Rivoluzioni d’Egitto.

A vedere cio’ che accade in Tunisia, parzialmente in Albania e soprattutto in Egitto, viene quasi da pensare che la voglia di libertà sia contagiosa. L’idea è rafforzata dal fatto che dopo le manifestazioni di giovedì nello Yemen sia stata convocata una “giornata della collera” contro l’attuale governo e che re Abd-Allah II di Giordania, con un atto previdente se non furbo, abbia  dato mandato al Primo Ministro di attuare immediatamente riforme liberali per il suo popolo. Viene anche da pensare che, per dirla con Fini (il giornalista non il politico), i popoli debbano filarsi da soli la propria storia e, forse, possono ottenere più con le proprie forze e la sana pratica della lotta popolare di emancipazione, che tramite i generosi bombardamenti del grande piano occidentale di  “democracy export”.

L’idea dei popoli che si sollevano per abbattere i tiranni è affascinante e senza tempo, ma volendo fornire un’ipotesi più realistica è senz’altro probabile che le ragioni del progresso sociale si stiano in realtà intrecciando con quelle della crisi, del pane e della pancia. La miscela è esplosiva e costituisce uno dei maggiori motori della storia e, personalmente, resto convinto che le rivoluzioni siano mosse praticamente sempre dalla necessità quasi mai da ideali, usati al più per offrire agli insorti una prospettiva politica, un fattore di mobilitazione e una nuova classe dirigente bella e pronta. Il cambiamento in corso, se non interverrà una prematura e brutale restaurazione, è di portata storica e potrebbe estendersi per i deserti orientali più velocemente di quanto pensiamo, basta ricordare le tensioni politiche interne all’Iran dello scorso anno.

Inoltre, la potenza mediatica delle immagini provenienti dal bacino del mediterraneo sta squarciando i drappi di quella che potremmo definire la dottrina Luttwak: “Ci sono dittatori che ostacolano il business e dittatori che non lo ostacolano, noi ci occupiamo dei primi e lasciamo perdere i secondi”. Si scopre così che Mubarak non è uno stinco di santo ma un autocrate e un despota, e Ben-Alì non soltanto è un dittatore, ma ce lo abbiamo anche messo noi italiani (il prezzo della stabilità…). Di questo passo perfino i Teocons di casa nostra notoriamente duri di comprendonio, già  orfani di Bush  e probabilemnte delusi dalla breve fiammata del Tea-Party, potrebbero accorgersi che la libia di Gheddafi è l’unico paese sovrano che abbia aperto il fuoco verso il territorio italiano dal 1945 e di come nell’Arabia Saudita degli amici Al-Saud la condizione della donna sia in realtà peggiore che in Afghanistan.

Ci sono tuttavia alcuni pericoli che vanno valutati e si inseriscono nel triangolo di relazioni tra USA, Israele e il mondo arabo. Dal Foglio  di Ferrara, giornale marcatamente filo atlantico e simpatizzante della causa israelana come il suo direttore, ci fanno sapere che il rischio in Egitto è che vadano al potere i Fratelli Mussulmani in un tardivo remake in salsa sunnita della rivoluzione islamica khomeinista. Tuttavia, se il leader dell’opposizione sarà davvero El-Baradei che,  malgrado il premio sia inflazionato da almeno trent’anni è pur sempre un Nobel per la pace ed un politico laico, il pericolo francamente non sembra all’orizzonte.

Però l’Egitto resta cruciale nella triangolazione di interessi.

Egitto significa una nazione di 80 milioni di persone a due passi dall’Europa terrorizzata dalle ondate migratorie, significa il miglior alleato tra i confinanti di Israele con la metà dei quali è formalmente in guerra o comunque non ha contatti diplomatici (quando ci sono stato è la prima cosa che ha spiegato la guida uscendo dal perimetro di Tel Aviv, almeno per quelli di noi che non lo sapevano). Egitto significa Gaza e la volontà o meno di finanziarne e armarne la resistenza, significa Canale di Suez, container e petroliere che vi transitano. Egitto significa un contagio ancora più esteso, perché un conto è dire che il grande cambiamento è possibile in una nazione di 8 milioni di abitanti come la Tunisia, un altro conto  è cio’ che sta succedendo al Cairo. Per i parametri del mondo arabo, se è possibile in Egitto è possibile ovunque, anche dove si produce più petrolio il cui prezzo sta schizzando di nuovo verso i 100 dollari.

Se la posizione pro-Mubarak è da darsi per scontata, dalla quale provengono probabilmente i malumori del Foglio, da parte di un Israele non certo propenso a scambiare un alleato stabile e tutto sommato  accomodante in cambio di un terno al Lotto,  quella degli Stati Uniti mi lascia al momento abbastanza perplesso. I normali rapporti nella triangolazione vorrebbero gli USA allineati con gli alleati israeliani, preoccupati di non destabilizzare un’area in cui hanno qualche centinaia di migliaia di soldati variamente dislocati e di non perdere, in nome della real-politik, un buon alleato come il presidente egiziano. Eppure, sorprendentemente, non soltanto Obama sta effettuando una forte pressione mediatica a favore dei manifestanti e del cambiamento, ma addirittura Wikileaks racconta come gli USA finanziassero e supportassero da tempo gli oppositori del Raiss.

Delle due l’una: o con Obama (guerre ereditate a parte) davvero la politica estera degli USA sta cambiando a cominciare dai rapporti delicati con Israele o, il che è piuttosto probabile, c’è ancora qualcosa di importante che mi sfugge.

Nel frattempo mentre il vecchissimo (quella mummia Gheddafi potrebbe  quasi essergli figlio) volpone Mubarak, schiera in campo i propri sostenitori che subito vengono allo scontro con gli altri manifestanti, dividi et impera, questo blog ne approfitta per solidarizzare con la protesta degli egiziani. Non soltanto percèè sono convinto che un regime democratico sia comunque meglio del dittatorello di turno, ma piuttosto perché democrazia e libertà, come tutte le cose importanti, se conquistate con le proprie forze, valgono e doppio.

Razza di scimmie che non siete altro.

Stavo raccontando su Ozia le impressioni ricavate dalla recente lettura de “La scimmia nuda” di Desmond Morris, consigliato dal collega-alpinista  e attualmente  prestato  alllo “stilista dei mods e delle curve” che pare lo stia apprezzando: l’argomento mi pare adatto anche a questo blog, a maggior gloria del pastafarianesimo e delle discettazioni sulla  natura umana. Sì lo so, “la scimmia nuda” è un testo datato e risale agli anni sessanta, quando il famoso etologo-antropologo (e pittore surrealista stando a Wiki…) decise di affrontare lo studio dell’essere umano per quel che è: l’ultimo modello di scimmione, tutto nuovo e migliorato, che madre natura si è arrischiata a selezionare. Forte della propria esperienza nello studio delle circa 250 specie di primati, Morris decide di osservare l’Homo Sapiens dal punro di vista zoologico e comportamentale, indagando con piglio e metodo rigorosamente darwinisti le possibili ragioni evolutive delle sue caratteristiche peculiari. Se ci si pensa, infatti, la pretesa di molta psicologia di voler spiegare le ragioni recondite del comportamente umano a partire dalle attuali complessità sociali, culturali e intellettive appare utile quanto l’idea di voler costruire una casa partendo dal tetto. Sorvolo poi su tutta la psicologia simbolica e archetipica, che non ho mai capito cosa intenda dimostrare… Jung era un uomo simpatico e pieno di immaginazione, ma resto convinto che si sarebbe espresso meglio come poeta esoterico, magari continuando a fare il medico a tempo perso, piuttosto che come studioso teorico della psiche umana. Se delle origini dell’uomo qualcosa sappiamo per certo è proprio che esso è un animale, che come tutti gli animali si è evoluto per selezione naturale, lottando con l’ambiente e selezionando i caratteri genetici migliori a partire da un antenato comune con i primati che, in ultima analisi, ci apparirebbe oggi come un sottotipo di scimmia. Se un approccio di tal fatta, che parta appunto da questa realtà inoppugnabile ( no, il creazionismo NON E’ UN OBIEZIONE SERIA ), di certo non esaurisce la complessità umana è anche evidente  come esso sia l’unico in grado di indagarne correttamente le fondamenta. Quel sostrato che possiamo correttamente definire  inconscio  proprio perché precede la concienza di sé tipica dell’ intelligenza umana, e proprio in virtu’ di questo non siamo in grado di decodificare in modo immediato. Sessualità, socialità, caratteristiche fisiologiche, atteggiamenti mentali e comportamenti andrebbero studiati a partire da queste premesse sulle quali, in un secondo momento, si sono sviluppate le caratteristiche che ci contraddistinguono oggi dai nostri cugini rivestiti di pelo. Immagino che dagli anni ’60 ad oggi, Morris avrà collezionato una discreta quantità di attacchi per la sua opera, non dubito alcuni dei quali fondati, ma “La scimmia nuda” resta un saggio interessante, ben scritto, ironico quanto basta e straordinariamente convincente malgrado, questo è inevitabile, in tali ambiti ci si debba muovere necessariamente nello spazio delle ipotesi.

Tutte le considerazioni  espresse sopra valgono naturalmnete per il sottoscritto, per materialisti senza Dio come Prion e forse per qualche lettore di passaggio, non certo per la famiglia Alberoni (ah! che fini intellettuali espime talvolta il genio italico!), né per la redazione del TG2 (talmente all’avanguardia che me li immagino inseriti in un organigramma aziendale che preveda valvassori, paggi e servi della gleba) e naturalmente le schiere vaticane, da sempre custodi della Verità religiosa e di quella scientifica  che, come è noto, si rafforzano a vicenda. Loro infatti non discendono da nessun ceppo di mammiferi antecedenti, come insinuerebbe quel nazista  di Charles Darwin (…ma anche marxista come sentiremo nel video che segue). Loro sono stati creati quando Dio ha sputato su un pezzo di argilla. Poi visto che Francesco Alberoni(CDA RAI) si sentiva solo, da una costola di costui  è nata Rosa, sua moglie. Amen.

 

PS: Sì, lo so che non è la prima volta che ripropongo in giro questo video, non posso farci niente: lo trovo IPNOTICO. E’ in assoluto la cosa più grave che ho visto girare nella TV pubblica di recente. E’ anche una marketta nepotistica alla moglie di un membro del CDA RAI. Una perla che va diffusa, proposta e riproposta.
PPS: Nella foto Aramcheck che batte a macchina questo pezzo prima di postarlo.

Da Pasolini a Maria De Filippi. (III e ultima parte)

Era il 1975 e per Pasolini il potere stava per cambiare faccia, per conquistare i ceti popolari spingendoli ad abbandonare l’antica cultura solidale. I democristiani ingessati avrebbero presto mostrato un volto permissivista, sarebbe arrivato il Craxismo, la TV commerciale (compresa la RAI) e la commercializzazione della società, l’unità di valori e aspirazioni tra ceti bassi e borghesia appiattiti sull’immaginario della seconda. La libertà sessuale falsificata, in un paese come il nostro dove oggi il sesso è esposto ovunque ma i rapporti interpersonali non appaiono  più facili né spontanei o, soltanto per fare un esempio che metta insieme l’immaginario pasoliniano e la cronaca di questi giorni, l’omofobia è tutt’ora profondamente radicata. I giovani e il potere nel 1975  stanno cambiando, il primo rapimento delle BR è del ’73, il rapimento Moro del ’78, Guido Rossa muore nel ’79 e l’ultima bomba di stato esploderà nei primi anni ’80.

Il 2 novembre del 1975 Pasolini viene ammazzato (prima del montaggio di Salò senza poter difendere il film dai suoi molti critici) eppure intuisce il cambiamento in atto in quel quinquennio che non vedrà e lancia scrivendo e filmando la sua ultima profezia.
Chiudo con una pseudo-allucinazione avuta qualche settimana fa incappando in venti minuti di Buona Domenica. Mi sono immaginato Pasolini catapulato nel mondo dei vivi sul divano di casa mia a guardare questa TV, senza aver sviluppato trent’anni di anticopri. Avrei voluto poter scrutare il suo volto sgomento, l’espressione   agghiacciata di chi ha gettato per venti minuti lo sguardo nell’abisso.
Nella prima parte di questo lungo post avevo usato la parola sottoproletariato, una parola che non mi piace e che pare non descrivere più nulla, legata ad un linguaggio obsoleto di cui non ho alcuna nostalgia, una parola che però era ancora viva nel ’75. Non che in Italia oggi non ci siano poveri, basta alzare il tappeto e se ne trovano in quantità, ma quell’espressione va oltre l’indigenza economica, abbraccia la sfera sociale e culturale.  Se ha senso ancora parlare di sottoproleariato oggi in Italia, è soprattutto di un  sottoproletariato culturale. Magari lo troverete con vestiti fashion a fare la fila davanti alla sala provini del GF, di Saranno Famosi, a dimagrire per somigliare a qualche stronza patinata o sdraiato sul divano a non perdersi una parola di quel nulla chiassoso che è Buona Domenica.

Buona Domenica e programmi del genere d’altro canto rappresentano una buona metafora dell’Italia: un salotto rissoso in cui si discute di tutto  e in cui nulla è mai messo veramente in discussione.

Nel 1975 Pasolini viene ammazzato  e stupisce vedere come lo spegnersi di una sola voce possa costare tanto caro ad un intero popolo.

 

Da Pasolini a Maria de Filippi. (II Parte)

La trilogia della vita dicevo, che ho trovato interessante per cercare di ricostruire il percorso di Pasolini ma che non potrei dire mi sia piaciuta. Troppo distante dai miei gusti, dal mio immaginario e dal tipo di cinema che ho imparato ad apprezzare e col quale sono cresciuto. Trovo  I racconti di Canterbury addirittura un film privo di qualità, mentre ho almeno apprezzato la fotografia e l’estetica de Il Decameron e del Il Fiore delle mille e una notte. La faccia dura di Franco Citti, ad esempio, riempie lo schermo fino quasi a marchiarlo, a renderlo convesso. A quel punto, ben sapendo a cosa andavo incontro, ho completato il cofanetto  vedendo Salò, quest’ultimo tratto da l’opera di De Sade. Salò è un film terribile e disgustoso, una tortura per il pubblico cui viene mostrato tutto ciò che, pur sapendo possibile, non vorrebbe mai vedere. Salò sembra avere l’unico scopo di rappresentare una frontiera per il cinema, come se Pasolini avesse percorso l’immaginario cinematografico fino a raggiungerne  i confini più sgradevoli e lì avesse piantato un bandierina. Oltre Salò sarà difficile andare, almeno artisticamente senza cioè finire nella pornografia o nel documentario sulla violenza. Dopo La Trilogia ode al sesso, alla sensualità e alla vita, un film di pura morte e dolore senza alcuna ruffianeria e senza che nulla venga risparmiato al pubblico pagante. Tutto qui? Forse no. Forse Salò parla in qualche modo anche della Terza Fase del Fascismo, quella nominata anche nelle Lettere Luterane. Il film è ambientato nel ’45 ed è legato al fascismo storico, ma della sua violenza sono complici tutte le componenti del potere,da quello militare a quello religioso. Componenti che non appartengono ad un’epoca, ma attraversano la storia trasformandosi, per l’autore, per degenerazioni successive. Salò proietta e realizza la distruzione di ogni bellezza, la trasformazione dei corpi in oggetti ad uso e consumo del potere, la cessazione di ogni dimensione intima dell’essere umano, persino la comunicazione è soltanto volgarità, violenza e delazione. “Mi interessava vedere come agisce il potere dissociandosi dall’umanità e trasformandola in oggetto”, scrive Pasolini. Salò contiene già l’abiura della Trilogia della vita  in quanto la vitalità da lui esaltata nelle opere precedenti viene distrutta, corrotta e asservita al nuovo potere. Metafora complessa forse di quella trasformazione che egli leggeva nella gioventù italiana del ’75: alla fine del film ormai seviziati in ogni modo i prigionieri di Salò diventano delatori gli uni degli altri, la loro umanità viene piegata e sconfitta, la loro istintiva solidarietà tra vittime spezzata.

Salò parla simbolicamente dei programmi di Maria de Filippi.

Questa non è un’analisi, è soltanto un’intuizione o forse una suggestione, alla quale però non sono riuscito a sottrarmi. Non è neppure originale in quanto già presente in una collezione di quadri di D.B., un amico che perdo puntualmente di vista, intitolata “Salò o le centoventi giornate di Saranno Famosi”. Idea che anni fa mi aveva divertito, ma che non ero riuscito ad afferrare fino in fondo e che affonda le radici nella dimensione pubblica come unica affermazione di esistenza. Una dimensione pubblica sciatta, esibizionista, dove la versione caricaturale della sfera privata viene esposta come carne al sole e vivisezionata. Tutto sotto il rigido controllo  delle telecamere e  degli sponsor, dove ogni bassezza è bene accetta e incoraggiata, e la perdita del pudore non è l’affascinante inclinazione di alcuni ma un obbligo per tutti, pena l’esclusione e l’ostracismo. Una libertà  omologante quanto una rigida dottrina,  cui  si aspira con entusiasmo perchè non si sa più aspirare ad altro.

(continua…)

“Salò e le centoventi giornate di saranno Famosi”, Batocchioni, 2003

 

Da Pasolini a Maria de Filippi. (I Parte)

Quando sei costretto a casa per più di un mese dai postumi di una artroscopia alla spalla, ti ritrovi di colpo con un sacco di tempo a disposizione. Hai tempo per seguire dopo anni una lezione all’università, per leggere i libri che attendevano in una alta pila polverosa sul tuo comodino e per saccheggiare DVD dal negozio di noleggio di Walter. Hai insomma tutto il tempo per fare le cose che ti piacciono e addirittura, e di questo magari dubitavi, il tempo per fare quelle cose che non sei affatto sicuro ti piaceranno ma sei certo che siano interessanti. Chiamatelo se volete libero studio, che suona bene. E’ così che ho preso in mano il cofanetto degli ultimi film di Pasolini regalatomi da Theprez e mi sono sparato prima la trilogia della vita e poi Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Non pago ho recuperato a parecchi mesi dalla prima lettura “Lettere Luterane” la raccolta degli articoli scritti da Pasolini nel ’75, l’anno della sua morte. Tra gli articoli c’è anche “l’abiura della trilogia della vita” che avevo appunto appena finito di vedere. La trilogia è composta da “il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il fiore delle mille e una notte”. Nell’abiura Pasolini spiega di aver voluto rappresentare i corpi nella loro bellezza e nella loro sensualità, senza essersene affatto pentito. Tuttavia l’artista rinnega, a posteriori, l’opera e ne spiega le ragioni. La rappresentazione del sesso e degli organi sessuali era da lui intesa per affermare la propria libertà espressiva, verso la ricerca di una liberalizzazione sessuale necessaria nel quadro di potere ecclesiastico-democristiano di quegli anni. Quando però , a posteriori, il potere muta e invece di osteggiare la libertà sessuale la falsifica, Pasolini si dice costretto ad abiurare. Il potere diventa consumistico, il corpo diventa una merce da esposizione di massa e il sesso viene inteso come volgarità e manipolazione, quando non esplicitamente violenza. La gioventù sottoproletaria (si parlava ancora così e su questo termine vorrei tornarci in seguito) non sa difendersi e diventa secondo Pasolini  schiava dell’imitazione della cultura borghese devota al possesso e all’individualismo, in morte della cultura popolare. Per Pasolini l’emancipazione delle classi popolari e il complessivo miglioramento delle loro condizioni di vita, nulla ha a che vedere con l’abbandono della propria identità culturale. L’aspirazione ad uno standard di vita borghese e la conseguente appropriazione di valori borghesi santificati da una cultura di massa (cioè dei mass-media) interclassista quanto becera, per Pasolini sono le cause della nascita di una gioventù criminaloide o criminale, da lui già denunciata. Il proletario aspira a modelli provenienti da un mondo che gli è estraneo, diffusi dalla televisione e accettati acriticamente, al cui raggiungimento omologante è pronto a sacrificare tutto, per prime onestà e innocenza. La realtà mostra a Pasolini una generazione corrotta e l’autore ne deduce una corruttibilità retroattiva che non risparmia neppure la gioventù dei secoli precedenti da lui raffigurata nella trilogia. Di qui l’abiura. Di questa criminalizzazione dei giovani sottoproletari ne farà le spese egli stesso nel modo più tragico di lì a pochi mesi, comunque la si pensi sulla vicenda giudiziaria legata a Pelosi. E’ il 1975 e in altri scritti Pasolini denuncia un quadro politico che sta cambiando, una classe dirigente democristiana arretrata e inadeguata al nuovo dinamismo del capitale, che sta per essere spazzata via da quella che egli chiama la Terza fase del fascismo. Al manganello nell’imposizione del consenso si sostituiscono i mass media. Alla retorica sulla conquista dell’ Etiopia (*), l’acquisto della seconda auto o del frigidaire. Vi ricorda qualcosa?
(continua)
(*) Anche oggi facciamo la guerra, ma usiamo una retorica di pace.