L’intellettuale in televisione (I)

Partiamo da un bel post di I&I, sulle vicende legate, da ultimo, ad Aldo Busi. I&I finisce il suo post rammaricandosi del fatto che si finisca per associare la cultura (senza discriminare, giustamente, tra alta e bassa cultura) a figure come quella di Busi.

Il punto non è chiaramente Busi in sé, del quale personalmente non ho alcuna intenzione di parlare, ma la percezione diffusa dell’intellettuale come fenomeno da circo televisivo, della sua presenza come di una tra le tante maschere che può indossare il “personaggio TV”: al pari della bonazza, del travestito, del moderato, del tuttologo, del tronista e via discorrendo.

Il fatto che gli Sgarbi o i Busi possano essere davvero degli studiosii di grande prestigio nei rispettivi campi è del tutto irrilevante, il punto è che costoro non vanno in TV quasi mai in veste di uomini di cultura quanto in quella di “provocatori” , “polemisti” e rissaioli, invitati a parlare di qualunque argomento in qualunque contesto.

La prima falsificazione è quella di far passare Sgarbi o Busi come personaggi “scomodi” per la TV. Nella loro esternazione più forsennata, al più risultano scomodi quanto un ospite d’onore unbriaco che ti piscia in salotto sul tappeto buono.

Scomodo in TV è soltanto colui che ne svela i meccanismi, quelli dei poteri che essa serve o di cui essa ha paura, dei valori che essa da per scontati. Mezzo nudo su un’isola l’uno o arrampicato su uno sgabello alto due metri da giudice del tennis l’altro, il sistema televisivo li incensa come intellettuali ma li utilizza, col loro beneplacido, come artisti dello pseudo-spettacolo, nel sottogenere specializzato nella provocazione fine a se stessa e nella rissa.

Dal canto loro Sgarbi e Busi fanno anche bene, non sono loro il problema.

Dal canto suo la TV facesse il cazzo che le pare, basta non guardare Buona Domenica o l’ultimo reality.

Il punto è che l’intellettuale è una figura centrale della storia dell’occidente da tempo immemore, protagonista collaterale e talvolta promotore dello spirito dei tempi e, per la parte che gli compete, custode del patrimonio culturale di un popolo in grado di attualizzarlo ai temi in cui vive, nonché spesso antesignano e osservatore delle sue evoluzioni future.

L’intellettuale non è un “tuttologo”, l’ultimo individuo a potersi ritenere depositario di tutto il sapere del suo tempo fu forse Aristotele. Una qualche consapevolezza del proprio ruolo e un sacro rispetto della vastità del sapere moderno e delle difficoltà che si incontrano nell’acquisirlo e nel decifrarlo, dovrebbero far rifuggire dalla sola idea di poter sproloquiare su ogni campo dello scibile.

L’intellettuale non è super partes alla dialettica  sociale e politica, qualora di essa si occupi, non è un terzista e non è equidistante per definizione. Può essere naturalmente un moderato, un conservatore o perfino un reazionario, ma deve stare da una parte ben precisa: quella delle sue idee. O queste idee hanno una qualche forza ben riconoscibile o esse non sono tali, né valgono più del fiato sprecato per enunciarle. In caso contrario sarà al più un mediatore tra idee altrui, abile nel barcamenarsi tra correnti diverse.

L’intellettuale deve essere dunque schierato, ciò che non può e non deve fare è essere organico o conformista. Non può essere conformista in quanto le sue idee non sono degne di tale nome se oscillano al variare della vulgata corrente. Non organico, perché anche se le sue idee possono dettare i tempi ad un partito e una corrente o perfino essere alla base della sua fondazione, non possono essere sottoposte ad altro padrone che non sia la coscienza che le ha generate. Tutto il resto è propaganda infarinata di cultura. In questo senso Gentile e Gramsci, furono degli intellettuali nella misura in cui le loro idee influenzarono il potere o la rivolta contro di esso e non il contrario.

Gli intellettuali degni di questo nome in televisione del resto ci sono sempre andati poco, per diversi motivi. I tempi televisivi non permettono in genere i ragionamenti lunghi e complessi, le necessità della spettacolarizzazione (per l’auditel è doveroso che l’ascoltatore non si addormenti) cozzano con quelle del dibattito approfondito e, infine, la fruizione di massa  appiattisce inevitabilmente le aspettative del pubblico, quindi certi temi spesso non riscontrano interesse. C’è pure magari un certo snobismo che alla luce di quanto detto prima “proteggeva” e “accresceva la purezza” dell’intellettuale stesso, che si rifiutava ( per ragioni piu’ o meno condivisibili) di trasformarsi in prodotto televisivo.

Fin qui, nulla di male. Una volta ogni morte di Papa magari vedevi un’intervista a Pasolini, Sciascia, Eduardo, Fellini o Ungaretti in TV, dicevano piu’ o meno il cazzo che gli pareva e pace fatta, se ti interessava andavi a leggerti o guardarti le opere. L’intervista però era un momento di grande lustro per chi la faceva, proprio per l’eccezionalità dell’evento e non si teneva certo nell’ambito di un’isola di finti naufraghi. Li si chiamava “maestri” e li si riconosceva come tali.[…segue]

One thought on “L’intellettuale in televisione (I)

  1. idiotaignorante ha detto:

    Grazie della citazione, e bel post pure quest(o), con cui sono d'accordone.

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