Strage di Lampedusa – Risposta a Camillo Langone del Foglio

Ho letto come tanti altri il suo sprezzante articolo del 3 Ottobre sul Foglio, scritto coi cadaveri ancora caldi.

Provo a risponderle anch’io, malgrado qualcuno dirà che risponderle contribuisce a dare altra visibilità al suo articolo,  a me del resto  non importa, idee come le sue esistono, relativamente diffuse, nella società. Esistono e quindi meritano un confronto, anche perché lei usa una penna e sa bene come quelle idee, soprattutto in certi periodi di esasperazione popolare, possano facilmente sedurre. Provo a risponderle, semplicemente perché non mi piace che il suo esercizio di cattivismo resti senza risposta. Cattivismo sì, perché se anche a me da sempre gli atteggiamenti buonisti irritano e infastidiscono, soltanto da un po’ di tempo li attacco meno, limitandomi a smaniare quando qualcuno li assume in mia presenza. Ho smesso quando è sbocciato per controreazione il cattivismo, malattia infantile del fascismo, di certi politici e soprattutto di certi giornalisti, pratica a mio avviso ancora più insopportabile del giustamente vituperato buonismo. Facce della stessa medaglia mi sembrano in realtà due atteggiamenti di maniera, puramente estetici, utili più a mantenere il personaggio che ad argomentare in modo efficace.

L’immigrazione crea disagi? Sì, a qualcuno più a qualcuno meno ma disagi ne crea. Economici, forse sì, ma quelli che oggi lavorano in Italia ed entrarono come clandestini pagano sei miliardi di tasse l’anno, fulgido esempio di taxation without representation, condizione che contraddice i cardini del pensiero liberale, cui dice di rifarsi il giornale per cui scrive. I disagi creati dall’immigrazione insistono comunque sulla popolazione italiana in varie misure. In cambio di questi disagi non ci vengono vantaggi materiali, si chiama gesto disinteressato di umana solidarietà, collettivo in questo caso, nessuno ci paga per accoglierli. In cambio abbiamo lo status di paese civile, una cosa che si chiama reputazione e in base alla quale ci diciamo popolo all’avanguardia nella cultura e nella civilizzazione, con varie e frequenti cadute di stile, da più di duemila anni. Dire che eravamo civilizzati già al tempo dei romani è un concetto che va ovviamente relativizzato al contesto storico, non una becera nostalgia tradizionalista, o risolveremmo il problema alla maniera dei Cesari facendoli schiavi e usandoli come manodopera a basso costo per mantenere i nostri pomodori competitivi col finti Sammarzano cinesi. Ops, questo ancora lo facciamo, non era l’esempio giusto.

Bisogna, dicevo, essere civilizzati rispetto ai tempi che corrono, non per come lo erano i nostri avi. Un paese che voglia dirsi civile oggi, deve rispettare i diritti umani, deve cioè per quanto possibile provvedere al soccorso, alle cure e alla tutela della dignità umana di chi si trova sul suo territorio. Possiamo affrontare questo disagio, con leggi più o meno restrittive riguardo la regolazione dei flussi e delle espulsioni, mantenendoci civili e capaci di gesti fraterni davanti all’emergenza, oppure non farlo abbandonando i barconi al loro destino o pagando i dittatori locali per sparagli all’imbarco, si tratta di una scelta politica. Si tratta di perdere lo status di paese civile rispetto al progresso dei propri tempi, non un concetto relativo, quindi invariante rispetto al fatto che gli Stati Uniti sparino ai messicani lungo la loro frontiera meridionale o che lo faccia la Spagna. Per questo non possiamo nascondere la Caritas, la Croce rossa, i preti, gli operatori umanitari, la Protezione Civile e tutti quelli che danno un po’ di sollievo a questi disperati, perché grazie a loro siamo un paese civile in questi ambiti. Ci tiene così tanto a nascondere il meglio che sappiamo dare disinteressatamente per mostrare fucili e dobermann?

I disperati esistono, come lei e le sue idee, e non stanno, come sembra suggerire lei, davanti alla TV nella giungla come i Flinstone, pronti a preparare le valigie di legno e spago appena vedono al TG1 la nomina di un ministro di colore in Italia. Le cose sono un po’ più complesse di così e le persone hanno problemi più gravi che liberarsi del il venditore di rose che ti interrompe lo sproloquio, in modo francamente fastidioso, quando sei al ristorante a litigare con la squinzia. Lo stato del pianeta, i trend demografici, l’instabilità di tutto il mediterraneo, la distribuzione globale della ricchezza, lo stato sanitario dell’Africa subsahariana, sono argomenti complessi e un po’ noiosi ma reali, davvero crede che basti aprire l’ombrello per fermare un uragano? O l’uragano si fermerà perché in Italia minacciamo di buttare a mare coloro che si avvicinano e smettiamo di dare il resto della spesa a un immigrato senza volto?

Nel suo sfogo delirante contro i migranti e gli ‘stragisti’  che li invitano a trascorrere ferie pagate nella bella Italia,  apre il dizionario alla definizione letterale della voce “invasione”, un vocabolo effettivamente polivalente i cui significati vanno oltre l’accezione strettamente bellica. Eppure lei sa quanto me che quando si parla di fucili, morti e confini nazionali, esattamente ciò di cui si discute in questo caso, il termine evoca eventi come l’aggiramento della linea Maginot e l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Se si è invasi diventa legittimo sparare, peccato che gli invasori in questo caso arrivino disarmati e in fin di vita. Lei e il suo doberman siete proprio due duri.

Infine cita il Vangelo di Marco, “nessuno è buono” sostiene, ma anche prendendo per buona una visione utilitaristica della natura umana di lunga tradizione, da Hobbes a Freud, ampiamente messa in discussione da autori più recenti, lei gioca di nuovo con le parole, sovrapponendo i termini “buono” e “innocente”, come se i due termini fossero sinonimi, cosa che non è. Io non sono credente, al contrario di lei, ma il Vangelo l’ho letto e, se posso comprendere i dubbi sulla bontà della natura umana, al contrario gli innocenti esistono anche e soprattutto nel Vangelo. Si chiamano bambini.

Davanti alla morte dei figli, la provocazione cattivista una volta tanto può essere taciuta o accettare di ridursi al rango di semplice e banalissima cattiveria.

3 thoughts on “Strage di Lampedusa – Risposta a Camillo Langone del Foglio

  1. Anonimo ha detto:

    Chapeau!
    Mario.

  2. Adriana ha detto:

    Davvero notevole!

  3. Johnk568 ha detto:

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