Muore sempre il miliardario sbagliato.

Anche chi avversa un’idea nel modo più radicale si trova talvolta in condizione di riconoscere il giuto merito a chi l’ha saputa rappresentare meglio di altri. Io che nel  sogno americano non ho mai creduto, ritenedolo una delle più grandi truffe che il marketing politico di tutti i tempi abbia mai inventato a difesa del privilegio di pochi, riconosco che raramente più che in Steve Jobs esso abbia trovato un testimonial significativo. Significativo forse proprio perché autore di un percorso in questo senso eretico e non ideologico, in Jobs l’idea del “self-made-man” ha trovato una  nuova dimensione strettamente intrecciata con la testimonianza che l’uomo ha saputo dare di sé. Nato da una madre che lo diede in adozione, capace di cadere e di rialzarsi diverse volte, con un percorso di studi elitario ma altalenante ed incompleto, Jobs ha vissuto da protagonista assoluto un’era pionieristica che, seppur proiettata nel futuro, come tale non poteva non ammantarsi di un suo romanticismo. Jobs è stato, consapevolmente ma forse non strumentalmente, l’icona di un capitalismo che grazie alle nuove tecnologie voleva mostrarsi diverso, lontano dall’alienazione della società industriale che lo aveva preceduto e generato, più attento alla creatività dei dipendenti, all’importanza della collaboratione,  alla qualità della loro vita, del loro posto di lavoro e della dgestione del loro tempo. Chi di noi ha vissuto quest’epoca dal di dentro e ne riconosce oggi gli aspetti retorici e illusori, quando non propriamente fuorvianti nell’ottica più ampia del processo di globalizzazione, e ricorda come tali traballanti aspettative non ressero di fatto alla prima crisi del settore e a certi eccessi di invasiva propaganda aziendale sull’essere “imprenditori di se stessi”, non può oggi non salvare comunque molto di questo tentativo e delle trasformazioni complessive che ha prodotto. Le doverose valutazioni disincantate che oggi possiamo dare a posteriori  non diminuiscono la portata storica  della straordianria avventura economica e culturale rappresentata da quel milieu di innovazione che ha saputo essere la Silicon Valley dalla metà degli anni 80 fino ad oggi. Il luogo dove, per dirla con Castells, si realizzava nella sostanza il cambio di era dall’età industriale a quella Informazionale che intendeva sostituirla e a cui in realtà, più propriamente, essa si è sovrapposta. Di questo passaggio, Steve Jobs fu uno dei protagonisti indiscussi, ponendosi in questo senso al centro del proprio tempo.

Romantica, per molti versi, fu anche l’epopea personale di Jobs, dall’adozione,  al successo, al licenziamento  da Apple, alla Pixtar, al ritorno alla Apple fino alla malattia, che egli seppe raccontare da esperto narratore di storie in alcuni dei suoi celebri discorsi che in questi giorni imperversano su Internet, in cui è difficile non riconoscere la capacità di infondere alla giovane platea fiducia ed entusiasmo nei propri mezzi. Da questa epopea  e dalla sua mitopoietica è nata anche l’immagine di un capitalista, e quindi a mio avviso fallacemente per induzione di  un capitalismo tout court, animato realmente dalla passione personale e dal sogno di un leader visionario più che dalla consueta logica imposta delle ferree, in realtà mai abdicate, leggi del profitto.

La creazione del mito segue poi percorsi impredicibili, contraddittori e addirittura grotteschi, quando per il suo antagonismo col  Gates, dipinto per sorte inversa come un antilibertario  fin quasi diabolico da parte della comunità degli utenti, qualcuno scambiò Jobs per quel paladino dell’eterodossia informatica antimonopolistica, addirittura dell’open software (sic!), che egli non fu mai. Nessuna azienda ha mai prodotto software più chiuso, meno interoperabile e blindato dal copyright di quanto abbia fatto Apple. Jobs e Gates, commercialmente parlando, furono sempre le due facce della stessa medaglia, tutto il resto è marketing e mistificazione a proposito di un modello alternativo che tra i due non è mai esistito.

Di Jobs ricorderemo forse alcuni dei prodotti migliori delle sue aziende, gli spot anti-orwelliani  degli esordi di Apple che costituirono una vera rivoluzione nella comunicazione pubblicitaria, i film della sua casa di produzione, ma soprattutto io credo quella frase “stay angry, stay foolish” che usò per raccontare se stesso. La  personale esperienza di un uomo che diede l’impressione di vivere con pienezza il successo, la sconfitta, la rivalsa e il  prematuro tragico esito che alla fine ci accomunerà tutti.

Il sogno americano ci dice che questo possa accadere a chiunque sia dotato di entusiasmo, competena ed intuito: noi miscredenti ci accontentiamo nel constatare che è avvenuto almeno per uno e, comunque la si pensi, di questo oggi gli rendiamo merito. Riposa in pace.

6 thoughts on “Muore sempre il miliardario sbagliato.

  1. prion ha detto:

    Leggo commenti in giro su come abbia cambiato le nostre vite lo Steve visionario, su come comprenderemo l'eredita' che ci ha lasciato solo negli anni a venire. 

    Jobs, come ogni buon eroe romantico, sapeva raccontare molto bene storie, e le sue idee, raccontate o concretizzate in un involucro di metallo e vetro, sono state esempi eccellenti di infettivita' mentale.

    Faccio pero fatica a riconciliare il profeta tecnologo e il capitalista aggressivo. Jobs e' stato un esempio strano sia dell'uno che dell'altro. Ha realizzato innovazione tecnologica grazie soprattutto a un contributo estetico. Non ha mai fatto parlare dei suoi soldi, dando l'idea che non se ne curasse, ma alla fine le aziende che capitanava si guardavano bene dal perdere un centesimo di profitto. 

    Ma alla fine, mi chiedo in maniera molto cinica, ha davvero cambiato la mia vita e quella di milioni di persone? Ha davvero lasciato un'eredita' al mondo? Non ne sono certo. Ad appena una decina di anni di distanza, Gates e la sua ex azienda sembrano essere, nel bene o nel male, roba di un passato remoto e sfigato. Mi chiedo cosa succedera' alla memoria planetaria di Steve Jobs quando milioni di users avranno un samsung in tasca.

     Forse, dinuovo cinicamente, Gates e' piu' visionario di Jobs in questo. Lui i soldi li ha sempre mostrati, da bravo numero uno dei ricconi. Adesso li usa per cercare di curare il mondo, in una sorta di redenzione mistica che pero', se gli va bene, lo lascia alla storia non come produttore di computers, ma come filantropo liberatore degli oppressi. Chissa', magari se la vita glielo avesse permesso, anche Jobs un giorno avrebbe realizzato un impiego filantropico per la montagna di denaro che si ritrovava.

    Ho avuto una sincera simpatia per il Jobs mediatico. Ho apprezzato le sue parole. Lo ricordero' per il lato romantico delle sue vicende. Questa e' la piccola eredita' che Jobs ha lasciato a me.

  2. Ucalcabari ha detto:

    un miliardario di meno

  3. Aramcheck ha detto:

    @Ucalcabari: Bolscevicamente tranchant, direi.

  4. utente anonimo ha detto:

    Bel post! Me sei piaciuto!
    Su Steve Jobs concordo a tutto tondo.
    E mi fa impazzire come possa essere diventato un'icona della sinistra italiana: per questo forse basta veramente togliersi la cravatta e mettersi il maglione :-)

  5. utente anonimo ha detto:

    La firma dimenticai. Sono l'uomo libero! :-)

  6. Aramcheck ha detto:

    >E mi fa impazzire come possa essere diventato un'icona della sinistra italiana: per questo forse basta veramente togliersi la cravatta e mettersi il maglione :-)

    Esatto, grazie prevalentemente al  PD essere di sinistra in Italia è diventato un concetto tutto estetico.

    >Sono l'uomo libero!

    Beato te.

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