità limitata ad opera di forze più opache di quelle NATO che tirarono spesso i fili della prima Repubblica.
Ricapitolando Mario Draghi (BCE, Goldman Sachs) d’accordo con Napolitano, favorisce Mario Monti (BCE, Goldman Sachs, Commissione Trilaterale) affinché rimetta in ordine i conti italiani falcidiati dalla speculazione sui titoli di Stato operata in buona parte dalla stessa Goldman Sachs.

Draghi e Monti figli ideologici del defunto Milton Friedman (bruci nell’inferno dei nemici del popolo, se esiste un Dio comunista che ne ha mai previsto uno), pongono la loro irreprensibile tutela sui disastri che la crisi finanziaria che l’ideologia disastrosa dello stesso Friedman  ha innanzitutto provocato.

Il boia, in buona sostanza, ci tende una mano affinché gli si possa porgere meglio il collo. Rifiutare questa mano oggi significa accettare i tempi tecnici elettorali esponendoci ad almeno tre mesi di Spread impazzito, dunque il default e uscita dall’Europa, ipotesi percorribile ma la cui responsabilità nessuno, neppure Berlusconi, ha la temerarietà di assumersi.

Mario Monti come male minore prima del Default o dell’abbraccio mefitico del Fondo Monetario Internazionale (ancora i Chicago Boys e il fantasma di Milton Friedman), ma minore quanto?

La mia previsione, spero di sbagliare, è la seguente:

Monti limerà gli stipendi degli onorevoli, taglierà qualche auto blu e butterà giù una bozza per l’abolizione delle province, il taglio del numero dei parlamentari, varerà una patrimoniale sugli yacht e  qualche misura antievasione. Poi, forte di una popolarità anticasta inaudita, raderà al suolo il poco rimasto del welfare, le pensioni di anzianità, l’articolo 18 e ultime tutele del solito parco buoi.

Ci aspetta temo un governaccio, che sull’onda della popolarità e della necessità avrà mano libera nel dare il colpo di grazia ai ceti meno abbienti del paese.  Eppure, l’abolizione di qualche indecente privilegio, la stretta su qualche evasore già in torto marcio e una tassa sui pomelli d’oro delle barche per miliardari, non valgono i diritti di un lavoratore a 1200 euro al mese. Nessuna santificazione a busta chiusa dell’uomo dei miracoli, prego, ogni cedimento in questo senso è ancora,  in senso lato, berlusconismo.

Se lo metta bene in testa il PD, prima di dare carta bianca a questo nuovo governo, se non vuole perdere l’ultima occasione per stare dalla parte giusta.

Nessuna nostalgia per Berlusconi figuriamoci, un nemico pagliaccesco che ha paralizzato e imbarbarito il paese, la cui incompetenza inoltre ci ha esposto all’avvento di predatori più grossi e scaltri.

Per dirla due volte col pessimo Tremonti è come un videogame: ucciso un mostro ne compare sempre un altro e, grossa differenza, il prossimo che si profila all’orizzonte parla bene l’inglese.


 

Apologia del Referendum.

Personalmente ritengo che l’istituto referendario andrebbe riformato in senso estensivo. Per prima cosa bisognerebbe abolire il quorum al momento della votazione, l’appropriazione coatta dell’astensionismo fisiologico da parte di chi vuole boicottare il referendum è un assurdo democratico per diverse ragioni. Il quorum è iniquo in quanto favorisce la fazione contraria al quesito proposto proprio tramite l’approproazione dell’astensionismo, è intrinsecamente reazionario perché tale fazione è sempre quella che non vorrebbe che il quesito fosse discusso e dunque votato conservando lo status quo, è diseducativo in senso civico dal momento  che ad ogni chiamata refendaria si vedono ovunque leader politici democratici che chiamano le masse al non-voto,  è maggioritario in senso autoritario e quindi antidemocratico  in quanto un quesito fosse anche giusto e importantissimo che riguardi però 3 o 4 milioni di italiani, cioè una minoranza cospicua, rischia di naufragare non per ragioni politiche ma per semplice disinteresse: antidemocratico in quanto la democrazia ha la sua essenza nella tutela dei diritti delle minoranze. Inoltre il quorum genera sprechi in quanto la decisività di un referendum nella cui organizzazione si sono già impegnate le risorse dello Stato è tecnicamente uno spreco. In ultimo, il quorum è manipolabile in quanto si possono usare i media per rendere noto e urgente un quesito gradito e boicottare l’informazione elettorale su un quesito sgradito, dando a l’establishment un ulteriore strumento per rendere la democrazia meno partecipativa. Come sappiamo bene la par condicio non funziona quando in gioco si scontrano le invadenti corazzate partitiche, figuaratevi quando un gruppo di cittadini motivati cerca di far sentire la propria voce.

In generale poi trovo assurdo che chi si disinteressa, attività legittima che non giudico moralmente, debba comunque partecipare facendo pendere l’ago della bilancia da un lato o dall’altro esercitando paradossalmente la non-azione dell’assenza.

Vuoi partecipare? Vota. Vuoi andare al mare? Rinunci a partecipare.

Chiaramente il quorum ha una sua funzione, che è quella di impedire la proliferazione referendaria in particolare su quesiti minori o di scarsa importanza . Per indire, come diceva Gaber dei radicali, che si faccia un referendum anche per sapere dove i cani devono pisciare. Questa controindicazione è aggirabile aumentando il numero di firme che devono essere raccolte oppure riducendo il quorum dal 50% al 10%.

Figlio del suprematismo politico Dalemiano  e nipote del dirigismo politico sovietico e dell’immobilismo democristiano, il centro-sinistra italiano, a dispetto del nome che s’è dato di recente,  ha un pessimo rapporto con questo istituto profondamente democratico. Il maggiore partito del centro-sinistra vi fa sempre il minore ricorso possibile, appoggiando forze più radicali che lo hanno promosso soltanto quando i sondaggi cominciano ad essere ottimistici. Saltano sul carro dei vincitori i paraculi. Senza rendersi conto che le grandi vittorie della sinistra in questo paese, i grandi momenti di partecipazione civile e i momenti di vera emancipazione e progresso, sono sempre venuti dai referendum, a comnciare dal 1946 quando dal quel voto nacque la Repubblica.  Mai come nei referendum la sinistra politica italiana è stata decisiva nel miglioramento complessivo del paese visto che alle politiche di solito perdono, e anche quando vincono, il loro governo ondeggia pericolosamente tra il timido e il disastroso. Poi ci si stupisce che ci si abitui alla catastrofe fissa, monolitica e costante di questa destra porcina. Il referendum è uno strumento inclusivo e libertario, esattamente come ci si aspettava sarebbe stato il partito erede del PCI dopo lo sfacelo  sovietico. Fu forse a causa di  un’incomprensione lessicale che incapparono in uno dei più tragici fraintendimenti della storia, diventando invece liberisti.

Il Referendum potrebbe essere esteso anche in senso propositivo o alternativamente potrebbe essere combinato con le proposte di legge popolare nel seguente modo: la proposta deve essere esaminata e votata dal parlamento entro un periodo di tempo congruo di uno o due anni, altrimenti si va automaticamente a referendum propositivo/confermativo sulla proposta di legge popolare in oggetto. Io non trovo che le leggi proposte da Grillo e dal Movimento a 5 stelle siano geniali e ne voterei forse una su tre, tuttavia il fatto che restino in un cassetto è inaccettabile e su questo Grillo ha ragione a sbraitare. I parlamentari italiani stanno limitando in modo diretto la partecipazione dei cittadini alla vita politica, quando la Costituzione al contrario impone loro di favorirla. In due parole rubano sovranità e la rubano alla luce del sole. In questo caso specifico Grillo suda e sbava per le sue leggi purificatrici, ma in gioco c’è la sovranità di tutti noi.

Non si chiede alla classe politica di ragionare in termini talmente attuali da immaginare e regolamentare una forma di voto telematico limitato ad alcune questioni, da effettuarsi da qualunque connessione ad Internet, sebbene nel 2011 non si capisce esattamente perché l’argomento non debba essere discusso seriamente da un punto di vista tecnico e filosofico come possibilità per il prossimo futuro.  A meno che non se ne discuta perché nel democratico occidente la democrazia è il sistema perfetto, ma senza esagerare. Si chiede in realtà soltanto di  rispettare, promuovere ed estendere dove possibile strumenti di partecipazione previsti dalla Costituzione.

In quanto a furti di sovranità l’attuale legge elettorale ne è un esempio fulgido e cristillano che illumina, fiera con la fiaccola della truffa nella mano sinistra e un suino nell’altra, l’orbe terracqueo. Il Mattarellum, con tutti i suoi difetti, era di gran lunga più democratica e rappresentativa, e senza il Referendum che la reintroduce si andrà di nuovo a votare con la legge Calderoli perché il parlamento e il governo non hanno né il tempo né l’intenzione di cambiarla. Inoltre la legge Calderoli è soltanto apparentemente affidabile in termini di governabilità: non appena il centro sinistra dovesse calare nei sondaggi dalle immeritate vette attuali, si tornerebbe con tutta probabilità ad una situazione di stallo in senato.

Pur amando la canzone del Signor G. non ho mai creduto che libertà e partecipazione siano sinonimi, il referendum però ci da la sensazione di esercitarle entrambe. Manca poco al 30 settembre, troviamo un gazebo e andiamo a firmare.

Elezioni: Vittoria della Lega? Lunga vita a Berlusconi!

Abitando in quel di Roma avrei forse dovuto seguire con attenzione lo scontro Polverini-Bonino, invece ho passato l’ultimo mese preoccupandomi dei risultati della Lega e del nord in generale. Ho detto a tutti che l’unico dato davvero interessante per il quadro politico sarebbe stato il voto leghista. Mi sono accorto con macroscopico ritardo che, a meno che le sigarette e  le pessime abitudini alimentari non facciano scempio prematuro del mio corpo, avendo Berlusconi 75 anni e io circa la metà, il cavaliere non potrà influire sul mio futuro più di quanto non abbia già fatto negli ultimi quindici anni. La cosa più interessante di questa fase dell’epopea di Berlusconi, dei suoi sodali e dei suoi oppositori è dunque capire il terreno che questi ci avranno preparato per il futuro. Una terra brulla e oscura forse, ma a mio avviso sufficientemente fertile perché vi cresca rigogliosa la pianta verdissima, rude e nerboruta della Lega Nord. Aspettavo con interesse, dicevo, i risultati dalla mitica terra di Padania, una specie di nuova Iperborea dalle cui fontane sgorga la linfa dell’Italia che verrà, eccoli:

 
Regione Europee 2009  Regionali 2010
Veneto  28,38%  35%
Lombardia  22,72%  26,2%
 Piemonte  15,6%  16,7%
 Emilia-Romagna  11,8%  13,6%
 Liguria  9,8%  10,2%
 Toscana  4,3%  6,4%
Aggiungete che alle europee 2009 la Lega in Friuli era al 17,4%, in crescita di 5 punti sulle Regionali di appena un anno prima , in più alle stesse elezioni era oltre il 14% nella Provincia autonoma di Trento. Considerate inoltre che le sole regioni Lombardia, Piemonte e Veneto, oltre a portare la maggior parte del PIL, rappresentano un terzo della popolazione italiana. Quella che ci mostra la tabella è una vittoria straripante, un’affermazione   su tutta la linea, in crescita anche nelle regioni in cui il candidato del PDL ha perso. L’unico partito di governo che cresce  in tempo di crisi e di scandali,  quando la disaffezione e la protesta hanno lasciato a casa il 33% degli italiani. Adesso in uno sforzo di fantasia neanche troppo spregiudicato, immaginate il seguente scenario nei prossimi tre anni:– La crisi economica e sociale persiste o si aggrava.
– Il 75enne al governo sparisce dalla scena nazionale per ragioni politiche, giudiziarie o dettate dall’incedere degli anni.

Problema: Come cambia il quadro politico?

La  mia opinione, su cui sono pronto a scommettere,  è che in assenza di Berlusconi il PDL si dissolverebbe come neve al sole. Un partito verticistico e incentrato su una singola personalità carismatica e politicamente vincente. Un partito scarsamente radicato sul territorio e debolmente organizzato. Un partito privo di una successione. Un partito -azienda, dove è principalmente l’amministratore delegato a produrre utili, cioè consenso. Cosa c’è oltre a Fini nel PDL dopo Berlusconi? Le uniche due figure di spicco sono Tremonti (filoleghista) e Formigoni (ciellino filocentrista) il resto sono mezze figure e lacchè: niente mischiato con nulla, come dicono in Sicilia. Nessuno che abbia la presa sulla gente, il potere economico-mediatico e la metà del carisma, negativo e populista quanto volete ma efficace a fini eletttorali,  di Berlusconi.


Dal canto suo Fini in questo momento è visto dai forzaitalioti del PDL come un nemico più infido e pericoloso di qualunque esponente del centrosinistra. Fini è già politicamente fuori dal PDL, già  coinvolto in qualcosa di nuovo e altamente confindustriale che sta fondando insieme a Montezemolo. Per completare la transizione verso un modello europeo di destra conservatrice e liberale, quale costoro sembrano voler costruire, hanno però bisogno di tempo. Di molto tempo.
Se la questione della successione si ponesse prima delle prossime politiche resta soltanto la Lega.

– La Lega di Bossi, l’alleato leale di B.
– La Lega radicata nel territorio
– La Lega che è di lotta e di governo
– La Lega che sa cavalcare di tutto, dalla crisi ai bassi istinti
– La Lega che farebbe il pieno dei voti del PDL
La stessa Lega che a quel punto avrebbe numeri da Secessione.

Attenzione non sto dicendo che attuerebbe la secessione, sto dicendo che la minaccerebbe ogni volta che la minaccia potrebbe portarle un  vantaggio politico, cioè una settimana sì e l’altra pure, come del resto ha sempre fatto quando le cose non andavano per il verso sperato.  Se isolata dal quadro politico una forza con quei numeri e quelle pulsioni, potrebbe trovare appoggio da volontà destabilizzatrici provenienti da fuori, magari dai fautori dell’Europa a due o tre velocità o forse da forze d’altro tipo.

Ho sentito esponenti del centrodestra e del centrosinistra dire che  le responsabilità di governo e il consenso,  renderanno la Lega più moderata e meno estremista.

Da quando in qua il potere in quanto tale rende le forze politiche più moderate?

Storicamente non avviene questo, avviene che forze estremiste si diano un profilo più moderato per accedere al potere, ma questo avviene prima dell’entrata nella stanza dei bottoni non dopo. Dopo non ce ne è più bisogno. Si pensi all’esperienza del Movimento Sociale italiano:

– Negli anni ottanta si riducono gradualmente le frange paraterroristiche
–  Negli anni novanta prima esce Pino Rauti e poi nasce AN, che rinnega il fascismo.
– Successivamente usciranno Storace, Buontempo detto er Pecora  e qualche altro i quali comunque, a parte qualche raro istinto nostalgico, avevano da tempo abbandonato le rivendicazioni proprie del MSI.
– Dal 2000 c’è il primo vero governo con AN ( sette mesi nel ’94 contano poco) e oggi il partito, ridotto a corrente PDL,  ha nel suo leader storico Fini un uomo che sembra rappresentare l’anima più democratica del PDL.

Quando è avvenuto questo processo nel caso della Lega? Quando è stato allontanato Borghezio? Da quando Gentilini e Prosperini  avrebbero smesso di sventolare l’omofobia, il razzismo e le Crociate? Sbaglio o l’ultima marcia di Tosi al fianco di Forza Nuova risale a meno di due anni fa? Sbaglio o l’ultima volta che non è stato al governo, cioè appena nel 2007, Bossi aveva ricominciato a parlare di “tirar fuori i fucili”? Quali contrasti aperti e quale lacerante dialettica interna al partito è nata tra costoro e l’ala cosidetta presentabile formata da i vari Maroni, Castelli e Zaia? Quando i vertici del partito avrebbero stigmatizzato le varie assurde delibere dei Comuni del bresciano? Il White Christmas era appena tre mesi fa: in cosa esattamente la Lega è più moderata di Le Pen e degli xenofobi olandesi?

Lunga vita Presidente Berlusconi (sic!), l’Italia purtroppo non è  ancora pronta ad una sua prematura, seppur allettante, scomparsa politica.  So bene che il tempo avrà ragione su di lei Presidente, ma tremo letteralmente all’idea delle truppe che verranno ad occupare la landa devastatata che  si lascerà alle spalle.

Ops… dimenticavo! Se Fini non ha probabilmente tempo di mettere in piedi una forza di centrodestra non irresponsabile, per chi come me coltivi ancora sentimenti di sinistra resta sempre  la possibilità che nel campo dell’opposizione emerga  finalmente

una forza in grado di invertire la cronica tendenza destrorsa e populista dell’elettorato.Ah! Ah! Scherzavo naturalmente, non è il caso vi illudiate ancora: ci siete già caduti troppe volte.

Il Presidente venuto da Marte.

Il Presidente della Repubblica Marziana, Giorgio Napolitano, ha oggi commentato le proiezioni di voto dei Paesi Bassi dove il partito PVV sembra destinato ad attestarsi come terza forza del paese, conquistando alcune decine di seggi nel parlamento olandese.Napolitano sembra si sia detto preoccupato per il successo in un paese europeo di un partitocon forti connotazioni xenofobe, che ha basato la propria  affermazione su una strenua campagna anti-immigrazione e anti-islam. Napolitano ha anche stigmatizzato come le tendenze nazionaliste  ( e quindi tra le altre cose anti-europeiste) di un tale partito siano anacronistiche, figlie di una storia che non può e non deve tornare.Nella sua analisi, devo dire piuttosto lucida, Napolitano sembrava fare  indiretto ma chiaro riferimento alle ideologie nazionaliste e razziste, propugnate con esiti drammatici dal nazi-fascismo. “E’ possibile vedere nel 2010 una forza politica del genere che diventa la terza per peso elettorale in un paese europeo?” sembra volerci dire, sgomento e preoccupato il Presidente appena sceso dalla sua atronave proveniente dal pianeta rosso, dove il progresso ha ormai relegato i rigurgiti xenofobi ad un ricordo del passato.

Personalmente condivido  in pieno la sua preoccupazione, condivido molto meno il suo stupore in quanto esistono in Europa paesi messi,  ahimé, ben peggio dell’Olanda.

Se infatti il Presidente, che come ogni marziano è ben poco avvezzo alle vicende di casa nostra, invece che dagli spazi siderali fosse venuto chessò, dall’Italia,  avrebbe scoperto che qui c’è un partito xenofobo e anti-islamico che rappresenta esattamente la terza forza  politica nel paese. E non basta! Il PVV, che in lingua Dutch significa Partito della Libertà (sic!), verrà probabilmente isolato dalle altre forze politiche di destra e di sinistra,  mentre la Lega Nord è parte di una solidissima alleanza di Governo e vanta addirittura un cospicuo numero di Ministri della Repubblica! Qualcuno potrebbe fuorviare il Presidente dicendogli che la Lega è  sì un partito xenofobo , ma federalista e non nazionalista. Diciamo per correttezza all’illustre diplomatico extraplanetario di non lasciarsi ingannare: se fossero veramente federalisti presenterebbero le loro liste anche in Sicilia, in realtà sono assolutamente nazionalisti seppur patrioti di una nazione mitica e dai confini incerti, più piccola e inscritta nell’Italia che governano e che va sotto il fiabesco nome di Padania.

Vogliamo dire al Presidente di non prendere questo post come una critica: ci rendiamo perfettamente conto che chi ricopre una carica istituzioanle su un pianeta che dista, nel momento di massimo avvicinamento, 56 milioni di kilometri dalla terra possa non essere perfettamente aggiornato su ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni. Al contrario, prenda questo nostro umile commento come un invito ad esprimere preoccupazione anche per la situazione italiana, di modo che il suo autorevole monito e la sua  saggia azione sensibilizzatrice sui i media internazionali denuncino ogni xenofobia, ogni anti-islamismo e ogni rigurgito nazionalista ancora presente in Europa.

Non prendiamocela soltanto con gli olandesi poveracci,  francamente in fatto di razzisti al governo sembrano ai nostri stanchi occhi poco meno che dei goffi parvenue.

Nostalgia canaglia.

Nel post precedente citando soltanto la Lega rischiavo di far torto al PDL, anche loro hanno  dei personaggi “vecchio stampo”, come il candidato Celori che accompagna la propria campagna elettorale con una interessante iniziativa culturale ci regala un calendario. Né la Crfagna, né la Ferilli e nemmeno qualche nuova subrettina  in forte ascesa. Come segnala stamattina il Corriere si tratta in realtà di un calendario storico 2010 ma anche, con doppia dicitura, il Calendario dell’anno 84° dell’era fascista.

Non so voi, ma calendario per calendario io stavolta preferivo tette e culi…      

Berlusconi e Tartaglia, la feroce stupidità della violenza.

Scrivo tardi sull’argomento e dirò cose probabilmente già dette. Personalmente sono uno di quelli cui le immagini dell’aggressione a Berlusconi hanno dato parecchio fastidio. La figura ingombrante di B. che sembra esaurire nel bene e nel male l’orizzonte politico italiano, richiama istintivamente letture politiche su ogni evento che lo riguarda, anche laddove non dovrebbero essercene come ad esempio alcuni, non tutti, gli aspetti della sua vita privata. Tuttavia la politica è sempre sovrastruttura, prima bisognerebbe cercare di guardare ai fatti crudi e soltanto in seguito, qualora abbia senso, inserirli in un contesto politico che ha contorni diversi e successivi; infine, ancora successivo, giunge il quadro storico.

Il fatto crudo è una vile aggressione a tradimento ai danni di un anziano di settantaquattro anni. Ed è un fatto negativo per tutti.

E’ negativo innanzitutto per la vittima, colpita, sfigurata, e comprensibilmente scioccata. Indipendentemente per l’antipatia e il disprezzo che si possano provare per il politico in questione, l’empatia nei confronti di chi subisce una violenza a tradimento è nel mio caso più forte. Se si giustifica, per qualunque ragione politica, un atto di violenza gratuita si oltrepassa il limite dello stato di diritto, si entra nell’ordine di idee della guerra civile, reale o potenziale, nel quale io mi auguro l’Italia non debba mai ricadere. Faccio i miei auguri a B. affinché si rimetta, affinché non debba mai più subire violenza fisica alcuna e, se continuo ad augurarmi come sempre la sua sconfitta, che ciò avvenga nella piena legalità costituzionale (urne o quel che è). L’augurio va a lui, ma va soprattutto al paese.

Un fatto brutto e negativo per l’aggressore, che non era un brigatista o un terrorista, ma uno psicolabile incensurato che pare in passato non avesse mai torto un capello a nessuno, sfuggito per una notte al controllo della sua famiglia e di se stesso. Tartaglia (carcere o clinica psichiatrica) verrà giustamente messo in condizione di non nuocere,  già pentito, passerà la vita a maledirsi per la feroce stronzata che ha fatto.

Un fatto brutto per l’opposizione, se così la si vuol chiamare, che in seguito a questo episodio vede risalire i sondaggi di B. e della maggioranza, la pseudosinistra è ricondotta ad un politically correct persino eccessivo vista la situazione e il risalto che ha avuto nel (turpe) dibattito politico (surreale più che sovrastrutturale) che ne è seguito. Se il tuo nemico ha giustamente e circoscrittamente ad un evento di cronaca nera la solidarietà di tutti (compresa, ripeto, la mia), diventa difficile e scivoloso attaccarlo politicamente, cosa sempre legittima in democrazia e addirittura doverosa dagli scranni di minoranza. Tra l’altro

, nel caso del PD, l’attacco politico già prima non aveva mai sortito effetti elettoralemnte fruttuosi. Qualcuno (a destra) dice perché troppo violento, qualcuno (dalle parti di Di Pietro&co) perchè, si sostiene, troppo blando. Mi spiace, ma la corsa all’accordo dei Dalemiani, è sembrata come al solito precipitosa, prontissima, quasi che non si aspettasse che un qualunque pretesto per poterla riproporre.Un fatto negativo per noi che probabilmente verremo criminalizzati in piazza, sui blog o su facebook per ogni imbecille che frequenta gli stessi luoghi reali e virtuali e per ogni eventuale, sacrosanta o meno, critica e invettiva contro una classe dirigente che magari non ci piace.

Un fatto negativo perfino per l’Onorevole Cicchitto e per qualche altro esponente di maggioranza che ha colto la palla al balzo per mescolare tutto, accusare tutti, criminalizzando parimenti tutto ciò che non rema a favore. Travaglio accostato agli anarchici bombaroli (sic!), Facebook ai gruppi extraparlamentari degli anni settanta, giornalisti di varie sfumature a fomentatori d’odio professionisti, magistrati ad eversori, accostando una tizia che placca il Papa  e rompe il femore ad  un cardinale ottuagenario  ad un clima d’odio che ieri era tutto contro B. e oggi anche contro il Vescovo di Roma  e via delirando. Negativo, in sostanza, perché ha dato loro modo di toccare il fondo della propaganda politica, sguazzando in quella palude demagogica in cui non c’è analisi, non c’è differenza, non c’è contesto, non c’è discernimento, c’è soltanto l’orizzonte miope del prossimo sondaggio.

C’è poi la questione del clima d’odio e del partito dell’Amore.


Spiegavo ad un mio amico, convinto sostenitore di Forza Italia, che secondo questo principio la Lega sarebbe responsabile di ogni aggressione ad immigrato avvenuta in Italia negli ultimi anni e lo sarebbe avendo usato un linguaggio molto più esplicitamente  diretto e violento di quello utilizzato da qualunque oppositore istituzionale o giornalistico di B.
E’ una logica che possiamo accettare, ma deve valere per ogni violenza e per ogni vittima.
Mi è stato risposto che nel caso di B. l’odio è tutto rivolto verso una sola persona. Appunto, non ho fatto in tempo a rispondere, un’ unica persona che svolge un ruolo storicamente a rischio di forti contestazioni e azioni criminali (lui come i suoi predecessori), una persona che è obbligatorio e doveroso scortare, proteggere, con tutti i mezzi dello Stato  disponibili a tale scopo e, nel peggiore dei casi come in Piazza Duomo, soccorrore per tempo nel migliore dei modi. Un immigrato invece viene picchiato in silenzio,  nell’indifferenza generale, laggiù nel limbo dei senza voce, dove degli strali di Maroni contro il clima d’odio non s’è mai sentita l’eco.

Il colore viola.

Sabato a Roma, per un giorno soltanto pare e non per l’intera stagione autunno-inverno, sembrava andar di moda il viola. La marea s’è mossa da Piazza della repubblica fino a Piazza San Giovanni, invadendola, debordandola. Sembravano tanti, ottocentomila secondo gli organizzatori diciannove persone secondo la questura, tanti quanto quelli presenti il primo maggio al concertone rock che dovrebbe celebrare il lavoro più che i cantanti e fa concorrenza alla fin fine all’Heiniken Jammin Festival, più di quanto faccia tremare Confindustria.

Dominava il viola sgorgato da Facebook su esortazione di San Precario ma non c’era soltanto quello, comparivano a folti gruppi bandiere rosse di tutti i cinquantadue partiti comunisti rimasti, unico caso al mondo in cui le sigle proliferano più degli elettori, qualche bandiera IdV e perfino quattro bandiere quattro del PD, in barba al dettato del neosegretario della  cui trasparente assenza, guarda un pò, s’è parlato più che delle centinaia di migliaia di presenze indaco. Io e il tassista leninista, armati di macchina fotografica e sprovvisti di indumento a tono (prometto in futuro di comprare una cravatta), scorriamo il corteo, leggiamo striscioni, ascoltiamo slogan. Notiamo perfino un momento di tensione, in cui un viola purissimo uscito dal web, litiga e inveisce contro dei manifestanti con bandiere rosse usciti da qualche sede di partito inquinando, a suo avviso, la volontà dei pervenuti nel prendere le distanze dalla politica tradizionale. Io e il tassista ci domandiamo quando, restando nel solco delle opposizioni a Berlusconi, il movimento viola si dividerà anch’esso in litigiosi correnti. Lealisti Magenta contro dissidenti Lilla. Separatisti Fucsia contro ortodossi Melanzana. Miglioristi orchidea in polemica contro centristi presumibilmente Malva, quest’ultimi in odor di tradimento e collaborazionismo col nemico.
Oh, già… il nemico. Quello è onnipresente e fin troppo chiaro a tutti, rappresentato in  effige sui muri e sui cartelli,  evocato tramite feticci, maschere e pupazzi, il suo nome ingombrante urlato come uno sfogo.
Mentre gironzoliamo per il corteo e intorno a noi sciamano i manifestanti (dei quali a modo mio, sia ben inteso, faccio parte), vediamo comparire qualche vecchio leone che mescola la condizione malridotta della democrazia italiana col golpe in Honduras, individuando una comune matrice a stelle e strisce… Fulvio Grimaldi, bontà sua, è sempre quattro decenni indietro rispetto alla storia e qualche annoluce avanti rispetto alla mia fantasia. Vediamo anche Franceschini,  non quello che ha perso le primarie ma quello che ha fondato le BR, e uno striscione di Lotta Continua (1969-2009  c’è scritto, come se Lotta continua vantasse l’esperienza artigiana e la continuità di gestione di una panetteria o di un ristorante tipico) come se a sinistra nulla si rinnovasse mai, ma tutto procedesse per stratificazioni successive in cui convivono guardandosi in cagnesco il nuovo, il vecchio, il più vecchio, l’antesignano, il relitto e l’archeologia politica. Per la prima volta il PMLI non l’ho visto, ma a ben ripensarci il giorno dopo ricordo alcuni manifestanti esibire orgogliosi “Il Bolscevico”, organo del Partito Comunista più anacronistico tra i molti d’Italia.

Si lo so, un detrattore filoberlusconiano con sta roba c’andrebbe a nozze, ma io non lo dico per denigrare, è proprio che l’occhio nel mio caso tende sempre a fermarsi sui particolari demodè, sulle intrusioni e sui segnali fuori dal contesto storico. Il vintage politico-icononografico se preferite.

Controcorrente nel fiume umano si districano operatori televisivi e intervistatori che a tutti domandano, già consci che la manifestazione è perfettamente riuscita, da domani che cosa cambierà?
Niente.
Lo sanno loro, lo sanno gli intervistati (almeno quelli che hanno abbastanza primavere per averne viste ormai parecchie di manifestazioni ben riuscite) e lo so pure io, però  ce lo domandiamo comunque. Probabilmente, per puro esercizio onanistico.
Si arriva alla fine sotto il palco, arriviamo tardi, c’è già stato Celestini, c’è Salvatore Borsellino, Malerba, Gallo, Dario Fo e Franca Rame, col loro ottuagenario ottimismo da orticaria per un futuro migliore che non arriva mai. C’è Bocca registrato, Tabucchi dalla Francia e qualcuno mormora “beato lui”, c’è Monicelli. Monicelli,
il maestro, alla cui veneranda età rimane più spirito che fiato,  dice cose intelligenti.  Parole che dovrò riascoltare il giorno dopo su Youtube in quanto un camioncino corazzato d’altoparlanti mi spara nelle orecchie le canzoni dei cartoon, così che l’autore di Amici Miei e Il Marchese del Grillo, muove le labbra per esortare i giovani a non mollare, ma sembra cantare UFO Robot in un maldestro involontario doppiaggio. Poi, sul palco, arriva Ulderico Pesce monologhista, attore, cameriere, emigrante pugliese o quel che è.
Ulderico parla del caporalato diffuso in tutta Italia nelle aziende agricole, lo chiama col nome che dovrebbe avere, schiavitù.
La ripete più volte quella parola, schiavitù, schiavitù ai danni degli immigrati che poi criminalizziamo. Chiama l’Italia per quel che è o sta diventando, razzista.  Spiega che basterebbe una semplice legge ( c’è una raccolta firme sul suo sito) di congruità fiscale tra manovalanza  a libro paga e prodotti agricoli che finiscono nei supermercati per colpire questa piaga. E s’incazza, forse per enfasi da guitto forse per temperamento, domandandosi davanti alla schiavitù e alla criminalizzazione degli schiavi dov’è la sinistra, dov’è la chiesa, dov’è il sindacato, dov’è il governo, dov’è la solidarietà.
E  il senso che ha per me questa giornata è in quelle parole e nella volontà residua e ostinata nell’affermare la non complicità con quel che accade. Poi io e il tassista si va a casa, che fa un po’ freddino, la metro scoppia e le bandiere, nella mia esperienza recente, per sgargiante che sia il loro colore hanno appena il tempo di sventolare che sembrano già vecchie e lise.
Foto by Aramcheck

Tirando le somme (II): Italia-Germania ovvero il giardino del vicino fa sempre più schifo.

A Gennaio il sommario riguardante le stime sulla disoccupazione per il 2009 proveniente da CGIL, Confindustria e OCSE convergeva verso il dato sostanzialmente univoco di un innalzamento all’8,9%. Quattro mesi dopo, con maggiori dati alla mano, la stima  è stata confermata dall’UE: 8,8%. Circa mezzo milione di nuovi disoccupati rappresentano uno scenario duro, durissimo per chi già versava in cattive acque, sottostimato se si considera il lavoro nero e la non iscrizione alle liste di collocamento e drammatico per gli immigrati regolari che perdendo il posto di lavoro diventeranno prima nullatenenti irregolari e poi, grazie al gerarca Maroni, addirittura criminali e consumatori abusivi dello spazio vitale italico. Eppure all’8,8% la pace sociale dovrebbe miracolosamente tenere, anche se questo lo sapremo soltanto in autunno e nel frattempo vicino casa mia ci sono dei tizi che stanno occupando il Colosseo.

E no, non sono Gladiatori. (*)

Eppure con tutta probabilità non vedremo l’ex classe media rintanata nelle tendopoli come in certe aree della California. I due milioni di disoccupati urlati da Grillo restano un numero buttato là a prefigurare una catastrofe quattro volte peggiore che non dovrebbe verificarsi. Pur non avendo nulla contro Grillo ritengo giusto far notare quando, dopo le “profezie” azzeccate, il comico/tribuno concede all’enfasi millenaristica e alla sete di apocalisse della piazza più del dovuto.

Lontano dagli ottimismi del governo, che a forza di dire che si intravede una nano-ripresa prima o poi ci azzaccherà,  avevo pensato a questo post per fare un po’ il punto a partire delle letterine che si usano convenzionalmente per descrivere l’andamento della crisi: U, V, L e via compitando. Nel frattempo è uscito un articoletto della Napoleoni (la quale ha ben altri titoli in materia rispetto a me che non ne ho pressocché nessuno), sullo stesso argomento che chiudeva domandando ai lettori di che tipo di crisi si tratterà, sempre scegliendo dall’abbecedario il grafema più corretto. Bene secondo me dal punto di vista del PIL almeno per l’Italia si tratta di una crisi che non ha corrispettivi nell’alfabeto convenzionale e dovremmo ricorrere a soluzioni più creative come il not, intesa come il simbolo della negazione logica, una cosa così:

¬

In generale le lettere vengono impiegate per indicare in sintesi l’andamento della crisi. Una crisi a V indica un crollo che tocca il fondo e ha una rapida e repentina ripresa, una U indica un periodo di stagnazione tra il crollo e la ripresa, una W presenta uno scenario di rimbalzi e ricadute, mentre una L, tipica del caso recente del Giappone , descrive un’economia che dopo il crollo ristagnastabilmente per un lungo periodo, molto lungo se si guarda all’economia nipponica come esempio. Se svincoliamo il caso italiano dalla crisi finanziaria del 2008 e osserviamo l’andamento del nostro  PIL in un arco temporale più ampio ci accorgiamo però che l’Italia era già in crisi di suo da parecchi anni e la recente crisi può essere visto come un elemento perturbativo esterno che ha fatto degenerare un andamento negativo già consolidato.
Da ben prima del 2008 gli economisti già individuavano due momenti distinti di discontinuità tendenziale nell’economia del nostro paese: il miracolo e il declino. Il miracolo Italiano, o il boom economico,  si è verificato tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni 60 raggiungendo tassi di crescita costantemente pari o superiori al 6% ed è finito da un pezzo. Con declino italiano si indica un ristagno dell’economia prolungato nel quale ci trovavamo già prima dell’attuale crisi. Nel quinquennio compreso tra il 2001 e il 2005 l’incremento medio del PIl è stato dello 0,7% annuo, con quattro anni consecutivi di quasi totale stagnazione e una crescita contenuta nel 2006 e nel 2007 rispettivamente del 1,9% e dell’1,5%. Infine nel 2008, anno della crisi finanziaria in cui la crisi economica non aveva ancora avuto modo di manifestarsi pienamente, l’Italia ha avuto una decrescita dell’ 1%: eravamo cioè già decisamente in crisi. Il crollo attuale le cui previsioni per il 2009 sono partite dal -2% e ora si attestano su uno sconfortante -6%, sono il precipizio dopo la stagnazione. L’immagine di seguito, piuttosto eloquente, risale a qualche mese fa quando le stime sul 2009 erano appena passate dal -2% al -4% (tradizionalemnte queste tendono ad essere peggiori dele previsioni)quindi potete prolungare a piacimento il precipizio finale:

 


Questo è il motivo per cui la strategia comunicativa del governo, fondata sul concetto che gli altri stanno peggio di noi, non ha molto senso. Per mesi ci hanno ripetuto di guardare alla Germania le cui previsioni per il 2009 erano peggiori delle nostre, allontanando così il catastrofismo. Il PIL tedesco nel 2008 è cresciuta dell’1,3%, pur essendo la finanza tedesca ben più impelagata della nostra nella vicenda subprime (basta ricordare Commerzbank e Hypo Re.) mentre il nostro PIL lo scorso anno era già negativo: quindi o la crisi si era già manifestata per entrambi i paesi e noi stavamo messi peggio o la crisi doveva ancora manifestarsi e noi eravamo già nel mezzo di una crisi locale mentre loro no(*). Le previsioni per il 2009, a lungo sfavorevoli ai tedeschi, a metà anno  hanno già visto il sorpasso con il nostro -6% peggiore o al più in linea con il loro -5,3%.

Quindi sì, la finanza italiana era più lontana dall’epicentro della crisi rispetto alla Germania (e immensamente di più rispetto ai paesi anglosassoni), ma le ricadute sulla crescita economica si inserscono in uno trend storico peggiore, sono attualemenete peggiori e si prevede che lo resteranno anche l’anno prossimo. Quindi adesso vi spiegheranno che bisogna guardare alla Spagna, che  crolla sì peggio di noi ma andrebbe ricordato che aveva appena vissuto il suo miracolo e non un periodo di quasi decennale stagnazione. Chissà se poi i dati dovessero cambiare vi diranno di guardare l’Islanda che è fallita, poi magari il Messico e via di seguito verso paragoni con paesi sempre più esotici e distanti.

Inoltre, è importante notare che una crisi è un genere di evento piuttosto dispendioso per le casse dello Stato: al crescere della disoccupazione aumenta la spesa  per gli ammortizzatori sociali (almeno questo avviene nei paesi civili…), aumentano le pressioni sul sistema pensionistico, diminuisce il gettito fiscale legato sia al reddito di imprese e lavoratori che alla contrazione dei consumi (IVA). E’ noto che la situazione del nostro debito pubblico non brilla per austerità ormai da trent’anni.

La decontestualizzazione dei dati applicata dal Governo e l’assenza di uno sguardo ad un arco temporale più ampio è dettata dalla necessità politica di distogliere la percezione generale dal fatto  che l’attuale maggioranza governa pressocché ininterrottamente dal 2001Seppure l’11 Settembre, i due anni di Prodi succhiasangue e l’attuale crisi mondiale, fossero tutti argomenti condivisibili a lungo andare nella percezione dell’uomo della strada puzzerebbero inevitabilmente di alibi, con eventuali ricadute elettorali. Per questo ci si concentra su improbabili paragoni con la Germania (prima che i dati li smentissero), si impone l’Ottimismo di Stato, si evita l’argomento crisi e si infarcisce il dibattito politico di stronzate (argomenti-moda) come l’introduzione dell’inno delle regioni nell’articolo 2 della Costituzione (ammesso che il Molise esista davvero come entità geografica,   che inno dovrebbe avere?).

La crisi non l’abbiamo scatenata noi, ma eravamo tra i più impreparati e rischiamo comunque di pagarla più a caro prezzo e per un periodo più lungo.
Oh, poi se psicologicamente preferite essere ottimisti e vi piace esultare di improbabili successi sui crucchi, siete liberi di farlo.

 

(*) Ragazzi siamo con voi, ma non era meglio occupare uno dei simboli del potere contemporaneo?
(**) Anche l’economia della Germania si basa in buona parte sulle esportazioni, quindi dire che noi siamo entrati prima in crisi perché c’erano già entrati i nostri clienti, non sembra reggere.


I nuovi mostri: le licenze poetiche di Sandro Bondi.

Mi sono recentemente appassionato alle poesie del ministro Bondi, convincendomi che avere un tale altissimo letterato al Ministero dei Beni culturali rappresenti motivo di lustro per questa terra di scienziati, navigatori e pataccari.Venendo alla poetica del del ministro la critica si divide tra coloro la collegano alla tradizione dell’ermetismo italiano del novecento, il che moralmente equivale a compiere impunemente scempio dei cadaveri di Ungaretti e Montale, e chi la accosta alla tradizione giapponese degli Haiku, rischiando l’ennesimo incidente diplomatico con eventuale ritiro delgli ambasciatori da parte del governo nipponico. Lo stile dei  componimenti si caratterizza  comunque per la forma stringata, dalle quattro alle dieci righe, e presenta la caratteristica di giustapporre in ogni verso un sostantivo ed un aggettivo (geniale).Le tematiche vertono invece su scene di vita vissuta incentrate su figure importanti nella vita del poeta e cari alla sua sensibilità di uomo e di parlamentare: Berlusconi, la Lario, Rosa Bossi Berlusconi, Giuliano Ferrara, una misteriosa commessa della Camera dei Deputati e perfino Veltroni e la Finocchiaro.

Non voglio però togliervi il gusto di leggerli da soli, ne trovate ad esempio una completa antologia qui.

La poetica di Bondi è però inanzitutto contemporanea e cibernetica, tanto che in rete esiste un tool che  genera componimenti del ministro in modo completamente automatizzato, il Bondolizer. Non state lì adesso a fare i sarcastici e gli snob… siamo nella società dell’informazione  e dell’automazione? Dunque il poeta i cui componimenti sono automatizzabili è nient’altro che un genio in sintonia coi tempi moderni.

Volendomi sbilanciare in un parere spassionato che non sminuisca in alcun modo il resto della produzione, la mia preferita è di certo quella dedicata a Rosa Bossi Berlusconi:
A Rosa Bossi in BerlusconiMani dello spirito
Anima trasfusa.
Abbraccio d’amore
Madre di Dio



Notare come nell’ultimo verso il Bondi recuperi la tematica dell’Unto dal Signore, accostando la figura della madre del premier a quella della Madonna e, per deduzione, il presidente  alla figura del Cristo. Genio (ho già detto?).
Io che personalmente più che un estimatore sono ormai un fan esagitato del Ministro-Vate, mi sono  permesso nel mio piccolo di scrivere un piccolo componimento ispirato ai recenti fatti di cronaca. Senza alcuna velleità di emulazione, ma anzi col contegno del più umile apprendista,  vorrei proporvi questo omaggio dedicato al maestro:

A Sandro Bondi

Fenicie vestigia
tombe megalitiche
lettone dello zar
confidenze e meteoriti

Presidente eclettico
eccelle in ogni ruolo
imprenditore, operaio
e financo tombarolo

NB: Questo post dedicato ai componimenti Bondiani potrebbe diventare una rubrica, non facente parte del consueto TAG arte della crisi, anzi andrebbe a ben vedere catalogato in tag che ne rappresenti il doppi speculare: “crisi dell’arte e della cultura”. Crisi profonda, direi.

L’intruso: Beppe Grillo si candida alle primarie del PD.

Gli americani hanno una parola cresciuta all’ombra del gergo aziendale per definire un evento del genere: disruptive. La traduzione letterale è qualcosa di simile a evento perturbante, in grado di generare una perturbazione, segnare una discontinuità, spezzare il trend, interrompere una tendenza o un andazzo. Nelle sale riunioni del mondo aziendale anglosassone in genere si passa da attività più metodiche quali l’analisi e la  pianificazione all’elaborazione di una strategia disruptive quando le cose stanno andando in merda.

Lapalisse converrebbe nel constatare che se l’andazzo generale volge inerzialmente a tuo favore, di tutto hai bisogno tranne che di un evento che sparigli le carte in tavola. Effettivamente il PD sta andando in malora, come era ampiamente prevedibile vista la sagacia della leadership e la chiarezza della proposta politica,  dal giorno stesso in cui è stato fondato. Il suo scopo era quello di ereditare il ruolo dei grandi partiti di massa, pur inspiegabilemnte sganciandosi dalle masse e dal territorio, cioè dei grande totem della prima repubblica, rinverdedo gratis ogni quattro anni il mito del partitone all’italiana. La sua meritata e perentoria deriva  ha segnato il crepuscolo di tutto ciò che galleggia a sinistra delle destre.
Un evento disruptive, che a causa delle dinamiche interne al PD non poteva non provenire dall’esterno, se non rischia di peggiorare la situazione general, già ampiamente oltre il punto di non ritorno,  non ha infondo controindicazioni.

Grillo non può vincere, né credo ci sia  da augurarselo, ma se ciò per assurdo dovesse accadere il PD si decomporrebbe in una fuga scoordinata degli attuali apparati in ogni direzione, dando almeno per scontato  che di dirigenti del PD disposti a farsi dettare la linea da un para-masaniello di professione ufficialmente comico, non credo ne esistano.  

Grillo forse alla fine neppure parteciperà. A fine Giugno, appena pochi giorni fa, si discuteva nel PD sull’eventualità di restringere le primarie ai soli iscritti adesso, abilmente, Grillo ha fatto sì  che se quella che doveva essere la modifica di un regolamento interno dovesse avvenire apparirebbe come un tentativo di esclusione ad personam, da parte di una classe dirigente che ha paura che un corpo estraneo incontrollabile  finisca per affermarsi. Con la platea elettorale estesa a tutti i cittadini sopra i sedici anni, un’affermazione di Grillo come secondo candidato sarebbe infatti possibile, perché i suoi voti arriverebbero solo in piccola  parte dagli scontenti del PD e in maggioranza da bacini esterni, compresa una destra che si frega le mani all’idea di mandare i propri iscritti a detonare il PD dall’interno. 

Grillo non vincerà, ma la sua stessa presenza è come aver messo un cactus sulle poltrone degli altri candidati, costretti a confrontarsi con lui su alcuni dei suoi temi, per la maggior parte dei quali il PD non ha risposte o ha risposte inadeguate e confuse.

In generale l’idea di D’Alema che col suo atteggiamento snob è costretto a confrontarsi in un dibattito congressuale con un tizio sudato che  lo manda a fanculo, risulta francamente divertente. Ogni tragedia che si protragga oltre il dovuto fino ad estenuare gli spettatori diviene patetica e da qui  al rivolgimento in farsa il passo è breve. La tragedia recente della sinistra italiana non fa differenza.

Non ci sono soltanto i leader, i primi ad avere in odio Grillo sono gli organi di informazione vicini al PD, a cominciare da Repubblica ,e con loro molti intellettuali piu’ o meno critici verso gli attuali vertici. Grillo verrà accusato di qualunque cosa: dal fiancheggiamento di Berlusconi, al tradimento, al sabotaggio. 

La prima cosa che ho pensato è forse ci sarà da divertirsi e se tutto non si risolverà in una breve boutade, potremmo vedere un bel terromoto laddove nulla si muove ormai da tempo, o nel peggiore dei casi l’ennesima farsa post-comunista che ci rallegri durante le uggiose gionate d’autunno.

Ronde: “Per servirvi, per proteggervi”.

Questo istruttivo articolo della Stampa ci informa che la Procura di Torino ha aperto, senza ipotesi di reato, un fascicolo sulla Guardia Nazioale Italiana, un’associazione che pare conti duemila volontari pronti ad organizzarsi in ronde per tenere più sicure le nostre città, sfruttando le norme disposte dal decreto sicurezza votato questa settimana.

Sul sito della Guardia Nazionale Italiana  Gaetano Saya  tiene a precisare  la natura non  violenta e legale dell’associazione, dopodiché lo statuto  descrive ruolo, uniforme e simboli dei coraggiosi volontari. Gaetano Saya,è il presidente del ricostituito MSI Destra Nazionale e leggo su un altro articolo del Corriere della Sera del 2005, ma lo ricordavo anche se se ne è parlò relativamente poco all’epoca, di come fosse stato di recente coinvolto nelle indagini sulla Polizia Parallela, la DSSA. Per sua stessa ammissione Saya è stato massone iscritto a diverse logge( il Corriere riporta anche la P2, ma non ho trovato sue dichiarazioni in merito),  collaboratore dei servizi  segreti, militante politico durante la rivolta di destra di Reggio Calabria, iscritto a Gladio. Veniamo ai simboli della Guardia Nazionale Italiana presentati sul sito, tra cui la bandiera italiana, l’ aquila imperiale romana e la ruota solare, o come precisato in seguito la ruota incandescente, questa:Le uniformi le trovate sul sito della GNI, basta cliccare  per farsi un’idea, anche se la foto pubblicata sulla Stampa ci concede già un quadro vagamente evocativo.

Che dire?

Io non mi iscriverò a questa formazione di volontari, li trovo un po’ diversi da mio zio di 85 anni che da 30 aiuta come infermiere  e tuttofare nella Croce Rossa Italiana. Mi ricordano qualcosa… un periodo storico diverso, mi sforzo da stamattina ma… chi si vestiva così? Non so la mia memoria comincia a vacillare. Sapreste per caso aiutarmi?  Boh… vabè comunque sono un po’ diffidente.
Il ministro Maroni mentre concepiva il decreto immagino non potesse pensare che avrebbero avuto voglia di organizzarsi in ronda anche formazioni presiedute da individui di estrema destra e un look, diciamo, che ricorda inavvertitamente tempi meno democratici. Perfino i caschetti sono di foggia non del tutto sconosciuta. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo, figuriamoci… un effetto collaterale del buon decreto.

Adesso lo so che qualcuno si aspetterà che io chiosi dicendo che se questo decreto permettesse  l’aiuto al  presidio delle nostre strade da parte di ronde di volontari che si definiscono Patrioti e Nazionalisti in divisa e anfibi forse, ma dico forse, si potrebbe parlar di un po’, ma poco, di qualcosa che ricorda da lontano, per pura affinità estetica, le camicie brune. Poco però, poiché questi non se la prenderebbero con noi gente per bene, si limiterebbero a segnalare i criminali tra cui, per lo stesso decreto, tutti gli immigrati irregolari e non euroariani.

Non parlerò di fascismo, né di deriva fascistoide, né di neofascismo, né di squadrismo.

Siamo in democrazia, qui si vota.
Questo è un governo democratico.
Gli italiani non sono razzisti.
Non c’è nessuna deriva xenofoba.
Le ronde nascono tra pensionati e madri di famiglia preoccupati per la vivibilità del loro quartiere.
Parlare di regime è massimalismo.
Fascismo e comunismo, destra e sinistra, sono concetti obsoleti.

La Lega, come dice Sartori, non è di estrema destra, come  invece dice Borghezio pontificando davanti ai neofascisti francesi:  la lega si articola sulla conflittualità centro-periferia, tutt’altra cosa. 

Me lo diranno da destra, dal centro e da sinistra, me lo diranno i terzisti e me lo diranno giornalisti e  blogger indipendenti, alcuni dei quali stimatissimi.

Io non parlerò di fascismo perché ho perso la memoria e ho imparato la lezione.

Però, e non è detto che accada, se i ragazzi di Saya mi presidiassero il quartiere vestiti a quel modo e autorizzati dallo Stato, ci sarà una novità. Trovatelo voi il nome a questa novità: voi moderati, voi minimalisti, voi moderni.

Avete tutta la ricchezza del patrimonio lessicale italiano a disposizione e sono accettati anche i neologismi. Basta trovare le parole giuste per vestire la realtà e questa si fa già meno minacciosa e più digeribile: insomma, col nome giusto farà tutto  molto meno schifo.

Dategli un nome e quando lo avrete trovato, allora forse mi sentirò più sicuro. O forse no.

Cronache dal Regno d’Italia: la politica torna a corte.

Definitivamente l’Italia è monarchica, dopo poco più di 60 non sempre gloriosi anni, salutiamo con un pizzico di malinconia la Repubblica. L’Italia torna monarchica, culturalmente monarchica più di quanto non lo fosse stata dopo il Risorgimento. Né costituzionale né statutaria, il modello è autenticamente medioevale. Il corpo fisico del sovrano occupa ormai lo spazio pubblico, la politica esce dal polveroso e inefficiente parlamento  e torna finalmente a corte.
 Nella monarchia non c’è opposizione al sovrano, TUTTI sono sudditi. Lo scontro politico, l’aperta conflittualità dialettica si svolge al di sotto della figura regia, tra frange aristocratiche rivali che possono conrapporsi al re soltanto per interposta persona. Contrariamente che in democrazia la vita privata del re appartiene allo spazio pubblico, viene data in pasto al popolino. La figura del sovrano,  ricompare  nell’attenzione cortigiana che si dedica alla vita privata e al corpo fisico di sua Maestà, ai suoi vizi e ai suoi vezzi, distogliendo in parte l’attenzione del popolino dall’effettiva liceità e trasparenza del suo agire. L’immagine del Re è un’estensione della sua camera da letto, le sue gonadi suscitano scandalo e apprezzamento, la sua nomea di uomo vigoroso, se non di vero e proprio satiro, inorgoglisce velatamente la nazione.  Gli incontri di Stato con gli altri sovrani, sono feste di palazzo la cui riuscita non si misura in decisioni politiche, ma nella capacità del sire di rubare la scena pur comportandosi da un buon ospiteIl sovrano deve mostrarsi in buoni rapporti coi suoi pari, soprattutto quelli più potenti, per dimostrare di non essere da meno di nessuno, portando lustro al regno.La rivoluzione forse non sarà un pranzo di gala, ma il G8 sì.

La politica al contrario si svolge  all’ambito privato, decisa nelle segrete stanze, poiché vige l’Arcana Imperi e la decisione del sovrano non è sindacabile, né deve essere spiegata al volgo, non esiste l’Opinione Pubblica sulle vicende politiche. Ci sono ministri utili ma scomodi che, pur da sudditi e da consiglieri, osano manifestare critiche alla regia volontà, mostrano una propria linea politica e si ritagliano un proprio spazio sempre al fianco del Re, ma non alla sua ombra. Gianfranco Fini si è calato splendidamente nella parte, roba da Oscar: fa l’aristocratico fedele alla corona ma un poco indipendente, con la sicurezza dell’attore navigato.

Il PD non essendo un partito, ha accettato il ruolo della frangia aristocratica invisa al Re, organica al sistema monarchico e integrata nell’oligarchia, ma incapace per protocollo e convenienza di opporsi in maniera diretta alla volontà regia. In Italia non c’è opposizione politica, abbiamo i boiardi.  Avversi alla frangia aristocratica rivale evitano lo scontro aperto col Re, esclusi dalla corte vi cercano alleati all’interno. Chi meglio della Regina, cioè colei verso cui il Re deve mostrare, almeno ufficialmente, devoto rispetto? Perfetto nel ruolo di boiardo Adinolfi, che interpretazione magnifica! Oggi ha dichiarato, sciogliendo ufficialmente le riserve e accettando il ruolo: 

<<Il divorzio di Berlusconi è una questione politica. Mi auguro un’offensiva del Pd che chieda al paese già in occasione di queste europee di togliere fiducia a Berlusconi. E’ un’occasione per il Pd >>

In monarchia non c’è il parlamento, non ci sono elezioni, non ci sono programmi politici: la politica la decide il Re, è sua prerogativa in nome di tutti. Il Re può essere indebolito nella sua immagine, non sconfitto politicamente. Gli si può rendere la vita difficile nell’unico spazio esposto pubblicamente, quello cioè della vita privata affinché si persuada ad un compromesso o faccia una concessione, non gli si può sottrarre lo scettro: il potere gli spetta per diritto di sangue e per volontà divina. Straordinario Adinolfi, dicevamo, ma tutta la classe dirigente del PD merita un applauso per come ha introiettato il ruolo entrando perfettamente nella psicologia piccolo-aristocratica.Riconosco il metodo  Stanislavskij quando lo vedo.

Dopo aver taciuto e accettato per anni la commistione tra le sostanze del sovrano e gli affari del Regno, la palese corruzione di certi funzionari  regi e le amicizie indebite con i briganti del  Protettorato di Sicilia di certi bracci destri di Sua Altezza per ottenere qualcosa adesso i boiardi si nascondono sotto le gonne della Regina. Alcuni

ultimamente raccontano che a Roma la sera, passeggiando nei pressi della Piramide Cestia, dalle mura  del cimitero acattolico si possono udire urla disperate provenire dalla tomba di Gramsci.   
Non mancano gli altri ruoli, fino alle comparse il cast è praticamente completo. Di Pietro è un perfetto tribuno della plebe, incazzoso e casareccio, accolto a corte per urlare qualche lamentela prima di essere redarguito,  deriso e cacciato a pedate. Coi modi da reuccio anche lui, seppur con le pezze al culo, burbero e amato dalla plebaglia. Pittori raffigurano l’essenza conoscibile del sovrano, cioè la sua effige esteriore, per donare l’immortalità alle sue glorie e ai suoi vizietti. Di Araldi e adulatori ne sono piene le redazioni, valletti (e soprattutto  vallette) scorrazzano ovunque per la penisola. Buffoni e Giullari a bizzeffe, c’è perfino un menestrello napoletano che canta le canzoni scritte dal Re.

Concubine non ne parliamo, c’è addirittura la fila.   

Certo con le casse personali di cui dispone , sua Maestà poteva permettersi a corte un poeta migliore di Bondi (il ministro scrive davvero pessime poesie ermetiche e le pubblica pure), ma il Re non deve avere buon gusto: il gusto del Re è il gusto del Regno. 

Infine quando il gioco si fa veramente grottesco, Sgarbi comincia a giocare. Malgrado i suoi trascorsi libertini è stato recentemente accolto dall’UDC, la casata dei nobili  Guelfi e papisti usciti dalle grazie del monarca, e fa la morale al Re in difesa del sacramento del matrimonio e della regola famigliare. Quale ruolo assegnare al celebre critico? Quello del Vescovo ipocrita sembra il più adatto.

L’Italia è culturalmente monarchica, le elezioni saranno un formale plebiscito e tutta l’attenzione sarà puntata sugli appetiti reagli, sulla solidarietà o meno da offrire alla Regina e sul difficile momento che attraversa la Corona. Per le vie dei borghi è tutto un eccitato sussurrar pettegolezzi e mentre la fastosa commedia continua , ognuno pian piano  trova  posto a palazzo e indossa la propria maschera di scena.

Compreso il popolo bue.                       

I nuovi mostri: se il Re buffone, di tanto in tanto, imparasse a tacere.

Non è un problema politico, piuttosto riguarda la responsabilità di parlare in pubblico a nome di altri: lo Stato e il Governo italiano in questo caso. Un problema legato alla capacità minima di comprendere contesto, circostanze e vastità della platea alla quale ci rivolge.In questo momento è meglio non far polemiche, si dice, per gestire  unitariamente l’emergenza del terremoto. Le polemiche ci sono e ci saranno.
La presunta prevedibilità del terremoto mi appare più come un campo di studio per il futuro, che il tribunale su cui crocifiggere chi non ha fatto evacuare preventivamente e senza alcuna garanzia mezzo Abruzzo.
Non so, invece, se c’è da preoccuparsi per il pressappochismo del legislatorre o se c’è da tirare invece un sospiro di sollievo per   la frettolosa cancellazione dal Piano Casa presentato alle Regioni  dell’ articolo 6 , il quale  prevedeva  la semplificazione delle norme antisismiche. Ora l’articolo è stato prontamente sostituito con un altro che invece impone di  documentare e rispettare le normative come conditio sine qua non, per poter  accedere al diritto d’estensione dello spazio vitale dei possessori di  villetta.
Polemiche ci saranno e ci dovranno essere, oltre a provvedimenti giudiziari mi auguro, per il crollo di un ospedale costruito da poco più di dieci anni. Un ospedale, cazzo, cioè il fulcro di ogni azione di soccorso in caso di emergenza o disastro.Si chiede ai giornali e alle fazioni politiche di non polemizzare, e forse è giusto così,  appellandosi ad un più alto senso di responsabilità e rispetto davanti alla morte e all disperazione degli abruzzesi. Quel che si chiede agli altri bisognerebbe però essere innanzitutto in grado di garantirlo: bisognerebbe saper quando parlare e soprattutto saper quando tacere. Nel video di seguito l’ultima gaffe, o meglio la gaffe ultima, quella davanti alla quale tutte le altre si riducono a pagliaccesche manifestazioni di folclore istituzionale: un’intervista dall’Abruzzo rilasciata ad una TV tedesca in cui  Berlusconi paragona la situazione degli sfollati a un week-end in camping. Intervista che  probabilmente non vedrete sulla TV nazionale e alla quale i media internazionali, particolarmente feroci di questi tempi, stanno invece dando risalto:La scelta delle parole… Presidente. Almeno in tali circostanze faccia attenzione. Alcuni, tra cui il sottoscritto le contesteranno, tutte le volte in cui sarà possibile, la sostanza del suo agire politico e le logiche che vi sottostanno. Per lo meno in certi casi tuttavia si preoccupi oltre che del suo tornaconto politico anche della forma. Ci restituisca, soprattutto coi morti ancora caldi, per lo meno la pallida illusione di non essere governati da un volgare  parvenue, incline sempre e comunque alla battutaccia e alla cafoneria. Ci provi e se proprio non le riesce, almeno di  tanto in tanto, scelga di tacere.Raccolta beni CRI per gli sfollati a  Roma-Sud:

Il materiale viene raccolto oltre che presso il Comitato Regionale Lazio, via Ramazzini, 31 anche presso :

1° – PIAZZA FRANCESCO DONNINI VANNETTI 38 – 00144 ROMA (ZONA DECIMA-TORRINO)
2° – VIA SANTORRE DI SANTAROSA 70 – 00146 ROMA (ZONA PORTUENSE-MAGLIANA)

RECAPITI TELEFONICI 06/5200913 – 06/87450610 – 366/3719642 – 393/9252494

C’è bisogno di :

coperte ed effetti letterecci (es:lenzuola, federe, cuscini ecc)
sacchi a pelo
vestiario
biancheria intima
prodotti per l’igiene personale
pannolini per bambini
omogeneizzati e generi alimentari con scadenza almeno a 6 mesi
giocattoli.

Tutto il materiale deve essere nuovo e confezionato.

I dolori del giovane Walter: Ricordiamone la statura politica.(II)

Quanto è venuta a mancare quel po’ di fiducia accordata sulla parola a Walter Veltroni? Circa diciotto minuti dopo che aveva cominciato a comportarsi da leader. Vale la pena passare in rassegna credo, come doveroso epitaffio politico, i grandi successi della leadership veltroniana.

L’audace presa dell’opposizione al potere.
Lui che era stato il delfino di Prodi, da vice e da ulivista della prima ora, esordisce pugnalando il traballante governo del suo mentore fondando un partito che sfascia la maggioranza su cui si poggiava. Il progetto che lo portò a questa scelta dolorosa e apparentemente scellerata per tempistica e opportunità politica era tuttavia assai nobile: distruggere un partito fondato da Gramsci per fondarne uno che abbracciasse finalmente la Binetti. Grande risultato, affondare il governo di cui si fa parte.Veltroni, il padre fondatore PD.
Il nuovo partito era formato per piu’ di due terzi da una base del PD, gente che fino a quindici anni fa si definiva comunista e tutt’ora senz’altro di sinistra e Veltroni, sagace, si affretta a specificare che il PD è un partito americano che si riunisce al Loft e non è di sinistra (non sia mai), bensì riformista(*). Un partito laico ma moderno, in cui non deve destare sconcerto che alcuni dirigenti siano usi autoflagellarsi col cilicio. Un partito che vede tra le proprie figure storiche di riferimento Craxi, ma non Berlinguer. Gran risultato, spiazzare i propri già disillusi elettori.

Veltroni e il dialogo.
Il grande capolavoro politico del nostro arriva pero’ tra il Novembre e il Dicembre del 2007, un mese da ricordare. In quei giorni Berlusconi fondava nuovi partiti da solo ad Arcore all’insaputa di Fini, il quale venutolo a sapere gli mandava a dire da Bondi (anche la lugubre scelta del messaggero è significativa) che “con lui Berlusconi ha chiuso, che la politica è la politica e che politicamente la frattura non è più sanabile” e ripeteva ovunque che “la CDL è morta e sepolta”. Sempre in quei giorni anche Casini aveva mandato a pisciare Berlusconi, lui sì definitivamente, il quale lo definiva da piu’ di un anno una palla al piede che aveva bloccato il precedente governo. Ecco, in questo contesto bisognava riformare la legge elettorale porcina, quella indecente fatta a colpi di maggioranza da Calderoli su commissione di Berlusconi. Quindi ricostruiamo la scena: il tuo avversario piu’ pericoloso è stato abbandonato dai suoi alleati e tu devi cambiare una legge elettorale truffaldina e autoritaria varata in fretta e furia contro di te. Ti servono i voti dell’opposizione a chi chiedi aiuto? Un uomo cresciuto nei boschi senza interagire con anima viva risponderebbe risoluto che dovresti accordarti con gli ex-alleati del tuo nemico e concedere loro qualcosa, in modo da isolarlo maggiormente e impedirgli altri sgambetti (do you rememenber bicamerale, Walt?) e forzature (il nome porcellum è autoesplicativo…). Un gruppo di scimpanzè che schiaccia due tasti a caso giungerebbe alla scelta migliore nel cinquanta percento dei casi. Veltroni scelse invece la strada del dialogo col Caimano, il quale fece un po’ di tira e molla, ricompatto’ la coalizione e caduto il governo, sondaggi alla mano, volle andare ad elezioni con la vecchia legge. Grande statista Veltroni, troppo avanti per i suoi tempi.

Veltroni da solo al traguardo.
Demolito il suo governo, gettate le basi per l’ingovernabilità del proprio nuovo partito e rivitalizzato il proprio avversario, Veltroni decide di dedicarsi alacremente al killeraggio dei propri alleati. Grazie alla sua coraggiosa scelta di far correre il PD da solo con la vecchia legge elettorale SD, PRC, PDCI, Verdi e comunisti zerovirgola di tutta la penilosa vengono tagliati fuori dal parlamento, disperdendo voti e radendo al suolo un’area politica che nel complesso in pa
ssato aveva rappresentato piu’ del 10% del bacino elettorale italiano. I comunisti, costretti dagli eventi ad una pratica contronatura quale la fusione tra loro medesimi, vanno chiaramente in frantumi. Sbaragliati i comunisti e tenuto alla larga lo SDI, Veltroni comincia una campagna elettorale in cui non nomina il suo avversario (sic!) e scopiazza lo slogan di Barak Obama (I’m sorry Walt, you can’t), maltraducendolo, senza sospettare che entrambe le iniziative potrebbero suonare un po’ forzate e ridicole. La verità è che qui Walter ha una delle sue ultime e grandiose intuizioni politiche: il vero avversario da battere non è Berlusconi no, è il subdolo antiberlusconismo  che si annida ancora tra le frange meno kennediane del PD (analisi questa che solo per caso coincide con quella di Cicchitto). Veltroni perderà le elezioni regalando al PDL una delle maggioranze piu’ schiaccianti della storia della Repubblica, mentre Di Pietro che sull’antiberlusconismo ha puntato tutto triplica i propri voti.

Veltroni dopo la prima fallimentare esperienza, ritenta la via del dialogo.


Veltroni fa ombra.
A questo punto il nostro eroe sprofonda nello psicodramma, ma lo fà col piglio del vero leader. Conquistata con coraggio l’opposizione, decide di non farla. In piena estate, con l’urgenza tipica di chi è davvero indignato, proclama una protesta da tenersi a metà Autunno. Vara un governo ombra, con ministri ombra, che scrivono utilissime leggi ombra. Litiga con Di Pietro, il suo unico alleato, scansandolo come un appestato per il suo truculento antiberlusconismo, malattia  notoriamente portatrice di voti. Loda la capacità della Lega di stare sul territorio, poi guarda il Loft, eppure non gli viene in mente niente. Ritenta, non pago, la via del dialogo ottenendo in cambio da Berlusconi una lunga sequela di insulti e qualche goliardica pernacchia. Walter vorrebbe fare le grandi riforme insieme al governo, ma non lo lasciano votare nemmeno una leggina. A questo punto un dubbio lo coglie, non sarà mica che in Italia non si sia ancora abbastanza Americani? Mentr’egli si strugge davanti alle foto di Obama e sogna marce al fianco di Martin Luther King in nome dell’emancipazione degli afroamericani, all’uscio s’assiepano le fazioni sanguinarie de’ suoi sodali, ch’ormai  han finito d’affilare i coltelli.

La caduta.
Dispiace un po’ quando un fesso fa la fine che merita ma, ahimé, cio’ rientra nell’ordine naturale delle cose. Il resto è storia recente.: mentre Veltroni prende la via dell’oblio (*), l’Italia guarda Mina a Sanremo.  I compagni democratici si guardano intorno  spauriti in cerca di un leniniano “Che fare“?
Non chiedetelo a me che non voto PD, l’idea quasi m’offende, e non sono nemmeno un buon indovino visto che il miglior successore mi pareva Soru, appena disintegrato.  Rallegratevi tuttavia compagni (o v’offendete voi se vi chianmo così?), il guaio piu’ grosso ce l’ha Berlusconi che difficilmente riuscirà a trovare un avversario altrettanto incapace.
Emh, in effetti…cazzo… ci sarebbe sempre Fassino.

(*)Adesso che ha dato il suo prezioso contributo andrà in Africa, sì?

I dolori del giovane Walter: Il re senza corona.(I)

Mi piace ricordarlo così Walter Veltroni, mentre compie un gesto  ostentato e goffo da quel vero leader che non è mai stato e , in cuor suo, avrebbe tanto voluto essere.  Suo malgrado non è  mai diventato un grande presidente democratico americano come il suo mito  Jonny Kennedy: gli è  mancata l’America, la presidenza e pure la grandezza. Tra le maschere della politica a Veltroni è toccata   quella del re senza corona, il pretendente ad un trono che non poteva che sfuggirgli, l’avversario perfetto che tutti vorremmo trovarci di fronte,  politicamente parlando, il fesso di comodo che tiene unita la baracca mentre le fazioni sconfitte affilano i coltelli.  Ho scritto spesso che Veltroni è un fesso, destinato a perdere, ma la mia non era una posizione preconcetta. All’inizio anzi nutrivo in lui perfino qualche flebile speranza dovuta alla sua esperienza di sindaco che non era stata del tutto disastrosa (o meglio, i maggiori disastri si sarebbero visti verso fine mandato). Sì lo so, il modello Roma  era una mistificazione eppure Veltroni, anche contando la consegna della città nelle mani dei palazzinari, segnava  comunque la linea di un certo lentissimo miglioramento della città. Del resto qui dalle mie parti siamo diventati di bocca buona: quando hai Carraro perfino Rutelli ti sembra un’ancora di salvezza. Dopo otto anni otto di Rutelli, perfino Veltroni ti appare sotto l’improbabile veste di un dono del cielo. Dopo sette anni di Veltroni, mentre chiudono i negozi, il popolo viene cacciato dal centro e nella campagna romana sorgono ovunque mega-centri commerciali come osceni monumenti funebri alla società dei cittadini e fastosi tributi a quella nascente dei consumatori, perfino Rutelli… emh, no. Due volte lo stesso giochino non funziona. Siamo diventati di bocca buona noi romani, ma non siamo ancora del tutto rincoglioniti.

D
a dove veniva ordunque quel mio flebile ottimismo? A pensarci bene da tutte sensazioni non politiche. Veltroni provenendo dal PCI, ma essendo un moderato nei toni piu’ che nelle confuse e modaiole posizioni politiche, sembrava in grado di dialogare sia coi suoi ex colleghi di partito del PRC che con i popolari: sulla gente di sinistra sto’ mito dell’unità esercita sempre un certo fascino, anche quando non ci crediamo piu’ da un pezzo.  Veltroni aveva anche una vèrve dialettica maggiore di Prodi (sì ok, bastava anche un qualunque venditore di auto usate) e un background culturale, piu’ che burocratico, che lasciava sperare in una sensibilità superiore al mero economicismo amministrativo. Quest’altra sciocchezza del re-mecenate o, peggio ancora, del re-filosofo è un’altra cosa che a noi di sinistra ci ha sempre suggestionato, anche se non ci abbiamo mai creduto nemmeno un po’.

In realtà nemmeno questo è sufficiente… il motivo è piu’ banale e riguarda sempre la questione della bocca buona.

A dirla tutta la flebile speranza in Veltroni nasceva dal fatto che dopo aver visto all’opera D’Alema (quello intelligente), dopo aver visto candidare Rutelli (quello laico e ambientalista), erano rimasti soltanto lui e Fassino.  Adesso ricordo come germoglio’ quella fatua speranza: è che davanti a Fassino, perfino Veltroni…

 

Surrealismo politico italiano. Argomenti-moda: la strategia del dar fiato alle trombe.

Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha di recente proposto di rendere obbligatoria la predicazione in lingua italiana per gli imam, presenti nel nostro paese  al fine di scovare quelli che predicano in favore dell’odio antioccidentale e incitano al terrorismo. Gabriella Carlucci si e’ subito affrettata a sposare la proposta, spiegando che chi unque si opponesse all’idea avrebbe necessariamente qualcosa da nascondere. E’ nato un discreto tam-tam che ha diviso tra quelli che approverebbero una tale norma e quelli che la riterrebbero discriminatoria o inefficace. Il PD ha commentato, i maggioranza ha commentato, i giornali hanno commentato, i blogger hanno commentato e via di seguito percorrendo il circo mediatico. Vorrei far notare come, secondo consuetudine,   non si stia un realta’ parlando di nulla(*), e per diverse ragioni. Una legge del genere sarebbe di una incostituzionalita’ talmente macrospica (articolo 15, ma anche 19 e 21) da non avere  alcuna possibilita’ di essere approvata definitivamente e questo gia’ chiude rebbe il discorso. Come fa notare anche Kelebek  la norma, per non essere discriminatoria verso i musulmani e la lingua araba, dovrebbe proibire un’infinita’ di altre espressioni di culto non immediatamente comprensibili: dalla messa in latino, alle chiese per anglofoni presenti sul territorio, ai mantra religiosi buddhisti. Inoltre se pure si volesse accomunare qualunque gruppetto di musulmani raccolti in preghiera a un capannello sedizioso, cosa che non e’ possibile per quanto detto sopra, o si avessero reali sospetti su questo o quell’imam  la proposta cozzerebbe col principio giuridico (nonche’ logico) che l’onere della prova e’ a carico dell’accusa e che sono dunque gli inquirenti a dover dare evidenza che una data comunicazione abbia eventualmente finalita’ criminose. E’  un po’ come se si volesse imporre ai siciliani di parlare in italiano intellegibile e di non scrivere su foglietti di carta, per dar modo alla procura di scovare a posteriori ordini mafiosi senza dover imparare a leggere Camilleri o perder tempo a decodificare malscritti pizzini.
Al solito,  siamo al surreale.
Surreale che dilaga nella comunicazione politica con precise finalita’: si fa cioe’ strategia comunicativa.
Parto dall’assunto, del quale sono fortemente convinto, che Fini non sia un cretino(**) e che conosca fin troppo bene, visto il ruolo e il lungo trascorso politico, la Costituzione Italiana (non sono del tutto convinto che ne condivida i valori, ma questo e’ un altro problema). Perche’ allora fa una proposta che non ha alcuna possibilita’ di essere trasformata in legge e, ma non e’ stata interpretata cosi’ dai comentatori ne’ Fini ha precisato alcunche’, al piu’ potrebbe trattarsi di un accorato appello agli imam e  ai credenti musulmani
(chiaramente inefficace), ottenendo soltanto di alzare una cagnara? Forse perche’ la finalita’ e’ la cagnara stessa…

Quello descritto e’ soltanto uno dei molti esempi e nemmeno il peggiore. Qualche giorno fa leggevo un titolo sulla versione online di Repubblica o del Corriere sul fatto che i politologi stiano registrando la tendenza da parte dei politici a fare proposte, su cui si discute per settimane, e che finiscono in nulla. Non ho potuto leggere l’articolo e adesso sembra sparito dal web, spero che qualcuno gentilmente possa segnalarmelo.

Politologi o no, la tendenza e’ fin troppo evidente ed e’ quella che io avevo chiamato in un post vecchiotto a riempire l’agenda politico-mediatica di argomenti-moda.

“Nella rincorsa all’apparizione televisiva, l’unica reale arena politica rimasta, e nella necessita’ dei media di saturare il palinsesto informativo, vediamo intervallare problemi veri, che in genere nascono da esigenze della società o da allarmi delle comunità reali, ad argomenti moda  che tengono occupati giornali e TG in un ciclo infinito di finte polemiche e ridicoli dibattiti. Gli argomenti moda in genere nascono nelle segreterie di partito, nelle redazioni dei giornali e nei board aziendali.” (***)

Anche se gli argomenti-moda di ordine politico sono soltanto un sottoinsieme dell’universo mediatico della fuffa (****), ultimamente il fenomeno relativo a quest’ultimi  e’ giunto a livelli tali per cui le proposte di aria fritta dominano letteralmente la scena, determinando il clima politico indipendentemente da cosa si approva di fatto in parlamento e da cosa sia stato concepito per restare invece relegato alla centrifuga mediatica. Si pensi alle sparate di Berlusconi su cui si ciancia per giorni, si pensi a quando Brunetta dice che i fannulloni stanno a sinistra (evocando epurazioni su base politica), si pensi alle piu’ turpi proposte della Lega rimaste, e meno male, sul tavolo: impronte dei piedi per gli immigrati, impronte ai bambini rom, leggi improbabili contro le prostitute,  i diecimila fucili di Bossi e via delirando.

Questa tattica comunicativa ha diverse finalita’.

La prima, come detto, e’ quella di guadagnare visibilita’ mediatica.

La seconda e’ quella di avere un abile strumento di propaganda elettorale fuori dal periodo preposto. La lega urla per mesi che vuole Malpensa come super HUB mondiale in partnership con Lufthansa e poi Berlusconi vende ad AirFrance che conferma Fiumicino? E Maroni alza un bel polverone sul divieto di manifestare davanti ai sagrati (qui a Roma ogni angolo della citta’ e’ davanti a un sagrato). Cosi’ l’elettore leghista si convince che, nel complesso, la Lega continua ad avercelo duro e a difendere i suoi interessi.

La terza e’ quella si sondare il terreno. Si annuncia un provvedimento aberrante per vedere come la prende l’opinione pubblica: se la cosa non desta poi tanto scandalo si mette in un disegno di legge la versione soft, magari soltanto indegna, ben sicuri che l’opposizione sara’ tutta contenta per aver fatto abbassare il tiro al governo (vedi la legge Alfano negoziata  per non sospendere 10mila processi).

 
La quarta, come direbbe Prion, e’ quella di distogliere l’attenzione dalla mano che nasconde la monetina. La monetina in questo caso e’ l’argomento serio, come l’arrivo di una decrescita infelice del  PIL del -2% , un numero di disoccupati ancora tutto da stimare entro la fine del 2009 e la epocale crisi dell’auto.

 


Auto invendute a milioni, uno dei tanti depositi sparsi per il globo.

Questa strategia comunicativa e’ particolarmente diffusa nel centrodestra, non perche’ il PD sia superiore a questi mezzucci, ma semplicemente perche’ il PD  non e’ in grado di applicare una qualsiasi strategia di comunicazione, per becera che sia. Con la sagacia tipica della trota d’allevamento gli esponenti del PD si limitano ad abboccare ad ogni amo che la destra lancia contribuendo all’inutile cacofonia e per di piu’ inseguendo l’agenda dettata dall’avversario.

Sogno un film sulla furbizia di Veltroni interpretato da Peter Sellers… un vero peccato che sia morto nel 1980. Ci sarebbe sempre Gene Wilder… e’ ancora vivo?



(*) Forse per questo la Carlucci  si e’ proposta subito come esperta
(**) Sulla Carlucci invece mi limito a dire, per educazione, che ho un’opinione piu’ articolata.
(***) Mi si perdoni se di tanto in tanto cado nella deplorevole pratica dell’autocitazione :)

(****)Che va dalle sparate sulla clonazione umana di Antinori a  quelle di qualche partecipante ad un reality, attraversando tutto lo spettro delle possibili cazzate.

Capolavori del surrealismo: Lo statista.



Divertente no?
Qualcuno dalle mie parti potrebbe commentare la barzelletta con un lapidario “Ridi su sto’ cazzo”. Qualcun’altro potrebbe invece indignarsi e ripensare a tutte le volte che in questo paese un carabiniere ha effettivamente sparato a un comunista o a tutte le volte che e’ avvenuto il contrario, ricordando che in entrambi i casi non c’era nulla da ridere. Qualcuno potrebbe divertirsi in una complessa esegesi del pensiero dell’Unto, rendendosi conto che se vuoi trasformare una storiella che mette alla berlina la presunta cretinaggine dei carabinieri in una barzelletta sui comunisti, allora devi mettere il comunista al posto del carabiniere e non al posto del morto, se non capisci questo vuol dire che non hai capito nemmeno la prima di barzelletta. Se metti il comunista al posto del morto non puo’ piu’ far ridere, viene a mancare anche l’intenzione comica: diventa soltanto una storiella macabra e inquietante , soprattutto se raccontata dal capo del governo  nazionale cui le forze dell’ordine fanno capo. Qualcuno infine potrebbe notare che lui si’ ride,  ma i giovani di AN applaudono divertiti  dando implicitamente ragione a Iadicicco e torto a Fini.

Ma tutto questo sarebbe soltanto uno spreco di tempo e di parole perche’ l’unica vera morale che emerge da questo siparietto e’ che lui , come massimo esponente del surrealismno politico italiano , si e’ guadagnato il diritto di dire il cazzo che gli pare.

Lui puo’. E non perche’ e’ potente, ma perche’ e’ dada.

Siete voi come al solito, gretti bifolchi razionalisti, a non capire l’arte. 

« Prendete un giornale. Prendete le forbici. Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia. Ritagliate l’articolo. Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l’articolo e mettetele in un sacco. Agitate delicatamente. Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro dispondendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacco. Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo. » (Tristan Tzara, Per fare una poesia dadaista)

« Dada non significa nulla. » (Manifesto Dada del 1918, di Tristan Tzara)

La cordata (II)

Ringraziando JoeCHIP per il consueto spunto, vorrei proporre parte della sua  ricostruzione di qualche fatto e qualche dichiarazione relativi alla vicenda Alitalia facendo il punto su due date una di Marzo e una di questi giorni.

26 marzo 2008
Il piano di Air-France: 540 esuberi per i piloti e 900 per gli assistenti di volo. Il personale “licenziato” si troverebbe con lo stipendio pagato *al 100%* (avete letto bene: i 2/3 dai francesi, 1/3 dallo stato italiano) fino a un massimo di sette anni come aiuto fino al nuovo impiego. Nel piano un aumento di capitale da un miliardo di euro e investimenti entro il 2015 per 6,5 miliardi con aumento della flotta aerea. Berlusconi: “Alitalia resti in mani italiane: presto la “cordata”, i numeri di Air-France sono inaccettabili e impossibili da accogliere, offensivi“.

30 luglio 2008
Il piano della cordata: Silvio Berlusconi ai senatori del Pdl riuniti a cena ieri sera ha illustrato il nuovo piano dell’Alitalia: 5mila esuberi e “i sindacati non devono mettere i bastoni fra le ruote”. Secondo Repubblica di oggi considerando anche i tagli ad AirOne gli esuberi complessivi salirebbero a settemila. Gli investitori entrerebbero pare con settecento milioni.


Nel frattempo tra Marzo e Luglio c’è il ritiro di AirFrance, un milione al giorno di perdita netta per Alitalia, un prestito ponte di 300 milioni probabilmenete a fondo perduto e una valanga di dichiarazioni oscillanti tra la boutade demenziale e la turbativa d’asta il cui lungo elenco, tra rampolli e druidiche controcordate padane, vi risparmio per decenza.

Pero’ vuoi mettere se ti licenzia un francese o ti licenzia Ligresti?
Vuoi mettere quando i soldi dello Stato permettono di far fare l’affare agli amici degl amici? Tutta un’altra cosa, no?

Adesso Berlusconi sostiene che per Alitalia c’è la fila. Pur volendo prendere l’affermazione con le molle (vista la fonte) la cosa tuttavia non dovrebbe stupire.
Quando infatti rispetto ad Airfrance che offriva 35 centesimi per azione  questi dovessero rilevare un fallimento controllato a 0 euri, quando i soldi di fatto ce li mette lo Stato mentre il governo amico ci mette la faccia, le pressioni, i prestiti e gli appoggi politici, quando dei sindacati ingordi prima e suicidi poi si lasciano tagliare fuori, quando l’investimento che ti si richiede è minimo e garantito dalla presenza della presidente di Confindustria: dov’è il rischio d’impresa? Perché non dovresti metterti in fila?

Gli avvoltoi dell’imprenditoria italiana non possono certo farsi sfuggire l’ennesimo banchetto sul cadavere dello Stato, a maggior ragione se si considera che siamo agli sgoccioli e tra un po’ resteranno da spolpare soltanto le pubbliche ossa.


Considerando infatti che in vent’anni dagli immobili alla telefonia, passando per treni e autostrade, quasi tutto il patrimonio pubblico è stato (s)venduto ai soliti quattro cialtroni, conoscendo il livello del “management” e soprattutto tenendo conto che l’indebitamento complessivo resta titanico e le casse  vuote: quanti affari paraculi si potranno ancora fare in futuro a spese dell’impresa Italia?

E’ l’ultimo giro gratis, i vampiri lo sanno, e vogliono esserci.

Er sindaco de Roma.

 

Le case a Roma.
Come si affannano tutti a ripetere da tempo, uno dei principali problemi oggi a Roma e’ l’emergenza abitativa. I prezzi delle case sono lievitati fino a raggiungere livelli inaccessibili per  i redditi di fascia media e bassa con la conseguenza che il problema si ripercuote in particolare per le giovani coppie e i giovani single. Se delle prime si parla molto e non si fa nulla, dei secondi neppure si parla: eppure esistiamo. L’edilizia popolare e’ al palo da tempo immemore,  gli studenti fuori sede vengono munti a piu’ di cinquecento euro a stanza, ci sono problemi
con sfratti e occupazioni in tutti i quartieri popolari, soprattutto in periferia. Blocco del settore edilizio durante l’amministrazione Rutelli-Veltroni? Tutt’altro: si e’ costruito tanto, si e’ costruito ovunque. Si e’ fatto persino a gara ai quattro punti cardinali della citta’ nel costruire il centro commerciale piu’ gigantesco, battendo in certi casi i record di metratura europei. Sono nati  quartieri residenziali con appartamenti con prezzi al metro quadro da capogiro, a cominciare dalle zone intorno ai suddetti megacentri commerciali. I locali commerciali di Roma negli ultimi vent’anni si sono tappezzati di agenzie immobiliari (case) e banche (mutui casa). Laddove i suddetti costruttori, in cambio ad esempio della conversione di terreni agricoli a zona edificabile, qualche volta avevano l’obbligo contrattuale di garantire qualche appartamento a canone controllato per le fasce deboli, tale obbligo non e’ stato rispettato.
Tutto questo e’ avvenuto perche’ negli ultimi sedici anni in materia edilizia, ma non solo, il vero sindaco di Roma sembra essere stato il Gruppo Caltagirone(*).

Er duello de li sindaci.
Ieri sera nel confronto televisivo tra i due candidati sindaci, Alemanno lanciava la proposta di abolire l’ICI sulla prima casa ma di aumentare quella sulle case sfitte, soprattutto quelle possedute dalle grandi proprieta’ immobiliari, perche’ e’ insostenibile che in piena emergenza abitativa si tengano case vuote a scopo speculativo.

Alemanno  sarebbe quello di destra.

Risponde un indignato Rutelli: <<Ma come? Un poveraccio che ha gia’ il problema di non riuscire a piazzare una casa sul mercato ed e’ costretto a tenerla sfitta si deve vedere pure aumentare l’ICI?>>

Rutelli sarebbe quello di centro-sinistra.

La proposta di Alemanno e’ del tutto affine a quella presentata su scala nazionale da Bertinotti nella campagna elettorale del 2006, della quale il segretario del PRC si e’ prontamente dimenticato appena il sedile riscaldato della Presidenza della Camera gli ha fatto perdere la memoria su queste e altre vicende. Ricordo per chi non fosse aggiornato sui fatti capitolini che la Sinistra Arcobaleno sostiene in toto la candidatura a sindaco di Rutelli. Poi non vi lamentate se la gente va a destra quando voi siete i primi a non sapere dove cazzo state andando.

Votare?
Dopo aver annullato la scheda alle politiche e essermi ben guardato dal votare entrambi alle amministrative(**), provvedero’ ad annullare di nuovo la scheda. Umanamente posso perfino comprendere la scelta di Alemanno di portare tutt’ora una celtica al collo per ricordare i suoi amici caduti.  Io pero’ uno  che porta al collo un simbolo mitico che e’ stato accostato da almeno mezzo secolo a teorie razziste, fasciste e antisemite, o e’ un Druido oppure mi spiace ma io non lo voto. Soprattutto nei pressi del 25 Aprile, soprattutto mentre a Roma si susseguono le aggressioni neofasciste nel disinteresse generale delle amministrazioni Veltroniane, da quella ormai nota dello scorso anno a Villa Ada fino a quella avvenuta contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli  appena una settimana fa. In piu’ Alemanno chiede il voto ai supporter di Movimento Idea Nazionale di Pino Rauti, che non incontrano invero le mie simpatie.

Dunque, pur dovendo ammettere che guardando i programmi forse bisognerebbe votare Alemanno(***), anche stavolta annullero’ la scheda. Non so cosa faranno i romani, spero sara’ una bella giornata.
In primavera il lungomare e’ ancora poco affollato, ai laghi di Bracciano , Martignano o Nepi l’atmosfera e’ addirittura incantevole, le ragazze in giro sembrano piu’ belle, si puo’ mangiare il gelato o  prendere un po’ di sole leggendo un buon libro.

Che il meno peggio alla lunga stanca e qualche volta nemmeno c’e’.

 


(*) Mi dicono che la stessa cosa possa dirsi per Ligresti a Milano, ma non ne ho esperienza diretta.
(**) Serenetta Monti aveva un programma coraggioso e senza fare campagna elettorale ha ottenuto quasi gli stessi voti di Storace, che qui gode purtroppo di un certo seguito.
(***)Oddio, l’ho scritto davvero? Si’ l’ho scritto…

Er sindaco de Roma.

 

Le case a Roma.
Come si affannano tutti a ripetere da tempo, uno dei principali problemi oggi a Roma e’ l’emergenza abitativa. I prezzi delle case sono lievitati fino a raggiungere livelli inaccessibili per  i redditi di fascia media e bassa con la conseguenza che il problema si ripercuote in particolare per le giovani coppie e i giovani single. Se delle prime si parla molto e non si fa nulla, dei secondi neppure si parla: eppure esistiamo. L’edilizia popolare e’ al palo da tempo immemore,  gli studenti fuori sede vengono munti a piu’ di cinquecento euro a stanza, ci sono problemi
con sfratti e occupazioni in tutti i quartieri popolari, soprattutto in periferia. Blocco del settore edilizio durante l’amministrazione Rutelli-Veltroni? Tutt’altro: si e’ costruito tanto, si e’ costruito ovunque. Si e’ fatto persino a gara ai quattro punti cardinali della citta’ nel costruire il centro commerciale piu’ gigantesco, battendo in certi casi i record di metratura europei. Sono nati  quartieri residenziali con appartamenti con prezzi al metro quadro da capogiro, a cominciare dalle zone intorno ai suddetti megacentri commerciali. I locali commerciali di Roma negli ultimi vent’anni si sono tappezzati di agenzie immobiliari (case) e banche (mutui casa). Laddove i suddetti costruttori, in cambio ad esempio della conversione di terreni agricoli a zona edificabile, qualche volta avevano l’obbligo contrattuale di garantire qualche appartamento a canone controllato per le fasce deboli, tale obbligo non e’ stato rispettato.
Tutto questo e’ avvenuto perche’ negli ultimi sedici anni in materia edilizia, ma non solo, il vero sindaco di Roma sembra essere stato il Gruppo Caltagirone(*).

Er duello de li sindaci.
Ieri sera nel confronto televisivo tra i due candidati sindaci, Alemanno lanciava la proposta di abolire l’ICI sulla prima casa ma di aumentare quella sulle case sfitte, soprattutto quelle possedute dalle grandi proprieta’ immobiliari, perche’ e’ insostenibile che in piena emergenza abitativa si tengano case vuote a scopo speculativo.

Alemanno  sarebbe quello di destra.

Risponde un indignato Rutelli: <<Ma come? Un poveraccio che ha gia’ il problema di non riuscire a piazzare una casa sul mercato ed e’ costretto a tenerla sfitta si deve vedere pure aumentare l’ICI?>>

Rutelli sarebbe quello di centro-sinistra.

La proposta di Alemanno e’ del tutto affine a quella presentata su scala nazionale da Bertinotti nella campagna elettorale del 2006, della quale il segretario del PRC si e’ prontamente dimenticato appena il sedile riscaldato della Presidenza della Camera gli ha fatto perdere la memoria su queste e altre vicende. Ricordo per chi non fosse aggiornato sui fatti capitolini che la Sinistra Arcobaleno sostiene in toto la candidatura a sindaco di Rutelli. Poi non vi lamentate se la gente va a destra quando voi siete i primi a non sapere dove cazzo state andando.

Votare?
Dopo aver annullato la scheda alle politiche e essermi ben guardato dal votare entrambi alle amministrative(**), provvedero’ ad annullare di nuovo la scheda. Umanamente posso perfino comprendere la scelta di Alemanno di portare tutt’ora una celtica al collo per ricordare i suoi amici caduti.  Io pero’ uno  che porta al collo un simbolo mitico che e’ stato accostato da almeno mezzo secolo a teorie razziste, fasciste e antisemite, o e’ un Druido oppure mi spiace ma io non lo voto. Soprattutto nei pressi del 25 Aprile, soprattutto mentre a Roma si susseguono le aggressioni neofasciste nel disinteresse generale delle amministrazioni Veltroniane, da quella ormai nota dello scorso anno a Villa Ada fino a quella avvenuta contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli  appena una settimana fa. In piu’ Alemanno chiede il voto ai supporter di Movimento Idea Nazionale di Pino Rauti, che non incontrano invero le mie simpatie.

Dunque, pur dovendo ammettere che guardando i programmi forse bisognerebbe votare Alemanno(***), anche stavolta annullero’ la scheda. Non so cosa faranno i romani, spero sara’ una bella giornata.
In primavera il lungomare e’ ancora poco affollato, ai laghi di Bracciano , Martignano o Nepi l’atmosfera e’ addirittura incantevole, le ragazze in giro sembrano piu’ belle, si puo’ mangiare il gelato o  prendere un po’ di sole leggendo un buon libro.

Che il meno peggio alla lunga stanca e qualche volta nemmeno c’e’.

 


(*) Mi dicono che la stessa cosa possa dirsi per Ligresti a Milano, ma non ne ho esperienza diretta.
(**) Serenetta Monti aveva un programma coraggioso e senza fare campagna elettorale ha ottenuto quasi gli stessi voti di Storace, che qui gode purtroppo di un certo seguito.
(***)Oddio, l’ho scritto davvero? Si’ l’ho scritto…

L’alba della terza repubblica: le nubi.

Parlavo anche di nubi nerissime. Ora veniamo alle sfide che la classe dirigente uscita vincitrice, inciucio o meno, dovra’ affrontare cosi’  spiego anche perche’ non sono andato a votare.

Nei commenti al post del dopo elezioni si parlava della puntata di Report sui rifiuti chimici in Campania. Non si parla di monnezza (termine assurto di recente a sostituto nella lingua italiana di immondizia) per le strade, di ecoballe, di puzza e di discariche piene.

Si parla di tumori, di bonifiche, di morti e di contaminazione(*).

Le cifre parlano della piu’ grande area da bonificare al mondo. Le bonifiche dovevano cominciare quattro anni fa e non sono neppure all’1%. La stessa azienda che non ha mosso un dito ha vinto di nuovo l’appalto e gli stessi politici a livello nazionale e locale che avrebbero dovuto controllare sono ancora là. Il costo  stimato? Sentiamo la trascrizione dell’intervista a Paolo Russo ex presidente della Commissione d’inchiesta per i rifiuti, cioè una fonte dello Stato:

<<Non basterebbero probabilmente cento finanziarie dello Stato, quindi impraticabile. […] Sono due province. Sono due mezze province, sono migliaia di ettari di terra, è un sito per le dimensioni unico al mondo, non vi è un sito cosi ampio nel mondo che necessiti di una bonifica cosi radicale.>>

 


Qualcuno in campagna elettorale ve ne ha parlato?
Ce lo vedete Bossi a spiegare ai Padani che devono pagare anche loro perche’ gran parte di quella merda viene dalle industrie del nord?
E Veltroni, che ancora difende Bassolino, mentre  spiega ai campani che devono emigrare o tenersi i figli col tumore? Dove li trova Berlusconi questi soldi senza alzare le tasse?

100 finanziarie sono minimo  500 miliardi di euro. Se si volesse affrontare la bonifica in quindici anni e se improvvisamente si passasse da una gestione disastrosa ad un inaspettato picco di effincenza, nel prossimo quinquennio servirebbero piu’ di 100 miliardi di euro.
Come faranno?

Nasconderanno ancora merda sotto al tappeto e poi ci affogheranno dentro.

E non ho parlato delle difficoltà estrattive del petrolio a fronte della crescita mondiale dei consumi, del declino economico italiano, della crisi dei subprime che deve ancora farsi sentire, del ritardo assurdo che abbiamo gia’ accumulato su Kioto (che costa soldi in termini di multe), del debito, dell’Alitalia e dell’infinita serie di altri problemi accumulati e di cui nessuno si e’ occupato per quindici anni.

100 miliardi soltanto per la Campania da mungere ad un paese che e’ a pezzi. E’ ironico pensare che forse tra qualche tempo un iscritto di Rifondazione o dei Verdi potrebbe trovarsi a pensare di aver avuto culo a restare fuori dal parlamento.

Per coloro che sono dentro  infatti, non sara’ un bel giorno  quello in cui il gregge dovesse  trasformarsi in branco.

(*) Sull’argomento sempre interessante la lettuta del Blog di Alex, che si occupa del problema da anni e ha anche scritto un libro sull’argomento. 

L’alba della terza Repubblica: le istanze.

Le istanze.
Oggi va gia’ meglio e
volevo approfittare per specificare un paio di cose sul post precedente. La prima è che nell’individuazione di D’Alema come traghettatore principale della base elettorale del PCI verso posizioni di centro e del conseguente annientamento della sinistra italiana, non  mi riferisco a nessuna trama né complotto. E’ stata un’operazione politica assolutamente trasparente, evidente a chiunque  non fosse troppo impegnato a voler guardare altrove.

Inoltre, non mi sono mai sognato di difendere gli interpreti della sinistra scomparsa ne’, tantomeno, di ridimensionarne le responsabilità.

Non e’ mia intenzione rimpiangere Boselli, che candida De Michelis e offre una poltrona a Mastella, per dimostrare non si sa cosa, in questa  perversa visione per cui il garantismo dovrebbe coincidere con la santificazione dell’imputato.

Non versero’ una lacrima su  Giordano o Diliberto.

Difficilmente dimentichero’ Bertinotti mentre ad Annozero non riusciva ad avere la meglio sulla Santachè a proposito delle politiche sociali sulla casa, né quando alcune settimane prima conversava amabilmente a Porta a Porta con Fini, cercando “punti di contatto” tra le rispettive analisi (ovviamente Fini prendeva le distanze schifato).

Posso soltanto essere contento della fine della parabola politica di Pecoraro Scanio, dopo che da ministro dell’ambiente “verde” si e’ fatto sorprendere dall’emergenza rifiuti. Le emergenze in Itaia sono cosi’: ti piovono addosso a dieci anni dal proprio inizio. E proprio quando sei ministro! Che sfiga. Non ci si aspetterà mica che il leader di un partito ambientalista abbia una comprensione profonda e lungimirante di un disastro ambientale in corso da dieci anni?

Al contrario, sono le istanze di cui questi uomini e questi simboli non si sono fatti carico, o lo hanno fatto in modo inadeguato, che non dovrebbero sparire politicamente. Valutiamo l’attuale parlamento:

  • Non c’e’ un gruppo parlamentare completamente laico, ci sono cattolici ovunque.
  • Non c’e’ un partito marcatamente ambientalista.
  • Tutti gli eletti in passato hanno votato per il pacchetto Treu, per la legge 30 o per entrambi.
  • Tutti i partiti hanno legami, amicizie o rappresentanze in Confindustria.
  • Tutti i partiti hanno votato a favore dell’Afghanistan.
  • Tutti sono a favore della TAV, della base di Vicenza, degli inceneritori e del carbone pulito.

Lavoro, ambiente, politica estera, infrastrutture e si potrebbe continuare.   Istanze importanti che fanno riferimento a queste questioni escono dal parlamento.

Che microcosmo si crea in un’assemblea in cui, per fesso che sia, non c’e’ neppure un eretico?
La morte del dubbio, il pensiero unico.


La presenza dei partiti scomparsi non avrebbe cambiato una virgola sul piano delle decisioni politiche, è chiaro. Nel migliore dei casi si sarebbe ottenuta qualche domanda scomoda nel question time e qualche denuncia sociale durante i dibattimenti, ma la loro scomparsa rimane un fatto storico.

I problemi restano e torneranno sul tavolo in una forma o nell’altra. Forse avverrà in modo inaspettato, lontano dalle forbite ellissi Bertinottiane e dalla rappresentanza elettorale velleitaria che ormai questa sinistra rappresentava.