Lo zombie sovrano e la Tragedia Greca.

Riassumere il vorticoso giro di Sirtaki dell’ultimo mese ballato da tutta Europa in poche parole è cosa non semplice, cercherò di essere sintetico e schematico. Tutta d’un fiato:

La Grecia ha un debito pubblico al 115% del PIL inferiore in proporzione tra i paesi sviluppati soltanto a Giappone ed Italia. La Grecia ha un deficit, trend di aumento del debito, che viaggia oltre il 15%. Una compbinazione dei due parametri tra le peggiori del mondo (forse la peggiore, forse no). La Grecia ha già vampirizzato la propria cittadinanza abbastanza e per pagare la prossima tranche di interessi sul debito, 9 miliardi entro il 19 maggio, ha bisogno di finanziamenti.

Attenzione: si tratta soltanto di pagare gli interessi, non di ridurre il debito. Siamo nel perfetto circolo vizioso del cummenda cravattato dagli strozzini che fa altri debiti per pagare gli interessi.

Per finanziarsi la Grecia, come tutti gli altri stati, emette Bond (BoT, CCT…cioè ancora debito) versando interessi ai compratori, interessi proporzionali alla loro possibilità di ripagare effettivamente il debito. Tanto più sei nella merda, tanto più se chiedi soldi al mercato dovrai fornire interessi da capogiro. Negli ultimi mesi gli interessi sui Bond greci sono cresciuti in modo incontrollato, man mano che il default diveniva palese. Il default è avvenuto la scorsa settimana quando il primo ministro ha dichiarato che  non poteva più rivolgersi al mercato per finanziarsi, consequenzialmente il debito greco è stato immediatamente dichiarato junk: “spazzatura”. Fine dei giochi ,la Grecia non può più farcela da sola.

Nel frattempo l’Europa decideva il da farsi aspettando la decisione della Merkel, maggior finanziatore dell’eventuale prestito e discreto detentore, insieme alla Francia, di debito greco (tramite le proprie banche).

Che fare? si chiede la Merkel senza essere Lenin.

Lasciar fallire la Grecia vuol dire perdere i crediti e vedere la crisi ribaltata sulle proprie banche, decretando inoltre la morte politica dell’Europa e quella monetaria dell’Euro. Una unione dove attaccando il punto debole il corpo sano non ha una reazione, non è  più tale. L’Unione, va detto, ha fatto tanto comodo ai tedeschi negli ultimi dieci anni. Inoltre si teme l’effetto Lehman: cade il primo e poi cadono tutti e salvare tutti costa più caro che tappare la prima falla.

Salvare la Grecia vuol dire gettare il denaro pubblico (ha ragione Roubini e poi vedremo perché…), vuol dire salvare d’ora in poi qualunque altro paese in crisi, il che semplicemente non si può fare. Non si può fare perché l’economia greca rappresenta il 2,5% del PIL europeo mentre ad esempio quella italiana vale circa il 15% e via a scendere gradualmente per Spagna, Irlanda e Portogallo.

Si è scelta la seconda opzione differita nel tempo: ti salvo, ma prima temporeggio per mesi in modo che nessuno si metta in testa che il salvataggio sia dovuto e indolore, nel frattempo preparo un pacchetto di commissariamento lacrime e sangue degno dell’FMI. Tra l’altro l’FMI è stato coinvolto nel prestito finale, invocato dallo stesso Tremonti che di solito dalla finanza ultraliberista anglosassone era uso prendere le distanze,  in questo caso vedendo il villaggio in fiamme (la metafora è sua) decide di farsela piacere.

Il piano complessivo prevede 100-120 miliardi in tre anni, ad un paese fallito. Il punto è che 100 miliardi per la Grecia corrispondono ad un terzo del debito e al 35% del PIL, rapportato all’Italia è come se ci fossimo fatti prestare qualcosa come di 600 miliardi! Centoventicinque volte i “favolosi guadagni” dello Scudo Fiscale! Davvero pensate che l’Italia potrebbe mai rimborsare una cifra simile? Se la risposta è no  (ed è NO), nel caso greco la situazione è ancora peggiore, visto che hanno un’economia più debole, una credibilità finanziaria sottozero e una popolazione già ampiamente tosata dalle misure di austerity statale.

L’Italia contribuisce subito per 5 miliardi (esattamente quanto incassato dal famoso scudo…) per questo prestito a fondo perduto, per tenere in vita uno zombie finanziario.

Una nazione zombizzata attenzione, non una nazione di zombie. I greci sono vivi, vigili e decisamente incazzati e sanno di essere le cavie della tenuta d’Europa, della crisi a catena dei debiti sovrani e della nuova ondata di distruzione dei diritti dei cittadini. Dal ilGrandeBluff ecco come le misure di austerity sono riassunte da un lettore greco:

“lo stipendio deve diminuire del 30% x i quattro prossimi anni,

la paga mensile media da 700 euro deve diminuire,

la pensione media di 500 euri deve anch’essa diminuire,

la benzina e le sigarette raddoppiare il costo d’acquisto,

le agiende possono lincenciare quande persone ne vogliono,

l’iva aumentare del 3% dopo un aumento di 2% di soli 20 giorni fa,

i poveri diventare ancora piu poveri x i prossimi 10 anni minimo??????

[…]

Tanti saluti dalla Grecia che ancora resiste…”

Meno pensioni, meno stipendi, niente articolo 18 e similii… non è che  nell’esportazione di questo modello qualcuno  vede una nuova opportunità  di business distruggendo salari e diritti? Magari per fare finalmente concorrenza alla Cina? Qualcuno che forse detiene il credito , scommette contro i titoli sovrani dei PIIGS e sarà l’unico a non rimetterci?

Lottate fratelli d’Ellade, lottate. Temo che  siate soltanat la prima involontaria avanguardia di resistenza al capitalismo che verrà.

Nostalgia canaglia.

Nel post precedente citando soltanto la Lega rischiavo di far torto al PDL, anche loro hanno  dei personaggi “vecchio stampo”, come il candidato Celori che accompagna la propria campagna elettorale con una interessante iniziativa culturale ci regala un calendario. Né la Crfagna, né la Ferilli e nemmeno qualche nuova subrettina  in forte ascesa. Come segnala stamattina il Corriere si tratta in realtà di un calendario storico 2010 ma anche, con doppia dicitura, il Calendario dell’anno 84° dell’era fascista.

Non so voi, ma calendario per calendario io stavolta preferivo tette e culi…      

Ronde: “Per servirvi, per proteggervi”.

Questo istruttivo articolo della Stampa ci informa che la Procura di Torino ha aperto, senza ipotesi di reato, un fascicolo sulla Guardia Nazioale Italiana, un’associazione che pare conti duemila volontari pronti ad organizzarsi in ronde per tenere più sicure le nostre città, sfruttando le norme disposte dal decreto sicurezza votato questa settimana.

Sul sito della Guardia Nazionale Italiana  Gaetano Saya  tiene a precisare  la natura non  violenta e legale dell’associazione, dopodiché lo statuto  descrive ruolo, uniforme e simboli dei coraggiosi volontari. Gaetano Saya,è il presidente del ricostituito MSI Destra Nazionale e leggo su un altro articolo del Corriere della Sera del 2005, ma lo ricordavo anche se se ne è parlò relativamente poco all’epoca, di come fosse stato di recente coinvolto nelle indagini sulla Polizia Parallela, la DSSA. Per sua stessa ammissione Saya è stato massone iscritto a diverse logge( il Corriere riporta anche la P2, ma non ho trovato sue dichiarazioni in merito),  collaboratore dei servizi  segreti, militante politico durante la rivolta di destra di Reggio Calabria, iscritto a Gladio. Veniamo ai simboli della Guardia Nazionale Italiana presentati sul sito, tra cui la bandiera italiana, l’ aquila imperiale romana e la ruota solare, o come precisato in seguito la ruota incandescente, questa:Le uniformi le trovate sul sito della GNI, basta cliccare  per farsi un’idea, anche se la foto pubblicata sulla Stampa ci concede già un quadro vagamente evocativo.

Che dire?

Io non mi iscriverò a questa formazione di volontari, li trovo un po’ diversi da mio zio di 85 anni che da 30 aiuta come infermiere  e tuttofare nella Croce Rossa Italiana. Mi ricordano qualcosa… un periodo storico diverso, mi sforzo da stamattina ma… chi si vestiva così? Non so la mia memoria comincia a vacillare. Sapreste per caso aiutarmi?  Boh… vabè comunque sono un po’ diffidente.
Il ministro Maroni mentre concepiva il decreto immagino non potesse pensare che avrebbero avuto voglia di organizzarsi in ronda anche formazioni presiedute da individui di estrema destra e un look, diciamo, che ricorda inavvertitamente tempi meno democratici. Perfino i caschetti sono di foggia non del tutto sconosciuta. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo, figuriamoci… un effetto collaterale del buon decreto.

Adesso lo so che qualcuno si aspetterà che io chiosi dicendo che se questo decreto permettesse  l’aiuto al  presidio delle nostre strade da parte di ronde di volontari che si definiscono Patrioti e Nazionalisti in divisa e anfibi forse, ma dico forse, si potrebbe parlar di un po’, ma poco, di qualcosa che ricorda da lontano, per pura affinità estetica, le camicie brune. Poco però, poiché questi non se la prenderebbero con noi gente per bene, si limiterebbero a segnalare i criminali tra cui, per lo stesso decreto, tutti gli immigrati irregolari e non euroariani.

Non parlerò di fascismo, né di deriva fascistoide, né di neofascismo, né di squadrismo.

Siamo in democrazia, qui si vota.
Questo è un governo democratico.
Gli italiani non sono razzisti.
Non c’è nessuna deriva xenofoba.
Le ronde nascono tra pensionati e madri di famiglia preoccupati per la vivibilità del loro quartiere.
Parlare di regime è massimalismo.
Fascismo e comunismo, destra e sinistra, sono concetti obsoleti.

La Lega, come dice Sartori, non è di estrema destra, come  invece dice Borghezio pontificando davanti ai neofascisti francesi:  la lega si articola sulla conflittualità centro-periferia, tutt’altra cosa. 

Me lo diranno da destra, dal centro e da sinistra, me lo diranno i terzisti e me lo diranno giornalisti e  blogger indipendenti, alcuni dei quali stimatissimi.

Io non parlerò di fascismo perché ho perso la memoria e ho imparato la lezione.

Però, e non è detto che accada, se i ragazzi di Saya mi presidiassero il quartiere vestiti a quel modo e autorizzati dallo Stato, ci sarà una novità. Trovatelo voi il nome a questa novità: voi moderati, voi minimalisti, voi moderni.

Avete tutta la ricchezza del patrimonio lessicale italiano a disposizione e sono accettati anche i neologismi. Basta trovare le parole giuste per vestire la realtà e questa si fa già meno minacciosa e più digeribile: insomma, col nome giusto farà tutto  molto meno schifo.

Dategli un nome e quando lo avrete trovato, allora forse mi sentirò più sicuro. O forse no.

La crisi dopo la crisi (III). Stime sulla disoccupazione: se tutto va bene esplode.

Finché saltano le banche e vengono salvate con iniezioni di denaro pubblico e presumibile aumento del debito, messi in sicurezza i depositi, i danni economici vengono spalmati sull’interezza della popolazione e l’impatto sociale avviene in modo relativamente poco traumatico. Fanno eccezione coloro che avevano denaro investito in borsa, sottolineando che avevano denaro e hanno scelto di investirlo in borsa. Come detto piu’ volte l’impatto sociale si valuterà sulla ricaduta nella sfera dell’economia reale in particolare sulla produzione industriale, di conseguenza sulla disoccupazione e di nuovo sui consumi, in un circolo vizioso che si dovrà trovar modo di arrestare. Il parametro centrale nella vita delle persone sarà il dato sulla disoccupazione, su cui cominciano ad uscire previsioni e proiezioni, spesso discordanti ed in generale crescenti.

Vi racconto qualche numero, per fare mente locale.

Ad ottobre internamente alla CGIL (la fonte è il sindacalista petrolchimico), si proiettavano per il 2009 400mila nuovi disoccupati  di cui la metà già vittima delle varie e bizzarre forme di precariato che  l’intelligenza sopraffina del legislatore ha saputo concepire da Treu in poi. Una stima del genere nell’ annus horribilis della finanza mondiale in un paese già alla corda del debito come Italia a me sembrava ottimistica. Mi si intenda bene: so perfettamente che 400mila posti di lavoro in meno comportano  una difficoltà economica grave ed  in certi casi perfino tragica (famiglie monoreddito)  su almeno un milione di persone , se si tiene conto dell’impatto su tutto il nucleo familiare. Guardando ai numeri pero’ vediamo che la forza lavoro italiana è circa di 25 milioni di persone (occupati  + in cerca di lavoro, ISTAT) e che i 400 mila disoccupati in piu’ andrebbero ad incidere circa per l’1,6%, cioè dall’attuale 6,7% all’8,3%. In paratica di poco sotto ai livelli del 2005 (indexmundi).

Andrebbero poi considerati, ai fini dell’impatto sociale, i  licenziati di chi lavora in nero (esplusi in modo ancor piu’ sbrigativo) e il dramma diello sradicamento sociale di decine di migliaia di immigrati regolari che vedono la loro possibilità di permanenza e di reddito legale, legato proprio al posto di lavoro (Bossi-Fini docet) spesso già poco qualificato e malpagato. Costoro soffriranno piu’ di tutti.

Eppure i livelli del 2005, a fronte del peggioramento descritto, proiettano comunque il quadro di un paese di sicuro in crisi profonda e  con alcune fasce sociali allo stremo, ma ancora in grado di reggere a livello sociale e di sentirsi complessivamente nord del mondo, con un modello di consumo (ed è il consumo la monodimensione totalizzante dell’ italiano contemporaneo) rallentato, ma non  messo radicalmente in discussione.

In dicembre Epifani, per lanciare l’allarme e facendo in fin dei conti il suo mestiere, cominciava a parlare di valanga di licenziamenti alle porte, senza pronunciare le stime ma utilizzando stavolta toni ben piu’ enfatici. Sempre in dicembre le stime  OCSE parlavano di picchi di disoccupazione in Italia nel 2009  vicini all’8,9%, quindi superiori ai livelli del 2004-2005, peggiori di quelli che giravano in CGIL ma tutto sommato dello stesso ordine di grandezza.

Veniamo a gennaio e arriviamo alle stime di Confindustria che hanno previsto pochi giorni fa (concordando al percentile con l’OCSE) di disoccupazione all’8,9% per la fine del 2009.

L’8,9% è dunque il dato piu’ autorevole e che trova piu’ conferme e fa riferimento a circa 500-550mila disoccupati in piu’, un’enormità certo  che marca perfettamente il segno di una crisi profonda per un paese che non ne aveva certo bisogno. Il dato peggiore pero’ è che la  fine crisi e la conseguente decrescita infelice del PIL è stimata non prima del 2011… il sistema puo’ reggere a due anni del genere senza ripensare se stesso e senza raggiungere livelli di conflitto sociale che pensavamo dimenticati da tempo? Inoltre va considerato che ancora, ché ché se ne dica, non si conoscono i confini reali della crisi e nulla vieta che tali stime possano essere rivedute al rialzo: negli ultimi 7 anni le stime del PIL italiano, ad esempio, sono sempre state riviste in senso peggiorativo dopo i primi mesi dell’anno e stavolta partiamo da un incoraggiante -2%.

Ci sono poi le recenti stime mondiali dell’FMI che parlano di 20-30 milioni di disoccupati certi in piu’ nel mondo per il 2009 e possibile incremento fino a 50 milioni. Posto che questa è una mia assunzione arbitraria che  si limita  suonare ragionevole, se l’Italia dovesse assorbirne una parte proporzionale al proprio PIL (contribuiamo al PIL mondiale per circa il 3%) potremmo pensare ad un caso peggiore in cui i posti di lavoro persi sarebbero nell’ordine del milione e mezzo, cioè una catastrofe sociale un paese che torna indietro di dieci anni, ma con un tessuto sociale e un debito anche privato probabilmente non piu’ in grado di reggere l’urto.

C’è poi l’ultima cassandra per sua natura sopra le righe, a cui stavolta io non credo. Mi riferisco al dato strillato in piazza da Grillo che continua a ripetere una stima (presa da dove?) di due milioni di disoccupati in piu’ entro il solo 2009, non so se rendendosi conto di quello che dice e che le sue parole  comporterebbero. Ammortizzatori sociali inesistenti per una tale massa di ex-lavoratori, tensione sociale alle stelle, guerra tra poveri, file per il pane, intere economie locali che spariscono nel nulla, boom dell’economia informale e del crimine. Parliamo in questo caso della disoccupazione al 15%, quattro milioni di famiglie nella merda, parliamo se ancora non aveste capito della media nazionale pari ai livelli attuali della Calabria (con tutto il rispetto: ce l’avete presente la Calabria?) e con le regioni del Sud che scivolano verso gli standard di vita della Tunisia.

Si rende conto Grillo che sta parlando della vecchia cara Italia con le valigie di cartone che sbarca (ma dove stavolta?), invece di evitare gli sbarchi? Ripeto, io non ci credo  e resto con le stime già drammatiche di CGIL, Confindustria e OCSE, ma se il non-piu’-comico genovese avesse ragione stavolta (con tutta la teoria paracomplottistica annessa, sulla militarizzazione preventiva delle città), beh in quel caso, fate esattamente quel che consiglia , non so quanto scherzando, nei suoi spettacoli: compratevi un fucile e dei sacchi di sabbia.

Gli operai sono una noia mortale.


Che palle i morti sul lavoro.
Che palle gli operai bruciati vivi.

E’ tutto terribilmente standard a cominciare dalla vittima. Al pubblico non interessa se la vittima stava facendo quattro ore di straordianario, paradossalmente sono troppo… “ordinarie”. Gli operai fanno sempre le stesse cose, agli stessi orari, negli stessi posti. Gli operai sono noiosi. Gli operai, in quanto tali, non vanno nemmeno su Youtube… nemmeno se gli spieghi che è gratis. Gi operai sono pigri e non hanno il senso dello showbusiness né l’ansia di apparire, sono anonimi e arretrati, non sanno neppure morire come si deve.


E l’arma del delitto? Che se ne fa la gente di estintori malfunzionanti? E’ roba da maniaci, seppur malati di pignoleria, controllare mensilmente lo stato di funzionamento di un estintore. E di un tubo sputafuoco in un vecchio impianto in via di dismissione? E di una gru che si spezza? Tutto banale, troppo prevedibile, visto e rivisto. E poi non c’è mistero, non c’è incertezza. L’arma è là e la vedono tutti, non si possono fare supposizioni su un mestolo o una scarpa, né calcolare calibri e traiettorie. Non si possono mettere a confronto le ferite con le presunte lame che le hanno provocate.


La location poi… non è adatta. Una fabbrica o un cantiere… esistono forse luoghi più noiosi? Sono luoghi noti al pubblico, non c’è stupore, non c’è suspance, non c’è prurito. Nelle fabbriche si lavora e qualche volta si sciopera. Niente sesso, niente droga, niente rapporti morbosi, niente esplosione di violenza. Nelle fabbriche e nei cantieri non c’è neppure un anfratto dove allestire una messa satanica, un festino sadomaso, un poligono di tiro. Nelle fabbriche non c’è nulla di eccitante da scoprire.


Dell’assassino e del movente non varrebbe neppure la pena di parlare. L’uno è un bravo signore vestito bene che mai e poi mai darebbe uno schiaffo a suo figlio. In certi casi è un board aziendale o una nebulosa comunità di azionisti, forse una banca, forse un fondo estero. Tutta gente che si sarebbe onorati di avere ospite a cena. Nessun maniaco, nessun raptus omicida, nessuna presunta depravazione. Nessuna faccia dai biechi connotati sul cui soma costruire lombrosiane congetture. L’assassino, talvolta, puo’ essere perfino una legge… ops… ma questo non si può dire o si rischia di tirar la volata a estremisti e terroristi.


Il movente poi è semplice quanto scontato, fare un pò di soldi in più. Chi di voi non vorrebbe fare un pò di soldi in più? Siete contenti quando le azioni del gruppo industriale che il vostro consulente finanziario vi ha messo a portafoglio salgono, no? Vi sta bene così, mica sentite il bisogno di andare a fargli le pulci sulle norme di sicurezza del lavoro. Sono soltanto un po’ di soldi in più, non hanno mai fatto schifo a nessuno.

E’ umano.

Non è questo che la gente vuole, non è questo che chiede il pubblico. Il pubblico ha bisogno del mistero perchè in esso può realizzarsi il “transfert”.

Dati degli elementi incerti, dichiarazioni discordanti, uno scenario torbido e macchie di sangue a sufficienza, si puo’ vivere dal divano di casa propria l’immedesimazione con la figura dell’investigatore. Giocare a fare l’investigatore è affascinante e alla fine, se siete stati bravi, potrete dire <<Visto? Avevo ragione io! E’ stato lui!>>. In più ricostruendo la scena del delitto correttamente si puo’ condividere il brivido di terrore della vittima e biasimare lo sguardo bestiale dell’assassino. Siamo nella società dei reality e dell’intrattenimento, la gente vuole vivere il “Thriller della realtà”, qui sta il punto.

Quindi sì, è colpa degli operai se non c’è la dovuta attenzione sul problema, non hanno capito cosa vuole la gente. Le “morti bianche” non interessano a nessuno perchè sono troppo bianche, devono diventare rosse come il sangue o nere come una messa satanica.

E’ colpa loro, ma io sono buono e voglio dargli un consiglio.

Invece di piagnucolare si rimbocchino le maniche creando nelle fabbriche un ambiente più adatto agli stupri, alla violenza efferata e alle armi da taglio. Organizzino orgie, intreccino rapporti omosessuali o bisessuali, invitino clandestini rumeni o meglio ancora negri, il negro tira sempre, lascino tracce di sperma e di feci laddove non dovrebbero essercene, aprano i cancelli alla gnocca godereccia, lascino balenare sospetti di abuso di droghe, mettano filmanti pornografici su Internet e, se neppure questo dovesse funzionare, si rechino al lavoro solo dopo aver fatto scorta di pesanti armi da guerra, che quelle basta averne in quantità e prima o poi qualche matto pronto ad usarle salta sempre fuori.

Insomma si aggiornino, lo dico per loro, ne otterranno la dovuta visibilità e il giusto scandalo presso i media e l’opinione pubblica.

Continuare così è proprio uno spreco… perchè, se andiamo a vedere, di materiale ce ne sarebbe eccome, di morti sul lavoro in Italia ce ne sono quattro al giorno.

E dove lo trova Bruno Vespa un Serial Killer così zelante? Avete idea delle puntate di Porta a porta che potremmo farci…


“Arbeit macht frei” da imagesofme.splinder.com

La crisi dopo la crisi: l’ultima pagnotta nella “società liquida”.

Quella che stiamo vedendo adesso è la crisi finanziaria poi, e soltanto poi, arriverà la crisi economica. Io ho paura della crisi economica, una paura fottuta. Anche se certo non mi farebbe piacere quello che mi spaventa della crisi  non è il dover abbassare il mio tenore di vita. Riguardo alle condizioni economiche sono piuttosto fatalista, immaginando  di vivere  75 anni è  da cretini non aspettarsi di incontrare momenti davvero  difficili, in tre quarti di secolo cambiano un sacco di cose. Un uomo preso a caso nato nel 1905 e morto 80 anni dopo avrà visto distruzioni, ricostruzioni, guerre civili, svariate recessioni, crisi iperinflattive, una grande depressione e due guerre mondiali. Se pensi  di campare a lungo come minimo devi essere un po’ fatalista e quel tanto intelligente da non contrarre mutui trentennali a tasso variabile.
Non mi spaventa l’abbassamento del tenore di vita anche perché pur non avendo motivi stringenti per fare a meno del superfluo, lo so ancora riconoscere come tale.

Quello che mi spaventa, e molto, di un’eventuale crisi economica è la reazione della gente: quando ci sono due persone e quattro pagnotte di pane, la situazione è sotto controllo. Almeno fino al prossimo pasto.

Quando pero’ la pagnotta è una soltanto ci si trova davanti ad un Aut Aut: o la si divide in due parti uguali e ci si rimbocca le maniche per piantare il grano oppure il primo che afferra il coltello mangia e l’altro  finisce sgozzato al campo santo.

Io li vedo gli italiani, li guardo in faccia tutti i giorni.
Li vedo già uno davanti all’altro, con l’ultima pagnotta nel mezzo a dover prendere una decisione. Lo sguardo sorridente, il volto rassicurante ma teso, le mascelle appena un poco serrate e la mano, svelta, che scivola verso il coltello.

Io li vedo perchè li ho già visti, mille volte nella Storia in altri posti e sotto altre bandiere.
Io li vedo, ma non li riconosco, perché sono un figlio delle quattro pagnotte.

Disilluso come elettore, apatico come cittadino, precarizzato e individualizzato come lavoratore, lontano da qualunque idealità morale, religiosa o politica egli chiede ancora insistentemente di essere appagato ma nell’unica veste con cui la società lo riconosce e nella quale egli stesso si percepisce, cioè come consumatore.
La gente non si è civilizzata è soltanto sazia e quando avrà fame, se il piatto sarà vuoto cercherà un nemico.
Il consumo definisce l’essere umano contemporaneo e non importa cosa accada attorno a lui, finchè la sua dimensione di consumatore è salvaguardata egli ha un’identità e un obbiettivo. Questa  monodimensione totalizzante che si è sbarazzata o ha cooptato tutte le altre,  è anche l’unico argine rimasto alla convivenza civile, poiché crollato questo l’uomo contemporaneo si disintegra, sprofonda in vuoto assoluto. Non c’è rete sociale, non c’è rivoluzione, non c’è spinta culturale che possa aiutarlo a ridefinirsi.

Nella società dei consumi una crisi economica vera, di portata storica intendo, si porta dietro milioni di crisi esistenziali individuali. Enormi masse confuse fatte di individui altrettanto confusi.

Il malumore della bestia per il momento è soltanto strisciante, la sua natura non è cambiata, semplicemente, in tempo di abbondanza si è fatta  negoziale e mercantile, sempre piu’ spesso truffaldina. Vuole anche la pagnotta altrui ma avendone già altre, non è disposta a spargere sangue per procurarsela, si accontenta del raggiro.

A volte mentre si reca al lavoro, educa i figli, discute dell’amministrazione pubblica e magari si lamenta di come negli ultimi anni il numero delle pagnotte sembri diminuire gradualemente, se la osservate con attenzione, tra sorrisi cordiali e gesti inoffensivi la vedrete accarezzare distrattamente il coltello.

Quando il cibo scarseggia dovrà tornare a scegliere e, per quello che posso vedere, non ho dubbi su cosa sceglierà.

Purtroppo, sommo limite di ogni idea di progresso sociale collettivo,  per cooperare serve un gruppo affiatato di gentiluomini, per competere invece  basta un branco di iene affamate.

L’alba della terza Repubblica: le istanze.

Le istanze.
Oggi va gia’ meglio e
volevo approfittare per specificare un paio di cose sul post precedente. La prima è che nell’individuazione di D’Alema come traghettatore principale della base elettorale del PCI verso posizioni di centro e del conseguente annientamento della sinistra italiana, non  mi riferisco a nessuna trama né complotto. E’ stata un’operazione politica assolutamente trasparente, evidente a chiunque  non fosse troppo impegnato a voler guardare altrove.

Inoltre, non mi sono mai sognato di difendere gli interpreti della sinistra scomparsa ne’, tantomeno, di ridimensionarne le responsabilità.

Non e’ mia intenzione rimpiangere Boselli, che candida De Michelis e offre una poltrona a Mastella, per dimostrare non si sa cosa, in questa  perversa visione per cui il garantismo dovrebbe coincidere con la santificazione dell’imputato.

Non versero’ una lacrima su  Giordano o Diliberto.

Difficilmente dimentichero’ Bertinotti mentre ad Annozero non riusciva ad avere la meglio sulla Santachè a proposito delle politiche sociali sulla casa, né quando alcune settimane prima conversava amabilmente a Porta a Porta con Fini, cercando “punti di contatto” tra le rispettive analisi (ovviamente Fini prendeva le distanze schifato).

Posso soltanto essere contento della fine della parabola politica di Pecoraro Scanio, dopo che da ministro dell’ambiente “verde” si e’ fatto sorprendere dall’emergenza rifiuti. Le emergenze in Itaia sono cosi’: ti piovono addosso a dieci anni dal proprio inizio. E proprio quando sei ministro! Che sfiga. Non ci si aspetterà mica che il leader di un partito ambientalista abbia una comprensione profonda e lungimirante di un disastro ambientale in corso da dieci anni?

Al contrario, sono le istanze di cui questi uomini e questi simboli non si sono fatti carico, o lo hanno fatto in modo inadeguato, che non dovrebbero sparire politicamente. Valutiamo l’attuale parlamento:

  • Non c’e’ un gruppo parlamentare completamente laico, ci sono cattolici ovunque.
  • Non c’e’ un partito marcatamente ambientalista.
  • Tutti gli eletti in passato hanno votato per il pacchetto Treu, per la legge 30 o per entrambi.
  • Tutti i partiti hanno legami, amicizie o rappresentanze in Confindustria.
  • Tutti i partiti hanno votato a favore dell’Afghanistan.
  • Tutti sono a favore della TAV, della base di Vicenza, degli inceneritori e del carbone pulito.

Lavoro, ambiente, politica estera, infrastrutture e si potrebbe continuare.   Istanze importanti che fanno riferimento a queste questioni escono dal parlamento.

Che microcosmo si crea in un’assemblea in cui, per fesso che sia, non c’e’ neppure un eretico?
La morte del dubbio, il pensiero unico.


La presenza dei partiti scomparsi non avrebbe cambiato una virgola sul piano delle decisioni politiche, è chiaro. Nel migliore dei casi si sarebbe ottenuta qualche domanda scomoda nel question time e qualche denuncia sociale durante i dibattimenti, ma la loro scomparsa rimane un fatto storico.

I problemi restano e torneranno sul tavolo in una forma o nell’altra. Forse avverrà in modo inaspettato, lontano dalle forbite ellissi Bertinottiane e dalla rappresentanza elettorale velleitaria che ormai questa sinistra rappresentava.

 

La Storia si compie: la balena bianca d’Europa e il tramonto del sol dell’avvenire.

Mentre in Spagna Zapatero segna il suo trionfo e insedia un governo fatto  di giovani e di donne in Italia la sinistra scompare nell’oblio definitivo. Per chi non se ne fosse accorto infatti, a parte la lega che si colloca piu’ a destra ed e’ emarginata in Europa per le proprie posizioni, TUTTE le forze entrate nel parlamento italiano aderiscono al Partito Popolare Europeo (*). E’ la grande vittoria della balena bianca.

Per la prima volta dal ’48, nella prossima legislatura nel parlamento italiano non ci sara’ un solo comunista.

Per la prima volta dal ’48, nella prossima legislatura non ci sara’ un solo socialista, inteso come aderente al PSE.

Non nasce nessuna nuova sinistra nel PD perche’ l’attuale segretario l’ha detto chiaramente, <<Siamo riformisti>>, concetto assolutamente vuoto se non si spiega quali riforme vogliono fare e a quale tipo di societa’ esse conducano, <<non siamo di sinistra>>.

Qualcuno se la stara’ prendendo con Berlusconi e la sua legge elettorale indegna, qualcun’altro col suicidio di Bertinotti che ha preferito una poltrona istituzionale alla difesa di quelle istanze che era chiamato a proteggere nel precedente governo. Sbagliano tutti.

Sbagliano, perche’ questa situazione avra’ pure molti padri ma e’ il grande successo politico, l’unico, di un leader mediocre che ha lavorato alacremente a questo risultato per quasi vent’anni: Massimo D’Alema.


Avete continuato dal 1994 a guardare Berlusconi, lo avete studiato e vivisezionato. Lui, Berlusconi,  il virus.

I virus pero’ ci sono sempre stati, ci saranno sempre, ci sono anche altrove. Abbiamo inventato il fascismo, noi. Abbiamo avuto presidenti del consiglio mafiosi. Abbiamo avuto presidenti del consiglio ladri. C’erano le bombe di Stato, il terrorismo rosso e nero. Si e’ sparato spesso per strada dall’unita’ d’Italia ad oggi.

La vera anomalia in democrazia non sono  i virus, ma e’ l’assenza di anticorpi. La vera anomalia e’ chi questi anticorpi li ha distrutti e sterminati per vent’anni chi, vestito da medico, sabotava l’ospedale.

Compagni, vi siete guardati dall’uomo sbagliato, chi vi trombava era l’ altro.

Non ho votato e non ho rimpianti, questo era l’unico esito possibile viste le premesse. Meglio la morte che la marginalita’, meglio rinascere che rifondare e riparare in eterno o, in fondo, meglio morire.

E’ una data storica, di portata enorme.

E’ la vittoria di chi <<fa’ squadra coi banchieri>> e chiede il voto agli operai. E’ la retorica del paese normale non la teoria, perche’ chi la ha concepita non e’ in grado di produrre teorie.

Adesso avrai il tuo paese normale compagno Massimo: il bipartitismo, il rispetto dell’avversario, la bicamerale, la politica del dialogo, la tua oscena idea di progresso, la tua perenne rincorsa ad una modernita’ che non hai mai capito.

Sono un anarchico e un uomo di sinistra e questa non e’ la mia sconfitta.
E’ la tua vittoria compagno e questa e’ l’Italia che volevi,  prendi il timone e scruta l’orizzonte in cerca di altri capitani coraggiosi.

Si addensano nubi nerissime e vi aspettano sfide difficili.

Vedo facce tristi tra i compagni in giro, pensano a Berlusconi.

Io me ne fotto e non posso fare a meno di pensare a Gramsci, Bordiga, Turati, Pertini, Berlinguer e tutti gli altri compagni.

Poi domani passa lo so, ma stasera va cosi’, tra nostalgia e cordoglio.

 

 

 (*) O,  per essere precisi navigano a vista in un limbo indefinito comunque a destra del PSE.

L’idea puo’ non piacere, ma il problema in Italia è soprattutto generazionale.

Il governo è caduto e non dubito ne verrà uno peggiore, ma il disastro italiano proseguirà più o meno alla stessa velocità: il bipolarismo italiano è un polmone artificiale perfettamente adatto a prolungare l’agonia del paese. Tutti nel sistema politico aspettano una congiuntura economica favorevole che la loro stessa macchina decisionale non permetterebbe di cogliere. Vorrei fare un passo indietro all’articolo del New York Times proprio a questo riguardo.


Scrivendo che l’Italia è un paese depresso, sfiduciato e in declino il New York Times non esprime un’opinione si limita a constatare un fatto. Dovrebbe fare invece pensare il fatto che persino la stampa americana, che notoriamente ha una visione stereotipata e superficiale di tutto ciò che non accade tra le Boston e l’Alaska, soprattutto se riguarda un paese ininfluente come il nostro, se ne sia accorta prima che qui si sia neppure intravista la fine del tunnel. Risponde col piglio del revanscista indignato il Presidente exComunista, che cita Adam Smith e sostiene di far conto sugli spiriti animali dell’imprenditoria italiana. Omettendo che l’unico animale a cui questa imprenditoria può essere accostata è un’avvoltoio che si ciba della carcassa dello Stato.

La questione generazionale: il merito, la casa, il lavoro.
Questo è un paese in cui un ricercatore di trent’anni , uno scienziato, guadagna spesso quanto un operaio della stessa età. Lo stesso operaio spesso non può permettersi di comprare una casa ed è costretto a pagare affitti vessatori vedendo frustrata sul nascere la possibilità di pianificare il proprio futuro e farsi una famiglia.
Dovrei aggiungere una premessa alle affermazioni precedenti: senza chiedere aiuto a nessuno. Naturalmente non si troverà in questa situazione chi appartiene ad un ceto benestante che possa procuragli un’appartamento e magari metterlo a lavorare nello studio o nell’azienda di famiglia.

In parole povere l’Italia ha un problema generazionale, che diventa anche un problema di meritocrazia che la rende sempre più un paese classista.

Anche se siete dei bolscevici radicalisti (ripijateve) la questione del merito è cruciale, perché se all’estero vengono meglio pagate le giovani élite fanno i bagagli e il paese le perde. Non c’è nessuna cortina di ferro a poterle fermare.
Dal momento in cui i giovani laureati spesso fanno lavori squalificanti o, pur esercitando la loro professione, sono sottopagati il lavoro diventa sempre meno la discriminante e il divario è sancito anche dal possedere o meno una casa.

Prendiamo un manovale che guadagna mille euro al mese che spende tutti e possiede una casa da 70mq nella periferia di Roma, questi avrà nella casa un capitale di 300000 euro.

Un giovane quadro aziendale di famiglia nullatenente che guadagna 2000 euro al mese (stipendio piuttosto raro per il quale si passa quasi per privilegiati) e spende anche lui mille dei suoi duemila, quindi si permette lo stesso stile di vita dell’operaio, impiega volendo prendere un mutuo (che a queste condizioni non gli darebbero mai) quarant’anni per raggiungere quei 300mila euro di capitale immobile.

Se avevano 30 anni entrambi 30 + 40 = 70: e la vita se ne è andata.

L’edilizia popolare è ferma da vent’anni perché “gli italiani sono un popolo di possessori di casa”, ma chi non lo è rimane tale o vende la propria vita ad una banca.

Quindi la discriminante è la casa forse più del lavoro, fermo restando che le condizioni di quest’ultimo per le giovani generazioni sono pessime, sia in assoluto sia rispetto allo status quo occupato dalle generazioni precedenti. In realtà quelle descritte sono le situazioni più rare perché in Italia la fluidità sociale(*) è minore che negli Stati Uniti, dove in teoria avrebbero un sistema educativo e universitario che pare ritagliato apposta per far sì che i ricchi si tengano i loro soldi attraverso le generazioni. Questo vuol dire che in Italia il figlio di un operaio fa spesso l’operaio e il figlio di un professionista fa spesso il professionista, quindi la casistica ricadrà più spesso nella figura dell’operaio che non eredità e del laureato che parte con un capitale in tasca.

Spartiacque. Divari profondi che vanno oltre il merito personale e che fanno riferimento ad una sfiga dinastica, sia di essere nati nella generazione sbagliata sia dal ceppo povero di quella precedente.

Nelle mani dell’ultima generazione non c’è nulla. Per entrambi i fattori di base, cioè la casa e il lavoro, devono guardare alla generazione precedente con scarsa possibilità di far conto sulle proprie forze.

Il ricambio generazionale e la questione del potere.
Resterebbe un’ultima via a poter incidere sui fattori economici sopra elencati: il potere. Il potere di riequilibrare la società è essenzialmente un potere politico, ma la politica è stata risucchiata dall’economia e dalla finanza in un paradigma economico-ideologico che non permette grandi interventi sociali. In più il potere politico residuo resta in mano a una classe dirigente vecchia e inetta che alle prossime elezioni, dopo averne avuto già per quindici anni, ci presenterà di nuovo di fronte Berlusconi contro un prodiano.

Gli stessi che hanno lasciato che si creasse, quando non determinato, lo stato di cose attuale.

Ci si aspetterebbe che questo potere venisse rivendicato dalle nuove generazioni con un’azione politica energica, una rottura generazionale, una lotta doverosa. Qui emerge il paradosso più forte però: quello che la generazione precedente ha educato la presente alla non-ideologia e alla non-idea. Se fai politica contro di loro fai antipolitica e forse sei un criminale.

Una generazione di rivoluzionari falliti che educa la successiva all’accondiscendenza quando non all’individualismo rapace, comunque a scartare in partenza le ipotesi di cambiamento. Una generazione di leader in particolare (politici, sindacali, imprenditoriali) che ha sfruttato l’eredità elettorale e sociale dei grandi partiti di massa, che in gioventù aveva spesso contestato, per dar vita ad un sistema che persegue la cristallizzazione dei propri privilegi.

Soprattutto i leader dicevo, ma anche una parte di chi li ha seguiti.

Con tutti i dovuti distinguo personali i giovani degli anni novanta scesero spesso in piazza per difendere le pensioni dei loro nonni e l’articolo 18 dei loro padri, ma quando si trattò di approvare il pacchetto Treu e la legge 30 tutto avvenne in un silenzio assordante delle organizzazioni politiche e sindacali, che firmarono “per il bene del paese”.

style Il mantra politico-culturale dominante ascoltato in questi anni lo conosciamo tutti: “La fine delle ideologie” che diventa fine delle idee di trasformazione sociale quando non delle idee tout court, “Scordatevi il posto fisso” mentre chi ce lo ha se lo tiene stretto, la svendita del patrimonio dello Stato ad un’imprenditoria cialtrona e ammanicata per poi finire in mano alle banche, “Siate imprenditori di voi stessi” vale a dire adattatevi al mercato e sconfiggete la concorrenza dei vostri coetanei mentre noi facciamo da arbitri, “andare in piazza non serve a niente”, “la politica è una cosa alta”, il “bipartitismo” tra due partiti che professano la stessa fede politica, l'”alternanza” che non alterna nulla fuorché le apparenze. Cristallizzazione.

I Bamboccioni.
Questo paese agonizza ormai da troppo tempo e personalmente preferisco vederlo andare a sbattere in mano ad una classe dirigente di 30 o 40 anni piuttosto che vederlo rantolare appeso agli intrallazzi del vecchio potere. Comincia a diventare irrilevante se le nuove leve saranno migliori o peggiori perché comunque questo è il loro tempo e il futuro è il loro futuro.

Alessandro a 20 anni dominava il mondo, oggi a trenta devi sentirti dare del bamboccione da chi ti ha costretto ad esserlo. Eppure il bamboccione rispetto a chi lo ha precedeuto ha mediamente un titolo di studio più elevato, non ha un “blocco psicologico ad usare il computer” , spesso parla inglese e tramite Internet e i voli low cost vive e conosce un mondo più vasto. Si parla di competitività soltanto quando c’è da frenare i salari, mentre i più adatti a competere vengono marginalizzati o li si lascia emigrare.

Mi spiace, in Italia il problema è soprattutto generazionale.

Trovo inelegante e poco originale postare un video il giorno dopo che questo è comparso sul blog più seguito d’Italia, ma ci sta particolarmente bene e il post l’ho scritto in realtà qualche tempo prima.

(*) La possibilità cioè di nascere in una classe sociale e morire in un’altra.

La dose minima tollerabile di fascismo.

Il nostro aitante parlamento, dopo che il governo aveva sbandierato questo impegno in campagna elettorale, ha deciso che la sospensione dello stato di diritto, la tortura e l’uso politico con modalità cilene delle forze dell’ordine da parte del governo non siano eventi degni di indagine da parte di una commissione parlamentare.

Noi che siamo nati nella democrazia e nell’illusione di avere dei diritti inalienabili nel luglio 2001 abbiamo scoperto che l’una e gli altri sono revocabili e non soltanto in un contesto operativo di emergenza dell’ ordine pubblico, ma a freddo con premeditazione, nelle buie celle di una caserma adibita a tale scopo, lontana dalle telecamere, dal biasimo della gente di comune buon senso e dalla Costituzione.

Evidentemente la nostra è una democrazia flessibile e moderna dove un po’ di fascismo ogni tanto ci puo’ pure stare, ma guai a far sì che questa diventi una verità ufficiale: se così non fosse nessuno avrebbe temuto l’indagine sulla Diaz e su Bolzaneto.

Menzion  d’onore ai  signori bugiardelli della CDL e di Forza italia in particolare secondo i quali “si volevano processare le forze dell’ordine”. Eh no, cari i miei paraculi… gli agenti delle forze dell’ordine che si macchiarono di quegli atti sono già sotto processo dalla magistratura per quello che accadde, così come lo sono alcuni dei manifestanti che compirono le devastazioni. Una commissione parlamentare ha innanzitutto il dovere di giungere ad una verità ufficiale accertando le responsabilità politiche non quelle giudiziarie. Quindi al solito è l’interesse del loro padrone e dei suoi ministri e fedeli alfieri dell’epoca che si sono preoccupati di salvaguardare.

Il patetico teatrino delle assenze in aula e delle astensioni centriste non concede nessuna attenuante a questa maggioranza, peraltro non dissimile nella composizione politica da quella che sosteneva un gorverno implicato in vicende analoghe alla caserma Raniero di Napoli pochi mesi prima dei fatti di Genova.

La vicenda getta però una particolare onta sui Radicali e i loro “diritti civili” iperdemocratici che tanto imprescindibili non devono essere se cambiano di importanza al cambiare del contesto e del colore politico delle vittime. Grazie tanto ai miei signori liberali, liberisti e… libertari.

Una bella domanda andrebbe posta invece al signor Di Pietro e ai suoi due rappresentanti dell’IDV (uno assente e l’altro che ha votato contro) che giocano a blandire la piazza evocata da Grillo contando già i voti che mi auguro non avranno. E se i prossimi ad essere trascinati sanguinanti sbattendo il grugno sui gradini di marmo nel cuore della notte a causa di false prove,  obbligati a cantare canzoncine fasciste in piedi faccia al muro per ore, mentre assaggiano rivoli di sangue che colano dai buchi dei propri piercing strappati con le pinze fossero i docili Grillini? Che si fà? Si chiede una commissione d’inchiesta? E con che faccia?  Del resto i grillini non hanno ancora assaggiato il manganello(*) e le sacche di voti che le forze di pubblica sicurezza garantiscono ad AN fanno evidentemente gola all’uomo d’ordine Di Pietro.

Purtroppo il gioco della democrazia è un gioco faticoso che non permette deroghe, ambiguità e sospensioni neppure per una sola notte.

Una notte è un battito di ciglia se passata tra le lenzuola pulite del proprio letto, ma può diventare ben più lunga fino a marchiarti a  vita se trascorsa in mezzo al puzzo del tuo sangue sorvegliato dal freddo abbraccio del boia di turno.

O la democrazia è una necessità e la si interpreta in modo tale che il sistema sia autocosciente, nel senso che ogni suo deragliamento sia riconosciuto come tale e ritenuto inaccettabile, oppure essa non è. E’ soltanto l’ennesimo autoritarismo oligocratico benigno e sedicente, al più una comoda e ipocrita democrazia con riserva.  Non esiste una dose minima tollerabile di fascismo in democrazia: ci sono diritti e sanzioni per chi li calpesta.

Questo dovrebbe essere particolarmente chiaro ad un governo che si dica anche soltanto in parte di sinistra.

Dimenticavo, di governi di sinistra in Italia non ce ne sono mai stati e questo, all’ennesima prova del nove, men che mai.

(*) Spero non lo assaggeranno mai, ma non ci scommetterei.

“Fight Club” e il malessere di una generazione.

FIGHT CLUB. Preparavo un post su ozia che parlasse del libro “Fight Club” di Chuck Palahniuk e del film che ne hanno tratto. Le mie riflessioni sono deragliate in un post troppo lungo, che non parla di libri, più adatto a questo blog. Le riflessioni che seguono sono influenzate dalle immagini evocate da questo post di Stavroghin e da questo di Lilith. Infine, se davanti al film o al libro vi siete indignati per la violenza del “Fight Club” in quanto tale smettete di leggere credo questo post non v’interessi. Basta preamboli quello che segue, banale o no, è quanto mi andava di scrivere.


Il romanzo di Palahniuk (1996) splendidamente riadattato da Fincher (1999) è, tra quelle che conosco, l’opera che più di ogni altra coglie il connubio tra l’estetica di questa generazione e il suo malessere. Parlo della radicalità delle immagini che campeggiano sul vuoto esistenziale, del sottile e disilluso sarcasmo, della rappresentazione sistematica della  distruzione degli oggetti primo fra tutti il corpo umano, delle atmosfere in cui risalta il contrasto tra una dimensione interiore con le sue fosche tonalità dark, l’esteriorità mediatica sgargiante e patinata e la grigia ordinarietà del quotidiano. Quella da cui nasce Fight Club è creatività nata nel consumismo e dal consumismo che prima di tutto si rivolge verso di esso e contro di esso, contro il prodotto e la sua accezione più indistinta e soffocante: la merce.

Nella merce anneghiamo, della merce non sappiamo fare ameno.

La dialettica con la quale si interagisce con noi è di tipo negoziale e il lessico che ci definisce appartiene al vocabolario del commercio. Il nostro lavoro è un mercato, la nostra professionalità e la nostra immagine  vanno vendute, i nostri modelli esteticamente irraggiungibili ed emotivamente posticci, veicolano prodotti e non idee, siamo chiamati ad essere imprenditori di noi stessi, per la nostra azienda siamo risorse umane, le nostre aspirazioni si devono esaurire nell’edonismo del consumo e per raggiungerle dobbiamo essere veloci, flessibili, pronti ad adattare la nostra offerta a qualsiasi domanda si produca nella società.


Merce, troppo spesso, è quel che finiamo per sentirci.

Viviamo in una società mercantile avanzata e visiva e con essa dobbiamo confrontarci, nel conformismo o nella ribellione, poco cambia. Deposto il bastone veniamo spronati da carote sempre più grandi e colorate è vero, ma si continua a trattarci da asini. Lontani dagli stenti vissuti dalle generazioni precedenti che ci vengono perennemente rinfacciati, lontani dalle lotte di cui soltanto alcuni di essi furono protagonisti e di cui tutti immancabilmente finiscono per appropriarsi, siamo abituati ad essere trattati da bambini senza più esserlo da un pezzo. Dell’infanzia  però  manteniamo il velleitarismo della  dimensione ludica, consapevoli che  nessuna nostra azione produrrà reali cambiamenti fuori dalla strettissima sfera del privato.


Viviamo in perenne ricerca di autenticità, pur non essendo per questo meno autentici individualmente. Non siamo cittadini ne parìa, non siamo uomini liberi ne schiavi: siamo consumatori e il consumo è un’attività da espletarsi singolarmente. Una massa sì, ma non una rete(*), una massa senza collegamenti interni collegata all’unico HUB dei centri di produzione delle merci, dell’informazione, della pubblicità e della propaganda.


Non possiamo scegliere di essere radicalmente contro a meno di accettare un ruolo luciferino, perché sappiamo di vivere in un paradiso: il paradiso dei beni. Non possiamo essere radicalmente a favore perché è palese che questo paradiso è fatto di plastica.


Non possiamo essere rivoluzionari perché l’ultima delle barcollanti rivoluzioni sociali fallì prima che nascessimo. L’unica rivoluzione che ci è stata concessa è quella individuale, quella esteriore continua e insaziabile del look e quella interiore dell’automiglioramento veicolata dai fenomeni new age degli anni novanta. Di quest’ultima restano la rapidissima e immancabile commercializzazione, la mania per l’esotico, le farneticazioni spiritualistiche del nirvana a buon mercato (**) e quelle superomistiche di chi viaggia in astrale il giovedì pomeriggio(***).


Fight Club rinnega tra le altre cose l’automiglioramento e con esso la pseudo-rivoluzione new age cogliendone il declino per tempo.


Sia nel finale laconico e sfumato del libro, sia in quello spettacolare e romantico del film si consuma l’attesa dell’Apocalisse: in un caso quella individuale ed interiore nell’altro quella sociale e fisica. Viviamo nella consapevolezza inconscia che il paradiso che ci contiene, ci da un tetto, ci soffoca e talvolta ci appaga; crollerà.


Mentre vediamo le crepe nei muri allargarsi, nei nostri sogni e nella nostra arte quasi ci auguriamo il disastro pur non sapendo provocarlo.

Perché dopo il crollo dalla cui responsabilità fuggiamo, vi è una ricostruzione che in cuor nostro non vediamo l’ora di mettere in atto.

Nel malessere di una generazione c’è la necessità di una sfida che ci veda in gioco come esseri umani, qualunque cosa voglia dire, e non come consumatori.

Di questo parla Fight Club e qui stanno la sua attualità, ad oltre dieci anni dalla prima pubblicazione, e la sua grandezza.


(*) Questo è il cambiamento più decisivo rispetto a quando il libro venne scritto. Oggi molti di noi sono in rete tra loro: questa rete. Difficile volendo immaginare una possibilità di riscatto e che non passi in qualche modo da qui. L’undici settembre, in questo contesto, non è un cambiamento è soltanto l’ennesima crepa sul muro.

(**) Non s’offenda nessuno, parlo della maggioranza.

(***) Mi riferisco più alla Marvel che a Nietzsche, più all’orribile libro di Redfield che al meraviglioso Zarathustra: forse quanto di peggio e quanto di meglio m’è capitato di leggere.

Live earth: Gore e Madonna salvano il mondo.


Ho apprezzato il film di Al Gore,  se non altro  per i contenuti, e condivido le preoccupazioni ambientaliste. Se potessi fare un augurio ai figli che non ho, augurerei loro una rivoluzione verde, da farsi subito, di cui questi possano raccogliere i frutti quando (non)avranno la mia età. Comprendo anche la strategia di Gore sull’eco-business, nel senso che o il capitalismo trova il modo di farci i soldi su questa rivoluzione, o saremo costretti a scegliere tra esso e  la prospettiva di avere ancora un pianeta vivibile. Non me ne vorranno gli apologeti dello sviluppo a tutti i costi, ma tengo più alla seconda che al primo.  Se di eco-business si dovrà parlare  questo dovrà  partire in fretta, per non dire da subito, cioè entro un orizzonte temporale in grado di conciliare il principio di precauzione ambientale, il cui limite rischia di essere già stato valicato, e le logiche legate al ritorno degli investimenti e all’apertura di mercati di consumatori eco-sensibili o eco-sensibilizzati loro malgrado. Con questo non è che io voglia remare necessariamente in direzione delle esigenze del capitalismo industrialista è che, pragmaticamente, più ci si oppone ad esso in modo frontale più le cose rischiano di diventare lunghe e difficili. In un mondo di consumisti e di aspiranti tali, non esiste ad oggi una consapevolezza ambientale capace da forzare la mano al sistema fino  a fargli abbandonare il paradigma della crescita a tutti i costi. Già ottenere in tempi brevi l’abbandono di un’idea di crescita basata sugli idrocarburi, sarebbe un risultato inaspettato. Allo stesso modo chi pensa che le forze del mercato correggeranno la rotta da sole, senza pressioni, senza una volontà politica (vera e non soltanto verticistica, non mi aspetto nulla da Kioto e dal G8) e senza dover rinunciare a qualche profitto immediato è soltanto il solito visionario idolatra del fantasma di Adam Smith. Si dovranno credo costruire improbabili sinergie (brutta parola lo so) tra il mondo qual è e il mondo quale potrebbe essere, perchè il tempo a disposizione per capire da che parte andare  e come andarci non sembra essere molto.  L’alternativa è che tra qualche decennio la catastrofe scelga al posto nostro: in quel caso non vorrei essere nei panni dei figli che non ho, né nei miei quando (non)mi chiederanno di rendergliene conto.

Detto questo, con questi concertoni mondiali hanno rotto il cazzo.

Se penso che l’eco-business  dovrà inevitabilmente giocare un ruolo in qualsiasi strategia di riduzione delle emissioni che si voglia decidere di adottare, non credo invece affatto nell’ eco-showbusiness. Affidarsi a Bono Vox, perchè la gente ascolta soltanto i Bono Vox, mi pare parte della problema e non della soluzione. Siamo ancora più nella società delle immagini che in quella dell’informazione e si continua a far finta di non capire questa gente rappresenta innanzitutto degli stili di vita da invidiare ed emulare, irraggiungibili icone che, a parte qualche canzone,  veicolano soltanto mode. Se la svolta ambientalista ci viene venduta come una moda, rischia di esaurirsi in essa. Davvero ci affidiamo a queste mega passerelle ipocrite buone per far lavare la coscenza a qualche nuovo messìa verde, che nel prossimo video scenderà dall’ennesima Rolls-Royce? Ora, pragmaticamente, posso rassegnarmi che la salvezza del pianeta mi venga in qualche modo anche venduta (del resto se ci hanno venduto la fame nel mondo al Live8 questo è il minimo), ma deve vendermela per forza Shakira? Il tutto in un evento mediatico dove ci passano un’indecente  pubblicità progresso di tre minuti sul dovere nazionale di comprare la nuova 500(*) quando nessuno prende a calci in culo la FIAT per farle fare un modello di auto ibrida come la Toyota fa da cinque anni?

Madonna, che ogni volta che va a fare la spesa con l’aereo privato consuma più petrolio di quanto un abitante del Ghana farà in tutta la sua vita, ha già salvato l’Africa dalla fame. Non è che, poverina, la staremo caricando di troppe responsabilità?

(*) Nella nuova pubblicità tra i testimonial involontari (almeno quelli morti) passati su lunghi primi piano in bianco e nero ci sono Falcone, Aldo Moro e Giorgio Napolitano! Il Presidente della Repubblica mi sta vendendo un’automobile e nessuno dice un cazzo! Devo farci un post, puttana eva.

Dalla festa dell’Unità al Democratic Party.


Ieri sera col TL e un altro amico ci siamo recati a ciò che rimane della Festa dell’Unità: quella manifestazione cioè che non è più una festa dell’Unità ma ne usurpa impunemente il nome. Ho incontrato P. il giovane  segretario della sezione DS del quartiere dove sono cresciuto il quale ne approfitta per raccontarmi le ultime lacerazioni di partito. P. è sempre stato una brava persona e  anche se a forza di fare carriera politica è destinato ad diventarlo sempre meno, mi faccio raccontare volentieri ciò che avviene dalle sue parti. Il mio (ex)quartiere è una roccaforte storica DS che di recente si è trasformato da rione popolare abbandonato a se stesso e alla malavita come era stato negli anni ’70 e ’80, a costosa vetrina della Roma “mangni bene e te diverti” con tanto di sfilata rituale di politici sorridenti nel periodo elettorale. Quindi una sezione importante in un collegio neo-prestigioso. Dopo la scissione tra neo-Democratici e aderenti al Correntone (che P. chiama con disprezzo scissionisti manco si riferisse a una frangia del clan Di Lauro), nella sezione pare stiano lavorando i muratori per alzare un muro in cartongesso tra le due nuove mezze-sedi che ne nasceranno: dal muro di Berlino al muro di Fassino. Così vanno le cose.

Del resto sticazzi, mai votato DS, mai avuto tessere e mai frequentato sezioni di alcun partito.  Però sul Partito Democratico ho le mie idee così senza calcare troppo la mano e per evitare il rischio che mi vada per traverso la birra gli faccio un paio di domande, tanto per capire. Se avessi voluto andarci giù un po’ più pesante  gli avrei chiesto <<ma non ti vergogni ad essere compagno di partito con Paola “Silas” Binetti?>>, ma ho preferito non farlo.

Aramcheck: <<Ma non ti sembra che sto PD sia un contenitore vuoto?>>
P: <<No anzi! Io la vedo come una cosa tutta da riempire!>>

Ora, a casa mia, una cosa tutta da riempire è vuota, e glielo faccio notare.

Aramcheck: <<Ecco appunto: vuota. La dovete ancora riempire e già aderite entusiasti chiedendo alla gente di farne parte…>>
P: <<No non è vuoto! Stiamo lavorando per trovare le idee con cui costruire questa proposta, per metterci delle cose dentro. >>

Io sarò arcaico ma il linguaggio moderno del Grande Partito Democratico (GPD) proprio non lo capisco. Purtroppo sono legato a vetuste regole della logica per cui una cosa, in genere, non coincide col suo contrario: dove lo stato di “vuoto” si oppone allo stato di “pieno” e quello di “non pieno”, cioè “da riempire”, si avvicina a quello di completamente o parzialmente vuoto  e così via. Colpa mia, per carità. Mentre il Taxista Leninista al mio fianco già mostra segni di insofferenza faccio notare a P. che conoscendolo, mi sarei aspettato di vederlo con quelli che rimanevano meno a destra (lasciamo stare il concetto di piu’ a sinistra che di questi tempi è  utopico) e lui << No. Il percorso storico di un vero Comunista Italiano, di uno che era del PCI, culmina in modo naturale nel Partito Democratico. Poi qui c’è la parte sana del partito: Veltroni, D’Alema (*)…>>. A quel punto  alzo gli occhi al cielo e dietro di lui, illuminante, vedo troneggiare un manifesto con sopra un gigantesco bicchiere di Martini, scorza d’arancia, rametto d’ulivo invece dell’oliva e la scritta DEMOCRATIC PARTY.

E’ così che attraversando a testa alta la storia si evolve un vero comunista, non come gli scissionisti che fanno percorsi contronatura! Questo è il percorso “naturale” del Partito Comunista Italiano: dalla vecchia Festa dell’Unità al Party dei Democratici, dal materialismo dialettico alla neo-logica dei contenitori che non sono vuoti ma da riempire, magari col Martini e non certo col Lambrusco, vuoi mettere?

 

Metto qui sotto la foto di Gramsci, tenetela d’occhio, e appena comincia a piangere sangue come la madonnina di Civitavecchia, avvertitemi che la porto da Vespa.


(*) Se D’Alema è la parte sana di qualcosa spero di non vedere mai la parte marcia.

 

Sindrome allucinatoria da Skunk.

Dio stramaledica gli inglesi.
L’abiura dell’Independent, ha generato il solito stato allucinatorio nella politica e nei media italiani fornendo un nuovo argomento moda su cui dibattere a sproposito. Si è strillato allo scoop, all’inchiesta o addirittura alle nuove scoperte dell’Independent.  L’argomento forte del giornale inglese è basato sulla presenza in alcune  qualità di marjuana, tra cui la Skunk, di una maggior concentrazione di THC, tetraidrocannabinolo. In questi ibridi il THC è presente in quantità superiore al 20% rispetto a percentuali inferiori al 5% della cannabis di qualche anno fa. La destra si mostra sconcertata e compiaciuta, mentre la sinistra chiede nuovi studi sull’argomento, per bocca  di un ministro. Ecco, non si tratta né di uno scoop né di nuove  analisi, in quanto la cosa è di dominio pubblico da diversi anni. Per rintracciare l’informazione non c’era bisogno di  conoscere  qualche oscura pubblicazione specialistica  di chissà quale università del Nevada, visto che l’argomento è stato ampiamente dibattuto nel parlamento Olandese, qui nella UE.  Come si erano procurati i politici  olandesi questa sconvolgente notizia? Esattamente come poteva procurarsela chiunque altro, cioè entrando in un negozio olandese di semi di cannabis e richiedendo un depliant gratuito. Su questi depliant è riportato il pedigree di ogni varietà di cannabis, gli incroci di specie diverse da cui è stata ottenuta e, bene in evidenza, il  tasso  percentuale di THC contenuto. Stava scritto sull’etichetta. La Skunk la producono gli olandesi da decenni applicando la scienza botanica, disciplina peraltro piuttosto antica, alle qualità preesistenti di cannabis e creando nuovi ibridi.
I nostri  media si domandano turbati: Siamo di fronte ad una nuova d
roga? No, siamo davanti alla stessa vecchia droga con un tasso di principio attivo piu’ alto. Il rapporto che c’è tra la cannabis comunemente intesa e la Skunk è quello che passa tra una Peroni da tre quarti e una bottiglia di grappa. Al solito, si riconosce al consumatore la maturità per capire che a bersi una pinta di grappa si rischia il coma etilico, ma non per comprendere che una canna di White Widow o Super Skunk ti riduconoo come tre o quattro spinelli di erba normale non sono in grado di fare.
 Non voglio discutere sull’antiproibizionismo,  perchè piu’ che la posizione  proibizionista in sé mi irritano  disinformazione e ipocrisia. L’abiura dell’Indipendent è una posizione rispettabile,  la cagnara  che ci si sta alzando mi pare l‘ennesima cortina fumogena. C’è davvero una “nuova” emergenza droga? Forse.

Mafia, cocaina ed emergenze.
La droga che ha visto crescere maggiormente negli ultimi anni la propria diffusione non è la marjuana, ma la cocaina. La crescita dei consumi c’è stata sia in senso verticale, volumi  e numero di consumatori, sia in senso orizzontale, cioè raggiungendo  nuove fasce di popolazione, tra cui gli adolescenti. Ce n’è nei fiumi, sulle banconote e persino in parlamento. Oramai pippano tutti, si sente dire in giro per Roma.
A questa verità di Pulcinella dobbiamo aggiungere che l’abuso di cocaina fa piu’ male di quello dei  derivati della cannabis, secondo tutti gli studi conosciuti, ed ha maggiori impatti sociali in quanto, ad esempio, con la cocaina la gente si rovina economicamente,  fenomeno assai raro tra i consumatori di cannabis. Ma è forse l’ultimo termine di confronto  il piu’ significativo e riguarda la considerazione che la criminalità organizzata preferisce espandere il mercato della cocaina per una lunga serie di considerazioni razionali. Provo ad elencarle:

-La cocaina è piu’ redditizia per le mafie, in quanto considerando marginali in entrambi i casi i costi di produzione, i profitti sono maggiori: la cocaina viene venduta al dettaglio ad un prezzo tra le dieci e le venti volte superiore rispetto all’erba.

-La cocaina puo’ essere tagliata. Mentre “tagliare” l’hashish è difficile e la Marjuana quasi impossibile, la cocaina viene puntualmente tagliata con qualsiasi polvere bianca inodore. Questo aggiunge margini extra per il mercato illecito della distribuzione e moltiplica i rischi per il consumatore.

-La cocaina non puo’ essere autoprodotta. Nel caso della cannabis le mafie hanno sul mercato italiano un concorrente interno che si chiama autoproduzione. E’ pieno di consumatori che grazie al clima generoso e alle lampade alogene, coltivano Marjuana sul balcone e o in piccole serre artigianali. Ogni pianta produce anche alcuni etti di prodotto fumabile che non passa per il controllo della criminalità organizzata, sottraendole fette di mercato. Per la cocaina Mafia e Camorra detengono invece un lucroso monopolio.

-Il cocainomane è un cliente fidelizzato. Diretta conseguenza della maggiore dipendenza fisica e psicologica. La “rota” come si dice dalle mie parti.

– Ci sono poi le abitudini di consumo. L’affermazione che la coca sia la droga dei ricchi non è piu’ vera in sé, proprio per la diffusione orizzontale raggiunta, ma resta vero che la cocaina é anche la droga dei ricchi. Quale imprenditore (seppur criminale in questo caso) non preferisce vendere un prodotto che raggiunga anche i portafogli piu’ pieni? Inoltre a causa dell’instupidimento obnubilatorio che provoca, la cannabis è ben poco adatta ad essere consumata sul posto di lavoro, mentre è pieno di manager che per reggere allo stress tirano prima di andare in ufficio. Se consumi a casa come al lavoro, se consumi da solo come in compagnia, se consumano i ricchi e i poveri si  moltiplicano i volumi di vendita e quindi i profitti. E’ l’addressable market come  dicono all’ufficio marketing.

La droga è un mercato, la mafia ragiona come un’azienda e andrebbe colpita dove fa gli affari migliori, dove cresce di piu’ e dove provoca maggior danno.


Media, politica e l’Amaro Montenegro.
Le attuali tabelle della legge Fini-Giovanardi prevedono tolleranza maggiore per il possesso di cocaina che per quello di marjuana. La spiegazione data dagli esperti del precedente governo è che il cocainomane ha un comportamento compulsivo, quindi è autorizzato a tenerne di piu’ a fini personali (affermazione di Giovanardi). Leggasi: “la cocaina da piu’ dipendenza, fa piu’ male, la mafia ci fa piu’ soldi ma noi proibizionisti ci andiamo con mano piu’ leggera”. La Turco, quel genio, prova ad alzare il valore delle tabelle (portandole ad un grammo, provvedimento di facciata per l’elettorato antiproibizionista), ma commette un errore tecnico di interpretazione della legge, in quanto le quantità non possono essere stabilite arbitrariamente dal ministro. Il TAR boccia il provvedimento. Cialtroneria diffusa e bipartisan.

Intanto è partita la cagnara distrattiva sulla super-cannabis, la  nuova droga, lo “scoop” dell’Indipendent e naturalmente l’emergenza Skunk.
Tra una confusa trasmissione televisiva e l’altra, chi sulla coca ci guadagna si fregherà le mani e noi potremo vedere la pubblicità del taumaturgico Amaro Montenegro che permette, come è noto, di salvare cervi feriti e di atterrare con un biplano nel deserto.  A seguire, un interessante servizio del TG2 su come il vino faccia bene  alla mente, alle coronarie,  al sangue, mantenga giovani, belli e rappresenti il cuore del Made in Italy
Vi risparmio, per decenza, i dati sugli impatti sociali dell’abuso di alcol.

Detto questo – e soltanto dopo aver detto questo-  pur essendo su posizioni antiproibizioniste, non ho problemi ad ammettere che il consumo, e soprattutto l’abuso, di cannabis faccia inequivocabilmente male alla salute e la Skunk se consumata come fosse un’erba normale ti sfonda (se non quanto una pinta di grappa, poco ci manca). Lo so.
Me l’ha detto un amico.

 

“Il migliore”: da Togliatti a Turigliatto.

    VS  

Cazzo, guarda quanto gli somiglia, sarà mica il figlio?


Certo è che il nome di Turigliatto resterà legato alla piu’ grossa umiliazione subìta dalla sinistra radicale in epoca recente. L’umiliazione non stà nel non avere tenuto implotonato un senatore ribelle quanto nell’aver dimostrato a posteriori che questi aveva ragione. Nei dodici punti di sutura di Prodi e nelle dichiarazioni di Dalema c’è tutto il senso del gesto di Turigliatto.
Il nuovo ordine delle priorità  di un governo sorretto da almeno quattro partiti che si dicono esplicitamente di sinistra (Rifondazione, DS, PDCI e verdi) non compare  un accenno alla precarietà,  anzi non compare proprio la parola “lavoro”. Si è detto che il problema è evitare il ritorno di Berlusconi, eppure nei dodici punti non compare neppure la legge sul conflitto di interesse.  Non compare neppure l’abrogazione di nessuna  legge ad personam fatta dal precedente governo.

Con che coraggio allora si silura Turigliatto in nome dell’antiberlusconismo?

Quindi l’antiberlusconismo è il sostituirsi fisicamente a Berlusconi mantenendo sostanziale continuità politica e non, come credevo ingenuamente io, fare leggi che vadano in senso opposto a quelle promosse dal capo di Forza Italia?

Nei suddetti punti inoltre non compaiono i PACS, già ridotti a DICO, in quanto verranno votati da tutto il parlamento perchè, dice Prodi, su questi argomenti la libertà di coscienza è d’obbligo. Su questo punto mi vorrei soffermare un po’ di piu’ in quanto la logica di Prodi mi è particolarmente incomprensibile.

Il Presidente del Consiglio sostiene che dare diritti a chi non ne ha, senza toglierne a nessuno,  è una questione che  esula dai diktat di partito? Eppure stavolta non c’è il feticcio dell’embrione che potrebbe essere già  un essere umano di cui si lederebbe il diritto alla vita. Alla famiglia tradizionale non verrebbe torto giuridicamente un capello, ci si limiterebbe ad affiancarle un’altra forma di legame riconosciuto. E’ questione di coscienza dare diritti agli omosessuali? E perchè mai la coscienza di Prodi non pone veti quando si vogliono dare diritti ai metalmeccanici o alle donne in maternità? Si rischia che le coppie etero preferiscano i DICO al matrimonio? Meglio, vorrà dire che si sarà trovata una forma di legame riconosciuto dallo Stato che incontra maggiormente le preferenze dei cittadini.  Le leggi si fanno per questo o no?
Sta bene, rispettiamo la coscienza di Prodi e il fatto che il Papa strepiti per l’attacco ad un ente metafisico chiamato FAMIGLIA (sì, ente metafisico, perchè le famiglie quelle vere fatte di donne e uomini sposati, non hanno nulla da perdere dall’istituzione dei DICO).

Prodi è un uomo che riconosce le scelte di coscienza, ci mancherebbe.

Allora perchè il finanziamento di una missione militare di PACE dove stà per scattare una cosa chiamata offensiva di primavera  da ambo i lati è invece argomento degno di epurazioni? Il fatto che il brillante Ministro degli Esteri non abbia menzionato l’eventuale escalation del conflitto non puo’ aver sollevato qualche legittimo dubbio di coscienza a Turigliatto? La coscienza di Turigliatto davanti ai bombardamenti è cosa deprecabile mentre quella di Mastella davanti  a Ruini è cosa buona e giusta?

La libertà di coscienza di Prodi è in realtà un lavarsi la coscienza se i DICO verranno bocciati al senato avendo contro Lega, AN,Forza Italia, UDC, Udeur, qualcuno nella Margherita e qualche cariatide con la gobba che ci trascineremo fino alla tomba (la nostra perchè lui è immortale).

Io preferisco la libertà di coscienza di Turigliatto.
 
Se ci aggiungiamo che l’elettorato di sinistra è sostanzialmente, quando non entusiaticamente, daccordo nel riconoscere diritti alle coppie di fatto e in linea di principio, quando non radicalmente, contrario a queste ambigue missioni di pace, il cerchio si chiude.

Turigliatto ha detto no a un governo dove ti si concede libertà di coscienza se sei in linea col Vaticano e ti si epura quando non sei in linea con questa amministrazione americana niente affatto guerrafondaia e fascistoide. Turigliatto ha detto no ad un governo che non mette tra le proprie priorità la lotta al precariato che stà bloccando la crescita professionale, economica ed umana (sì umana, visto che col co.co.pro non si mette su famiglia né tradizionale né atipica) di un’intera generazione di italiani. Turigliatto ha detto no ad un governo che non ascolta i movimenti che lo hanno votato (TAV, Vicenza) e che anzi guarda con sospetto alle manifestazioni di piazza. Turigliatto ha detto no ad un governo salito al potere in virtù dell’antiberlusconismo e che poi  nulla fa contro  le leggi piu’ infami promulagate  da Berlusconi (non compare neppure l’abrogazione della Bossi-Fini).  Turigliatto ha detto  no  ad un governo dove il vice primo ministro  Dalema parla apertamente  di come  “una sinistra così (cioè radicale, cioè il PRC e Turigliatto) non serva al paese”. Lo stesso Dalema che pontifica mattina e sera su come sarà bello costruire un partito democratico che escluderà le ali estreme, ottenendo il privilegio di poter interloquire con personalità politiche del calibro di Casini e Buttiglione.

Turigliatto è un comunista e come tale si è opposto ad un governo che di sinistra, dopo un anno, già non ha piu’ nulla.  Io non sono comunista ma anarchico, e ritenevo opportuna la scelta dell’astensione. Soffro pero’ di una strana forma di allergia che mi provoca pustole dolorosissime quando vedo gente come Calderoli svolgere funzioni di Ministro della Repubblica, e così ho votato per Rifondazione Comunista. Ora, visto che grazie a questa legge elettorale di merda non mi è stato permesso di esprimere una preferenza per il candidato posso legittimamente immaginare di aver dato il mio voto al senato a Turigliatto.

Beh, che dire? Sono orgoglioso che il mio ultimo (perchè non ci ricasco) voto sia stato rappresentato degnamente da questo senatore con la schiena dritta.

 

In Italia comandano i morti.

In onore del ritrovamento dei diari di Mussolini viene celebrata a Porta a Porta una puntata in cui sono ospiti tra gli altri la nipote Alessandra, il senatore Andreotti e il senatore  dell’Utri, quest’ultimo bicollega di Andreotti nonchè ritrovatore dei suddetti diari. La nuova immagine del Duce che queste nuove carte ci restituicono è piu’ umana, intimista, attaccata alla famiglia, responsabile e pacifica. Contrario alla guerra da lui stesso dichiarata, ostile alle gerarchie fasciste  da egli stesso nominate (Ciano e Starace in particolare),  avversatore delle leggi razziali da lui stesso promulgate Mussolini  risorge sotto una nuova luce e quasi ci piange il cuore a ricordarlo appeso a testa in giu’ a Piazzale Loreto. Una così brava persona viene da dire, un bravo padre di famiglia.  Peccato che i diari siano già stati sbugiardati dall’Espresso in quanto falsi sia all’analisi storica che a quella calligrafica, così  ci siamo persi le puntate successive di Porta a Porta in cui il Duce sarebbe presumibilmente stato presentato  come un infiltrato degli Alleati nelle file dell’Asse al solo scopo di far perdere la guerra al terribile Hitler. Un liberatore  dell’Italia al pari degli americani e quindi perchè no… un martire della resistenza contro l’occupazione tedesca.


Risorgono anche le BR e con loro lo spettro della lotta armata: ne parla la TV, ne parlano i giornali, ne parlano i blogger. Morta l’ideologia, morte le velleità, morta la rivoluzione, morto lo scontro di classe storicamente inteso, morto il comunismo reale, morta ogni possibilità di trovare solidarietà presso la popolazione:  le BR vivono e fanno notizia. Come ogni Zombie che si rispetti fanno paura e la loro comparsa innesca l’allarme mediatico generale.


Risorge il movimento studentesco e mentre il magnifico rettore fa chiudere le porte de La Sapienza per evitare una manifestazione nell’anniversario della cacciata di Lama, gli studenti si domandano su uno striscione <<Chi ha paura del ’77?>>. Chi ne abbia paura non lo so’, ma mi pare chiaro chi ne abbia nostalgia.


Il Ministro dell’Interno Amato veste i panni dello sceriffo e avverte che i poliziotti non andranno in piazza a Vicenza a prendere le botte. Il monito è ambivalente e richiama alla morte di Raciti da un lato e alla morte di Giuliani dall’altra. Amato sembra voler dire,  anche se non lo fa esplicitamente, che piuttosto che rischiare un altro Raciti stavolta è pronto a farci  scappare un nuovo Giuliani. Il giornaletto Leggo, pubblicazione gratutita che appesta le metropolitane e i bar di Roma, parla di cecchini sui tetti per aspettarei NO-Base, non gli do’ chiaramente alcuna attendibilità e almeno su questo spero di non sbagliarmi.


La centrifuga dell’informazione ingoia e fa sparire i PACS, il Global Warming, l’avvicinarsi della guerra con l’Iran, l’impresentabilità di questo ennesimo governo moribondo e la questione sociale-politica legata al Dal Molin,  cioè tutto quello che accade qui e ora. Si parla invece del Duce, delle BR, delle Foibe e del 1977.

La tensione nelle ultime ore sta salendo in maniera preoccupante e per chi domani avesse deciso di recarsi a Vicenza  consiglio di stare in campana e fare attenzione: in questo paese a comandare sono i morti.

Silenzi e parole.

Il Presidente Napolitano ha avuto in questi giorni un gran numero di occasioni per svolgere il suo ruolo di garante della Costituzione, della memoria e dell’integrità nazionale. Le ha sprecate quasi tutte.

I silenzi.

Davanti alle dichiarazioni di Emanuele Filiberto di Savoia il quale parla dell’opportunità di fondare un nuovo movimento di ispirazione monarchica, che miri piu’ o meno esplicitamente, alla Monarchia Costituzionale ci si aspetterebbe dal Presidente se non proprio l’esilio immediato (di chi ha di recente elemosinato il rientro in patria  giurando fedeltà appunto alla Costituzione), almeno una parola ferma in difesa della Repubblica (l’unica parola l’ho invece sentita da Ascanio Celestini). Si puo’ rispondere che una carica istituzionale come quella del Presidente non puo’ controbattere al primo Savoia che spara stronzate  o, visti i soggetti, non avrebbe tempo per far altro.

Va bene. Questa obiezione non regge invece per la riapertura del parlamento del Nord, che per quanto sia un organismo inutile e pagliaccesco, è patrocinato da una forza politica interna alle istituzioni che ha espresso ministri ed ha partecipato a più di un governo.  Oltre ad attentare simbolicamente alla sovranità del parlamento italiano (quello vero seppure indegno), da Mantova si è alzato di nuovo l’anatema della secessione come extrema ratio al mancato riconoscimento di un federalismo come lo vogliono loro (che rappresentano circa il 3,5% della popolazione) e l’allusione alle orde di padani eventualmente “pronti a tutto”. Ora, anche qui senza neppure sognarmi che si attuino chiusure coatte di quel ridicolo baraccone che è la pseudoassemblea padana o comunque repressioni di nessun genere (piena libertà di stronzata anche ai leghisti per carità), pero’ dal Presidente una parola decisa  in difesa dell’unità nazionale e sull’impossibilità di tradurre in fatti le ciance indipendentiste, a mio avviso era dovuta.

Le mezze parole.

Napolitano ha poi parlato in occasione della giornata in  memoria delle foibe e ha fatto bene. Ha fatto bene perché un eccidio come quello deve essere conservato nella memoria storica del paese e dell’umanità come monito verso l’atrocità della guerra, valore di cui la Costituzione è portatrice in quanto la ripudia esplicitamente.

Pero’ ha parlato a metà.

La storia non è un libro che si possa leggere a capitoletti isolati e decontestualizzati. Le foibe non furono il frutto della pazzia collettiva degli Jugoslavi e sebbene siano ingiustificabili sono anche inscindibili dal contesto nel quale avvennero. Questo ripeto non le giustifica in nessun modo (come mai puo’ essere giustificato una strage che coinvolge civili innocenti), ma puo’ spiegare alcune delle cause storiche che produssero quel frutto marcio (e molti altri). Le responsabilità italiane, fasciste nello specifico, fanno parte dell’orrore di una tragica vicenda storica che vede nelle foibe l’orribile epilogo.

Bene che le foibe siano ricordate, negli ultimi anni sembra quasi siano l’unico fatto avvenuto  nella seconda guerra, ma il Presidente dell’Italia antifascista non puo’ trattarle come lo farebbe l’ultima fiction di RAI UNO.

Non tema Napolitano che fa mea culpa per averle ideologicamente taciute: grazie alla giornata della memoria e allo zelo di AN le ricorderemo a lungo. La speranza pero’ è che questa memoria doverosa non generi a sua volta un oblio sulle responsabilità dell’Italia fascista o quei morti diventeranno piu’ utili al neorevisionismo dilagante che alla memoria storica del paese.

Le parole.

Dopo aver taciuto su questi fatti (evvabè pretendo troppo) il Presidente ha pero’sentito l’obbligo inderogabile di parlare in materia di laicità dello Stato: ha parlato cioè contro di essa. E qui davvero  risulta difficile capire. Napolitano ha invitato il parlamento a tener conto delle ragioni della Chiesa nel dibattito sui PACS (o dei DICO o di quel moncherino che ne uscirà fuori). Secondo i principi affermati nella Costituzione a proposito di libero Stato e libera Chiesa e delle relative sovranità nei rispettivi spazi, Napolitano doveva affermare la sovranità del parlamento nel legiferare in vantaggio esclusivo del cittadino italiano senza tener conto di influenze esterne alle due camere, in primis quella della Chiesa l’indipendenza dalla quale è espressamente citata nel testo costituzionale.

La Costituzione Italiana non è un testo neutro, non è un inerte contenitore di norme asettiche che possono essere interpretate secondo i tempi e le diverse angolazioni politiche. La Costituzione Italiana è un testo politico, i cui pilastri rappresentano delle scelte precise e almeno nei suoi principi ispiratori, questa è immutabile. Tra questi pilastri vi  è quello di essere laica in quanto portatrice del principio di separazione tra Stato e Chiesa, Repubblicana e quindi antitetica agli statuti monarchici che la precedettero, democratica ed esplicitamente antifascista, garante dell’unità nazionale e della sovranità del parlamento in quanto vi si legge che “l’Italia è una e indivisibile”.

La Costituzione italiana non puo’ e non deve far contenti tutti.

Se Napolitano si vergogna di essere stato comunista è un problema suo, non del paese.

Se Napolitano teme di non essere accettato come Presidente di tutti gli Italiani dal mondo  cattolico, o dalle forze  fascistoidi o secessioniste o piu’ in generale anticomuniste a causa del  suo passato, non devono farne le spese i cittadini o i suoi doveri istituzionali.

Se Napolitano da’ per scontato che l’altra parte dell’ Italia quella cioè formata da forze laiche, ex-comuniste e post-socialiste che siano,  ne appoggi qualunque atteggiamento per il solo fatto di essere stato comunista si sbaglia di grosso.

Personalmente  che Napolitano sia stato comunista non frega nulla, quello che interessa è cio’ che fa oggi in relazione alla carica che ricopre. E se non lo fa, mi domando perchè la ricopre.

anche le BR e con loro lo spettro della lotta armata: ne parla la TV, ne parlano i giornali, ne parlano i blogger. Morta l’ideologia, morte le velleità, morta la rivoluzione, morto lo scontro di classe storicamente inteso, morto il comunismo reale, morta ogni possibilità di trovare solidarietà presso la popolazione:  le BR vivono e fanno notizia. Come ogni Zombie che si rispetti fanno paura e la loro comparsa innesca l’allarme mediatico generale.


Risorge il movimento studentesco e mentre il magnifico rettore fa chiudere le porte de La Sapienza per evitare una manifestazione nell’anniversario della cacciata di Lama, gli studenti si domandano su uno striscione <<Chi ha paura del ’77?>>. Chi ne abbia paura non lo so’, ma mi pare chiaro chi ne abbia nostalgia.


Il Ministro dell’Interno Amato veste i panni dello sceriffo e avverte che i poliziotti non andranno in piazza a Vicenza a prendere le botte. Il monito è ambivalente e richiama alla morte di Raciti da un lato e alla morte di Giuliani dall’altra. Amato sembra voler dire,  anche se non lo fa esplicitamente, che piuttosto che rischiare un altro Raciti stavolta è pronto a farci  scappare un nuovo Giuliani. Il giornaletto Leggo, pubblicazione gratutita che appesta le metropolitane e i bar di Roma, parla di cecchini sui tetti per aspettarei NO-Base, non gli do’ chiaramente alcuna attendibilità e almeno su questo spero di non sbagliarmi.


La centrifuga dell’informazione ingoia e fa sparire i PACS, il Global Warming, l’avvicinarsi della guerra con l’Iran, l’impresentabilità di questo ennesimo governo moribondo e la questione sociale-politica legata al Dal Molin,  cioè tutto quello che accade qui e ora. Si parla invece del Duce, delle BR, delle Foibe e del 1977.

La tensione nelle ultime ore sta salendo in maniera preoccupante e per chi domani avesse deciso di recarsi a Vicenza  consiglio di stare in campana e fare attenzione: in questo paese a comandare sono i morti.

Orchi e fascisti all’Opera.

Mi hanno molto infastidito di recente le incursioni pseudo-squadristiche dei sergentelli di alleanza nazionale al comune milanese di Opera dove hanno romanamente bruciato il campo di emergenza allestito  per accogliere un gruppo di Rom sfrattati.  Così come ho malsopportato  quei trogloditi vestiti  di verde  che sono andati  a protestare qualche mese  fa  davanti alla scuola islamica che stava per nascere a Milano. Come non chiamarli orchi viste le sembianze, il livello culturale e l’infamia di inscenare una manifestazione al grido di “niente scuole per terroristi” di fronte  a dei ragazzini delle medie? Ai giovani mussulmani sarà sembrata diretta personalmente contro di loro… e lo era. Gli orchi infatti, specialmente quelli di Pontida,  sono per natura istintivi e rozzi e se protestano lo fanno per qualche egoistico tornaconto o, come in questo caso, per umiliare qualcuno piu’ debole di loro. Non certo per difendere un principio generale. Gli orchi d’altro canto sono per la famiglia: quella ariana, celtico-lombarda e cattolica. Pura genìa padana. Da sempre grandi sostenitori delle scuole cattoliche quali sono, gli orchi lombardi si sono scagliati proprio contro  quella gente colpevole di essere islamica non contro le “scuole confessionali”  in generale e, assecondando la loro natura, lo hanno fatto nel modo piu’ spregevole.


Detto questo continuo ad augurarmi una scuola pubblica, laica e se possibile di impronta vagamente socialista.


Le squadracce della destra (verde o nera che sia) storicamente si rafforzano cavalcando il  malcontento verso i governi in carica, tipicamente nei periodi di declino della nazione, per inasprirlo e dirottarne una parte verso i loro bersagli di sempre: le minoranze etniche, religiose, sessuali, politiche. Il paese  è in evidente declino e questo governo genera piu’ malcontento che altro (il centrosinistra ringrazi questa destra grottesca senza la quale prenderebbe il 2%): quindi  occhi aperti che in tempi come questi i topi escono dalle fogne e portano la peste.

“Un bacillo a bastoncino, che ti entra nel cervello. Un batterio negativo, un bacillo a manganello”                                                                              “La Peste” G.Gaber

 

Toh… una guerra in medioriente.

La morte di 50 persone durante il bombardamento di Cana sembrerebbe aver strappato un “non esagerate” persino agli Stati Uniti tanto nelle parole di Condoleeza Rice la tregua è passata da “inutile” a “necessaria”,  forse attuabile fin dalla prossima settimana. Toh… le guerre fanno morti. Per l’inutile Dalema rappresentante dell’inutile Europa la morte di tutti quei civili in gran parte bambini è addirittura “ingiustificabile”. Toh… la guerra uccide grandi e piccini. Sono andato a fare un giro e per una settimana, alla partenza sui media c’erano grandi aspettative per la conferenza di pace a Roma. Lunedì visitando la piu’ grande sinagoga d’Europa, pur non nutrendo speranze, ho scritto sul grosso guestbook sotto l’altare “Shalom-Pace”. Toh… l’europa non conta un cazzo. Eppure nel 1996 un analogo bombardamento Israeliano su Cana ne aveva fatti 100 di morti in un colpo soltanto. Toh… la storia non insegna. Negli ultimi sei anni di riassetto degli equilibri mondiali successivi all’11/9 ci troviamo alla terza sanguinosa guerra guerreggiata e quando Israele avrà finito probabilmente al terzo paese dell’area in guerra civile. L’Iran che aveva tre anni fa dissidenti provenienti dal mondo studentesco in fermento e un governo che concedeva alcune aperture alla società civile con Khatami, oggi sembra governato da un ubriacone nazistoide sparacazzate ed il regime è piu’ forte che mai ricompattato dall’odio verso al Grande Shatan Americano. Bagdhad gronda sangue nelle piazze e nei mercati. I Taliban sono ancora là e controllano il sud del paese, il Burqa non è passato di moda. Toh… la stabilizzazione del medioriente non la vuole nessuno. Hariri leader libanese ex-filosiriano ormai in rotta con Damasco salta in aria e dopo 10 minuti tutto il mondo punta il dito sulla Siria, sotto inchiesta dell’ONU per quell’omicidio. La Siria dopo trent’anni ritira i suoi quindicimila uomini da Beirut in seguito alla rivoluzione dei cedri. Toh, pochi mesi e il Libano si trova di nuovo in guerra. Si scopre di colpo che Hamas  è peggio di Arafat tanto che persino l’UE vuole togliere i finanziamenti all’ANP… chi avrebbe potuto pensare che tolti di mezzo Arafat e Barghuti, dunque la classe dirigente di Al-Fatah, Hamas avrebbe preso il potere? Nulla possono gli analisti di fronte all’imponderabile. Toh, forse il problema non era Arafat.

Si puo’ stare dalla parte di Israele o da quella del mondo arabo, si puo’ distinguere caso per caso, regime per regime, si puo’ discutere dei singoli casus belli e delle singole rivendicazioni ma non si racconti alla gente che la situazione sta precipitando in maniera “inaspettata”.  La pace e la libera convivenza tra i popoli in quell’area non la vuole nessuno, non è in agenda ne ora ne in futuro, non ci sono forze politicamente rilevanti che marciano in quella direzione ne da una parte ne dall’altra. Le cose vanno secondo i piani, il medioriente è una polveriera che va verso il destino per cui è stata creata: il botto quello grosso.

Turatevi le orecchie e attenti alle schegge.

 

Ci sono due possibili ipotesi.

La prima ipotesi è che in Italia ci sia un pentagono formato dalle giunte di sinistra, le coop rosse, la magistratura rossa politicizzata, i DS/PCI e la finanza rossa. La vicenda si dipana nel seguente modo: le coop rosse vincono tutti gli appalti in cui partecipano perchè le gare sono truccate dalle giunte di sinistra. Queste stesse coop fanno anche affari con la camorra ma tutto questo non ha conseguenze legali perchè i magistrati rossi sono conniventi. Gli stessi magistrati non perdono invece occasione di inquisire esponenti della maggioranza al solo scopo di distruggerne la carriera politica. I magistrati in cambio appena andati in pensione ottengono di essere eletti come parlamentari nei DS. Questa vicenda di una gravità inaudita non emergerebbe perchè  televisioni, radio e giornali del paese sarebbero tutti in mano alla sinistra e finanziati dai poteri forti come banche e assicurazioni, anch’esse rosse e legate agli stessi ambienti. A questo fosco quadro si aggiungerebbe il fatto che di recente le agenzie dei sondaggi si sono accordate per dare favorita la sinistra alle prossime elezioni: in realtà la maggioranza del paese sarebbe ancora decisamente orientata verso il centro-destra.  Secondo l’autorevole sostenitore di questa tesi l’attuale governo è grazie a Dio il migliore che l’Italia abbia mai avuto e ha il merito storico di aver impedito che i cosacchi abbeverassero i loro cavalli a Fontana di Trevi.Inoltre il PCI quindici anni fa prese soldi da Gardini, quelli di sinistra sono sempre incazzati perchè la mattina facendosi la barba si guardano allo specchio (anche le donne) e se andassero a Cuba a vedere il comunismo vero tornerebbero senza aver imparato nulla tranne come fare turismo sessuale. I comunisti sono ovunque, sono potenti e senza scrupoli, depravati e mafiosi. Se non hanno ancora preso del tutto il sopravvento dobbiamo ringraziare un pugno di valorosi che sopravvive alle trame e al fuoco del nemico, tra stenti e privazioni, nascosto nelle cantine di Palazzo Chigi.

La seconda ipotesi è che in questo delicato momento l’Italia sia governata da un pazzo paranoico e megalomane.

Fate voi.

Mi e’ apparsa Madonna vestita da Mao Zedong: l’obsolescenza di Mc Luhan

Quattro Miliardi di persone collegate da tutto il mondo per seguire 10 concerti per l’annullamento del debito, quattro miliardi di persone a farsi sensibilizzare  a tempo di rock su bambini malnutriti che muoiono, mi dice lo spot, al ritmo di uno ogni tre secondi.  Tra questi quattro miliardi, granelli a disagio su una spiaggia globale in visibilio per l’africa, per qualche minuto anche il sottoscritto e il sindacalista petrolchimico. Nello spot compaiono tutte le stelline canore e filmiche dello starsystem internazionale, schioccano le dita, ad ogni schiocco muore un piccolo africano, mi dicono. Me lo dice il noto stilista, la nota cantante, il noto belloccio, il grande attore. Passano  cinque minuti di musica e immagini evocative dell’africa, del suo male, della sua sofferenza. Tra un morente e l’altro, si suonano le stesse canzoni che hanno reso star le star, le stesse canzoni piene di nulla che fanno da colonna sonora alle pubblicita’ che mi vendono beni, gli stessi beni che sostengono il sistema economico che affama l’Africa. Poi quattro minuti e parte un altro giro di pubblicita’ e uno spot in bianco e nero mi vende la costosissima acqua di colonia del grande stilista, che schiocca le dita, che fanno morire un bambino…ops, scusate, il bambino morirebbe comunque, e’ africano, come e’ noto non durano molto… tra lo schiocco e la morte non c’e’ rapporto di causa effetto. Lo schiocco  ricorda la morte. Strano pero’ a me la morte ricorda lo schiocco, l’acqua di colonia, la pubblicita’ in bianco e nero e il sistema che ci sta dietro. Ma forse sono io a fare confusione. Faccio confusione perche’ il linguaggio e’ sempre lo stesso.
Tutti i giorni quelle facce e quelle canzoni, quel linguaggio in sostanza,  mi vendono uno stile di vita suicida e omicida, mi vendini bibite, benzina, banda per il cellulare, gioielli, vestiti, modelli anoressici di donne in cartone, zombie pelle e ossa cui appendere un vestito che soltanto le star possono permettersi. Un linguaggio che produce soldi, un linguaggio creato a supporto di un consumo senza limiti, regole, etica, buon senso.Sono io ad essere lento, perche’oggi tutto e’ cambiato e d’improvviso quelle canzoni che non parlano d’Africa, cantate da cantanti euroamericani che sono stati tutt’al piu’ a Sharm el-Sheik o in Libia  a girare le crociate, mi parlano di come cambiare il mondo. Make Poverty History.  Ieri vendevano oggi sensibilizzano, sono io lento a non capire, il linguaggio e’ lo stesso e il mezzo pure, ma il messaggio e’ cambiato.Poi compare Madonna, un po’piu’ giovane di diec’anni fa,  guardando una platea british sotto le nuvole perenni di Londra, ed un’altra  universale in ogni casa videomunita del mondo dice: siete pronti a cambiare il mondo? Siete pronti a fare la storia? Siete pronti a fare la rivoluzione? Madonna mi chiede di fare la rivoluzione, ed io che faccio? Impugno il moschetto e salgo in montagna? Assalgo il palazzo d’inverno? Recluto contadini nelle risaie? Aspetto la pubblicazione del libretto rosso pubblicizzato da una Veronica Ciccone col berretto verde olivo?
No. Obsoleto, lento e anacronistico come sono resto piantato sul divano invaso da un senso di nausea che non risparmia neppure il sottoscritto. Il sindacalista petrolchimico accanto a me, retrogrado e cinico come chiunque abbia a che fare con gli idrocarburi, mi fa: <<se ci stanno vendendo anche la fame nel mondo vuol dire che siamo proprio alla frutta>>.Un  sociologo di nome Marshall McLuhan, osannato nelle accademie, ci aveva insegnato non molti anni fa che “il media e’ il messaggio” eppure ieri con lo stesso media di sempre, lo stesso linguaggio e le stesse parole, lo starsystem ha mandato un nuovo messaggio che non parla piu’ di sesso e consumi, fica e vestiti cool, ma che d’incanto salva il mondo, strappa  bambini dall’abbraccio della carogna, accende una nuova rivoluzione. Mc Luhan si sbagliava perche’ non conosceva ancora la nuova rivoluzione, quella che costa meno di un’acqua di colonia, si fa dal divano di casa tua e ha come effige Madonna invece di Mao Zedong.La storia va avanti Marshall, io e te siamo rimasti indietro.It’s the evolution baby, e l’occidente ricco per caso si mobilita per aiutare i negri, poveri per caso. In particolare aiutera’ (grazie ai blogger che hanno fatto una piccola ricerca che linko qui e di fianco), soltanto quei paesi virtuosi nelle privatizzazioni e nell’apertura ai mercati, quei paesi che non violano gli accordi sui farmaci.I giornali hanno detto che ieri e’ stato un gran giorno.Domani comincia comincia il G8, qualcuno che ha  un’altro linguaggio e un’altra storia sara’ in piazza per farsi sentire, forse rompera’ qualche vetrina, forse gridera’ slogan inutili, forse prendera’ parecchie botte. I giornali diranno che domani sara’ un pessimo giorno.Il sistema puo’ cambiare, ma come e quando dice il sistema, di quel tanto che dice il sistema, coi testimonial e i leader di regime, le TV e tutto il resto. Il sistema sta gia’ cambiando il suo rapporto di sfruttamento della schiavitu’ nei confronti dei negri.Il sistema ha i suoi tempi, mettetevi comodi sul vostro divano e muovete la testa a tempo di rock.In fondo Madonna e’ sempre Madonna e la rivoluzione non soltanto non e’ poi cosi’ faticosa ma da ieri puo’ essere veramente cool.

                          

 

Unità.

Come Ruini, Andreotti, il papamorto, il papavivo e molti altri prima di loro anch’io sono per l’unità politica dei cattolici. Voglio che alle politiche votino tutti insieme, compatti, quadrati e cazzuti. Voglio aderiscano tutti ad un unico grande partito-mamma che in un’ottica maggioritaria si collochi in uno soltanto dei due poli.   Stesse poltrone in parlamento, stesso simbolo, stessi leaders e stesse battaglie. Tutti di qua o tutti di là.

Se continuano a sparpagliarsi non so piu’ come votargli contro.

Bugie natalizie.


Il natale e le feste in generale sono la tipica cosa che da qualsiasi angolazione la si guardi mi mette sulla difensiva. Non mi piace il natale religioso e mi vedo d’accordo con Vendrame “Se Dio esiste, intanto ha preso gli Ultimi per il culo”. Non mi piace il natale di Dickens perchè ne è la caratterizzazione piu’ diffusa, mielosa e meno veritiera. Non mi piace il natale consumistico, perchè di fatto ne sono schiavo. E’ la festa della confcommercio. Non mi piace il mio natale fatto di poker, grandi mangiate e vino buono, o almeno mi piace quanto un mio mercoledì spendaccione. Non mi piace la retorica dei buoni sentimenti perchè una cosa che acquista valore una volta l’anno è ovviamente una bugia. Così come i parenti che non vedi mai e magari telefonano soltanto oggi per dirti “che peccato non ci vediamo mai”: è una bugia. C’è la precisa e calcolata volontà di non vedersi mai, ambo i lati. Non mi piace il natale perchè da bambini tutti abbiamo creduto che fosse un giorno speciale per uno qualsiasi dei motivi sopraelencati, ma era una bugia. Non mi piace il natale perchè se ne parla troppo e ho già ecceduto. Di quella bugia da bambini pero’ qualcosa rimane e certe volte diventa una sera in cui non scappare dalla tavola dei tuoi subito dopo il caffè, magari ci scappa un ti voglio bene, che non è una bugia ma è fuori dal mio vocabolario quotidiano. Detesto Dickens, ma credo fosse un bravo diavolo. Parlando di quando ero piccolo mi viene in mente una poesia che mi fecero imparare a memoria a scuola (questa se la ricorda sia il taxista-leninista, sia quello che “…che il mondo va tutto da un’altra parte”) ve la lascio:

Trilussa

Natale de guera

Ammalappena che s’è fatto giorno
la prima luce è entrata ne la stalla
e er Bambinello s’è guardato intorno.
– Che freddo, mamma mia! Chi m’aripara?
Che freddo, mamma mia! Chi m’ariscalla?
– Fijo, la legna è diventata rara
e costa troppo cara pÈ compralla.
– E l’asinello mio dov’è finito?
– Trasporta la mitraja
sur campo de battaja: è requisito.
– Er bove? – Puro quello
fu mannato ar macello.
– Ma li Re Maggi arriveno? – È impossibbile
perché nun c’è la stella che li guida;
la stella nun vô uscì: poco se fida
pÈ paura de quarche diriggibbile. –

Er Bambinello ha chiesto: – Indove stanno
tutti li campagnoli che l’antr’anno
portaveno la robba ne la grotta?
Nun c’è neppuro un sacco de polenta,
nemmanco una frocella de ricotta.

– Fijo, li campagnoli stanno in guerra,
tutti ar campo e combatteno. La mano
che seminava er grano
e che serviva pÈ vangà la terra
adesso viè addoprata unicamente
per ammazzà la gente.
Guarda, laggiù, li lampi
de li bombardamenti!
Li senti, Dio ce scampi,
li quattrocentoventi
che spaccheno li campi? –

Ner di’ così la Madre der Signore
s’è stretta er Fijo ar core
e s’è asciugata l’occhi co’ le fasce.
Una lagrima amara per chi nasce,
una lagrima dórce per chi more.