Perché non c’ho pensato io? Ovvero, confessioni di uno pseudo-scrittore privo di immaginazione.

Dovevo capirlo qualche anno fa, contemplando quest’immagine dalla quale, lo confesso, fui all’epoca completamente rapito, che una nuova frontiera dell’osceno aveva fatto il suo ingresso sulla scena pubblica italiana. La foto e la sequenza dalla quale venne estratta mi perseguitarono per giorni, inebetito dalla potenza (anti)estetica e simbolica dell’insieme, la volgarità del gesto, il leggero raccapriccio del rigatone a penzoloni, le risate sguaiate degli intervenuti, il clima della riconciliazione destrorsa coattamente da volemose bene, la Polverini coattamente coatta, cioè nature.

Per gustare la perfettissima  semiosi,  volgare il mezzo e  volgare il messaggio, e la grottesca sfrontatezza di quell’immagine fui costretto a osservarla per giorni. Lei, la Polverini, non semplicemente romana (quale anch’io orgogliosamente sono) ma de’ Roma, simbolo di quella romanità ostentata, ignorante, provinciale e campanilistica che ti fa rimpiangere  di non essere nato a Lugano e che la destra laziale,  ancora culturalmente figlia delle pagliacciate neo-imperiali mussoliniane, è incapace di togliersi di dosso. Lui, il Senatùr, che un giorno si crede la reincarnazione di Vercingetorige e il giorno appresso sproloquia su Alberto da Giussano, il  druido berciante che beve l’acqua sozza del Pò, buffonescamente sacralizzata per l’occasione, davanti all’orda di bauscia urlanti, sognanti e celticamente cornuti. “Pace fatta” titolavano i giornali, dopo che il grande barbaro, come noi da ragazzini prima di lui avevamo fatto alle elementari, aveva parafrasato l’acronimo SPQR in Sono Porci Questi Romani. Lei lo imbocca ridendo col forno ortopanoramico spalancato, mentre lui troppo simile al Benvenuti che si finge paraplegico in una  nota sequenza del film Compagni di Scuola, smozzica sbavando a favor di telecamera un rigatone al sugo di pajata.

Tutto brutto, di una bruttezza estrema, disarmante e senza fine, li ringraziai in cuor mio di cotanto inconsapevole e strombazzato scempio, in cui lo schifo sconfinava per antifrasi nel sublime. Eppure non avevo compreso, non avevo capito che era soltanto l’inizio e nuove frontiere del mai visto erano alle porte. Mi batto il petto, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, per non aver pensato che sarebbe finita così e che non poteva non finire così.

Perché non ho scritto un romanzo nella cui scena madre un gruppo di politici romani  vestiti alla maniera degli antichi, con tanto di tuniche e corone d’alloro, mangiano e bevono  nella riproduzione sfarzosa e posticcia di un finto baccanale nel corso di una crisi econimica reale e di proporzioni epocali?

Perché non ho scritto almeno un racconto in cui gli stessi politici si circondano di modelle vestite da ancelle, girano con le teste di porco e si abbandonano satolli e ubriachi sui triclinari, mentre la città e il paese vanno lentamente in malora?

Perché non ho redatto almeno un post su questo blog all’epoca, invece di riparare oggi con abissale e colpevole ritardo, immaginando finte vestali che ballano la lap-dance su colonne di polistirolo dal capitello corinzio per il piacere di questi caligoletti da quattro soldi che hanno un’idea dell’età classica tratta direttamente da “SPQR 2000 e 1/2 anni fa”, pellicola che  Boldi e De Sica hanno consegnato per sempre alla storia del cinema trash, grazie all’immortale battuta “A Iside e famme na pompa!“?

Perché? Perché non ho abbastanza fantasia né capacità d’analisi per immaginare il reale nei suoi più ovvi rapporti di consequenzialità. Perché mi sarebbe sembrato inverosimile e invece laddove io neppure osavo fantasticare, la festa in maschera di De Romanis (notare il nome) si consumava sul serio. Perché questa classe dirigente è oltre la propria caricatura, oltre la parodia più surreale  e ci vuol del genio, che a me manca e a loro evidentemente no, per superare se stessi  stabilendo ad ogni passo una nuova frontiera del peggio.

E son gli stessi che dicono che il Gay Pride è indecente e di cattivo gusto. Siete  avanti,  la mia penna è troppo  pigra e prevedibile per stare al vostro passo. Chapeau.

3 thoughts on “Perché non c’ho pensato io? Ovvero, confessioni di uno pseudo-scrittore privo di immaginazione.

  1. Mario ha detto:

    Chapeau a te!! :-)
    Mario

  2. Anonimo ha detto:

    a me l’espressione del senatur ricorda una delle ultime scene di arancia meccanica in cui Alex ormai provato e ospitalizzato si lascia imboccare dal politico che gli ha fatto visita…

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