Appunti su un viaggio mai fatto: “Quando Dubai era Dubai”.

Per anni D. mi ha invitato ad andarlo a trovare a Dubai, cosa  che avrei fatto volentieri essendo curioso di vedere come si vive in un posto dove professionisti di tutto il mondo vivono all’Occidentale nel cuore del Medio Oriente arabo. Un posto, per quel che mi raccontavano Andrea,  Alfredo e lo stesso D., più simile a un porto interstellare pieno di razze trekkiane e stramberie multietniche che ad una città non troppo distante da La Mecca. D., lucignolo insidioso, mi invitava anche a investirci a Dubai,  quel paese dei Balocchi creato da sua altezza l’emiro Mohammed bin Rashid Al Maktum che lui definiva orgogliosamente “il mio Sheik” (sceicco). Io gli spiegavo che per investire ci vuole il “capitale”, virtù gloriosa in forma materiale celebrata universalmente dai  calvinisti fino ai burocrati del Catai, della quale mi trovo, mea culpa (3 volte), storicamente sprovvisto.


Nel paese dei balocchi, spiegava Lucignolo, potevi comprare una casa con poche decine di migliaia di dollari e trovarla in brevissimo tempo quintuplicata nel valore. “Il mio Sheik” ripeteva da buon musulmano, lui che è ateo e nato Genova, ” è uno che pensa in grande, c’ha la Vision” con una  improbabile contaminazione tra il lessico  entusiasta dei managers  NewCo e la devozione ancestrale  del più umile tra i Fellahim.  Sua altezza aveva costruito Dubai già maestosa  per un quarto, immaginando e trovando finanziamenti per il resto dell’opera, per molti versi unica, che avrebbe compito in seguito.Già qualche anno fa a Dubai, una città ricordiamolo affacciata sul mare ma circondata dal deserto, a dispetto dei 50 gradi all’ombra potevi staccare dal lavoro e andare a sciare dentro  un apposito palazzo  chiamato Ski Dubay o passeggiare tra banker di sabbia e manager abbronzati armato di mazza e palline, per innumerevoli verdissimi campi da Golf. Se trovare acqua nel deserto è roba da rabdomanti, evidentemente portarci neve e verdi aiuole è roba da “Sceicchi con la Vision

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®“. La febbre edilizia dell’Emirato aveva bisogno di manodopera, essendo la popolazione autoctona tuttosommato ridotta  e i golfisti occidentali poco inclini all’uso della cazzuola si dovette importarla dall’estero. Dall’India in particolare c’era di che prelevare braccia. Mi raccontava D. come arrivassero a ciclo continuo  navi stracolme di quelli che con cinismo coloniale definiva “indianini”, pronti a lavorare come schiavi sotto il sole mediorientale, per stipendi da fame e con permessi di soggiorno a” progetto” di stretta scadenza e rimpatrio garantito. Una specie di sogno leghista in salsa  arabica. Le frotte di “indianini”, che per di più si beccavano il sottile razzismo degli abitanti dell’emirato forti del proprio stile di vita eccezionale e dei propri alti redditi, non bastavano da soli costruire il sogno di Mohammed bin Rashid Al Maktubraccia laboriose ma comunque troppo piccole per una Vision così grande. Serviva tecnologia, servivano le gru. E’ così che nell’aprile di quest’anno Dubai, poco più che una città in mezzo al nulla, si trovò ad avere sul proprio territorio il 25% di tutte le gru del mondo.

Avete letto bene, una gru attiva su quattro era a Dubai.

 

Per costruirci cosa vi starete domandando? La Vision dello Sheik, naturalemente. Ad esempio un arcipelago di isole residenziali artificiali a forma di palma il Palm Deira, che nemmeno doveva bastare visto che intanto se ne pianificava un altro il Palm Jebel Ali.  naturalemnte costruendo anche il Waterfront, una lingua di terra di 70km per proteggere le palme, il più grosso progetto architettonico al mondo nel suo genere. Gli uomini più ricchi della terra avrebbero dovuto ognuno prenotare la sua isola artificiale o la sua villa, servite da motoscafi che ti portavano la spesa a casa, roba così:



Tra l’altro neppure i due progetti più faraonici e bizzarri visto che c’era gente che prenotava la propria isola artificiale, nel nuovo mondo di isole artificiali in costruzione, The World. C’era il tizio che prenotava il Giappone, chi comprava la Patagonia e chi,bontà sua, persino l’Italia (giurin giuretto stavolta Berlusconi non c’entra), il tutto in uno scenario che appariva più o meno così:

 

Non male per essere un cantiere? Vien quasi voglia di comprare l’Inghilterra per stramaledirli in casa loro, di comprare l’Antartide per starsene isolati tra i pinguini o di comprare Dubai per essere in una Dubai, dentro una Dubai, dentro una Dubai… Tanti e tali sono i vezzi dei ricchi. Nella Vision naturalmente non mancavano alcuni tra i grattacieli più alti del mondo, nonché molti tra i più contorti frutto  dei sogni lisergici di affermatissimi architetti. Tra questi era in costruzione un grattacielo alto un chilometro, l’unico edificio al mondo dove alcuni condomini sarebbero stati al livello del male ed  altri  in montagna. Eh, erano i tempi della corsa al cemento, quando il mattone era il mattone e i soldi (per chi li aveva) erano talemente tanto soldi da riprodursi autonomamente,  in una specie di cancerosa  mitosi speculativa.
E ora? Ora la bolla è scoppiata. I cantieri sono fermi, le altissime gru sono in balia delle sabbie e della ruggine, gli indiani presumibilmente senza lavoro. Come risporta “Il Sole24ore” per bocca di un analista del luogo l’80% degli investimenti con la crisi s’è fermato, bloccando il 20% dei dei cantieri, proprio quelli più faraonici di cui si è detto sopra. Resta un quinto del denaro tutto dedicato all’edilizia convenzionale, finché dura. Qui dove non si riesce a  sistemare la Salerno-reggio Calabria si potrebbe anche ridere dell’infausta fine della Vision dell’Emiro, se non ché le banche europee pare siano esposte su quei cantieri per qualcosa come 40 miliardi di dollari.

La globalizzazione in fondo è anche questo: vedere la tua banca che chiude e trovarne le cause nel sogno infranto delle Mille e una Notte.

Tirando le somme (I). Dialogo tra un Islandese e la finanza mondiale.

L’Islanda fino a pochi mesi fa vantava un benessere invidiabile e non pochi primati. L’Islanda era il paese con il reddito pro capite piu’ alto d’Europa e il tasso di corruzione piu’ basso. In Islanda era difficile andare in vacanza perche’ la Corona Islandese era una moneta estremamente forte e gli abitanti avevano un tenore di vita molto alto. Il governo Islandese ha potuto permettersi di avviare un programma di rinnovamento industriale ed energetico che avrebbe dovuto portare alla totale indipendenza dal petrolio entro il 2020.

Non il 20% in meno (niente pezze calde in Islanda) ma la totale indipendenza. In Islanda il primo Ministro girava senza scorta e nelle banche non c’erano guardie giurate: ne’ l’amministrazione pubblica ne’ i banchieri erano disposte a pagare un servizio di sicurezza che non serve in un paese dove semplicemente la sicurezza non era mai sotto minaccia. In Islanda  il tasso di disoccupazione era arrivato all’1% e la speranza di vita alla nascita a 80 anni. Beati loro che hanno potuto godersi a lungo un paese cosi'(*), ben lontani evidentemente dall’islandese che nelle operette morali chiedeva conto a madre natura di averlo fatto nascere in una terra tanto sciagurata.

In Islanda pero’ nell’ultimo mese sono cambiate un sacco di cose.

Adesso in Islanda l’unico banchiere e’ lo Stato  e il primo ministro gira sotto scorta, mentre le guardie giurate osservano da dietro i vetri antiproiettile folle di correntisti increduli e imbestialiti che non possono accedere ai loro soldi. Ci sono stati migliaia di licenziamenti in pochi giorni, che su in paese di 300000 persone hanno rilevanza statistica enorme. Oggi un islandese che dovesse recarsi in Danimarca a prendere un caffe’ pare che lo pagherebbe l’equivalente di 18 dei nostri euro. L’Islanda si e’ risvegliata povera, ha dovuto nazionalizzare tutte le banche e chiedere 4 miliardi di Euro alla Russia per non andare in bancarotta, tanto che c’e’ chi dice che Putin si e’ praticamente comprato l’isola, mentre gli Islandesi sono sotto shock.

L’Islanda era esposta con l’attuale crisi finanziaria,  aveva un debito molto alto e le banche intrecciate con la finanza anglosassone sono andate in crisi come birilli una dopo l’altra. Le e’ successo  piu’ o meno quanto e’ accaduto in UK, negli Stati Uniti e in molti paesi europei con la differenza che mentre nessuno puo’ svuotare le proprie riserve di Euro, Dollari e Sterline e disinvestire in un colpo solo da tutto il nord del mondo, l’isola dei ghiacci e dei Geyser ha visto crollare la propria moneta del 20% il primo giorno e del 35% il giorno dopo rendendola immediatamente insolvente verso qualunque debito contratto verso l’estero. Una moneta debole e isolata che all’arrivare della tempesta diventa carta straccia.

A parte la triste favola dell’isola felice che cade nell’incubo, adesso dovrebbe essere chiaro quale prezzo puo’ pagare un paese coinvolto in una crisi come questa dopo aver deciso di non entrare nell’euro. Adesso pare che anche Svezia e Danimarca ci stiano ripensando, strano e’?

Adesso dovrebbe anche essere chiaro che razza di idioti erano quelli che dicevano che dovevamo tenerci la Lira, gli stessi che proponevano poi  di tornarci per poterla svalutare, come facevamo ai bei tempi, e fare concorrenza ai cinesi soltanto sui prezzi. Bella strategia considerando che l’Italia non e’ esattamente un’isola felice  del nord atlantico, posto semmai piu’ appropriato per vagheggiare l’idillio isolazionista.

Adesso infine sarebbe ora di ricordare le facce dei venditori di fumo  se non per smascherarli in pubblico, per evitare almeno che vengano ascoltati in futuro. Perche’ e’ raro, ma ogni tanto i nodi vengono al pettine,  bisogna soltanto avere pazienza e un po’ di memoria. L’impressione e’ che prima che questa  crisi abbia termine, per chi vorra’ vederli,  di nodi al pettine ne saranno venuti tanti.

E se volete,  almeno questa e’ una buona notizia.

Il seme della follia: Columbine, Virginia Tech e i matti di casa nostra.

I film di Carpenter mi fanno puntualmnete cagare, ma devo ammettere che dietro c’è quasi sempre un’idea interessante. Prendo spunto dal titolo di uno di questi e dalla cronaca nera delle ultime settimane (un po’ offuscata dalle primarie USA e dai terremoti politici nostrani), per fare qualche considerazione sulle sparatorie insensate nelle scuole e nei centri commerciali statunitensi e i nostrani orrori uxoro-fratri-patri-cidi. In sostanza le  vicende che vanno dalla Virginia Tech, a Columbine,a Fresno da un lato e dall’altro esplorano tutto il repertorio del macabro museo degli orrori di Porta a Porta.cronaca nera, quella psicopatologica dello stragista della domenica o del serial killer, mi ha sempre interessato poco. La spettacolarizzazione che se ne fa mi lascia indifferente, il dato mediatico reiterato milioni di volte che ci siano dei folli omicidi intorno a noi si scontra con la percezione delle persone che ho frequentato e conosciuto e che anche qualora violente, mai hanno raggiunto quella violenza. Mi fido di piu’ del mio vissuto, un dato cioè estremamente particolare ma tangibile e reale, rispetto all’enfatizzazione mediatica che abbraccia comunque un caso eclatante scelto tra milioni di casi normali o non-casi. A parte la morbosità e l’efferatezza della storia in sè, Cogne non mi dà alcuna informazione sulla società in cui vivo, non quanto me ne darebbe una statistica o un’analisi ragionata del fenomeno su un campione significativo di dati reali. Non essendo un morboso né un sadico quindi, di solito non seguo  la cronaca di questo genere. Non so’ chi sia l’avvocato della Franzoni, non so chi sia l’assassino, nel mio mondo  uno zoccolo e un mestolo servono a camminarci o a girare il brodo. Pero’adesso vorrei cominciare a capirci qualcosa in piu’, non del singolo caso, quanto  del  fenomeno che li raggruppa: se un tale fenomeno esiste.

Se il fenomeno esiste è interessante notare come negli USA l’obbiettivo del mitomane omicida è spesso la propria comunità, intesa come comunità fuori dalla famiglia,  nel caso della scuola e dell’Università sinonimo anche dell’autorità: dunque dello Stato. Negli USA inoltre, forse per la reperibilità di armi troppo distruttive perchè sia sensato venderle ad un privato cittadino, si uccide in modo indiscriminato coloro che si conoscono appena. In Italia le tragedie di follia efferata e insensata, notatelo, sono piu’ mirate e quasi tutte interne alla famiglia o strettamente limitrofe ad essa: Jessica e Omar, Maso, Caretta, (presumibilmente) Cogne, si colpiscono spesso parenti, fratelli, figli e fidanzate varie.

Possibile che la pressione psicologica, la frustrazione nevrotizzante, siano peggiori negli USA per quel che riguarda la comunità e l’autorità e piu’ forti in Italia per lo stretto ambito familiare? Che vi sia qualcosa di patologico nel rapporto tra l’italiano e la mamma cui è tanto legato? O tra l’americano che dice sempre My Country, My Flag e Our Way Of Life e la sua amatissima nazione?

Io non lo so’ ma non mi fido di cio’ che dice di sé la gente:  anzi spesso il conformismo indotto e violento che ti porta ad amare qualcosa perchè devi amarla e non perchè l’ami davvero, crea dei meccanismi perversi nell’accumulazione dell’odio e del rancore. Questo conformismo totalitario è indotto, talvolta inconsapevolmente, proprio da quelle istituzioni (la famiglia è anche un’istituzione) che vogliono a tutti i costi essere amate e che basano su tale pressione il meccanismo “accettazione/senso di colpa”.

Se la repressione genera ribelli, il senso di colpa genera nevrotici.

E’ così assurdo pensare che un adolescente americano tragga dall’ambiente competitivo, pieno di aspettative e di modelli vincenti e patinati (cui spesso non puo’ aderire) una pressione maggiore rispetto ad un suo coetaneo europeo? E che lo stesso si possa dire di un italiano davanti alle aspettative (piu’ affettive che sociali in questo caso ) della propria famiglia/famiglia allargata?

Una pressione è una pressione , perchè dovrebbe stupire che  qualcuno ci resti schiacciato sotto?
Parecchi mesi fa I&I si domandava se l’esplodere dei delitti efferati di nera in televisione e sui media in generale avesse alla radice un aumento reale di questi crimini o se fosse soprattutto dovuto alla maggiore visibilità mediatica di qualcosa che c’è sempre stato. Nei commenti propendevo piu’ per la seconda ipotesi con l’aggiunta di un fenomeno imitativo che, a causa questo sì della morbosità mediatica, potesse portare frustrati patologici, maniaci ossessivi o deboli di mente ad un’azione irrazionale violenta per emulazione. In realtà la mia posizione è  “a naso”, ma non ho dati e comincio a pensare che forse sarebbe utile averne.

Il materiale che emerge dalla grancassa mediatica è troppo spesso strumentalizzato in modo da renderne la percezione del tutto distorta. Michael Moore nel suo “Bowling for Columbine” puntava il dito contro la violenza in TV additandola come causa del fenomeno, in realtà sarebbe già molto capire quanto questa sia in grado di alterarne la percezione.  Se il metro che si usa per le morti bianche cioè il breve servizio, il trafiletto, la statistica generalizzata il primo maggo o più spesso il silenzio puro e semplice, fosse stato applicato ai vari Cogne, Novi Ligure o Garlasco la nostra percezione sui fenomeni di criminalità psicopatologica ed efferata sarebbero nettamente diversi(*). D’altra parte il fatto che i media pongano un risalto eccessivo e stomachevole su fatti che potrebbero essere statisticamente marginali, non vuol dire che siano davvero “statisticamente marginali”. Così tramite l’infoteinment abbiamo la casa invasa tutti giorni da morti truculente e insensate e non sappiamo  se questo fenomeno sia rilevante, sia recente e sia o meno in crescita. La rilevanza di questo tipo di analisi, attenzione, va oltre la casistica criminologica del fenomeno in sé.

Mi spiego.

Poniamo che nel decennio X casi come questi siano quattro o cinque e nel decennio successivo siano alcune decine: il dato resta statisticamente e  criminologicamente marginale in quanto i morti per rapina, mafia e pirateria stradale resterannoo sempre di un ordine di grandezza superiore. Tuttavia  nel passaggio da pochi casi ad alcune decine probabilmente qualcosa nella società è cambiato, qualcosa che tocca TUTTI e porta soltanto alcune decine a reagire a questo cambiamento  in maniera e psicopatologica. Per fare un parallelo se si somministra un farmaco nocivo ad una comunità i piu’ vecchi, malati e già immunitariamente indeboliti moriranno generando un caso eclatante (nel parallelo i folli di Cogne, Novi etc…), tuttavia ad accusare dei disturbi e a cambiare i valori della propria cartella clinica, senza arrivare al decesso e senza che se ne accorgano neppure, saranno stati TUTTI quelli che avranno assunto il farmaco (nel parallelo io, voi, noi tutti).

Ecco cosa mi spaventa: non tanto il singolo caso eclatante e patologico dove la distruzione del quadro psicologico antecedente porta alla strage e al gesto insensato, mi spaventa di piu’ quel piccolo germe, quell’intolleranza, quelle piccole frustrazioni, quegli scatti d’ira ugualmente irrazionali  che a causa dello stesso male sociale, forse rendono  peggiore ognuno di noi un poco alla volta, portandoci a nuovi livelli di infelicità e di conflittualità reciproca. Quella degenerazione umana lenta e sistematica, piu’ blanda e normalizzata ma non meno pericolosa,  che non ci porterà  a diventare dei “mostri” nel senso di Cogne o della Virginia Tech, e che tuttavia potrebbe renderci gradatamente più mostruosi di quanto non siamo già.

Bisognerebbe dicevo poter disporre di dati possibilmente tali da permettere riscontri coi decenni passati, per capire se il fenomeno, fatte le debite proporzioni demografiche e tecnologiche(**),  è stabile da secoli o se invece siamo davanti a un male recente le cui cause andrebbero indagate con attenzione.  Probabilmente nelle facoltà di criminologia già lo fanno. Alla TV nel frattempo, pur non parlando d’altro, nessuno si preoccupa dell’unico dato che sembrerebbe davvero interessante.

(*) E’ di pochi mesi fa la statistica, impugnata dal governo secondo cui in Italia i reati diminuiscono, ma la percezione dei cittadini è di essere meno sicuri.
(**) Sia mediatiche che delle armi di cui il folle effettivamente può disporre.

L’isolamento telematico dell’Iran, “Sarà un caso…”.

E’ arrivata una mail di JoeCHIP indirizzata a me  e a agli altri oscuri membri di un undisclosed-recipients(*). La posto perche è interessante  e rende l’idea di come diluito nella cagnara mediatica spesso l’essenziale sfugga. Essenziale a capirci qualcosa , perché è ovvio che anche sapendolo non cambia nulla.

[“Sarà un caso” da JoeCHIP]:
[1]Another undersea cable was taken offline on Friday, this one connecting Qatar and UAE. ‘The [outage] caused major problems for internet users in Qatar over the weekend, but Qtel’s loss of capacity has been kept below 40% thanks to what the telecom said was [2]a large number of alternative routes for transmission. It is not yet clear how badly telecom and internet services have been affected in the UAE.’ In related news it’s been confirmed that the two cables near Egypt [3]were not cut by ship anchors.” notes that despite the language in the article indicated a break or malfunction, the cable wasn’t cut. It was taken offline due to power issues.

1.www.arabianbusiness.com
2.economictimes.indiatimes.com/
3.ukpress.google.com/

Quattro cavi oceanici [4]tagliati o messi fuori uso nell’area del golfo nel giro di [5]pochissimi giorni.

4.www.marketwatch.com/
5.www.guardian.co.uk/

Sarà un caso… E’ sicuramente un caso anche il fatto che l’IRAN sia ormai [6]tagliato fuori dalla rete… Sarà un caso che il Pentagono ha da poco dichiarato che ormai in ogni azione di guerra la rete [7]va trattata alla stregua di qualsiasi altro “sistema di attacco nemico”… Sarà un caso… o non sarà mica la prova generale…? Sarà che nessun politico americano può permettersi -credo- di far partire una nuova guerra con le elezioni alle porte…ma quanto dureranno mai queste elezioni? O non sarà mica che l’america ha sempre lo stesso modo per superare le [8]recessioni: economia giù, guerra su (e che sarà in crisi pesante per almeno due trimestri è una cosa che [9]tutti gli analisti del mondo stanno mettendo nel conto) …

6.http://www.internettrafficreport.com/asia.htm
7.http://www.globalresearch.ca/
8.http://www.finanzablog.it/post/
9.http://www.ilsole24ore.com/

Sarà…. ma che ci frega a noi? Abbiamo cose piu’ importanti da seguire noi! Noi abbiamo [10]”Lady Mastella” che va da padre pio, [11]la chiesa che vuole abolire l’aborto, [12]un governo che non c’e’ piu’ e nessuno ha notato la differenza, [13]l’inter che ha preso posto il posto della juve nel cuore degli arbitri(**), e [14]Mara Carfagna che si candida a nuovo governatore della campania… non è che possiamo stare seguire anche queste piccole cose…

10.http://www.corriere.it/
11.http://www.corriere.it/
12.http://www.corriere.it/
13.http://www.corriere.it/
14.http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/

...e alzi la mano chi non ha pensato d’aprire il link di mara carfagna prima di quello del sole 24ore!! Ne riparliamo dopo l’attacco. ;-)(***)”  [fine mail]                                                       


E’ come se si volessero insonorizzare due civiltà: una la si condanna al silenzio, l’altra al chiasso.

Post Sriptum: Mi viene da aggiungere che proprio ieri Ahmadinejiad aveva previsto la  grande giornata celebrativa della tecnologia di regime premendo personalmente il pulsante di accenzione del primo razzo spaziale iraniano ad uscire dall’orbita terrestre.  Nei giorni in cui la  propaganda degli Ayatollah  celebra  la tecnologia nazionale come figlia virtuosa della rivoluzione islamica, l’Iran viene estromesso dalla tecnologia dei nostri tempi per eccellenza.

(*)Io i membri degli undisclosed-recipients me  li immagino  tutti riuniti coi loro cappucci da massoni a spiare le mie reazioni alle mail. Lo so’ benissimo che non possono leggere nemmeno le mie risposte e che probabilmente alcuni di loro non sono neppure massoni, però io me li immagino così.

(**)Questa è un’infamia infondata sparsa in giro da Lapo Elkan, la riporto soltanto per fedeltà al testo originale. N.D.Aramcheck

(***) Una simile carica pubblica sarebbe il capolavoro finale del surrealismo  politico italiano, l’ultima grande forma d’arte rimasta nel paese. N.D.Aramcheck

I nuovi inquisitori.

Inquisitori della Santissima Romana Chiesa Cattolica e Apostolica.
Noi a Roma, clericali e papalini come dovremmo essere, il pontefice lo prendiamo per il culo dai tempi di Pasquino. Sono passati cioè 500 anni, ce l’abbiamo col Papa per lunga tradizione. Mentre scrivo alla TV il direttore del’Avvenire  sta sostenendo che fare satira contro il Papa indebolisce il tessuto democratico del paese. Lo dice così, come se fosse una cosa normale e sensata, senza che ci sia nessuno a chiedergli se non è forse la censura ad essere inaccettabile in democrazia. Prosegue poi dicendo che la satira contro il pontefice è particolarmente vigliacca visto che considerato il suo ruolo egli non puo’ difendersi. Come se non fosse lui la prima linea di un esercito di alfieri pronti ad immolarsi pur di difendere il vaticano dai bersaglieri, come se la chiesa non fosse un potere politico, come se la chiesa non facesse opinione, come se fosse osteggiata e continuamente sotto attacco dei media anticlericali. Stupisce che nessuno abbia ancora tirato fuori il termine anticristiano, forse perchè si tratta soltanto di parodia, non di satira ne tantomeno di critica. La critica nei  confronti della chiesa infatti, è praticamente scomparsa dal dibattito mediatico e politico.

 

Inquisitori nostrani filo-Israeliani
Così come si vorrebbe far sparire le critiche al governo di Israele fustigando chiunque non sia smaccatamente filo-israeliano a colpi di <<antisemita!>>, un’infamia terribile per chiunque sia in realtà estraneo a quell’ignobile forma di razzismo, un’infamia che si tende ultimamente ad usare come una frusta. C’è un articolo scritto da  Gideon Levy
  sul giornale israeliano Haaretz, il quale giustamente critico verso il proprio governo, denuncia:
il numero di persone uccise da Israele non solo è 10 volte superiore a quelle uccise da Hezbollah, ma il numero di soldati uccisi da Hezbollah è tre volte superiore a quello dei civili, mentre il numero di civili libanesi uccisi da Israele è circa tre volte superiore al numero di combattenti di Hezbollah
Insieme al numero e all’arbitrarietà crescente degli omicidi mirati (fino a 300 esecuzioni senza processo ne istruttoria in quattro mesi), questi dati sono esposti con coraggio e rammarico da Levy. Pure ammettendo che Hetzbollah sia una milizia terrorista che va disarmata o distrutta, certi dati dovrebbero essere elemento di dibattito in Israele come all’estero. Viene il dubbio infatti che la distinzione tra il terrorista e chi lo combatte sia francamente tutta da stabilire e non da dare per scontata come i nostri media quotidianamente fanno. Levy denuncia che l’assenza di questo dibattito è un segno del progressivo imbarbarimento della sua patria e gli è concesso di farlo su un quotidiano importante.  Evidentemente, al contrario degli israeliani, noi siamo già completamente imbarbariti visto che se non si intervista Magdi Allam come massimo esperto della questione mediorientale e non si invoca il diritto a difendersi di israele anche quando attacca, si comincia subito a sventolare lo spettro dell’antisemitismo

Inquisitori filo-USA.
Se essere critici nei confronti della politica USA (in particolare quella estera) o avere dei dubbi sull’11/9 significa essere antiamericano, allora io lo sono fermamente.  Sono anche anticinese, antirusso, anticoreano, antisaudita, antiisraeliano, antiiraniano, antibritannico. Non credo di essere un fondamentalista rancoroso che odia metà dell’umanità, credo soltanto di avere delle opinioni, che non mi impediscono di apprezzare questi paesi e la gente che li abita sotto altri profili. Se queste opinioni siano pregiudiziali o meno lo si stabilisce in base alle argomentazioni, non alle etichette retoriche dei nuovi inquisitori, per di piu’ se affibbiate preventivamente. Gridare all’eresia è meno faticoso che fermarsi a discutere i fatti.

Mullah, Imam, Ayatollah, Ulema e altri inquisitori islamici.
Le vignette su Maometto erano perfettamente legittime da parte di un giornale (non di un ministro), seppure non credo vi fu scelta editoriale piu’ idiota e intempestiva a memoria umana. Le 1354 fatwa in cui incorre chiunque attacchi  i simboli dell’Islam (nemmeno chi stermina o tiranneggia i mussulmani se ne attira tante) sono grottesche, strumentali, liberticide e medioevali… e giustamente l’occidente non trova niente di meglio da fare che imitarle contrastando al proprio interno ogni possibilità di critica,
satira, inchiesta, confronto.

Scontro di civiltà.
Nel clima di merda che si è venuto a creare si dice spesso che le distanze tra occidente e mondo islamico aumentino: in realtà è solo l’odio che aumenta, le distanze diminuiscono. La guerra,  per quanto lo faccia in modo terribile, rappresenta comunque un momento di contatto in cui le culture e i popoli si  influenzano e contaminano a vicenda. E prendono il peggio gli uni degli altri.

A Scanner Darkly, un oscuro scrutare.

Quando un film rende effettivamente onore all’ ottimo romanzo da cui è tratto? Probabilmente quando nel ricordare le pagine del libro queste ci tornano alla mente con i fotogrammi del film come se, leggendole, le avessimo da subito immaginate così. Questo mi sta accadendo dopo aver visto A Scanner Darkly di Linklater. Mentre Ridley Scott si era limitato  a trarre ispirazione dalla fantastica ambientazione di do androids dreams electric sheep? di Philip K.Dick, lasciando poi che Blade Runner prendesse una strada narrativa autonoma, quella di Linklater è una fedele trasposizione cinematografica del romanzo. La tecnica di animazione è la stessa di Waiking Life (USA, 2001) il rotoscope, ma il livello di dettaglio è nettamente piu’ alto, tanto da aver richiesto fino a 500 ore di postproduzione per un minuto di girato. Tanta abnegazione rende Scanner Darkly un film visivamente fantastico, pieno di maestria e grandi intuizioni come la realizzazione della tuta disindividuante (che ficata…) usata dall’agente Fred o le allucinazioni dei protagonisti dove, per loro come per lo spettatore, è impossibile  distinguere tra realtà e incubo finchè non è l’incubo stesso a terminare. Elogiato e messo da parte l’aspetto grafico la recensione del film si fonde con quella del romanzo, all’interno del quale si partecipa al tunnel di paranoie, visioni e sospetti reciproci in cui sprofondano pagina dopo pagina i  personaggi.
Pur essendo ambientato in un prossimo futuro,  in realtà Dick si limita ad importare alcuni elementi tecnologici avveniristici nella California della fine degli anni settanta, dove il libro ebbe luce. Come sosteneva lo stesso autore infatti Scanner Darkly non è un romanzo di fantascienza ma è innanzitutto un romanzo sulla droga, sulla dipendenza, sul degrado  e sul controllo sociale da parte delle autorità. La droga, nella trama la sostanza M , è una  roulette russa le cui tragiche responsabilità ricadono su tutti indistintamente. Il tossico preme il grilletto, ma la pistola e le pallottole gli sono state servite da qualcun altro. Sulla sua lenta agonia la polizia costruisce un sistema di controllo capillare e invisibile, fondato sull’inganno e la delazione. Come in molti degli universi creati da Dick gli sbirri e il governo sono onnipresenti e repressivi, spiano tutti fin dentro le loro case per rivelarsi poi impotenti davanti al potere economico di chi ti somministra sia il veleno che l’antidoto. Lo stesso poliziotto finisce per essere una pedina esattamente quanto lo è il tossico, sacrificabile sull’altare del denaro. Sulle intuizioni quasi profetiche di Dick si è già detto molto in questo caso basti pensare che il romanzo pubblicato nel 1981 è pero’ scritto nel 1978 quando Ronald Reagan, l’uomo della “guerra alla droga” e dell’ulteriore svolta repressiva che ne conseguì, non era ancora giunto alla presidenza (aveva pero’ governato la California e Dick ne seguiva l’ascesa nel partito repubblicano). Il controllo del cittadino tramite la tecnologia in nome di una qualche giusta battaglia dei nostri governi, da Echelon et similia alle intercettazioni telefoniche di massa, è un problema quanto mai urgente a un quarto di secolo dalla pubblicazione del romanzo. A Scanner Darkly è pero’ soprattutto un grande requiem per una generazioni prima resa inoffensiva e poi mandata lentamente al macello: la generazione a cui lo stesso Dick è appartenuto. Arrivate fino all’ultima pagina, non alzatevi fino ai titoli di coda. Ne vale la pena.

Stanca discettazione di fine estate su creazione, evoluzione e il perchè della vita sulla terra.


Come ben noto noi Pastafariani non amiamo il creazionismo in nessuna nella sue forme: ne quella biblica ortodossa ne in quella ibrida sull’“evoluzionismo a balzelli”. La prima come è noto prevede che l’uomo sia stato creato seimila anni prima di Cristo al termine di sette giorni di alacre lavoro divino come descritto per filo e per segno dalla Genesi. Nel mondo occidentale questa tesi rimane inspiegabilmente in voga presso i movimenti evangelici, i cristiani rinati ed altre comunità cristiane  soprattutto negli degli Stati Uniti, la qual cosa non è irrilevante se si pensa che  ne è un simpatizzante dichiarato  il presunto uomo piu’ potente del mondo G.W.Bush. La seconda tesi quella dell’”evoluzione controllata” prende piede tra quei cristiani e cattolici che tentano da sempre di conciliare fede e ragione. Senza voler scomodare  Shopenhauer e il suo drastico “o si pensa o si crede”  va detto che spesso questi tentativi di conciliare la scienza con la fede creano degli orribili Frankestein del pensiero davvero difficili da difendere davanti ad una analisi razionale. In particolare quest’ultimi accettano la teoria dell’evoluzione a patto che si lasci lo spazio a saltuari interventi correttivi da parte dell’onnipotente mano di Dio.

Il punto per i creazionisti di questo tipo non è l’interpretazione letterale della Bibbia che pare  si siano presi la briga di accantonare, ma il fatto che la storia biologica di questo granello di polvere nell’universo sia finalizzata alla venuta dell’uomo. A parte che non si capisce perchè un Dio onnisciente  per creare un bipede raziocinante sia dovuto passare per lo stegosauro e il velociraptor, poi soprattutto non si capisce perchè si sarebbe dovuto prima cimentare con una pluralità di bipedi raziocinanti molti dei quali bocciati sul nascere. Le ultime scoperte infatti indicano l’orchesco  Neanderthaliano e il piccolo e recente Homo Floriensis come specie parallele all’HomoSapiens, abortite dal processo evolutivo o, non è escluso, sterminate da quella rapace ed ipocrita progenie cui tutti oggi apparteniamo. Quindi cugini scarsi di intelletto e spirito di adattabilità, non progenitori.

Un  Dio che avesse avuto come fine ultimo del processo l’Homo Sapiens Sapiens come unico dominatore del creato modellato a sua immagine e somiglianza cosa dovrebbe farsene di questi rami secchi del processo evolutivo? Voleva  dunque ingannarci disseminando false prove della sua non compartecipazione alla nostra venuta? Piu’ che Dio mi par di capire ci si riferisca ad un contorto Demiurgo.

Non c’è nulla da fare: fin dai tempi di Galileo  la terra è sferica e non è piatta, non esistono terze vie per salvare Bibbia (e Philosofer in questo caso) e cavoli con improbabili forme oblunghe. Innanzitutto distinguerei tra evoluzione e teoria Darwiniana dell’evoluzione intesa sul come, ed eventualmente perchè, la selezione naturale svolga il proprio brutale lavoro di sfoltitura.   L’evoluzione è un fatto, scientificamente provato da innumerevoli reperti ed osservazioni indirette, sul quale conveniva perfino il buon Lamarck, oltre naturalmnete a correnti piu’ serie e recenti come i neutralisti. La teoria di Darwin puo’ essere invece interpretata ad esempio , e spesso lo è stato, in senso  antropocentrico. Intendendo cioè piu’ o meno velatamente l’evoluzione come una gigantesca ed epica saga in cui dalla notte dei tempi specie diverse si sono contese le risorse planetarie fino all’arrivo del campione che ha assoggettato  la natura ai propri (ig)nobili scopi: l’uomo.  Dopo il trauma ottocentesco d’esserci scoperti figli di scimmie sotto questa luce consolatoria ci si era illusi almeno di essere super-scimmie, scimmie consapevoli, terminali e pressocchè perfette alla cui comparsa si era lavorato certosinamente per milioni di anni. Insomma i protagonisti vincenti della contesa, che grazie l’estrema adattabilità dovuta alla ratio sono ormai saldamente al timone.

In realtà  alla metà degli anni settanta un libro di Richard Dawkins “il gene egoista” infliggeva alla nostra tronfia supponenza , un altro duro colpo. Il libro venne accolto come rivoluzionario, ma per ammissione del suo stesso autore è in realtà un testo profondamente ortodosso rispetto alle intuizioni di Charles Darwin. Quello che Dawkins opera è un semplice cambio di prospettiva, un’interpretazione dei fatti evolutivi centrata sul gene, sequenza di DNA, piuttosto che sull’individuo o tantomeno sulla specie. Per dirla in breve alla base del processo evolutivo  molecole primigenee autoreplicanti (replicatori) antenate dell’attuale acido desossiribonucleico dalla notte dei tempi costruiscono, inconsapevolemente e meccanicamente,  macchine da guerra sempre piu’ evolute che svolgono il ruolo altrettanto inconsapevole di corazza per coppie di aminoacidi. I geni con corazze piu’ dure e adatte all’ambiente che le ospita sopravvivono per selezione naturale: l’Homo Sapiens Sapiens si sta dunque rivelando una corazza migliore del Dodo, ma peggiore del ratto comune (il quale con tutta probabilità dovrebbe sopravviverci).
Il “perchè?” della vita sulla Terra ridotto alla incidentale capacità di alcune molecole di attrarre molecole ad esse simili (o complementari) replicando la propria struttura. Un processo che come un sasso lanciato nello spazio procede per inerzia attraverso i millenni giungendo fino a noi. Siamo dunque soltanto gli ultimi casuali effetti di una reazione a catena che, partendo da un’inezia, ha generato una valanga.

In realtà pero’ Dawkins da’ una prima spallata ad una porta che si spalanca verso un’interpretazione dell’evoluzione aperta e potente che facilmente è in grado di prevalicare gli ambiti della biologia per sconfinare nelle praterie ben piu’ vaste sulle forme organizzate della materia (o del pensiero come nel caso dei Memi), la loro genesi,  il loro proliferare.
E qui veniamo al motivo che mi ha fatto perdere tempo su questo post, cioè l’aver trovato in un libro, che parlava d’altro, questa magnifica rivisitazione di un vecchio detto a proposito delle macchine :

 

“L’uomo è il mezzo del quale un computer si serve per  produrre un altro computer”

 

Il quale spalanca sotto la nostra fragile megalomania  umana un ulteriore baratro: l’ennesimo disperato vuoto di senso.

Fornendo tra l’altro un assist inaspettato a un   tema che ha già ispirato formidaili libri di science fiction ;)