La terza fase dell’effetto Grillo: il bavaglio a Internet?

Il nuovo disegno di legge sull’editoria redatto dal nostro solerte governo il 12 ottobre scorso è probabilmente la prima contromossa repressiva nei confronti del fenomeno Grillo, inteso nel senso più ampio della presa d’atto delle potenzialità della rete nella mobilitazione politica.

Gli aspetti repressivi si presentano attraverso la burocratizzazione dell’attività editoriale via web. Nell’art.2 viene riportato sotto la  definizione di prodotto editoriale  “Qualunque prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di divulgazione,  di intrattenimento, quali che siano la forma e il mezzo con cui esso è realizzato e fin qui parliamo di prodotto quindi di qualcosa che si vende come le testate on-line. Nell’art.5 viene poi ricondotta sotto la definizione di attività editoriale “qualunque attività atta alla realizzazione e distribuzione di un prodotto editoriale […] anche in forma non imprenditoriale e con finalità non lucrative”, equiparando gli obblighi delle suddette testate a quelli di un blog, di un diario online,  di un sito per appassionati  di fantascienza  o di musica Metal (divulgazione, intrattenimento etc… remember?).  L’art.7 specifica esplicitamente che i soggetti che svolgono attività editoriali su Internet, come sopra descritte, devono iscriversi al Registro degli Operatori di Comunicazione ereditando, presumo, tutti gli oneri del caso: dalle figure dei giornalisti e del Direttore Responsabile alla responsabilità penale dei reati a mezzo stampa con relativii inasprirmenti di pena. Tra l’altro non è chiaro se il proprietario del sito debba essere responsabile anche per le eventuali diffamazioni presenti nei commenti, quindi per responsabilità oggettiva e mancato controllo. Infine a decidere quali soggetti siano tenuti all’iscrizione sarà l’Autorità Garante.

La finalità generale dichiarata nell’introduzione del testo è  l’aumento del pluralismo, il che è comico visto che se una legge tratta dal testo così com’è venisse applicata alla lettera porterebbe alla chiusura di centinaia di migliaia di voci libere, configurandosi come il piu’ vasto attacco alla libertà di espressione in Italia dal dopoguerra ad oggi. Pur non essendo un giurista credo che in questa forma la legge sia inapplicabile, se non su base discrezionale quindi giuridicamente irrecepibile, dunque  prima  ancora  che  liberticida il testo appare francamente demenziale. Il governo però l’ha approvato e lo presenterà in parlamento per poi passare la palla all’AGCOM. Del resto quello degli eventuali attacchi ai politici e della troppa libertà espressiva nel paese è proprio un problema impellente per la nostra classe politica. E pensare che, tanto per restare in tema di pluralismo, c’è un sacco di gente che ha votato questo governo sperando che ponesse fine ai mega-monopoli televisivi.

Divertente no?

Aggiornamento del 20/10:
E’ lo stesso ministro Gentiloni ad ammettere che hanno fatto una cazzata. Oltre  ad essere  liberticida la legge non sta neppure in piedi  dal punto di vista giuridico, da Repubblica:

“L’allarme lanciato da Beppe Grillo e ripreso da molti commenti al mio blog è giustificato”, scrive Gentiloni, aggiungendo che la correzione è necessaria perché la norma in questione “non è chiara e lascia spazio a interpretazioni assurde e restrittive”.

Hanno avuto bisogno che fossero i blogger a dirglielo… ma si può essere più cialtroni?<!–

Piove merda su Beppe Grillo: la controffensiva dei media mainstream.

Nel post precedente a proposito delle risposte a caldo dei politici al V-Day mi domandavo quale sarebbe stata la seconda fase della reazione, bene, la risposta è arrivata oggi: hanno scelto lo scontro e l’attacco mediatico. Si è cominciato nei giorni scorsi usando l’artiglieria, quel tiro da lontano che indirizza una minoranza di italiani che leggono i quotidiani,  attraverso gli articoli negativi dei principali editorialisti del Corriere e della Repubblica. Giusto per citare il più autorevole, Eugenio Scalfari ha paragonato Grillo sia ad un anarco-individualista che ad un anarco-sindacalista, come se i due termini indicassero la stessa posizione e come se Grillo potesse davvero essere anarchico contornato come è da due squatter di lunga militanza come Travaglio e Di Pietro.

Del resto si sa gli anarchici sono cattivi, pericolosi e soprattutto non usano rilasciare smentite, quindi fa sempre comodo infilarli ovunque.

Poi gli stessi due giornali hanno cominciato a commentare in  tempo reale sul web ogni post di Grillo riportando nei titoli soltanto gli insulti. Emblematico il caso di Prodi, che deve averlo davvero l’Alzaimer se a Porta a Porta esorta  Grillo  a fare delle proposte politiche e a non limitarsi alla critica, dimenticando che questi gli aveva consegnato di persona “le primarie dei cittadini”: un testo che è un intero programma politico del suo movimento. Ridicole e generiche che possano essere le proposte di Grillo, Prodi aveva tutti i mezzi per criticarle nel merito.  Invece no, dice che Grillo distrugge e non propone e repubblica.it prontamente titola: Grillo esagera: “Prodi ha l’Alzaimer”. E fin qui dicevamo, avevano usato soltanto l’artiglieria leggera.

Il bello arriva oggi coi bombardamenti a volo radente della TV. Nell’edizione del TG1 di stasera si dedica il servizio di apertura alle critiche dei politici a Grillo mentre come terza notizia l’anchor man dichiara: “E si scopre un Grillo Paperon de Paperoni, che si comporta come uno della casta“. A questo punto parte l’intervista ad un tizio che racconta quando nel 1983, millenovecentottantatrè al secolo 24 anni fa(*), ad una festa dell’Unità, Grillo pretese comunque il cachet pattuito di 35 milioni malgrado lo spettacolo fosse andato male fruttando ai compagni del partito soltanto quindici milioni.

Sull’edizione delle 20.30 del TG1.

Complimenti viene da dire, questo sì che è giornalismo d’inchiesta coraggioso e d’attualità… Neppure quei temerari di Striscia la Notizia avevano mai mirato così in alto nel denunciare gli scandali del potere.

Malgrado la performance del TG1 il meglio lo si era tuttavia toccato con l’edizione del TG2 delle 13, quella che vedono soltanto le casalinghe per intenderci,  in cui il direttore  Mauro Mazza  superava se stesso nell’arguto editoriale che riporto di seguito. Le casalinghe non vanno su Internet e, si sarà detto qualcuno, visto che si gioca in casa meglio andarci giù pesante.

Care e dolci massaie italiane, questo è tutto per voi:



Se il gioco è questo, è un gioco sporco.

In questo gioco i media vengono sguinzagliati a comando, come sgherri obbedienti, per difendere le èlite politiche cui sono inestricabilmente legati.

E non governa Berlusconi.

Tra la prima fase della reazione alla variabile Grillismo  e l’attacco mediatico in grande stile di questi giorni c’è di mezzo la proposta del bollino delle liste civiche alle amministrative, cioè un fenomeno sottovalutato come folcloristico che si trasforma in una tangibile minaccia elettorale. Siamo soltanto all’inizio e già la reazione si fa massiccia e rabbiosa, sempre stappandomi la solita birra aspetto fiducioso l’arrivo della fanteria pesante, del corpo a corpo e della repressione. Al prossimo V-Day?

(*) io avevo sette anni e la mia principale occupazione era il subbuteo

Dalla festa dell’Unità al Democratic Party.


Ieri sera col TL e un altro amico ci siamo recati a ciò che rimane della Festa dell’Unità: quella manifestazione cioè che non è più una festa dell’Unità ma ne usurpa impunemente il nome. Ho incontrato P. il giovane  segretario della sezione DS del quartiere dove sono cresciuto il quale ne approfitta per raccontarmi le ultime lacerazioni di partito. P. è sempre stato una brava persona e  anche se a forza di fare carriera politica è destinato ad diventarlo sempre meno, mi faccio raccontare volentieri ciò che avviene dalle sue parti. Il mio (ex)quartiere è una roccaforte storica DS che di recente si è trasformato da rione popolare abbandonato a se stesso e alla malavita come era stato negli anni ’70 e ’80, a costosa vetrina della Roma “mangni bene e te diverti” con tanto di sfilata rituale di politici sorridenti nel periodo elettorale. Quindi una sezione importante in un collegio neo-prestigioso. Dopo la scissione tra neo-Democratici e aderenti al Correntone (che P. chiama con disprezzo scissionisti manco si riferisse a una frangia del clan Di Lauro), nella sezione pare stiano lavorando i muratori per alzare un muro in cartongesso tra le due nuove mezze-sedi che ne nasceranno: dal muro di Berlino al muro di Fassino. Così vanno le cose.

Del resto sticazzi, mai votato DS, mai avuto tessere e mai frequentato sezioni di alcun partito.  Però sul Partito Democratico ho le mie idee così senza calcare troppo la mano e per evitare il rischio che mi vada per traverso la birra gli faccio un paio di domande, tanto per capire. Se avessi voluto andarci giù un po’ più pesante  gli avrei chiesto <<ma non ti vergogni ad essere compagno di partito con Paola “Silas” Binetti?>>, ma ho preferito non farlo.

Aramcheck: <<Ma non ti sembra che sto PD sia un contenitore vuoto?>>
P: <<No anzi! Io la vedo come una cosa tutta da riempire!>>

Ora, a casa mia, una cosa tutta da riempire è vuota, e glielo faccio notare.

Aramcheck: <<Ecco appunto: vuota. La dovete ancora riempire e già aderite entusiasti chiedendo alla gente di farne parte…>>
P: <<No non è vuoto! Stiamo lavorando per trovare le idee con cui costruire questa proposta, per metterci delle cose dentro. >>

Io sarò arcaico ma il linguaggio moderno del Grande Partito Democratico (GPD) proprio non lo capisco. Purtroppo sono legato a vetuste regole della logica per cui una cosa, in genere, non coincide col suo contrario: dove lo stato di “vuoto” si oppone allo stato di “pieno” e quello di “non pieno”, cioè “da riempire”, si avvicina a quello di completamente o parzialmente vuoto  e così via. Colpa mia, per carità. Mentre il Taxista Leninista al mio fianco già mostra segni di insofferenza faccio notare a P. che conoscendolo, mi sarei aspettato di vederlo con quelli che rimanevano meno a destra (lasciamo stare il concetto di piu’ a sinistra che di questi tempi è  utopico) e lui << No. Il percorso storico di un vero Comunista Italiano, di uno che era del PCI, culmina in modo naturale nel Partito Democratico. Poi qui c’è la parte sana del partito: Veltroni, D’Alema (*)…>>. A quel punto  alzo gli occhi al cielo e dietro di lui, illuminante, vedo troneggiare un manifesto con sopra un gigantesco bicchiere di Martini, scorza d’arancia, rametto d’ulivo invece dell’oliva e la scritta DEMOCRATIC PARTY.

E’ così che attraversando a testa alta la storia si evolve un vero comunista, non come gli scissionisti che fanno percorsi contronatura! Questo è il percorso “naturale” del Partito Comunista Italiano: dalla vecchia Festa dell’Unità al Party dei Democratici, dal materialismo dialettico alla neo-logica dei contenitori che non sono vuoti ma da riempire, magari col Martini e non certo col Lambrusco, vuoi mettere?

 

Metto qui sotto la foto di Gramsci, tenetela d’occhio, e appena comincia a piangere sangue come la madonnina di Civitavecchia, avvertitemi che la porto da Vespa.


(*) Se D’Alema è la parte sana di qualcosa spero di non vedere mai la parte marcia.

 

Concerti, paranoie e squadristi a Villa Ada.

Soltanto un concerto.
A Villa Ada c’è una delle mille manifestazioni di Roma Estate, “Roma incontra il mondo”. Ieri sera suonava la Banda Bassotti ed io, dopo aver latitato a lungo, decido di andare col Taxista Leninista a vedere il concerto, bere due birre e, spalla malferma permettendo, ballare un po’ di Ska. Picchio, Sigaro, Scopa, Sandokan e credo altri della band erano manovali col vizio dello Ska e del rock antifascista militante, oggi sono una band conosciuta in tutta Italia, che fa concerti anche all’estero, e che a quanto ne so’ campa di musica: musica che mi piace. La band è politicamente schieratissima a sinistra, dura e pura, di stile e  look Skin Head, RedSkin si diceva una volta.  Hanno le loro posizioni intransigenti e fanno musica.

Il concerto inizia puntuale, dal vivo la Banda spacca come sempre, la gente poga indemoniata, la  mia spalla prende botte su botte da ragazzetti ubriachi così  mi defilo a saltellare sul posto, Villa Ada col suo laghetto e la notte d’estate è bella e suggestiva: insomma, un cazzo di concerto.
Il concerto finisce, qualcuno resta a ballare col Dj che passa la solita roba mentre io e il Taxista ci facciamo una birra, spulciamo bancarelle di libri e DVD e salutiamo qualche amico incontrato per caso. Verso mezzanotte e mezza  decidiamo di andar via  e al coinquilino scattano le consuete paranoie. Villa Ada è al quartiere salario , il quartiere più nero di Roma,  e per raggiungere l’entrata principale si attraversa una lunga strada  senza vie di fuga  al termine della quale abbiamo parcheggiato l’auto. Il coinquilino mi attacca la solfa delle terribili aggressioni fasciste che potremmo subire durante il tragitto,  di come Forza Nuova  la faccia da padrone in quella zona, di come la mia maglietta con la bandiera rossonera degli anarchici ci esponga alle squadracce ed altre fisse del genere. Ora, dovete capire che il Taxista Leninista legge un sacco di libri sulla Resistenza e sulla violenza politica degli anni settanta, vive in un universo immaginario tra coraggiosi partigiani che si nascondono sulle montagne, le gesta eroiche dei fratelli Cervi e colonne di SS e gerarchetti che battono le campagne in cerca di ribelli e dissidenti: cioè, voglio dire, è  difficile in generale fargli capire che siamo nel 2007. Visto che il concerto appena concluso aveva ampi riferimenti all’argomento e considerato che abbiamo bevuto e sfumacchiato qua e là tutta la sera, capisco che il tizio sta partendo per la tangente. Dopo aver preso per il culo le sue anacronistiche preoccupazioni, ne ridiamo insieme sulla via del ritorno. Prendiamo l’auto che è l’una meno venti, passiamo davanti a un pub straripante di gente che mi spiega essere un ritrovo di fascistelli: la sua attenzione su questo genere di cose e la sua conoscenza della città sono infinitamente superiori alle mie. Alla fine, tranquilli, ce ne andiamo a dormire.

Nessuno si aspetta la X-MAS.
Mbè? E allora direte voi? C’è che l’aggressione fascista alla fine c’è stata davvero, in grande stile per giunta. Dieci minuti dopo  essercene andati pare che una colonna di 150(*) energici virgulti ariani di Forza Nuova(**) armati di spranghe, coltelli e catene sia scesa giù per la strada senza sbocchi e abbia raggiunto i cancelli di Villa Ada tirando bombe carta e petardi, pestando un po’ di gente a casaccio. Ne hanno fatto le spese alcuni ragazzi (uno è stato accoltellato ed è all’ospedale, piu’ qualche contuso) e persino qualche carabiniere accorso per sedare la cosa.  Centocinquanta armati organizzati, dico 150, che si muovono verso una zona relativamente isolata dove centinaia di persone, tra cui ragazze e  pischelli  delle superiori  ascoltano musica e mangiano Kebab, è qualcosa di cui in tanti anni di manifestazioni e concerti io non ho memoria. O meglio, non  ho memoria diretta, e devo tornare  a ciò che ho letto su gli anni prima che nascessi o nei quali ero un poppante. Devo tornare alla violenza politica degli anni ’70, ai libri del TL e al suo immaginario che, posto in certi termini non legati a episodi sporadici e marginali, trovo surreale.  Devo tornare  a quando  dovevi stare attento a che maglietta indossi, a che concerto vai e a che strada attraversi.


Le nostalgie dei nostalgici.
E torniamoci allora a quegli anni, ai loro dati ai loro numeri e alla merda che si portarono dietro. Cito da un Blog antifascista dove ritrovo l’articolo sull’argomento che avevo letto mesi fa sul Manifesto che correttamente suddivideva la violenza di quegli anni in due fasi distinte. Ho tagliato dall’estratto le parti relative alla violenza di Stato e alle stragi perchè, spero di non sbagliarmi anche su questo, le prime oggi paiono sporadiche, seppur presenti, mentre le seconde, grazie al cielo, appaiono lontane. Veniamo al primo periodo:

Nello stesso periodo (1969-1975 N.D.Aram) si ebbero «2.528 episodi di violenza, di cui 194 ascrivibili alla sinistra, ben 1.671 alla destra e 174 ad altri». Gli «attentati non rivendicati» sono stati invece «1.708, di cui 175 ascrivibili alla sinistra, ben 1.339 alla destra e 194 a ignoti». Si può dunque dire senza tema di smentita che nella prima metà degli anni ’70 – in cui cade anche il rogo di Primavalle – la violenza fascista è addirittura straripante, con qualche «risposta» da parte di alcuni militanti di sinistra…

E poi al secondo:

…le cose cambiano negli anni successivi. Tra il 1976 e il 1982 «gli episodi di violenza sono stati 2.321, 977 attribuibili alla sinistra, 1,254 alla destra». Gli «attentati non rivendicati sono invece stati 4.445; 1.617 ascrivibili alla sinistra, 1.206 alla destra, 1.622 a ignoti». Altra cosa sono gli «attentati rivendicati» dalle organizzazioni della lotta armata, sia di sinistra che di destra, che entrano in un altro computo. Nel periodo indicato si verificano 2.055 attentati riconosciuti da gruppi di sinistra (394 dalle sole Brigate Rosse, 107 da Prima Linea), mentre 388 sono di destra. C’è però da aggiungere che a quel punto la maggior parte delle azioni «di sinistra» non vanno a colpire solo i fascisti, ma anche uomini e apparati dello stato; mentre le «azioni di destra» restano indirizzate quasi esclusivamente verso «i compagni». Bermani calcola in 22 i militanti di sinistra uccisi dai fascisti in agguati o scontri di piazza, mentre sono 11 i neofascisti morti nello stesso modo.

Personalmente la storia vorrei avercela alle spalle e non eternamente davanti agli occhi, vorrei studiarla (se ne ho voglia) e non riviverla, vorrei costruire, o comunque assistere, a qualcosa di diverso da ciò che videro le generazioni precedenti.
Non ho nostalgia né della prima fase della violenza né della seconda.
Non ho nessuna cazzo di nostalgia di quegli anni ’70.
Vorrei poter andare a qualsiasi concerto, vestito come cazzo mi pare, attraversando qualunque strada buia della mia stanca città.

La strada intrapresa ieri sera da quella feccia fascista sappiamo dove porta ed è un posto dove io non intendo andare.

Per schifo che mi faccia, vorrei vivere nel 2007, cazzo.

PS. Attendo con curiosità la copertura mediatica che verrà fornita all’evento ben ricordando quella che fu data ad altri esecrabili, seppur di gran lunga meno gravi, comportamenti di matrice opposta. Com’è che si dice? Par condicio?

(*) Il sito di Repubblica riporta 20 sul titolo ma le interviste a due dei presenti, compresi gli organizzatori della manifestazione parlano di 150. Ora, come ho detto io me n’ero andato, ma  venti persone non ne potevano tenere in scacco le centinaia rimaste più alcune volanti dei carabinieri.

(**) I quali ier sera non s’erano dedicati ad altre edificanti attività che gli sono proprie quali far scritte antisemite sui negozi ebrei di viale Somalia o dare il bentornato al loro caro nonno Priebke.

Marketing e progresso: contro il “Family Day”.

Mi pare che il Family Day a conti fatti si reggesse, infondo anche a detta degli stessi organizzatori, su tre momenti fondamentali: la rivendicazione di politiche per la famiglia, la festa per la gioia incommensurabile di “essere una famiglia tradizionale” e l’elemento polemico-politico in opposizione ai DICO. Le spinte maggiormente (anche se non esclusivamente) caratterizzanti di questi tre momenti mi sono parse: demagogia, vittimismo e discriminazione.

Demagogia. Chi non è per la famiglia?
Il primo momento, quello propositivo che contiene gli elementi di rivendicazione,mi pare sostanzialmente demagogico e incentrato sull’argomento fin troppo abusato a destra e a sinistra delle “famiglie che non arrivano alla fine del mese”. La mia sarà una posizione veteromarxista eppure a me pare che in realtà “certe famiglie non arrivano alla fine del mese”, cioè i ceti bassi e medio-bassi, quelli che non arrivano “mai alla fine del mese” nei periodi di declino economico. Tra il 2000 e il 2006 questo paese ha attraversato il piu’ grave rallentamento della storia Repubblicana intermini di crescita del PIL, totem sacro nel paradigma economico attuale e ahimè metro di ogni valutazione sociale ed economica, di cui hanno sofferto le famiglia ma anche i giovani single sotto i trent’anni (fino al non POTER diventare famiglia) e i pensionati. Ammettere questo significa spostare il problema da una categoria trasversale alla stratificazione economica e legata a valori tradizionali come quella di “famiglia”, a quella di “classe” categoria che alla Chiesa piace meno. E’ chiaro che la famiglia rappresenti l’elemento fondante della comunità umana, ma ne rappresenta anche l’elemento minimo, se la disgregazione sociale e politica non permette più di riconoscersi in una “classe”, in un progetto sociale ampio che sia un partito di massa o un sistema di valori comuni, come non riconoscersi nei propri figli, nella propira moglie o nei propri genitori? Un obbiettivo minimo su cui non si puo’ non concordare. Come fa giustamente notare Uther Tepes la chiesa cattolica in fatto di marketing ha ancora tanto da insegnare, tuttavia se si vuole davvero mettere “la famiglia” al centro dell’agire politico ci si dovrebbe rivolgere anche alla creaziome di nuove famiglie oltre che alla tutela di quelle già costituite. Questo comporterebbe chiaramente politiche drastiche di lotta al precariato, sostegno all’acquisto della prima casa, abbattimento del livello degli affitti e rilancio dell’edilizia popolare. Si recupererebbe così quella parte di coppie di fatto eterosessuali che sono tali perchè non hanno la possibilità di sposarsi e fare figli, colpendo però contestualmente dei mercati, come quello del lavoro e degli immobili, sulle cui speculazione si é di recente arricchito qualcuno a danno di chi parte da zero. Qualcuno che di sicuro “tiene famiglia”, benestante e multipla, e magari è sceso pure in piazza. Il marketing vende e lo fa spesso attraverso messaggi che colpiscono la parte irrazionale del cervello. Il marketing non risolve i problemi e non ne ha mai risolti, semplicemente perchè non è il suo compito.  Per questo non concordo con Uther, che forse ironicamente, invita i laici ad imitarne le strategie.


Vittimismo. La famiglia accerchiata dai comunisti e dai gay(*).
La festa in cui si festeggia la propria appartenenza a qualcosa è piuttosto comune: è tale pure il GAY PRIDE. Nel caso del Gay Pride c’è un elemento discriminatorio innegabile nella società contro gli omosessuali, a cui si contrappone un “orgoglio” ostentato, spesso superficialmente(**), nel tentativo di sfidare il pregiudizio diffuso. La festa va benissimo. Quello che non capisco, o meglio capisco e non accetto, è l’atteggiamento vittimistico suscitato dal mantra clericale dell'”attacco alla famiglia”. Questo tipo di mantra da accerchiamento creano strani e irragionevoli fenomeni come nel caso di quella tipa che, davanti a me e ad una furibonda Trashick, ha sbottato di recente: “se continua così in questo paese ci si dovrà vergognare di essere etero”, in particolare la tipa si sentiva discriminata perchè le piacciono gli uomini. Bah. Sullo stesso tono un seminarista intervistato dal Manifesto sosteneva che “La famiglia è il fondamento della mia fede, vengo da una famiglia con dieci figli, è inaccettabile che qualcuno tenti di distruggerla. Un tempo non c’era bisogno di scendere in piazza per difendere la famiglia ma adesso siamo costretti”. Ci si aspetterebbe da un momento all’altro il seguente lancio Ansa:

ANSA: L’armata rossa, torrente d’acciaio, ha portato i propri carri armati su via della Conciliazione e si appresta a radere al suolo il Vaticano. Per editto del soviet supremo stanno per essere sciolte le famiglie tradizionali. I figli di quest’ultime saranno affidati a delle coppie omosessuali di comprovata lealtà al partito. Sarà il partito stesso ad assegnare dei partner omo per i genitori borghesi espropriati della prole, i quali verranno rieducati alla sodomia e al cunnilingus davanti alle effigi di Mao, Stalin, Lenin e Marx resi nudi e bolscevicamente virili con Photoshop.


Cazzate come quelle udite dalle labbra della tipa e dell’apprendista prete potrebbero essere bollate come le farneticazioni di menti deboli ed isolate, se non ché esse sono perfettamente in linea con gli slogan di Bagnasco, Ruini, del telepapa e di tutto il politicame bipartisan che gli si accoda, almeno a chiacchiere, quotidianamente. I vertici del marketing vaticano sul vittimismo infondato, hanno deciso di puntarci  forte.

Discriminazione. La famiglia come DICOno loro.
Il progresso, che non va confuso con lo sviluppo col quale spesso ha poco a che fare(***), è quella tendenza  all’allargamento dei diritti di cui dovremmo andare orgogliosi e che ci è costato spesso dure lotte. Ad ogni conquista si è opposta una reazione, spesso bigotta, ma non sempre priva di argomenti razionali. In questa tensione siamo abituati a movimenti che scendono in piazza rivendicando qualcosa per se stessi, gli esempi sono infiniti, o che ne chiedono per altri come nel caso degli anti-G8 occidentali. Siamo abituati anche a manifestazioni di segno contrario atte a negare diritti ad altri per la paura che tali diritti nuocciano a coloro che già li posseggono: ad esempio una manifestazione contro gli eccessivi flussi immigratori si fonda sul timore che dando agli stranieri il permesso di soggiorno la ricchezza verra spartita ulteriormente senza che sia aumentata complessivamente e che, magari, la sicurezza e le condizioni di vita peggiorino per tutti.
Il Family Day fa pero’ qualcosa d’altro: persone che hanno certi diritti si battono perchè questi non vengano riconosciuti ad altri, senza che questo riconoscimento possa nuocere loro, o a terzi, in alcun modo. Stavolta vorrei ricordare non c’è l’embrione di mezzo, elemento terzo da tutelare, né il feto, né la possibilità che il proprio partner ancorato dalla tradizione ad un matrimonio detentivo e indissolubile chieda il divorzio. Satvolta non ci si limita a fermare una misura progressista (allargamento dei diritti) per difendere i propri interessi ma per il puro gusto di fermarla, per pura meschinità umana. Il motto è: <<No ti riconosco un diritto perchè non mi piace che tu ne usufruisca>>, questa cosa ha un nome e si chiama discriminazione. Peggio che fermare il progresso per una ragione irrazionale e discriminatoria come questa c’è soltanto il regresso: la revoca dei diritti per infami motivi, quello che venne fatto agli ebrei nel ’38. Non si arriverà a nulla del genere questo è chiaro, ma le attuali forze reazionarie sono tali da andarci tanto vicino (pensate agli strali di Bagnasco che accomuna omosessuali e pedofili), quanto la democrazia e l’Europa (pensate a Buttiglione) lo permettono. Se non fosse per la comunità fondata insieme a paesi piu’ civili di noi e per la costituzione repubblicana, temo non ci sarebbe limite al peggio.

L’unica sponda del Tevere.
A queste forze reazionarie bisogna opporsi strenuamente e con maggiore determinazione se si nascondono a sinistra, come nel caso di Rutelli o di Prodi che ha affossato i DICO rimandandoli ad un parlamento strumentalmente ostile; perchè la reazione c’è sempre stata ma c’è sempre stata anche un’alternativa, un’altra sponda sulla quale militare. Dopo l’omologazione politica liberista, oggi rischiamo di viverne una clericale. La tettonica a placche, benedetta dalla Chiesa e dai vertici dei DS, che ha portato alla deriva moderata del PD ha azzerato lo spazio politico del contendere in tema di laicità: il Tevere ha ormai una sponda sola che ci rende tutti virtualmente cittadini vaticani.

Per queste ragioni sono contrario a questo Family Day.

(*) E pare che una cosa non escluda l’altra.

(**) “Si anch’io ho diritto alla pensione di reveribilità” è un conto, “si anch’io ho diritto a ballare la tecnho col culo di fuori su un Pick-Up mentre amoreggio col mio compagno”, non dico sia un male, ma di certo è un altro conto.

(***) La Cina regina dell’uno e quasi del tutto priva dell’altro insegna.

Luttwak, Fassino e Rahmatullah.


      VS
Rai Tre, Ballarò, prima serata. Mastrogiacomo è appena stato liberato, Strada esulta, il governo gongola, Repubblica brinda. In studio la solita schiera di politici e qualche altro invitato tra cui spicca Edward Luttwak. Si scatena un alterco tra quest’ultimo e Fassino. Quello che potrebbe sembrare ad uno osservatore disattento come un scambio di battute tra un adorabile vecchietto, magari un po’ conservatore, e un politicante provato nel corpo e nello spirito da una forma cronica di anemia, è in realtà qualcosa di più.  Infatti Luttwak è stato (e credo sia ancora) il portavoce in Italia del Pentagono, cioè un tizio autorizzato a parlare per bocca dei vertici militari della prima potenza mondiale in un importante (almeno sulla carta) paese alleato, possibilmente in prima serata.
Io trovo che sia sempre istruttivo ascoltare Luttwak perchè è uno che parla chiaro(*).  Dal canto suo Fassino, malgrado la cosa possa comprensibilmente non piacere, pur non facendone parte in modo diretto è, di fatto, un rappresentante autorevole del governo italiano.

Se Luttwak è incazzato, vuol dire che il Pentagono è incazzato. Bene, Luttwak è MOLTO incazzato con Fassino, il quale sbatte le palpebre  e boccheggia, tra sussurrati distinguo e afone precisazioni.

Luttwak attacca il governo per aver fatto forti ed indebite pressioni su Karzai. Luttwak sostiene che i governi italiani sono inaffidabili perché pagano i riscatti arricchendo i terroristi e inducendoli a rapire ancora. In questo caso poi, i terroristi a loro volta liberati per colpa del governo italiano semineranno morte e combatteranno gli alleati. Il fatto che si congelino per legge i beni dei famigliari dei rapiti sul proprio territorio nazionale e si paghino riscatti nel terzo mondo, non riconoscendo le proprie stesse leggi all’estero, secondo Luttwak fa dell’Italia un paese COLONIALISTA.

Quest’ultima affermazione detta da un rappresentante del Pentagono è un colpo di genio, un paradosso acrobatico, un virtuosismo della contraffazione semantica talmente plateale che, se Luttwak non fosse così incazzato, si penserebbe che egli abbia appena toccato vette della satira ancora inesplorate. La cosa strappa perfino un sussurro di protesta a Fassino, che poi sorride ironico e batte le palpebre.

In generale però, almeno dal suo punto di vista, Luttwak ha ragione. Su questa vicenda gli interessi militari e politici del governo USA e quelli umanitari (per la sola vita di Mastrogiacomo s’intende) ed elettorali del governo Prodi hanno finito per confliggere. Questo non soltanto non è gradito dagli USA ma non è neppure previsto, è infatti il frutto dell’ambiguità della missione. Pretendere di voler fare una missione umanitaria mentre chi ti comanda sta combattendo una guerra di occupazione (senza riuscire a vincerla pare), è un pastrocchio cerchiobottista, tipicamente italiano, che per i comandi americani non ha senso.

Anche per questo non dovevamo andarci e adesso dovremmo ritirare le truppe. Se i Talebani dovessero arrivare ad Herat l’insostenibilità di questa posizione diventerà ancora più plateale.

In mezzo a questo conflitto si è trovato Karzai che come in uno spaghetti western ha preso prima un ceffone dall’Italia (Terence Hill) e poi uno dagli Stati Uniti (Bud Spencer), il che da un’idea dell’autonomia del suo governo e spiega il repentino cambio di atteggiamento sulla vicenda da parte sua.

Il resto è storia recente: un altro ostaggio muore e il mediatore di Emergency, che faceva gli interessi del governo italiano, viene arrestato per favoreggiamento del terrorismo. Ad arrestarlo e a diffondere note che lo infangano sono i servizi segreti afgani, nati da pochi anni e addestrati dalla CIA della quale rappresentano inevitabilmente un’appendice.

Credete che Karzai possa farci davvero qualcosa(**)?

Nel frattempo, davanti al cadavere dell’interprete di Mastrogiacomo, la stampa di Kabul improvvisamente si domanda indignata: “Ma allora la vita di un occidentale vale di più di quella di un afghano?”.

Evidentemente la stampa di Kabul non brilla per acume.


(*)“Ci sono due tipi di dittatori: quelli che ostacolano il business, e quelli che non lo ostacolano. Noi ci occupiamo dei primi, e lasciamo stare i secondi.” Luttwak, 2003.

(**)Dichiarazione di Massimo D’Alema che fino a ieri fingeva fosse utile  insistere su Karzai: “Abbiamo fatto tutto il possibile, non possiamo fare niente di più se non chiedere al governo afgano di assicurare a Rahmatullah Hanefi un processo rapido.” Pilatesco e in malafede. Del resto ubi maior

Sbatti il bullo in prima pagina.


Ieri sul sito di Repubblica è stata pubblicata in prima pagina la lettera di Giuseppe, un diciottenne napoletano comprensibilmente indignato per il fatto che i media parlino di scuola soltanto in occasione dei casi di bullismo, soprattutto se filmati e postati dagli studenti stessi su YouTube. Giuseppe sostiene che se si lascia ai ragazzi il telefonino come unico strumento comunicativo non c’è da stupirsi che questi ne facciano poi un uso eccessivo, magari a scopo prevalentemente  esibizionistico. Giuseppe si scaglia anche verso la spettacolizzazione di questi fenomeni ad uso mediatico, e su come i problemi della scuola vengano costantemente ignorati qualora non presentino risvolti sensazionalistici. In questo il mondo degli adulti e dei media somiglia un po’ a quei genitori che si lagnano delle influenze negative della televisione sui propri figli, tacendo ipocritamente sul fatto che sono stati loro stessi ad averceli lasciati davanti per anni, magari per otto-nove ore al giorno.

Accendi la TV, così il pupo non rompe i coglioni.


Giuseppe ha ragione e mi è simpatico, non me ne voglia se fermo l’attenzione su un suo errore ortografico. La lettera di Giuseppe è uscita due volte sulla prima di Repubblica, una prima versione non corretta ed una seconda versione (quella attualmente disponibile) presumibilmente rivista dai redattori del giornale. Sulla prima versione Giuseppe aveva usato due volte erroneamente, a distanza di un periodo l’una da l’altra, la “a” senz’acca.

Per chi come me leggeva la lettera solidarizzando con Giuseppe quell’ “a scritto” invece di “ha scritto” e quell’altro “a fatto” in luogo di “ha fatto”, usati da uno studente di diciott’anni, sono stati un colpo al cuore. Prima della correzione ero già pronto ad indignarmi con i correttori di Repubblica per non aver coperto le vergogne grammaticali del ragazzo, esponendolo così al pubblico sghignazzamento mentre sosteneva invece tesi condivisibili e comunque degne di essere ascoltate. Perchè adesso quell’errore invece lo sottolineo io?
Per due ragioni. La prima è che questo blog lo leggono circa quindici persone, la seconda è che quei due errori involontari avvalorano simbolicamente la tesi di Giuseppe.  Si parla poco  di quali siano i risultati scolastici e la preparazione media degli studenti italiani, poco si conosce dei programmi e di quanto i ragazzi siano in grado di scrivere in un italiano grosso modo corretto. Non sono un fanatico dell’ortografia (tra l’altro commetto piccoli errori con una certa frequenza), ma nemmeno si puo’ vederla soccombere del tutto davanti alla striminzita neolingua degli SMS. Non si conoscono inoltre molti dati su quanti padroneggino qualche parola di inglese o sappiano usare un computer (con una qualche cognizione di causa e conoscenza del mezzo, intendo). Non si parla infine di quali siano gli strumenti didattici a loro disposizione, la qualità delle strutture e degli insegnamenti magari in rapporto ad altri paesi. Pero’ sappiamo tutto su soprusi, telefonini (chissà chi glieli compra a otto anni?) e filmatini pruriginosi con maestre degne dei film di Pierino.
L’impressione è che il primo tipo di analisi darebbe risultati sconfortanti e le colpe non potrebbero essere gettate sui ragazzi, che non sono certo piu’ tonti che in passato, anzi. Le responsabilità ricadrebbero sulle istituzioni scolastiche, sulla politica ed in ultimo sui genitori. Ma chi ha voglia di  prendersi le proprie responsabilità o di cambiare la politica di governo in materia di scuola? C’è la spesa pubblica da tenere sotto controllo, i soldi che bastano a malapena per aumentare la spesa militare del 13% e una generazione intera di pseudo-genitori  deresponsabilizzati, ma elettoralmente sensibili, che vanno tranquillizzati. Tanto i vandali sono sempre i figli degli altri.

Accendi YouTube, così l’opinione pubblica non rompe i coglioni.

Buona fortuna a Giuseppe e a tutti gli altri, con degli adulti così ne hanno un tremendo bisogno.