Cronache dal Regno d’Italia: la politica torna a corte.

Definitivamente l’Italia è monarchica, dopo poco più di 60 non sempre gloriosi anni, salutiamo con un pizzico di malinconia la Repubblica. L’Italia torna monarchica, culturalmente monarchica più di quanto non lo fosse stata dopo il Risorgimento. Né costituzionale né statutaria, il modello è autenticamente medioevale. Il corpo fisico del sovrano occupa ormai lo spazio pubblico, la politica esce dal polveroso e inefficiente parlamento  e torna finalmente a corte.
 Nella monarchia non c’è opposizione al sovrano, TUTTI sono sudditi. Lo scontro politico, l’aperta conflittualità dialettica si svolge al di sotto della figura regia, tra frange aristocratiche rivali che possono conrapporsi al re soltanto per interposta persona. Contrariamente che in democrazia la vita privata del re appartiene allo spazio pubblico, viene data in pasto al popolino. La figura del sovrano,  ricompare  nell’attenzione cortigiana che si dedica alla vita privata e al corpo fisico di sua Maestà, ai suoi vizi e ai suoi vezzi, distogliendo in parte l’attenzione del popolino dall’effettiva liceità e trasparenza del suo agire. L’immagine del Re è un’estensione della sua camera da letto, le sue gonadi suscitano scandalo e apprezzamento, la sua nomea di uomo vigoroso, se non di vero e proprio satiro, inorgoglisce velatamente la nazione.  Gli incontri di Stato con gli altri sovrani, sono feste di palazzo la cui riuscita non si misura in decisioni politiche, ma nella capacità del sire di rubare la scena pur comportandosi da un buon ospiteIl sovrano deve mostrarsi in buoni rapporti coi suoi pari, soprattutto quelli più potenti, per dimostrare di non essere da meno di nessuno, portando lustro al regno.La rivoluzione forse non sarà un pranzo di gala, ma il G8 sì.

La politica al contrario si svolge  all’ambito privato, decisa nelle segrete stanze, poiché vige l’Arcana Imperi e la decisione del sovrano non è sindacabile, né deve essere spiegata al volgo, non esiste l’Opinione Pubblica sulle vicende politiche. Ci sono ministri utili ma scomodi che, pur da sudditi e da consiglieri, osano manifestare critiche alla regia volontà, mostrano una propria linea politica e si ritagliano un proprio spazio sempre al fianco del Re, ma non alla sua ombra. Gianfranco Fini si è calato splendidamente nella parte, roba da Oscar: fa l’aristocratico fedele alla corona ma un poco indipendente, con la sicurezza dell’attore navigato.

Il PD non essendo un partito, ha accettato il ruolo della frangia aristocratica invisa al Re, organica al sistema monarchico e integrata nell’oligarchia, ma incapace per protocollo e convenienza di opporsi in maniera diretta alla volontà regia. In Italia non c’è opposizione politica, abbiamo i boiardi.  Avversi alla frangia aristocratica rivale evitano lo scontro aperto col Re, esclusi dalla corte vi cercano alleati all’interno. Chi meglio della Regina, cioè colei verso cui il Re deve mostrare, almeno ufficialmente, devoto rispetto? Perfetto nel ruolo di boiardo Adinolfi, che interpretazione magnifica! Oggi ha dichiarato, sciogliendo ufficialmente le riserve e accettando il ruolo: 

<<Il divorzio di Berlusconi è una questione politica. Mi auguro un’offensiva del Pd che chieda al paese già in occasione di queste europee di togliere fiducia a Berlusconi. E’ un’occasione per il Pd >>

In monarchia non c’è il parlamento, non ci sono elezioni, non ci sono programmi politici: la politica la decide il Re, è sua prerogativa in nome di tutti. Il Re può essere indebolito nella sua immagine, non sconfitto politicamente. Gli si può rendere la vita difficile nell’unico spazio esposto pubblicamente, quello cioè della vita privata affinché si persuada ad un compromesso o faccia una concessione, non gli si può sottrarre lo scettro: il potere gli spetta per diritto di sangue e per volontà divina. Straordinario Adinolfi, dicevamo, ma tutta la classe dirigente del PD merita un applauso per come ha introiettato il ruolo entrando perfettamente nella psicologia piccolo-aristocratica.Riconosco il metodo  Stanislavskij quando lo vedo.

Dopo aver taciuto e accettato per anni la commistione tra le sostanze del sovrano e gli affari del Regno, la palese corruzione di certi funzionari  regi e le amicizie indebite con i briganti del  Protettorato di Sicilia di certi bracci destri di Sua Altezza per ottenere qualcosa adesso i boiardi si nascondono sotto le gonne della Regina. Alcuni

ultimamente raccontano che a Roma la sera, passeggiando nei pressi della Piramide Cestia, dalle mura  del cimitero acattolico si possono udire urla disperate provenire dalla tomba di Gramsci.   
Non mancano gli altri ruoli, fino alle comparse il cast è praticamente completo. Di Pietro è un perfetto tribuno della plebe, incazzoso e casareccio, accolto a corte per urlare qualche lamentela prima di essere redarguito,  deriso e cacciato a pedate. Coi modi da reuccio anche lui, seppur con le pezze al culo, burbero e amato dalla plebaglia. Pittori raffigurano l’essenza conoscibile del sovrano, cioè la sua effige esteriore, per donare l’immortalità alle sue glorie e ai suoi vizietti. Di Araldi e adulatori ne sono piene le redazioni, valletti (e soprattutto  vallette) scorrazzano ovunque per la penisola. Buffoni e Giullari a bizzeffe, c’è perfino un menestrello napoletano che canta le canzoni scritte dal Re.

Concubine non ne parliamo, c’è addirittura la fila.   

Certo con le casse personali di cui dispone , sua Maestà poteva permettersi a corte un poeta migliore di Bondi (il ministro scrive davvero pessime poesie ermetiche e le pubblica pure), ma il Re non deve avere buon gusto: il gusto del Re è il gusto del Regno. 

Infine quando il gioco si fa veramente grottesco, Sgarbi comincia a giocare. Malgrado i suoi trascorsi libertini è stato recentemente accolto dall’UDC, la casata dei nobili  Guelfi e papisti usciti dalle grazie del monarca, e fa la morale al Re in difesa del sacramento del matrimonio e della regola famigliare. Quale ruolo assegnare al celebre critico? Quello del Vescovo ipocrita sembra il più adatto.

L’Italia è culturalmente monarchica, le elezioni saranno un formale plebiscito e tutta l’attenzione sarà puntata sugli appetiti reagli, sulla solidarietà o meno da offrire alla Regina e sul difficile momento che attraversa la Corona. Per le vie dei borghi è tutto un eccitato sussurrar pettegolezzi e mentre la fastosa commedia continua , ognuno pian piano  trova  posto a palazzo e indossa la propria maschera di scena.

Compreso il popolo bue.                       

I nuovi mostri: se il Re buffone, di tanto in tanto, imparasse a tacere.

Non è un problema politico, piuttosto riguarda la responsabilità di parlare in pubblico a nome di altri: lo Stato e il Governo italiano in questo caso. Un problema legato alla capacità minima di comprendere contesto, circostanze e vastità della platea alla quale ci rivolge.In questo momento è meglio non far polemiche, si dice, per gestire  unitariamente l’emergenza del terremoto. Le polemiche ci sono e ci saranno.
La presunta prevedibilità del terremoto mi appare più come un campo di studio per il futuro, che il tribunale su cui crocifiggere chi non ha fatto evacuare preventivamente e senza alcuna garanzia mezzo Abruzzo.
Non so, invece, se c’è da preoccuparsi per il pressappochismo del legislatorre o se c’è da tirare invece un sospiro di sollievo per   la frettolosa cancellazione dal Piano Casa presentato alle Regioni  dell’ articolo 6 , il quale  prevedeva  la semplificazione delle norme antisismiche. Ora l’articolo è stato prontamente sostituito con un altro che invece impone di  documentare e rispettare le normative come conditio sine qua non, per poter  accedere al diritto d’estensione dello spazio vitale dei possessori di  villetta.
Polemiche ci saranno e ci dovranno essere, oltre a provvedimenti giudiziari mi auguro, per il crollo di un ospedale costruito da poco più di dieci anni. Un ospedale, cazzo, cioè il fulcro di ogni azione di soccorso in caso di emergenza o disastro.Si chiede ai giornali e alle fazioni politiche di non polemizzare, e forse è giusto così,  appellandosi ad un più alto senso di responsabilità e rispetto davanti alla morte e all disperazione degli abruzzesi. Quel che si chiede agli altri bisognerebbe però essere innanzitutto in grado di garantirlo: bisognerebbe saper quando parlare e soprattutto saper quando tacere. Nel video di seguito l’ultima gaffe, o meglio la gaffe ultima, quella davanti alla quale tutte le altre si riducono a pagliaccesche manifestazioni di folclore istituzionale: un’intervista dall’Abruzzo rilasciata ad una TV tedesca in cui  Berlusconi paragona la situazione degli sfollati a un week-end in camping. Intervista che  probabilmente non vedrete sulla TV nazionale e alla quale i media internazionali, particolarmente feroci di questi tempi, stanno invece dando risalto:La scelta delle parole… Presidente. Almeno in tali circostanze faccia attenzione. Alcuni, tra cui il sottoscritto le contesteranno, tutte le volte in cui sarà possibile, la sostanza del suo agire politico e le logiche che vi sottostanno. Per lo meno in certi casi tuttavia si preoccupi oltre che del suo tornaconto politico anche della forma. Ci restituisca, soprattutto coi morti ancora caldi, per lo meno la pallida illusione di non essere governati da un volgare  parvenue, incline sempre e comunque alla battutaccia e alla cafoneria. Ci provi e se proprio non le riesce, almeno di  tanto in tanto, scelga di tacere.Raccolta beni CRI per gli sfollati a  Roma-Sud:

Il materiale viene raccolto oltre che presso il Comitato Regionale Lazio, via Ramazzini, 31 anche presso :

1° – PIAZZA FRANCESCO DONNINI VANNETTI 38 – 00144 ROMA (ZONA DECIMA-TORRINO)
2° – VIA SANTORRE DI SANTAROSA 70 – 00146 ROMA (ZONA PORTUENSE-MAGLIANA)

RECAPITI TELEFONICI 06/5200913 – 06/87450610 – 366/3719642 – 393/9252494

C’è bisogno di :

coperte ed effetti letterecci (es:lenzuola, federe, cuscini ecc)
sacchi a pelo
vestiario
biancheria intima
prodotti per l’igiene personale
pannolini per bambini
omogeneizzati e generi alimentari con scadenza almeno a 6 mesi
giocattoli.

Tutto il materiale deve essere nuovo e confezionato.

I dolori del giovane Walter: Ricordiamone la statura politica.(II)

Quanto è venuta a mancare quel po’ di fiducia accordata sulla parola a Walter Veltroni? Circa diciotto minuti dopo che aveva cominciato a comportarsi da leader. Vale la pena passare in rassegna credo, come doveroso epitaffio politico, i grandi successi della leadership veltroniana.

L’audace presa dell’opposizione al potere.
Lui che era stato il delfino di Prodi, da vice e da ulivista della prima ora, esordisce pugnalando il traballante governo del suo mentore fondando un partito che sfascia la maggioranza su cui si poggiava. Il progetto che lo portò a questa scelta dolorosa e apparentemente scellerata per tempistica e opportunità politica era tuttavia assai nobile: distruggere un partito fondato da Gramsci per fondarne uno che abbracciasse finalmente la Binetti. Grande risultato, affondare il governo di cui si fa parte.Veltroni, il padre fondatore PD.
Il nuovo partito era formato per piu’ di due terzi da una base del PD, gente che fino a quindici anni fa si definiva comunista e tutt’ora senz’altro di sinistra e Veltroni, sagace, si affretta a specificare che il PD è un partito americano che si riunisce al Loft e non è di sinistra (non sia mai), bensì riformista(*). Un partito laico ma moderno, in cui non deve destare sconcerto che alcuni dirigenti siano usi autoflagellarsi col cilicio. Un partito che vede tra le proprie figure storiche di riferimento Craxi, ma non Berlinguer. Gran risultato, spiazzare i propri già disillusi elettori.

Veltroni e il dialogo.
Il grande capolavoro politico del nostro arriva pero’ tra il Novembre e il Dicembre del 2007, un mese da ricordare. In quei giorni Berlusconi fondava nuovi partiti da solo ad Arcore all’insaputa di Fini, il quale venutolo a sapere gli mandava a dire da Bondi (anche la lugubre scelta del messaggero è significativa) che “con lui Berlusconi ha chiuso, che la politica è la politica e che politicamente la frattura non è più sanabile” e ripeteva ovunque che “la CDL è morta e sepolta”. Sempre in quei giorni anche Casini aveva mandato a pisciare Berlusconi, lui sì definitivamente, il quale lo definiva da piu’ di un anno una palla al piede che aveva bloccato il precedente governo. Ecco, in questo contesto bisognava riformare la legge elettorale porcina, quella indecente fatta a colpi di maggioranza da Calderoli su commissione di Berlusconi. Quindi ricostruiamo la scena: il tuo avversario piu’ pericoloso è stato abbandonato dai suoi alleati e tu devi cambiare una legge elettorale truffaldina e autoritaria varata in fretta e furia contro di te. Ti servono i voti dell’opposizione a chi chiedi aiuto? Un uomo cresciuto nei boschi senza interagire con anima viva risponderebbe risoluto che dovresti accordarti con gli ex-alleati del tuo nemico e concedere loro qualcosa, in modo da isolarlo maggiormente e impedirgli altri sgambetti (do you rememenber bicamerale, Walt?) e forzature (il nome porcellum è autoesplicativo…). Un gruppo di scimpanzè che schiaccia due tasti a caso giungerebbe alla scelta migliore nel cinquanta percento dei casi. Veltroni scelse invece la strada del dialogo col Caimano, il quale fece un po’ di tira e molla, ricompatto’ la coalizione e caduto il governo, sondaggi alla mano, volle andare ad elezioni con la vecchia legge. Grande statista Veltroni, troppo avanti per i suoi tempi.

Veltroni da solo al traguardo.
Demolito il suo governo, gettate le basi per l’ingovernabilità del proprio nuovo partito e rivitalizzato il proprio avversario, Veltroni decide di dedicarsi alacremente al killeraggio dei propri alleati. Grazie alla sua coraggiosa scelta di far correre il PD da solo con la vecchia legge elettorale SD, PRC, PDCI, Verdi e comunisti zerovirgola di tutta la penilosa vengono tagliati fuori dal parlamento, disperdendo voti e radendo al suolo un’area politica che nel complesso in pa
ssato aveva rappresentato piu’ del 10% del bacino elettorale italiano. I comunisti, costretti dagli eventi ad una pratica contronatura quale la fusione tra loro medesimi, vanno chiaramente in frantumi. Sbaragliati i comunisti e tenuto alla larga lo SDI, Veltroni comincia una campagna elettorale in cui non nomina il suo avversario (sic!) e scopiazza lo slogan di Barak Obama (I’m sorry Walt, you can’t), maltraducendolo, senza sospettare che entrambe le iniziative potrebbero suonare un po’ forzate e ridicole. La verità è che qui Walter ha una delle sue ultime e grandiose intuizioni politiche: il vero avversario da battere non è Berlusconi no, è il subdolo antiberlusconismo  che si annida ancora tra le frange meno kennediane del PD (analisi questa che solo per caso coincide con quella di Cicchitto). Veltroni perderà le elezioni regalando al PDL una delle maggioranze piu’ schiaccianti della storia della Repubblica, mentre Di Pietro che sull’antiberlusconismo ha puntato tutto triplica i propri voti.

Veltroni dopo la prima fallimentare esperienza, ritenta la via del dialogo.


Veltroni fa ombra.
A questo punto il nostro eroe sprofonda nello psicodramma, ma lo fà col piglio del vero leader. Conquistata con coraggio l’opposizione, decide di non farla. In piena estate, con l’urgenza tipica di chi è davvero indignato, proclama una protesta da tenersi a metà Autunno. Vara un governo ombra, con ministri ombra, che scrivono utilissime leggi ombra. Litiga con Di Pietro, il suo unico alleato, scansandolo come un appestato per il suo truculento antiberlusconismo, malattia  notoriamente portatrice di voti. Loda la capacità della Lega di stare sul territorio, poi guarda il Loft, eppure non gli viene in mente niente. Ritenta, non pago, la via del dialogo ottenendo in cambio da Berlusconi una lunga sequela di insulti e qualche goliardica pernacchia. Walter vorrebbe fare le grandi riforme insieme al governo, ma non lo lasciano votare nemmeno una leggina. A questo punto un dubbio lo coglie, non sarà mica che in Italia non si sia ancora abbastanza Americani? Mentr’egli si strugge davanti alle foto di Obama e sogna marce al fianco di Martin Luther King in nome dell’emancipazione degli afroamericani, all’uscio s’assiepano le fazioni sanguinarie de’ suoi sodali, ch’ormai  han finito d’affilare i coltelli.

La caduta.
Dispiace un po’ quando un fesso fa la fine che merita ma, ahimé, cio’ rientra nell’ordine naturale delle cose. Il resto è storia recente.: mentre Veltroni prende la via dell’oblio (*), l’Italia guarda Mina a Sanremo.  I compagni democratici si guardano intorno  spauriti in cerca di un leniniano “Che fare“?
Non chiedetelo a me che non voto PD, l’idea quasi m’offende, e non sono nemmeno un buon indovino visto che il miglior successore mi pareva Soru, appena disintegrato.  Rallegratevi tuttavia compagni (o v’offendete voi se vi chianmo così?), il guaio piu’ grosso ce l’ha Berlusconi che difficilmente riuscirà a trovare un avversario altrettanto incapace.
Emh, in effetti…cazzo… ci sarebbe sempre Fassino.

(*)Adesso che ha dato il suo prezioso contributo andrà in Africa, sì?

Surrealismo politico italiano. Argomenti-moda: la strategia del dar fiato alle trombe.

Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha di recente proposto di rendere obbligatoria la predicazione in lingua italiana per gli imam, presenti nel nostro paese  al fine di scovare quelli che predicano in favore dell’odio antioccidentale e incitano al terrorismo. Gabriella Carlucci si e’ subito affrettata a sposare la proposta, spiegando che chi unque si opponesse all’idea avrebbe necessariamente qualcosa da nascondere. E’ nato un discreto tam-tam che ha diviso tra quelli che approverebbero una tale norma e quelli che la riterrebbero discriminatoria o inefficace. Il PD ha commentato, i maggioranza ha commentato, i giornali hanno commentato, i blogger hanno commentato e via di seguito percorrendo il circo mediatico. Vorrei far notare come, secondo consuetudine,   non si stia un realta’ parlando di nulla(*), e per diverse ragioni. Una legge del genere sarebbe di una incostituzionalita’ talmente macrospica (articolo 15, ma anche 19 e 21) da non avere  alcuna possibilita’ di essere approvata definitivamente e questo gia’ chiude rebbe il discorso. Come fa notare anche Kelebek  la norma, per non essere discriminatoria verso i musulmani e la lingua araba, dovrebbe proibire un’infinita’ di altre espressioni di culto non immediatamente comprensibili: dalla messa in latino, alle chiese per anglofoni presenti sul territorio, ai mantra religiosi buddhisti. Inoltre se pure si volesse accomunare qualunque gruppetto di musulmani raccolti in preghiera a un capannello sedizioso, cosa che non e’ possibile per quanto detto sopra, o si avessero reali sospetti su questo o quell’imam  la proposta cozzerebbe col principio giuridico (nonche’ logico) che l’onere della prova e’ a carico dell’accusa e che sono dunque gli inquirenti a dover dare evidenza che una data comunicazione abbia eventualmente finalita’ criminose. E’  un po’ come se si volesse imporre ai siciliani di parlare in italiano intellegibile e di non scrivere su foglietti di carta, per dar modo alla procura di scovare a posteriori ordini mafiosi senza dover imparare a leggere Camilleri o perder tempo a decodificare malscritti pizzini.
Al solito,  siamo al surreale.
Surreale che dilaga nella comunicazione politica con precise finalita’: si fa cioe’ strategia comunicativa.
Parto dall’assunto, del quale sono fortemente convinto, che Fini non sia un cretino(**) e che conosca fin troppo bene, visto il ruolo e il lungo trascorso politico, la Costituzione Italiana (non sono del tutto convinto che ne condivida i valori, ma questo e’ un altro problema). Perche’ allora fa una proposta che non ha alcuna possibilita’ di essere trasformata in legge e, ma non e’ stata interpretata cosi’ dai comentatori ne’ Fini ha precisato alcunche’, al piu’ potrebbe trattarsi di un accorato appello agli imam e  ai credenti musulmani
(chiaramente inefficace), ottenendo soltanto di alzare una cagnara? Forse perche’ la finalita’ e’ la cagnara stessa…

Quello descritto e’ soltanto uno dei molti esempi e nemmeno il peggiore. Qualche giorno fa leggevo un titolo sulla versione online di Repubblica o del Corriere sul fatto che i politologi stiano registrando la tendenza da parte dei politici a fare proposte, su cui si discute per settimane, e che finiscono in nulla. Non ho potuto leggere l’articolo e adesso sembra sparito dal web, spero che qualcuno gentilmente possa segnalarmelo.

Politologi o no, la tendenza e’ fin troppo evidente ed e’ quella che io avevo chiamato in un post vecchiotto a riempire l’agenda politico-mediatica di argomenti-moda.

“Nella rincorsa all’apparizione televisiva, l’unica reale arena politica rimasta, e nella necessita’ dei media di saturare il palinsesto informativo, vediamo intervallare problemi veri, che in genere nascono da esigenze della società o da allarmi delle comunità reali, ad argomenti moda  che tengono occupati giornali e TG in un ciclo infinito di finte polemiche e ridicoli dibattiti. Gli argomenti moda in genere nascono nelle segreterie di partito, nelle redazioni dei giornali e nei board aziendali.” (***)

Anche se gli argomenti-moda di ordine politico sono soltanto un sottoinsieme dell’universo mediatico della fuffa (****), ultimamente il fenomeno relativo a quest’ultimi  e’ giunto a livelli tali per cui le proposte di aria fritta dominano letteralmente la scena, determinando il clima politico indipendentemente da cosa si approva di fatto in parlamento e da cosa sia stato concepito per restare invece relegato alla centrifuga mediatica. Si pensi alle sparate di Berlusconi su cui si ciancia per giorni, si pensi a quando Brunetta dice che i fannulloni stanno a sinistra (evocando epurazioni su base politica), si pensi alle piu’ turpi proposte della Lega rimaste, e meno male, sul tavolo: impronte dei piedi per gli immigrati, impronte ai bambini rom, leggi improbabili contro le prostitute,  i diecimila fucili di Bossi e via delirando.

Questa tattica comunicativa ha diverse finalita’.

La prima, come detto, e’ quella di guadagnare visibilita’ mediatica.

La seconda e’ quella di avere un abile strumento di propaganda elettorale fuori dal periodo preposto. La lega urla per mesi che vuole Malpensa come super HUB mondiale in partnership con Lufthansa e poi Berlusconi vende ad AirFrance che conferma Fiumicino? E Maroni alza un bel polverone sul divieto di manifestare davanti ai sagrati (qui a Roma ogni angolo della citta’ e’ davanti a un sagrato). Cosi’ l’elettore leghista si convince che, nel complesso, la Lega continua ad avercelo duro e a difendere i suoi interessi.

La terza e’ quella si sondare il terreno. Si annuncia un provvedimento aberrante per vedere come la prende l’opinione pubblica: se la cosa non desta poi tanto scandalo si mette in un disegno di legge la versione soft, magari soltanto indegna, ben sicuri che l’opposizione sara’ tutta contenta per aver fatto abbassare il tiro al governo (vedi la legge Alfano negoziata  per non sospendere 10mila processi).

 
La quarta, come direbbe Prion, e’ quella di distogliere l’attenzione dalla mano che nasconde la monetina. La monetina in questo caso e’ l’argomento serio, come l’arrivo di una decrescita infelice del  PIL del -2% , un numero di disoccupati ancora tutto da stimare entro la fine del 2009 e la epocale crisi dell’auto.

 


Auto invendute a milioni, uno dei tanti depositi sparsi per il globo.

Questa strategia comunicativa e’ particolarmente diffusa nel centrodestra, non perche’ il PD sia superiore a questi mezzucci, ma semplicemente perche’ il PD  non e’ in grado di applicare una qualsiasi strategia di comunicazione, per becera che sia. Con la sagacia tipica della trota d’allevamento gli esponenti del PD si limitano ad abboccare ad ogni amo che la destra lancia contribuendo all’inutile cacofonia e per di piu’ inseguendo l’agenda dettata dall’avversario.

Sogno un film sulla furbizia di Veltroni interpretato da Peter Sellers… un vero peccato che sia morto nel 1980. Ci sarebbe sempre Gene Wilder… e’ ancora vivo?



(*) Forse per questo la Carlucci  si e’ proposta subito come esperta
(**) Sulla Carlucci invece mi limito a dire, per educazione, che ho un’opinione piu’ articolata.
(***) Mi si perdoni se di tanto in tanto cado nella deplorevole pratica dell’autocitazione :)

(****)Che va dalle sparate sulla clonazione umana di Antinori a  quelle di qualche partecipante ad un reality, attraversando tutto lo spettro delle possibili cazzate.

Capolavori del surrealismo: Lo statista.



Divertente no?
Qualcuno dalle mie parti potrebbe commentare la barzelletta con un lapidario “Ridi su sto’ cazzo”. Qualcun’altro potrebbe invece indignarsi e ripensare a tutte le volte che in questo paese un carabiniere ha effettivamente sparato a un comunista o a tutte le volte che e’ avvenuto il contrario, ricordando che in entrambi i casi non c’era nulla da ridere. Qualcuno potrebbe divertirsi in una complessa esegesi del pensiero dell’Unto, rendendosi conto che se vuoi trasformare una storiella che mette alla berlina la presunta cretinaggine dei carabinieri in una barzelletta sui comunisti, allora devi mettere il comunista al posto del carabiniere e non al posto del morto, se non capisci questo vuol dire che non hai capito nemmeno la prima di barzelletta. Se metti il comunista al posto del morto non puo’ piu’ far ridere, viene a mancare anche l’intenzione comica: diventa soltanto una storiella macabra e inquietante , soprattutto se raccontata dal capo del governo  nazionale cui le forze dell’ordine fanno capo. Qualcuno infine potrebbe notare che lui si’ ride,  ma i giovani di AN applaudono divertiti  dando implicitamente ragione a Iadicicco e torto a Fini.

Ma tutto questo sarebbe soltanto uno spreco di tempo e di parole perche’ l’unica vera morale che emerge da questo siparietto e’ che lui , come massimo esponente del surrealismno politico italiano , si e’ guadagnato il diritto di dire il cazzo che gli pare.

Lui puo’. E non perche’ e’ potente, ma perche’ e’ dada.

Siete voi come al solito, gretti bifolchi razionalisti, a non capire l’arte. 

« Prendete un giornale. Prendete le forbici. Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia. Ritagliate l’articolo. Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l’articolo e mettetele in un sacco. Agitate delicatamente. Tirate poi fuori un ritaglio dopo l’altro dispondendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacco. Copiate scrupolosamente. La poesia vi somiglierà. Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benché incompresa dal volgo. » (Tristan Tzara, Per fare una poesia dadaista)

« Dada non significa nulla. » (Manifesto Dada del 1918, di Tristan Tzara)

Voglia di nucleare: Scajola contro Rubbia.


Dopo anni di disinteresse e bufale consolatorie l’imminente crisi energetica sta diventando argomento di primo interesse anche sui maggiori  organi di stampa mondiali, al punto che sempre più spesso si discute sui  tempi e sugli impatti a breve termine e quasi non più sulla fondatezza di tali preoccupazioni. Col tempo si spera arriveranno anche le preoccupazioni sul medio-lungo termine e, gradatamente, una presa di coscienza che preveda piani d’intervento in grado di ripensare l’attuale sistema in maniera organica, cioè senza agitare improbabili bacchette magiche o salvifiche mistificazioni. L’alternativa sarà vedere gli Stati Nazione, incapaci di imporre una costosissima riconversione al proprio sistema economico-industriale, scannarsi per gli ultimi barili di petrolio, cioè: parola alle armi.

In un’intervista di qualche mese fa Carlo Rubbia si è espresso chiaramente contro il ritorno al nucleare come via praticabile e conveniente per far fronte a tale crisi, ribadendo poi la stessa tesi in dibattiti pubblici e interviste televisive. L’intervista era incentrata sull’urgenza di scelte strategiche da parte dell’Italia che verrà colpita prima e più duramente a causa della nostra cronica scarsità di risorse fossili. Sulla stessa linea, contraria al nucleare e favorevole ad una riconversione massiva e drastica verso le energie rinnovabili si sono espressi anche centinaia di docenti e ricercatori universitari, con un pubblico appello ai candidati prima delle recenti elezioni. Da ultimo oggi sul Manifesto l’intervista ad Alberto Fazio, astrofisico responsabile del progetto IBGP/AIMES (Analisys, Integration, Modelling of the Earth System) ribadisce il concetto e fornisce un quadro preciso e ancora più allarmante della situazione.

Le valutazioni quasi unanimi fornite dalla comunità scientifica italiana vedono il nucleare come una soluzione costosa, con tempi di messa in opera troppo lunghi, legata ad una risorsa esauribile e dunque di corto respiro (20 anni per l’uranio Rubbia-Goodstein), con problemi di sicurezza contenibili ma non eliminabili e uno problema di smaltimento delle scorie per cui non è ancora stata trovata una soluzione definitiva e soddisfacente. La stessa UE pur non osteggiando le nuove centrali non le inserisce tra le risposte strategie ai problemi energetici e climatici e gli USA non ne costruiscono di nuove ormai da trent’anni.

Il ministro Scajola, che dubito ignori gli appelli degli scienziati in questione, parla di “occasione nucleare” da non perdere. Eppure su questa tecnologia di corto respiro, che non promette innovazioni significative prima del 2025 ( quando potrebbe partire la quarta generazione di centrali), l’Italia è drammaticamente indietro, mentre su altre tecnologie come l’eolico e il solare che vengono abbondantemente adottate in Spagna e in Germania con un gap che saremmo ancora in grado di coprire, vi sarebbe davvero spazio per produrre brevetti e innovazione (si veda il progetto Archimede dello stesso Rubbia). Di quale occasione va parlando dunque il ministro? Se la comunità scientifica è ostile a tale soluzione e lo è da posizioni non ideologiche ma dettate dai fatti, su suggerimento di chi il Scajola ha deciso di puntare dritto sul nucleare entro questa legislatura ribadendo il concetto come un irrefrenabile tormentone in ogni sua esternazione pubblica? Se non è all’interesse strategico del paese e dei suoi cittadini cui si guarda, a quale altro tipo di interesse si sta facendo riferimento?

 


Ieri Emma Marcegaglia, parlando in rappresentanza anche di coloro che grazie a lauti finanziamenti pubblici le centrali le dovranno costruire, si è fatta pubblicamente promotrice del ritorno al nucleare, mentre l’Amministratore Delegato di ENEL Fulvio Conti si dichiarava favorevole e pronto a partire non appena ottenuto il placet del governo.  Se questi sono gli interessi in gioco, il ministro sta allestendo il consueto banchetto per gli uccelli necrofagi dell’imprenditoria italiana, che da anni si cibano della carcassa dello Stato.

Da qui all’inizio della costruzione delle centrali passrà parecchio tempo e una qualche forma di dibattito dovrà pure essere fatta. Cosa contrapporranno ai moniti di Carlo Rubbia? Le intuizioni scientifiche di Gabriella Carlucci già indomabile e patetica protagonista, all’epoca dalle file dell’opposizione, del caso Maiani?

L’uomo che dice sempre di si’.

La bagarre sull’urgentissima legge per le intercettazioni, le pene draconiane contro i giornalisti e tutta l’emergenzaprivacy, come ampiamente spiegato ad esempio da Travaglio, erano in realta’ legate alla recente desecretazione (sono atti pubblici) della seconda tranche delle intercettazioni Berlusconi-Sacca’. Le intercettazioni erano state  consegnate agli avvocati e ad alcuni funzionari pubblici qualche settimana fa e bisognava dunque soltanto impedirne la pubblicazione da parte dei giornalisti. Questo fatto, di pubblico interesse, naturalmente richiedeva un provvedimento d’urgenza del governo che, ahime’, pare arrivera’ troppo tardi tanto che domani l’Espresso potra’ pubblicarle integralmente, dopo averne fornito oggi una piccola anticipazione sui principali quotidiani online. E ora? Ora la maggioranza dira’ che se a Berlusconi piace scopare la fica questi non sono affari dei magistrati (e non si puo’ che concordare) e l’opposizione fara’ ombra, che fa caldo, e poi magari promettera’ di incazzarsi in autunno. Spiace un po’ per Veronica Lario lo sputtanamento su simili questioni e’ sempre doloroso, suppongo pero’ che la signora sia ormai ben conscia di chi ha sposato e in quanto a mediatizzazione del loro rapporto, va detto che entrambi i coniugi ci avevano gia’ messo del loro al tempo delle letterine pubbliche. Per la storia in se’ non ho nessun interesse non me ne frega un cazzo della vita privata di nessuno dei nostri VIP bellissimi e patinati, figuriamoci di quella di un vecchio di settant’anni. Interessante e’ invece il rapporto tra politica e funzionari pubblici, cosi’ come lo sono i rapporto tra il padrone di Mediaset e la dirigenza RAI quando quest’ultimo governa. Interessante e importante e’ la liberta’ della stampa e il diritto ad essere informati. Interessante e preoccupante e’ un giornalista in carcere “per aver fatto il giornalista”, indipendentemente da quanto questo mestiere possa piacerci o farci schifo.

Interessanti sono i servi, sempre.

Lo zelo e l’entusiasmo del servo sono l’architrave su cui si regge l’esistenza stessa del padrone.

Quindi interessante e’ Sacca’, non Berlusconi. Riporto l’intervista (cosi’ come compare su Repubblica) opportunamente decurtata delle sue parti inutili, cioe’ delle richieste di Berlusconi, per lasciare spazio al nocciolo della questione: l’incontinente cerimoniale denso di ossequiosi assensi del prode Direttore Generale di RAI Fiction.

B: […]
S: Sì.
B: […]
S: Sì.
B: […]
S: Ma…
B: […]
S: La chiamo…
B: […]
S: Va bene, la chiamo, la convoco…
B: […]
S: Va bene.
B: […]
S: Sì.
B: […]
S: Va bene…


E un lacche’ del genere, detto tra noi, chi non lo vorrebbe al proprio servizio?

Per quanto riguarda B. temo che qui lo si stia colpendo, come ebbe a dire lui stesso, “nella cosa cui tiene di piu'”, cioe’ la “sua immagine”.  Lui pero’ su questo ha un destino segnato. L’unica sentenza cui non puo’ sfuggire riguarda la fine della sua parabola umana e politica che, se non e’ dato sapere come e quando accadra’,  una cosa almeno e’ certa fin d’ora: avverra’ in diretta.