Apologia del Referendum.

Personalmente ritengo che l’istituto referendario andrebbe riformato in senso estensivo. Per prima cosa bisognerebbe abolire il quorum al momento della votazione, l’appropriazione coatta dell’astensionismo fisiologico da parte di chi vuole boicottare il referendum è un assurdo democratico per diverse ragioni. Il quorum è iniquo in quanto favorisce la fazione contraria al quesito proposto proprio tramite l’approproazione dell’astensionismo, è intrinsecamente reazionario perché tale fazione è sempre quella che non vorrebbe che il quesito fosse discusso e dunque votato conservando lo status quo, è diseducativo in senso civico dal momento  che ad ogni chiamata refendaria si vedono ovunque leader politici democratici che chiamano le masse al non-voto,  è maggioritario in senso autoritario e quindi antidemocratico  in quanto un quesito fosse anche giusto e importantissimo che riguardi però 3 o 4 milioni di italiani, cioè una minoranza cospicua, rischia di naufragare non per ragioni politiche ma per semplice disinteresse: antidemocratico in quanto la democrazia ha la sua essenza nella tutela dei diritti delle minoranze. Inoltre il quorum genera sprechi in quanto la decisività di un referendum nella cui organizzazione si sono già impegnate le risorse dello Stato è tecnicamente uno spreco. In ultimo, il quorum è manipolabile in quanto si possono usare i media per rendere noto e urgente un quesito gradito e boicottare l’informazione elettorale su un quesito sgradito, dando a l’establishment un ulteriore strumento per rendere la democrazia meno partecipativa. Come sappiamo bene la par condicio non funziona quando in gioco si scontrano le invadenti corazzate partitiche, figuaratevi quando un gruppo di cittadini motivati cerca di far sentire la propria voce.

In generale poi trovo assurdo che chi si disinteressa, attività legittima che non giudico moralmente, debba comunque partecipare facendo pendere l’ago della bilancia da un lato o dall’altro esercitando paradossalmente la non-azione dell’assenza.

Vuoi partecipare? Vota. Vuoi andare al mare? Rinunci a partecipare.

Chiaramente il quorum ha una sua funzione, che è quella di impedire la proliferazione referendaria in particolare su quesiti minori o di scarsa importanza . Per indire, come diceva Gaber dei radicali, che si faccia un referendum anche per sapere dove i cani devono pisciare. Questa controindicazione è aggirabile aumentando il numero di firme che devono essere raccolte oppure riducendo il quorum dal 50% al 10%.

Figlio del suprematismo politico Dalemiano  e nipote del dirigismo politico sovietico e dell’immobilismo democristiano, il centro-sinistra italiano, a dispetto del nome che s’è dato di recente,  ha un pessimo rapporto con questo istituto profondamente democratico. Il maggiore partito del centro-sinistra vi fa sempre il minore ricorso possibile, appoggiando forze più radicali che lo hanno promosso soltanto quando i sondaggi cominciano ad essere ottimistici. Saltano sul carro dei vincitori i paraculi. Senza rendersi conto che le grandi vittorie della sinistra in questo paese, i grandi momenti di partecipazione civile e i momenti di vera emancipazione e progresso, sono sempre venuti dai referendum, a comnciare dal 1946 quando dal quel voto nacque la Repubblica.  Mai come nei referendum la sinistra politica italiana è stata decisiva nel miglioramento complessivo del paese visto che alle politiche di solito perdono, e anche quando vincono, il loro governo ondeggia pericolosamente tra il timido e il disastroso. Poi ci si stupisce che ci si abitui alla catastrofe fissa, monolitica e costante di questa destra porcina. Il referendum è uno strumento inclusivo e libertario, esattamente come ci si aspettava sarebbe stato il partito erede del PCI dopo lo sfacelo  sovietico. Fu forse a causa di  un’incomprensione lessicale che incapparono in uno dei più tragici fraintendimenti della storia, diventando invece liberisti.

Il Referendum potrebbe essere esteso anche in senso propositivo o alternativamente potrebbe essere combinato con le proposte di legge popolare nel seguente modo: la proposta deve essere esaminata e votata dal parlamento entro un periodo di tempo congruo di uno o due anni, altrimenti si va automaticamente a referendum propositivo/confermativo sulla proposta di legge popolare in oggetto. Io non trovo che le leggi proposte da Grillo e dal Movimento a 5 stelle siano geniali e ne voterei forse una su tre, tuttavia il fatto che restino in un cassetto è inaccettabile e su questo Grillo ha ragione a sbraitare. I parlamentari italiani stanno limitando in modo diretto la partecipazione dei cittadini alla vita politica, quando la Costituzione al contrario impone loro di favorirla. In due parole rubano sovranità e la rubano alla luce del sole. In questo caso specifico Grillo suda e sbava per le sue leggi purificatrici, ma in gioco c’è la sovranità di tutti noi.

Non si chiede alla classe politica di ragionare in termini talmente attuali da immaginare e regolamentare una forma di voto telematico limitato ad alcune questioni, da effettuarsi da qualunque connessione ad Internet, sebbene nel 2011 non si capisce esattamente perché l’argomento non debba essere discusso seriamente da un punto di vista tecnico e filosofico come possibilità per il prossimo futuro.  A meno che non se ne discuta perché nel democratico occidente la democrazia è il sistema perfetto, ma senza esagerare. Si chiede in realtà soltanto di  rispettare, promuovere ed estendere dove possibile strumenti di partecipazione previsti dalla Costituzione.

In quanto a furti di sovranità l’attuale legge elettorale ne è un esempio fulgido e cristillano che illumina, fiera con la fiaccola della truffa nella mano sinistra e un suino nell’altra, l’orbe terracqueo. Il Mattarellum, con tutti i suoi difetti, era di gran lunga più democratica e rappresentativa, e senza il Referendum che la reintroduce si andrà di nuovo a votare con la legge Calderoli perché il parlamento e il governo non hanno né il tempo né l’intenzione di cambiarla. Inoltre la legge Calderoli è soltanto apparentemente affidabile in termini di governabilità: non appena il centro sinistra dovesse calare nei sondaggi dalle immeritate vette attuali, si tornerebbe con tutta probabilità ad una situazione di stallo in senato.

Pur amando la canzone del Signor G. non ho mai creduto che libertà e partecipazione siano sinonimi, il referendum però ci da la sensazione di esercitarle entrambe. Manca poco al 30 settembre, troviamo un gazebo e andiamo a firmare.

Rivoluzioni d’Egitto.

A vedere cio’ che accade in Tunisia, parzialmente in Albania e soprattutto in Egitto, viene quasi da pensare che la voglia di libertà sia contagiosa. L’idea è rafforzata dal fatto che dopo le manifestazioni di giovedì nello Yemen sia stata convocata una “giornata della collera” contro l’attuale governo e che re Abd-Allah II di Giordania, con un atto previdente se non furbo, abbia  dato mandato al Primo Ministro di attuare immediatamente riforme liberali per il suo popolo. Viene anche da pensare che, per dirla con Fini (il giornalista non il politico), i popoli debbano filarsi da soli la propria storia e, forse, possono ottenere più con le proprie forze e la sana pratica della lotta popolare di emancipazione, che tramite i generosi bombardamenti del grande piano occidentale di  “democracy export”.

L’idea dei popoli che si sollevano per abbattere i tiranni è affascinante e senza tempo, ma volendo fornire un’ipotesi più realistica è senz’altro probabile che le ragioni del progresso sociale si stiano in realtà intrecciando con quelle della crisi, del pane e della pancia. La miscela è esplosiva e costituisce uno dei maggiori motori della storia e, personalmente, resto convinto che le rivoluzioni siano mosse praticamente sempre dalla necessità quasi mai da ideali, usati al più per offrire agli insorti una prospettiva politica, un fattore di mobilitazione e una nuova classe dirigente bella e pronta. Il cambiamento in corso, se non interverrà una prematura e brutale restaurazione, è di portata storica e potrebbe estendersi per i deserti orientali più velocemente di quanto pensiamo, basta ricordare le tensioni politiche interne all’Iran dello scorso anno.

Inoltre, la potenza mediatica delle immagini provenienti dal bacino del mediterraneo sta squarciando i drappi di quella che potremmo definire la dottrina Luttwak: “Ci sono dittatori che ostacolano il business e dittatori che non lo ostacolano, noi ci occupiamo dei primi e lasciamo perdere i secondi”. Si scopre così che Mubarak non è uno stinco di santo ma un autocrate e un despota, e Ben-Alì non soltanto è un dittatore, ma ce lo abbiamo anche messo noi italiani (il prezzo della stabilità…). Di questo passo perfino i Teocons di casa nostra notoriamente duri di comprendonio, già  orfani di Bush  e probabilemnte delusi dalla breve fiammata del Tea-Party, potrebbero accorgersi che la libia di Gheddafi è l’unico paese sovrano che abbia aperto il fuoco verso il territorio italiano dal 1945 e di come nell’Arabia Saudita degli amici Al-Saud la condizione della donna sia in realtà peggiore che in Afghanistan.

Ci sono tuttavia alcuni pericoli che vanno valutati e si inseriscono nel triangolo di relazioni tra USA, Israele e il mondo arabo. Dal Foglio  di Ferrara, giornale marcatamente filo atlantico e simpatizzante della causa israelana come il suo direttore, ci fanno sapere che il rischio in Egitto è che vadano al potere i Fratelli Mussulmani in un tardivo remake in salsa sunnita della rivoluzione islamica khomeinista. Tuttavia, se il leader dell’opposizione sarà davvero El-Baradei che,  malgrado il premio sia inflazionato da almeno trent’anni è pur sempre un Nobel per la pace ed un politico laico, il pericolo francamente non sembra all’orizzonte.

Però l’Egitto resta cruciale nella triangolazione di interessi.

Egitto significa una nazione di 80 milioni di persone a due passi dall’Europa terrorizzata dalle ondate migratorie, significa il miglior alleato tra i confinanti di Israele con la metà dei quali è formalmente in guerra o comunque non ha contatti diplomatici (quando ci sono stato è la prima cosa che ha spiegato la guida uscendo dal perimetro di Tel Aviv, almeno per quelli di noi che non lo sapevano). Egitto significa Gaza e la volontà o meno di finanziarne e armarne la resistenza, significa Canale di Suez, container e petroliere che vi transitano. Egitto significa un contagio ancora più esteso, perché un conto è dire che il grande cambiamento è possibile in una nazione di 8 milioni di abitanti come la Tunisia, un altro conto  è cio’ che sta succedendo al Cairo. Per i parametri del mondo arabo, se è possibile in Egitto è possibile ovunque, anche dove si produce più petrolio il cui prezzo sta schizzando di nuovo verso i 100 dollari.

Se la posizione pro-Mubarak è da darsi per scontata, dalla quale provengono probabilmente i malumori del Foglio, da parte di un Israele non certo propenso a scambiare un alleato stabile e tutto sommato  accomodante in cambio di un terno al Lotto,  quella degli Stati Uniti mi lascia al momento abbastanza perplesso. I normali rapporti nella triangolazione vorrebbero gli USA allineati con gli alleati israeliani, preoccupati di non destabilizzare un’area in cui hanno qualche centinaia di migliaia di soldati variamente dislocati e di non perdere, in nome della real-politik, un buon alleato come il presidente egiziano. Eppure, sorprendentemente, non soltanto Obama sta effettuando una forte pressione mediatica a favore dei manifestanti e del cambiamento, ma addirittura Wikileaks racconta come gli USA finanziassero e supportassero da tempo gli oppositori del Raiss.

Delle due l’una: o con Obama (guerre ereditate a parte) davvero la politica estera degli USA sta cambiando a cominciare dai rapporti delicati con Israele o, il che è piuttosto probabile, c’è ancora qualcosa di importante che mi sfugge.

Nel frattempo mentre il vecchissimo (quella mummia Gheddafi potrebbe  quasi essergli figlio) volpone Mubarak, schiera in campo i propri sostenitori che subito vengono allo scontro con gli altri manifestanti, dividi et impera, questo blog ne approfitta per solidarizzare con la protesta degli egiziani. Non soltanto percèè sono convinto che un regime democratico sia comunque meglio del dittatorello di turno, ma piuttosto perché democrazia e libertà, come tutte le cose importanti, se conquistate con le proprie forze, valgono e doppio.

Il colore viola.

Sabato a Roma, per un giorno soltanto pare e non per l’intera stagione autunno-inverno, sembrava andar di moda il viola. La marea s’è mossa da Piazza della repubblica fino a Piazza San Giovanni, invadendola, debordandola. Sembravano tanti, ottocentomila secondo gli organizzatori diciannove persone secondo la questura, tanti quanto quelli presenti il primo maggio al concertone rock che dovrebbe celebrare il lavoro più che i cantanti e fa concorrenza alla fin fine all’Heiniken Jammin Festival, più di quanto faccia tremare Confindustria.

Dominava il viola sgorgato da Facebook su esortazione di San Precario ma non c’era soltanto quello, comparivano a folti gruppi bandiere rosse di tutti i cinquantadue partiti comunisti rimasti, unico caso al mondo in cui le sigle proliferano più degli elettori, qualche bandiera IdV e perfino quattro bandiere quattro del PD, in barba al dettato del neosegretario della  cui trasparente assenza, guarda un pò, s’è parlato più che delle centinaia di migliaia di presenze indaco. Io e il tassista leninista, armati di macchina fotografica e sprovvisti di indumento a tono (prometto in futuro di comprare una cravatta), scorriamo il corteo, leggiamo striscioni, ascoltiamo slogan. Notiamo perfino un momento di tensione, in cui un viola purissimo uscito dal web, litiga e inveisce contro dei manifestanti con bandiere rosse usciti da qualche sede di partito inquinando, a suo avviso, la volontà dei pervenuti nel prendere le distanze dalla politica tradizionale. Io e il tassista ci domandiamo quando, restando nel solco delle opposizioni a Berlusconi, il movimento viola si dividerà anch’esso in litigiosi correnti. Lealisti Magenta contro dissidenti Lilla. Separatisti Fucsia contro ortodossi Melanzana. Miglioristi orchidea in polemica contro centristi presumibilmente Malva, quest’ultimi in odor di tradimento e collaborazionismo col nemico.
Oh, già… il nemico. Quello è onnipresente e fin troppo chiaro a tutti, rappresentato in  effige sui muri e sui cartelli,  evocato tramite feticci, maschere e pupazzi, il suo nome ingombrante urlato come uno sfogo.
Mentre gironzoliamo per il corteo e intorno a noi sciamano i manifestanti (dei quali a modo mio, sia ben inteso, faccio parte), vediamo comparire qualche vecchio leone che mescola la condizione malridotta della democrazia italiana col golpe in Honduras, individuando una comune matrice a stelle e strisce… Fulvio Grimaldi, bontà sua, è sempre quattro decenni indietro rispetto alla storia e qualche annoluce avanti rispetto alla mia fantasia. Vediamo anche Franceschini,  non quello che ha perso le primarie ma quello che ha fondato le BR, e uno striscione di Lotta Continua (1969-2009  c’è scritto, come se Lotta continua vantasse l’esperienza artigiana e la continuità di gestione di una panetteria o di un ristorante tipico) come se a sinistra nulla si rinnovasse mai, ma tutto procedesse per stratificazioni successive in cui convivono guardandosi in cagnesco il nuovo, il vecchio, il più vecchio, l’antesignano, il relitto e l’archeologia politica. Per la prima volta il PMLI non l’ho visto, ma a ben ripensarci il giorno dopo ricordo alcuni manifestanti esibire orgogliosi “Il Bolscevico”, organo del Partito Comunista più anacronistico tra i molti d’Italia.

Si lo so, un detrattore filoberlusconiano con sta roba c’andrebbe a nozze, ma io non lo dico per denigrare, è proprio che l’occhio nel mio caso tende sempre a fermarsi sui particolari demodè, sulle intrusioni e sui segnali fuori dal contesto storico. Il vintage politico-icononografico se preferite.

Controcorrente nel fiume umano si districano operatori televisivi e intervistatori che a tutti domandano, già consci che la manifestazione è perfettamente riuscita, da domani che cosa cambierà?
Niente.
Lo sanno loro, lo sanno gli intervistati (almeno quelli che hanno abbastanza primavere per averne viste ormai parecchie di manifestazioni ben riuscite) e lo so pure io, però  ce lo domandiamo comunque. Probabilmente, per puro esercizio onanistico.
Si arriva alla fine sotto il palco, arriviamo tardi, c’è già stato Celestini, c’è Salvatore Borsellino, Malerba, Gallo, Dario Fo e Franca Rame, col loro ottuagenario ottimismo da orticaria per un futuro migliore che non arriva mai. C’è Bocca registrato, Tabucchi dalla Francia e qualcuno mormora “beato lui”, c’è Monicelli. Monicelli,
il maestro, alla cui veneranda età rimane più spirito che fiato,  dice cose intelligenti.  Parole che dovrò riascoltare il giorno dopo su Youtube in quanto un camioncino corazzato d’altoparlanti mi spara nelle orecchie le canzoni dei cartoon, così che l’autore di Amici Miei e Il Marchese del Grillo, muove le labbra per esortare i giovani a non mollare, ma sembra cantare UFO Robot in un maldestro involontario doppiaggio. Poi, sul palco, arriva Ulderico Pesce monologhista, attore, cameriere, emigrante pugliese o quel che è.
Ulderico parla del caporalato diffuso in tutta Italia nelle aziende agricole, lo chiama col nome che dovrebbe avere, schiavitù.
La ripete più volte quella parola, schiavitù, schiavitù ai danni degli immigrati che poi criminalizziamo. Chiama l’Italia per quel che è o sta diventando, razzista.  Spiega che basterebbe una semplice legge ( c’è una raccolta firme sul suo sito) di congruità fiscale tra manovalanza  a libro paga e prodotti agricoli che finiscono nei supermercati per colpire questa piaga. E s’incazza, forse per enfasi da guitto forse per temperamento, domandandosi davanti alla schiavitù e alla criminalizzazione degli schiavi dov’è la sinistra, dov’è la chiesa, dov’è il sindacato, dov’è il governo, dov’è la solidarietà.
E  il senso che ha per me questa giornata è in quelle parole e nella volontà residua e ostinata nell’affermare la non complicità con quel che accade. Poi io e il tassista si va a casa, che fa un po’ freddino, la metro scoppia e le bandiere, nella mia esperienza recente, per sgargiante che sia il loro colore hanno appena il tempo di sventolare che sembrano già vecchie e lise.
Foto by Aramcheck

L’uscita di scena dell’amico George.

Voglio ricordarlo così il presidente George W. Bush ,giovane e bello all’inizio della sua carriera politica. Voglio ricordarlo quando era sulla cresta dell’onda insieme alla  cricca (teo)neo-cons e alla pletora di leccaculi vicini (come Fox News) e lontani (come Ferrara, a  proposito che fine ha fatto? Chiuso in monastero?) . Credo non ci sia stata una sola decisione di una qualche rilevanza presa da quest’uomo e da chi gli stava intorno che io non abbia avversato. Non c’è nessun  altro politico che io ricordi, evitando di scomodare la seconda guerra mondiale, cui io non riesca ad associare almeno una decisione difendibile. 

Quindi no signor Presidente del Consiglio, al contrario di cio’ che lei ha detto appena due settimane fa nell’ultimo tentativo di sembrare amico di tutti, perfino di due come Putin e Bush che si fanno ormai la guerra per interposta persona (o staterello caucasico per la precisione), io non penso affatto che George W. Bush verrà ricordato come un grande Presidente. Perfino lei, ahimé, meriterà un giorno di avere miglior memoria, anzi non ho dubbi che l’avrà se in questo strano paese un giorno sì e l’altro pure non si perde ancora l’occasione per tentare pelose riabilitazioni di Mussolini. Certo il Duce aveva un altro stile, ma ché ché ne dica Flores D’Arcais lei non potrebbe fare altrettanti danni neppure se le venisse rinnovato il mandato altre cinque volte. Un po’ per le condizioni storiche, un po’ perché le mancano le capacità  di incidere al di fuori dei suoi confini e un po’ perché, e questo taglia la testa al toro di ogni improprio parallelo tra lei e Mussolini,  il Duce voleva essere soprattutto temuto mentre lei, questo l’ho capito, vuole essere soprattutto amato. Lei non vuole conquistare l’Etiopia, lei vuole il suo volto  sorridente immortalato su una statua in ogni città italiana, vuole essere ricordato come un padre fondatore benevolo e geniale. Non ho dubbi che ci riuscirà, le intitoleranno strade e viali bellissimi dove, mi spiace per lei, non si potrà impedire comunque ai cani di pisciare.

Monumenti per il suo amico George W. pero’ non ce ne saranno, di questo ne sono quasi certo, verrà ricordato per quell’ottuso guerrafondaio  suprematista che era. Verrà ricordato come un passo falso della democrazia americana come fu, peraltro immeritatamente, per il povero Nixon.

Gasparri ha appena detto che Al-Quaeda sarà contenta dell’elezione di Barak Obama. Lo capisce Gasparri che Al-Quaeda prima della presidenza Bush era del tutto ignota (per ammissione di Clinton) e oggi è una temutissima e per molti versi comoda  Spectre nota ovunque  come  nemico N.1 dell’Occidente a cui si rifanno piu’ o meno indebitamente centinaia di gruppuscoli terroristici in decine di Stati mussulmani nel mondo? Voleva essere una domanda retorica e invece ne è uscita una domanda stupida: no che non lo capisce Gasparri, non lo capisce come non capisce che che Karzai è a malapena il sindaco di Kabul., non lo capisce come non capisce tutto il resto.  Signor Presidente avverta i suoi gerarchi che l’amicizia acritica verso il presidente americano non  è una questione ideologica   e che il prossimo culo da leccare, piaccia o meno l’abbinamento cromatico, sarà nero. Lo ha capito bene Frattini che, fiutando l’aria e interpretando per tempo il Wind of Change, ha passato la scorsa settimana tentando di tracciare improbabili parallelismi tra la sua figura politica Signor Presidente e quella di Barak Obama (si è messo a ridere perfino Casini).

Questo è quindi  un gran giorno innanzitutto per la scomparsa politica del vecchio WASP, tanto che sarebbe stato un bene (molto relativo) addirittura la vittoria di Mc Cain e della sua  aggressiva vicepresidentessa artica. Poi, per carità, Obama ha i suoi meriti e tra questi non c’è quello di essere nero, se non per il mal di fegato quatriennale che la sua elezione provocherà alla minoranza razzista d’America, gente delle cui coliti bisogna sempre rallegrarsi. Tra i suoi presupposti meriti ci sono invece l’impegno ambientalista e verso le energie rinnovabili, la volontà di una politica estera incentrata piu’ sulla diplomazia che sui carri armati e il suo background distante, o perlomeno non sovrapponibile, al neoliberismo Friedmaniano. Ce ne sarebbero anche altri (sanità, istruzione, redistribuzione etc…) di cui mi fregherebbe qualcosa se vivessi in California o nell’Oregon, cosa che purtroppo non è. In generale ha vinto qualcuno che a partire dal look, fino alla dialettica e al programma politico ha fatto della discontinuità rispetto alla presidenza Bush un mandato assoluto.

E ha stravinto.

Poi lo so (ma  pare non lo sappia Veltroni, che è un fesso) Obama non è il Messia, avrà le sue Lobby, i suoi gruppi di interesse, le sue continuità storiche da mantenere, i suoi interessi strategico-imperiali e tutto il resto, ma mi pare buona norma concedere tempo a chi è appena arrivato e giudicare i risultati a posteriori, soprattutto se le premesse sono buone. Tanto per dire tra i consiglieri spicca Brietzinsky che è sì un guerrafondaio, ma rispetto a Rumsfield è uomo di tutt’altro spessore: anche la guerra ahimé, bisogna saperla fare. Quindi auguri a Barak Obama, al suo cambiamento se davvero arriverà e alla sua sfida nel raccogliere una nazione che rischia di andare in pezzi, ricordandogli che se alla prima visita diplomatica in Italia troverà un esercito di politicanti di colore che gli scodinzola vicino non avrà sbagliato aereo prendendone uno per l’Etiopia: sara’ soltanto lucido da scarpe spalmato sulle  solite facce. Siamo sempre noi i simpatici italiani che nessuno prende sul serio, quelli che mentre lei cerca per ora a parole di cambiare il mondo stanno qui a discutere del coccolone di Andreotti (col cazzo che  il vecchio vi muore in diretta! C’avete sperato lo so…), le esternazioni senili di Cossiga (lunga vita a lei Presidente Emerito! se campa altri dieci ci dirà anche chi ha ammazzato Kennedy!) e del sempre verde Licio Gelli che dopo la militanza fascista, il collaborazionismo coi nazisti  e le logge massoniche eversive si ritrova a novantanni a condurre un programma televisivo. E poi dicono che è l’America il paese dove puo’ succedere di tutto…

Dick Vs Cage: Free Radio Albemuth e Ubik in pellicola.

L’immaginario dei romanzi di Philip Kindred Dick è quello di riferimento di questo blog. Lo stesso nome “Aramcheck”  compare  nel romanzo  Radio Libera Albemuth (uscito postumo e precursone della “Trilogia di Valis“) come associazione sovversiva immaginaria, inventata dal potere (Ferris freemont aka Richard Nixon) per diffondere paura e insicurezza nella popolazione ottenendo mano libera nella repressione e nel controllo. Pare che Hollywood ne abbia appena fatto un film per ora in uscita soltanto negli Stati Uniti del quale, almeno da noi, si è parlato poco o per niente. A dire la verità perfino il sito della pellicola lascia parecchio a desiderare con delle sezioni under construction ancora oggi che il film dovrebbe quasi essere nelle sale, e sì che nel cast c’è gente come Alanis Morrisette che, piaccia o no, ha il suo folto seguito. Se “Radio Libera Albemuth” è un romanzo bipolare  e paranoico che, come quasi tutta l’ultimissima produzione di Dick, puo’ anche non piacere (come si intuisce dal contesto grafico da queste parti eccome), Ubik è invece un capolavoro assoluto  sul quale in questa sede non sono ammesse discussioni se non nella forma apologetica della lode sperticata. Ubik è uno sguardo panoramico su un universo che crolla e si disfa  tra le mani dei protagonisti. All’interno della visione gnostica di Dick, Ubik è il romanzo in cui forse più di ogni altro l’autore veste i panni del maldestro demiurgo che osserva il disfacimento della propria stessa creazione.  Anche i diritti di Ubik sono stati recentemente acquistati per farne un film e mentre resta facile immaginare come la macchina Holliwoodiana potrebbe spettacolarizzare i poteri psionici del gruppo di protagonisti neoumani,  incarnare efficacemente il personaggio scazzato e disilluso di Joe Chip (questo nome vi ricorda qualcuno lo so) o quello enigmatico di Runciter, e  ingannare abilmente lo spettatore conducendolo nella dimensione ambigua “morte apparente”/”vita apparente” fino a non permettergli piu’ di distinguere tra la realtà vissuta e la realtà sognata, sono invece davvero curioso di capire come lo faranno crollare pezzo per pezzo questo dannato universo. Voglio vedere, cio’ che ho letto e quindi solo immaginato. Peccato che si dovrà attendere forse il 2010 per la realizzazione del film e, ahimé, si corrono  sempre mille rischi che  potrebbero far saltar fuori una cagata colossale: basta ad esempio, tanto per  citare l’insidia piu’ oscura e letale,  dare la parte di protagonista a Nicolas Cage. Quando le forze del male volgono il loro sguardo rovinoso sulla settima arte e  decidono di distruggere qualcosa che aveva le carte in regola  per aggiungere bellezza al mondo, di solito, ingaggiano Cage.

Il Papa tace: una bella giornata per la libertà di espressione.

Il Papa è probabilmente l’uomo com maggiore visibilità mediatica al mondo, di certo in Italia.  Il Vaticano  possiede case editrici e giornali, ogni giorno TG compiacenti di Stato e non, ci propinano  le sue prediche su qualunque argomento, inoltre fanno riferimento al Vaticano una miriade di Università in tutto il mondo dove il Sommo Pontefice può dire il cazzo che vuole.

Invitando il Papa all’apertura ufficiale dell’anno accademico, il magnifico rettore della Sapienza invita il rappresentante di un sistema di idee che stride, osteggia e in passato ha perseguitato la laicità scientifica dell’ università.

Una serie di componenti dell’Università contestano in varie forme, dalla lettera dei docenti agli striscioni degli studenti, sia le idee proprie del dogmatismo cattolico sia l’ospite che le rappresenta.

Le obiezioni sono fondate e cruciali in quanto, ad esempio, un medico o un ricercatore che  spendono la propria vita cercando metodi di prevenzione efficaci contro le malattie a trasmissione sessuale o rincorrendo un vaccino contro l’AIDS, non possono non vedere in chi combatte una battaglia contro la contraccezione un avversario del loro lavoro, della loro causa e di quelle vite che loro hanno l’obbligo di tentare di salvare. Questo è soltanto un esempio tra molti, ma mi pare tra i migliori.

Demenziali e identiche le dichiarazioni dei politici, trovo da I&I il link ad un elenco di esternazioni composto da Lennynero e lo linko qui. Dall’omogeneita e dal tono delle affermazioni si evince chiaramente quale sia il pensiero dominante fatto proprio, alla solita maniera puramente esteriore e opportunistica, dal potere politico.  In un post di qualche tempo fa sui nuovi inquisitori mi domandavo quando per far tacere i critici del Vaticano si sarebbe cominciato a brandire il termine anticristiano(*), bene il termine adesso serpeggia nella propaganda cattolica e ieri sera Buttiglione  lo sventolava al TG2.


Il pontefice declina l’invito ufficialmente per ragioni di immagine, i quanto evidentemente questi non deve essere soggetto a pubbliche contestazioni. La sua immagine va dunque divinizzata, spiritualizzta, deve trascendere le mondane forme di dissenso, il dibattito e la critica aperta e diretta. Bene, evidentemente l’università laica non è posto per lui, fintanto che almeno non ne accetterà le consuetudini e la libertà di espressione vigenti. Scelta sua.

La libertà di espressione è del critico, non del criticato.

Il TG1,  facendo pensare un incidente aereo o qualcosa di peggio, ha aperto dicendo a questo proposito: <<Oggi è stata una brutta giornata per l’Italia>>. E perché mai mi domando?

A me infatti, è parso tutto molto bello e democratico.


Ipazia                        Galileo Galilei               Giordano Bruno


(*)Poi mi spiegheranno le posizioni del Cristo in materia di ricerca scientifica. Vangelo alla mano, please.