Non fare lo stronzo, comprati una 500.



Te lo chiedono gli operai di Mirafiori, le femministe, i carabinieri.

Te lo chiede Falcone e te lo chiede Borsellino, Fellini e Albertone, Totò ed Eduardo.

Te lo chiede il papamorto, ma anche Sandro Veronesi e Margherita Hack.

Te lo chiedono Gaber e Montanelli.

Te lo chiede Sandro Pertini, il presidente partigiano, gli Abbagnale e Valentino Rossi.

Te lo chiedono i nostri militari all’estero che aiutano le popolazioni sfortunate.

Che tu sia comunista, femmina, cattolico o ateo, conservatore o progressista, ultralaico o democristiano, sportivo o sedentario, se ami indifferentemente l’ordine o la rivolta, Dio o la Patria, lo sport o il teatro: eccheccazzo sei sempre italiano.

La 500 trascende gli schieramenti di parte, è un focolare domestico davanti al quale ogni spaccatura si ricompone, ogni differenza finisce per sfumare e questo paese smette di essere diviso e litigioso e si ritrova davanti a dei valori comuni sintetizzati dal fascino in bianco e nero del cinquino, dalle sue morbide forme a pagnottella, dalla sua italianità e dalla sua storia.

Non importa da quale parte della barricata stai, l’importante è che tutti raggiungiamo i rispettivi fronti con la stessa auto.

Alla 500 non gliene frega un cazzo per chi voti o se magari non voti: basta che te la compri.

La 500 è una merce e la merce è neutra, non ha odore, come i soldi.

La 500 non ha colore perchè la fannno di tutti i colori, dal rosso Stalin al nero Duce. Al volante di una 500 sei libero di seguire le tue inclinazioni.

E poi ti ricordi con la 500 ti ci portava al mare la mamma  negli anni sessanta, te li ricordi gli anni sessanta? Eh, te la ricordi la mamma quanto ti voleva bene?
Vogliamo discutere anche la mamma, adesso?

Te lo chiede, tra gli altri, il Presidente della Repubblica in carica, il garante della Costituzione, una figura istituzionale. Ti pare che se il Presidente si mette a venderti un’auto possa passarti una fregatura?

Non ti sfiora il dubbio che se te lo dicono le istituzioni di comprarla è perchè se restano invendute siamo tutti un pochino più nella merda?

Starai mica facendo il tirchio per una rata in più o in meno?
Dai sù non fare lo stronzo, comprati ‘sta cazzo di macchina.

Da Pasolini a Maria de Filippi. (I Parte)

Quando sei costretto a casa per più di un mese dai postumi di una artroscopia alla spalla, ti ritrovi di colpo con un sacco di tempo a disposizione. Hai tempo per seguire dopo anni una lezione all’università, per leggere i libri che attendevano in una alta pila polverosa sul tuo comodino e per saccheggiare DVD dal negozio di noleggio di Walter. Hai insomma tutto il tempo per fare le cose che ti piacciono e addirittura, e di questo magari dubitavi, il tempo per fare quelle cose che non sei affatto sicuro ti piaceranno ma sei certo che siano interessanti. Chiamatelo se volete libero studio, che suona bene. E’ così che ho preso in mano il cofanetto degli ultimi film di Pasolini regalatomi da Theprez e mi sono sparato prima la trilogia della vita e poi Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Non pago ho recuperato a parecchi mesi dalla prima lettura “Lettere Luterane” la raccolta degli articoli scritti da Pasolini nel ’75, l’anno della sua morte. Tra gli articoli c’è anche “l’abiura della trilogia della vita” che avevo appunto appena finito di vedere. La trilogia è composta da “il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il fiore delle mille e una notte”. Nell’abiura Pasolini spiega di aver voluto rappresentare i corpi nella loro bellezza e nella loro sensualità, senza essersene affatto pentito. Tuttavia l’artista rinnega, a posteriori, l’opera e ne spiega le ragioni. La rappresentazione del sesso e degli organi sessuali era da lui intesa per affermare la propria libertà espressiva, verso la ricerca di una liberalizzazione sessuale necessaria nel quadro di potere ecclesiastico-democristiano di quegli anni. Quando però , a posteriori, il potere muta e invece di osteggiare la libertà sessuale la falsifica, Pasolini si dice costretto ad abiurare. Il potere diventa consumistico, il corpo diventa una merce da esposizione di massa e il sesso viene inteso come volgarità e manipolazione, quando non esplicitamente violenza. La gioventù sottoproletaria (si parlava ancora così e su questo termine vorrei tornarci in seguito) non sa difendersi e diventa secondo Pasolini  schiava dell’imitazione della cultura borghese devota al possesso e all’individualismo, in morte della cultura popolare. Per Pasolini l’emancipazione delle classi popolari e il complessivo miglioramento delle loro condizioni di vita, nulla ha a che vedere con l’abbandono della propria identità culturale. L’aspirazione ad uno standard di vita borghese e la conseguente appropriazione di valori borghesi santificati da una cultura di massa (cioè dei mass-media) interclassista quanto becera, per Pasolini sono le cause della nascita di una gioventù criminaloide o criminale, da lui già denunciata. Il proletario aspira a modelli provenienti da un mondo che gli è estraneo, diffusi dalla televisione e accettati acriticamente, al cui raggiungimento omologante è pronto a sacrificare tutto, per prime onestà e innocenza. La realtà mostra a Pasolini una generazione corrotta e l’autore ne deduce una corruttibilità retroattiva che non risparmia neppure la gioventù dei secoli precedenti da lui raffigurata nella trilogia. Di qui l’abiura. Di questa criminalizzazione dei giovani sottoproletari ne farà le spese egli stesso nel modo più tragico di lì a pochi mesi, comunque la si pensi sulla vicenda giudiziaria legata a Pelosi. E’ il 1975 e in altri scritti Pasolini denuncia un quadro politico che sta cambiando, una classe dirigente democristiana arretrata e inadeguata al nuovo dinamismo del capitale, che sta per essere spazzata via da quella che egli chiama la Terza fase del fascismo. Al manganello nell’imposizione del consenso si sostituiscono i mass media. Alla retorica sulla conquista dell’ Etiopia (*), l’acquisto della seconda auto o del frigidaire. Vi ricorda qualcosa?
(continua)
(*) Anche oggi facciamo la guerra, ma usiamo una retorica di pace.

Sindrome allucinatoria da Skunk.

Dio stramaledica gli inglesi.
L’abiura dell’Independent, ha generato il solito stato allucinatorio nella politica e nei media italiani fornendo un nuovo argomento moda su cui dibattere a sproposito. Si è strillato allo scoop, all’inchiesta o addirittura alle nuove scoperte dell’Independent.  L’argomento forte del giornale inglese è basato sulla presenza in alcune  qualità di marjuana, tra cui la Skunk, di una maggior concentrazione di THC, tetraidrocannabinolo. In questi ibridi il THC è presente in quantità superiore al 20% rispetto a percentuali inferiori al 5% della cannabis di qualche anno fa. La destra si mostra sconcertata e compiaciuta, mentre la sinistra chiede nuovi studi sull’argomento, per bocca  di un ministro. Ecco, non si tratta né di uno scoop né di nuove  analisi, in quanto la cosa è di dominio pubblico da diversi anni. Per rintracciare l’informazione non c’era bisogno di  conoscere  qualche oscura pubblicazione specialistica  di chissà quale università del Nevada, visto che l’argomento è stato ampiamente dibattuto nel parlamento Olandese, qui nella UE.  Come si erano procurati i politici  olandesi questa sconvolgente notizia? Esattamente come poteva procurarsela chiunque altro, cioè entrando in un negozio olandese di semi di cannabis e richiedendo un depliant gratuito. Su questi depliant è riportato il pedigree di ogni varietà di cannabis, gli incroci di specie diverse da cui è stata ottenuta e, bene in evidenza, il  tasso  percentuale di THC contenuto. Stava scritto sull’etichetta. La Skunk la producono gli olandesi da decenni applicando la scienza botanica, disciplina peraltro piuttosto antica, alle qualità preesistenti di cannabis e creando nuovi ibridi.
I nostri  media si domandano turbati: Siamo di fronte ad una nuova d
roga? No, siamo davanti alla stessa vecchia droga con un tasso di principio attivo piu’ alto. Il rapporto che c’è tra la cannabis comunemente intesa e la Skunk è quello che passa tra una Peroni da tre quarti e una bottiglia di grappa. Al solito, si riconosce al consumatore la maturità per capire che a bersi una pinta di grappa si rischia il coma etilico, ma non per comprendere che una canna di White Widow o Super Skunk ti riduconoo come tre o quattro spinelli di erba normale non sono in grado di fare.
 Non voglio discutere sull’antiproibizionismo,  perchè piu’ che la posizione  proibizionista in sé mi irritano  disinformazione e ipocrisia. L’abiura dell’Indipendent è una posizione rispettabile,  la cagnara  che ci si sta alzando mi pare l‘ennesima cortina fumogena. C’è davvero una “nuova” emergenza droga? Forse.

Mafia, cocaina ed emergenze.
La droga che ha visto crescere maggiormente negli ultimi anni la propria diffusione non è la marjuana, ma la cocaina. La crescita dei consumi c’è stata sia in senso verticale, volumi  e numero di consumatori, sia in senso orizzontale, cioè raggiungendo  nuove fasce di popolazione, tra cui gli adolescenti. Ce n’è nei fiumi, sulle banconote e persino in parlamento. Oramai pippano tutti, si sente dire in giro per Roma.
A questa verità di Pulcinella dobbiamo aggiungere che l’abuso di cocaina fa piu’ male di quello dei  derivati della cannabis, secondo tutti gli studi conosciuti, ed ha maggiori impatti sociali in quanto, ad esempio, con la cocaina la gente si rovina economicamente,  fenomeno assai raro tra i consumatori di cannabis. Ma è forse l’ultimo termine di confronto  il piu’ significativo e riguarda la considerazione che la criminalità organizzata preferisce espandere il mercato della cocaina per una lunga serie di considerazioni razionali. Provo ad elencarle:

-La cocaina è piu’ redditizia per le mafie, in quanto considerando marginali in entrambi i casi i costi di produzione, i profitti sono maggiori: la cocaina viene venduta al dettaglio ad un prezzo tra le dieci e le venti volte superiore rispetto all’erba.

-La cocaina puo’ essere tagliata. Mentre “tagliare” l’hashish è difficile e la Marjuana quasi impossibile, la cocaina viene puntualmente tagliata con qualsiasi polvere bianca inodore. Questo aggiunge margini extra per il mercato illecito della distribuzione e moltiplica i rischi per il consumatore.

-La cocaina non puo’ essere autoprodotta. Nel caso della cannabis le mafie hanno sul mercato italiano un concorrente interno che si chiama autoproduzione. E’ pieno di consumatori che grazie al clima generoso e alle lampade alogene, coltivano Marjuana sul balcone e o in piccole serre artigianali. Ogni pianta produce anche alcuni etti di prodotto fumabile che non passa per il controllo della criminalità organizzata, sottraendole fette di mercato. Per la cocaina Mafia e Camorra detengono invece un lucroso monopolio.

-Il cocainomane è un cliente fidelizzato. Diretta conseguenza della maggiore dipendenza fisica e psicologica. La “rota” come si dice dalle mie parti.

– Ci sono poi le abitudini di consumo. L’affermazione che la coca sia la droga dei ricchi non è piu’ vera in sé, proprio per la diffusione orizzontale raggiunta, ma resta vero che la cocaina é anche la droga dei ricchi. Quale imprenditore (seppur criminale in questo caso) non preferisce vendere un prodotto che raggiunga anche i portafogli piu’ pieni? Inoltre a causa dell’instupidimento obnubilatorio che provoca, la cannabis è ben poco adatta ad essere consumata sul posto di lavoro, mentre è pieno di manager che per reggere allo stress tirano prima di andare in ufficio. Se consumi a casa come al lavoro, se consumi da solo come in compagnia, se consumano i ricchi e i poveri si  moltiplicano i volumi di vendita e quindi i profitti. E’ l’addressable market come  dicono all’ufficio marketing.

La droga è un mercato, la mafia ragiona come un’azienda e andrebbe colpita dove fa gli affari migliori, dove cresce di piu’ e dove provoca maggior danno.


Media, politica e l’Amaro Montenegro.
Le attuali tabelle della legge Fini-Giovanardi prevedono tolleranza maggiore per il possesso di cocaina che per quello di marjuana. La spiegazione data dagli esperti del precedente governo è che il cocainomane ha un comportamento compulsivo, quindi è autorizzato a tenerne di piu’ a fini personali (affermazione di Giovanardi). Leggasi: “la cocaina da piu’ dipendenza, fa piu’ male, la mafia ci fa piu’ soldi ma noi proibizionisti ci andiamo con mano piu’ leggera”. La Turco, quel genio, prova ad alzare il valore delle tabelle (portandole ad un grammo, provvedimento di facciata per l’elettorato antiproibizionista), ma commette un errore tecnico di interpretazione della legge, in quanto le quantità non possono essere stabilite arbitrariamente dal ministro. Il TAR boccia il provvedimento. Cialtroneria diffusa e bipartisan.

Intanto è partita la cagnara distrattiva sulla super-cannabis, la  nuova droga, lo “scoop” dell’Indipendent e naturalmente l’emergenza Skunk.
Tra una confusa trasmissione televisiva e l’altra, chi sulla coca ci guadagna si fregherà le mani e noi potremo vedere la pubblicità del taumaturgico Amaro Montenegro che permette, come è noto, di salvare cervi feriti e di atterrare con un biplano nel deserto.  A seguire, un interessante servizio del TG2 su come il vino faccia bene  alla mente, alle coronarie,  al sangue, mantenga giovani, belli e rappresenti il cuore del Made in Italy
Vi risparmio, per decenza, i dati sugli impatti sociali dell’abuso di alcol.

Detto questo – e soltanto dopo aver detto questo-  pur essendo su posizioni antiproibizioniste, non ho problemi ad ammettere che il consumo, e soprattutto l’abuso, di cannabis faccia inequivocabilmente male alla salute e la Skunk se consumata come fosse un’erba normale ti sfonda (se non quanto una pinta di grappa, poco ci manca). Lo so.
Me l’ha detto un amico.

 

Sbatti il bullo in prima pagina.


Ieri sul sito di Repubblica è stata pubblicata in prima pagina la lettera di Giuseppe, un diciottenne napoletano comprensibilmente indignato per il fatto che i media parlino di scuola soltanto in occasione dei casi di bullismo, soprattutto se filmati e postati dagli studenti stessi su YouTube. Giuseppe sostiene che se si lascia ai ragazzi il telefonino come unico strumento comunicativo non c’è da stupirsi che questi ne facciano poi un uso eccessivo, magari a scopo prevalentemente  esibizionistico. Giuseppe si scaglia anche verso la spettacolizzazione di questi fenomeni ad uso mediatico, e su come i problemi della scuola vengano costantemente ignorati qualora non presentino risvolti sensazionalistici. In questo il mondo degli adulti e dei media somiglia un po’ a quei genitori che si lagnano delle influenze negative della televisione sui propri figli, tacendo ipocritamente sul fatto che sono stati loro stessi ad averceli lasciati davanti per anni, magari per otto-nove ore al giorno.

Accendi la TV, così il pupo non rompe i coglioni.


Giuseppe ha ragione e mi è simpatico, non me ne voglia se fermo l’attenzione su un suo errore ortografico. La lettera di Giuseppe è uscita due volte sulla prima di Repubblica, una prima versione non corretta ed una seconda versione (quella attualmente disponibile) presumibilmente rivista dai redattori del giornale. Sulla prima versione Giuseppe aveva usato due volte erroneamente, a distanza di un periodo l’una da l’altra, la “a” senz’acca.

Per chi come me leggeva la lettera solidarizzando con Giuseppe quell’ “a scritto” invece di “ha scritto” e quell’altro “a fatto” in luogo di “ha fatto”, usati da uno studente di diciott’anni, sono stati un colpo al cuore. Prima della correzione ero già pronto ad indignarmi con i correttori di Repubblica per non aver coperto le vergogne grammaticali del ragazzo, esponendolo così al pubblico sghignazzamento mentre sosteneva invece tesi condivisibili e comunque degne di essere ascoltate. Perchè adesso quell’errore invece lo sottolineo io?
Per due ragioni. La prima è che questo blog lo leggono circa quindici persone, la seconda è che quei due errori involontari avvalorano simbolicamente la tesi di Giuseppe.  Si parla poco  di quali siano i risultati scolastici e la preparazione media degli studenti italiani, poco si conosce dei programmi e di quanto i ragazzi siano in grado di scrivere in un italiano grosso modo corretto. Non sono un fanatico dell’ortografia (tra l’altro commetto piccoli errori con una certa frequenza), ma nemmeno si puo’ vederla soccombere del tutto davanti alla striminzita neolingua degli SMS. Non si conoscono inoltre molti dati su quanti padroneggino qualche parola di inglese o sappiano usare un computer (con una qualche cognizione di causa e conoscenza del mezzo, intendo). Non si parla infine di quali siano gli strumenti didattici a loro disposizione, la qualità delle strutture e degli insegnamenti magari in rapporto ad altri paesi. Pero’ sappiamo tutto su soprusi, telefonini (chissà chi glieli compra a otto anni?) e filmatini pruriginosi con maestre degne dei film di Pierino.
L’impressione è che il primo tipo di analisi darebbe risultati sconfortanti e le colpe non potrebbero essere gettate sui ragazzi, che non sono certo piu’ tonti che in passato, anzi. Le responsabilità ricadrebbero sulle istituzioni scolastiche, sulla politica ed in ultimo sui genitori. Ma chi ha voglia di  prendersi le proprie responsabilità o di cambiare la politica di governo in materia di scuola? C’è la spesa pubblica da tenere sotto controllo, i soldi che bastano a malapena per aumentare la spesa militare del 13% e una generazione intera di pseudo-genitori  deresponsabilizzati, ma elettoralmente sensibili, che vanno tranquillizzati. Tanto i vandali sono sempre i figli degli altri.

Accendi YouTube, così l’opinione pubblica non rompe i coglioni.

Buona fortuna a Giuseppe e a tutti gli altri, con degli adulti così ne hanno un tremendo bisogno.

Riscaldamento globale, Agenda-setting e morale di lungo termine.

Orizzonte temporale della minaccia.
Una delle caratteristiche del sistema attuale è la scarsa lungimiranza delle forze dominanti che lo compongono: politiche, economiche e mediatiche.  L’economia reale ragiona su un orizzonte di pochi anni per il ritorno degli investimeti, la finanza su tempi molto inferiori: l’unità di misura temporale dei risultati finanziari delle aziende è il quarter, tre mesi. “
Nel lungo termine siamo tutti morti” diceva Keynes , ed aveva ragione, quando si riferiva al mercato azionario. La proposta e l’azione politica hanno anch’esse un orizzonte di breve termine, tipicamente quattro cinque anni nelle democrazie occidentali. I media ragionano soltanto sul brevissimo termine tanto che non è un paradosso dire che una notizia sui media tradizionali è già vecchia il giorno dopo, mentre l’obsolescenza si riduce poi a poche ore nel caso di Internet.  Nella realtà pero’ esistono problemi che impongono che li si affronti nell’immediato anche se la loro minaccia si concretizzerà sul lungo termine. Nel caso del Global Warming  ad esempio, l’orizzonte demporale della minaccia è quello della vita di un uomo o al piu’ di qualche generazione per gli ottimisti: nessuna delle componenti dominanti del nostro sistema prende decisioni tenendo conto di un tempo così lungo.

Come far si che un problema  finisca sul tavolo dell’azione politica?
Il post precedente mi ha fatto tornare in mente la teoria dell’ Agenda-setting (McCombs,Shaw ’72). Secondo questa teoria  i media non sono in grado di far decidere alla gente per quale partito o candidato votare, ma possono fare qualcosa di potenzialmente piu’ importante e cioè determinare l’ordine di priorità dei problemi all’attenzione dell’opinione pubblica(*). Seguendo questo schema in una teorica contrapposizione destra-sinistra essi sono in grado di concentrare l’attenzione su temi cari all’una o all’altra parte, facendo “sentire” all’elettore moderato o indeciso che i tempi richiedono che ci si occupi di questa o quella questione con maggiore urgenza. Se ad esempio la TV e i giornali cominciano a parlare insistentemente del dilagare dell’immigrazione clandestina, uno schieramento di destra tenderà a beneficiarne avendo in genere per ragioni storico-ideologiche piu’ a cuore il problema, che verrà presentato costantemente ai potenziali elettori come un’urgenza imprescindibile.  Simmetricamente potrebbe avvenire lo stesso per una generica sinistra socialista (et similia) se l’enfasi fosse posta sul calo del potere d’acquisto dei salari dei lavoratori dipendenti.  E’ possibile dunque che qualora si volesse ottenere una risposta politica ai problema del riscaldamento globale gli organi meno indicati su cui fare pressione sarebbero proprio i partiti politici: molto piu’ efficace potrebbe rivelarsi premere affinchè siano i media a parlarne per poi aspettare che i due schieramenti corrano dietro, in vista delle elezioni, all’ultimo modello di elettore ecologicamente sensibilizzato. Si lo so’ come processo è contorto, se non addirittura perverso, ma è l’intero sistema (oclo)democratico ad esserlo.

Un collega di ritorno dagli USA mi raccontava di aver visto Al Gore presentare il suo film in un numero spaventoso di trasmissioni televisive (Letterman, Leno etc…). Come in un rapporto causa-effetto a stretto giro di posta qualche giorno fa (alle tre di notte, insonnia…) ho visto con questi occhi George W.Bush fare di fronte al congresso discorsi degni di un militante di Greenpeace. Proprio lui, il texano ammanicato coi petrolieri, nel suo penultimo discorso sullo stato dell’Unione prometteva pubblicamente di affrontare con massimo impegno il problema del riscaldamento globale, puntando sulle nuove tecnologie e su una minore dipendenza dell’economia USA dal petrolio, il 20% in meno invece che in piu’ nei prossimi dieci anni.

Controllo dei media.
Certo, bisogna poi che l’azione dei governi sia conforme con le promesse elettorali,  purtroppo però per questo le teorie sociologiche non servono. Allo stesso modo c’è il rischio (in molti casi la certezza ) che i media siano controllati dal potere politico e delle lobby ad esso collegate e quindi l’agenda subisca un’influenza dall’alto, un push, che spesso chiude il cerchio. Il punto pero’ è che se si vuole far entrare un tema
nell’agenda politica, indipendentemente che esso provenga da un push dall’alto o da un’esigenza reale della popolazione,  la porta d’ingresso (per stretta che possa essere) è sempre mediatica. Così i media recepiscono il tema del global warming e lo scaldano (ops!) e la politica si sbriga a metterlo in agenda (**) prevedendo l’onda elettorale che seguirà quella mediatica.

Il lungo termine.
Tutto cio’ avviene ormai in tempi brevissimi ed ogni schieramento politico cerca di giocare d’anticipo guadagnandosi un vantaggio elettorale nell’immediato, il quale si tradurrà in un equivalente vantaggio economico per i propri finanziatori appena raggiunte le sacre poltrone.  In questa rincorsa vediamo intervallare problemi veri, tipo il riscaldamento globale appunto, che in genere nascono da esigenze della società o da allarmi della comunità scentifica, ad  argomenti moda che tengono occupati  giornali e  TG in un ciclo infinito di finte polemiche e ridicoli dibattiti. Gli argomenti moda in genere nascono nelle segreterie di partito, nelle redazioni dei giornali e nei board aziendali.
Se gli argomenti legati a problemi reali, divulgati cioè dai media ma nati da cambiamenti della società che né i media né la politica controllano, né spesso conoscono, finiscono nella centrifuga delle informazione usa e getta cosa succede?
Succede che essendo essi appunto reali e non virtuali,  abbandonati al proprio decorso degenerativo prima o poi esplodono e creano catastrofi sul lungo termine, l’unico di cui non frega nulla a nessuno.

Ma sul lungo termine anche la morale comune cambia.

Sul lungo termine, cio’ che è concesso diventa deprecabile e cio’ che è abominevole diventa concesso.

Sul lungo termine, uccidere un uomo perchè inquina sarà considerato giusto e doveroso.

Sul lungo termine, davanti alla scarsità di risorse, selezionare i piu’ giovani e resistenti a scapito dei piu’ vecchi e deboli sarà drammaticamente accettato.

Sul lungo termine i figli sputeranno in faccia ai padri per averli costretti a vivere in un mondo che sarà ormai invivibile e, siccome ha mangiato troppo da giovane, al vecchio non andrà la carne piu’ tenera adatta ai suoi pochi denti, ma l’osso: dovesse morire di fame.

Sul lungo termine quel vecchio siamo noi.


(*)Ad esempio Mediaset non convince le persone a votare per Berlusconi: fa si che si parli di lui e che le sue invettive/proposte siano contiunamente sotto i riflettori, indipendentemente dalla fondatezza o dall’urgenza che realmente hanno.
(**)Mentre scrivo Blair si è appena accodato al suo collega-compare.

Il Messaggero, Vicenza e i dinosauri.

Stampa attualità e modernità.
Ieri mattina al bar mi sono ritrovato per le mani il Messaggero, che dava largo spazio alla vicenda dell’allargamento della base USA di Vicenza a cominciare dal fondo di prima pagina. Il fondo per parlare delle protesta evocava il ’68 che in Italia è durato dieci anni (per certi versi è vero per certi altri non ci è mai arrivato), gli anni di piombo, la violenza politica e il terrorismo. Il giornalista li evocava per dire che non c’entrano niente con la situazione attuale, per carità.  L’accostamento semantico pero’ non è casuale, è una scelta precisa.  Per commentare la strettissima attualità perchè evocare cio’ che di negativo è avvenuto trent’anni fa, se si sta sostenendo che e non c’è attinenza? La ridondanza è funzionale a dare  una percezione  negativa al lettore, che si sentirà minacciato, senza che il giornalista si sia esposto affermando esplicitamente paralleli insostenibili. Questo in comunicazione è un trucchetto sporco piuttosto diffuso.
Si poteva evocare per analogia con le manifestazioni le battaglie per aborto e divorzio, non c’entrava un cazzo comunque, ma l’effetto psicologico sul lettore sarebbe stato dialmetralmente opposto.

Indispettito, sono andato a cercarmi gli approfondimenti nelle pagine centrali dove, prendendo spunto da Vicenza, si pretendeva di fare un’analisi (in realtà pareva piu’ una requisitoria) sui movimenti di protesta delle varie comunità locali contro le fondamentali opere del governo e dei suoi alleati.

Il titolo a  centro pagina parlava di un’Italia antimoderna e localista, che in qualche modo si opporrebbe al progresso in difesa di interessi di condominio. Come esempi della vocazione antimodernista la grafica di centro pagina evidenziava tra le altre proteste: la TAV, le manifestazioni  contro le centrali a carbone dell’Enel e quelle contro il muro antispaccio di Padova. Proteste come queste per il Messaggero denotano un’Italia che si aggrappa al passato e ha paura del futuro.  Ho qualche dubbio sia sull’accusa di antimodernità che su quella di localismo, provo ad esporli.

Carbonia 2007.
Per quanto riguarda la nuova centrale dell’ENEL a carbone secondo il quotidiano romano sarebbe il futuro. Il carbone? A me non risulta che le potenze piu’ avanzate tecnologicamente scatenino guerre per accaparrarsi riserve strategiche di carbone,  avveniva forse  nell’ottocento. Ne tantomeno che in scandinavia si stiano studiando piani per ridurre al minimo nei prossimi decenni l’incidenza del petrolio, per passare ad un  altro combustibile fossile che ha resa minore ed emissioni maggiori.  Questo perchè il carbone è un combustibile di cento anni fa… eppure si è antimoderni se non si vuole una centrale a carbone sottocasa. La città piu’ inquinata del mondo oggi è forse Pechino e indovinate cos’è produce quella nuvola gialla che ha fatto registrare un’impennata delle malattie respiratorie tra i cinesi della capitale?


TAV: veloce è bello.
Riguardo alla TAV invece il concetto che una tecnologia di trasporto sia migliore soltanto perchè va un po’ piu’ veloce del modello precedente è una visione dei primi del novecento. Venghino signori e signore la macchina d’acciaio tocca i 100 kilometri all’ora! Venghino signore e signori a farsi un giro sul mezzo del futuro!
Il punto è che agli inzi del novecento l’industrailizzazione era cominciata  soltanto negli Stati Uniti e nel nordeuropa ed anche lì era in età piuttosto acerba. Giusto per citare qualche esempio l’Italia, la Spagna e  la Russia   erano economie agricole, terzo mondo diremmo oggi. All’epoca le infrastrutture non esistevano,  lo smog c’era soltanto a Londra (a causa del carbone…) e i mezzi di trasporto viaggiavano davvero lentamente. Lo so’ che svegliare la redazione del Messaggero dal suo sonno futurista potrà sembrare impietoso, ma nel 2007 dove le mele che mangiamo arrivano dalla Cina e resistono una settimana fuori dal frigorifero e i Giapponesi fanno il Sushi coi tonni pescati a Trapani, la velocità dei treni non è piu’ un fattore critico del ciclo economico.  Una tecnologia d’avanguardia, cioè che risolva i problemi di oggi e non quelli di cent’anni fa, ha altre caratteristiche: consuma poco, è a basso impatto ambientale, non devasta il paesaggio, è sicura e permette investimenti che possano rientrare in tempi ragionevoli.  L’ultima vera innovazione, in ambito civile, che puntasse tutto sulla velocità è del 1970 e si chiama Concorde. Ne hanno prodotti soltanto dodici e uno si è pure schiantato da solo. Ora gli undici rimasti sono in dismissione e nessuno sembra intenzionato ad investire su un Concorde 2.

Il muro.
Le persone di Padova che conosco mi hanno confermato che il problema che ha portato all’innalzamento del muro c’era ed era grave, o almeno così era percepito dalla popolazione. Io non vivo lì e non voglio entrare nel merito, non conosco soluzioni alternative di facile realizzazione, che non comportino  cioè un  piano di medio termine  per il recupero delle aree  disagiate a cominciare dalle condizioni socioeconomiche (che poi è facile a dirsi…).  Mi sta pure bene il muro… tanto non ci vivo io a via Anelli. Pero’ l’idea di risolvere un problema di convivenza urbana o piu’ in generale di  criminalità attraverso l’innalzamento di muri che cingano interi quartieri ha inizio nel 1400 circa, tramite la costituzione dei ghetti. Ripeto fate come cazzo vi pare, ma non mi dite che chi si è opposto  stava osteggiando  una soluzione moderna del problema: si oppone ad un provvedimento medioevale. Magari necessario, ma medioevale.

La base di Vicenza.

Cosa c’entri poi con la modernità l’ampliamento di una base USA sul nostro territorio è incomprensibile. Il territorio delle basi USA smette di essere territorio italiano tanto che oltre a essere  inaccessibile a chiunque non è neppure dato sapere  cosa ci sia dentro (Aviano e Maddalena).  Nell’interesse di chi si chiede ai Vicentini di cedere parte del proprio territorio alla base di una potenza alleata che ha registrato nel recente passato uno sconfortante tasso di incidenti  (Cernis, Maddalena, Vicenza stessa), per di piu’ impuniti? Capisco che il governo debba render conto di impegni presi in precedenza, ma questo è un problema dell’esecutivo non dei vicentini, che ora si pretende marcino uniti e compatti per la causa atlantica. Anche questo è il futuro babe, ed è sempre uguale da sessant’anni a questa parte. 
Localismo egoista e paralisi della democrazia.
La tesi dell’antimodernità implode su stessa, resta quella sul localismo.
Dire che i vicentini sono localisti non vuol dire un cazzo  a parte forse che somo pronti a battersi per il sacrosanto diritto di essere interpellati prima che qualcuno decida di cambiare la geografia del posto dove crescono i loro figli. Il problema non è il localismo,  è che c’è sempre qualcuno che cerca di pisciarti sulla porta di casa per interessi a te estranei. Quello che sta succedendo è che  quando un governo ( per interessi propri,  di  una multinazionale o della USA army), viene a raccontare che un’opera è necessaria e s’ha dda fà perchè è sicura, pulita, conveniente e porterà progresso e sviluppo, la gente semplicemente non ci crede. Chissà come se la sono guadagnata tutta questa sfiducia lassù ai piani alti? Questo Il Messaggero non lo spiega.

Se qualche comunità in giro per l’Italia sta pensando di delegare un po’ meno al mondo politico (da Acerra alla Val di Susa), secondo un modello di democrazia e di federalismo piu’ partecipativo e consapevole,  c’è da stappare bottiglie vista la storia delle opere pubbliche in Italia. Una popolazione attenta che non si limita a votare tra due quasi-alternative ogni cinque anni e decide di prendere parte ai processi decisionali che la riguardano piu’ da vicino, rappresenta  un progresso della democrazia e non la sua paralisi. Anche la democrazia evolve,  sono proprio il dinamismo e l’apertura al cambiamento a costituirne storicamente un elemento vincente.

Per quel che ne so’ invece di entrare nel merito delle singole questioni al Messaggero possono continuare a sparare titoli in linea col livello rasoterra di molta stampa italiana, conditi con brillanti analisi che non analizzano nulla. Se però davvero  vogliono dare la caccia ai dinosauri gli consiglio di andarli a cercare a palazzo, tra le cariatidi del dirigismo mafioso, politico ed economico. Non dico neppure che smettero’ di comprarlo, perchè non ho mai cominciato.

Resta buono per poggiarci sopra il cappuccino.