Appunti su un viaggio mai fatto: “Quando Dubai era Dubai”.

Per anni D. mi ha invitato ad andarlo a trovare a Dubai, cosa  che avrei fatto volentieri essendo curioso di vedere come si vive in un posto dove professionisti di tutto il mondo vivono all’Occidentale nel cuore del Medio Oriente arabo. Un posto, per quel che mi raccontavano Andrea,  Alfredo e lo stesso D., più simile a un porto interstellare pieno di razze trekkiane e stramberie multietniche che ad una città non troppo distante da La Mecca. D., lucignolo insidioso, mi invitava anche a investirci a Dubai,  quel paese dei Balocchi creato da sua altezza l’emiro Mohammed bin Rashid Al Maktum che lui definiva orgogliosamente “il mio Sheik” (sceicco). Io gli spiegavo che per investire ci vuole il “capitale”, virtù gloriosa in forma materiale celebrata universalmente dai  calvinisti fino ai burocrati del Catai, della quale mi trovo, mea culpa (3 volte), storicamente sprovvisto.


Nel paese dei balocchi, spiegava Lucignolo, potevi comprare una casa con poche decine di migliaia di dollari e trovarla in brevissimo tempo quintuplicata nel valore. “Il mio Sheik” ripeteva da buon musulmano, lui che è ateo e nato Genova, ” è uno che pensa in grande, c’ha la Vision” con una  improbabile contaminazione tra il lessico  entusiasta dei managers  NewCo e la devozione ancestrale  del più umile tra i Fellahim.  Sua altezza aveva costruito Dubai già maestosa  per un quarto, immaginando e trovando finanziamenti per il resto dell’opera, per molti versi unica, che avrebbe compito in seguito.Già qualche anno fa a Dubai, una città ricordiamolo affacciata sul mare ma circondata dal deserto, a dispetto dei 50 gradi all’ombra potevi staccare dal lavoro e andare a sciare dentro  un apposito palazzo  chiamato Ski Dubay o passeggiare tra banker di sabbia e manager abbronzati armato di mazza e palline, per innumerevoli verdissimi campi da Golf. Se trovare acqua nel deserto è roba da rabdomanti, evidentemente portarci neve e verdi aiuole è roba da “Sceicchi con la Vision

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®“. La febbre edilizia dell’Emirato aveva bisogno di manodopera, essendo la popolazione autoctona tuttosommato ridotta  e i golfisti occidentali poco inclini all’uso della cazzuola si dovette importarla dall’estero. Dall’India in particolare c’era di che prelevare braccia. Mi raccontava D. come arrivassero a ciclo continuo  navi stracolme di quelli che con cinismo coloniale definiva “indianini”, pronti a lavorare come schiavi sotto il sole mediorientale, per stipendi da fame e con permessi di soggiorno a” progetto” di stretta scadenza e rimpatrio garantito. Una specie di sogno leghista in salsa  arabica. Le frotte di “indianini”, che per di più si beccavano il sottile razzismo degli abitanti dell’emirato forti del proprio stile di vita eccezionale e dei propri alti redditi, non bastavano da soli costruire il sogno di Mohammed bin Rashid Al Maktubraccia laboriose ma comunque troppo piccole per una Vision così grande. Serviva tecnologia, servivano le gru. E’ così che nell’aprile di quest’anno Dubai, poco più che una città in mezzo al nulla, si trovò ad avere sul proprio territorio il 25% di tutte le gru del mondo.

Avete letto bene, una gru attiva su quattro era a Dubai.

 

Per costruirci cosa vi starete domandando? La Vision dello Sheik, naturalemente. Ad esempio un arcipelago di isole residenziali artificiali a forma di palma il Palm Deira, che nemmeno doveva bastare visto che intanto se ne pianificava un altro il Palm Jebel Ali.  naturalemnte costruendo anche il Waterfront, una lingua di terra di 70km per proteggere le palme, il più grosso progetto architettonico al mondo nel suo genere. Gli uomini più ricchi della terra avrebbero dovuto ognuno prenotare la sua isola artificiale o la sua villa, servite da motoscafi che ti portavano la spesa a casa, roba così:



Tra l’altro neppure i due progetti più faraonici e bizzarri visto che c’era gente che prenotava la propria isola artificiale, nel nuovo mondo di isole artificiali in costruzione, The World. C’era il tizio che prenotava il Giappone, chi comprava la Patagonia e chi,bontà sua, persino l’Italia (giurin giuretto stavolta Berlusconi non c’entra), il tutto in uno scenario che appariva più o meno così:

 

Non male per essere un cantiere? Vien quasi voglia di comprare l’Inghilterra per stramaledirli in casa loro, di comprare l’Antartide per starsene isolati tra i pinguini o di comprare Dubai per essere in una Dubai, dentro una Dubai, dentro una Dubai… Tanti e tali sono i vezzi dei ricchi. Nella Vision naturalmente non mancavano alcuni tra i grattacieli più alti del mondo, nonché molti tra i più contorti frutto  dei sogni lisergici di affermatissimi architetti. Tra questi era in costruzione un grattacielo alto un chilometro, l’unico edificio al mondo dove alcuni condomini sarebbero stati al livello del male ed  altri  in montagna. Eh, erano i tempi della corsa al cemento, quando il mattone era il mattone e i soldi (per chi li aveva) erano talemente tanto soldi da riprodursi autonomamente,  in una specie di cancerosa  mitosi speculativa.
E ora? Ora la bolla è scoppiata. I cantieri sono fermi, le altissime gru sono in balia delle sabbie e della ruggine, gli indiani presumibilmente senza lavoro. Come risporta “Il Sole24ore” per bocca di un analista del luogo l’80% degli investimenti con la crisi s’è fermato, bloccando il 20% dei dei cantieri, proprio quelli più faraonici di cui si è detto sopra. Resta un quinto del denaro tutto dedicato all’edilizia convenzionale, finché dura. Qui dove non si riesce a  sistemare la Salerno-reggio Calabria si potrebbe anche ridere dell’infausta fine della Vision dell’Emiro, se non ché le banche europee pare siano esposte su quei cantieri per qualcosa come 40 miliardi di dollari.

La globalizzazione in fondo è anche questo: vedere la tua banca che chiude e trovarne le cause nel sogno infranto delle Mille e una Notte.

San Francisco Chronicle(II). Dio lo fanno gli uomini.

[…continua] Mentre io mi perdo in discettazioni di religiosita’ comparata fatta in casa, la funzione prosegue e sul palco sale Norman, che  arrivo’  a San Francisco nel 1976 senza un tetto e senza lavoro, faceva vita di strada, era un fantasma. Adesso eccomi qui, dice un Norman in salute e vestito dignitosamente, ma voi sapete quanti ce ne sono la’ fuori, e si commuove anche lui. Poi mentre fanno la questua  la predicatrice dice ai ragazzi del coro di mostrare le magliette, i CD e i portachiavi che si possono acquistare per sovvenzionare le attivita’ della buona causa. Sono i gadget di Dio. In America puoi uscire per andare a cercare Dio e ritrovarti a fare shopping. E’ il mio demone  scettico  a parlare, in realta’ stimo questa gente se davvero fa qualcosa per quelli la’ fuori. Le notizia di stamattina sul New York Times riguardava le previsioni sulla crisi: nel 2008 saranno piu’ di 28 milioni gli americani che dovranno ricorrere ai Food Stamp, il numero piu’ alto dagli anni 60.   Arriveranno altri fantasmi, ce ne sara’ bisogno.

Proprio mentre mi pento laicamente per la malignita’ sui gadget,  il coro riparte e  con esso le diapositive, stavolta sgrano gli occhi: passano foto di mussulmani, poi il simbolo degli omosessuali con sotto scritto anche questo e’ Dio, poi quello delle lesbiche, poi la mezzaluna, la stella ebraica e la croce cristiana affiancate e cantano e’ lo stesso Dio, , Ghandi e Martin Luther King e di nuovo il simbolo della pace. La predicatrice ripetera’ ancora, mentre esco, che qui tutti sono i benvenuti indipendentemente dai loro orientamenti sessuali, politici, dal loro ceto e dalla loro provenienza etnica.

Mi viene in mente l’ultima omelia che ho sentito in una Chiesa qualche mese fa,  quando quell’assurdo prete cattolico di periferia bene ,  si indignava perche’ aveva visto un cinese e un mussulmano augurarsi a vicenda Buon Natale. O quando sosteneva che le femministe negli anni 60 e 70 si scalmanavano in piazza perche’ non se le prendeva nessuno. Quando, infine, tuonava verso contro le unioni civili o spiegava come il fallimento di un matrimonio fosse nell’80% dei casi colpa delle donne(*).

So per esperienza che non tutti i cattolici sono cosi’ e che anche qui c’e’ anche una destra religiosa oscurantista e puritana di ben altro stampo. Le reali  relazioni che un culto  contribuisce  a creare  tra gli uomini, mi paiono l’unica discriminante di una qualche rilevanza. Le differenze liturgiche, l’adozione di certi dogmi piuttosto che di altri o il nome che si sceglie per Dio sono distinzioni  superficiali e trascurabili rispetto, ad esempio, alla tolleranza, all’inclusivita’ o alla relazione gerarchica o meno con cui il culto stesso viene vissuto.

Come al solito, penso,  Dio lo fanno gli uomini. Possono elevarlo sopra se stessi o renderlo piu’ meschino ancora.

Passo le successive due ore per negozi e poi il resto della giornata a leggere prendendo il sole nel parchetto di North Beach.

Se ti casca un euro pesante dalla tasca fa un buco nell’asfalto e a Little Italy la gente, sdraiata con la propria scorta di alcolici imbustati al fianco,  si gode la primavera.

(*) Cosi’, per default, perche’ sei l’angelo del focolare e zitta, devi sopportare e basta.

San Francisco Chronicle(II). Sono uscito a fare shopping e ho incontrato Dio.

San Francisco Downtown, Domenica mattina.
Ci sono molti modi per visitare una citta’, quello che
preferisco io e’ perdersi.  Spesso, anche se non sempre, le cose piu’ interessanti sono fuori dal depliant. San Francisco e’ una di quelle citta’ in cui ci si puo’ perdere seguendo la musica: quella che suonano con qualsiasi attrezzo gli artisti di strada, quella che esce dai locali dove suonano quasi sempre dal vivo, quella che proviene dalle schitarrate degli studenti nei parchi o addirittura dai negozi  e dalle chiese. E’ successo cosi’ che ieri mi sono trovato sotto al palco di un gruppo di nerds cinquant’enni, dal repertorio country-rock un po’ banale ma suonato con una passione tale da far dimenare per ore un esercito di scatenate signorine obese, i cui culi ondeggiavano con elasticita’ sbalorditiva  in evidente contrasto con la legge di gravita’ e il gusto estetico dominante. Ho concluso poi la serata altrove, brillo e stanco dal viaggio, ad osservare un gruppo di musicisti portoricani che conducevano coppie eterogenee nel rapimento dei soliti ritmi caraibici.

E’ successo cosi’ anche stamattina che, sempre seguendo la musica, mi sono ritrovato in una chiesa metodista davanti a un coro Gospel, dove adulti vestiti con tuniche azzurre ed aranconi alzavano inni domenicali a maggior goria di Dio.

In realta’ ero uscito a comprare vestiti commissionati dal Sindacalista Petrolchimico  e altra roba di vario genere per me,  deciso a verificare che  l’euro pesante fosse davvero  tale. Sono pero’ passato davanti ad un ingresso, che tutto sembrava fuorche’ quello di una chiesa, e mentre ero fermo a sentire le note del coro, un tipo  alla porta mi ha tirato dentro con gentilezza. L’America e’ il posto dove puoi uscire a fare shopping e incontrare Dio.

Adesso sono qua seduto in penultima fila e mentre dal palco i coristi cantano con le mani e i volti rivolti al cielo, la gente partecipa coinvolta e una signora passa tra le file offrendo Kleneex ai fedeli. Eh si’, perche’ qui durante la funzione religiosa la gente piange. Piange di brutto, la signora lo sa e distribuisce i Kleenex: ognuno ha un suo ruolo rituale. Sopra il coro, in alto, vengono proiettate delle diapositive: bambini che ridono, gente che soffre, scene di guerra contrapposte ai  simboli della pace e immagini apocalittiche in cui la statua della liberta’ e’ caduta nel fango o sommersa dalle acque. E poi ci sono loro, i fantasmi di San Francisco e la loro miseria indicibile: qui almeno li vedono(*).

Poi il coro si esaurisce e una predicatrice laica sale sul palco e parla a lungo di quanto la loro chiesa sia aperta e di come tutti qui siano bene accetti, la frase che usa piu’ spesso e’ provare “l’esperienza diretta di Dio”. La differenza cruciale tra un rito cattolico e questo tipo di cristianita’ e’ che mentre la caratteristica principale  del primo e’ la solennita’, qui invece tutto e’ incentrato sulla partecipazione e la spettacolarizzazione, cioe’ la festa della comunita’.

La solennita’ richiama direttamente la gerarchia e il rapporto mediato  con l’imperscrutabile, il sacerdote facendo da tramite protegge il fedele dagli errori e ne guida la spiritualita’.

La festa della comunita’ parla di partecipazione, amplificazione emozionale collettiva, esperienza diretta di Dio, cioe’ misticismo, ed e’ il misticismo della trance collettiva, cullato dai canti, che fa piangere la gente.

In una comunita’ di mistici che hanno esperienza diretta del divino, o credono di averla naturalmente, il ruolo del prete e della gerarchia che vi poggia diviene secondario. Per questo la Chiesa Cattolica storicamente diffida dei mistici e di rado da loro rilievo in vita. Da morti poi  li iconizza e se ne appropria, perche’ il salto del tramite non e’ piu’ pericoloso e le icone tornano utili all’immaginario dei fedeli, cosi’ come all’autorita’ che ne certifica la santita’, riappropriandosi del proprio ruolo gerarchico.

[SEGUE…]

(*) Il fondatore dell’esercito della salvezza era un metodista.

San Francisco Chronicle(I). La città dei fantasmi.


North Beach, San Francisco, sabato pomeriggio.

Quando penso di trasferirmi all’estero, il che capita sempre più spesso, questa città è costantemente in cima alla lista delle possibili destinazioni. A forza di venirci per lavoro e restare nei paragi per  vacanza, è diventata probabilmente la città che conosco meglio al mondo dopo quella in cui sono nato e ho quasi sempre vissuto.  Le ragioni per cui questo sarebbe un posto ideale dove venire a vivere, almeno per un po’, sono innumerevoli. Ci sono motivi importanti come le onde di Pacifica o dell’Half Moon Bay che sono  tra le migliori che io ricordi (soprattutto per chi vive il  surf  come un modo per rilassarsi e  non come l’arena dove sfidare i propri limiti e quelli degli altri), oppure la vita notturna o  perfino la pizza di North Beach, che uscirei di casa per andarla a mangiare anche se si trovasse dalle mie parti. Ci sono invece altri motivi tutto sommato trascurabili, ma di evidente utilità pratica, come le possibilità che la Silicon Valley offre a chi fa il mio mestiere. Insomma, una lunghissima lista  di cose che mi piacciono o che potrebbero  rendermi la vita facile: un posto ideale dove fuggire.

Tra le cose che mi terrebbero lontano invece, c’è prevalentemente il fatto che  per vivere qui bisogna imparare a non vedere i fantasmi.

Ce ne sono ovunque,  vivono nel sottosuolo della realtà, in una specie di quarta dimensione sovrapposta anziché parallela. In nessun’altra città d’America ho visto dolore e miseria incontrarsi con allegria e benessere così diffusamente, in ogni angolo di strada  senza vedersi né senza riconoscersi.  Malati di AIDS, schizzofrenici che si percuotono la testa urlando contro se stessi e contro il mondo, barboni che portano a spasso in bicicletta quintali di cenci, emarginati di ogni sorta, donne distrutte che si propongono ai semafori agitandoti un vibratore davanti alla faccia, alcolisti, eroinomani, reduci mutilati di chissà quale delle tante guerre. Quel tizio, infine, che si getta in mezzo agli incroci col semaforo verde, sfidando con donchisciottesca follia i mostri d’acciaio, come a dire “esisto, guardatemi!”, mentre questi lo schivano irritati. Quando venni qui nel 2002 la prima volta Market Street era un confine arbitrario, ma tutto sommato efficace, tra gli uomini e i fantasmi. Gli uni di qua,  gli altri di là. Adesso i fantasmi sono ovunque,  a migliaia, davanti alle vetrine di Macy’s come sotto alle enormi sopraelevate. Ogni luogo è contemporaneamente ghetto e vetrina del benessere occidentale. Per vivere qui bisogna imparare a non vederli, i fantasmi. Mi piacerebbe dire  che non ci riuscirei mai, ma sarebbe una menzogna. Col tempo ci riuscirei benissimo, esattamente come tutti gli altri.


 

“La lacrima dell’India”, appunti di viaggio.

Le Tigri e il Leone.
Con collaudato tempismo per i disastri arriviamo in Sri-Lanka subito dopo la rottura della tregua tra l’esercito governativo e la guerriglia Tamil: dopo tre anni di pace relativa la “lacrima dell’India” è di nuovo insanguinata. Atterrando a Colombo la prima cosa di cui ti accorgi è che il paese è costellato di check-point. Si guida nel traffico zigzagando tra posti di blocco dell’esercito singalese, mucche che sostano pigre in mezzo alla strada e orde sciamanti di tuk-tuk, i riscio’ a motore simili ai vecchi Ape Piaggio che costituiscono il servizio taxi della nazione. L’etnia Tamil rappresenta il 14% della popolazione, è presente in tutto l’isola  ma la maggiore concentrazione è in due grandi province a Nord e ad Est del paese, lì sono attive le milizie indipendentiste delle Tigri Tamil. Su quelle zone mi dicono di tutto: secondo Sharka, una volontaria della Repubblica Ceka, Arunadhapura e i suoi templi millenari sono da evitare perchè troppo pericolosamente vicini al confine, mentre ad Arugan Bay le milizie pattuglierebbero, mitra spianato, persino la spiaggia dei surfisti. Ad Anuradhapura ci andiamo lo stesso e i bonzi non sembrano curarsi della presenza dell’esercito che sorveglia i loro templi giorno e notte. I casotti delle biglietterie vengono riadattati a bunker da cui s’affacciano adagiate tra sacchi di sabbia pesanti mitragliatrici. E’ uno strano dazio quello che ti obbliga per poter godere del serafico sguardo dei Buddha di pietra a doverti sottoporre prima a quello freddo e minaccioso delle canne da 15 millimetri. La strada che da Anuradhapura porta a Polannaruwa segue il tracciato del confine di guerra e tra le giungle spuntano ovunque caserme e nuovi check point, filo spinato e facce adolescenti delle reclute dell’esercito governativo, il cui simbolo è il leone che campeggia sulla bandiera nazionale. Sull’isola, pur strapiena di animali selvatici di oggi tipo, in realtà non vi sono ne tigri ne leoni. I simboli della guerra tra tamil e singalesi sono importati dalle propagande militari contrapposte, come se la guerra non fosse autocnona, estranea in realtà all’isola e alle sue giungle.

La guerra del Presidente.
Mi informano che il nostro ex-presidente del consiglio ha avuto un malore ma fortunatamente si è ripreso. Traggo un profondo sospiro di sollievo. Non amo i funerali di stato ne tantomeno sopporto la vista dei commercialisti in lacrime. Qui il nuovo presidente si chiama Mahinda Rajapaksa e il suo faccione baffuto troneggia ovunque sui cartelloni pubblicitari. Abbraccia bambini, rivolge fiducioso lo sguardo verso il futuro e benedice il paese nel suo candido abito bianco. Le sue promesse sono ovunque, stampate nel tondo ed elegante alfabeto locale le cui lettere a noi appaiono come un’incomprensibile schiera di paffuti pupazzetti, e in inglese. I Tamil sono il suo primo problema. Le Tigri, mi spiega spiega Fernando la nostra guida, sono terroristi non guerriglieri e arruolano attentatori suicidi tra i bambini dei villaggi del nord-est fin da quando Bin-Laden non aveva neppure mai imbracciato un fucile. La comunità internazionale pero’ frena il braccio dell’esercito governativo. I terroristi per l’occidente, sostiene, sono soltanto i nemici dell’occidente. Il presidente Rajapaksa ha intenzione innanzitutto di chiudere il conto con i Tamil una volta per tutte. Con la forza, lascia intendere Fernando. Gli domando se il nuovo presidente sia conservatore o laburista, di destra o di sinistra, che importa? mi dice sorridendo con gli occhietti porcini questo è di destra ma quelli di sinistra diventano di destra il mattino dopo aver vinto le elezioni. Tutto il mondo è paese e, con un certo disgusto, mi sento a casa.

La bomba.
Le Tigri colpiranno la mattina successiva a Colombo, la capitale. Un tuk tuk imbottito di tritolo guidato da un attentatore suicida tenterà di schiantarsi sull’auto del sottosegretario della difesa. E’ un attacco diretto al presidente e alla sua nuova politica, il sottosegretario è suo fratello. Resterà illeso mostrando la sera sorridente in TV il suo abito bianco appena macchiato di sangue. Sangue di uno dei passanti, in tutto 40 feriti e 2 morti macellati dalla deflagrazione. Tutte le forze politiche comprese quelle di etnia Tamil, i rappresentanti delle comunità religiose (ci sono milioni di cattolici, indù e mussulmani oltre alla maggioranza buddhista) e delle associazioni condannano fermamente in decine di lunghe interviste telefoniche alla TV. Pluralismno si direbbe da noi, niente panino, pare. Prima della nostra partenza altri scontri ci saranno a nord, nella città di Jaffna, e con essi altri morti di questa guerra.


Kataragama, il Dio di tutti.
A Kataragama visitiamo il tempio di Skanda, Dio Indù dai sette volti, durante la cerimonia della puja in cui vengono offerte ceste di frutta affinchè siano benedette, per poi mangiarle  in segno di buon augurio. Skanda è una divinità Indù comune anche ai buddhisti e, in generale, considerata sacra e benevola in tutto lo Sri-Lanka. Accanto al tempio sorgono una Dagoba buddhista ed una Moschea. I fedeli partiti fin dal mattino da tutta l’isola sciamano, porgono le loro offerte e pregano gli uni accanto agli altri: buddhisti, indù, mussulmani e cristiani. Invece di concepire complesse elugubrazioni teologiche sul dialogo interreligioso basterebbe venire qui a vedere coi propri occhi questo miracolo di folclore, tolleranza, cultura popolare e spiritualità Mettendo da parte l’arroganza occidentale e l’intransigenza islamica si potrebbe venire ad imparare in questo luogo sacro protetto tra le giungle di un’isola remota, per altri versi in guerra. Viene quasi da pensare che la pace sia già in terra per chi ha voglia di vederla, in qualche luogo sia ancora una pratica viva e non l’ennesimo defunto esercizio dialettico.


Tsunami, quando il mare invase la terra.
Uno dei motivi principali della ripresa delle ostilità è la redistribuzione degli aiuti umanitari per lo Tsunami, che vedrebbe penalizzate le aree a maggioranza Tamil. La natura si sà, non fa distinzioni di carattere politico e lo Sri Lanka ha perso il 26 dicembre di due anni fa 60mila persone su 19 milioni di abitanti, quasi un terzo delle vittime complessive del maremoto. Quando raggiungiamo la costa e parliamo con la gente ci accorgiamo subito che qui ognuno ha una storia da raccontare e ricorda nei particolari dov’era il giorno in cui il mare invase la terra. Sono loro a raccontare, noi siamo troppo imbarazzati per fare domande, perchè nelle coste del sud-est oltre a molti rocamboleschi salvataggi i piu’ hanno anche un morto in famiglia. Il dr. Koda Koda dice che gli aiuti sono arrivati, la solidarietà internazionale ha funzionato, sulle coste si costruiscono ospedali in zone disagiate coi soldi dei tedeschi. Ma gli alberghi e le spiagge sono vuoti, le barche dei pescatori sono relitti schiatati a decine di metri dalla spiaggia e quelle che sembrano rovine di vecchi bastioni logorati dal tempo sono invece scheletri di case devastate dal mare appena due anni fa. Koda Koda e Mohan, che vive in Italia da vent’anni, stanno costruendo con le proprie forze una nuova casa famiglia dove far crescere e studiare gli orfani dello Tsunami di Hambantota. Mettono la propria tenacia a disposizione di coloro a cui l’oceano ha rubato tutto, affinchè i bambini dello Tsunami non paghino per sempre.


Sri Lanka.
In questi appunti che parlano di bombe e maremoti rischio di perdere il senso del viaggio, dell’isola, la gioia di visitarla e la voglia di tornarci. Perchè Sri Lanka è anche e soprattutto fiori viola e gialli, scimmie e tafani, gente povera ma dignitosa, sorridente, ospitale, spesso colta, quasi sempre fatalista. Sri Lanka è cannella e curry, ragazze sorridenti dalle braccia esili e dagli abiti sgargiantri, sterminate piantagioni di thè che ricoprono le montagne come una coperta di velluto verde, elefanti e templi nella giungla, grotte naturali riempite dai bonzi di buddha di tutte le forge. Sri Lanka è fiori di loto e giardini magistralmente curati, strade impossibili e automobilisti che schivano anzichè frenare, è il rumore delle corse in tuk tuk, il veemente colore dei tramonti e lo scrosciare di improvvisi temporali. Sri Lanka è S. e la sua eterna lotta contro  zanzare e scarafaggi che inquina l’aria di piccole stanze d’albergo di Baigon provocandomi incubi Kafkiani. Sri Lanka è elefanti selvatici e giganteschi varani, donne che fanno il bagno nel fiume, Dagobe maestose e splendidi Batik, Saron colorati che gli uomini portano al posto dei pantaloni, spiagge dorate con onde grandi e pericolose dove ragazzetti dal fisico  asciutto  dalla  pelle  scura fanno il surf  meglio che in California. Sri Lanka è grida di babbuini, grilli stereofonici,  scoiattoli
e  pipistrelli enormi,  mendicanti e venditori ambulanti,  vecchi  vestiti di bianco meditano sotto un albero di Bhodi, lo stesso sotto cui si illumino’ il Buddha, noci di cocco di cui bere il latte e barriere coralline ricche di pesci, cani randagi e mucche in mezzo alla strada.  Sri Lanka è A. che mi passa lunghe canne di marjuana, sbronze di Arrack  il distillato ambrato delle foglie di palma, succo d’ananas e colazioni a base di papaya, il profumo del pesce fresco e dei gamberoni.  Sri  Lanka  è andare a letto la sera cullato dal canto dei  mantra che si alzano dai monasteri e svegliarsi all’alba avvolti in un lenzuolo di nebbia che evapora poi disvelando come un sipario bianco giungle sterminate. Sri Lanka è soprattutto gente che si arrabbia di rado e che sembra non conoscere  arroganza, nevrosi e volgarità.

O almeno, così a me è parso.


Buena Onda in Monctezuma.

Ostello sulla spiaggia, oceano Pacifico, centroamerica. Il gestore italiano si chiama M. e’ basso e magro con in testa un cespuglio di capelli gonfio e intricato. Si sta scolando la decima birra di fila snocciolando aneddoti come si fa nelle sere d’estate. In centroamerica e’ sempre estate e lui un fiume in piena. Prima M. faceva il musicista, percussioni, ha suonato anche con i grandi ma in generale con chiunque lo pagasse “un mercenario della musica”. Adesso si definisce: ” un piccolo imprenditore di merda, questo sono”, in centroamerica. Lui che e’ valdostano. Racconta di quella volta che la zona era invasa da Hippie e saltimbanchi che venivano  da tutto il mondo a contestare il NAFTA. Scendono giu’ da una discesa sterrata ripida come un fosso che e’ l’unico accesso al paesino con un pulmann a due piani stile inglese. Chissa’ dove cazzo lo hanno preso. Saranno quaranta e gli campeggiano davanti l’ostello, si mangia insieme, fanno amicizia. Dopo dieci giorni i tipi devono andare ma, cogno, il bus non puo’ farlo quel cazzo di fosso in salita, M. molla l’ostello per un giorno intero chiama due trattori dalla ciudad, dirige le operazioni e i cinquanta tipi sono fuori dal fosso. Quando si tratta di pagare i trattori gli Hippie fanno una colletta e arrivano a 10000 coronas, ce ne vogliono 200000 de coronas che da queste parti sono un sacco di soldi, roba da farci il signore per una settimana. Ce li mette M., coronas sobra coronas.Lui che non e’ Hippie e non sa cos’e’ il NAFTA. Vicino a me ad ascoltare c’e’ A. che e’ spagnolo e gira il mondo con su tabla de surf. Ieri A. e’ arrivato in paese tardi, prima volta qui,  non c’era un posto in nessuno hotel, cogno,  e l’alternativa era dormire dentro  el gallo pinto, il vecchio Wolkswagen polveroso di M. o la spiaggia, senza tenda ne altro. Anne di Cophenaghen aveva una doppia ed era sola, senza nemmeno conoscerlo gli ha offerto un letto. Birra numero undici, M. si alza mi guarda e fa: << Lo sai qual’e’ il vero problema, il cazzo di problema che la gente non capisce?>>. Pausa. Sorso. << Se uno ti fa un favore pensa che tu gli devi qualcosa… no. Tu non gli devi un cazzo. Tu non gli devi proprio un emerito cazzo. Tu il favore lo farai ad un altro… e si crea un’onda>>. Una “buena onda” faccio io come dicono nel sudovest del Messico per intendere la gente tranquilla, che se puo’ t’aiuta e non cerca mai di fregarti, buena onda da good vibration in ingleseM. annuisce << si crea una buena onda…>>, senza capire il riferimento. Accanto a me annuisce anche A. sdratiato sull’amaca e brindiamo. Domani vedro’ A. raccogliere per strada una ragazza del posto, una tica, ubriaca e piena di lividi, pestata dal su compagno, costretta a dormire fuori. Le da un letto, adesso e’ lui ad averne uno in piu’ e ci andiamo a fare una birra. Y la onda vas…