La Storia si compie: la balena bianca d’Europa e il tramonto del sol dell’avvenire.

Mentre in Spagna Zapatero segna il suo trionfo e insedia un governo fatto  di giovani e di donne in Italia la sinistra scompare nell’oblio definitivo. Per chi non se ne fosse accorto infatti, a parte la lega che si colloca piu’ a destra ed e’ emarginata in Europa per le proprie posizioni, TUTTE le forze entrate nel parlamento italiano aderiscono al Partito Popolare Europeo (*). E’ la grande vittoria della balena bianca.

Per la prima volta dal ’48, nella prossima legislatura nel parlamento italiano non ci sara’ un solo comunista.

Per la prima volta dal ’48, nella prossima legislatura non ci sara’ un solo socialista, inteso come aderente al PSE.

Non nasce nessuna nuova sinistra nel PD perche’ l’attuale segretario l’ha detto chiaramente, <<Siamo riformisti>>, concetto assolutamente vuoto se non si spiega quali riforme vogliono fare e a quale tipo di societa’ esse conducano, <<non siamo di sinistra>>.

Qualcuno se la stara’ prendendo con Berlusconi e la sua legge elettorale indegna, qualcun’altro col suicidio di Bertinotti che ha preferito una poltrona istituzionale alla difesa di quelle istanze che era chiamato a proteggere nel precedente governo. Sbagliano tutti.

Sbagliano, perche’ questa situazione avra’ pure molti padri ma e’ il grande successo politico, l’unico, di un leader mediocre che ha lavorato alacremente a questo risultato per quasi vent’anni: Massimo D’Alema.


Avete continuato dal 1994 a guardare Berlusconi, lo avete studiato e vivisezionato. Lui, Berlusconi,  il virus.

I virus pero’ ci sono sempre stati, ci saranno sempre, ci sono anche altrove. Abbiamo inventato il fascismo, noi. Abbiamo avuto presidenti del consiglio mafiosi. Abbiamo avuto presidenti del consiglio ladri. C’erano le bombe di Stato, il terrorismo rosso e nero. Si e’ sparato spesso per strada dall’unita’ d’Italia ad oggi.

La vera anomalia in democrazia non sono  i virus, ma e’ l’assenza di anticorpi. La vera anomalia e’ chi questi anticorpi li ha distrutti e sterminati per vent’anni chi, vestito da medico, sabotava l’ospedale.

Compagni, vi siete guardati dall’uomo sbagliato, chi vi trombava era l’ altro.

Non ho votato e non ho rimpianti, questo era l’unico esito possibile viste le premesse. Meglio la morte che la marginalita’, meglio rinascere che rifondare e riparare in eterno o, in fondo, meglio morire.

E’ una data storica, di portata enorme.

E’ la vittoria di chi <<fa’ squadra coi banchieri>> e chiede il voto agli operai. E’ la retorica del paese normale non la teoria, perche’ chi la ha concepita non e’ in grado di produrre teorie.

Adesso avrai il tuo paese normale compagno Massimo: il bipartitismo, il rispetto dell’avversario, la bicamerale, la politica del dialogo, la tua oscena idea di progresso, la tua perenne rincorsa ad una modernita’ che non hai mai capito.

Sono un anarchico e un uomo di sinistra e questa non e’ la mia sconfitta.
E’ la tua vittoria compagno e questa e’ l’Italia che volevi,  prendi il timone e scruta l’orizzonte in cerca di altri capitani coraggiosi.

Si addensano nubi nerissime e vi aspettano sfide difficili.

Vedo facce tristi tra i compagni in giro, pensano a Berlusconi.

Io me ne fotto e non posso fare a meno di pensare a Gramsci, Bordiga, Turati, Pertini, Berlinguer e tutti gli altri compagni.

Poi domani passa lo so, ma stasera va cosi’, tra nostalgia e cordoglio.

 

 

 (*) O,  per essere precisi navigano a vista in un limbo indefinito comunque a destra del PSE.

L’idea puo’ non piacere, ma il problema in Italia è soprattutto generazionale.

Il governo è caduto e non dubito ne verrà uno peggiore, ma il disastro italiano proseguirà più o meno alla stessa velocità: il bipolarismo italiano è un polmone artificiale perfettamente adatto a prolungare l’agonia del paese. Tutti nel sistema politico aspettano una congiuntura economica favorevole che la loro stessa macchina decisionale non permetterebbe di cogliere. Vorrei fare un passo indietro all’articolo del New York Times proprio a questo riguardo.


Scrivendo che l’Italia è un paese depresso, sfiduciato e in declino il New York Times non esprime un’opinione si limita a constatare un fatto. Dovrebbe fare invece pensare il fatto che persino la stampa americana, che notoriamente ha una visione stereotipata e superficiale di tutto ciò che non accade tra le Boston e l’Alaska, soprattutto se riguarda un paese ininfluente come il nostro, se ne sia accorta prima che qui si sia neppure intravista la fine del tunnel. Risponde col piglio del revanscista indignato il Presidente exComunista, che cita Adam Smith e sostiene di far conto sugli spiriti animali dell’imprenditoria italiana. Omettendo che l’unico animale a cui questa imprenditoria può essere accostata è un’avvoltoio che si ciba della carcassa dello Stato.

La questione generazionale: il merito, la casa, il lavoro.
Questo è un paese in cui un ricercatore di trent’anni , uno scienziato, guadagna spesso quanto un operaio della stessa età. Lo stesso operaio spesso non può permettersi di comprare una casa ed è costretto a pagare affitti vessatori vedendo frustrata sul nascere la possibilità di pianificare il proprio futuro e farsi una famiglia.
Dovrei aggiungere una premessa alle affermazioni precedenti: senza chiedere aiuto a nessuno. Naturalmente non si troverà in questa situazione chi appartiene ad un ceto benestante che possa procuragli un’appartamento e magari metterlo a lavorare nello studio o nell’azienda di famiglia.

In parole povere l’Italia ha un problema generazionale, che diventa anche un problema di meritocrazia che la rende sempre più un paese classista.

Anche se siete dei bolscevici radicalisti (ripijateve) la questione del merito è cruciale, perché se all’estero vengono meglio pagate le giovani élite fanno i bagagli e il paese le perde. Non c’è nessuna cortina di ferro a poterle fermare.
Dal momento in cui i giovani laureati spesso fanno lavori squalificanti o, pur esercitando la loro professione, sono sottopagati il lavoro diventa sempre meno la discriminante e il divario è sancito anche dal possedere o meno una casa.

Prendiamo un manovale che guadagna mille euro al mese che spende tutti e possiede una casa da 70mq nella periferia di Roma, questi avrà nella casa un capitale di 300000 euro.

Un giovane quadro aziendale di famiglia nullatenente che guadagna 2000 euro al mese (stipendio piuttosto raro per il quale si passa quasi per privilegiati) e spende anche lui mille dei suoi duemila, quindi si permette lo stesso stile di vita dell’operaio, impiega volendo prendere un mutuo (che a queste condizioni non gli darebbero mai) quarant’anni per raggiungere quei 300mila euro di capitale immobile.

Se avevano 30 anni entrambi 30 + 40 = 70: e la vita se ne è andata.

L’edilizia popolare è ferma da vent’anni perché “gli italiani sono un popolo di possessori di casa”, ma chi non lo è rimane tale o vende la propria vita ad una banca.

Quindi la discriminante è la casa forse più del lavoro, fermo restando che le condizioni di quest’ultimo per le giovani generazioni sono pessime, sia in assoluto sia rispetto allo status quo occupato dalle generazioni precedenti. In realtà quelle descritte sono le situazioni più rare perché in Italia la fluidità sociale(*) è minore che negli Stati Uniti, dove in teoria avrebbero un sistema educativo e universitario che pare ritagliato apposta per far sì che i ricchi si tengano i loro soldi attraverso le generazioni. Questo vuol dire che in Italia il figlio di un operaio fa spesso l’operaio e il figlio di un professionista fa spesso il professionista, quindi la casistica ricadrà più spesso nella figura dell’operaio che non eredità e del laureato che parte con un capitale in tasca.

Spartiacque. Divari profondi che vanno oltre il merito personale e che fanno riferimento ad una sfiga dinastica, sia di essere nati nella generazione sbagliata sia dal ceppo povero di quella precedente.

Nelle mani dell’ultima generazione non c’è nulla. Per entrambi i fattori di base, cioè la casa e il lavoro, devono guardare alla generazione precedente con scarsa possibilità di far conto sulle proprie forze.

Il ricambio generazionale e la questione del potere.
Resterebbe un’ultima via a poter incidere sui fattori economici sopra elencati: il potere. Il potere di riequilibrare la società è essenzialmente un potere politico, ma la politica è stata risucchiata dall’economia e dalla finanza in un paradigma economico-ideologico che non permette grandi interventi sociali. In più il potere politico residuo resta in mano a una classe dirigente vecchia e inetta che alle prossime elezioni, dopo averne avuto già per quindici anni, ci presenterà di nuovo di fronte Berlusconi contro un prodiano.

Gli stessi che hanno lasciato che si creasse, quando non determinato, lo stato di cose attuale.

Ci si aspetterebbe che questo potere venisse rivendicato dalle nuove generazioni con un’azione politica energica, una rottura generazionale, una lotta doverosa. Qui emerge il paradosso più forte però: quello che la generazione precedente ha educato la presente alla non-ideologia e alla non-idea. Se fai politica contro di loro fai antipolitica e forse sei un criminale.

Una generazione di rivoluzionari falliti che educa la successiva all’accondiscendenza quando non all’individualismo rapace, comunque a scartare in partenza le ipotesi di cambiamento. Una generazione di leader in particolare (politici, sindacali, imprenditoriali) che ha sfruttato l’eredità elettorale e sociale dei grandi partiti di massa, che in gioventù aveva spesso contestato, per dar vita ad un sistema che persegue la cristallizzazione dei propri privilegi.

Soprattutto i leader dicevo, ma anche una parte di chi li ha seguiti.

Con tutti i dovuti distinguo personali i giovani degli anni novanta scesero spesso in piazza per difendere le pensioni dei loro nonni e l’articolo 18 dei loro padri, ma quando si trattò di approvare il pacchetto Treu e la legge 30 tutto avvenne in un silenzio assordante delle organizzazioni politiche e sindacali, che firmarono “per il bene del paese”.

style Il mantra politico-culturale dominante ascoltato in questi anni lo conosciamo tutti: “La fine delle ideologie” che diventa fine delle idee di trasformazione sociale quando non delle idee tout court, “Scordatevi il posto fisso” mentre chi ce lo ha se lo tiene stretto, la svendita del patrimonio dello Stato ad un’imprenditoria cialtrona e ammanicata per poi finire in mano alle banche, “Siate imprenditori di voi stessi” vale a dire adattatevi al mercato e sconfiggete la concorrenza dei vostri coetanei mentre noi facciamo da arbitri, “andare in piazza non serve a niente”, “la politica è una cosa alta”, il “bipartitismo” tra due partiti che professano la stessa fede politica, l'”alternanza” che non alterna nulla fuorché le apparenze. Cristallizzazione.

I Bamboccioni.
Questo paese agonizza ormai da troppo tempo e personalmente preferisco vederlo andare a sbattere in mano ad una classe dirigente di 30 o 40 anni piuttosto che vederlo rantolare appeso agli intrallazzi del vecchio potere. Comincia a diventare irrilevante se le nuove leve saranno migliori o peggiori perché comunque questo è il loro tempo e il futuro è il loro futuro.

Alessandro a 20 anni dominava il mondo, oggi a trenta devi sentirti dare del bamboccione da chi ti ha costretto ad esserlo. Eppure il bamboccione rispetto a chi lo ha precedeuto ha mediamente un titolo di studio più elevato, non ha un “blocco psicologico ad usare il computer” , spesso parla inglese e tramite Internet e i voli low cost vive e conosce un mondo più vasto. Si parla di competitività soltanto quando c’è da frenare i salari, mentre i più adatti a competere vengono marginalizzati o li si lascia emigrare.

Mi spiace, in Italia il problema è soprattutto generazionale.

Trovo inelegante e poco originale postare un video il giorno dopo che questo è comparso sul blog più seguito d’Italia, ma ci sta particolarmente bene e il post l’ho scritto in realtà qualche tempo prima.

(*) La possibilità cioè di nascere in una classe sociale e morire in un’altra.

La dose minima tollerabile di fascismo.

Il nostro aitante parlamento, dopo che il governo aveva sbandierato questo impegno in campagna elettorale, ha deciso che la sospensione dello stato di diritto, la tortura e l’uso politico con modalità cilene delle forze dell’ordine da parte del governo non siano eventi degni di indagine da parte di una commissione parlamentare.

Noi che siamo nati nella democrazia e nell’illusione di avere dei diritti inalienabili nel luglio 2001 abbiamo scoperto che l’una e gli altri sono revocabili e non soltanto in un contesto operativo di emergenza dell’ ordine pubblico, ma a freddo con premeditazione, nelle buie celle di una caserma adibita a tale scopo, lontana dalle telecamere, dal biasimo della gente di comune buon senso e dalla Costituzione.

Evidentemente la nostra è una democrazia flessibile e moderna dove un po’ di fascismo ogni tanto ci puo’ pure stare, ma guai a far sì che questa diventi una verità ufficiale: se così non fosse nessuno avrebbe temuto l’indagine sulla Diaz e su Bolzaneto.

Menzion  d’onore ai  signori bugiardelli della CDL e di Forza italia in particolare secondo i quali “si volevano processare le forze dell’ordine”. Eh no, cari i miei paraculi… gli agenti delle forze dell’ordine che si macchiarono di quegli atti sono già sotto processo dalla magistratura per quello che accadde, così come lo sono alcuni dei manifestanti che compirono le devastazioni. Una commissione parlamentare ha innanzitutto il dovere di giungere ad una verità ufficiale accertando le responsabilità politiche non quelle giudiziarie. Quindi al solito è l’interesse del loro padrone e dei suoi ministri e fedeli alfieri dell’epoca che si sono preoccupati di salvaguardare.

Il patetico teatrino delle assenze in aula e delle astensioni centriste non concede nessuna attenuante a questa maggioranza, peraltro non dissimile nella composizione politica da quella che sosteneva un gorverno implicato in vicende analoghe alla caserma Raniero di Napoli pochi mesi prima dei fatti di Genova.

La vicenda getta però una particolare onta sui Radicali e i loro “diritti civili” iperdemocratici che tanto imprescindibili non devono essere se cambiano di importanza al cambiare del contesto e del colore politico delle vittime. Grazie tanto ai miei signori liberali, liberisti e… libertari.

Una bella domanda andrebbe posta invece al signor Di Pietro e ai suoi due rappresentanti dell’IDV (uno assente e l’altro che ha votato contro) che giocano a blandire la piazza evocata da Grillo contando già i voti che mi auguro non avranno. E se i prossimi ad essere trascinati sanguinanti sbattendo il grugno sui gradini di marmo nel cuore della notte a causa di false prove,  obbligati a cantare canzoncine fasciste in piedi faccia al muro per ore, mentre assaggiano rivoli di sangue che colano dai buchi dei propri piercing strappati con le pinze fossero i docili Grillini? Che si fà? Si chiede una commissione d’inchiesta? E con che faccia?  Del resto i grillini non hanno ancora assaggiato il manganello(*) e le sacche di voti che le forze di pubblica sicurezza garantiscono ad AN fanno evidentemente gola all’uomo d’ordine Di Pietro.

Purtroppo il gioco della democrazia è un gioco faticoso che non permette deroghe, ambiguità e sospensioni neppure per una sola notte.

Una notte è un battito di ciglia se passata tra le lenzuola pulite del proprio letto, ma può diventare ben più lunga fino a marchiarti a  vita se trascorsa in mezzo al puzzo del tuo sangue sorvegliato dal freddo abbraccio del boia di turno.

O la democrazia è una necessità e la si interpreta in modo tale che il sistema sia autocosciente, nel senso che ogni suo deragliamento sia riconosciuto come tale e ritenuto inaccettabile, oppure essa non è. E’ soltanto l’ennesimo autoritarismo oligocratico benigno e sedicente, al più una comoda e ipocrita democrazia con riserva.  Non esiste una dose minima tollerabile di fascismo in democrazia: ci sono diritti e sanzioni per chi li calpesta.

Questo dovrebbe essere particolarmente chiaro ad un governo che si dica anche soltanto in parte di sinistra.

Dimenticavo, di governi di sinistra in Italia non ce ne sono mai stati e questo, all’ennesima prova del nove, men che mai.

(*) Spero non lo assaggeranno mai, ma non ci scommetterei.

“Fight Club” e il malessere di una generazione.

FIGHT CLUB. Preparavo un post su ozia che parlasse del libro “Fight Club” di Chuck Palahniuk e del film che ne hanno tratto. Le mie riflessioni sono deragliate in un post troppo lungo, che non parla di libri, più adatto a questo blog. Le riflessioni che seguono sono influenzate dalle immagini evocate da questo post di Stavroghin e da questo di Lilith. Infine, se davanti al film o al libro vi siete indignati per la violenza del “Fight Club” in quanto tale smettete di leggere credo questo post non v’interessi. Basta preamboli quello che segue, banale o no, è quanto mi andava di scrivere.


Il romanzo di Palahniuk (1996) splendidamente riadattato da Fincher (1999) è, tra quelle che conosco, l’opera che più di ogni altra coglie il connubio tra l’estetica di questa generazione e il suo malessere. Parlo della radicalità delle immagini che campeggiano sul vuoto esistenziale, del sottile e disilluso sarcasmo, della rappresentazione sistematica della  distruzione degli oggetti primo fra tutti il corpo umano, delle atmosfere in cui risalta il contrasto tra una dimensione interiore con le sue fosche tonalità dark, l’esteriorità mediatica sgargiante e patinata e la grigia ordinarietà del quotidiano. Quella da cui nasce Fight Club è creatività nata nel consumismo e dal consumismo che prima di tutto si rivolge verso di esso e contro di esso, contro il prodotto e la sua accezione più indistinta e soffocante: la merce.

Nella merce anneghiamo, della merce non sappiamo fare ameno.

La dialettica con la quale si interagisce con noi è di tipo negoziale e il lessico che ci definisce appartiene al vocabolario del commercio. Il nostro lavoro è un mercato, la nostra professionalità e la nostra immagine  vanno vendute, i nostri modelli esteticamente irraggiungibili ed emotivamente posticci, veicolano prodotti e non idee, siamo chiamati ad essere imprenditori di noi stessi, per la nostra azienda siamo risorse umane, le nostre aspirazioni si devono esaurire nell’edonismo del consumo e per raggiungerle dobbiamo essere veloci, flessibili, pronti ad adattare la nostra offerta a qualsiasi domanda si produca nella società.


Merce, troppo spesso, è quel che finiamo per sentirci.

Viviamo in una società mercantile avanzata e visiva e con essa dobbiamo confrontarci, nel conformismo o nella ribellione, poco cambia. Deposto il bastone veniamo spronati da carote sempre più grandi e colorate è vero, ma si continua a trattarci da asini. Lontani dagli stenti vissuti dalle generazioni precedenti che ci vengono perennemente rinfacciati, lontani dalle lotte di cui soltanto alcuni di essi furono protagonisti e di cui tutti immancabilmente finiscono per appropriarsi, siamo abituati ad essere trattati da bambini senza più esserlo da un pezzo. Dell’infanzia  però  manteniamo il velleitarismo della  dimensione ludica, consapevoli che  nessuna nostra azione produrrà reali cambiamenti fuori dalla strettissima sfera del privato.


Viviamo in perenne ricerca di autenticità, pur non essendo per questo meno autentici individualmente. Non siamo cittadini ne parìa, non siamo uomini liberi ne schiavi: siamo consumatori e il consumo è un’attività da espletarsi singolarmente. Una massa sì, ma non una rete(*), una massa senza collegamenti interni collegata all’unico HUB dei centri di produzione delle merci, dell’informazione, della pubblicità e della propaganda.


Non possiamo scegliere di essere radicalmente contro a meno di accettare un ruolo luciferino, perché sappiamo di vivere in un paradiso: il paradiso dei beni. Non possiamo essere radicalmente a favore perché è palese che questo paradiso è fatto di plastica.


Non possiamo essere rivoluzionari perché l’ultima delle barcollanti rivoluzioni sociali fallì prima che nascessimo. L’unica rivoluzione che ci è stata concessa è quella individuale, quella esteriore continua e insaziabile del look e quella interiore dell’automiglioramento veicolata dai fenomeni new age degli anni novanta. Di quest’ultima restano la rapidissima e immancabile commercializzazione, la mania per l’esotico, le farneticazioni spiritualistiche del nirvana a buon mercato (**) e quelle superomistiche di chi viaggia in astrale il giovedì pomeriggio(***).


Fight Club rinnega tra le altre cose l’automiglioramento e con esso la pseudo-rivoluzione new age cogliendone il declino per tempo.


Sia nel finale laconico e sfumato del libro, sia in quello spettacolare e romantico del film si consuma l’attesa dell’Apocalisse: in un caso quella individuale ed interiore nell’altro quella sociale e fisica. Viviamo nella consapevolezza inconscia che il paradiso che ci contiene, ci da un tetto, ci soffoca e talvolta ci appaga; crollerà.


Mentre vediamo le crepe nei muri allargarsi, nei nostri sogni e nella nostra arte quasi ci auguriamo il disastro pur non sapendo provocarlo.

Perché dopo il crollo dalla cui responsabilità fuggiamo, vi è una ricostruzione che in cuor nostro non vediamo l’ora di mettere in atto.

Nel malessere di una generazione c’è la necessità di una sfida che ci veda in gioco come esseri umani, qualunque cosa voglia dire, e non come consumatori.

Di questo parla Fight Club e qui stanno la sua attualità, ad oltre dieci anni dalla prima pubblicazione, e la sua grandezza.


(*) Questo è il cambiamento più decisivo rispetto a quando il libro venne scritto. Oggi molti di noi sono in rete tra loro: questa rete. Difficile volendo immaginare una possibilità di riscatto e che non passi in qualche modo da qui. L’undici settembre, in questo contesto, non è un cambiamento è soltanto l’ennesima crepa sul muro.

(**) Non s’offenda nessuno, parlo della maggioranza.

(***) Mi riferisco più alla Marvel che a Nietzsche, più all’orribile libro di Redfield che al meraviglioso Zarathustra: forse quanto di peggio e quanto di meglio m’è capitato di leggere.

Live earth: Gore e Madonna salvano il mondo.


Ho apprezzato il film di Al Gore,  se non altro  per i contenuti, e condivido le preoccupazioni ambientaliste. Se potessi fare un augurio ai figli che non ho, augurerei loro una rivoluzione verde, da farsi subito, di cui questi possano raccogliere i frutti quando (non)avranno la mia età. Comprendo anche la strategia di Gore sull’eco-business, nel senso che o il capitalismo trova il modo di farci i soldi su questa rivoluzione, o saremo costretti a scegliere tra esso e  la prospettiva di avere ancora un pianeta vivibile. Non me ne vorranno gli apologeti dello sviluppo a tutti i costi, ma tengo più alla seconda che al primo.  Se di eco-business si dovrà parlare  questo dovrà  partire in fretta, per non dire da subito, cioè entro un orizzonte temporale in grado di conciliare il principio di precauzione ambientale, il cui limite rischia di essere già stato valicato, e le logiche legate al ritorno degli investimenti e all’apertura di mercati di consumatori eco-sensibili o eco-sensibilizzati loro malgrado. Con questo non è che io voglia remare necessariamente in direzione delle esigenze del capitalismo industrialista è che, pragmaticamente, più ci si oppone ad esso in modo frontale più le cose rischiano di diventare lunghe e difficili. In un mondo di consumisti e di aspiranti tali, non esiste ad oggi una consapevolezza ambientale capace da forzare la mano al sistema fino  a fargli abbandonare il paradigma della crescita a tutti i costi. Già ottenere in tempi brevi l’abbandono di un’idea di crescita basata sugli idrocarburi, sarebbe un risultato inaspettato. Allo stesso modo chi pensa che le forze del mercato correggeranno la rotta da sole, senza pressioni, senza una volontà politica (vera e non soltanto verticistica, non mi aspetto nulla da Kioto e dal G8) e senza dover rinunciare a qualche profitto immediato è soltanto il solito visionario idolatra del fantasma di Adam Smith. Si dovranno credo costruire improbabili sinergie (brutta parola lo so) tra il mondo qual è e il mondo quale potrebbe essere, perchè il tempo a disposizione per capire da che parte andare  e come andarci non sembra essere molto.  L’alternativa è che tra qualche decennio la catastrofe scelga al posto nostro: in quel caso non vorrei essere nei panni dei figli che non ho, né nei miei quando (non)mi chiederanno di rendergliene conto.

Detto questo, con questi concertoni mondiali hanno rotto il cazzo.

Se penso che l’eco-business  dovrà inevitabilmente giocare un ruolo in qualsiasi strategia di riduzione delle emissioni che si voglia decidere di adottare, non credo invece affatto nell’ eco-showbusiness. Affidarsi a Bono Vox, perchè la gente ascolta soltanto i Bono Vox, mi pare parte della problema e non della soluzione. Siamo ancora più nella società delle immagini che in quella dell’informazione e si continua a far finta di non capire questa gente rappresenta innanzitutto degli stili di vita da invidiare ed emulare, irraggiungibili icone che, a parte qualche canzone,  veicolano soltanto mode. Se la svolta ambientalista ci viene venduta come una moda, rischia di esaurirsi in essa. Davvero ci affidiamo a queste mega passerelle ipocrite buone per far lavare la coscenza a qualche nuovo messìa verde, che nel prossimo video scenderà dall’ennesima Rolls-Royce? Ora, pragmaticamente, posso rassegnarmi che la salvezza del pianeta mi venga in qualche modo anche venduta (del resto se ci hanno venduto la fame nel mondo al Live8 questo è il minimo), ma deve vendermela per forza Shakira? Il tutto in un evento mediatico dove ci passano un’indecente  pubblicità progresso di tre minuti sul dovere nazionale di comprare la nuova 500(*) quando nessuno prende a calci in culo la FIAT per farle fare un modello di auto ibrida come la Toyota fa da cinque anni?

Madonna, che ogni volta che va a fare la spesa con l’aereo privato consuma più petrolio di quanto un abitante del Ghana farà in tutta la sua vita, ha già salvato l’Africa dalla fame. Non è che, poverina, la staremo caricando di troppe responsabilità?

(*) Nella nuova pubblicità tra i testimonial involontari (almeno quelli morti) passati su lunghi primi piano in bianco e nero ci sono Falcone, Aldo Moro e Giorgio Napolitano! Il Presidente della Repubblica mi sta vendendo un’automobile e nessuno dice un cazzo! Devo farci un post, puttana eva.

Dalla festa dell’Unità al Democratic Party.


Ieri sera col TL e un altro amico ci siamo recati a ciò che rimane della Festa dell’Unità: quella manifestazione cioè che non è più una festa dell’Unità ma ne usurpa impunemente il nome. Ho incontrato P. il giovane  segretario della sezione DS del quartiere dove sono cresciuto il quale ne approfitta per raccontarmi le ultime lacerazioni di partito. P. è sempre stato una brava persona e  anche se a forza di fare carriera politica è destinato ad diventarlo sempre meno, mi faccio raccontare volentieri ciò che avviene dalle sue parti. Il mio (ex)quartiere è una roccaforte storica DS che di recente si è trasformato da rione popolare abbandonato a se stesso e alla malavita come era stato negli anni ’70 e ’80, a costosa vetrina della Roma “mangni bene e te diverti” con tanto di sfilata rituale di politici sorridenti nel periodo elettorale. Quindi una sezione importante in un collegio neo-prestigioso. Dopo la scissione tra neo-Democratici e aderenti al Correntone (che P. chiama con disprezzo scissionisti manco si riferisse a una frangia del clan Di Lauro), nella sezione pare stiano lavorando i muratori per alzare un muro in cartongesso tra le due nuove mezze-sedi che ne nasceranno: dal muro di Berlino al muro di Fassino. Così vanno le cose.

Del resto sticazzi, mai votato DS, mai avuto tessere e mai frequentato sezioni di alcun partito.  Però sul Partito Democratico ho le mie idee così senza calcare troppo la mano e per evitare il rischio che mi vada per traverso la birra gli faccio un paio di domande, tanto per capire. Se avessi voluto andarci giù un po’ più pesante  gli avrei chiesto <<ma non ti vergogni ad essere compagno di partito con Paola “Silas” Binetti?>>, ma ho preferito non farlo.

Aramcheck: <<Ma non ti sembra che sto PD sia un contenitore vuoto?>>
P: <<No anzi! Io la vedo come una cosa tutta da riempire!>>

Ora, a casa mia, una cosa tutta da riempire è vuota, e glielo faccio notare.

Aramcheck: <<Ecco appunto: vuota. La dovete ancora riempire e già aderite entusiasti chiedendo alla gente di farne parte…>>
P: <<No non è vuoto! Stiamo lavorando per trovare le idee con cui costruire questa proposta, per metterci delle cose dentro. >>

Io sarò arcaico ma il linguaggio moderno del Grande Partito Democratico (GPD) proprio non lo capisco. Purtroppo sono legato a vetuste regole della logica per cui una cosa, in genere, non coincide col suo contrario: dove lo stato di “vuoto” si oppone allo stato di “pieno” e quello di “non pieno”, cioè “da riempire”, si avvicina a quello di completamente o parzialmente vuoto  e così via. Colpa mia, per carità. Mentre il Taxista Leninista al mio fianco già mostra segni di insofferenza faccio notare a P. che conoscendolo, mi sarei aspettato di vederlo con quelli che rimanevano meno a destra (lasciamo stare il concetto di piu’ a sinistra che di questi tempi è  utopico) e lui << No. Il percorso storico di un vero Comunista Italiano, di uno che era del PCI, culmina in modo naturale nel Partito Democratico. Poi qui c’è la parte sana del partito: Veltroni, D’Alema (*)…>>. A quel punto  alzo gli occhi al cielo e dietro di lui, illuminante, vedo troneggiare un manifesto con sopra un gigantesco bicchiere di Martini, scorza d’arancia, rametto d’ulivo invece dell’oliva e la scritta DEMOCRATIC PARTY.

E’ così che attraversando a testa alta la storia si evolve un vero comunista, non come gli scissionisti che fanno percorsi contronatura! Questo è il percorso “naturale” del Partito Comunista Italiano: dalla vecchia Festa dell’Unità al Party dei Democratici, dal materialismo dialettico alla neo-logica dei contenitori che non sono vuoti ma da riempire, magari col Martini e non certo col Lambrusco, vuoi mettere?

 

Metto qui sotto la foto di Gramsci, tenetela d’occhio, e appena comincia a piangere sangue come la madonnina di Civitavecchia, avvertitemi che la porto da Vespa.


(*) Se D’Alema è la parte sana di qualcosa spero di non vedere mai la parte marcia.