Lo zombie sovrano e la Tragedia Greca.

Riassumere il vorticoso giro di Sirtaki dell’ultimo mese ballato da tutta Europa in poche parole è cosa non semplice, cercherò di essere sintetico e schematico. Tutta d’un fiato:

La Grecia ha un debito pubblico al 115% del PIL inferiore in proporzione tra i paesi sviluppati soltanto a Giappone ed Italia. La Grecia ha un deficit, trend di aumento del debito, che viaggia oltre il 15%. Una compbinazione dei due parametri tra le peggiori del mondo (forse la peggiore, forse no). La Grecia ha già vampirizzato la propria cittadinanza abbastanza e per pagare la prossima tranche di interessi sul debito, 9 miliardi entro il 19 maggio, ha bisogno di finanziamenti.

Attenzione: si tratta soltanto di pagare gli interessi, non di ridurre il debito. Siamo nel perfetto circolo vizioso del cummenda cravattato dagli strozzini che fa altri debiti per pagare gli interessi.

Per finanziarsi la Grecia, come tutti gli altri stati, emette Bond (BoT, CCT…cioè ancora debito) versando interessi ai compratori, interessi proporzionali alla loro possibilità di ripagare effettivamente il debito. Tanto più sei nella merda, tanto più se chiedi soldi al mercato dovrai fornire interessi da capogiro. Negli ultimi mesi gli interessi sui Bond greci sono cresciuti in modo incontrollato, man mano che il default diveniva palese. Il default è avvenuto la scorsa settimana quando il primo ministro ha dichiarato che  non poteva più rivolgersi al mercato per finanziarsi, consequenzialmente il debito greco è stato immediatamente dichiarato junk: “spazzatura”. Fine dei giochi ,la Grecia non può più farcela da sola.

Nel frattempo l’Europa decideva il da farsi aspettando la decisione della Merkel, maggior finanziatore dell’eventuale prestito e discreto detentore, insieme alla Francia, di debito greco (tramite le proprie banche).

Che fare? si chiede la Merkel senza essere Lenin.

Lasciar fallire la Grecia vuol dire perdere i crediti e vedere la crisi ribaltata sulle proprie banche, decretando inoltre la morte politica dell’Europa e quella monetaria dell’Euro. Una unione dove attaccando il punto debole il corpo sano non ha una reazione, non è  più tale. L’Unione, va detto, ha fatto tanto comodo ai tedeschi negli ultimi dieci anni. Inoltre si teme l’effetto Lehman: cade il primo e poi cadono tutti e salvare tutti costa più caro che tappare la prima falla.

Salvare la Grecia vuol dire gettare il denaro pubblico (ha ragione Roubini e poi vedremo perché…), vuol dire salvare d’ora in poi qualunque altro paese in crisi, il che semplicemente non si può fare. Non si può fare perché l’economia greca rappresenta il 2,5% del PIL europeo mentre ad esempio quella italiana vale circa il 15% e via a scendere gradualmente per Spagna, Irlanda e Portogallo.

Si è scelta la seconda opzione differita nel tempo: ti salvo, ma prima temporeggio per mesi in modo che nessuno si metta in testa che il salvataggio sia dovuto e indolore, nel frattempo preparo un pacchetto di commissariamento lacrime e sangue degno dell’FMI. Tra l’altro l’FMI è stato coinvolto nel prestito finale, invocato dallo stesso Tremonti che di solito dalla finanza ultraliberista anglosassone era uso prendere le distanze,  in questo caso vedendo il villaggio in fiamme (la metafora è sua) decide di farsela piacere.

Il piano complessivo prevede 100-120 miliardi in tre anni, ad un paese fallito. Il punto è che 100 miliardi per la Grecia corrispondono ad un terzo del debito e al 35% del PIL, rapportato all’Italia è come se ci fossimo fatti prestare qualcosa come di 600 miliardi! Centoventicinque volte i “favolosi guadagni” dello Scudo Fiscale! Davvero pensate che l’Italia potrebbe mai rimborsare una cifra simile? Se la risposta è no  (ed è NO), nel caso greco la situazione è ancora peggiore, visto che hanno un’economia più debole, una credibilità finanziaria sottozero e una popolazione già ampiamente tosata dalle misure di austerity statale.

L’Italia contribuisce subito per 5 miliardi (esattamente quanto incassato dal famoso scudo…) per questo prestito a fondo perduto, per tenere in vita uno zombie finanziario.

Una nazione zombizzata attenzione, non una nazione di zombie. I greci sono vivi, vigili e decisamente incazzati e sanno di essere le cavie della tenuta d’Europa, della crisi a catena dei debiti sovrani e della nuova ondata di distruzione dei diritti dei cittadini. Dal ilGrandeBluff ecco come le misure di austerity sono riassunte da un lettore greco:

“lo stipendio deve diminuire del 30% x i quattro prossimi anni,

la paga mensile media da 700 euro deve diminuire,

la pensione media di 500 euri deve anch’essa diminuire,

la benzina e le sigarette raddoppiare il costo d’acquisto,

le agiende possono lincenciare quande persone ne vogliono,

l’iva aumentare del 3% dopo un aumento di 2% di soli 20 giorni fa,

i poveri diventare ancora piu poveri x i prossimi 10 anni minimo??????

[…]

Tanti saluti dalla Grecia che ancora resiste…”

Meno pensioni, meno stipendi, niente articolo 18 e similii… non è che  nell’esportazione di questo modello qualcuno  vede una nuova opportunità  di business distruggendo salari e diritti? Magari per fare finalmente concorrenza alla Cina? Qualcuno che forse detiene il credito , scommette contro i titoli sovrani dei PIIGS e sarà l’unico a non rimetterci?

Lottate fratelli d’Ellade, lottate. Temo che  siate soltanat la prima involontaria avanguardia di resistenza al capitalismo che verrà.

Berlusconi e Tartaglia, la feroce stupidità della violenza.

Scrivo tardi sull’argomento e dirò cose probabilmente già dette. Personalmente sono uno di quelli cui le immagini dell’aggressione a Berlusconi hanno dato parecchio fastidio. La figura ingombrante di B. che sembra esaurire nel bene e nel male l’orizzonte politico italiano, richiama istintivamente letture politiche su ogni evento che lo riguarda, anche laddove non dovrebbero essercene come ad esempio alcuni, non tutti, gli aspetti della sua vita privata. Tuttavia la politica è sempre sovrastruttura, prima bisognerebbe cercare di guardare ai fatti crudi e soltanto in seguito, qualora abbia senso, inserirli in un contesto politico che ha contorni diversi e successivi; infine, ancora successivo, giunge il quadro storico.

Il fatto crudo è una vile aggressione a tradimento ai danni di un anziano di settantaquattro anni. Ed è un fatto negativo per tutti.

E’ negativo innanzitutto per la vittima, colpita, sfigurata, e comprensibilmente scioccata. Indipendentemente per l’antipatia e il disprezzo che si possano provare per il politico in questione, l’empatia nei confronti di chi subisce una violenza a tradimento è nel mio caso più forte. Se si giustifica, per qualunque ragione politica, un atto di violenza gratuita si oltrepassa il limite dello stato di diritto, si entra nell’ordine di idee della guerra civile, reale o potenziale, nel quale io mi auguro l’Italia non debba mai ricadere. Faccio i miei auguri a B. affinché si rimetta, affinché non debba mai più subire violenza fisica alcuna e, se continuo ad augurarmi come sempre la sua sconfitta, che ciò avvenga nella piena legalità costituzionale (urne o quel che è). L’augurio va a lui, ma va soprattutto al paese.

Un fatto brutto e negativo per l’aggressore, che non era un brigatista o un terrorista, ma uno psicolabile incensurato che pare in passato non avesse mai torto un capello a nessuno, sfuggito per una notte al controllo della sua famiglia e di se stesso. Tartaglia (carcere o clinica psichiatrica) verrà giustamente messo in condizione di non nuocere,  già pentito, passerà la vita a maledirsi per la feroce stronzata che ha fatto.

Un fatto brutto per l’opposizione, se così la si vuol chiamare, che in seguito a questo episodio vede risalire i sondaggi di B. e della maggioranza, la pseudosinistra è ricondotta ad un politically correct persino eccessivo vista la situazione e il risalto che ha avuto nel (turpe) dibattito politico (surreale più che sovrastrutturale) che ne è seguito. Se il tuo nemico ha giustamente e circoscrittamente ad un evento di cronaca nera la solidarietà di tutti (compresa, ripeto, la mia), diventa difficile e scivoloso attaccarlo politicamente, cosa sempre legittima in democrazia e addirittura doverosa dagli scranni di minoranza. Tra l’altro

, nel caso del PD, l’attacco politico già prima non aveva mai sortito effetti elettoralemnte fruttuosi. Qualcuno (a destra) dice perché troppo violento, qualcuno (dalle parti di Di Pietro&co) perchè, si sostiene, troppo blando. Mi spiace, ma la corsa all’accordo dei Dalemiani, è sembrata come al solito precipitosa, prontissima, quasi che non si aspettasse che un qualunque pretesto per poterla riproporre.Un fatto negativo per noi che probabilmente verremo criminalizzati in piazza, sui blog o su facebook per ogni imbecille che frequenta gli stessi luoghi reali e virtuali e per ogni eventuale, sacrosanta o meno, critica e invettiva contro una classe dirigente che magari non ci piace.

Un fatto negativo perfino per l’Onorevole Cicchitto e per qualche altro esponente di maggioranza che ha colto la palla al balzo per mescolare tutto, accusare tutti, criminalizzando parimenti tutto ciò che non rema a favore. Travaglio accostato agli anarchici bombaroli (sic!), Facebook ai gruppi extraparlamentari degli anni settanta, giornalisti di varie sfumature a fomentatori d’odio professionisti, magistrati ad eversori, accostando una tizia che placca il Papa  e rompe il femore ad  un cardinale ottuagenario  ad un clima d’odio che ieri era tutto contro B. e oggi anche contro il Vescovo di Roma  e via delirando. Negativo, in sostanza, perché ha dato loro modo di toccare il fondo della propaganda politica, sguazzando in quella palude demagogica in cui non c’è analisi, non c’è differenza, non c’è contesto, non c’è discernimento, c’è soltanto l’orizzonte miope del prossimo sondaggio.

C’è poi la questione del clima d’odio e del partito dell’Amore.


Spiegavo ad un mio amico, convinto sostenitore di Forza Italia, che secondo questo principio la Lega sarebbe responsabile di ogni aggressione ad immigrato avvenuta in Italia negli ultimi anni e lo sarebbe avendo usato un linguaggio molto più esplicitamente  diretto e violento di quello utilizzato da qualunque oppositore istituzionale o giornalistico di B.
E’ una logica che possiamo accettare, ma deve valere per ogni violenza e per ogni vittima.
Mi è stato risposto che nel caso di B. l’odio è tutto rivolto verso una sola persona. Appunto, non ho fatto in tempo a rispondere, un’ unica persona che svolge un ruolo storicamente a rischio di forti contestazioni e azioni criminali (lui come i suoi predecessori), una persona che è obbligatorio e doveroso scortare, proteggere, con tutti i mezzi dello Stato  disponibili a tale scopo e, nel peggiore dei casi come in Piazza Duomo, soccorrore per tempo nel migliore dei modi. Un immigrato invece viene picchiato in silenzio,  nell’indifferenza generale, laggiù nel limbo dei senza voce, dove degli strali di Maroni contro il clima d’odio non s’è mai sentita l’eco.

Il Panic Day, due anni dopo. Toh… non era vero niente.


ovvero  “Se dico che è sicuro  fare il surf in questa spiaggia vuol dire che è sicuro…”


L’11 agosto del 2006 avrei dovuto prendere un aereo per San Diego ma   giunto a Fiumicino trovai l’aereoporto  militarizzato fino all’inverosimile,  i voli  tutti in clamoroso ritardo, le coincidenze perdute e le misure di sicurezza tali da non permetterti di portare nel bagaglio mano neppure un libro. Il giorno  precedente, 10 di Agosto 2006, gli aerei di mezzo mondo erano rimasti a terra terra perchè una cellula terroristica era stata fermata a Londra un attimo prima di scatenare un secondo 11 Settembre utilizzando cellulari, bottiglie di Gatorade e… libri(?!).

Questo almeno è cio’ che ci avevano raccontato.

In quell’occasione rinunciai  al mio viaggio
, al meeting di lavoro cui dovevo partecipare, all’appuntamento con Max Plank al Pier 39, al surf sulla spiaggia  di La Jolla e a tutto il resto. Quello fu anche il giorno a partire dal quale divenne impossibile salire  a bordo di un aereoplano con shampo, detersivi, biberon e qualunque altra tipologia di pericolosissimi liquidi detonanti.

Già a Settembre , dopo aver collezionato un po’ di informazioni sparse nei trafiletti dei giornali,  avevo scritto un post in cui  tentavo di tirare le fila della questione per dimostrare che l’intera vicenda non stava in piedi. Un’operazione antiterrorismo come ce ne sono decine ogni anno in tutto l’occidente, cioè l’arresto di alcuni sospetti jihadisti non in procinto di attuare alcuna azione nel breve periodo, era stata montata ad arte per creare l’ennesima ondata di panico, con le  conseguenti strette sulla sicurezza e il rilancio in grande stile del mantra  sulla “guerra globale al terrorismo” salmodiato dai governi in affanno di Bush e Blair.

Nessun pericolo  imminente, nessuna bottiglia esplosiva sui nostri aerei, nessun motivo per tenerli a terra proprio quel giorno, nessuna  giustificata ragione per inasprire i controlli fino al ridicolo, nessun secondo 11 settembre. Nesssuna minaccia imminente quella mattina.

Dopo due anni di indagini e dibattimenti il tribunale inglese incaricato di processare i presunti Jihadisti ha confermato indirettamente che il Panic Day, era del tutto ingiustificato, dunque qualcuno ha creato quella notizia ad arte. Tutti gli imputati meno tre sono stati scarcerati perchè su di loro non ci sono prove. Per tre di questi l’imputazione che rimane in piedi è soltanto quella di “cospirazione”, cioè quando è stata arrestata questa gente progettava , o aiutava altri a progettare, effettivamente delle azioni che pero’ erano ben lontane dall’essere applicate. Dire che l’unica imputazione è questa significa che questa gente non possedeva  esplosivi, poiché questo avrebbe costituito un secondo capo d’accusa che non compare.

Il resoconto complessivo lo trovate qui.

I grandi media liberi, degni di un ministero della propaganda qualsiasi, hanno saputo  soltanto assecondare il comandante in capo scattando sull’attenti a richiesta. Nella stragrande maggioranza dei casi  senza porsi un dubbio, senza un’inchiesta e senza una smentita.

Quindi sì signori, gli Stati e i Servizi Segreti per loro conto,talvolta creano complotti che non esistono, allo scopo di avvalorare le loro politiche. Sono quindi complottisti e per giunta in malafede.


Nel farlo non si preoccupano di far perdere denaro alle compagnie aeree, di far perdere tempo e denaro a noi e, cosa piu’ grave, giocano con le nostre paure per farci sentire sotto assedio, minacciati, indifesi.

Lo Stato per definizione detiene il monopolio della forza ed è soltanto quando ci sentiamo  in pericolo che diventiamo davvero  disposti a lasciargli carta bianca.

Hanno ricreato lo shock dell’11 Settembre ad arte per tenere la gente sulla corda, come il richiamino di una vaccinazione da farsi ogni due o tre anni.


Ci fanno vivere peggio di come potremmo, ci fanno perdere gli aerei, ci fanno dar buca ai nostri amici e, cosa piu’ grave, ci impediscono di fare il surf.(*)

Questo non lo dico né io, né qualche complottista ossessionato dai rettiliani: lo dice un tribunale di Sua Maestà la Regina.

E’ la Common Law bellezza, mica David Icke.

   


(*) Pronunciato come lo pronuncia il Colonnello Kilgore in Apocalipse Now, proprio con quella voce là ).  

Nazirock, nazi-shock e l’eterogenesi di Fini. (I)


Avrebbe avuto buon gioco il neo Presidente della Camera nel limitarsirimarcare la natura non politica dell’omicidio di Verona, senza bisogno  di scadere nell’affermazione inaccettabile per cui le bandiere bruciate a Torino sarebbero più gravi della morte di un ragazzo. Anche se l’affermazione  c’è stata e  per la terza carica dello stato non è un bell’inizio, vorrei ragionare sul primo aspetto che attiene ad una strategia politico-comunicativa ben piu’ vasta.  Avrebbe avuto buon gioco, dicevo, perché su questa falsariga si regge da anni gran parte del doppiopesismo mediatico che fa di tutto per non analizzare politicamente fenomeni di violenza contigui al neofascismo, perpetrati da neofascisti, ma scatenati per futili motivi.

E’ il caso della violenza Ultrà etichettata dai media come teppistica, perpetrata cioè da vandali decerebrati senza alcuna connotazione ideologica. Il fatto che quei vandali espongano vessilli di estrema destra,i loro capi abbiano spesso nella tasca dei jeans la tessera di Forza Nuova accanto a quella dello stadio e che quasi il 100% dei gruppi ultras(*) si dichiarino di destra sembra non avere importanza.

Il mantra è il seguente: se un gruppo di fascisti aggredisce un bersaglio al grido di Forza Inter o Forza Roma o per futili motivi, l’aggressione non è politica mentre se lo fa al grido di Viva il Duce, il discorso cambia. Sono spesso le stesse persone, ispirate dalla medesima mentalità guerriera, che fanno branco intorno ad un senso di appartenenza estetico-campanilistico che si esprime di volta in volta nel cameratismo fascista o nella mentalità Ultras eppure si evita accuratamente un’analisi che metta in collegamento diretto i due fenomeni, “sommandone” gli effetti e le tendenze.

Perché questa linea di demarcazione è così strettamente difesa dai media e da una parte della classe politica (come del resto le dichiarazioni di Fini dimostrano)?

Perché evidenziando e analizzando gli evidenti elementi di affinità tra i due fenomeni si rischierebbe  una ricaduta elettorale per parte del bacino elettorale della Lega-PDL e per bacini ad esso contigui, utili magari in contesti locali, come riserva anticomunista ai ballottaggi e per alleanze piu’ strette in caso di avanzate future del centro-sinistra.

Questi  bacini elettorali interni alla destra istituzionale hanno referenti precisi e i loro nomi sono Borghezio, Alessandra Mussolini e Ciarrapico(**). Quelli esterni ma contigui sono rappresentati chiaramente da Storace (ex ministro Cdl, oggi Destra-Fiamma Tricolore) e dalla  Forza Nuova di Roberto Fiore, appena due anni fa tra i cavalieri neri della nipote del Duce.

Da questi ultimi alle frange peggiori del movimento ultrà, tanto stigmatizzato dall’opinione pubblica in ogni occasione, il passo è breve, ma la parola d’ordine è  che tale passo non va fatto e l’estrema destra ex-parlamentare svolge ottimamente il proprio ruolo di cuscinetto.

 

Sia chiaro, la paura non è tanto quella di perdere  i voti  dei vetero-fascisti, di cui il PDL ha dimostrato alle recenti elezioni di non aver bisogno e a cui potrebbe attingere comunque in chiave anticomunista, il problema è non spaventare l’elettore moderato, che si vuole liberale e democratico e nulla sente di avere a che fare col vetero-fascismo, se non forse un generico sentimento di ripulsa.
Lo stesso Ciarrapico viene candidato anche se esplicitamente fascista, quindi con un ritorno di immagine potenzialmente negativo verso l’elettorato centrista, non perché portatore di voti fascisti ma perché portatore di voti dei lettori dei giornali locali diffusi in  regioni in bilico, quindi moderati/indecisi. A questo proposito va detto che il candore del cavaliere è stato quasi commovente. [CONTINUA…]


(*) Fanno eccezione Livorno (vetero-comunisti), Ternana (no-global) e pochissime altre tifoserie di SX.
(**)Ma qui il discorso vedremo dopo che è decisamente diverso.

 

Er sindaco de Roma.

 

Le case a Roma.
Come si affannano tutti a ripetere da tempo, uno dei principali problemi oggi a Roma e’ l’emergenza abitativa. I prezzi delle case sono lievitati fino a raggiungere livelli inaccessibili per  i redditi di fascia media e bassa con la conseguenza che il problema si ripercuote in particolare per le giovani coppie e i giovani single. Se delle prime si parla molto e non si fa nulla, dei secondi neppure si parla: eppure esistiamo. L’edilizia popolare e’ al palo da tempo immemore,  gli studenti fuori sede vengono munti a piu’ di cinquecento euro a stanza, ci sono problemi
con sfratti e occupazioni in tutti i quartieri popolari, soprattutto in periferia. Blocco del settore edilizio durante l’amministrazione Rutelli-Veltroni? Tutt’altro: si e’ costruito tanto, si e’ costruito ovunque. Si e’ fatto persino a gara ai quattro punti cardinali della citta’ nel costruire il centro commerciale piu’ gigantesco, battendo in certi casi i record di metratura europei. Sono nati  quartieri residenziali con appartamenti con prezzi al metro quadro da capogiro, a cominciare dalle zone intorno ai suddetti megacentri commerciali. I locali commerciali di Roma negli ultimi vent’anni si sono tappezzati di agenzie immobiliari (case) e banche (mutui casa). Laddove i suddetti costruttori, in cambio ad esempio della conversione di terreni agricoli a zona edificabile, qualche volta avevano l’obbligo contrattuale di garantire qualche appartamento a canone controllato per le fasce deboli, tale obbligo non e’ stato rispettato.
Tutto questo e’ avvenuto perche’ negli ultimi sedici anni in materia edilizia, ma non solo, il vero sindaco di Roma sembra essere stato il Gruppo Caltagirone(*).

Er duello de li sindaci.
Ieri sera nel confronto televisivo tra i due candidati sindaci, Alemanno lanciava la proposta di abolire l’ICI sulla prima casa ma di aumentare quella sulle case sfitte, soprattutto quelle possedute dalle grandi proprieta’ immobiliari, perche’ e’ insostenibile che in piena emergenza abitativa si tengano case vuote a scopo speculativo.

Alemanno  sarebbe quello di destra.

Risponde un indignato Rutelli: <<Ma come? Un poveraccio che ha gia’ il problema di non riuscire a piazzare una casa sul mercato ed e’ costretto a tenerla sfitta si deve vedere pure aumentare l’ICI?>>

Rutelli sarebbe quello di centro-sinistra.

La proposta di Alemanno e’ del tutto affine a quella presentata su scala nazionale da Bertinotti nella campagna elettorale del 2006, della quale il segretario del PRC si e’ prontamente dimenticato appena il sedile riscaldato della Presidenza della Camera gli ha fatto perdere la memoria su queste e altre vicende. Ricordo per chi non fosse aggiornato sui fatti capitolini che la Sinistra Arcobaleno sostiene in toto la candidatura a sindaco di Rutelli. Poi non vi lamentate se la gente va a destra quando voi siete i primi a non sapere dove cazzo state andando.

Votare?
Dopo aver annullato la scheda alle politiche e essermi ben guardato dal votare entrambi alle amministrative(**), provvedero’ ad annullare di nuovo la scheda. Umanamente posso perfino comprendere la scelta di Alemanno di portare tutt’ora una celtica al collo per ricordare i suoi amici caduti.  Io pero’ uno  che porta al collo un simbolo mitico che e’ stato accostato da almeno mezzo secolo a teorie razziste, fasciste e antisemite, o e’ un Druido oppure mi spiace ma io non lo voto. Soprattutto nei pressi del 25 Aprile, soprattutto mentre a Roma si susseguono le aggressioni neofasciste nel disinteresse generale delle amministrazioni Veltroniane, da quella ormai nota dello scorso anno a Villa Ada fino a quella avvenuta contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli  appena una settimana fa. In piu’ Alemanno chiede il voto ai supporter di Movimento Idea Nazionale di Pino Rauti, che non incontrano invero le mie simpatie.

Dunque, pur dovendo ammettere che guardando i programmi forse bisognerebbe votare Alemanno(***), anche stavolta annullero’ la scheda. Non so cosa faranno i romani, spero sara’ una bella giornata.
In primavera il lungomare e’ ancora poco affollato, ai laghi di Bracciano , Martignano o Nepi l’atmosfera e’ addirittura incantevole, le ragazze in giro sembrano piu’ belle, si puo’ mangiare il gelato o  prendere un po’ di sole leggendo un buon libro.

Che il meno peggio alla lunga stanca e qualche volta nemmeno c’e’.

 


(*) Mi dicono che la stessa cosa possa dirsi per Ligresti a Milano, ma non ne ho esperienza diretta.
(**) Serenetta Monti aveva un programma coraggioso e senza fare campagna elettorale ha ottenuto quasi gli stessi voti di Storace, che qui gode purtroppo di un certo seguito.
(***)Oddio, l’ho scritto davvero? Si’ l’ho scritto…

Er sindaco de Roma.

 

Le case a Roma.
Come si affannano tutti a ripetere da tempo, uno dei principali problemi oggi a Roma e’ l’emergenza abitativa. I prezzi delle case sono lievitati fino a raggiungere livelli inaccessibili per  i redditi di fascia media e bassa con la conseguenza che il problema si ripercuote in particolare per le giovani coppie e i giovani single. Se delle prime si parla molto e non si fa nulla, dei secondi neppure si parla: eppure esistiamo. L’edilizia popolare e’ al palo da tempo immemore,  gli studenti fuori sede vengono munti a piu’ di cinquecento euro a stanza, ci sono problemi
con sfratti e occupazioni in tutti i quartieri popolari, soprattutto in periferia. Blocco del settore edilizio durante l’amministrazione Rutelli-Veltroni? Tutt’altro: si e’ costruito tanto, si e’ costruito ovunque. Si e’ fatto persino a gara ai quattro punti cardinali della citta’ nel costruire il centro commerciale piu’ gigantesco, battendo in certi casi i record di metratura europei. Sono nati  quartieri residenziali con appartamenti con prezzi al metro quadro da capogiro, a cominciare dalle zone intorno ai suddetti megacentri commerciali. I locali commerciali di Roma negli ultimi vent’anni si sono tappezzati di agenzie immobiliari (case) e banche (mutui casa). Laddove i suddetti costruttori, in cambio ad esempio della conversione di terreni agricoli a zona edificabile, qualche volta avevano l’obbligo contrattuale di garantire qualche appartamento a canone controllato per le fasce deboli, tale obbligo non e’ stato rispettato.
Tutto questo e’ avvenuto perche’ negli ultimi sedici anni in materia edilizia, ma non solo, il vero sindaco di Roma sembra essere stato il Gruppo Caltagirone(*).

Er duello de li sindaci.
Ieri sera nel confronto televisivo tra i due candidati sindaci, Alemanno lanciava la proposta di abolire l’ICI sulla prima casa ma di aumentare quella sulle case sfitte, soprattutto quelle possedute dalle grandi proprieta’ immobiliari, perche’ e’ insostenibile che in piena emergenza abitativa si tengano case vuote a scopo speculativo.

Alemanno  sarebbe quello di destra.

Risponde un indignato Rutelli: <<Ma come? Un poveraccio che ha gia’ il problema di non riuscire a piazzare una casa sul mercato ed e’ costretto a tenerla sfitta si deve vedere pure aumentare l’ICI?>>

Rutelli sarebbe quello di centro-sinistra.

La proposta di Alemanno e’ del tutto affine a quella presentata su scala nazionale da Bertinotti nella campagna elettorale del 2006, della quale il segretario del PRC si e’ prontamente dimenticato appena il sedile riscaldato della Presidenza della Camera gli ha fatto perdere la memoria su queste e altre vicende. Ricordo per chi non fosse aggiornato sui fatti capitolini che la Sinistra Arcobaleno sostiene in toto la candidatura a sindaco di Rutelli. Poi non vi lamentate se la gente va a destra quando voi siete i primi a non sapere dove cazzo state andando.

Votare?
Dopo aver annullato la scheda alle politiche e essermi ben guardato dal votare entrambi alle amministrative(**), provvedero’ ad annullare di nuovo la scheda. Umanamente posso perfino comprendere la scelta di Alemanno di portare tutt’ora una celtica al collo per ricordare i suoi amici caduti.  Io pero’ uno  che porta al collo un simbolo mitico che e’ stato accostato da almeno mezzo secolo a teorie razziste, fasciste e antisemite, o e’ un Druido oppure mi spiace ma io non lo voto. Soprattutto nei pressi del 25 Aprile, soprattutto mentre a Roma si susseguono le aggressioni neofasciste nel disinteresse generale delle amministrazioni Veltroniane, da quella ormai nota dello scorso anno a Villa Ada fino a quella avvenuta contro il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli  appena una settimana fa. In piu’ Alemanno chiede il voto ai supporter di Movimento Idea Nazionale di Pino Rauti, che non incontrano invero le mie simpatie.

Dunque, pur dovendo ammettere che guardando i programmi forse bisognerebbe votare Alemanno(***), anche stavolta annullero’ la scheda. Non so cosa faranno i romani, spero sara’ una bella giornata.
In primavera il lungomare e’ ancora poco affollato, ai laghi di Bracciano , Martignano o Nepi l’atmosfera e’ addirittura incantevole, le ragazze in giro sembrano piu’ belle, si puo’ mangiare il gelato o  prendere un po’ di sole leggendo un buon libro.

Che il meno peggio alla lunga stanca e qualche volta nemmeno c’e’.

 


(*) Mi dicono che la stessa cosa possa dirsi per Ligresti a Milano, ma non ne ho esperienza diretta.
(**) Serenetta Monti aveva un programma coraggioso e senza fare campagna elettorale ha ottenuto quasi gli stessi voti di Storace, che qui gode purtroppo di un certo seguito.
(***)Oddio, l’ho scritto davvero? Si’ l’ho scritto…

La dose minima tollerabile di fascismo.

Il nostro aitante parlamento, dopo che il governo aveva sbandierato questo impegno in campagna elettorale, ha deciso che la sospensione dello stato di diritto, la tortura e l’uso politico con modalità cilene delle forze dell’ordine da parte del governo non siano eventi degni di indagine da parte di una commissione parlamentare.

Noi che siamo nati nella democrazia e nell’illusione di avere dei diritti inalienabili nel luglio 2001 abbiamo scoperto che l’una e gli altri sono revocabili e non soltanto in un contesto operativo di emergenza dell’ ordine pubblico, ma a freddo con premeditazione, nelle buie celle di una caserma adibita a tale scopo, lontana dalle telecamere, dal biasimo della gente di comune buon senso e dalla Costituzione.

Evidentemente la nostra è una democrazia flessibile e moderna dove un po’ di fascismo ogni tanto ci puo’ pure stare, ma guai a far sì che questa diventi una verità ufficiale: se così non fosse nessuno avrebbe temuto l’indagine sulla Diaz e su Bolzaneto.

Menzion  d’onore ai  signori bugiardelli della CDL e di Forza italia in particolare secondo i quali “si volevano processare le forze dell’ordine”. Eh no, cari i miei paraculi… gli agenti delle forze dell’ordine che si macchiarono di quegli atti sono già sotto processo dalla magistratura per quello che accadde, così come lo sono alcuni dei manifestanti che compirono le devastazioni. Una commissione parlamentare ha innanzitutto il dovere di giungere ad una verità ufficiale accertando le responsabilità politiche non quelle giudiziarie. Quindi al solito è l’interesse del loro padrone e dei suoi ministri e fedeli alfieri dell’epoca che si sono preoccupati di salvaguardare.

Il patetico teatrino delle assenze in aula e delle astensioni centriste non concede nessuna attenuante a questa maggioranza, peraltro non dissimile nella composizione politica da quella che sosteneva un gorverno implicato in vicende analoghe alla caserma Raniero di Napoli pochi mesi prima dei fatti di Genova.

La vicenda getta però una particolare onta sui Radicali e i loro “diritti civili” iperdemocratici che tanto imprescindibili non devono essere se cambiano di importanza al cambiare del contesto e del colore politico delle vittime. Grazie tanto ai miei signori liberali, liberisti e… libertari.

Una bella domanda andrebbe posta invece al signor Di Pietro e ai suoi due rappresentanti dell’IDV (uno assente e l’altro che ha votato contro) che giocano a blandire la piazza evocata da Grillo contando già i voti che mi auguro non avranno. E se i prossimi ad essere trascinati sanguinanti sbattendo il grugno sui gradini di marmo nel cuore della notte a causa di false prove,  obbligati a cantare canzoncine fasciste in piedi faccia al muro per ore, mentre assaggiano rivoli di sangue che colano dai buchi dei propri piercing strappati con le pinze fossero i docili Grillini? Che si fà? Si chiede una commissione d’inchiesta? E con che faccia?  Del resto i grillini non hanno ancora assaggiato il manganello(*) e le sacche di voti che le forze di pubblica sicurezza garantiscono ad AN fanno evidentemente gola all’uomo d’ordine Di Pietro.

Purtroppo il gioco della democrazia è un gioco faticoso che non permette deroghe, ambiguità e sospensioni neppure per una sola notte.

Una notte è un battito di ciglia se passata tra le lenzuola pulite del proprio letto, ma può diventare ben più lunga fino a marchiarti a  vita se trascorsa in mezzo al puzzo del tuo sangue sorvegliato dal freddo abbraccio del boia di turno.

O la democrazia è una necessità e la si interpreta in modo tale che il sistema sia autocosciente, nel senso che ogni suo deragliamento sia riconosciuto come tale e ritenuto inaccettabile, oppure essa non è. E’ soltanto l’ennesimo autoritarismo oligocratico benigno e sedicente, al più una comoda e ipocrita democrazia con riserva.  Non esiste una dose minima tollerabile di fascismo in democrazia: ci sono diritti e sanzioni per chi li calpesta.

Questo dovrebbe essere particolarmente chiaro ad un governo che si dica anche soltanto in parte di sinistra.

Dimenticavo, di governi di sinistra in Italia non ce ne sono mai stati e questo, all’ennesima prova del nove, men che mai.

(*) Spero non lo assaggeranno mai, ma non ci scommetterei.

La terza fase dell’effetto Grillo: il bavaglio a Internet?

Il nuovo disegno di legge sull’editoria redatto dal nostro solerte governo il 12 ottobre scorso è probabilmente la prima contromossa repressiva nei confronti del fenomeno Grillo, inteso nel senso più ampio della presa d’atto delle potenzialità della rete nella mobilitazione politica.

Gli aspetti repressivi si presentano attraverso la burocratizzazione dell’attività editoriale via web. Nell’art.2 viene riportato sotto la  definizione di prodotto editoriale  “Qualunque prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di divulgazione,  di intrattenimento, quali che siano la forma e il mezzo con cui esso è realizzato e fin qui parliamo di prodotto quindi di qualcosa che si vende come le testate on-line. Nell’art.5 viene poi ricondotta sotto la definizione di attività editoriale “qualunque attività atta alla realizzazione e distribuzione di un prodotto editoriale […] anche in forma non imprenditoriale e con finalità non lucrative”, equiparando gli obblighi delle suddette testate a quelli di un blog, di un diario online,  di un sito per appassionati  di fantascienza  o di musica Metal (divulgazione, intrattenimento etc… remember?).  L’art.7 specifica esplicitamente che i soggetti che svolgono attività editoriali su Internet, come sopra descritte, devono iscriversi al Registro degli Operatori di Comunicazione ereditando, presumo, tutti gli oneri del caso: dalle figure dei giornalisti e del Direttore Responsabile alla responsabilità penale dei reati a mezzo stampa con relativii inasprirmenti di pena. Tra l’altro non è chiaro se il proprietario del sito debba essere responsabile anche per le eventuali diffamazioni presenti nei commenti, quindi per responsabilità oggettiva e mancato controllo. Infine a decidere quali soggetti siano tenuti all’iscrizione sarà l’Autorità Garante.

La finalità generale dichiarata nell’introduzione del testo è  l’aumento del pluralismo, il che è comico visto che se una legge tratta dal testo così com’è venisse applicata alla lettera porterebbe alla chiusura di centinaia di migliaia di voci libere, configurandosi come il piu’ vasto attacco alla libertà di espressione in Italia dal dopoguerra ad oggi. Pur non essendo un giurista credo che in questa forma la legge sia inapplicabile, se non su base discrezionale quindi giuridicamente irrecepibile, dunque  prima  ancora  che  liberticida il testo appare francamente demenziale. Il governo però l’ha approvato e lo presenterà in parlamento per poi passare la palla all’AGCOM. Del resto quello degli eventuali attacchi ai politici e della troppa libertà espressiva nel paese è proprio un problema impellente per la nostra classe politica. E pensare che, tanto per restare in tema di pluralismo, c’è un sacco di gente che ha votato questo governo sperando che ponesse fine ai mega-monopoli televisivi.

Divertente no?

Aggiornamento del 20/10:
E’ lo stesso ministro Gentiloni ad ammettere che hanno fatto una cazzata. Oltre  ad essere  liberticida la legge non sta neppure in piedi  dal punto di vista giuridico, da Repubblica:

“L’allarme lanciato da Beppe Grillo e ripreso da molti commenti al mio blog è giustificato”, scrive Gentiloni, aggiungendo che la correzione è necessaria perché la norma in questione “non è chiara e lascia spazio a interpretazioni assurde e restrittive”.

Hanno avuto bisogno che fossero i blogger a dirglielo… ma si può essere più cialtroni?<!–

Piove merda su Beppe Grillo: la controffensiva dei media mainstream.

Nel post precedente a proposito delle risposte a caldo dei politici al V-Day mi domandavo quale sarebbe stata la seconda fase della reazione, bene, la risposta è arrivata oggi: hanno scelto lo scontro e l’attacco mediatico. Si è cominciato nei giorni scorsi usando l’artiglieria, quel tiro da lontano che indirizza una minoranza di italiani che leggono i quotidiani,  attraverso gli articoli negativi dei principali editorialisti del Corriere e della Repubblica. Giusto per citare il più autorevole, Eugenio Scalfari ha paragonato Grillo sia ad un anarco-individualista che ad un anarco-sindacalista, come se i due termini indicassero la stessa posizione e come se Grillo potesse davvero essere anarchico contornato come è da due squatter di lunga militanza come Travaglio e Di Pietro.

Del resto si sa gli anarchici sono cattivi, pericolosi e soprattutto non usano rilasciare smentite, quindi fa sempre comodo infilarli ovunque.

Poi gli stessi due giornali hanno cominciato a commentare in  tempo reale sul web ogni post di Grillo riportando nei titoli soltanto gli insulti. Emblematico il caso di Prodi, che deve averlo davvero l’Alzaimer se a Porta a Porta esorta  Grillo  a fare delle proposte politiche e a non limitarsi alla critica, dimenticando che questi gli aveva consegnato di persona “le primarie dei cittadini”: un testo che è un intero programma politico del suo movimento. Ridicole e generiche che possano essere le proposte di Grillo, Prodi aveva tutti i mezzi per criticarle nel merito.  Invece no, dice che Grillo distrugge e non propone e repubblica.it prontamente titola: Grillo esagera: “Prodi ha l’Alzaimer”. E fin qui dicevamo, avevano usato soltanto l’artiglieria leggera.

Il bello arriva oggi coi bombardamenti a volo radente della TV. Nell’edizione del TG1 di stasera si dedica il servizio di apertura alle critiche dei politici a Grillo mentre come terza notizia l’anchor man dichiara: “E si scopre un Grillo Paperon de Paperoni, che si comporta come uno della casta“. A questo punto parte l’intervista ad un tizio che racconta quando nel 1983, millenovecentottantatrè al secolo 24 anni fa(*), ad una festa dell’Unità, Grillo pretese comunque il cachet pattuito di 35 milioni malgrado lo spettacolo fosse andato male fruttando ai compagni del partito soltanto quindici milioni.

Sull’edizione delle 20.30 del TG1.

Complimenti viene da dire, questo sì che è giornalismo d’inchiesta coraggioso e d’attualità… Neppure quei temerari di Striscia la Notizia avevano mai mirato così in alto nel denunciare gli scandali del potere.

Malgrado la performance del TG1 il meglio lo si era tuttavia toccato con l’edizione del TG2 delle 13, quella che vedono soltanto le casalinghe per intenderci,  in cui il direttore  Mauro Mazza  superava se stesso nell’arguto editoriale che riporto di seguito. Le casalinghe non vanno su Internet e, si sarà detto qualcuno, visto che si gioca in casa meglio andarci giù pesante.

Care e dolci massaie italiane, questo è tutto per voi:



Se il gioco è questo, è un gioco sporco.

In questo gioco i media vengono sguinzagliati a comando, come sgherri obbedienti, per difendere le èlite politiche cui sono inestricabilmente legati.

E non governa Berlusconi.

Tra la prima fase della reazione alla variabile Grillismo  e l’attacco mediatico in grande stile di questi giorni c’è di mezzo la proposta del bollino delle liste civiche alle amministrative, cioè un fenomeno sottovalutato come folcloristico che si trasforma in una tangibile minaccia elettorale. Siamo soltanto all’inizio e già la reazione si fa massiccia e rabbiosa, sempre stappandomi la solita birra aspetto fiducioso l’arrivo della fanteria pesante, del corpo a corpo e della repressione. Al prossimo V-Day?

(*) io avevo sette anni e la mia principale occupazione era il subbuteo

Dalla festa dell’Unità al Democratic Party.


Ieri sera col TL e un altro amico ci siamo recati a ciò che rimane della Festa dell’Unità: quella manifestazione cioè che non è più una festa dell’Unità ma ne usurpa impunemente il nome. Ho incontrato P. il giovane  segretario della sezione DS del quartiere dove sono cresciuto il quale ne approfitta per raccontarmi le ultime lacerazioni di partito. P. è sempre stato una brava persona e  anche se a forza di fare carriera politica è destinato ad diventarlo sempre meno, mi faccio raccontare volentieri ciò che avviene dalle sue parti. Il mio (ex)quartiere è una roccaforte storica DS che di recente si è trasformato da rione popolare abbandonato a se stesso e alla malavita come era stato negli anni ’70 e ’80, a costosa vetrina della Roma “mangni bene e te diverti” con tanto di sfilata rituale di politici sorridenti nel periodo elettorale. Quindi una sezione importante in un collegio neo-prestigioso. Dopo la scissione tra neo-Democratici e aderenti al Correntone (che P. chiama con disprezzo scissionisti manco si riferisse a una frangia del clan Di Lauro), nella sezione pare stiano lavorando i muratori per alzare un muro in cartongesso tra le due nuove mezze-sedi che ne nasceranno: dal muro di Berlino al muro di Fassino. Così vanno le cose.

Del resto sticazzi, mai votato DS, mai avuto tessere e mai frequentato sezioni di alcun partito.  Però sul Partito Democratico ho le mie idee così senza calcare troppo la mano e per evitare il rischio che mi vada per traverso la birra gli faccio un paio di domande, tanto per capire. Se avessi voluto andarci giù un po’ più pesante  gli avrei chiesto <<ma non ti vergogni ad essere compagno di partito con Paola “Silas” Binetti?>>, ma ho preferito non farlo.

Aramcheck: <<Ma non ti sembra che sto PD sia un contenitore vuoto?>>
P: <<No anzi! Io la vedo come una cosa tutta da riempire!>>

Ora, a casa mia, una cosa tutta da riempire è vuota, e glielo faccio notare.

Aramcheck: <<Ecco appunto: vuota. La dovete ancora riempire e già aderite entusiasti chiedendo alla gente di farne parte…>>
P: <<No non è vuoto! Stiamo lavorando per trovare le idee con cui costruire questa proposta, per metterci delle cose dentro. >>

Io sarò arcaico ma il linguaggio moderno del Grande Partito Democratico (GPD) proprio non lo capisco. Purtroppo sono legato a vetuste regole della logica per cui una cosa, in genere, non coincide col suo contrario: dove lo stato di “vuoto” si oppone allo stato di “pieno” e quello di “non pieno”, cioè “da riempire”, si avvicina a quello di completamente o parzialmente vuoto  e così via. Colpa mia, per carità. Mentre il Taxista Leninista al mio fianco già mostra segni di insofferenza faccio notare a P. che conoscendolo, mi sarei aspettato di vederlo con quelli che rimanevano meno a destra (lasciamo stare il concetto di piu’ a sinistra che di questi tempi è  utopico) e lui << No. Il percorso storico di un vero Comunista Italiano, di uno che era del PCI, culmina in modo naturale nel Partito Democratico. Poi qui c’è la parte sana del partito: Veltroni, D’Alema (*)…>>. A quel punto  alzo gli occhi al cielo e dietro di lui, illuminante, vedo troneggiare un manifesto con sopra un gigantesco bicchiere di Martini, scorza d’arancia, rametto d’ulivo invece dell’oliva e la scritta DEMOCRATIC PARTY.

E’ così che attraversando a testa alta la storia si evolve un vero comunista, non come gli scissionisti che fanno percorsi contronatura! Questo è il percorso “naturale” del Partito Comunista Italiano: dalla vecchia Festa dell’Unità al Party dei Democratici, dal materialismo dialettico alla neo-logica dei contenitori che non sono vuoti ma da riempire, magari col Martini e non certo col Lambrusco, vuoi mettere?

 

Metto qui sotto la foto di Gramsci, tenetela d’occhio, e appena comincia a piangere sangue come la madonnina di Civitavecchia, avvertitemi che la porto da Vespa.


(*) Se D’Alema è la parte sana di qualcosa spero di non vedere mai la parte marcia.

 

Concerti, paranoie e squadristi a Villa Ada.

Soltanto un concerto.
A Villa Ada c’è una delle mille manifestazioni di Roma Estate, “Roma incontra il mondo”. Ieri sera suonava la Banda Bassotti ed io, dopo aver latitato a lungo, decido di andare col Taxista Leninista a vedere il concerto, bere due birre e, spalla malferma permettendo, ballare un po’ di Ska. Picchio, Sigaro, Scopa, Sandokan e credo altri della band erano manovali col vizio dello Ska e del rock antifascista militante, oggi sono una band conosciuta in tutta Italia, che fa concerti anche all’estero, e che a quanto ne so’ campa di musica: musica che mi piace. La band è politicamente schieratissima a sinistra, dura e pura, di stile e  look Skin Head, RedSkin si diceva una volta.  Hanno le loro posizioni intransigenti e fanno musica.

Il concerto inizia puntuale, dal vivo la Banda spacca come sempre, la gente poga indemoniata, la  mia spalla prende botte su botte da ragazzetti ubriachi così  mi defilo a saltellare sul posto, Villa Ada col suo laghetto e la notte d’estate è bella e suggestiva: insomma, un cazzo di concerto.
Il concerto finisce, qualcuno resta a ballare col Dj che passa la solita roba mentre io e il Taxista ci facciamo una birra, spulciamo bancarelle di libri e DVD e salutiamo qualche amico incontrato per caso. Verso mezzanotte e mezza  decidiamo di andar via  e al coinquilino scattano le consuete paranoie. Villa Ada è al quartiere salario , il quartiere più nero di Roma,  e per raggiungere l’entrata principale si attraversa una lunga strada  senza vie di fuga  al termine della quale abbiamo parcheggiato l’auto. Il coinquilino mi attacca la solfa delle terribili aggressioni fasciste che potremmo subire durante il tragitto,  di come Forza Nuova  la faccia da padrone in quella zona, di come la mia maglietta con la bandiera rossonera degli anarchici ci esponga alle squadracce ed altre fisse del genere. Ora, dovete capire che il Taxista Leninista legge un sacco di libri sulla Resistenza e sulla violenza politica degli anni settanta, vive in un universo immaginario tra coraggiosi partigiani che si nascondono sulle montagne, le gesta eroiche dei fratelli Cervi e colonne di SS e gerarchetti che battono le campagne in cerca di ribelli e dissidenti: cioè, voglio dire, è  difficile in generale fargli capire che siamo nel 2007. Visto che il concerto appena concluso aveva ampi riferimenti all’argomento e considerato che abbiamo bevuto e sfumacchiato qua e là tutta la sera, capisco che il tizio sta partendo per la tangente. Dopo aver preso per il culo le sue anacronistiche preoccupazioni, ne ridiamo insieme sulla via del ritorno. Prendiamo l’auto che è l’una meno venti, passiamo davanti a un pub straripante di gente che mi spiega essere un ritrovo di fascistelli: la sua attenzione su questo genere di cose e la sua conoscenza della città sono infinitamente superiori alle mie. Alla fine, tranquilli, ce ne andiamo a dormire.

Nessuno si aspetta la X-MAS.
Mbè? E allora direte voi? C’è che l’aggressione fascista alla fine c’è stata davvero, in grande stile per giunta. Dieci minuti dopo  essercene andati pare che una colonna di 150(*) energici virgulti ariani di Forza Nuova(**) armati di spranghe, coltelli e catene sia scesa giù per la strada senza sbocchi e abbia raggiunto i cancelli di Villa Ada tirando bombe carta e petardi, pestando un po’ di gente a casaccio. Ne hanno fatto le spese alcuni ragazzi (uno è stato accoltellato ed è all’ospedale, piu’ qualche contuso) e persino qualche carabiniere accorso per sedare la cosa.  Centocinquanta armati organizzati, dico 150, che si muovono verso una zona relativamente isolata dove centinaia di persone, tra cui ragazze e  pischelli  delle superiori  ascoltano musica e mangiano Kebab, è qualcosa di cui in tanti anni di manifestazioni e concerti io non ho memoria. O meglio, non  ho memoria diretta, e devo tornare  a ciò che ho letto su gli anni prima che nascessi o nei quali ero un poppante. Devo tornare alla violenza politica degli anni ’70, ai libri del TL e al suo immaginario che, posto in certi termini non legati a episodi sporadici e marginali, trovo surreale.  Devo tornare  a quando  dovevi stare attento a che maglietta indossi, a che concerto vai e a che strada attraversi.


Le nostalgie dei nostalgici.
E torniamoci allora a quegli anni, ai loro dati ai loro numeri e alla merda che si portarono dietro. Cito da un Blog antifascista dove ritrovo l’articolo sull’argomento che avevo letto mesi fa sul Manifesto che correttamente suddivideva la violenza di quegli anni in due fasi distinte. Ho tagliato dall’estratto le parti relative alla violenza di Stato e alle stragi perchè, spero di non sbagliarmi anche su questo, le prime oggi paiono sporadiche, seppur presenti, mentre le seconde, grazie al cielo, appaiono lontane. Veniamo al primo periodo:

Nello stesso periodo (1969-1975 N.D.Aram) si ebbero «2.528 episodi di violenza, di cui 194 ascrivibili alla sinistra, ben 1.671 alla destra e 174 ad altri». Gli «attentati non rivendicati» sono stati invece «1.708, di cui 175 ascrivibili alla sinistra, ben 1.339 alla destra e 194 a ignoti». Si può dunque dire senza tema di smentita che nella prima metà degli anni ’70 – in cui cade anche il rogo di Primavalle – la violenza fascista è addirittura straripante, con qualche «risposta» da parte di alcuni militanti di sinistra…

E poi al secondo:

…le cose cambiano negli anni successivi. Tra il 1976 e il 1982 «gli episodi di violenza sono stati 2.321, 977 attribuibili alla sinistra, 1,254 alla destra». Gli «attentati non rivendicati sono invece stati 4.445; 1.617 ascrivibili alla sinistra, 1.206 alla destra, 1.622 a ignoti». Altra cosa sono gli «attentati rivendicati» dalle organizzazioni della lotta armata, sia di sinistra che di destra, che entrano in un altro computo. Nel periodo indicato si verificano 2.055 attentati riconosciuti da gruppi di sinistra (394 dalle sole Brigate Rosse, 107 da Prima Linea), mentre 388 sono di destra. C’è però da aggiungere che a quel punto la maggior parte delle azioni «di sinistra» non vanno a colpire solo i fascisti, ma anche uomini e apparati dello stato; mentre le «azioni di destra» restano indirizzate quasi esclusivamente verso «i compagni». Bermani calcola in 22 i militanti di sinistra uccisi dai fascisti in agguati o scontri di piazza, mentre sono 11 i neofascisti morti nello stesso modo.

Personalmente la storia vorrei avercela alle spalle e non eternamente davanti agli occhi, vorrei studiarla (se ne ho voglia) e non riviverla, vorrei costruire, o comunque assistere, a qualcosa di diverso da ciò che videro le generazioni precedenti.
Non ho nostalgia né della prima fase della violenza né della seconda.
Non ho nessuna cazzo di nostalgia di quegli anni ’70.
Vorrei poter andare a qualsiasi concerto, vestito come cazzo mi pare, attraversando qualunque strada buia della mia stanca città.

La strada intrapresa ieri sera da quella feccia fascista sappiamo dove porta ed è un posto dove io non intendo andare.

Per schifo che mi faccia, vorrei vivere nel 2007, cazzo.

PS. Attendo con curiosità la copertura mediatica che verrà fornita all’evento ben ricordando quella che fu data ad altri esecrabili, seppur di gran lunga meno gravi, comportamenti di matrice opposta. Com’è che si dice? Par condicio?

(*) Il sito di Repubblica riporta 20 sul titolo ma le interviste a due dei presenti, compresi gli organizzatori della manifestazione parlano di 150. Ora, come ho detto io me n’ero andato, ma  venti persone non ne potevano tenere in scacco le centinaia rimaste più alcune volanti dei carabinieri.

(**) I quali ier sera non s’erano dedicati ad altre edificanti attività che gli sono proprie quali far scritte antisemite sui negozi ebrei di viale Somalia o dare il bentornato al loro caro nonno Priebke.

Marketing e progresso: contro il “Family Day”.

Mi pare che il Family Day a conti fatti si reggesse, infondo anche a detta degli stessi organizzatori, su tre momenti fondamentali: la rivendicazione di politiche per la famiglia, la festa per la gioia incommensurabile di “essere una famiglia tradizionale” e l’elemento polemico-politico in opposizione ai DICO. Le spinte maggiormente (anche se non esclusivamente) caratterizzanti di questi tre momenti mi sono parse: demagogia, vittimismo e discriminazione.

Demagogia. Chi non è per la famiglia?
Il primo momento, quello propositivo che contiene gli elementi di rivendicazione,mi pare sostanzialmente demagogico e incentrato sull’argomento fin troppo abusato a destra e a sinistra delle “famiglie che non arrivano alla fine del mese”. La mia sarà una posizione veteromarxista eppure a me pare che in realtà “certe famiglie non arrivano alla fine del mese”, cioè i ceti bassi e medio-bassi, quelli che non arrivano “mai alla fine del mese” nei periodi di declino economico. Tra il 2000 e il 2006 questo paese ha attraversato il piu’ grave rallentamento della storia Repubblicana intermini di crescita del PIL, totem sacro nel paradigma economico attuale e ahimè metro di ogni valutazione sociale ed economica, di cui hanno sofferto le famiglia ma anche i giovani single sotto i trent’anni (fino al non POTER diventare famiglia) e i pensionati. Ammettere questo significa spostare il problema da una categoria trasversale alla stratificazione economica e legata a valori tradizionali come quella di “famiglia”, a quella di “classe” categoria che alla Chiesa piace meno. E’ chiaro che la famiglia rappresenti l’elemento fondante della comunità umana, ma ne rappresenta anche l’elemento minimo, se la disgregazione sociale e politica non permette più di riconoscersi in una “classe”, in un progetto sociale ampio che sia un partito di massa o un sistema di valori comuni, come non riconoscersi nei propri figli, nella propira moglie o nei propri genitori? Un obbiettivo minimo su cui non si puo’ non concordare. Come fa giustamente notare Uther Tepes la chiesa cattolica in fatto di marketing ha ancora tanto da insegnare, tuttavia se si vuole davvero mettere “la famiglia” al centro dell’agire politico ci si dovrebbe rivolgere anche alla creaziome di nuove famiglie oltre che alla tutela di quelle già costituite. Questo comporterebbe chiaramente politiche drastiche di lotta al precariato, sostegno all’acquisto della prima casa, abbattimento del livello degli affitti e rilancio dell’edilizia popolare. Si recupererebbe così quella parte di coppie di fatto eterosessuali che sono tali perchè non hanno la possibilità di sposarsi e fare figli, colpendo però contestualmente dei mercati, come quello del lavoro e degli immobili, sulle cui speculazione si é di recente arricchito qualcuno a danno di chi parte da zero. Qualcuno che di sicuro “tiene famiglia”, benestante e multipla, e magari è sceso pure in piazza. Il marketing vende e lo fa spesso attraverso messaggi che colpiscono la parte irrazionale del cervello. Il marketing non risolve i problemi e non ne ha mai risolti, semplicemente perchè non è il suo compito.  Per questo non concordo con Uther, che forse ironicamente, invita i laici ad imitarne le strategie.


Vittimismo. La famiglia accerchiata dai comunisti e dai gay(*).
La festa in cui si festeggia la propria appartenenza a qualcosa è piuttosto comune: è tale pure il GAY PRIDE. Nel caso del Gay Pride c’è un elemento discriminatorio innegabile nella società contro gli omosessuali, a cui si contrappone un “orgoglio” ostentato, spesso superficialmente(**), nel tentativo di sfidare il pregiudizio diffuso. La festa va benissimo. Quello che non capisco, o meglio capisco e non accetto, è l’atteggiamento vittimistico suscitato dal mantra clericale dell'”attacco alla famiglia”. Questo tipo di mantra da accerchiamento creano strani e irragionevoli fenomeni come nel caso di quella tipa che, davanti a me e ad una furibonda Trashick, ha sbottato di recente: “se continua così in questo paese ci si dovrà vergognare di essere etero”, in particolare la tipa si sentiva discriminata perchè le piacciono gli uomini. Bah. Sullo stesso tono un seminarista intervistato dal Manifesto sosteneva che “La famiglia è il fondamento della mia fede, vengo da una famiglia con dieci figli, è inaccettabile che qualcuno tenti di distruggerla. Un tempo non c’era bisogno di scendere in piazza per difendere la famiglia ma adesso siamo costretti”. Ci si aspetterebbe da un momento all’altro il seguente lancio Ansa:

ANSA: L’armata rossa, torrente d’acciaio, ha portato i propri carri armati su via della Conciliazione e si appresta a radere al suolo il Vaticano. Per editto del soviet supremo stanno per essere sciolte le famiglie tradizionali. I figli di quest’ultime saranno affidati a delle coppie omosessuali di comprovata lealtà al partito. Sarà il partito stesso ad assegnare dei partner omo per i genitori borghesi espropriati della prole, i quali verranno rieducati alla sodomia e al cunnilingus davanti alle effigi di Mao, Stalin, Lenin e Marx resi nudi e bolscevicamente virili con Photoshop.


Cazzate come quelle udite dalle labbra della tipa e dell’apprendista prete potrebbero essere bollate come le farneticazioni di menti deboli ed isolate, se non ché esse sono perfettamente in linea con gli slogan di Bagnasco, Ruini, del telepapa e di tutto il politicame bipartisan che gli si accoda, almeno a chiacchiere, quotidianamente. I vertici del marketing vaticano sul vittimismo infondato, hanno deciso di puntarci  forte.

Discriminazione. La famiglia come DICOno loro.
Il progresso, che non va confuso con lo sviluppo col quale spesso ha poco a che fare(***), è quella tendenza  all’allargamento dei diritti di cui dovremmo andare orgogliosi e che ci è costato spesso dure lotte. Ad ogni conquista si è opposta una reazione, spesso bigotta, ma non sempre priva di argomenti razionali. In questa tensione siamo abituati a movimenti che scendono in piazza rivendicando qualcosa per se stessi, gli esempi sono infiniti, o che ne chiedono per altri come nel caso degli anti-G8 occidentali. Siamo abituati anche a manifestazioni di segno contrario atte a negare diritti ad altri per la paura che tali diritti nuocciano a coloro che già li posseggono: ad esempio una manifestazione contro gli eccessivi flussi immigratori si fonda sul timore che dando agli stranieri il permesso di soggiorno la ricchezza verra spartita ulteriormente senza che sia aumentata complessivamente e che, magari, la sicurezza e le condizioni di vita peggiorino per tutti.
Il Family Day fa pero’ qualcosa d’altro: persone che hanno certi diritti si battono perchè questi non vengano riconosciuti ad altri, senza che questo riconoscimento possa nuocere loro, o a terzi, in alcun modo. Stavolta vorrei ricordare non c’è l’embrione di mezzo, elemento terzo da tutelare, né il feto, né la possibilità che il proprio partner ancorato dalla tradizione ad un matrimonio detentivo e indissolubile chieda il divorzio. Satvolta non ci si limita a fermare una misura progressista (allargamento dei diritti) per difendere i propri interessi ma per il puro gusto di fermarla, per pura meschinità umana. Il motto è: <<No ti riconosco un diritto perchè non mi piace che tu ne usufruisca>>, questa cosa ha un nome e si chiama discriminazione. Peggio che fermare il progresso per una ragione irrazionale e discriminatoria come questa c’è soltanto il regresso: la revoca dei diritti per infami motivi, quello che venne fatto agli ebrei nel ’38. Non si arriverà a nulla del genere questo è chiaro, ma le attuali forze reazionarie sono tali da andarci tanto vicino (pensate agli strali di Bagnasco che accomuna omosessuali e pedofili), quanto la democrazia e l’Europa (pensate a Buttiglione) lo permettono. Se non fosse per la comunità fondata insieme a paesi piu’ civili di noi e per la costituzione repubblicana, temo non ci sarebbe limite al peggio.

L’unica sponda del Tevere.
A queste forze reazionarie bisogna opporsi strenuamente e con maggiore determinazione se si nascondono a sinistra, come nel caso di Rutelli o di Prodi che ha affossato i DICO rimandandoli ad un parlamento strumentalmente ostile; perchè la reazione c’è sempre stata ma c’è sempre stata anche un’alternativa, un’altra sponda sulla quale militare. Dopo l’omologazione politica liberista, oggi rischiamo di viverne una clericale. La tettonica a placche, benedetta dalla Chiesa e dai vertici dei DS, che ha portato alla deriva moderata del PD ha azzerato lo spazio politico del contendere in tema di laicità: il Tevere ha ormai una sponda sola che ci rende tutti virtualmente cittadini vaticani.

Per queste ragioni sono contrario a questo Family Day.

(*) E pare che una cosa non escluda l’altra.

(**) “Si anch’io ho diritto alla pensione di reveribilità” è un conto, “si anch’io ho diritto a ballare la tecnho col culo di fuori su un Pick-Up mentre amoreggio col mio compagno”, non dico sia un male, ma di certo è un altro conto.

(***) La Cina regina dell’uno e quasi del tutto priva dell’altro insegna.

Luttwak, Fassino e Rahmatullah.


      VS
Rai Tre, Ballarò, prima serata. Mastrogiacomo è appena stato liberato, Strada esulta, il governo gongola, Repubblica brinda. In studio la solita schiera di politici e qualche altro invitato tra cui spicca Edward Luttwak. Si scatena un alterco tra quest’ultimo e Fassino. Quello che potrebbe sembrare ad uno osservatore disattento come un scambio di battute tra un adorabile vecchietto, magari un po’ conservatore, e un politicante provato nel corpo e nello spirito da una forma cronica di anemia, è in realtà qualcosa di più.  Infatti Luttwak è stato (e credo sia ancora) il portavoce in Italia del Pentagono, cioè un tizio autorizzato a parlare per bocca dei vertici militari della prima potenza mondiale in un importante (almeno sulla carta) paese alleato, possibilmente in prima serata.
Io trovo che sia sempre istruttivo ascoltare Luttwak perchè è uno che parla chiaro(*).  Dal canto suo Fassino, malgrado la cosa possa comprensibilmente non piacere, pur non facendone parte in modo diretto è, di fatto, un rappresentante autorevole del governo italiano.

Se Luttwak è incazzato, vuol dire che il Pentagono è incazzato. Bene, Luttwak è MOLTO incazzato con Fassino, il quale sbatte le palpebre  e boccheggia, tra sussurrati distinguo e afone precisazioni.

Luttwak attacca il governo per aver fatto forti ed indebite pressioni su Karzai. Luttwak sostiene che i governi italiani sono inaffidabili perché pagano i riscatti arricchendo i terroristi e inducendoli a rapire ancora. In questo caso poi, i terroristi a loro volta liberati per colpa del governo italiano semineranno morte e combatteranno gli alleati. Il fatto che si congelino per legge i beni dei famigliari dei rapiti sul proprio territorio nazionale e si paghino riscatti nel terzo mondo, non riconoscendo le proprie stesse leggi all’estero, secondo Luttwak fa dell’Italia un paese COLONIALISTA.

Quest’ultima affermazione detta da un rappresentante del Pentagono è un colpo di genio, un paradosso acrobatico, un virtuosismo della contraffazione semantica talmente plateale che, se Luttwak non fosse così incazzato, si penserebbe che egli abbia appena toccato vette della satira ancora inesplorate. La cosa strappa perfino un sussurro di protesta a Fassino, che poi sorride ironico e batte le palpebre.

In generale però, almeno dal suo punto di vista, Luttwak ha ragione. Su questa vicenda gli interessi militari e politici del governo USA e quelli umanitari (per la sola vita di Mastrogiacomo s’intende) ed elettorali del governo Prodi hanno finito per confliggere. Questo non soltanto non è gradito dagli USA ma non è neppure previsto, è infatti il frutto dell’ambiguità della missione. Pretendere di voler fare una missione umanitaria mentre chi ti comanda sta combattendo una guerra di occupazione (senza riuscire a vincerla pare), è un pastrocchio cerchiobottista, tipicamente italiano, che per i comandi americani non ha senso.

Anche per questo non dovevamo andarci e adesso dovremmo ritirare le truppe. Se i Talebani dovessero arrivare ad Herat l’insostenibilità di questa posizione diventerà ancora più plateale.

In mezzo a questo conflitto si è trovato Karzai che come in uno spaghetti western ha preso prima un ceffone dall’Italia (Terence Hill) e poi uno dagli Stati Uniti (Bud Spencer), il che da un’idea dell’autonomia del suo governo e spiega il repentino cambio di atteggiamento sulla vicenda da parte sua.

Il resto è storia recente: un altro ostaggio muore e il mediatore di Emergency, che faceva gli interessi del governo italiano, viene arrestato per favoreggiamento del terrorismo. Ad arrestarlo e a diffondere note che lo infangano sono i servizi segreti afgani, nati da pochi anni e addestrati dalla CIA della quale rappresentano inevitabilmente un’appendice.

Credete che Karzai possa farci davvero qualcosa(**)?

Nel frattempo, davanti al cadavere dell’interprete di Mastrogiacomo, la stampa di Kabul improvvisamente si domanda indignata: “Ma allora la vita di un occidentale vale di più di quella di un afghano?”.

Evidentemente la stampa di Kabul non brilla per acume.


(*)“Ci sono due tipi di dittatori: quelli che ostacolano il business, e quelli che non lo ostacolano. Noi ci occupiamo dei primi, e lasciamo stare i secondi.” Luttwak, 2003.

(**)Dichiarazione di Massimo D’Alema che fino a ieri fingeva fosse utile  insistere su Karzai: “Abbiamo fatto tutto il possibile, non possiamo fare niente di più se non chiedere al governo afgano di assicurare a Rahmatullah Hanefi un processo rapido.” Pilatesco e in malafede. Del resto ubi maior

Sbatti il bullo in prima pagina.


Ieri sul sito di Repubblica è stata pubblicata in prima pagina la lettera di Giuseppe, un diciottenne napoletano comprensibilmente indignato per il fatto che i media parlino di scuola soltanto in occasione dei casi di bullismo, soprattutto se filmati e postati dagli studenti stessi su YouTube. Giuseppe sostiene che se si lascia ai ragazzi il telefonino come unico strumento comunicativo non c’è da stupirsi che questi ne facciano poi un uso eccessivo, magari a scopo prevalentemente  esibizionistico. Giuseppe si scaglia anche verso la spettacolizzazione di questi fenomeni ad uso mediatico, e su come i problemi della scuola vengano costantemente ignorati qualora non presentino risvolti sensazionalistici. In questo il mondo degli adulti e dei media somiglia un po’ a quei genitori che si lagnano delle influenze negative della televisione sui propri figli, tacendo ipocritamente sul fatto che sono stati loro stessi ad averceli lasciati davanti per anni, magari per otto-nove ore al giorno.

Accendi la TV, così il pupo non rompe i coglioni.


Giuseppe ha ragione e mi è simpatico, non me ne voglia se fermo l’attenzione su un suo errore ortografico. La lettera di Giuseppe è uscita due volte sulla prima di Repubblica, una prima versione non corretta ed una seconda versione (quella attualmente disponibile) presumibilmente rivista dai redattori del giornale. Sulla prima versione Giuseppe aveva usato due volte erroneamente, a distanza di un periodo l’una da l’altra, la “a” senz’acca.

Per chi come me leggeva la lettera solidarizzando con Giuseppe quell’ “a scritto” invece di “ha scritto” e quell’altro “a fatto” in luogo di “ha fatto”, usati da uno studente di diciott’anni, sono stati un colpo al cuore. Prima della correzione ero già pronto ad indignarmi con i correttori di Repubblica per non aver coperto le vergogne grammaticali del ragazzo, esponendolo così al pubblico sghignazzamento mentre sosteneva invece tesi condivisibili e comunque degne di essere ascoltate. Perchè adesso quell’errore invece lo sottolineo io?
Per due ragioni. La prima è che questo blog lo leggono circa quindici persone, la seconda è che quei due errori involontari avvalorano simbolicamente la tesi di Giuseppe.  Si parla poco  di quali siano i risultati scolastici e la preparazione media degli studenti italiani, poco si conosce dei programmi e di quanto i ragazzi siano in grado di scrivere in un italiano grosso modo corretto. Non sono un fanatico dell’ortografia (tra l’altro commetto piccoli errori con una certa frequenza), ma nemmeno si puo’ vederla soccombere del tutto davanti alla striminzita neolingua degli SMS. Non si conoscono inoltre molti dati su quanti padroneggino qualche parola di inglese o sappiano usare un computer (con una qualche cognizione di causa e conoscenza del mezzo, intendo). Non si parla infine di quali siano gli strumenti didattici a loro disposizione, la qualità delle strutture e degli insegnamenti magari in rapporto ad altri paesi. Pero’ sappiamo tutto su soprusi, telefonini (chissà chi glieli compra a otto anni?) e filmatini pruriginosi con maestre degne dei film di Pierino.
L’impressione è che il primo tipo di analisi darebbe risultati sconfortanti e le colpe non potrebbero essere gettate sui ragazzi, che non sono certo piu’ tonti che in passato, anzi. Le responsabilità ricadrebbero sulle istituzioni scolastiche, sulla politica ed in ultimo sui genitori. Ma chi ha voglia di  prendersi le proprie responsabilità o di cambiare la politica di governo in materia di scuola? C’è la spesa pubblica da tenere sotto controllo, i soldi che bastano a malapena per aumentare la spesa militare del 13% e una generazione intera di pseudo-genitori  deresponsabilizzati, ma elettoralmente sensibili, che vanno tranquillizzati. Tanto i vandali sono sempre i figli degli altri.

Accendi YouTube, così l’opinione pubblica non rompe i coglioni.

Buona fortuna a Giuseppe e a tutti gli altri, con degli adulti così ne hanno un tremendo bisogno.

In Italia comandano i morti.

In onore del ritrovamento dei diari di Mussolini viene celebrata a Porta a Porta una puntata in cui sono ospiti tra gli altri la nipote Alessandra, il senatore Andreotti e il senatore  dell’Utri, quest’ultimo bicollega di Andreotti nonchè ritrovatore dei suddetti diari. La nuova immagine del Duce che queste nuove carte ci restituicono è piu’ umana, intimista, attaccata alla famiglia, responsabile e pacifica. Contrario alla guerra da lui stesso dichiarata, ostile alle gerarchie fasciste  da egli stesso nominate (Ciano e Starace in particolare),  avversatore delle leggi razziali da lui stesso promulgate Mussolini  risorge sotto una nuova luce e quasi ci piange il cuore a ricordarlo appeso a testa in giu’ a Piazzale Loreto. Una così brava persona viene da dire, un bravo padre di famiglia.  Peccato che i diari siano già stati sbugiardati dall’Espresso in quanto falsi sia all’analisi storica che a quella calligrafica, così  ci siamo persi le puntate successive di Porta a Porta in cui il Duce sarebbe presumibilmente stato presentato  come un infiltrato degli Alleati nelle file dell’Asse al solo scopo di far perdere la guerra al terribile Hitler. Un liberatore  dell’Italia al pari degli americani e quindi perchè no… un martire della resistenza contro l’occupazione tedesca.


Risorgono anche le BR e con loro lo spettro della lotta armata: ne parla la TV, ne parlano i giornali, ne parlano i blogger. Morta l’ideologia, morte le velleità, morta la rivoluzione, morto lo scontro di classe storicamente inteso, morto il comunismo reale, morta ogni possibilità di trovare solidarietà presso la popolazione:  le BR vivono e fanno notizia. Come ogni Zombie che si rispetti fanno paura e la loro comparsa innesca l’allarme mediatico generale.


Risorge il movimento studentesco e mentre il magnifico rettore fa chiudere le porte de La Sapienza per evitare una manifestazione nell’anniversario della cacciata di Lama, gli studenti si domandano su uno striscione <<Chi ha paura del ’77?>>. Chi ne abbia paura non lo so’, ma mi pare chiaro chi ne abbia nostalgia.


Il Ministro dell’Interno Amato veste i panni dello sceriffo e avverte che i poliziotti non andranno in piazza a Vicenza a prendere le botte. Il monito è ambivalente e richiama alla morte di Raciti da un lato e alla morte di Giuliani dall’altra. Amato sembra voler dire,  anche se non lo fa esplicitamente, che piuttosto che rischiare un altro Raciti stavolta è pronto a farci  scappare un nuovo Giuliani. Il giornaletto Leggo, pubblicazione gratutita che appesta le metropolitane e i bar di Roma, parla di cecchini sui tetti per aspettarei NO-Base, non gli do’ chiaramente alcuna attendibilità e almeno su questo spero di non sbagliarmi.


La centrifuga dell’informazione ingoia e fa sparire i PACS, il Global Warming, l’avvicinarsi della guerra con l’Iran, l’impresentabilità di questo ennesimo governo moribondo e la questione sociale-politica legata al Dal Molin,  cioè tutto quello che accade qui e ora. Si parla invece del Duce, delle BR, delle Foibe e del 1977.

La tensione nelle ultime ore sta salendo in maniera preoccupante e per chi domani avesse deciso di recarsi a Vicenza  consiglio di stare in campana e fare attenzione: in questo paese a comandare sono i morti.

Silenzi e parole.

Il Presidente Napolitano ha avuto in questi giorni un gran numero di occasioni per svolgere il suo ruolo di garante della Costituzione, della memoria e dell’integrità nazionale. Le ha sprecate quasi tutte.

I silenzi.

Davanti alle dichiarazioni di Emanuele Filiberto di Savoia il quale parla dell’opportunità di fondare un nuovo movimento di ispirazione monarchica, che miri piu’ o meno esplicitamente, alla Monarchia Costituzionale ci si aspetterebbe dal Presidente se non proprio l’esilio immediato (di chi ha di recente elemosinato il rientro in patria  giurando fedeltà appunto alla Costituzione), almeno una parola ferma in difesa della Repubblica (l’unica parola l’ho invece sentita da Ascanio Celestini). Si puo’ rispondere che una carica istituzionale come quella del Presidente non puo’ controbattere al primo Savoia che spara stronzate  o, visti i soggetti, non avrebbe tempo per far altro.

Va bene. Questa obiezione non regge invece per la riapertura del parlamento del Nord, che per quanto sia un organismo inutile e pagliaccesco, è patrocinato da una forza politica interna alle istituzioni che ha espresso ministri ed ha partecipato a più di un governo.  Oltre ad attentare simbolicamente alla sovranità del parlamento italiano (quello vero seppure indegno), da Mantova si è alzato di nuovo l’anatema della secessione come extrema ratio al mancato riconoscimento di un federalismo come lo vogliono loro (che rappresentano circa il 3,5% della popolazione) e l’allusione alle orde di padani eventualmente “pronti a tutto”. Ora, anche qui senza neppure sognarmi che si attuino chiusure coatte di quel ridicolo baraccone che è la pseudoassemblea padana o comunque repressioni di nessun genere (piena libertà di stronzata anche ai leghisti per carità), pero’ dal Presidente una parola decisa  in difesa dell’unità nazionale e sull’impossibilità di tradurre in fatti le ciance indipendentiste, a mio avviso era dovuta.

Le mezze parole.

Napolitano ha poi parlato in occasione della giornata in  memoria delle foibe e ha fatto bene. Ha fatto bene perché un eccidio come quello deve essere conservato nella memoria storica del paese e dell’umanità come monito verso l’atrocità della guerra, valore di cui la Costituzione è portatrice in quanto la ripudia esplicitamente.

Pero’ ha parlato a metà.

La storia non è un libro che si possa leggere a capitoletti isolati e decontestualizzati. Le foibe non furono il frutto della pazzia collettiva degli Jugoslavi e sebbene siano ingiustificabili sono anche inscindibili dal contesto nel quale avvennero. Questo ripeto non le giustifica in nessun modo (come mai puo’ essere giustificato una strage che coinvolge civili innocenti), ma puo’ spiegare alcune delle cause storiche che produssero quel frutto marcio (e molti altri). Le responsabilità italiane, fasciste nello specifico, fanno parte dell’orrore di una tragica vicenda storica che vede nelle foibe l’orribile epilogo.

Bene che le foibe siano ricordate, negli ultimi anni sembra quasi siano l’unico fatto avvenuto  nella seconda guerra, ma il Presidente dell’Italia antifascista non puo’ trattarle come lo farebbe l’ultima fiction di RAI UNO.

Non tema Napolitano che fa mea culpa per averle ideologicamente taciute: grazie alla giornata della memoria e allo zelo di AN le ricorderemo a lungo. La speranza pero’ è che questa memoria doverosa non generi a sua volta un oblio sulle responsabilità dell’Italia fascista o quei morti diventeranno piu’ utili al neorevisionismo dilagante che alla memoria storica del paese.

Le parole.

Dopo aver taciuto su questi fatti (evvabè pretendo troppo) il Presidente ha pero’sentito l’obbligo inderogabile di parlare in materia di laicità dello Stato: ha parlato cioè contro di essa. E qui davvero  risulta difficile capire. Napolitano ha invitato il parlamento a tener conto delle ragioni della Chiesa nel dibattito sui PACS (o dei DICO o di quel moncherino che ne uscirà fuori). Secondo i principi affermati nella Costituzione a proposito di libero Stato e libera Chiesa e delle relative sovranità nei rispettivi spazi, Napolitano doveva affermare la sovranità del parlamento nel legiferare in vantaggio esclusivo del cittadino italiano senza tener conto di influenze esterne alle due camere, in primis quella della Chiesa l’indipendenza dalla quale è espressamente citata nel testo costituzionale.

La Costituzione Italiana non è un testo neutro, non è un inerte contenitore di norme asettiche che possono essere interpretate secondo i tempi e le diverse angolazioni politiche. La Costituzione Italiana è un testo politico, i cui pilastri rappresentano delle scelte precise e almeno nei suoi principi ispiratori, questa è immutabile. Tra questi pilastri vi  è quello di essere laica in quanto portatrice del principio di separazione tra Stato e Chiesa, Repubblicana e quindi antitetica agli statuti monarchici che la precedettero, democratica ed esplicitamente antifascista, garante dell’unità nazionale e della sovranità del parlamento in quanto vi si legge che “l’Italia è una e indivisibile”.

La Costituzione italiana non puo’ e non deve far contenti tutti.

Se Napolitano si vergogna di essere stato comunista è un problema suo, non del paese.

Se Napolitano teme di non essere accettato come Presidente di tutti gli Italiani dal mondo  cattolico, o dalle forze  fascistoidi o secessioniste o piu’ in generale anticomuniste a causa del  suo passato, non devono farne le spese i cittadini o i suoi doveri istituzionali.

Se Napolitano da’ per scontato che l’altra parte dell’ Italia quella cioè formata da forze laiche, ex-comuniste e post-socialiste che siano,  ne appoggi qualunque atteggiamento per il solo fatto di essere stato comunista si sbaglia di grosso.

Personalmente  che Napolitano sia stato comunista non frega nulla, quello che interessa è cio’ che fa oggi in relazione alla carica che ricopre. E se non lo fa, mi domando perchè la ricopre.

anche le BR e con loro lo spettro della lotta armata: ne parla la TV, ne parlano i giornali, ne parlano i blogger. Morta l’ideologia, morte le velleità, morta la rivoluzione, morto lo scontro di classe storicamente inteso, morto il comunismo reale, morta ogni possibilità di trovare solidarietà presso la popolazione:  le BR vivono e fanno notizia. Come ogni Zombie che si rispetti fanno paura e la loro comparsa innesca l’allarme mediatico generale.


Risorge il movimento studentesco e mentre il magnifico rettore fa chiudere le porte de La Sapienza per evitare una manifestazione nell’anniversario della cacciata di Lama, gli studenti si domandano su uno striscione <<Chi ha paura del ’77?>>. Chi ne abbia paura non lo so’, ma mi pare chiaro chi ne abbia nostalgia.


Il Ministro dell’Interno Amato veste i panni dello sceriffo e avverte che i poliziotti non andranno in piazza a Vicenza a prendere le botte. Il monito è ambivalente e richiama alla morte di Raciti da un lato e alla morte di Giuliani dall’altra. Amato sembra voler dire,  anche se non lo fa esplicitamente, che piuttosto che rischiare un altro Raciti stavolta è pronto a farci  scappare un nuovo Giuliani. Il giornaletto Leggo, pubblicazione gratutita che appesta le metropolitane e i bar di Roma, parla di cecchini sui tetti per aspettarei NO-Base, non gli do’ chiaramente alcuna attendibilità e almeno su questo spero di non sbagliarmi.


La centrifuga dell’informazione ingoia e fa sparire i PACS, il Global Warming, l’avvicinarsi della guerra con l’Iran, l’impresentabilità di questo ennesimo governo moribondo e la questione sociale-politica legata al Dal Molin,  cioè tutto quello che accade qui e ora. Si parla invece del Duce, delle BR, delle Foibe e del 1977.

La tensione nelle ultime ore sta salendo in maniera preoccupante e per chi domani avesse deciso di recarsi a Vicenza  consiglio di stare in campana e fare attenzione: in questo paese a comandare sono i morti.

Il Messaggero, Vicenza e i dinosauri.

Stampa attualità e modernità.
Ieri mattina al bar mi sono ritrovato per le mani il Messaggero, che dava largo spazio alla vicenda dell’allargamento della base USA di Vicenza a cominciare dal fondo di prima pagina. Il fondo per parlare delle protesta evocava il ’68 che in Italia è durato dieci anni (per certi versi è vero per certi altri non ci è mai arrivato), gli anni di piombo, la violenza politica e il terrorismo. Il giornalista li evocava per dire che non c’entrano niente con la situazione attuale, per carità.  L’accostamento semantico pero’ non è casuale, è una scelta precisa.  Per commentare la strettissima attualità perchè evocare cio’ che di negativo è avvenuto trent’anni fa, se si sta sostenendo che e non c’è attinenza? La ridondanza è funzionale a dare  una percezione  negativa al lettore, che si sentirà minacciato, senza che il giornalista si sia esposto affermando esplicitamente paralleli insostenibili. Questo in comunicazione è un trucchetto sporco piuttosto diffuso.
Si poteva evocare per analogia con le manifestazioni le battaglie per aborto e divorzio, non c’entrava un cazzo comunque, ma l’effetto psicologico sul lettore sarebbe stato dialmetralmente opposto.

Indispettito, sono andato a cercarmi gli approfondimenti nelle pagine centrali dove, prendendo spunto da Vicenza, si pretendeva di fare un’analisi (in realtà pareva piu’ una requisitoria) sui movimenti di protesta delle varie comunità locali contro le fondamentali opere del governo e dei suoi alleati.

Il titolo a  centro pagina parlava di un’Italia antimoderna e localista, che in qualche modo si opporrebbe al progresso in difesa di interessi di condominio. Come esempi della vocazione antimodernista la grafica di centro pagina evidenziava tra le altre proteste: la TAV, le manifestazioni  contro le centrali a carbone dell’Enel e quelle contro il muro antispaccio di Padova. Proteste come queste per il Messaggero denotano un’Italia che si aggrappa al passato e ha paura del futuro.  Ho qualche dubbio sia sull’accusa di antimodernità che su quella di localismo, provo ad esporli.

Carbonia 2007.
Per quanto riguarda la nuova centrale dell’ENEL a carbone secondo il quotidiano romano sarebbe il futuro. Il carbone? A me non risulta che le potenze piu’ avanzate tecnologicamente scatenino guerre per accaparrarsi riserve strategiche di carbone,  avveniva forse  nell’ottocento. Ne tantomeno che in scandinavia si stiano studiando piani per ridurre al minimo nei prossimi decenni l’incidenza del petrolio, per passare ad un  altro combustibile fossile che ha resa minore ed emissioni maggiori.  Questo perchè il carbone è un combustibile di cento anni fa… eppure si è antimoderni se non si vuole una centrale a carbone sottocasa. La città piu’ inquinata del mondo oggi è forse Pechino e indovinate cos’è produce quella nuvola gialla che ha fatto registrare un’impennata delle malattie respiratorie tra i cinesi della capitale?


TAV: veloce è bello.
Riguardo alla TAV invece il concetto che una tecnologia di trasporto sia migliore soltanto perchè va un po’ piu’ veloce del modello precedente è una visione dei primi del novecento. Venghino signori e signore la macchina d’acciaio tocca i 100 kilometri all’ora! Venghino signore e signori a farsi un giro sul mezzo del futuro!
Il punto è che agli inzi del novecento l’industrailizzazione era cominciata  soltanto negli Stati Uniti e nel nordeuropa ed anche lì era in età piuttosto acerba. Giusto per citare qualche esempio l’Italia, la Spagna e  la Russia   erano economie agricole, terzo mondo diremmo oggi. All’epoca le infrastrutture non esistevano,  lo smog c’era soltanto a Londra (a causa del carbone…) e i mezzi di trasporto viaggiavano davvero lentamente. Lo so’ che svegliare la redazione del Messaggero dal suo sonno futurista potrà sembrare impietoso, ma nel 2007 dove le mele che mangiamo arrivano dalla Cina e resistono una settimana fuori dal frigorifero e i Giapponesi fanno il Sushi coi tonni pescati a Trapani, la velocità dei treni non è piu’ un fattore critico del ciclo economico.  Una tecnologia d’avanguardia, cioè che risolva i problemi di oggi e non quelli di cent’anni fa, ha altre caratteristiche: consuma poco, è a basso impatto ambientale, non devasta il paesaggio, è sicura e permette investimenti che possano rientrare in tempi ragionevoli.  L’ultima vera innovazione, in ambito civile, che puntasse tutto sulla velocità è del 1970 e si chiama Concorde. Ne hanno prodotti soltanto dodici e uno si è pure schiantato da solo. Ora gli undici rimasti sono in dismissione e nessuno sembra intenzionato ad investire su un Concorde 2.

Il muro.
Le persone di Padova che conosco mi hanno confermato che il problema che ha portato all’innalzamento del muro c’era ed era grave, o almeno così era percepito dalla popolazione. Io non vivo lì e non voglio entrare nel merito, non conosco soluzioni alternative di facile realizzazione, che non comportino  cioè un  piano di medio termine  per il recupero delle aree  disagiate a cominciare dalle condizioni socioeconomiche (che poi è facile a dirsi…).  Mi sta pure bene il muro… tanto non ci vivo io a via Anelli. Pero’ l’idea di risolvere un problema di convivenza urbana o piu’ in generale di  criminalità attraverso l’innalzamento di muri che cingano interi quartieri ha inizio nel 1400 circa, tramite la costituzione dei ghetti. Ripeto fate come cazzo vi pare, ma non mi dite che chi si è opposto  stava osteggiando  una soluzione moderna del problema: si oppone ad un provvedimento medioevale. Magari necessario, ma medioevale.

La base di Vicenza.

Cosa c’entri poi con la modernità l’ampliamento di una base USA sul nostro territorio è incomprensibile. Il territorio delle basi USA smette di essere territorio italiano tanto che oltre a essere  inaccessibile a chiunque non è neppure dato sapere  cosa ci sia dentro (Aviano e Maddalena).  Nell’interesse di chi si chiede ai Vicentini di cedere parte del proprio territorio alla base di una potenza alleata che ha registrato nel recente passato uno sconfortante tasso di incidenti  (Cernis, Maddalena, Vicenza stessa), per di piu’ impuniti? Capisco che il governo debba render conto di impegni presi in precedenza, ma questo è un problema dell’esecutivo non dei vicentini, che ora si pretende marcino uniti e compatti per la causa atlantica. Anche questo è il futuro babe, ed è sempre uguale da sessant’anni a questa parte. 
Localismo egoista e paralisi della democrazia.
La tesi dell’antimodernità implode su stessa, resta quella sul localismo.
Dire che i vicentini sono localisti non vuol dire un cazzo  a parte forse che somo pronti a battersi per il sacrosanto diritto di essere interpellati prima che qualcuno decida di cambiare la geografia del posto dove crescono i loro figli. Il problema non è il localismo,  è che c’è sempre qualcuno che cerca di pisciarti sulla porta di casa per interessi a te estranei. Quello che sta succedendo è che  quando un governo ( per interessi propri,  di  una multinazionale o della USA army), viene a raccontare che un’opera è necessaria e s’ha dda fà perchè è sicura, pulita, conveniente e porterà progresso e sviluppo, la gente semplicemente non ci crede. Chissà come se la sono guadagnata tutta questa sfiducia lassù ai piani alti? Questo Il Messaggero non lo spiega.

Se qualche comunità in giro per l’Italia sta pensando di delegare un po’ meno al mondo politico (da Acerra alla Val di Susa), secondo un modello di democrazia e di federalismo piu’ partecipativo e consapevole,  c’è da stappare bottiglie vista la storia delle opere pubbliche in Italia. Una popolazione attenta che non si limita a votare tra due quasi-alternative ogni cinque anni e decide di prendere parte ai processi decisionali che la riguardano piu’ da vicino, rappresenta  un progresso della democrazia e non la sua paralisi. Anche la democrazia evolve,  sono proprio il dinamismo e l’apertura al cambiamento a costituirne storicamente un elemento vincente.

Per quel che ne so’ invece di entrare nel merito delle singole questioni al Messaggero possono continuare a sparare titoli in linea col livello rasoterra di molta stampa italiana, conditi con brillanti analisi che non analizzano nulla. Se però davvero  vogliono dare la caccia ai dinosauri gli consiglio di andarli a cercare a palazzo, tra le cariatidi del dirigismo mafioso, politico ed economico. Non dico neppure che smettero’ di comprarlo, perchè non ho mai cominciato.

Resta buono per poggiarci sopra il cappuccino.

Orchi e fascisti all’Opera.

Mi hanno molto infastidito di recente le incursioni pseudo-squadristiche dei sergentelli di alleanza nazionale al comune milanese di Opera dove hanno romanamente bruciato il campo di emergenza allestito  per accogliere un gruppo di Rom sfrattati.  Così come ho malsopportato  quei trogloditi vestiti  di verde  che sono andati  a protestare qualche mese  fa  davanti alla scuola islamica che stava per nascere a Milano. Come non chiamarli orchi viste le sembianze, il livello culturale e l’infamia di inscenare una manifestazione al grido di “niente scuole per terroristi” di fronte  a dei ragazzini delle medie? Ai giovani mussulmani sarà sembrata diretta personalmente contro di loro… e lo era. Gli orchi infatti, specialmente quelli di Pontida,  sono per natura istintivi e rozzi e se protestano lo fanno per qualche egoistico tornaconto o, come in questo caso, per umiliare qualcuno piu’ debole di loro. Non certo per difendere un principio generale. Gli orchi d’altro canto sono per la famiglia: quella ariana, celtico-lombarda e cattolica. Pura genìa padana. Da sempre grandi sostenitori delle scuole cattoliche quali sono, gli orchi lombardi si sono scagliati proprio contro  quella gente colpevole di essere islamica non contro le “scuole confessionali”  in generale e, assecondando la loro natura, lo hanno fatto nel modo piu’ spregevole.


Detto questo continuo ad augurarmi una scuola pubblica, laica e se possibile di impronta vagamente socialista.


Le squadracce della destra (verde o nera che sia) storicamente si rafforzano cavalcando il  malcontento verso i governi in carica, tipicamente nei periodi di declino della nazione, per inasprirlo e dirottarne una parte verso i loro bersagli di sempre: le minoranze etniche, religiose, sessuali, politiche. Il paese  è in evidente declino e questo governo genera piu’ malcontento che altro (il centrosinistra ringrazi questa destra grottesca senza la quale prenderebbe il 2%): quindi  occhi aperti che in tempi come questi i topi escono dalle fogne e portano la peste.

“Un bacillo a bastoncino, che ti entra nel cervello. Un batterio negativo, un bacillo a manganello”                                                                              “La Peste” G.Gaber

 

Piergiorgio Welby.

Welby e lo Stato.

La vicenda Welby oltre che una sacrosanta battaglia di civiltà mi è parsa essere un’eccezionale spot pubblicitario per l’idea anarchica e la cultura libertaria e laica. Se infatti spesso stentiamo a riconoscere la natura sostanzialmente autoritaria dello Stato nell’imporci come vivere, in questo caso è apparso lampante come non ci sia concesso neppure di morire (o piu’ propriamente in certi casi drammatici di smettere di soffrire)secondo  libera scelta.

Welby e la Chiesa.
Coloro che nella Chiesa avrebbero voluto Welby ancora inchiodato su quel letto,  dovrebbero capire che egli non intendeva liberarsi della vita, ma del dolore. Ma per alcuni di loro Cristo è sofferenza (e non amore), e di questa  rivendicano il monopolio in nome Suo. Nel Cristo sofferente vedono l’apoteosi di quella Chiesa, che nella croce ha spesso letto il monito e non il messaggio. Perfino nell’ arte religiosa (strumento storico di educazione del popolo per antonomasia) si è sempre preferito raffigurare il Cristo della lenta morte e non quello del discorso della Montagna, della cacciata dei mercanti dal tempio o della difesa della meretrice. Così il Dio, il Santo, il profeta, l’uomo ci giungono per il dolore che gli inflissero i suoi aguzzini, piu’ che per cio’ che fece nella sua vita.  Il monopolio del dolore tramite colpa, punizione e penitenza da un lato e tramite compassione e conforto dall’altro,  fu un asse portanti nella costruzione del potere storico della Chiesa.
Welby inchiodato al suo letto diventa una potente metafora del Cristo inchiodato alla croce che qualcuno, viene da pensare, avrebbe lasciato lì a soffrire. E la chiamano difesa della vita.

I nuovi inquisitori.

Inquisitori della Santissima Romana Chiesa Cattolica e Apostolica.
Noi a Roma, clericali e papalini come dovremmo essere, il pontefice lo prendiamo per il culo dai tempi di Pasquino. Sono passati cioè 500 anni, ce l’abbiamo col Papa per lunga tradizione. Mentre scrivo alla TV il direttore del’Avvenire  sta sostenendo che fare satira contro il Papa indebolisce il tessuto democratico del paese. Lo dice così, come se fosse una cosa normale e sensata, senza che ci sia nessuno a chiedergli se non è forse la censura ad essere inaccettabile in democrazia. Prosegue poi dicendo che la satira contro il pontefice è particolarmente vigliacca visto che considerato il suo ruolo egli non puo’ difendersi. Come se non fosse lui la prima linea di un esercito di alfieri pronti ad immolarsi pur di difendere il vaticano dai bersaglieri, come se la chiesa non fosse un potere politico, come se la chiesa non facesse opinione, come se fosse osteggiata e continuamente sotto attacco dei media anticlericali. Stupisce che nessuno abbia ancora tirato fuori il termine anticristiano, forse perchè si tratta soltanto di parodia, non di satira ne tantomeno di critica. La critica nei  confronti della chiesa infatti, è praticamente scomparsa dal dibattito mediatico e politico.

 

Inquisitori nostrani filo-Israeliani
Così come si vorrebbe far sparire le critiche al governo di Israele fustigando chiunque non sia smaccatamente filo-israeliano a colpi di <<antisemita!>>, un’infamia terribile per chiunque sia in realtà estraneo a quell’ignobile forma di razzismo, un’infamia che si tende ultimamente ad usare come una frusta. C’è un articolo scritto da  Gideon Levy
  sul giornale israeliano Haaretz, il quale giustamente critico verso il proprio governo, denuncia:
il numero di persone uccise da Israele non solo è 10 volte superiore a quelle uccise da Hezbollah, ma il numero di soldati uccisi da Hezbollah è tre volte superiore a quello dei civili, mentre il numero di civili libanesi uccisi da Israele è circa tre volte superiore al numero di combattenti di Hezbollah
Insieme al numero e all’arbitrarietà crescente degli omicidi mirati (fino a 300 esecuzioni senza processo ne istruttoria in quattro mesi), questi dati sono esposti con coraggio e rammarico da Levy. Pure ammettendo che Hetzbollah sia una milizia terrorista che va disarmata o distrutta, certi dati dovrebbero essere elemento di dibattito in Israele come all’estero. Viene il dubbio infatti che la distinzione tra il terrorista e chi lo combatte sia francamente tutta da stabilire e non da dare per scontata come i nostri media quotidianamente fanno. Levy denuncia che l’assenza di questo dibattito è un segno del progressivo imbarbarimento della sua patria e gli è concesso di farlo su un quotidiano importante.  Evidentemente, al contrario degli israeliani, noi siamo già completamente imbarbariti visto che se non si intervista Magdi Allam come massimo esperto della questione mediorientale e non si invoca il diritto a difendersi di israele anche quando attacca, si comincia subito a sventolare lo spettro dell’antisemitismo

Inquisitori filo-USA.
Se essere critici nei confronti della politica USA (in particolare quella estera) o avere dei dubbi sull’11/9 significa essere antiamericano, allora io lo sono fermamente.  Sono anche anticinese, antirusso, anticoreano, antisaudita, antiisraeliano, antiiraniano, antibritannico. Non credo di essere un fondamentalista rancoroso che odia metà dell’umanità, credo soltanto di avere delle opinioni, che non mi impediscono di apprezzare questi paesi e la gente che li abita sotto altri profili. Se queste opinioni siano pregiudiziali o meno lo si stabilisce in base alle argomentazioni, non alle etichette retoriche dei nuovi inquisitori, per di piu’ se affibbiate preventivamente. Gridare all’eresia è meno faticoso che fermarsi a discutere i fatti.

Mullah, Imam, Ayatollah, Ulema e altri inquisitori islamici.
Le vignette su Maometto erano perfettamente legittime da parte di un giornale (non di un ministro), seppure non credo vi fu scelta editoriale piu’ idiota e intempestiva a memoria umana. Le 1354 fatwa in cui incorre chiunque attacchi  i simboli dell’Islam (nemmeno chi stermina o tiranneggia i mussulmani se ne attira tante) sono grottesche, strumentali, liberticide e medioevali… e giustamente l’occidente non trova niente di meglio da fare che imitarle contrastando al proprio interno ogni possibilità di critica,
satira, inchiesta, confronto.

Scontro di civiltà.
Nel clima di merda che si è venuto a creare si dice spesso che le distanze tra occidente e mondo islamico aumentino: in realtà è solo l’odio che aumenta, le distanze diminuiscono. La guerra,  per quanto lo faccia in modo terribile, rappresenta comunque un momento di contatto in cui le culture e i popoli si  influenzano e contaminano a vicenda. E prendono il peggio gli uni degli altri.

Panic Day ovvero come ho perso l’aereo per San Diego.

C’era l’allarme terrorismo.

E’ l’11 Agosto mi trovo a Fiumicino per prendere un volo Delta verso Cincinnati, destinazione finale San Diego. C’è circa un km di fila interna al terminal che si aggrovigla su se stessa due o tre volte  in un lungo serpentone tra il molo C dei voli internazionali fin quasi al molo A. Soltanto per trovare la coda della fila e mettermi educatamente in riga con gli altri impiego circa un quarto d’ora, dopo di che a passo men che di lumaca mi  unisco alla triste marcia. “Triste” perchè invece di persone che vanno in vacanza in un paese per molti versi bello come gli USA sembriamo un tapis roulant di tacchini che il giorno del ringraziamento si dirigono diligentemente verso il forno.
Per quanto i  piu’ informati siano  pressocche sprovvisti di bagaglio a mano, nulla sfugge sotto gli occhi attenti dei pre-controllori (non siamo neppure al check-in) e siamo educatamente invitati a disfarci uno dopo l’altro di tutte le nostre pericolose armi da guerriglia: biberon, penne a sfera, PC portatili, shampoo e perfino libri.
Questa dei libri prima o poi me la dovranno spiegare: conosco gente che ne ha
effettivamente un timore cieco, neanche fossero cartacei coccodrilli pronti a troncare  le falangi di chi si azzarda a sfogliarli senza conoscere qualche complesso rituale magico, ma che le istituzioni mi ingiungano di privarmene per salire su un aereo mi pare davvero troppo.
L’unico tacchino ribelle che si ostina a fare resistenza è un americano che s’incazza perchè non gli permettono di portare
a bordo un lungo e pesante bastone (un grosso ramo scorticato per l’esattezza). Gli serve per camminare, sostiene che ha  preso una storta. A parte che se ha perso l’uso della caviglia puo’ salire a bordo con la carrozzella come fanno tutti gli invalidi, poi mi domando se lui si sentirebbe tranquillo se un arabo col turbante pretendesse di salire sul suo volo con una bella mazza da baseball in mano? Certi Yankee sono assurdi.
La “lunga marcia” dei tacchini (la fuga di  Mao dai nazionalisti non c’entra), si svolge sotto il controllo delle forze dell’ordine che dai ballatoi ci sovergliano coi i mitra quasi spianati. Giunto alle porte del patibolo volante mi informano che l’aereo è in ritanrdo di tre ore, la coincidenza è persa e dovro’ dormire all’aereoporto di Cincinati. Senza un libro,  un cambio di vestiti, una minima certezza sul volo successivo. E’ troppo. Visto che sto’ partendo principalmente per questioni di lavoro e la trasferta seppur allettante non è pagata chiamo in ufficio e annuncio che non vale la pena: non mi pagano abbastanza per morire senza nemmeno un buon libro sulla cui controcopertina scrivere un breve epitaffio. Niente surf, niente colazione da Kono’s e niente pranzo a Newport Pier con Max Plank.



Tutto questo perchè, come ci spiega la televisione, dei terroristi a Londra volevano salire a bordo con bottiglie di Gatorade contenenti in realtà un liquido esplosivo, tale da perforare la fusoliera e depressurizzare l’abitacolo facendo cadere un gran numero di aerei.

 


Il Panic Day.
E’ passato quasi un mese ed io non ho ancora capito cosa esattamente avrebbero dovuto usare gli arabi per farmi fuori. Non ho conoscenze di chimica degli esplosivi ma l’unico liquido (per la verità denso e piuttosto instabile )che mi viene in mente possa creare una tale deflagrazione in un così piccolo recipiente è la nitroglicerina, soltanto che essa abbisogna di un
candelotto, di sego ed altre individuabili sostanze a base di farina fossile per diventare della maneggevole dinamite: non di una bottiglia di plastica di Gaterode detonata da un cellulare.
Un’altra cosa che non ho capito è quando quegli attentati sarebbero dovuti avvenire. Fino al giorno 9 nessuna delle nostre autorità ci aveva tutelato in alcun modo diverso dalla consueta prassi post 9/11: quindi il pericolo era scattato il giorno 10 cioè quello degli arresti e della scoperta dell’operatività della cellula. La cellula pero’ era nota da tempo e il presidente George W. Bush ha ammesso candidamente di essere stato informato dell’operazione fin dalla  settimana precedente. Allora perchè attendere il giorno 10? Per la flagranza? Mai presunti terroriti sono stati arrestati nelle loro case non all’aereoporto, quindi non stavano partendo il giorno 10. Le autorità non sapevano esattamente quando sarebbero partiti? Si sa chi sono, si sa dove abitano, si conosce il loro piano fatto di bibite bomba ma non si è in grado di capire se avessero comprato dei biglietti aerei e per quale volo?  Saro’ stupido ma mi sfugge perchè si sia dovuto bloccare il traffico aereo di mezzo mondo tra il 10 e il 12 agosto per un pericolo noto da tempo e fermato si direbbe ben prima della sua attuazione. Se allo scattare del panico i presunti terroristi avevano le teste di cuoio ai piedi del letto a dar loro il buongiorno, allora perchè il panico?

E’ troppo leftish pensare che un‘operazione anti-terrorismo  come negli ultimi anni ce ne sono state a dozzine sia stata usata strumentalmente per un grandioso SHOW-DAY che ricordasse all’occidente che siamo stati attaccati, che la US Army deve difenderci da Bin Laden, che i  terroristi hanno armi micidiali, che lo Zio Sam e i suoi alleati non devono abbassare la guardia e hanno ottime ragioni per scatenare guerre a casaccio in giro per il mondo? In sostanza per dirci con Giuliano Ferrara che << c’è un nemico e non dobbiamo dimenticarcene>>.

Un governo in calo di consensi ha bisogno di panico, affinchè la popolazione si affidi di nuovo ciecamente alla sua protezione. I governi Bush e Blair sono in drammatico calo di consensi: questo è un fatto. Questi dubbi mi sono balenati in testa per un paio di settimane e ancora rimangono tali. I dubbi si fanno insistenti soprattutto da quando The Prez  mi ha girato questa agenzia:

 

Attentati Londra: i dubbi del Times

Secondo il quotidiano il piano non era vicino a esecuzione

(ANSA) – ROMA, 28 AGO – Il New York Times smonta il teorema di Scotland Yard sugli attentati sventati a Londra, sostenendo che il piano era lontano dall’esecuzione. ‘I sospetti non erano pronti a colpire immediatamente’, hanno detto al giornale cinque alti funzionari britannici. Secondo il quotidiano, che cita fonti autorevoli, la polizia britannica non sa ancora, per esempio, se tra i sospetti ci fosse qualcuno capace di mettere assieme e far esplodere liquidi esplosivi quando un aereo era in volo

Quanto c’è da stare allarmati?
Io ho trent’anni ed ero ragazzino durante gli anni ’80: anche allora c’era una Grande Guerra Globale. Lo scenario allora era piu’ chiaro e consisteva di due tizi con una valigietta contenente un bottone in grado di scatenare una graniuola di testate nucleari l’uno sul paese dell’altro, distruggendo nottetempo l’intero pianeta. Non erano bei tempi e ricordo esattamente la tensione che si respirava ogni volta  venisse affrontato l’argomento dell’olocausto nucleare.  Il pericolo era reale e ben peggiore di qualsiasi porcata holliwoodiana Bin Laden o chi per lui sia anche lontanamente in grado di mettere in atto.
Sarà per questa abitudine infantile  alla guerra fredda che fatico a non dormire la notte a causa di un liquido imprecisato che potrebbe essere Gatorade in mano ai nostri nemici (“perchè c’è un nemico” ci ricorda Giuliano Ferrara e sembra non si riferisca alla nostra stessa idiozia), quando i nostri eserciti dispongono di armi sofisticate e distruttive come i drone telecomandati, testate nucleari tattiche, raggi del dolore, armi laser e cannoni a energia diretta. Per una rapida introduzione a queste tre ultime meraviglie della tecnica consiglio la visione dell’ultimo grande reportage di rainews24:

 

Guerre Stellari in Iraq


In particolare il raggio del dolore, che non sembra particolarmente utile in una guerra convenzionale, permetterà miniaturizzando la tecnologia splendidi omicidi perfetti per ogni sorta di tecnocriminale (di Stato o meno). Potenziandola invece permetterà  grandiose stragi perfette: senza rumore, luce, proiettili, possibilità di discernere il bersaglio. Le caratteristiche del nervino in pratica, ma vuoi mettere? Molto piu’ maneggevole.
Fatta eccezione per la Morte Nera e quelle inutili seppur fichissime spade al neon dei cavalieri Jedi, sembrerebbe che il forzuto occidente oggi disponga ormai di tutte le tecnologie belliche  dell’impero di Darth Vader in Star Wars. Naturalmente è anche  intenzionato ad usarle, ma per affrontare quale nemico? Gli stati canaglia? Nel 2000 cioè prima degli extra budget concessi al Pentagono per via dell’ 11 Settembre la spesa bellica dei soli Stati Uniti era già ventiduevolte superiore a quella di Iran, Iraq, Corea del Nord, Libia, Siria e Afghanistan messi assieme. No, il nemico è un altro (chissà come ce li siamo procurati tutti ‘sti nemici è Ferrara?) e cioè il terrorismo internazionale, quello del Gatorade.

Vale a dire Darth Vader contro il Piccolo Chimico.

Un match interessante, si accettano scommesse.

E mi raccomando: non offrite il fianco al nemico portando pericolosi libri a bordo di un aereoplano, non vorrei  le loro pagine  insinuassero in voi  il sospetto che ci stiano prendendo per il culo.

Ditoalculo terrestre e massa bovina.

Dopo esserne uscito di corsa per tempo qualche anno fa mi sono iscritto di nuovo all’università, questa volta per studiare comunicazione. Uno dei primi esami offriva una panoramica sulla storia del sistema radiotelevisivo italiano con particolare attenzione alle tecnologie del futuro. Ebbene si, ho dovuto studiare un panegirico filogovernativo sui prodigi attesi dal digitale terrestre che, così si esprimeva il professorone, avrebbe avuto larghissima diffusione permettendo al pubblico di avere una scelta ampia e diversificata per l’informazione e l’intrattenimento. Questo avveniva nel 2001 quando era previsto che entro l’inizio del  2005 si fosse giunti ad una penetrazione dell’80% e per il 2006 addirittura allo switch-off, cioè allo spegnimento del segnale analogico. Dopo quattro anni la penetrazione della mirabolante innovazione tecnologica sfiora addirittura le vette del 3%, malgrado  incentivi statali e grancassa mediatico-governativa. Soltanto un ritardo? Non direi osservando la direzione in cui si muovono gli operatori delle telecomunicazioni. Telecom dopo la fusione con TIM  sta investendo su UMA e sull’IP-TV e, se non giungerà prima al default  come sembra probabile, porterà sul broadband oltre ad Internet, l’accesso voce e la televisione. Fastweb lo fa già da un pezzo. Sky sta lanciando offerte per navigare su Internet tramite il decoder pagando un unico abbonamento. Vodafone e 3 cercano di portare la TV tramite il DVB-H sui terminali mobili, i dati tramite l’UMTS e l’ HSDPA e fanno concorrenza agli operatori di telefonia fissa tramite tariffe differenziate se sei sotto la cella di casa tua. In sostanza tutti si muovono verso quello che gli americani chiamano triple play (voice, video and data) offrendosi come fornitori unici di accesso per tutti i servizi di interesse, compresa la televisione. Tutti, coi mezzi che hanno, cercano di farlo su IP. Esattamente il modello opposto al ditoalculo terrestre in cui un unico tipo di contenuto viene fornito da un’unica rete dedicata. Il professorone pero’ lo metteva nel programma di esame e il governo finanziava i decoder. E io pago la retta? Mavaffanculo va.

Oltre ai conflittucci di interesse vari, il governo puntava sul fatto che il 90% della massa bovina dei telespettatori continua a volere la televisione generalista completamente indifferenziata e se ne sbatte  dei servizi dati. Vero. Sono la tecnologia e il mercato pero’ che vanno altrove e la forniranno su altre piattaforme come del resto nel 2002 era ampiamente prevedibile e, almeno da un governo serio, auspicabile.
Il digitale terrestre non è un’innovazione tecnologica in ritardo, è una tecnologia che rischia di ritardare l’innovazione. La TV per schifo  che possa fare è comunque uno dei volano affinchè la massa bovina acceda alla rete. E con lei i suoi figli, sperando che crescano meno bovini.


Blogs, cartelloni pubblicitari e le dieci differenze.

Dieci differenze tra un blog e un cartellone pubblicitario:

1) Un blog è accessibile a molti, un cartellone pubblicitario soltanto  a chi puo’ permettersi di pagarlo

2) Un blog puoi decidere di non leggerlo, un cartellone pubblicitario no.

3) I cartelloni pubblicitari sono fatti in serie, i blog no.

4) I blog non modificano il paesaggio.

5) Un blog lo puoi commentare, su un cartellone pubblicitario non c’è feedback.

6) I cartelloni pubblicitari vogliono venderti un prodotto, i blog no.

7) Su un blog puoi approfondire un concetto, un cartellone pubblicitario si guarda bene dal farlo.

8) Un blog rappresenta un modello di comunicazione a rete potenzialmente simmetrico, la pubblicità è gerarchica e asimmetrica.

9) I cartelloni pubblicitari sono fatti per fottere chi li legge, un blog al piu’ per la masturbazione di chi scrive

10) Su un blog puoi ostentare la personalità oppure le idee  decidendo di tralasciare le immagini, un cartellone pubblicitario ostenta soltanto quelle.

Se poi qualcuno decide che ostentare la propria personalità o semplicemente l’averne una sia un male in sè, per quanto mi riguarda puo’ viaggiare in astrale fino in Tibet, liberarsi del proprio ego Rajanico e  ricongiungersi all’energia cosmica universale  trasmigrando altrove.

Come a dire: se sono soltanto cartelloni che pubblicizzano persone come fossero prodotti politici o commerciali, che li leggi a fà?