Lettera aperta alla sinistra

eurosceptics

Sto maturando, con orrore e rassegnazione, che la sinistra mondiale sia capitata nel peggior scenario possibile, quello in cui fa meno paura all’ordine capitalistico di quanto non facciano “certi” fascisti. Non di certo i fascisti di Kiev che stanno massacrando il Donbass, cioè la Novorossia, quelli sono sempre utilissimi. Né i loro amichetti italiani che li sono andati a supportare a Piazza Maijdan, anche quelli non fanno paura al capitalismo finanziario, anzi se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Tuttavia volendo stiracchiare il termine “fascisti” a “fascistoidi”, “nazionalisti”, nazional-populisti o presunti tali, in quel caso le cose cambiano. Al capitale finanziario piacciamo più noi, gli diamo molto meno fastidio. Con le nostre rivendicazioni e i nostri valori, gli facciamo comodo. Con le nostre bandiere rosse, il capitale finanziario ci guarda benigno, in quel rosso non vede più una minaccia.

Siamo stati noi a sinistra a denunciare per primi la Globalizzazione Neoliberista, a combatterla anche, nelle molte forme poco efficaci che ci sono proprie. Abbiamo capito che la Globalizzazione finanziaria esiste in quanto condizione perché il capitale abbia pieno potere sfuggendo alle regole dei singoli Stati, la Globalizzazione è l’arma definitiva nella lotta di classe, per il capitale equivale alla condizione di vittoria strategica. Non a caso Warren Buffet ha candidamente ammesso: “La lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. La negazione dell’esistenza della lotta di classe è stato un caposaldo dell’ideologia neo-liberista statunitense, ammetterla segna la fine del combattimento per decesso dell’avversario. I sindacati locali non hanno più senso se puoi delocalizzare mentre i sindacati internazionali non sono, ad oggi, neppure l’ombra di un ipotesi praticabile. Se puoi spostare capitali a tuo piacimento vai a sceglierti lo Stato che te li tassa di meno, in una competizione al ribasso per premiare la rendita. Un libero mercato, unico e gigantesco, dove anche le prerogative   degli Stati  possono essere oggetto di aste al ribasso tra i popoli, i welfare, le tutele sul lavoro, lo stipendio. A meno di realizzare un ipotesi Trotzkista planetaria di cui non c’è traccia né possibilità, l’unica cosa che puoi opporre al capitale transnazionale il suo esatto contrario, un organizzazione su base Stato Nazionale, a guida fortemente politica. Magari Stati fratelli e socialisti, ma Stati.

L’ordine capitalistico non ha paura del multiculturalismo, lo ha anche favorito. L’ordine capitalistico non teme l’immigrazione, anzi essa è il suo materiale di scarto. Quella è gente che non va in vacanza a Lampedusa, non vive in periferia e non vede gli immigrati trattati come bestie nei CPE. Non li compatisce, non li sopporta, non li odia e non li aiuta: semplicemente non li vede. L’ordine capitalistico sa soltanto che ci sono e devono andare da qualche parte, perché la povertà che li produce è necessaria.  A l’ordine capitalistico, infine, non interessano i matrimoni gay. Abbiamo l’ok, c’è da trattare coi cattolici, ma quello in un modo o nell’altro lo abbiamo sempre fatto, è questione di tempo. Il capitale non è disturbato dai matrimoni gay, mettiamocelo in testa. Quello è Giovanardi, è folklore.

L’ordine capitalista, l’ordoliberismo, teme gli Stati e le loro costituzioni social-democratiche, che di fatti cerca di esautorare in ogni modo: teme le frontiere, le protezioni, l’intervento pubblico, la sovranità monetaria, teme lo Stato che dispiega la sua potenza per fare impresa in settori strategici e il controllo pubblico del patrimonio comune.  Compresa la terra dove passa quel TAV, il punto è dimostrare che la Val di Susa non è dei Valsusini.  La UE, per come è stata progettata e realizzata, è soltanto un grosso pezzo di Globalizzazione, tutto d’un colpo, che permette di scatenare la competizione al ribasso  e scaricare le tensioni finanziarie sui debiti pubblici in un’area enorme, tendenzialmente stabile e molto ricca. La Shock Economy sui popoli pasciuti.

Da questo deriva che la Le Pen fa più paura di Tsipras, il quale non avrà mai i numeri per far diventare questa Europa, con questo Euro e soprattutto questi trattati,  niente di radicalmente diverso da quello che è. Non avrà mai la forza di controllare con forze realmente progressiste (non il PD che è liberista) il Parlamento Europeo e, semmai dovesse succedere, se ne occuperanno per tempo. Al contrario una forza piccola su base Europea ma che controlli il Governo su base nazionale, come FN, può portare un paese come la Francia fuori dall’Euro, distruggendolo per sempre. Trovo spiazzante come Tsipras da greco e da uomo di sinistra, davanti allo scempio che la Trojka ha compiuto in Grecia, possa non desiderare di allontanare i greci il prima possibile dall’influenza europea. La distruzione di valore è stata paragonabile a quella di una guerra, tuttora in corso, e non si tratta soltanto di valore economico, si è inutilmente straziato un paese. La posizione di Tsipras è debole in partenza, è come se  Che Guevara si fosse fatto eleggere al Congresso per cambiare gli USA dal di dentro e renderli finalmente più filo-cubani.

Diversi compagni danno a Grillo del “fascista” o del “fascistoide”, io non concordo, ma capisco le perplessità su certi comportamenti, certi linguaggi e più in generale sulle dinamiche interne al M5S. Detto questo, per quanto sta accadendo è chiaro che Grillo tra i  leader delle ultime elezioni era il meno affidabile dal punto di vista del grande capitale finanziario. Grillo durante i comizi dice tutto e il contrario di tutto, entra spesso in contraddizione, lascia molti ragionamenti a metà. A volergli essere amici si possono prendere i suoi  comizi come ipotesi varie e contraddittorie su come potremmo ripensare un mondo diverso da questo. Un’amica pentastellata rivendicava questa molteplicità e questa vaghezza,  come continuo processo decisionale in itinere che si compie avanzando grazie al voto del popolo e degli iscritti, coinvolti sempre  più spesso e sempre più a fondo. Interessante, mi verrebbero in mente centoventi domande a cui nessuno però, a questo punto per definizione, nel M5S sa dare una risposta. Tuttavia è come se nella vasca dei partiti politici, che nuotano seguendo le proprie traiettorie divergenti, studiate apposta per non scontrarsi, fosse entrato un pesce bello grosso che procede a zig-zag. Grillo è ancora nella vasca, non è antitetico al capitalismo e alla costruzione europea, ma potenzialmente potrebbe diventarlo.  Gli iscritti o i votanti dei referendum potrebbero voler vedere attuata la Costituzione, qualcosa cioè di straordinariamente rivoluzionario. Potrebbero voler uscire dall’Euro e riportare Bankitalia sotto il Tesoro. Questo rappresenta un problema per l’ordine capitalista, mentre non c’è traccia di questa minaccia nel programma di SEL o Rifondazione Comunista, né posta con la consapevolezza di una sinistra che si rispetti, né in potenza come nel caso dell’M5S. Soprattutto non c’è nei numeri i quali, marginali ormai da quindici anni, non si capisce perché dovrebbero cambiare ordine di grandezza. Grillo è visto  con maggior sospetto, di gran lunga.

Stesso discorso potrebbe adattarsi a Farage, Orban e gli altri. Dal punto di vista dell’ordine capitalistico globalizzato le sinistre storiche  o di protesta non rappresentano un ostacolo, mentre alcune  formazioni che tendono a destra, tornano agli Stati e alle nazioni o danno risposte identitarie sono alla fin fine più “rivoluzionarie” o, se non vi piace il termine, pericolose dal punto di vista dell’integrità del modello capitalista corrente, redistribuzione e dinamiche salariali comprese. Per il capitale non è neppure un problema se un singolo Governo ridistribuisce più equamente la ricchezza che gestisce, l’importante è che “in quanto apparato pubblico potenzialmente democratico” ne gestisca poca e che non abbia gli strumenti per ingabbiare quella altrui, interferendo nelle dinamiche capitalistiche transnazionali. Il pericolo viene dalle nazioni e, quindi, dai nazionalisti e dagli autonomisti.

Pasolini  leggeva la Strategia della Tensione in due macrofasi, una prima in chiave anti-comunista e la seconda in chiave anti-fascista. Se le cose dovessero precipitare potremmo trovarci in una fase del secondo tipo, vengono in mente gli Indipendentisti Veneti. Spero di sbagliare, ma intanto lo scrivo.

E quando i neri (o quello che noi pensiamo siano i “neri”) fanno più paura al capitale, anzi al capitalismo totalitario, di quanta gliene facciamo noi, qualcosa è accaduto: o abbiamo sbagliato tutto o ci siamo venduti. Non accettare una di queste due possibili prese d’atto, vuol dire sparire.

Chiaramente, compagni, quella che vi offro è in realtà una falsa scelta, visto che mi sto rivolgendo soltanto a quelli di noi che non si sono venduti.

2 thoughts on “Lettera aperta alla sinistra

  1. Anonimo ha detto:

    Bellissimo post. Chapeau.

    Se posso aggiungere la mia personale visione, il capitalismo ha vinto, o sta vincendo in questa fase storica, perche’ interpreta meglio l’animo e le dinamiche sociali “naturali” dei bipedi senzienti.
    Per quel poco del mondo che ho avuto la fortuna di conoscere, le migliori condizioni di vita le hanno date le socialdemocrazie nord-europee, che hanno saputo bilanciare al meglio iniziativa privata e redistribuzione del reddito. E sono anche quelle che hanno ceduto meno welfare al capitale in questa crisi. Le socialdemocrazie, per esistere e per resistere, hanno pero’ bisogno di una maturita’ e di un senso etico molto sviluppati nella popolazione, oltre che, ovviamente, di regole ferree e condivise.
    Il capitale apprezza le regole, ma puo’ farne tranquillamente a meno, come dimostrano le forme estreme e criminali del capitalismo (p. es. le organizzazioni mafiose o, ancor piu’, camorriste). Uno stato sociale invece no, non puo’ farne a meno. E’ per questo che la questione morale, le battaglie per la legalita’, a mio modestissimo avviso, sono istanze progressiste, molto piu’ che capitaliste.
    Mario

  2. aramcheck ha detto:

    >Il capitale apprezza le regole, ma puo’ farne tranquillamente a meno,

    Il capitale apprezza le regole che imbrigliano gli Stati, non quelle che regolano il capitale stesso. Ci sono 30 anni di deregulation a dimostrarlo. E, più in generale, migliaia di anni di storia del mondo.

    >E’ per questo che la questione morale, le battaglie per la legalita’, a mio modestissimo avviso, sono istanze progressiste, molto piu’ che capitaliste.

    Non bastano. Io parlavo di un capitale eticamente criminale ma che si muove nella piena legalità di chi si è scritto le regole da solo. Quello che temono è il controllo democratico, sono pronti ad esautorare il legislatore per questo. Dal lobbing agli organismi sovranazionali.

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