Morte di Pier Paolo Pasolini

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Il ristorante al Biondo Tevere è proprio sotto casa mia ma non ci sono mai andato. Pasolini ne era un cliente assiduo, spesso sedeva da solo e osservava gli altri avventori, leggeva o prendeva appunti. Certe sere invece si presentava con Moravia, Elsa Morante, altri scrittori o registi, oppure pagava la cena a intere tavolate formate da ragazzi di strada, gruppi di amici, l’intero cast di un film. Al ristorante lo conoscevano da anni, da quando veniva in Lambretta e si era appena trasferito con la madre da Casarsa, in Friuli. Si erano stabiliti in affitto a Cinecittà, lui non aveva nemmeno trent’anni, per sbarcare il lunario correggeva bozze, pubblicava qualche articolo, cercava comparsate al cinema e offriva lezioni private senza trovare allievi. Era il 1950 e nei venticinque anni successivi la sua opera si affermerà nella poesia, nella letteratura, nel cinema, nella cultura, scriverà inoltre critiche, articoli, opere teatrali, sceneggiature e canzoni, gireràdiversi documentari. La sera del 1 Novembre 1975, l’ultima, Pasolini torna nello stesso ristorante, è sabato, sono le undici e la cucina ha già chiuso. E’ accompagnato daun ragazzo magro e riccioluto rimasto a stomaco vuoto, per cortesia verso il regista il cuoco riaccende i fornelli e gli prepara un piatto di spaghetti.   Quella settimana Pasolini si era recato prima a Stoccolma con Ninetto Davoli, poi in Francia dove a Parigi il 31 ottobre aveva rilasciato la sua ultima intervista rispondendo a lungo su Salò e le 100 giornate di Sodoma. Il film sta per uscire, la lunga lavorazione e le indiscrezioni sulle scene di sesso, sadismo e violenza, hanno reso la pellicola misteriosa agli occhi dei francesi. Anni dopo Sergio Citti dirà che le pizze del film erano state rubate la settimana precedente, dirà anche che quella notte Pasolini aveva un appuntamento ad Acilia dove sperava di riscattare le pellicole dai ladri per trovare invece i suoi assassini,  che soltanto in un secondo momento lo trasportarono esanime all’idroscalo. Pochi i riscontri specifici su questa versione, forse soltanto una leggenda. A Parigi in quella sera di fine ottobre il film desta interesse, Pasolini ribadisce l’abiura della Trilogia della Vita, i suoi ultimi tre film sono un’ode al sesso, alla sensualità e all’estetica dei corpi, Salò è il gesto artistico che li rinnega e richiama la trasformazione dei giovani italiani di cui Pasolini denunciava ormai la deriva violenta e criminaloide che il nuovo potere consumistico stava causando. Pino Pelosi, detto La Rana, è uno di quei giovani, ha soltanto 17 anni, dopo cena lui e Pasolini vanno con l’Alfa GT fino all’idroscalo di Ostia. Ho abitato nei paraggi, correvo la sera in una spiaggia non distante, sapevo dove era il luogo in cui avvenne l’omicidio e il monumento che gli hanno dedicato, eppure non sono mai andato nemmeno lì. Non sono incline ai pellegrinaggi e commemoro gli scrittori leggendone le opere. All’idroscalo i due si appartano, hanno un approccio, poi il ragazzo si tira indietro, Pasolini va su tutte le furie e lo colpisce. Pino la Rana si difende, ha la meglio, scappa con l’auto e forse, mentre se ne va, passa sul corpo del poeta uccidendolo. La racconta così Pino a un compagno di cella nel carcere minorile di Casal Dei Marmi, dove l’hanno portato perché guidava l’Alfa GT senza patente. La storia però non funziona e lascia dubbi a tutti: Pino è alto appena 1.67m e pesa 59Kg, Pasolini è un uomo considerato forte, atletico, in vita sua ha fatto spesso a cazzotti. E poi nel bagagliaio dell’auto c’è roba d’altri, i particolari della colluttazione non tornano,la scena del crimine è abbandonata ase stessa e subito inquinata, c’è poco sangue su Pelosi e tropposul corpo massacrato di Pasolini. I legali d’ufficio lo dichiarano innocente e vengono subito sostituiti da Mangia, difensore dei mostri del Circeo,  e con lui il perito Semeraro, ordinovista implicato con la Banda della Magliana. Antonio Pinna, un altro vicino alla Banda, la mattina dopo gira per Monteverde cercando un carrozziere che gli ripari un’auto ammaccata e sporca di sangue, lo trova e qualche tempo dopo sparisce nel nulla. Pelosi nel 2005 dichiarerà che erano in cinque con lui, tra di essi i fratelli Borsellino, due criminali confluiti nell’estrema destra. Facevano un favore a qualcuno viene da pensare, perché il processo al potere che Pasolini aveva lanciato dalle pagine dei giornali, parlando apertamente di stragi, era oltre il consentito. Oppure era Petrolio, il romanzo indagine che Pasolini stava scrivendo sul ruolo di Cefis e dell’ENI nelle stragi, compreso l’omicidio Mattei, a non dover essere terminato e pubblicato. Ne verrà rubato un intero capitolo, Lampi sull’ENI. Erano le ultime parole di una voce sublime e morbosa, sensibile e tagliente, la cui scomparsa stiamo ancora pagando caro.

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Economicidio: tre libri per un crimine

I libri, scrisse qualcuno, sono amici che ti presentano altri amici, creano percorsi di conoscenza, reti di relazioni tra idee, fatti e passaggi, ci si ritrova, leggendo, ad aver imparato dalla somma delle letture più di quanto si cercasse in ognuna di esse.

In questo caso ci riferiamo a tre saggi divulgativi di taglio (socio)economico scritti e pubblicati in anni diversi e facenti riferimento a vicende apparentemente distanti nello spazio e nel tempo: Shock Economy di Naomi Klein, Il tramonto dell’Euro di Alberto Bagnai e Anschluss di Vladimiro Giacché. Soltanto quando se ne è ultimata la lettura (in questo caso a distanza di anni tra il primo e gli ultimi due) e si è avuto il giusto tempo per ragionarla, improvvisamente i pezzi del puzzle sembrano prendere il loro posto, svelando in questo caso una strategia, un metodo e la sua applicazione sistematica nella storia del capitalismo degli ultimi quarant’anni.

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Shock Economy (Rizzoli, 2008) è un testo notissimo, apprezzato dalla sinistra no-global di cui la stessa Klein è stata una delle icone mondiali,  ma la cui influenza e rilevanza va ben oltre la parabola  di quel movimento, collocandolo nella più vasta biblioteca della critica al capitalismo e all’imperialismo. La Klein riallacciava, attraverso una carrellata di paesi e regimi diversissimi, le vicende ispirate all’intervento degli ideologi neo-liberisti della Scuola di Chicago di Milton Friedman, quelli che l’autrice stessa definisce i principali artefici dell’ ascesa del capitalismo dei disastri. Il termine “ideologi”, non è fuori luogo, in quanto uno dei maggiori pregi del libro fu quellodi sfatare definitivamente il mito secondo cui il (neo)liberismo economico sia post-ideologico, sottraendolo alla sua aurea scientifico-pragmatica e restituendogli la sua dimensione eminentemente ideologica: con tutti i dogmi, le ottusità, la doppiezza e l’autoritarismo delle ideologie più feroci. Il totalitarismo del libero mercato realizzato, che non disdegna la democrazia formale finché gli agnelli si impegnano ad eleggere i leoni, ma è pronta a schiacciarla, con lo shock e col terrore (shock and awe) non appena questa, o qualunque altro tipo di regime, vi oppongano una qualche forma di resistenza.

Il “Tramonto dell’Euro”  (Imprimatur, 2012) racconta la crisi europea di questi anni con un linguaggio divulgativo ma anche con estremo rigore scientifico, spiegando come il fallimento dell’Euro sia stato dal punto di vista economico un errore tecnico troppo macroscopico per essere involontario. Nella sua coerente e approfondita dissertazione, Bagnai, mostra come la letteratura economica internazionale avesse ampiamente previsto l’inevitabile crisi della moneta unica e come le sue devastanti conseguenze per i paesi periferici (o PIIGS, fate voi) fossero in realtà auspicate  dalle tecnocrazie europee,  dal capitale finanziario, dalla volontà egemonica dei paesi più forti e dai politici conniventi dei paesi più deboli.  Una vera e propria Shock Therapy per forzare l’unione politica (a guida tecnocratica) saltando ogni passaggio democratico, favorire le grandi imprese e la grande finanza e comprimere salari e diritti dei lavoratori in tutto il continente.

I legame con la Shock Economy descritta da Naomi Klein  sono molteplici. Entrambi i libri trattano di relazioni asimmetriche tra Stati, dove quello più forte economicamente forza, attraverso la corruzione e la cooptazione delle élite politiche di quello più debole, un metodico processo di spoliazione e impoverimento a proprio vantaggio. I legami più evidenti tra i due testi avvengono proprio nella descrizione del metodo che, nel caso dell’Europa come e nei molteplici casi dei paesi del terzo mondo descritti dalla Klein, ripercorre gli stessi identici passi: piena circolazione di merci e capitali tra i due paesi, imposizione di una moneta unica o del cambio fisso sulla moneta del paese più forte (l’Euro in un caso, il dollaro nell’altro),  indebitamento privato finanziato dal paese più forte il cui sistema creditizio non sconta più il rischio di cambio, invasione dei prodotti dell’economia più avanzata nel mercato più debole (finanziata a debito), distruzione delle tutele sociali, annientamento delle funzioni regolatrici dello stato sull’economia e, infine, privatizzazioni selvagge a buon mercato per il paese più forte e definitiva spoliazione dei beni pubblici. Oltre al metodo, l’ideologia neo-liberista (o ordoliberista per citare Barra Caracciolo) è la base culturale comune, gli interessi della grande finanza internazionale e del grande capitale che può delocalizzare varcando a piacimento frontiere che non esistono più sono gli stessi; gli attori, come l’FMI e gli ideologi neoliberisti, sono spesso gli stessi.

L’ultimo pezzo del puzzle ce lo fornisce infine Vladimiro Giacché nel suo illuminante Anschluss, letteralmente “annessione”, che ci racconta come sia avvenuta in realtà la celebrata riunificazione tedesca, una storia apparentemente di successo che mantiene a distanza di 25 anni squilibri gravissimi di cui nessuno parla. Un’annessione in piena regola, dove nulla dell’esperienza dell’Est venne mantenuto: imposizione del Marco occidentale,  il patrimonio pubblico  e un’intera economia industriale (seppure in parte arretrata), svenduta a prezzi simbolici al capitale dell’Ovest nel migliore dei casi,  più frequentemente distrutta e rasa al suolo per far spazio ai capitalisti d’oltrecortina. Stesso metodo, stesso risultato. Creazione da un mese all’altro di livelli di disoccupazione che oggi  vediamo in Grecia (all’Est non c’erano disoccupati), svendita del patrimonio (industriale come già detto, ma anche immobiliare, perfino i terreni), deindustrializzazione e gigantesca distruzione di valore,  reddito medio nei nuovi Lander che ancora oggi dopo un quarto di secolo è lontano dall’essersi equiparato a quello dell’Ovest. Ancora la Germania, ancora lo Shock neoliberista, perfino le stesse facce, che vedevano nella Merkel, nata all’Est, l’alunna più diligente  degli esegeti della nuova economia e dei suoi disastri.

Ogni volta, e qui la Storia si fa davvero “maestra”,   l’aggressione economica non viene dichiarata ma imposta ammantandola di un grande ideale: la modernizzazione del terzo mondo, la riunificazione del popolo tedesco, la pace in Europa. La Storia da una parte, dicevamo,  e noi dall’altra, i poveri scemi che non l’hanno capita e sono condannati a riviverla.

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Sindrome Suina.

Un porco si aggira per l’Italia, il suo nome di battesimo è Legge n.270 del 21 dicembre 2005, Legge Calderoli per gli amici, Legge Porcata per Calderoli, Porcellum nella latinizzazione sartoriana.

Il porco fa schifo a tutti. Reietto ai suoi cari, a soli otto anni già sembra non sia più figlio di nessuno, tanto che alla sua abolizione e riscrittura sembra imprescindibile far partecipare coloro che a suo tempo lo introdussero nel corpo legislativo a maggioranza per mero interesse di parte, sfasciando il sistema elettorale nazionale per pareggiare le elezioni e far al contempo eleggere inquisiti e probabili trombati. Quelli del PD non vogliono cambiare la legge elettorale a larga maggioranza come affermano (altrimenti la si poteva riscrivere col cinque stelle), vogliono proprio farla con quelli che l’hanno scritta, approvata e poi disconosciuta.

Il porco è inviso al Presidente. Napolitano, nel discorso d’insediamento per il secondo mandato ha letteralmente svergognato la partitocrazia per non aver abolito il porcellum durante il Governo Monti, quando dovevano fare soltanto quello. A quelle parole che li accusavano, in un grottesco gioco di doppi sensi, i rappresentati dei partiti applaudirono con trasporto. Il porco, ufficialmente, è odiato dal PD costretto per sua colpa a imbarazzanti pareggi e vittorie effimere, anche quando affronta le elezioni col vento in poppa. La Corte costituzionale ha criticato la legge, la Suprema Corte di Cassazione l’ha delegittimata. Gli italiani la detestano, perché li condanna a governicchi e governi di ammucchiata e perché il Parlamento non è più eletto ma nominato in proporzione alle indicazioni di lista. Il premio di maggioranza abnorme, la machiavellica e sistematica ingovernabilità del sistema al Senato, l’impossibilità di indicare preferenze, le soglie di sbarramento altissime e l’ambiguità della figura del “leader di coalizione” ne fanno una delle peggiori leggi possibili. Per questo l’ipotesi di riforma parziale proposta dal PdL è inaccettabile ed è necessario cambiarne l’impianto generale: il porco va abolito,  è irriformabile. La maggioranza dichiara adesso di  voler legare la nuova legge alle riforme costituzionali che richiedono anni anche in caso di sostanziale accordo del parlamento, sicuri come sono che il Governo Letta si riveli insospettabilmente robusto e di sana costituzione (con la minuscola). Tutti concordano che bisogna metterci le mani, Letta sostiene che il superamento del maiale elettorale sia una priorità del Governo fino a convocare schiere di saggi e scriba da tutte le contrade per partorire le agognate riforme. Non si sa esattamente quali: alcune riforme, forse presidenzialiste, forse solo a metà, forse a doppio turno, forse no.

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Golpe o semplice gattopardismo?

Sbaglia Grillo a parlare di Golpe o Golpettino, per almeno tre ragioni. Innanzitutto, per poter parlare di Golpe deve esserci una violazione delle regole formali della Costituzione e questa, oggettivamente, non c’è stata. Inoltre, parafrasando una vecchia canzone di Stefano Rosso, per fare il Colpo di Stato deve esserci uno Stato: qui semmai ci si accanisce su un corpo clinicamente morto, tenuto in piedi dall’apparato burocratico, come il defunto Cid Campeador di Charlton Heston (1961) la cui salma veniva legata al destriero per guidare i suoi nell’ultima battaglia. Infine, seppure in peggio, durante un Golpe gli equilibri di potere solitamente cambiano, mentre la rielezione di Napolitano e le circostanze in cui questa è maturata, non sono altro che il rinnovarsi dell’eterna profezia di Tommasi di Lampedusa, la maledizione del trasformismo italiano. Qualche giornale, per lo più straniero, ha azzeccato la giusta metafora.

Autoscacco

Quella su cui si gioca in Parlamento è una scacchiera ben strana. Ci si siede su tre lati, si vince o si perde soltanto se due giocatori decidono di allearsi, altrimenti è stallo. Il giocatore che siede a sinistra non può allearsi con quello di destra senza veder evaporare altri milioni di voti,

quello di destra stringerebbe volentieri accordi con Attila Re degli Unni pur di salvare le terga del capo e mantenere una qualche rilevanza politica.  Il terzo incomodo auspica l’accordo tra gli altri due per poi fare l’offeso e passare la legislatura a controllare gli scontrini. Stallo.

In questi strani scacchi all’italiana lo stallo non è un vicolo cieco in cui termina la partita, ma una condizione inerziale sotto la minaccia di una bomba a tempo. Aspettando il default, il collasso sociale definitivo, la causa di forza maggiore, i giorni semplicemente scivolano via, sperando che l’elezione del Presidente della Repubblica intervenga a spostare miracolosamente qualche equilibrio.

La prima mossa tocca al bianco, pezzi d’avorio in mano al PD che non sa che farsene. Nel pessimo sequel di una campagna elettorale fallimentare, in cui si è promesso un po’ di questo e un po’ di quello, cioè niente, il PD esita a fare qualsiasi mossa, si vocifera sui nomi, si schierano per mesi pezzi fasulli, qualche cavallo dopato e qualche pedone da sacrificare.

Alla vigilia della votazione, Bersani propone una rosa di candidati che sembra scritta da D’Alema. Infatti, con Marini (uno che nessuno ricorda) e Amato (uno che tutti ricordano con terrore), c’è D’Alema.  

Dopo aver farfugliato per qualche giorno sulla necessità del cambiamento, esattamente come in campagna elettorale Bersani è incapace di dare  un segnale di rottura, una parola chiara che presagisca un agire politico convinto e determinato. I consulenti della comunicazione del PD o sono grottescamente incapaci o votano PdL. 

Poi, dopo un illuminante summit con Berlusconi, Bersani candida Marini polverizzando in un colpo solo il partito, la coalizione e, prevedibilmente, i consensi. Chissà cosa si sono detti, al summit.

Il PD si suicida ancora, mostrandosi diviso proprio mentre pretende di convincere tutti che può governare. Ci sono riusciti un’altra volta, ormai sono al suicidio politico seriale.

Intanto il M5S tira fuori una rosa di dieci nomi: qualcuno impeccabile, qualcuno fantasioso ma tutti graditi alla base della sinistra, esattamente il genere di nomi che Bersani non sa fare. La Gabanelli ci dorme sopra una notte, poi si dichiara non abbastanza competente e sceglie di continuare a svolgere egregiamente il proprio lavoro. Defilandosi la Gabanelli apre consapevolmente ai nomi successivi della lista, Rodotà e Zagrebelsky: competenti, indipendenti e onesti, a quanto se ne sa. Sarebbe troppo facile votarli e fare bella figura. I consulenti della comunicazione del PD lo sanno e non lo permetteranno mai.

Chi sono gli anarchici in Italia?

Possiamo rispondere in molti modi a questa domanda, intendendo di volta in volta semplici persone di sentimenti genericamente libertari, militanti di estrema sinistra di varia estrazione, persone filosoficamente anarchiche ma pragmaticamente orientate su posizioni politiche democratiche o social-democratiche, qualche raro intellettuale vicino al liberismo anarco-individualista, punk, frikkettoni e punkabbestia di ogni sorta, ragazzini a cui piace cerchiare le “A” sui muri, militanti antimperialisti, blac-bloc, utopisti pacifisti, sindacalisti di base, hacker e cracker, militanti prosecutori della tradizione anarchica italiana(Errico Malatesta in primis), ambientalisti radicali, molti rispettati intellettuali e artisti (da Fabrizio De André ad Ascanio Celestini). Gente comune, anche qualche operaio e qualche impiegato che semplicemente la pensano così.

Privi di rappresentati e spesso perfino di portavoce, secondo una regola non scritta coerente con forme di associazionismo rigidamente non-gerarchico e a volte non-organizzato (la differenza tra le due definizioni è sostanziale), l’anarchico è soprattutto un individuo politico, una monade, che trova momenti di aggregazione con una comunità di suoi sodali dai convincimenti politici e filosofici affini. Non esiste una porta cui bussare per parlare con loro, non c’è sede di partito, non c’è un “capo” né un consiglio direttivo, niente amici potenti e spesso poca o nessuna solidarietà dalla società civile (in essa l’idea anarchica non è mai egemonica in senso gramsciano). Esistono invece luoghi di aggregazione e di dibattito: campi anti-imperialisti, comuni, ecovillaggi, caffè letterari, qualche centro sociale, manifestazioni, circoli, biblioteche e centri studi. Internet, soprattutto, concretizzazione tecnologica orizzontale, incontrollabile e paritaria, di quella libertà di espressione e di associazione che sembra per certi aspetti (per altri no) progettata e modellata sugli ideali stessi del pensiero libertario.

Questa complessa ed eterogenea costellazione, refrattaria ad ogni censimento, rappresenta e ha rappresentato nei fatti, il capro espiatorio perfetto di ogni strategia della tensione. In ambito di anarchismo ogni sedizione è difficilmente confutabile, in un ambiente libertario infiltrarsi è semplice, in una pratica di lotta organizzata (anche violenta) come quella del Black-Bloc, dove si accede semplicemente coprendosi il viso e partecipando alla pratica stessa, chiunque può provocare e mescolarsi, senza timore di essere riconosciuto come corpo estraneo. Questo è un limite oggettivo di quella forma di lotta, non una giustificazione para-complottista sull’operato del blocconero: se ti rendi permeabile ad infiltrazioni e giochi a fare la guerra, probabilmente verrai infiltrato dai tuoi nemici. Non ci vuole Sun-Tzu per capirlo.

Tale vulnerabilità al mimetismo dell’avversario e soprattutto la distanza da ogni apparato di potere, anche di opposizione, è stata ampiamente sfruttata contro gli anarchici nella storia non soltanto italiana. Nessuna bomba stragista è stata messa in Italia da anarchici tra il 1969 e l’ 1984 (periodo della Strategia della tensione), eppure ogni strage dinamitarda è stata inizialmente ad essi attribuita, per poi scoprire puntualmente matrici di destra e coperture di stato (o forse viceversa). C’è sempre una “pista anarchica”, fateci caso. In tutto ciò (fa notare di nuovo Celestini) l’ultimo grave attentato politico accertato a carico di un anarchico è l’uccisione di Re Umberto I di Savoia ad opera di Gaetano Bresci. Avvenuta aggiungo io, centododici anni fa (112).

Errico Malatesta

Attenzione, non sto dicendo che non esistano anarchici violenti o criminali, sto dicendo che qualunque violento e qualunque criminale può rivendicarsi anarchico senza timore di smentita e che, peggio ancora, si possono sempre accusare gli anarchici senza che la stampa insorga indignata chiedendo “come vi permettete?”, “di quali prove decisive disponete per accusarli?”. Spero di essermi spiegato.

La cosa più simile a una “porta dove bussare” per parlare con gli anarchici, con alcuni anarchici a dire la verità, quelli in continuità con la tradizione anarchica più antica, sono le sedi e i circoli della FAI, Federazione Anarchica Italiana. Attenzione, tornate alla riga precedente e leggete bene, Federazione Anarchica Italiana. In continuità con l’anarchico degli anni ‘20 Errico Malatesta che a suo tempo la fondò, pubblicano ancora la rivista Umanità Nova (un’altra rivista di mia conoscenza è “A” cui era vicino Fabrizio De André). Rifiutano la violenza come strumento di lotta politica.

Dal 2003 in Italia tutta una serie di attentati più o meno intimidatori, alcune lettere bomba che hanno implicato il ferimento grave di diverse persone sono state rivendicate da un’altra F.A.I., la Federazione Anarchica Informale fino ad allora mai sentita.

Umanità Nova, rivista anarchica fondata da malatesta

I terroristi con poca immaginazione (come fa notare anche Celestini), hanno scelto un nome fatto apposta per fare confusione. In nove anni di attentati rivendicati non ne hanno mai preso uno, quindi non dispongono di confessioni, di dissociati o di rei colti in flagranza. Non c’è un nome ad oggi, che possa essere associato a questa organizzazione dopo tutto questo tempo, non sono stati scoperti covi né depositi di armi. Con la gravissima gambizzazione di Adinolfi è arrivata l’ultima rivendicazione degli Informali, rivendicazione presa per buona dai media cui ne è seguita un’altra piuttosto dubbia che dichiarava di voler prendere di mira Monti ed Equitalia, in aperta contraddizione con quanto dichiarato dagli stessi informali in un altro volantino (come fa notare tra gli altri Mentana).

 

La sensazione è che in assenza di imputati, retate e processi aperti, le informazioni su questa organizzazione possano provenire prevalentemente dalle informative dei servizi, basta leggere la fonte citata negli articoli. Proprio ieri è stato lanciato un nuovo allarme da un “capo dell’intelligence”, che prevedeva un’escalation di nuovi attentati della FAI, elencando con una certa precisione i prossimi obbiettivi, quindi sanno quando colpiranno (tra poco) e sanno dove colpiranno (Finmeccanica e obbiettivi greci in Italia, sic), ma non sanno chi sono.

Ci auguriamo che chi ha sparato ad Adinolfi venga preso e finisca in carcere al più presto, anarchico o non anarchico che sia. Non me ne frega nemmeno nulla di vedere a tutti i costi un complotto dietro una sigla, è anzi possibile che dietro di essa ci siano criminali in carne e ossa ideologicamente convinti di essere prosecutori e interpreti del pensiero e della lotta anarchica. Però bisogna ricordare le pagine nere, pretendere e cercare di fare chiarezza, a cominciare dalle sigle, perché questa fase politica e sociale è già abbastanza critica e confusa.

E in Italia nella confusione, sguazzano i pesci più pericolosi.

“Ali e Corazza”, Un romanzo scritto da Aramcheck

L’immagine che vedete di fianco è la copertina del mio primo romanzo edito presso Autodafé Edizioni. Autodafé è un editore indipendente milanese fondato un paio di anni fa da professionisti che dopo aver  lavorato nell’editoria per diversi anni hanno deciso coltivare un progetto comune. Tale progetto, la casa editrice appunto, è basato sull’idea piuttosto lodevole di scoprire e lanciare autori esordienti pubblicando testi di narrativa attenti alla realtà dell’Italia contemporanea. Altro tratto attribuito dell’editore è quello di pubblicare romanzi e raccolte di racconti di qualità, impostazione che condivido per quanto il mio evidente conflitto di interessi lasci ai lettori l’ultima parola su quanto Autodafé si stia mantenendo in linea con le proprie aspirazioni.

Non vi parlerò molto del libro in quanto faccio una certa fatica a scrivere su quanto ho scritto, in particolare se si fa riferimento ad un testo di narrativa, molto più facile farlo a proposito di un post sul blog, dove le scelte personali, seppur presenti, sono filtrate da uno sforzo analitico diverso da quello letterario. Mi limito ad alcune informazioni logistiche sul fatto che chi fosse interessato a leggerlo può ordinarlo in teoria in qualunque libreria e in pratica meglio se in una libreria che ha già contatti con  cui l’editore ha già un rapporto di collaborazione, qui l’elenco. Sempre per la logistica, lo trovate sui maggiori bookstore online tra cui ibs, Amazon, Bol e Libreria Universitaria, è inoltre disponibile in versione e-Book. Sì lo so è  comunque pubblicità o promozione, ma in 7 anni di blog non vi siete mai beccati nemmeno un Google ad-Sense o mezza menzione di prodotti commerciali, ci può stare sù.

Riguardo al romanzo trovo sia diffcile attribuirgli un genere, qualcuno lo ha definito un noir contemporaneo e come approssimazione ci può stare. Piuttosto chi segue il Blog da qualche anno potrà ricordare un’intera serie di post passati ad auspicare e cercare le forme artistiche nascenti utili a raccontare lo strano periodo in cui abbiamo vissuto e viviamo, segnato dal berlusconismo ma non solo, piuttosto da un perenne  stato di affanno e crisi del paese, di volta in volta declinato come crisi politica, crisi sociale,  crisi economica e crisi culturale. Da questa crisi mi aspettavo, come avvenuto in passato molte volte nella storia,  un’arte (nel senso più ampio e meno snob del termine) in grado di dare un contributo modesto al riempimento del vuoto di senso che in certi momenti sembra aleggiare, come un fantasma impotente, sulla realtà italiana. Vuoto di senso inteso come apparente assenza di futuro,  rassegnata sensazione di incurabilità per i nostri malanni, percezione della crisi come status permanente e non come fase transitoria di mutamento.  Oggi che tutti questi stati di crisi sembrano prendere improvvisamente coscienza di sé collassando tutti insieme in un aleph temporale in cui tutti, dai grandi media ai singoli cittadini, non sembrano parlare d’altro, “Ali e Corazza”è nel migliore dei casi il mio tardivo e modesto tentativo di dare un contributo a tale atteso e sempre più presente tentativo di imbrigliare il nostro strambo Zeitgeist. E’ anche naturalmente il mio personale tentativo di coronare un’aspirazione personale e una passione antica per la scrittura, ma questo lo darei per scontato dal momento in cui ci si confronta con un foglio bianco per cercare di raccontare una storia. Ho iniziato a scrivere all’inizio 2009, aspetto importante per leggerne nella chiave corretta alcuni aspetti più direttamente cronacistici e che invece, seppur maliziosamente influenzati dalla cronaca, sono in realtà la costatazione di qualcosa che era nell’aria (soprattutto per chi vive nella capitale) ben prima che ne parlassero i giornali.

Potete cliccare sulla foto e legegre la quarta di copertina (ma anche no) oppure sfogliare il primo capitolo (perché no?) e farvi un’idea. Fintanto ché il testo non avrà un blog tutto suo, cosa che probabilmente  non avverrà mai, se qualcuno di voi dovesse leggerlo può anche venire a commentarlo qui o su Ozia.